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giovedì 28 marzo 2019

IL DNA DI NIBIRU: IL SEME DELLA VITA SULLA TERRA

Il tempo passava, «la terra [colonizzata] si estendeva e le genti si moltiplicavano». Così l'Epopea di Atrahasis iniziava la fase successiva degli eventi che seguirono all'ammutinamento e alla Creazione dell’Adamo, per sfociare infine nel Diluvio.

Di fatto la popolazione si moltiplicava talmente tanto (riferisce il testo) che «il paese muggiva come un toro». Enlil non era felice: «il dio era disturbato dal loro frastuono». Comunicò il proprio scontento: «Enlil sentiva il loro muggito e disse ai grandi dei: “Il muggito dell'umanità è diventato troppo intenso per me; il loro frastuono non mi lascia dormire”». Seguono linee danneggiate, di cui è possibile leggere solo le parole di Enlil «sia inviata una calamità», ma dalla narrazione biblica parallela sappiamo che «Jahwe si pentì di aver fatto l’Adamo sulla Terra… e disse: “Sterminerò dalla faccia della terra l’Adamo da me formato”».

Il racconto del Diluvio e del suo eroe (Noè/Utnapishtim/Ziusudra) è narrato entrambe entrambe le fonti in successione analoga, con un'unica eccezione: a differenza della Bibbia monoteistica, dove lo stesso Dio prima decide di distruggere il genere umano e poi lo salva attraverso Noè, la versione mesopotamica identifica chiaramente Enlil nella divinità adirata, mentre è Enki  che, sfidando Enlil, salva “il seme dell’umanità”. D'altro canto la narrazione biblica (che condensa tutte le divinità in solo Dio) fornisce una motivazione più profonda del “muggito” o del ”frastuono” per l'insoddisfazione nei confronti dell'umanità. Nelle parole del capitolo 6 della Genesi leggiamo:

Quando gli Adami cominciarono a moltiplicarsi 
sulla faccia della Terra 
e furono date delle figlie, 
avvenne che i figli degli Elohim 
videro che le figlie degli uomini erano adatte 
e presero per mogli quelle che si scelsero fra tutte.

Jahwe, ci racconta la Genesi, si arrabbiò per ciò che stava succedendo: «Jahwe vide che la malvagità degli uomini era grande sulla Terra… e si pentì di aver fatto l’Adamo sulla Terra e se ne addolorò in cuor suo su; e disse: “Sterminerò dalla faccia della Terra l’Adamo da me formato”».

Era quindi la “malvagità” che disturbava Enlil: i matrimoni misti fra i figli degli dei e le femmine terrestri (matrimonio misto non fra razze diverse della stessa specie, ma fra due specie planetarie diverse), una pratica che per un rigoroso seguace della disciplina come Enlil rappresentava un assoluto tabù. Enlil era indicato perché il primo a infrangere il tabù era stato Enki, che aveva avuto rapporti sessuali con le femmine terrestri, e la cosa che più lo irritava a che Marduk, il figlio di Enki, si fosse addirittura spinto a prendere in moglie una terrestre, dando (agli occhi di Enlil) un esempio perverso agli Anunnaki.

E c'era anche dell’altro: dai rapporti proibiti nascevano figli. In Genesi 6 leggiamo:

In quel tempo c'erano sulla terra i Nefilim
e ci furono anche in seguito, 
quando i figli degli Elohim 
si unirono alle figlie degli Adami, 
ed ebbero da loro dei figli.

Non c'è da stupirsi che un simile guardiano severo abbia detto: «Sterminerò dalla faccia della Terra l’Adamo da me formato». 

Mettendo da parte principi morali o le regole che dovevano governare le visite interplanetarie, il problema di fondo sollevato da questi racconti mesopotamici/biblici delle nostre origini è il seguente: come potevano nascere figli dei matrimoni misti fra maschi Anunnaki e femmine terrestri, un risultato dell'accoppiamento che richiede una sorprendente compatibilità genomica, specialmente nei cromosomi X (della femmina) e e Y (del maschio)? Esaminando l'enigma dall'inizio, come potevano ominide selvaggio dell’Abzu avere lo stesso DNA degli Anunnaki, sufficientemente simile da permettere che una piccola miscelazione genetica producesse un essere, secondo quanto ci dicono i Sumeri e la Bibbia, simile agli “dei” sia dentro che fuori, tranne che per la longevità?

Il mistero si infittisce per il fatto che non solo gli esseri umani, non solo i mammiferi, non solo tutti gli animali, ma tutta la vita sulla Terra, dagli uccelli e pesci, dalla flora alle alghe, fino ai batteri e ai virus, possiede lo stesso DNA, le quattro “lettere” di acido nucleico che costituiscono tutti i geni e i genomi. Questo significa che il DNA degli Anunnaki corrispondeva a quello di tutta la vita sulla Terra. E se, come si dovrebbe presumere, il DNA degli Anunnaki era lo stesso DNA di ogni forma vivente su Nibiru, allora dobbiamo giungere alla conclusione che il DNA sul pianeta terra e quello sul pianeta nel Nibiru erano uguali.

Come la possibile, se in base alla moderna teoria scientifica dominante i mari della Terra servirono da ciotola per miscelazione in cui le molecole chimiche basilari, scontrandosi fra loro e riscaldate dai geyser, si combinarono in qualche modo dando origine a cellule viventi? Gli acidi nucleici che si combinarono per formare il DNA, spiegano gli scienziati moderni, furono il risultato di un culto casuale di molecole chimiche in un “brodo” primordiale casuale fino a quando si formò la prima cellula vivente casuale. Ma se le cose stanno così, allora qui il risultato casuale avrebbe dovuto essere diverso dal risultato casuale verificatosi da qualche altra parte, perché nel nostro sistema solare non ci sono due pianeti e nemmeno due lune identiche, e le probabilità che il risultato casuale sia comunque identico sono di fatto uguali a zero. Ma allora come ha avuto inizio la vita sulla Terra se è così simile a quella su Nibiru?

La risposta è stata data nel racconto della battaglia celeste, quando (nel secondo round) Nibiru/Marduk “calpestò”, cioè entrò in effettivo contatto con Tiamat, recidendole le “vene” e gettando via il suo “cranio”, la futura Terra. Fu allora che il “SEME DELLA VITA”, il DNA della vita su Nibiru, fu trasferito sul pianeta Terra.

La teoria scientifica del “brodo primordiale”, che sia valida uno rispetta qualsiasi altro ambiente planetario, si imbatte in ulteriori problemi riconosciuti quando si tratta della Terra. Dopo aver abbandonato l' idea che il sistema solare non sia minimamente cambiato da quando ha iniziato a prender forma circa 4,5 miliardi di anni fa, ora la scienza moderna riconosce che circa 3,9 miliardi di anni fa accadde qualcosa di straordinario. Per usare le parole del New York Times (“Science Times” del 16 giugno 2009):
«Circa 3,9 miliardi di anni fa un cambiamento nell'orbita dei pianeti esterni del Sole fece abbattere sul sistema solare interno una ondata di grandi comete e asteroidi. I loro violenti impatti determinarono gli ampi crateri tuttora visibili sulla faccia della Luna, riscaldarono la superficie della Terra fino a far fondere rocce e ridussero i suoi oceani a una nebbia incandescente.
Tuttavia le rocce che si formarono sulla Terra 3,8 miliardi di anni fa, quasi subito dopo il bombardamento, contengono possibili prove di processi biologici».

Il New York Times proseguiva dicendo che l'impossibilità che la vita avesse inizio in tali circostanze aveva talmente frustato le ricerche che

«Alcuni scienziati del calibro di Francis Crick, il principale teorico della biologia molecolare, hanno tranquillamente ipotizzato che la vita possa essersi formata da qualche altra parte prima di aver inseminato il pianeta».

La teoria in base a alla quale la vita sulla terra sia stata «inseminata da qualche altra parte», nota come teoria della panspermia, È stata discussa approfonditamente nel mio libro del 1990 L’altra Genesi, dove si è ovviamente sottolineato che “l'inesplicabile evento catastrofico” the 3,9 miliardi di anni fa era il racconto di Nibiru e della battaglia celeste. La soluzione della “panspermia” non è “tranquillamente sostenuta” (pur non essendo stata adottata dall'establishment scientifico, annovera fra i suoi fautori molti scienziati di spicco) e neppure nuova: era stata pubblicata su tavolette cuneiformi di argilla millenni fa…

La vita sulla Terra e la vita su Nibiru è la stessa, come il DNA sulla terra e identica quello su Nibiru, dato che il seme della vita fu introdotto sulla Terra da Nibiru durante la battaglia celeste. Il conseguimento di un simile seme di vita bell’e pronto spiega come la vita abbia potuto avere inizio sulla Terra nel periodo immediatamente successivo al cataclisma.


Dato che al momento della collisione Nibiru era già in possesso di un DNA formato, su quel pianeta l'evoluzione e benedizione molto prima che sulla Terra. Non è possibile dire quanto prima, ma in termini di 4,5 miliardi di anni, anche solo l'1% prima significherebbe un vantaggio the 45 milioni di anni terrestri, un periodo evoluzionistico più che sufficiente perché gli astronauti di Nibiru potessero incontrare un Homo erectus sulla Terra.


L'antica idea che la vita sulla terra sia cominciata quando il nostro pianeta fu “inseminato” da Nibiru era ulteriormente espressa nel concetto di un effettivo seme di vita, Numum in sumero, Zeru in accadico e Zera in ebraico. Quell'idea scientifica fondamentale non solo spiegava come ebbe origine della vita sulla Terra, ma indicava anche dove questo accadde.
E’ degno di nota il fatto che nella Genesi (1,20-25) la Bibbia descriva l'evoluzione di “esseri viventi” (nel quinto giorno della Creazione) che procede Dalle acque verso la terraferma, partendo da “tutto ciò che brulica nelle acque” per arrivare, passando dagli anfibi, ai “rettili” (dinosauri), seguiti dagli uccelli e infine a tutti gli altri “esseri viventi secondo la loro specie”; una vera e propria teoria dell'evoluzione la cui sequenza in sintonia impressionante con le moderne teorie evolutive (compresi le più recenti scoperte secondo le quali gli uccelli si sono evoluti dai dinosauri).

Ma per quanto riguarda il dove abbia avuto inizio la vita, nella Bibbia troviamo una fase precedente alla vita marina: il terzo giorno la vita cominciò con la comparsa delle erbe che producono semi sulla terra asciutta. Fu dopo la formazione dei continenti emersi e dei mari pieni di acqua e Dio disse (Genesi 1,11-13):

La terra produca germogli, 
erbe che producono seme 
e alberi da frutto 
che facciano sulla terra frutto con il seme, 
ciascuno secondo la sua specie.
E così avvenne: 
la terra produsse germogli, 
erbe che producono seme, 
ciascuna secondo la propria specie 
e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme 
secondo la propria specie.
Dio vide che era cosa buona.
E fu sera e fu mattina:
Terzo giorno.

Così, mentre in altri versi la Bibbia descrive l'evoluzione come la conosciamo, Dalle prime creature marine ai pesci, agli anfibi, ai rettili, agli uccelli e ai mammiferi, essa afferma anche che prima che “tutto ciò che brulica” cominciò a muoversi nelle acque, la prima fase di vita sulla Terra fu costituita dalle erbe che producono semi e da essi derivano.

Una simile distinzione fra l'evoluzione e l'inizio della vita sulla Terra è stata a lungo considerata in contraddizione con la scienza moderna, fino alla pubblicazione, nel luglio del 2009 (Nature n° 460) di uno studio rivoluzionario in base al quale «uno spesso è verde tappeto di vita fotosintetica esplose su tutta la Terra» centinaia di milioni di anni prima che la vita con «cellule affamate di ossigeno» facessi la sua comparsa nelle acque. La Terra, ha dichiarato la rivista scientifica, fu «resa verde» con uno «spesso tappeto di vita vegetale» i cui sedimenti, depositatisi negli oceani, potrebbero aver nutrito la vita acquatica.

Queste nuove scoperte rivoluzionarie riaffermano ciò che era stato dichiarato nella Bibbia millenni prima.

La Bibbia chiarisce che questa sequenza è stata resa possibile dall’aspetto “seminale” delle erbe. Le parole “seme”, “semi”, “che producono seme” vengono ripetute sei volte nei due versetti citati, garantendo che al lettore non sfugga la cosa più importante: la vita sulla Terra è cominciata con/da un seme di DNA bell’e pronto.

Nonostante finora non sia stato trovato un testo mesopotamico parallelo, Altri indizi segnalano che anche i Sumeri avevano notato una simile sequenza degli inizi della vita dai semi delle erbe. Ne troviamo le prove nelle parole e nella terminologia dei 50 nomi divini attribuiti a Marduk quando assunse la supremazia. Conservati nella loro forma originale sumera perfino nel testo babilonese, ognuno di questi nomi era seguito da una linea di testo che ne elaborava il significato. I sette nomi-epiteti seguenti sono l'immediata pertinenza rispetto al nostro argomento. Li elenchiamo così come compaiono nella tavoletta, insieme alle loro delucidazioni testuali:

Maru’ukka, veramente il dio creatore di Tutto.
Namtillaku, il dio che sostenta la vita.
Asaru, dispensatore delle coltivazioni, creatore di erbe e grani, che fa germogliare la vegetazione.
Epadun, Signore che nasce il campo… che impianta filari di semi.
Sirsir, che accumulò una montagna sopra Tiamat… la cui “chioma” è un campo di grano.
Gil, che accumula grani in mucchi massicci, che produce orzo e miglio, che procura i semi della Terra.
Gishnumunab, creatore del seme primigenio, il seme di tutte le genti.

La sequenza di attributi qui sopra citata è conforme alla teoria Anunnaki sull'origine della vita sulla Terra e sui suoi stadi evolutivi, teoria secondo la quale il Marduk celeste (alias Nibiru) è (a) “creatore del seme primigenio”, (b) che «fornì i semi della Terra», a partire dalle erbe e dalla vegetazione che germoglia, ( c ) culminando nel procacciamento del “seme di tutte le genti”. È un concetto che considera tutta la vita derivata dallo stesso “seme”, lo stesso DNA, in una catena che dal “seme primigenio” di Nibiru va fino al “seme di tutte le genti”.

Questo concetto, una conclusione scientifica degli Anunnaki, racchiude la centralità del loro interesse per il “seme” quale essenza della vita. Quando Enlil voleva che il genere umano perisse nel Diluvio, era il “seme dell’umanità” che desiderava distruggere. Quando Enki rivelò il segreto del Diluvio a Ziusudra, gli disse: «Un Diluvio verrà mandato per distruggere il seme dell’umanità». E non furono coppie effettive di tutti gli animali che Noè/Utnapishtim/Ziusudra portò a bordo dell'arca: oltre a qualche pecora e qualche uccello fu portato a bordo il “seme degli esseri viventi” (fornito da Enki). Come leggiamo nell’Epopea di Gilgamesh, queste furono le istruzioni impartite a Utnapishtim:

Uomo di Shuruppak, figlio di Ubar-Tutu, 
distruggi la tua casa costruisce una nave!
Rinuncia a ciò che possiedi, pensa solo alla tua vita!
Lascia tutti i tuoi averi e metti in salvo l'anima!
A bordo della nave porta il seme di tutti gli esseri viventi.

Nell'elenco dei 50 nomi, gli epiteti di Marduk che contengono la parola “seme” andavano da “colui che impianta filari di semi” a colui “che procura i semi della Terra”, “creatore del seme primigenio” e del “seme di tutte le genti”. Ci riecheggia ancora nelle orecchie il grido di Ea/Enki: «Io sono il capo degli Anunnaki, generato da seme fecondo, figlio primogenito del divino Anu!». E dobbiamo richiamare alla memoria la pretesa di Enlil al diritto di successione: per il fatto che sua madre, Antu, E la sorellastra di Anu, il “seme” di Enlil era doppiamente fecondo.

Ma allora, di che “seme” è l’uomo?

La questione delle nostre origini genetiche non è più un sotto-argomento relegato agli studi biblici, ma è passato dei regni della fede e della filosofia al campo della scienza sofisticata e complessa, dal momento che le più recenti ricerche si concentrano sulle cellule cancerogene apparentemente immortali e sulle cellule staminali, la cui importanza è evidente (sono le cellule embrionali da cui si sviluppano tutte le altre cellule del corpo). Nella narrazione biblica l'umanità discende in linea diretta da Adamo (ed Eva) e dal loro figlio Seth, attraverso la famiglia di Noè, unica sopravvissuta, e i suoi tre figli sposati. Ma perfino la Bibbia riconosce l'esistenza di un altro lignaggio umano, la linea di Caino, che si sviluppò nel lontano paese di Nod. A giudicare dalle fonti sumeriche e accadiche, la storia reale è notevolmente più complessa e va a toccare la questione della vita, della longevità e della mortalità. Soprattutto però coinvolge i semidei, nati dai matrimoni degli dei con le figlie degli uomini.

I geni alieni di Adamo

Realizzando una conquista storica, nel febbraio 2001 2E Keep scientifiche annunciarono il sequenziamento completo del genoma umano. La scoperta principale stata che il nostro genoma non contiene i 100.000-140.000 geni previsti (I filamenti di DNA che dirigono la produzione degli aminoacidi e delle proteine), ma ne ha meno di 30.000, sono circa il doppio dei 13.601 geni di un moscerino della frutta e appena il 50% in più dei 19.098 del verme rotondo. Inoltre, non c'era quasi nessuna unicità nei geni umani: Si è scoperto che sono paragonabili quasi al 90% con quelli dello scimpanzé e al 70% con quelli del topo. Geni umani con le stesse funzioni sono risultati identici ai geni di altri vertebrati, come pure di invertebrati, piante, funghi e perfino lieviti. La scoperta non ha solo confermato l'esistenza di un unico DNA fonte di tutta la vita sulla Terra, ma ha anche consentito agli scienziati di seguire le tracce del processo evolutivo culminato nell'Homo sapiens, ovvero è stato possibile vedere come organismi più complessi si siano evoluti geneticamente da organismi più semplici, adottando in ogni fase geni di una forma di vita inferiore per crearne una superiore.

Ed è stato nella ricostruzione del modello evolutivo verticale contenuto nel genoma umano e in altri genomi analizzati che gli scienziati si sono trovati di fronte a un rebus. La “sconcertante scoperta”, Come l'ha definita la rivista Science (n° 291), è che il genoma umano contiene 223 geni che non hanno predecessori nell'albero evolutivo genomico. Infatti si è scoperto che questi 223 geni mancavano del tutto nell'intera gamma della fase evolutiva dei vertebrati. Un'analisi delle loro funzioni, pubblicata sulla rivista Nature (n° 409), ha dimostrato che presuppongono importanti funzioni fisiologiche e cerebrali peculiari degli esseri umani. Dal momento che la differenza fra uomo e scimpanzé è di soli 300 geni circa, quei 223 fanno un'enorme differenza.
Come ha fatto l'uomo ad acquisire questo mucchietto di geni enigmatici? Gli scienziati sono riusciti a spiegare la presenza di questi geni estranei solo tramite un «probabile trasferimento orizzontale da batteri» “piuttosto recente” (nella cronologia evolutiva), lasciando intendere che non si tratti di geni acquisiti attraverso l'evoluzione, ma mediante una recente infezione batterica.
Nel mio sito Web ho scritto che se si accetta la spiegazione della “inserzione batterica orizzontale”, allora c'è stato un gruppo di batteri che ha detto. «Creiamo l’Adamo a nostra immagine…».

Io preferisco ancora la versione sumera e quella biblica degli Anunnaki/Elohim.



Z.SITCHIN

venerdì 15 marzo 2019

COSTRUIAMOCI UNO SCHIAVO: ADAMO

L'agitazione fra gli Igigi che aveva portato all'incidente di Zu era solo un preludio ad altri disordini in cui furono coinvolti. I successivi tumulti avrebbero riguardato le loro missioni interplanetarie a lungo termine, e la mancanza the compagnia femminile risultò essere uno dei maggiori motivi di insoddisfazione.

Il problema era meno acuto nel caso degli Anunnaki di stanza sulla Terra, perché fra loro vi erano femmine fin dal primo atterraggio (di alcune delle quali vengono citati i nomi e compiti nell'autobiografia di Enki). Inoltre, fu mandato sulla terra un gruppo di infermiere guidato da una figlia di Anu (figura 65). Il suo nome era Ninmah (=“potente signora”) e la sua mansione sulla terra era quella di Sud (= “colei che presta soccorso”): era il capo ufficiale medico degli Anunnaki, destinata a ricoprire un ruolo importante in molti eventi successivi. 


Ma le agitazioni commuovono anche fra gli Anunnaki, stanziati sulla Terra, soprattutto fra quelli destinati ai lavori di estrazione. Di fatto l'Epopea di Atrahasis racconta la storia di un ammutinamento degli Anunnaki che si rifiutarono di andare a lavorare nelle miniere d'oro, scatenando così una serie di conseguenze impreviste. L'antico titolo dell'epopea rievocava le sue parole iniziali Inuma ilu awilum (“Quando gli dei [Erano] come gli uomini”):

Quando gli dei [Erano] come gli uomini, 
sopportavano il lavoro e la dura fatica.
La fatica degli dei era grande, 
il lavoro pesante, c'era molto dolore.

L'ironia del titolo è che gli dei faticavano come se fossero uomini perché non c'erano ancora uomini sulla terra. Il racconto dell'epopea e in effetti il racconto della creazione dell'uomo affinché si sobbarchi la fatica degli dei. Il termine accadico Awilu in realtà significa “operaio”, lavoratore e non semplicemente ”uomo” come viene tradotto di solito. L'impresa che cambiò tutto fu opera di Enki e Ninmah, ma essendovi coinvolto anche Enlil, non fu un racconto lieto fine.

Poiché i minatori Anunnaki «faticavano nel profondo delle montagne, calcola con i periodi di lavoro». «Per 10 periodi supportarono le fatiche, per 20 periodi sopportabili fatiche, per 30 periodi sopportarono le fatiche, per 40 periodi supportarono le fatiche».

Eccessiva fu la loro fatica per 40 periodi, 
[…] lavoravano duramente notte e giorno.
Si lamentavano e parlavano alle spalle.
Brontolando durante i lavori di scavo (dicevano):
«Incontriamo […] il comandante, 
che ci sollevi dal nostro pesante lavoro.
Spezziamo il giogo!»

L'occasione per l'ammutinamento fu una visita di Enlil all'area mineraria. «Venite, spaventiamolo nella sua dimora!», con queste parole un agitatore (il cui nome è illeggibile sulla tavoletta) incitò i minatori arrabbiati, «proclamiamo un ammutinamento, entriamo in ostilità e lottiamo!».

Gli dei ascoltano le sue parole.
Diedero fuoco ai loro attrezzi, 
incendiarono gli utensili da taglio 
e le loro immagini.
Dopo averli gettati via su, 
si diressero verso la porta dell’eroe Enlil.

Era notte. Quando gli ammutinati raggiunsero il luogo in cui si trovava Enlil, il custode Kalkal sbarrò la porta e allertò Nusku, l'aiutante di Enlil, che svegliò il suo padrone. All'udire le grida, che includevano esortazioni a “uccidere Enlil”, il dio manifesto incredulità: «E’ contro di me che viene fatto questo? Che cosa vedono i miei occhi?». Tramite Nusku chiese di sapere chi fosse l'istigatore del conflitto e gli ammutinati risposero gridando: «Ognuno di noi ha dichiarato battaglia… Il nostro lavoro è pesante, grande è la sofferenza, la fatica eccessiva ci sta uccidendo!».

«Quando udì quelle parole, a Enlil sgorgarono le lacrime». Si mise in contatto con Anu e si offrì di abbandonare il comando e fare ritorno su Nibiru, ma chiese che l'istigatore dell'ammutinamento fosse “messo a morte”. Anu convocò il Consiglio di Stato, I cui membri stabilivano che le lamentele degli Anunnaki erano legittime. Ma come avrebbero potuto abbandonare la missione di approvvigionamento di oro, essenziale per la loro sopravvivenza?

Fu allora che «Enki aprì la bocca e  si rivolse agli dei suoi fratelli». C'è una via di uscita, disse. Abbiamo fra noi Ninmah, che è una Belet-ili, una “dea della nascita”.

Facciamole creare un Lulu,
Facciamo che sia un Amelu a sobbarcarsi fatiche degli dei!
Facciamole creare un Lulu Amelu,
Che sia lui a portare il giogo!

Proponeva di creare un Lulu, uno “che è stato mischiato”, un ibrido, che servisse da Amelu, da lavoratore, che si sobbarcasse le fatiche degli Anunnaki.

E quando gli altri dei chiesero come sarebbe stato possibile creare un Lulu Amelu di quel genere, Enki rispose: «La creatura di cui avete pronunciato il nome esiste!». Tutto ciò che dobbiamo fare è «fissare su di essa l'immagine degli dei».

Nella sua frase contenuta la soluzione dell'enigma “dell'anello mancante”, la risposta a come l'Homo sapiens, l'uomo moderno, sia potuto apparire nell'Africa sudorientale circa 300.000 anni fa dall'oggi al domani (in termini antropologici), mentre i progressi evolutivi dalle scimmie agli ominidi, e nelle specie ominidi dall'Australopithecus all’Homo habilis e all’Homo erectus, abbiano richiesto milioni e milioni di anni.

Un essere, simile sotto molti aspetti agli Anunnaki, disse Enki agli dei stupiti, esiste già nelle aree selvagge dell’Abu. «Tutto quello che dobbiamo fare è imprimergli l'immagine degli dei», migliorarlo con alcuni geni degli Anunnaki, e creare un Lulu (= “uno che è stato mischiato”) che possa subentrare nel lavoro in miniera.

Quello che Enki aveva scoperto nel suo quartier generale nell'Africa sudorientale era un ominide così geneticamente simile agli Anunnaki che con qualche manipolazione genetica, aggiungendo al genoma dell’ominide (per esempio un Homo Erectus) qualche genere degli Anunnaki, sarebbe stato possibile elevarlo alla condizione di Homo sapiens, in grado di capire, parlare e maneggiare utensili. Tutto ciò era possibile perché il DNA sulla Terra era quello di Nibiru, trasferito, come il lettore ricorderà, quando Nibiru andò a schiantarsi contro Tiamat! Enki allora espose perso i capi ai comandanti riuniti come sarebbe stato possibile realizzarlo con l'aiuto di Ninmah e della sua competenza biomedica. A quelle parole

Nell'assemblea 
i grandi Anunnaki 
che amministrano i destini 
proclamarono: «SI!»

La decisione fatale di creare l'uomo viene ripetuta nella Bibbia. Identificando i grandi Anunnaki riuniti in assemblea con negli Elohim, I “sublimi”, Genesi 1,26 dichiara:

Così gli Elohim dissero: 
«Facciamo un Adamo 
a nostra immagine 
e somiglianza».


Non c'è dubbio sul plurale nella frase biblica, che si apre con il plurale Elohim (il singolare El, Elo’ha) e prosegue con «Facciamo», «a nostra immagine e somiglianza». Trascorsero “40 periodi”, 40 shar, dopo l'arrivo degli Anunnaki. Se l’arrivo (vedi capitoli precedenti) ebbe luogo circa 445.000 anni fa, la creazione di Adamu avvenne 300.000 anni fa (445.000 - 144.000), esattamente quando l’Homo Erectus si trasformò l'improvviso in Homo sapiens.

Il processo mediante il quale si ottenne del “lavoratore primitivo” è descritto nell’Epopea di Atrahasis e anche in diversi altri testi. Per portarlo a compimento fu necessario ricavare il Te’ema (termine che di studiosi traducono con “personalità” o “essenza di vita”) dal sangue di un dio e mescolarlo con il “Ti-it dell’Abzu”. Si presumeva che il termine Ti-it derivasse dalla parola accadica Tit = argilla; da qui l’idea (ripresa dalla Bibbia) che “l’Adamo” fosse stato creato a partire dall'argilla o dalla “polvere” della Terra. Ma letto nella sua origine sumera, Ti-it significa “ciò che è con la vita”, “l’essenza” di un essere umano.

Il Te’ema, “l'essenza vitale” o “la personalità” di un dio, quello che oggi definiremmo il suo DNA genetico, fu “mescolato” con “l’essenza” di un essere  esistente, trovato (a quanto dichiara il testo) nell’aria «appena sopra l’Abzu». Mescolando i geni estratti dal sangue di un dio con “l’essenza" di una creatura terrestri esistenti, fu prodotto geneticamente “l’Adamo”.

Non c'è stato un “anello mancante” nel nostro balzo da Homo Erectus a Homo sapiens, perché gli Anunnaki accelerarono l’evoluzione mediante l'ingegneria genetica.

Il compito di scritto da Enki era più facile a dirsi che a farsi. Oltre all’Epopea di Atrahais, altri testi forniscono una descrizione dettagliata del processo della creazione. Ampiamente presentati nei miei due libri Il pianeta degli dei e L'Altra Genesi, descrivono notevoli tentativi ed errori, che diedero come risultati esseri privi di arti, con organi difettosi o strani, con difetti alla vista o ad altri sensi. Mentre gli esperimenti continuavano, Ninmah capì che cosa andava influenzare i vari geni e dichiarò che a quel punto avrebbe potuto deliberatamente produrre, «a seconda di quello che il cuore mi suggerisce», esseri con o senza questo o quel difetto…

Secondo un testo, Enki «preparò un bagno purificatore» nel quale «a un giovane dio fu prelevato il sangue». Ninmah «mescolò sangue e carne» allo scopo di «fissare sul nuovo lato l'immagine degli dei». Enki «era seduto davanti a lei», e la incoraggiava con istruzioni e consigli. Esperimento genetico fu condotto nel Bit Shimti, una sorta di laboratorio il cui nome sumero Shi.im.ti significava letteralmente “luogo in cui viene soffiato il vento della vita”, Un dettaglio da cui con ogni probabilità derive verso biblico relativo al “soffio dell'alito di vita” nelle narici di Adamo (Genesi 2,7).

Ninmah operava il miscuglio; mentre «recitava gli incantesimi» sentì un Uppu, un battito cardiaco. Quando il “modello perfetto” fu finalmente ottenuto, Ninmah lo sollevò esclamando: «Io l’ho creato! Sono le mie mani ad averlo fatto!» (Figura 66).

Ecco cosa disse annunciando la riuscita dell'impresa ai grandi dei:

Mi avete affidato un compito, 
io l'ho portato a termine…
Vi ho tolto il lavoro pesante 
e ho imposto la vostra fatica all’Avilum (“uomo lavoratore”).
Avete richiesta a gran voce l’Awiluti (“il genere umano”).
Io vi ho liberati dal giogo, vi ho dato la libertà!

«Quando gli dei udirono le sue parole, si precipitarono a baciarle i piedi». La chiamarono Mami (= “la Madre”) e la ribattezzarono Nin.ti (= “Signora della vita”). La soluzione suggerita da Enki era stata raggiunta.

I geni che abbiamo ricevuto quelli di un Anunnaki maschio (tavolette dell’Atrahasis scoperte successivamente hanno rivelato che si trattava del capo degli ammutinati), ma con tutto il rispetto per un Dio o dio maschile, fu una dea femmina a crearci.

Furono necessarie ulteriori manipolazioni genetiche, e perfino qualche intervento chirurgico sotto anestesia (a cui fanno riferimento sia un testo sumero che la Bibbia), per creare la controparte femminile. Ma, come ancor oggi gli ibridi (per esempio il muro, che il prodotto dell'incrocio fra un asino e una cavalla), quegli esseri erano in grado di procreare. Per realizzare “copie” del modello perfetto del Lulu Amelu fu necessaria una lunga e difficile riproduzione da parte di giovani “dee della nascita”. La fase successiva nella manipolazione genetica, rendere i Lulu in grado di procreare autonomamente, fu attuata da Enki, il “serpente” nella versione biblica del giardino dell'Eden. 

Secondo il racconto biblico, l’Adamo che fu collocato nel frutteto degli dei per coltivarlo e custodirlo fu avvisato da Dio (il termine ebraico in realtà è Jahwe Aloha) di non mangiare alcun frutto dell'albero della conoscenza, «perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti». Fatto entrare in un sonno profondo, Adamo viene operato e dalla sua costola viene formata una controparte femminile. Adamo e “la donna” (non le è ancora stato dato un nome!) vanno in giro nudi e «non ne provavano vergogna».

Ora il serpente ingannatore si rivolge alla donna a proposito dell'albero proibito e lei mi conferma il divieto degli Elohim. Ma «il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto!”». Allora la donna, vedendo che l'albero buono da mangiare, «prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, e anch'egli ne mangiò». E subito divennero coscienti della loro sessualità: rendendosi conto di essere nudi, si fecero delle cinture di foglie di fico.

Furono quelle cinture a tradirli, poiché quando Jahwe Elohim li vide si accorse che non erano più nudi e, chiedendo spiegazioni ad Adamo, scoprì che cosa era successo. Adirato, Dio gridò alla donna: «Che hai fatto?», aggiungendo, a causa di quell’azione, «con dolore partorirai figli». Allarmato, Dio disse ai suoi colleghi di cui non vengono detti i nomi: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi avendo la conoscenza del bene del male: che non stenda ora la sua mano e non colga dall'albero della vita, per mangiare e vivere in eterno!». E Dio scacciò Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden.

 Il racconto spiega indubbiamente come Adamo ed Eva fossero stati messi in grado di procreare, uno sviluppo del quale nella Bibbia viene incolpato il “serpente”, il cui nome ebraico, Na-chash, poteva anche significare “colui che risolve enigmi”. Non c'è quindi da stupirsi del fatto anche l'equivalente sumero per questi vari significati derivi da un singolo termine, Buzur, che era un epiteto di Enki e significava “colui che svela i segreti”. Il geroglifico per Ptah, il suo nome egizio, era un serpente intrecciato. Nei testi mesopotamici Enki veniva assistito in questa conoscenza segreta da suo figlio Nin.gish.zidda (= “Signore dell'Albero della vita”), il cui emblema, due serpenti intrecciati, è tuttora il simbolo della medicina. Senza dubbio questi significati dei nomi e il simbolo dei serpenti intrecciati riecheggiano nel racconto biblico del serpente e dei due alberi particolari nel Giardino dell’Eden. E ora che la scienza moderna scoperto la struttura dei filamenti del DNA, è possibile rendersi conto che l'emblema di Ningishzidda dei due serpenti intrecciati è di fatto una riproduzione della coppia di filamenti che costituisce la doppia elica del DNA. Mostriamo le loro analogia nella figura 67.

«Dal sangue di un dio crearono il genere umano», ribadiscono i testi. «Gli imposero il compito di liberare gli dei, fu un lavoro al di là di ogni comprensione». Lo fu davvero, e accade circa 300.000 anni fa, proprio quando l'Homo sapiens apparve all' improvviso nell'Africa sudorientale. Fu allora che gli Anunnaki “impressero un’accelerazione” all'evoluzione e, usando l'ingegneria genetica, elevarono un ominide, diciamo l'Homo erectus, alla condizione di Homo sapiens intelligente e capace di maneggiare gli utensili, per farne il loro servo. Questo accade nell’area “sopra Abzu”, esattamente dove indicato dai resti di fossili: nella zona della Great Rift Valley nell'Africa sudorientale, a nord del territorio delle miniere d’oro.


Dal resto del testo dell’Atra-Hasis e in altri testi dettagliati sappiamo che i lavoratori primitivi furono messi senza indugio lavorare nelle miniere, e che gli Anunnaki degli insediamenti situati nell’Edin fecero delle incursioni nelle miniere e prelevarlo con la forza alcuni di quei lavoratori per avermi al loro servizio, nell’Edin, dove «con vanghe e picconi edificarono santuari, costruirono gli argini dei canali, coltivarono cibo per la popolazione e per il mantenimento degli dei».

La Bibbia, ancorché più brevemente, riferisce la stessa cosa: «E Jahwe Elohim prese l’Adamo», da dove era stato creato, «e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse». (La Bibbia in questo caso fa precedere “Adamo”, “lui della Terra”, un terrestre, all'articolo determinativo l’, chiarendo che sta scrivendo di una specie, diverso dall'individuo di nome “Adamo”, marito di Eva, la cui storia ha inizio solo nel capitolo 4 della Genesi).


«Perché lo coltivasse e lo custodisse», per essere un Amelu, un lavoratore. La Bibbia ha detto in modo simile: «Adam le amal yulad», «Adamo fu creato per faticare». E il termine ebraico Avod, tradotto “adorazione”, in realtà significa “per lavorare”. L'uomo fu creato dagli dei per essere loro schiavo.



Z.SITCHIN

venerdì 8 marzo 2019

ORO: MISSIONE TERRA

Era probabilmente intorno a mezzanotte che la lettura pubblica dell’Enuma elish (che a Babilonia veniva accompagnata dalla drammatizzazione degli eventi, qualcosa di simile ai misteri della Passione) giungeva all'affermazione in base alla quale la creazione dei cieli della Terra a opera di Marduk era stata compiuta. Quindi il momento di distribuire la sua supremazia celeste fra gli Anunnaki, gli dei del cielo che vennero sulla Terra.

Con ammirevole sottigliezza, il nome di Enlil (la divinità che probabilmente era stata alle nove del racconto della creazione nell'origine sumero) viene citato (per la prima volta) accanto a quelli di Anu ed Ea/Enki: viene aggiunto nell'ultima riga della Tavoletta IV. Poi, mentre racconto continua sulla Tavoletta V, entrarono in scena altre divinità, fra cui la vera madre di Mrdu, Damkina (ribattezzata Ninki dopo che a Ea Venne attribuito il titolo di “Enki” = “Signore della Terra”), e l’ascoltatore (o il lettore) si trova ad assistere all'incoronazione a “re” di Marduk non solo da parte degli dei Aninnaki, ma anche da parte di un altro gruppo di divinità chiamate I.gi.gi ( “Coloro che osservano e vedono”).

È una grande assemblea di tutti gli dei che comandano, Marduk è seduto su un trono e i suoi orgogliosi genitori, Ea/Enki e Damkina, «aprirono la bocca ai grandi dei» dicendo: «Prima Marduk era [solamente] il nostro amato figlio, ora è il vostro re. Proclamate il suo titolo di “ re degli dei del Cielo della Terra!”. Seguiva l'adesione a quella richiesta:

Tutti gli Igigi radunati nell'assemblea si inchinarono; 
tutti gli Anunnaki baciarono il suo (di Marduk) piede.
Erano stati annullati per offrire obbedienza, 
si alzarono in piedi davanti a lui, si inchinarono e dissero:
«Egli è il re!»
Diedero la sovranità a Marduk, 
recitarono per lui una formula di 
buona fortuna e successo, [che diceva]:
«Qualunque sia il tuo ordine, noi lui seguiremo!».

Il testo non dice dove fu riunita l'assemblea. La narrazione lascia intendere che l'incoronazione di Marduk si avvenuta su Nibiru e sia stata seguita da un'assemblea degli dei assegnati alla Terra. Ricordando agli dei riuniti il suo linguaggio regale (vengono invocati alcuni antenati predecessori di Ea e Anu), Marduk, in qualità di comandante appena eletto, non perde tempo nel tracciare il suo programma divino: finora, dice agli dei riuniti, avete abitato a E.sharra. “la Grande Dimora” di Anu su Nibiru, d'ora in avanti risiederete in «una dimora analoga che costruirò nel basso». Marduk dichiara di aver costruito “nel basso”, sulla Terra, un suolo solido per una nuova casa:

Ho indurito il terreno per un luogo edificabile, 
per costruire una casa, 
la mia lussuosa dimora.
Vi stabilirò il mio tempio, 
i miei santuari affermeranno la mia sovranità…
La chiamerò Bab-ili (“Porta degli Dei”).


Mentre gli dei riuniti esultavano all'udire suo progetto di fondare Babilonia, Marduk proseguì assegnando i loro compiti:

Marduk, il re degli dei, 
divise degli Anunnaki in sopra e sotto.
Per seguire le sue istituzioni, 
ne destinò 300 ai cieli, 
dove appostò coloro che osservano
In maniera analoga a definire le stazioni sulla Terra, 
dove stabilì 600 di loro.
Diede tutte le istruzioni; 
agli Anunnaki del Cielo e della Terra 
assegnò i rispettivi compiti.

Gli dei destinati alla “Missione Terra” vengono così divisi subito in più gruppi: 300, denominati I.gi.gi (“coloro che osservano vedono”) hanno “mansioni aeree” e verranno piazzati “sulla Terra” (su Marte, come spiegheremo in seguito). Seicento, gli Anunnaki, “di Cielo e Terra” verranno inviati sulla Terra stessa e, in base alle istruzioni del loro signore, avranno come primo compito la fondazione di Babilonia, Dove erigeranno la torre a gradoni E.sa.gil, la “dimora dalla cima elevata”. (per le raffigurazioni degli Anunnaki e degli Igigi nelle loro stazioni, vedi figura 64).

Alla fine della Tavoletta VI, Bab-ili (Babilonia), la “Porta degli dei” e la sua «torre che arriva fino al cielo» sono ultimati; il Marduk celeste è quindi ora Marduk sulla Terra, e la recitazione dell’Enuma elish procede con la Tavoletta VII, che è un elenco laudatorio di 50 nomi, 50 epiteti di conferimento di potere.

L'Epica termina dicendo: «Con i “cinquanta” titoli i grandi dei lo (= Marduk) proclamarono supremo.

Naturalmente qui il testo dell'epica babilonese fatto scorrere “velocemente in avanti” gli eventi. Sulla Terra la vita deve ancora emergere ed evolversi, Emki e il suo primo equipaggio di 50 Anunnaki devo ancora ammarare, le città degli dei devono essere fondate, uomo non ancora fatto la sua comparsa e il Diluvio deve ancora spazzare via tutto, poiché l'episodio della Torre di Babilonia si verificherà solo nel periodo successivo. Che le omissioni siano deliberate un meno, resta il fatto che tutti gli sviluppi intermedi devono ancora aver luogo, non solo secondo la Bibbia, ma anche in base a vari testi cuneiformi.

In effetti, anche prima di contemplare gli eventi sulla terra bisognerebbe analizzare gli eventi su Nibiru, Dove presumibilmente si è svolta l'incoronazione di Marduk.

Chi sono gli dei riuniti? Chi sono gli “antenati” invocati da Marduk? La dimora reale divina che progetto di fondare sulla Terra deve servire come omologo della dimora divina reale del dio Anu, l’E.sharra, su Nibiru. Ma di quale regno è re Anu? Chi erano gli Anunnaki e gli Igigi cui furono assegnati compiti per la Missione Terra? Perché 50 di loro, accompagnando Ea/Enki, vanno sulla Terra in cerca di oro? E perché, al suo culmine, occorrevano 600 Anunnaki e 300 Igigi?

Sebbene l’Enuma elish non fornisca risposte a queste domande, noi non siamo del tutto impossibilitati a trovarle. Vari testi antichi introducono dati e dettagli, citano nomi e descrivono avvenimenti. Alcune le abbiamo già citati, ne porteremo alla luce molti altri, certi addirittura in lingue diverse dal sumero o dall'accadico. Insieme questi testi forniscono i puntini da unire per formare un racconto continuo e coerente. Importantissimo in quel contesto è quanto ci raccontano su noi stessi: su come l'uomo e il genere umano sono arrivati sul pianeta Terra.

Possiamo cominciare a dipanare la matassa con Anu, il sovrano su Nibiru durante la conferma di Marduk a comandante supremo degli Anunnaki e degli Igigi. Era anche sovrano su Nibiru Durante il primo arrivo sulla Terra, dato che Ea/Enki invoca la propria condizione di “figlio primogenito di Anu” nella sua autobiografia. Si può presumere che sia stata la forma di sovranità di Anu a essere «condotta giù dal Cielo» dagli Anunnaki e che le insegne tradizionali della sovranità provenissero dalla sua corte: un copricapo di vino (corona, tiara), uno scettro o bastone (simbolo di potere, di autorità) e una corda di misurazione attorcigliata (rappresentante la giustizia). Questi simboli compaiono nei dipinti di ogni epoca che rappresentano la divina investitura, cerimonia durante la quale il dio la dea consegna questi oggetti al nuovo re (figura 56).

AN/Anu come parola significa “Cielo”, come epiteto voleva dire “il celeste”, e il suo pittogramma era una stella. Riferimenti in vari testi forniscono alcune informazioni sul suo palazzo, la sua corte e le sue rigide procedure. Veniamo così a sapere che, oltre alla consorte ufficiale (la sua sposante), Anu aveva sei concubine e 80 figli (di cui solo 14 avevano il titolo divino di En per i maschio Nin per le femmine, figura 57 chiusa parentesi. I suoi abitanti di corte comprendevano un capo ciambellano, tre comandanti responsabili delle astronavi a razzo,  due comandanti delle armi, un “ministro del borsellino” (= Tesoro), due capi giudici, due “maestri della conoscenza scritta”, due cappi scribi e cinque assistenti scribi. La truppa dello staff di Anu veniva chiamata Anunna, “I celesti di Anu”.

Il palazzo di Anu pubblicato nel “luogo puro”. Il suo ingresso era costantemente sorvegliato da due principi reali, chiamati “comandanti delle armi”, che controllavano due armi divine, lo Shar.ur (=“cacciatore reale”) e lo Shar.gaz (=“colpitore reale”). Un disegno assiro (figura 58) che dà l'impressione di rappresentare la porta d'ingresso al palazzo di Anu mostrava le due torri fiancheggiate da “uomini Aquila” (=gli “astronauti” Anunnaki in uniforme) con l'emblema del disco alato di Nibiru al centro. Altri simboli celesti (un Sistema solare composto da 12 elementi, una falce di luna che rappresenta la Luna e sette punti che rappresentavano la Terra) completano la presentazione.

Quando si convocava un'assemblea di dei, questa si svolgeva nella sala del trono del palazzo. Anu sedeva sul trono, affiancato da suo figlio Enlil, seduto alla sua destra, e dal figlio Ea, seduto alla sua sinistra. I testi che documentano le procedure dell'assemblea indicano che praticamente ognuno dei presenti poteva prendere la parola che alcune deliberazioni seguivano dibattiti accalorati. Ma la parola di Anu era definitiva: «la sua decisione era vincolante». Uno dei suoi epiteti era “Divino 60”, che gli conferiva il grado più elevato in base al sistema di numerazione sessagesimale (in base 60).

I Sumeri e loro successori non hanno tenuto solo delle minuziose liste di re, ma hanno anche conservato elaborati elenchi di dei, liste di divinità disposti in ordine di importanza e di rango e raggruppate per famiglie. Negli elenchi, più dettagliati il nome principale del dio o della dea era seguito dei suoi epiteti (che potevano essere alquanto numerosi); in alcuni eventi che raggiungevano uno stato canonico gli dei erano catalogati ordine genealogico, fornendo per così dire loro pedigree reale.

Le liste degli dei potevano essere locali e nazionali, corte e lunghe. La più completa, nota gli studiosi per la sua riga iniziale come la serie An:god-Anu e considerata la grande lista degli dei, occupa sette tavolette e contiene più di 2100 nomi o epiteti di dei e dee. Di certo numero impressionante, ma notevolmente ingannevole se ci si rende conto che a volte una ventina o più voci erano in realtà epiteti della stessa divinità (il figlio minore di Enlil, per esempio, che era chiamato Ishkur in sumero, Adad in accadico e Teshub dagli Ittiti, aveva altri 38 epiteti). Grande lista degli dei includeva anche le spose e figli delle divinità, capi “visir” e altri attendenti personali. 

Ogni tavoletta di questa serie È divisa in due colonne verticali: quella di sinistra fornisce nome il nome/l’epiteto sumero della divinità e quella di destra fornisce il nome equivalente o il significato dell'epiteto in accadico. Fra gli altri elenchi di divinità più brevi o parziali finora scoperti c'era anche quello noto come la serie An:Anu Sha Ameli che, nonostante il titolo in accadico, è una lista basilare più antica del Pantheon sumero (in cui sono elencati sul 157 nomi ed epiteti).

È da questi eventi che apprendiamo come nomi scelti nell’Enuma elish per vari pianeti non siano accidentali: si trattava di nomi mutuati dalle liste canoniche delle divinità, allo scopo di avvalorare le rivendicazioni genealogiche di Marduk alla supremazia, dato che era figlio di Ea/Enki, a sua volta primogenito di Anu, che a sua volta erano i discendenti di una linea reale di Nibiru composta da ventun antenati!

L’elenco (strutturato per coppie) comprendeva oltre ad Anshar e Kishar, Lahma e Lahama (noti come nome celesti tratti dall’Enuma elish), altri nomi poco conosciuti An.shargal e Ki.shargal, En.uru.ulla e Non.uru.ulla, e (significativamente) una coppia dagli strani nomi di Alala e Belili. Questa lista degli schiavi di Anu termina con il proscritto «21 en ama aa», “21 nobili madri e padri” (elencati come 10 coppie più un maschio non sposato). Poi la grande lista degli dei nomi dei figli e i funzionari del gruppo di Anu, saltando i suoi due figli maschi principali e la figlia (Ea/Enki, Enlil e Ninmah), che sono elencati separatamente con i rispettivi gruppi familiari e aiutanti. In qualunque modo vengono studiati questi elenchi di divinità, la proposizione principale e dominante del re divino Anu è inequivocabile. Tuttavia, un testo dal titolo Sovranità nel Cielo, trovato in tatto in una versione ittita, rivela che Anu era un usurpatore, poiché si era impadronito del trono di Nibiru destituendo con la forza il sovrano che vi regnava!

Dopo aver fatto appello e «12 antichi potenti dei», ai «padri e madri divini» e a «tutti gli dei che sono in cielo e a quelli che sono sulla Terra scura» di prestare attento ascolto al racconto dell’usurpazione, il testo proseguiva dicendo:

Un tempo, nei giorni antichi, 
Alalu era re in cielo.
Alalu era assiso sul trono.
Il potente Anu, primo fra gli dei, 
gli stava dinnanzi, prostrato ai suoi piedi, 
e gli porgeva la coppa.
Per nove periodi contati 
Alalu fu re nel cielo.
Il nono periodo Anu gli diede battaglia 
e lo vinse. Alalu fuggì dalla sua vista 
e discese verso la Terra oscura, 
giù sulla Terra oscura se ne andò.
Anu si insediò sul trono.

Nella sua autobiografia Enki dichiarava con una certa disperazione: «Io sono il capo degli Anunnaki. Generato da seme fecondo, figlio primogenito del divino Anu, il Grande Fratello di tutti gli dei». Era effettivamente il primogenito, generato da “seme fecondo”, ma solo da parte di padre. Quando Anu si insediò sul trono, fu Enlil a sedersi alla sua destra. Nella graduatoria numerica dei 12 grandi dei Enlil era secondo ad Anu, con il grado di 50, mentre Enki veniva dopo con il grado di 40. Pur essendo primogenito, Enki non era il principe ereditario: quel titolo, insieme al diritto di successione, spettava al più giovane Enlil poiché sua madre era Antu. E Antu non era semplicemente la sposo ufficiale di Anu, ma era anche sua sorellastra, il che  garantiva a Enlil una dose doppia di seme genetico “fecondo”.

Emerge così il quadro di due antichi clan in competizione per la sovranità su Nibiru, a volte in guerra, a volte in cerca di pace attraverso matrimoni fa membri di famiglie diverse (una pratica nota anche sulla Terra, a cui spesso tribù o nazioni in guerra fra loro ricorrevano per riportare la pace) e dandosi il cambio sul trono, talora in modo violento, come nel caso del colpo di stato di Anu contro Alalu. Il nome del re deposto (Alalu in ittita) è nettamente diverso dei numerosi nomi caratterizzati dal prefisso En-, ma è praticamente identica lo strano nome Alala presente nella lista di Anu, il che lascia intendere che ci sia stata un'affiliazione a un clan diverso e l’accesso al trono grazie un matrimonio misto.

Quell'enfasi sulla propria linea genetica e sulle regole di successione si rifletteva anche nel racconto biblico dei Patriarchi.

Il violento rovesciamento di Alalu, che l'aveva indotto a fuggire dal suo grida di origine, fu un evento isolato o un episodio all'interno di una storia di lotta continua (seppur intermittente) fra due clan o forse, in termini planetari, tra due nazioni presenti su Nibiru? I dati nella lista degli dei lascia intendere che la sconfitta di Alalu sia stata la continuazione di un conflitto irrisolto fra i clan di Nibiru. Non fu il primo e neppure l’ultimo violento “cambio di regime”: alcuni testi suggeriscono che lo stesso Alalu fossi un usurpatore e che in seguito siamo stati fatti alcuni tentativi per rovesciare Anu…

Un dettaglio nella composizione della corte di Anu offre un indizio per capire gli eventi su Nibiru: l’elencazione di tre “comandanti responsabili delle astronavi a razzo Mu” e di due “comandanti delle armi”. Pensandoci meglio, questo significa che cinque militari costituivano circa metà il ministero di 11 (escludendo i sette scribi). Questo equivale a un governo militare. Viene data una evidente enfasi agli armamenti: due dei cinque militari si occupano solo di armi. Il vero e proprio palazzo era protetto da due terribili sistemi di armi, sotto il controllo di due principi reali. 

Protetto da che cosa e da chi?

A rischio di anticipare uno dei prossimi capitoli, possiamo già accennare che nel 2024 a.C. gli Anunnaki che si trovano sulla Terra ricorsero alle armi nucleari il loro continue lotte fra clan. Parecchi testi antichi ( che citeremo) dichiarano che furono usati sette dispositivi nucleari, ed è chiaro che tagliarmi furono portate sulla Terra da Nibiru. Indipendentemente dal fatto che lo Sharur e lo Sharzag che proteggevano il palazzo di Anu fossero armi di questo tipo, è evidente che le armi nucleari facevano parte dell'arsenale militare di Nibiru. Furono mai usate su quel pianeta? Perché no, dato lo furono su un pianeta lontano chiamato Terra, dove al culmine della loro presenza stazionavano 900 Nibiruani (600 Anunnaki e 300 Igigi)? Su Nibiru era in gioco molto di più!

Dopo essere partiti da una visione del nostro sistema solare come un assemblaggio ghiacciato, creato una volta per tutte, di pianeti che orbitano intorno a un calderone nucleare (il Sole), ora gli astronomi nell'era spaziale si rendono conto che i pianeti e perfino le loro lune brulicano di fenomeni naturali: hanno i loro nuclei nucleari, creano ed emanano calore, subiscono attività vulcaniche, sono dotati di atmosfere, hanno climi mutevoli; alcuni mostrano superfici ghiacciate, altri evidenziano caratteristiche simili a quelle della Terra, molti sono dotati di acqua, alcuni solo di laghi pieni di sostanze chimiche; certi sembrano del tutto inerti, altri rivelano composti complessi che potrebbero essere associati alla vita. Sono state perfino riscontrate le stagioni sugli “esopianeti” che orbitano intorno ad altri soli lontani, pianeti di cui solo fino a pochi anni fa si immaginava potessero esistere unicamente sul piano fantascientifico.

Grazie alle esplorazioni senza equipaggio iniziate negli anni 70, oggi sappiamo che il nostro vicino Marte, considerato fino a qualche decennio fa un pianeta privo di vita fin dalla sua nascita, è dotato di atmosfera (tuttora sufficiente per produrre occasionali tempeste di polvere), acqua corrente, fiumi e vasti laghi e mari; con un lago ghiacciato, il ghiaccio d'acqua e perfino terreno fangoso che permangono fino ai nostri giorni (figura 59, esemplari di resoconti scientifici). È degno di nota il fatto che già nel libro Il pianeta degli dei (1976) avevamo fornito le prove che un Marte abitabile serviva agli Anunnaki da stazione di passaggio per i veicoli spaziali che andavano avanti e indietro da Nibiru. Era lì che stazionavano gli Igigi con il compito di attuare servizi di navetta fra la Terra e Marte.


Sulla Terra, gli Igigi atterrato su un'ampia piattaforma dotata di torre di lancio chiamata “lo scalo”, costruita con enormi blocchi di pietra. Nel libro La via dell'immortalità l'abbiamo identificata nel sito noto come Baalbek sui monti del Libano. La vasta piattaforma di pietra esiste tuttora, come pure le rovine della torre di lancio, costruita con giganteschi blocchi di pietra, ciascuno dei quali pesa dalle 600 alle 900 tonnellate. All'angolo nord-occidentale della piattaforma la torre era rinforzata con tre immensi blocchi di pietra, ognuno con un peso superiore alle 1100 tonnellate (!), noti come il Trilithon (figura 60). Le tradizioni locali li attribuivano ai “giganti”.

Il nostro pianeta, la Terra, ha avuto un inizio violento: il raduno di oceani e mari, l'emersione e lo spostamento di continenti (“terraferma”), eruzioni vulcaniche e onde di marea (ricordate il Diluvio?), ere glaciali e intervalli caldi (alias cambiamento climatico) e problemi atmosferici dovuti a un eccesso di qualcosa (per esempio di emissioni di anidride carbonica) o di una carenza di qualcos’altro (come la perdita dell'ozono protettivo). È quindi logico presumere che anche il pianeta Nibiru abbia subito simili eventi naturali.

Chi ha letto Il pianeta degli dei e ne ha accettato le conclusioni su Nibiru si chiedeva ancora come gli Anunna fossero riusciti a sopravvivere su un pianeta la cui orbita lo allontana dal Sole: non avrebbero dovuto morire subito assiderati, insieme a ogni altra forma di vita? La mia risposta era stata che noi e la vita sulla terra affrontiamo lo stesso problema, nonostante il nostro pianeta si trovi a una presunta “distanza vivibile” dal Sole: ci basterebbe allontanarci un po' dalla superficie terrestre per morire considerati. Come altri pianeti, anche la Terra ha un nucleo nucleare che produce calore, e diventa sempre più calda man mano che i minatori scavano gallerie in profondità. Ma il nostro spesso mantello roccioso ci rende dipendenti dal calore proveniente dal sole e ciò che ci protegge è l'atmosfera terrestre che, agendo da serra, trattiene il calore che riceviamo dal Sole.


Nel caso di Nibiru, è di nuovo l'atmosfera a offrire protezione, ma lì la necessità consisteva soprattutto nel trattenere il calore proveniente dal nucleo del pianeta evitando che si disperdesse nello spazio. È infatti solo per una parte del suo “anno” (= un'orbita intorno al Sole) che l'orbita ellittica di Nibiru procura “un’estate" calda: durante il suo “inverno”, molto più lungo, il mantenimento della vita sul pianeta dipende dal calore del suo nucleo.

Come tutti i pianeti, anche Nibiru deve aver subito naturali cambiamenti climatici e atmosferici. Quando i suoi abitanti divennero in grado di eseguire voli spaziali con equipaggio e acquisirono la tecnologia nucleare, l'uso di armi atomiche aggravò i problemi atmosferici. Fu allora, come ipotizzò nel libro Il pianeta degli dei, che gli scienziati di Nibiru ebbero l'idea di creare uno scudo di particelle d'oro per riparare e proteggere l'atmosfera danneggiata del loro pianeta. Ma l’oro era un metallo raro su Nibiru, e il suo uso più o meno corretto per la salvezza del pianeta non fece che aggiungersi ai conflitti latenti.

Fu su questo sfondo di circostanze ed eventi che Anu sottrasse il trono ad Alalu e quest'ultimo, fuggendo su un'astronave a razzo per salvarsi la vita, cercò rifugio su un pianeta sconosciuto, lontano e disabitato. I Nibiruani chiamavano Ki il pianeta lontano: l'antico testo ittita chiarisce che «Alalu già sulla Terra oscura se ne andò». La scoperta casuale da lui fatta che le acque di quel pianeta contenevano oro di servire da asso nella manica per pretendere la reintegrazione al trono. Nel testo Il libro perduto del dio Enki avevo ipotizzato che Alalu avessi acconsentito che Ea andassi a verificare la scoperta, poiché Ea era suo genero, in quanto aveva sposato per ragioni di stato sua figlia Damkina. Nelle circostanze successive alla destituzione, caratterizzate da sfiducia e animosità, Ea/Enki, figlio di Anu e genero di Alalu, era forse l'unico che potesse guidare la Missione Terra godendo della fiducia di entrambe le parti. Fu così che Ea e il suo equipaggio di 50 unità giunsero sulla Terra per reperire e inviare a Nbiru l'inestimabile metallo, una missione e un arrivo iscritti da Ea  nella sua autobiografia.
Da quel momento in poi il pianeta Terra divenne il palcoscenico principale su cui si svolsero I sorprendenti interventi successivi.


Pur essendo un grande scienziato, Ea non poteva estrarre da quello che oggi chiamiamo golfo Persico più oro di quanto bene fosse: minuscole quantità richiedevano la lavorazione di enormi volumi di acqua. Da grande scienziato qual era, Ea segui le tracce dell'oro fino ad individuarne la fonte primaria più vicina: i filoni auriferi nel profondo delle rocce dell’Abu. Se Nibiru doveva avere l’oro, e di sicuro mi aveva un gran bisogno, gli Anunnaki dovevano passare a un'operazione di scavo e fondare Arali, la terra delle miniere.

Il cambiamento della natura della Missione Terra richiedeva più personale, nuove attrezzature, insediamenti su due continenti, nuove strutture di trasporto e comunicazione, nonché un tipo diverso di sovrintendente: meno scientifico e con maggiore esperienza organizzativa, di comando e di mantenimento della disciplina. Per questo compito venne scelto En.lil (= “Signore del comando”), il principe ereditario. Gli eventi successivi dimostrarono che si trattava di un comandante rigido nell'imporre la disciplina.

Mentre la venuta di Enki sulla Terra è documentata nella sua autobiografia, il viaggio di Enlil è registrato in un altro tipo di documento. Si tratta di un'insolita tavoletta circolare, un disco fatto di un inconsueto tipo di argilla. Ritrovata fra le rovine di Ninive (schizzo, figura 61), il suo attuale custode, il British Museum di Londra, la espone come se fosse semplicemente un esempio di scrittura antica. Un'azione incredibile, in cui non ci si rende conto della portata di quel manufatto che fornisce una straordinaria rappresentazione dei cieli, dove la rotta seguita da Enlil dal suo pianeta alla Terra è descritta sia graficamente che con le parole!

La tavoletta è suddivisa in sei segmenti e per fortuna le informazioni relative al viaggio di Enlil si trovano in un segmento perlopiù intatto. Ai margini del segmento vengono elencati i nomi delle stelle e delle costellazioni, indicando che lo spazio celeste è là fuori. 

Le scritte sui lati (in traduzione, figura 62) fanno pensare a istruzioni di atterraggio. Al centro del segmento è disegnata una rotta che collega il pittogramma per “pianeta montuoso” con una porzione di cielo usata comunemente nella astronomia sumera come pubblicazione della Terra. L'itinerario compie una svolta fra due pianeti I cui nomi Sumeri indicavano Giove e Marte. E la frase (in accadico) sotto la linea della rotta dice chiaramente «Il dio Enlil passò accanto ai pianeti». Ce ne erano sette, accuratamente contati, poiché chiunque entrasse nel nostro sistema solare dalla sua direzione esterna, avrebbe incontrato Plutone come primo pianeta, Nettuno e Urano come secondo e terzo, Saturno e Giove come quarto e quinto, Marte come sesto e la Terra come settimo.

Il cambiamento delle mansioni e nella struttura di comando non fu, nel migliore dei casi, un'impresa facile. Fu senza dubbio difficile ridimensionare i privilegi di Ea mandando sulla Terra il suo rivale al trono Enlil. La discordia e la diffidenza fra i due fratellastri si rifletterono da una parte nel grido di Enki che dichiara di essere il primogenito, “seme fecondo”, ora retrocesso di grado, e dall'altra parte in un testo che documenta come Enlil si lamenti del fatto che Ea gli neghi il (termine enigmatico tradotto di solito con “formule divine”), una specie di “chip di memoria” essenziale per ogni aspetto della missione. Le cose andarono così male che Anu in persona si recò sulla Terra per proporre ai suoi due figli di risolvere la questione della successione tirando a sorte. Lo sappiamo dall'Epopea di Atrahasis, e sappiamo sostanzialmente quello che ne seguì:

Gli dei si strinsero la mano, 
tirarono a sorte e poi divisero: 
Anu, loro padre, era il re, 
Enlil, il guerriero, Era il comandante.
Anu risalì in Cielo, 
[lasciò] la Terra ai suoi subalterni.
I mari, racchiusi come un laccio, 
furono dati al principe Enki.
Dopo che Anu fu ritornato in Cielo,
Enki scese sull’Abzu.

Le successive 14 righe del testo, che di sicuro parlavano del dominio e dei compiti di Enlil, sono troppo danneggiate per poter essere lette e tradotte completamente, ma le parti illeggibili di altre righe indicano che mentre Ea, rinominato Enki ( =“Signore della terra”) per consolazione, fu assegnato all’Abu per sovraintendere alle operazioni di scavo, Enlil assunse il controllo dell’Edin, di cui si citano chiaramente i due fiumi, il Tigri e l'Eufrate. Sappiamo da altri testi che Enlil aumento il numero degli insediamenti degli Anunnaki, passando dalla Eridu di Ea alle cinque famose città degli dei, alle quali poi mi aggiunse altre tre: Lara, Nippur e Lagash.

Nippur (accadico dal sumero Ni.ibru = “il piacevole luogo dell’attraversamento”) era il centro di controllo della missione di Enlil. Gli Anunnaki vi costruirono l’E.kur (= “casa che è come una montagna”), una torre-tempio la cui «cima saliva» verso il cielo; la sua camera più interna, dotata delle “Tavole dei destini” e in cui si sentiva il ronzio di altri strumenti che emettevano una luce azzurrognola, fungeva da Dur.an.ki, il “legame Cielo-Terra”. Costretto a fornire a Enlil il fondamentale, Enki (così dice la sua autobiografia) «riempì l’Ekur, la dimora di Enlil, con possedimenti» e «le barche di Meluhha, che trasportavano oro e argento, li condusse a Nippur per Enlil». Se evidenziamo gli otto insediamenti su una mappa, emerge una disposizione significativa (Figura 63). Nippur era fisicamente al centro, gli altri, situati a distanze concentriche, formavano un corridoio di volo che portava a Sippar (la città con la base di lancio) ed era ancorato sulle cime del Monte Ararat (la più alta configurazione topografica del Vicino Oriente). A Shuruppak c'erano le strutture mediche, Bad-Tibira era il centro metallurgico nel quale venivano lavorati i minerali provenienti dall’Abzu; da Sippar I lingotti venivano regolarmente trasportati su Marte in piccole spedizioni, poiché quel pianeta, con la sua minor forza gravitazionale, fungeva da base spaziale da cui gli Anunnaki inviavano carichi più grandi e pesanti verso Nibiru.

Gli Anunna arrivavano in gruppi da 50 e venivano divisi in due gruppi. Seicento, da allora in poi noti come Anunnaki (“Coloro che dal Cielo scesero sulla Terra”), vennero posti a servire sulla Terra; loro mansioni comprendevano il lavoro minerario nell’Abzu e i compiti nell’Edin. Altri 300, chiamati I.gi.gi ( =“Coloro che osservano e vedono”) effettuavano il servizio di navetta tra la Terra e Marte, e la loro base principale era su Marte.

L'organizzazione è raffigurata su un sigillo cilindrico vecchio 4500 anni, ora conservato al museo dell'Hermitage di San Pietroburgo, Russia (figura 64): mostra un Anunnaki come “uomo Aquila” (astronauta) sulla Terra (simboleggiata da sette punti e dalla falce di Luna) mentre saluta un Igigi, “uomo pesce” che indossa una maschera, su Marte (il simbolo del pianeta a sei punte); nel cielo fra di loro si vede un'astronave circolare con pannelli estesi.


Poiché la missione terra era in pieno svolgimento, Nibiru era salvo, ma sulla Terra stavano per scoppiare disordini.


Il racconto del malvagio Zu

Contesto sumero noto come il mito di Zu è una fonte d'informazioni sia sul Duranki di Enlil che sugli Igigi e le armi degli Anunnaki. Narra di un tentativo di colpo di stato ai danni di Enlil da parte di un comandante Igigi di nome Zu. (Una recente scoperta delle tavolette del testo suggerisce che il suo epiteto fosse An.zu, = “Uno che conosce i cieli”). Di stanza su Marte, dove erano costretti a indossare tute spaziali con maschere respiratorie (figura 64) e confinati sulla Terra presso “lo scalo” sulle montagne di cedri, «tutti gli Igigi erano in agitazione», si lamentavano ed erano irrequieti. Il loro comandante, Zu, fu invitato al quartier generale di Enlil per discutere della faccenda. Godendo di sufficiente fiducia per poter attraversare liberamente l'ingresso sorvegliato, «per togliere la supremazia a Enlil», per impossessarsi del comando, il «malvagio Zu concepiti nel suo cuore di impadronirsi delle divine Tavole dei destini, tenere in pugno i decreti di tutti gli dei… Comandare tutti gli Igigi».

E così un giorno, mentre Enlil stavo facendo il bagno, «Zu si impadronì delle Tavole dei destini, rubò l'essenza della sovranità di Enlil» e fuggì in un nascondiglio sulle montagne. Il futuro delle Tavole dei destini provocò un lampo di “accecante luminosità” e provocò l'arresto del Duranki:

Furono sospese le formule divine, 
il fulgore del santuario si spense, 
l'immobilismo si diffuse ovunque, 
il silenzio prevalse.

«Enlil era senza parole. A quella notizia, gli dei del paese si radunarono». Allarmato dalla gravità della usurpazione, Anu cerco un volontario fra gli dei che sfidasse Zu e  recuperasse le Tavolette dei destini, ma tutti quelli che ci provarono fallirono perché i misteriosi poteri delle Tavole respingevano tutti i proiettili sparati contro Zu. Infine Ninurta, il primogenito di Enlil, usando la sua “arma con sette turbini di vento” (vedi illustrazione) creò una tempesta di polvere a cui seguì una battaglia aerea. Gridando «ala ad ala!», Ninurta, sparò un Til.lum (= missile) contro i “pignoni” di Zu, facendolo precipitare al suolo. Zu fu catturato da Ninurta, processato e condannato a morte. Le Tavole dei destini furono nuovamente installate nel Duranki.

Rievocando il racconto sumero di Zu, anche le tradizioni di altri popoli narrano di duelli aerei. Il testo geroglifica egizio “La contesa tra Horus e Seth” descrive la sconfitta di Seth da parte di Horus in una battaglia aerea sopra la penisola del Sinai. Mi racconti sugli dei greci le violente lotte fra Zeus e il mostruoso Tifone terminano quando Zeus,  nel suo carro alato, lancia un fulmine contro il magico congegno aereo del suo avversario. Anche i testi induisti in sanscrito contengono descrizioni di battaglie aeree fra divinità che volano in “carri portati dalle nuvole” e usano missili.






Z.SITCHIN