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giovedì 28 febbraio 2019

I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE


Dopo aver dato nuova forma ai cieli, creato la Terra e plasmato il bracciale martellato, Marduk «attraversò i cieli e contemplò le regioni… misurò la sua Grande Dimora». E poiché ciò che vide gli piacque, dice il testo mesopotamico, «Egli (Marduk) fondò la stazione di Nibiru».

A livello celeste, facendo del sistema solare la sua dimora, “Marduk” è diventato il pianeta Nibiru. È stato aggiunto un 10º pianeta, un 12º membro del sistema solare (Sole, Luna e 10 pianeti), proprio come troviamo raffigurato su un sigillo cilindrico del 2500 a.C. (catalogato VA-243 nel museo dell'Asia Anteriore di Berlino, figura 51, con l'aggiunta di schizzo ingrandito). La somiglianza con l'ordine della formazione planetaria fornito dall’Enuma Elish (illustrato nella figura 46) parla da sé.

L'ordine del nuovo pianeta si estendeva dalla «regione di Apsu alla dimora di Ea», da una “dimora” (perigeo) vicino al Sole a una “dimora” (apogeo) ben oltre Nettuno (figura 52). Con questa grande orbita ellittica, il “destino” celesti di Marduk divenne supremo, proprio come gli era stato promesso.

L'epica dici che fu quest'orbita a dare il nome del nuovo membro del sistema solare, poiché Nibiru significa “attraversamento”.

Pianeta Nibiru:
I crocevia del Cielo della Terra egli occuperà.
Sopra e sotto [gli dei] non passeranno, 
ma dovranno aspettarlo.
Pianeta Nibiru:
Pianeta che brillano i cieli.
Detiene la posizione centrale, 
a lui gli dei dovranno rendere omaggio.
Pianeta Nibiru:
Elude senza stancarsi 
continua ad attraversare Tiamat.
Che il suo nome sia “attraversamento”!

Chiamata shar (=“del re”), questa orbita era matematicamente pari a 3600, suggerendo di essere il periodo orbitale di Marduk/Nibiru 36 100 anni terrestri. Dato che ogni anno (un'orbita è infatti un anno per Nibiru!) ritorna al suo perigeo, dove si trovava Tiamat. Nibiru interseca l’eclittica: È il suo punto d'intersezione, e ogni volta che il genere umano ha assistito a quell’evento, Nibiru è stato rappresentato come un pianeta radiante, simboleggiato dal segno della croce (figura 53).

Le prove geologiche, geofisiche e biologiche raccolte sulla Terra, Sulla Luna e da asteroidi e meteoriti hanno convinto gli scienziati moderni che circa 3,9 miliardi di anni fa, più o meno 600.000 anni dopo la formazione del nostro sistema solare, si deve essere verificato un cataclisma, un “evento catastrofico di collisione” che ha colpito la nostra parte di sistema solare. Io ho suggerito che “l’evento” c'è stato la battaglia celeste fra “Marduk” e Tiamat.

L’Enuma elish ha riempito quattro tavolette con il racconto della Creazione fino a quel momento, la Bibbia ebraica l'ha fatto in otto versetti e in due giorni divini.

Nella traduzione di re Giacomo a noi nota, apprendiamo (versetti 1-5) che all'inizio della Creazione del Cielo della Terra quest’ultima «era informe e vuota» e “l’abisso” era ricoperto dalle tenebre. Allora «lo Spirito di Dio aleggiò sulle acque» e Dio ordinò «Sia la luce! E la luce fu». E avendo «separato la luce dalle tenebre», Dio «chiamò la luce giorno e le tenebre notte» e «fu sera e fu mattina: primo giorno».

Sarebbe meno difficile distinguere in quelle parole la loro origine mesopotamica se si seguisse l'effettivo testo ebraico. Lì le tenebre non ricoprivano l’abisso, ma erano sopra Tehom, ebraico per Tiamat; è il Ru’ah, vento e non “spirito” (il satellite di Marduk) che sia diretto verso Tehom/Tiamat, poiché il suo fulmine, non semplice “Luce”, la colpì.

Le traduzioni dei versetti 6-8, gli eventi del secondo giorno, usano il termine “firmamento” (per descrivere la fascia degli asteroidi) laddove l'ebraico dice Raki’a (Rakish nel testo babilonese), che significa letteralmente “bracciale martellato”. Situato «in mezzo alle acque» per separare le “acque sopra” dalle “acque sotto”, è lo Sham-Mayim (=“luogo delle acque”) che è stato tradotto con “Cielo”.

Scegliendo di saltare le parti politeistiche sulla genealogia, le rivalità e le discussioni delle molteplici divinità, l’autore-curatore della Genesi si è limitato a riaffermare il fatto scientifico di una Terra staccatasi da Tiamat in seguito a una collisione celeste. Secondo la visione antica il bracciale martellato/la fascia degli asteroidi fungeva da “firmamento” o da “Cielo” per separare delle regioni celesti; era evidente che il termine ebraico per quella regione, Shama’yim, e il suo significato, “Cielo”, però stati mutuati direttamente dal verso iniziale dell’Enuma elish: «elish, la nabu shamamu» (=«nell'alto il Cielo non avevo ancora un nome»). In realtà la nozione biblica di un “alto” e di un “basso” celesti derivava dai due versetti di apertura dell’Enuma elish: “l’alto” del primo verso appena citato e “il basso” nel secondo verso, Shaplitu, ammatum shuma la zakrat (= «E in basso anche la solida Terra non aveva nome»).

Al primo sguardo una simile divisione celeste in un “alto” (firmamento/Cielo) e in un “basso” sembra sconcertante, ma i termini diventano chiari e pertinenti se illustriamo l'affermazione sul complimento da parte di Nibiru dell’attraversamento “in mezzo” dove prima si trovava Tiamat.

Pensando al suo apogeo fra Marte e Giove, di fatto Nibiru compie l'attraversamento nel punto centrale fra tutti gli altri pianeti del sistema solare (Luna compresa). Come spiega la terminologia biblica, lo Shama’yin (letteralmente “luogo delle acque”, tradotto però “Cielo”) e il luogo del “firmamento” (Raki’a, Rakish). In realtà il luogo in cui Nibiru “attraversa” divide il sistema planetario in un “alto” e in un “basso”: nei pianeti esterni del sistema solare (“alto”) e in quelli interni (“basso”) vicini al Sole.


Quanto detto dall’Enuma elish e dalla Bibbia È confermato dall'astronomia moderna, che si riferisce il gruppo “in basso” come ai “pianeti terrestri” e al gruppo “in alto” come ai “pianeti esterni”, separati dalla fascia degli asteroidi.

Quel dogma fondamentale della cosmologia e dell'astronomia antiche È confermato perfino da una illustrazione sul sigillo cilindrico, attualmente esposizione al Museo delle Terre bibliche di Gerusalemme, Israele, che esprime graficamente questa divisione celeste (figura 54). Il disegno con la sua cannuccia con cui si beveva la birra come fascia degli asteroidi che funge da elemento divisorio: alla sua sinistra mostra i pianeti del “basso” (partendo da Venere come ottavo pianeta, a cui seguono la Terra e la sua Luna crescente, e Marte più vicino alla cintura) e dall'altra parte quelli in “alto”, variabile Giove e Saturno con i suoi anelli.

Con l'inizio della Tavoletta V, il testo dell’Enuma elisa prosegue ascrivendo a Marduk la fondazione dei “recinti del giorno e  della notte”, con l'assegnazione della notte alla Luna e del giorno al Sole, e gli attribuisce tutte le conquiste astronomiche sumere: fu lui a istituire il calendario lunisolare, a dividere i cieli in tre zone e a raccontare le stelle in 12 costellazioni zodiacali, dotandole di “simboli”.

Troviamo questo segmento ripetuto quasi parola per parola in Genesi 1,14-19, dove a Dio viene attribuita “la distinzione del giorno dalla notte”, l'aver preso il Sole e la Luna responsabili «per le stagioni, per i giorni e per gli anni» e aver formato le costellazioni e anche loro segni.

Dopo essersi occupata di tutte le questioni celesti, l'attenzione divina si sposta sulla Terra stessa, per renderla abitabile. Nel testo mesopotamico siamo alla Tavoletta V, di cui fu trovata una copia completa e pressoché intatta (mancano solo 22 linee circa) soltanto sul finire degli anni 50 in un improbabile sito turco di nome Sultantepe. Da questa tavoletta si viene a sapere che, dopo aver affidato i loro incarichi al Sole e alla Luna, Marduk rivolse la sua attenzione la sua energia creativa alla trasformazione della Terra, che in origine era stata la parte superiore di Tiamat, in un posto vivibile.

Prendendo lo sputo di Tiamat, 
Marduk creò […].
Formò le nuvole e le riempì di [acqua], 
sollevando i venti affinché portassero la pioggia e il freddo.
Posizionando testa di Tiamat, 
v’innalzò sopra le montagne.
Fece sgorgare dai suoi occhi 
il Tigri e l’Eufrate.
Bloccando le sue narici, egli […].
Dalle sue mammelle formò le alte montagne. 
[lì dentro] perforò le sorgenti 
per realizzare pozzi da cui portar via [l’acqua].

È ovvio che, essendo appena stata staccata da Tiamat, la Terra ha bisogno di essere rimaneggiata e rimodellata dal suo creatore per diventare un pianeta abitabile con montagne, fiumi, acque correnti, ecc. (a mio parere lo “sputo” si riferisce alla lava eruttata dai vulcani).

Ritornando alla Bibbia, troviamo che anche la Genesi riferisce che, dopo aver completato le sistemazioni celesti, l'attenzione divina si rivolse alla Terra. I versi 9-10 descrivono i passi compiuti per renderla abitabile:

Dio disse: 
Le acque che sono sotto il cielo, 
si raccolgono in un solo luogo 
e appaia all'asciutto. 
E così avvenne. 
Dio chiamò l’asciutto terra 
e la massa delle acque mare.

Questo racconto biblico in pieno accordo con le moderne scoperte che tutte le terre emerse della Terra costituivano inizialmente un supercontinente (la Pangea), emerso quando tutte le acque della Terra si riunirono nella Pantalassa. Col tempo la Pangea si ruppe e le sue parti si separarono, dando origine a diversi continenti (figura 55). Questa moderna teoria della “deriva dei continenti” è fondamentale per tutte le scienze della Terra, ed è decisamente notevole trovarla espressa in modo chiaro nella Bibbia (e probabilmente anche nelle linee mancanti della Tavoletta V).

I testi ebraici e babilonesi forniscono qui un processo logico e accurato dal punto di vista scientifico: inseguimento ferito della ricca d’acqua Tiamat comincia ad assumere una forma planetaria, le acque raccolte nella parte cava (di cui l'oceano Pacifico è quella più grande e profonda) rivelano le terre emerse, compaiono i continenti, vengono innalzate le montagne, I vulcani sputano lava il gas, dando origine a un’atmosfera, sopraggiungono le nubi e le piogge, i fiumi cominciano a scorrere. La Terra è pronta per la vita.

«Così», dice l’Enuma elish nella Tavoletta V, riga 65, «egli (Marduk) creò il Cielo e la Terra».

«Così», dice la Bibbia in Genesi 2, versetto 1, «furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere».

Considerando l’Enuma elish come una sofisticata cosmogonia, e non come un racconto allegorico di una battaglia fra il bene (il Signore/Marduk) e il male (il mostro/Tiamat), abbiamo ottenuto una spiegazione coerente a molti enigmi del nostro sistema solare, e siamo in grado di spiegare la comparsa incredibilmente rapida della vita sulla Terra, e la compatibilità fra gli Annunci e le figlie degli uomini. La mia ipotesi che la Bibbia abbia fatto la stessa cosa.


La versione di Beroso


Si deve presumere che fai testi fondamentali che sono stati copiati e ricopiate, Beroso abbia avuto tra le mani una versione racconto di Marduk, Tiamat e della battaglia celeste mentre redigeva la sua Babyloniaca in tre volumi. A quanto pare è stato proprio così. Secondo lo storico Alessandro Polistore, una delle fonti che hanno permesso di risalire ai Frammenti di Beroso, nel Libro I Beroso scrisse (tra le altre cose):

Ci fu un tempo in cui non esisteva nient'altro che le tenebre e un abisso dia acque in cui vivevano  le più orrende creature…
Quella che esercitava il comando su di loro era una femmina di nome Thallath, che in caldeo significa “il mare”…
Belus (=“il Signore”) Venne che fece a pezzi la femmina; 
da una metà formò la Terra, 
e dall'altra i Cieli;
nello stesso tempo distrusse le creature dell’Abisso…
Questo Belus, che il uomini chiamavano Deus, divise le tenebre 
e separò i Cieli dalla Terra, 
e mise ordine nell’universo…
Formò anche le stelle, il Sole e la Luna, 
insieme a cinque pianeti.

Beroso aveva avuto successo a una copia completa e intatta della Tavoletta V dell’Enuma elish? Questa interessante domanda mi fa sorgere un'altra più generale: dove, in quale biblioteca e fra quale collezione di tavolette Beroso si è seduto a copiare testi e a scrivere i suoi tre volumi? La risposta potrebbe essere contenuta nella scoperta fatta negli anni 50 che una collinetta di nome Sultantepe, a poche miglia da Haram (ora Turchia), era effettivamente il sito di un'importante scuola scrittoria e biblioteca, Dove furono trovate molte tavolette che fino ad allora si consideravano perdute.



Z. SITCHIN

lunedì 18 febbraio 2019

LA BATTAGLIA CELESTE: MARDUK CONTRO TIAMAT

Nella Tavoletta II, l’Enuma Elish segue le tracce della comparsa di due campi planetari avversi diretti verso l'inevitabile collisione.

Riferendosi agli dei celesti come entità viventi, il testo racconta che mentre Tiamat stava formando i suoi satelliti che vorticavano con ferocia, nelle zone più esterna del sistema solare Ea/Enki si rivolgeva a suo “nonno” Anshar per organizzare i vari pianeti e far sì che nominassero “Marduk” loro comandante nella battaglia contro Tiamat e la sua schiera: «Lasciamo che lui che è potente sia il nostro vendicatore, lasciamo che Marduk, scaltro in battaglia, sia l’eroe!»


Una frase cruciale subentra quando “Marduk” si avvicina al colossale Anshar, poiché quest’ultimo (= Saturno) ha “labbra”, anelli maestosi, che si estendevano oltre il suo volto. Incontrandolo, Marduk si avvicina e «bacia le labbra di Anshar» (= gli anelli di Saturno). L’approvazione e “l’accettazione” da parte del bisnonno dinastico incoraggiano Marduk a esprimere i propri desideri: «Se davvero, come vostro vendicatore, devo sconfiggere Tiamat … convocati un'assemblea per proclamare il mio destino supremo!». Un “destino” celeste, un'orbita più grande di quella degli altri pianeti: questa è la richiesta di Marduk.

È qui (nel frattempo siamo alla Tavoletta III) che, secondo la cosmogonia sumera, il futuro Plutone ottiene proprio status planetario e la propria orbita particolare. Una luna di Anshar/Saturno di nome Gaga viene staccata dalla forza dell’incombente Marduk e inviata come emissario a Lahamu e Lahmu, a quanto pare per sollecitare il loro voto a favore del conferimento del comando a Marduk. Al suo ritorno, Gaga gira per tutto il tempo all’indietro verso il più esterno Ea/Nettuno; lì diventa il pianeta da noi chiamato Plutone, con la sua orbita dalla strana inclinazione volte a porta fuori e a volte dentro l'orbita di Nettuno. (Consapevoli  di quell’orbita inusuale, i Sumeri rappresentavano il pianeta come una divinità bifronte, che vedeva il suo signore Ea/Enki/Nettuno ora in un modo ora nell'altro, figura 48).

Con tutti i pianeti contrari a Tiamat favorevoli alla richiesta di supremazia di Marduk (Tavoletta IV), il gigante Kishar/Giove aggiunse altre armi all’arsenale di Marduk: oltre ai quattro satelliti (chiamati “Vento del Sud, Vento del Nord, Vento dell’Est, Vento dell’Ovest”) che aveva ottenuto da Anu/Urano esci ne ricevete altri spaventosi (“Vento del Male, Turbine del Vento, Vento senza Pari”), formando così un terribile manipolo di «sette in tutto».

Con questi rinforzi Marduk, «pieno di una fiamma ardente», in grado di scagliare fulmini e frecce, dotato di un campo magnetico per «intrappolare Tiamat in una rete», «affrontò la rabbiosa Tiamat». Quest’ultima nel frattempo sta ruotando verso Nibiru/Marduk: la battaglia celeste, la collisione, è imminente.

Tiamat e Marduk, il più saggio tra gli dei,
avanzavano l'una contro l'altro.
Si preparavano a un duello,
si avvicinavano alla battaglia.
Egli piazzò i quattro venti
così che lei non potesse sfuggire:
il Vento del Sud, il Vento del Nord, 
il Vento dell'Est, il Vento dell'Ovest.
Teneva stretta al suo fianco la rete,
dono di suo nonno Anu.
Generò il  Vento del Male, il Turbine di Vento
e l'Uragano per sconvolgere le viscere di Tiamat.
Tutti e sette si levarono dietro di lui.
Davanti a sé pose il lampo,
riempì il proprio corpo di una fiamma ardente.
La sua testa era circondata da un alone spaventoso,
un enorme terrore lo avvolgeva come un mantello.

Quando i due pianeti scagliati l'uno contro l'altro si avvicinarono, Marduk, andò all'attacco.

Il Signore distese la sua rete per intrappolarla,
la scagliò in faccia al Vento del Male, che gli stava dietro.
Quando Tiamat aprì la bocca per divorarlo,
le scatenò contro il Vento del Male, così che lei non riuscì a 
richiudere le labbra.

In base a questo resoconto dettagliato della battaglia, Tiamat fu dapprima colpita alla "bocca" da uno dei sette satelliti di Marduk. Poi le altre lune di Marduk servirono da armi:

I feroci venti caricarono  il suo ventre,
il suo corpo era disteso, la sua bocca spalancata.
Egli scagliò una freccia che le dilaniò il ventre,
penetrò nelle sue viscere e le spezzò il cuore.
Dopo averla così domata, egli spense il suo soffio vitale.

Così, secondo la cosmogonia sumera di cui si serba ancora traccia nell'Enuma Elish, in questo primo scontro fra Marduk e Tiamat non si verifica la collisione dei due pianeti: furono i "venti", cioè i satelliti, di Marduk a colpire Tiamat, «spezzandole il cuore» e «spegnendo il suo soffio vitale». Questo primo scontro è illustrato nella figura 49.

Mentre il colpo definitivo verrà inferto alla squarciata Tiamat in uno scontro successivo, in questo primo round Marduk e i suoi venti hanno a che fare con la "schiera" di satelliti orbitanti di Tiamat. I più piccoli, «frantumati, tremanti di paura, invertirono la rotta per salvarsi la vita... saldamente accerchiati, non poterono scappare». L'espressione «invertirono la rotta»,  si spinsero in direzione di Marduk che stava avanzando, spiega la loro trasformazione, altrimenti inesplicabile, in comete dall'orbita retrograda.

Kingu, il loro comandante, «reso inanimato», vieni legato tenuto prigioniero, privato della “Tavola dei destini” che stava per farne un pianeta a tutti gli effetti. Catturandolo, Marduk «gli portò via la Tavola dei destini, di cui non era il legittimo proprietario», e trasferì a se stesso la capacità orbitale. Ormai priva di atmosfera, Kingu è relegato al ruolo di Dug.ga.e, termine sumero che può essere tradotto con “circolatore senza vita», condannato per sempre a girare intorno alla Terra.

Ora in grado di entrare in orbita, Marduk gira indietro per ritornare da Anshar e da Ez/Nudimmud e riferire loro della sua vittoria. Dopo aver completato la sua prima orbita solare, ritorna sul luogo della battaglia celeste: «tornò da Tiamat che aveva sottomesso». Questa volta è lo stesso Marduk a entrare in collisione con Tiamat ferita, smembrandola.

Il Signore si fermò a vedere il suo corpo senza vita.
Ingegnosamente concepì un piano per smembrare il mostro.
Poi lo aprì in due parti, come se fosse un mitilo.

La sorte delle due parti è di fondamentale importanza; nel testo antico ogni singola parola è significativa, poiché è qui che assistiamo alla sofisticata comprensione degli Anunnaki dell'origine della Terra, della Luna e della fascia degli asteroidi:

Il Signore calpestò la parte posteriore di Tiamat.
Con la sua arma li tagliò di netto il cranio;
recise le arterie del suo sangue 
e spinse il Vento del Nord a portarla 
verso luoghi sconosciuti.
L'altra metà di lei 
egli innalzò come un paravento per i cieli.
Piegò la coda di Tiamat 
fino a formare la Grande Fascia come un bracciale.
Incastrando insieme pezzi, 
li appostò come guardiani.


Nel mio libro Il pianeta degli dei avevo ipotizzato che la metà superiore recisa di Tiamat (il cranio), spinta in un altro punto del sistema solare, sia diventata il pianeta Terra in una nuova traiettoria orbitale; che Kingu, condannato ad essere un “circolatore senza vita”, sia stato portato con lei per diventare la Luna della Terra, e che la parte posteriore di Tiamat, mandata in frantumi, si sia trasformata nella fascia di asteroidi (la “Grande Fascia” o il “bracciale martellato”) figura 50. L'idea che le lune più piccole di Tiamat andare in frantumi siano diventate le sconcertanti comete retrograde che «invertirono la rotta» e assunsero l'orbita retrograda di Marduk é corroborata dall'affermazione che “Marduk” «le legò alla propria coda», trascinandole nella sua direzione orbitale retrograda.

Questa interpretazione del racconto della Creazione, ribadita ripetutamente in vari testi Sumeri, offre anche l'unica spiegazione plausibile dei versetti biblici della Genesi dedicati all'evento e all'origine della vita sulla Terra.

  • Nel primo scontro, le lune satelliti di “Marduk” colpiscono e mutilano Tiamat
  • Nel secondo scontro, quello decisivo, “Marduk” stesso “calpesta” Tiamat, la colpisce ed entra in contatto con essa, aprendola in due. È così che il “seme della vitapresente su Marduk viene trasferito alla futura Terra e condiviso con essa. Dato che mantiene le acque di Tiamat, il futuro pianeta sarà ricco di acqua.
  • La metà superiore (il “cranio”) di Tiamat viene spinta verso una nuova collocazione orbitale per diventare la Terra, ora inseminata con il DNA di Marduk.
  • La metà spinta via (la futura Terra) porta con sé l’inanimato Kingu per farne la propria Luna.
  • La parte inferiore viene mandata in frantumi che, legati insieme come un bracciale, danno origine alla fascia degli asteroidi.
  • Il luogo in cui si è svolta la battaglia celeste, dove un tempo orbitava Tiamat, è chiamato Shamamu in accadico e Shamay’im in ebraico, termini che sono stati tradotti con cielo, ma che derivano da Ma’yim, “acque”, il luogo in cui un tempo si trovava la ricca acqua di Tiamat.

Nei testi mesopotamici questa sequenza viene ripetutamente espressa con la seguente affermazione:

Dopo che il cielo era stato separato dalla Terra, 
dopo che la Terra era stata allontanata dal cielo.







Z.SITCHIN

martedì 5 febbraio 2019

IL PIANETA LONTANO CHIAMATO NIBIRU

Il concetto di viaggio nello spazio non è più relegato esclusivamente alla fantascienza. Seri scienziati non escludono che un giorno, prima o poi, noi terrestri potremmo mandare i nostri astronauti non solo sulla Luna, il nostro satellite celeste, ma anche suonato pianeta più lontano. Alcuni sapienti osano addirittura riconoscere che la vita, anche simile alla nostra, possa esistere “da qualche parte” nel vasto universo con le sue innumerevoli galassie, costellazioni e miliardi di stelle (“soli”) attorno ai quali orbitano satelliti chiamati “pianeti”. Ma l'argomentazione procede dicendo che questi esseri senzienti, pur essendo abbastanza intelligenti da avere loro programma spaziale, non potranno mai visitare il nostro pianeta (nè noi potremmo recarci sul loro) perché l'uomo più vicino nel cosmo sul quale potrebbe esistere una vita di questo genere è “lontano anni luce”, dove per anno luce si intende l'inconcepibile distanza percorsa dalla luce in un anno.

E se invece un pianeta compatibile fosse molto più vicino? Per esempio nel nostro sistema solare? E che cosa succederebbe se il viaggio da questo pianeta alla Terra richiedesse solo un certo numero di anni “normali”, e non anni luce?

Non è una domanda teorica, perché è esattamente questo che ci viene detto dai testi antichi, se solo smettessimo di considerarli come miti e fantasie e li vedessimo come effettivi ricordi e documenti di eventi reali. È grazie a questo atteggiamento che un libro pionieristico come Il pianeta degli dei ha potuto vedere la luce.

È logico che se Eridu in Mesopotamia era la “casa lontano da casa”, doveva esserci una casa da cui Enki proveniva. Se i 50 che formavano il suo equipaggio erano chiamati “Coloro che dal Cielo scesero sulla Terra” (=Anunnaki), dovevano provenire da un luogo reale nei cieli. Così doveva esserci un luogo, da qualche parte del cosmo, da cui aveva avuto inizio il viaggio verso la Terra, un posto nel quale potessero vivere essere intelligenti, in grado di viaggiare nello spazio circa 450.000 anni fa. Noi lo chiamiamo “Pianeta X” o “Pianeta degli Anunnaki”, nell'antica Mesopotamia veniva chiamato Nibiru. Suo suo simbolo onnipresente in tutto Il mondo antico era il disco alato (vedi figura 10), la sua orbita veniva tracciata e osservata con la massima riverenza, ed è fuori discussione che innumerevoli testi, a partire dall'Epoca della Creazione, si riferiscono a esso per nome ripetutamente.


Quando, alla fine del XIX secolo, furono trovate e decifrate le tavolette astronomiche della Mesopotamia, gli scienziati dell’epoca (Franz Kugler ed Ernst Weidner sono considerati ancora oggi figure di spicco) discutevano se Nibiru fosse solo un altro nome per Marte o Giove. Il fatto che gli antichi non potessero conoscere nessun pianeta oltre Saturno era un assioma accettato. Fu un passo avanti di grande importanza il momento in cui, nel cuore di una notte, mi resi conto che Nibiru non è né Marte né Giove, ma è il nome di un altro pianeta nel nostro sistema solare.


Si può far cominciare la catena delle prove dalla Bibbia ebraica, nel versetto 1 del capitolo 1 della Genesi: «In principio Dio creò il cielo la terra». È così che cominciano praticamente tutte le traduzioni delle prime tre parole della Bibbia ebraica, Bereshit bara Elohim (per il momento considereremo valida questa traduzione). Proseguendo con soli 31 versetti, la Bibbia ebraica racchiude poi la Creazione, da come vennero formati il Cielo con il “bracciale martellato” in alto e la Terra in basso, a come ebbe inizio la vita sulla Terra, dalle erbe agli animali acquatici, ai vertebrati, ai mammiferi e infine all'uomo. La sequenza biblica (che comprende una fase con i dinosauri, nel versetto 21) coincide con le moderne scoperte scientifiche sull'evoluzione, al punto da rendere priva di fondamento l'idea che Bibbia e scienza siano in conflitto.

Le scoperte le delle tavolette iscritte dell'Epica della Creazione mesopotamica (come descritto nel capitolo precedente) non a should be sul fatto che chiunque abbia redatto la versione biblica conosceva bene il racconto dell’Enuma Elish, che concentrava nelle sue sei tavolette più la settima celebrativa le sei fasi (“giorni”) della Creazione più un settimo “giorno” santificato di gratificazione divina.

Una simile consapevolezza della sequenza descritta nelll’Enuma Elish non era possibile solo dalla diffusione e dalla longevità delle tavolette che contenevano il testo, ma era probabilmente inevitabile, dato che l'Epica della Creazione veniva letta in pubblico come parte delle celebrazioni per il nuovo anno, prima in Sumeria e poi a Babilonia, in Assiria e oltre, in tutto il Vicino Oriente antico. La lettura iniziava la vigilia del quarto giorno delle celebrazioni e durava per tutta la notte, poiché l’Enuma Elish (così è intitolata la versione più completa dell'epica babilonese) è lungo e dettagliato. Il suo aspetto religioso-scientifico centrale era una una battaglia fra una dea celeste chiamata “Tiamat” e un dio celeste vendicatore e liberatore, ed è questo il motivo principale per cui gli studiosi moderni hanno considerato il testo sia un mito che un racconto allegorico della lotta fra bene e male, una specie di versione antica della storia di San Giorgio e il drago.

Nel mio libro Il pianeta degli dei avanzavo l'audace ipotesi che l'Epica della Creazione sia invece sostanzialmente un grande testo scientifico che inizia con una cosmogonia che racchiude l'intero sistema solare, spiega le origini della Terra, della Luna e della fascia degli asteroidi, rivela l'esistenza del pianeta Nibiru, procede con l'arrivo degli dei Anunnaki sulla Terra e descrive la creazione dell'uomo e la nascita della civiltà. Un testo adattato la promozione di scopi religioso-politici a cui è stato aggiunto un finale che proclama la vittoriosa assunzione della supremazia da parte del rispettivo dio nazionale (Enlil in Sumeria, Marduk a Babilonia e Ashur in Assiria).


Indipendentemente dalla versione, quando iniziarono gli eventi primordiali, “il Cielo in alto” e “la solida Terra in basso” doveva ancora nascere:

Enuma elish la nabu shamamu
Quando nell'alto il cielo non avevo ancora un nome
Shaplitu ammatum shuma la zakrat
[E] in basso anche la solita Terra non aveva un nome

in quell'epoca primordiale, dicono i testi antichi, il sistema solare cominciò a prendere forma con solo tre attori celesti: un Apsu primordiale, il suo compagno Mummu e un'entità celeste divina di nome Ti.amat. (I tre nomi nel testo babilonese sono rimasti invariati, così com'erano nell'origine sumero non ritrovato, e significano rispettivamente “Uno che esiste fin dal principio”, “Uno che è nato” e “Vergine che dà la vita”).

Gli dei celesti, i pianeti, cominciarono essere generati allorché Tiamat, un pianeta ricco di acqua, iniziò a «mescolare le acque» con il maschio Apsu (il Sole). Dapprima nello spazio fra loro viene formata la coppia composta da Lahamu e Lahmu: poi, «superiore in statura», appare la coppia più grande formata da Kishar e Anshar, e infatti viene creata la coppia costituita da Anu e Nudimmud. Questi sono nomi Sumeri (che attestano l'origine sumera dell’epica), tranne Anu, che è la versione babilonese del sumero An (=“il celeste”).

Il sistema solare che ne risulta (figura 46) corrisponde precisamente al nostro e alla disposizione planetaria che conosciamo (ad eccezione di Tiamata, su cui fra poco forniremo ulteriori informazioni).

Sole - Apsu, “Uno che esiste fin dal principio”
Mercurio - Mummu, “Uno che è nato”, il compagno del Sole
Venere - Lahamu, “Signora delle battaglie”
Marte - Lahmu, “Divinità della guerra”
?? - Tiamat - “Vergine che dà la vita”
Giove - Kishar, “Il primo delle terreferme”
Saturno - Anshar, “Il primo dei cieli”
Gaga - messaggero di Anshar, il futuro Plutone
Urano - Anu, “Quello dei cieli”
Nettuno - Ea/Nudimmud, “Abile creatore”

La scienza moderna ritiene che il nostro sistema solare si sia formato circa 4,5 miliardi di anni fa, quando una nube vorticosa di polvere cosmica che circondava il Sole cominciò ad agglomerarsi, dando origine ad alcuni pianeti che orbitavano intorno, pianeti distanziati il suo stesso piano orbitale (chiamato eclittica) e che si muovevano in cerchio nella stessa direzione (in senso antiorario). La descrizione presente nell'epica Mesopotamia concorda con queste scoperte moderne, ma offre una sequenza diversa (e probabilmente più accurata) nella formazione dei pianeti. I nomi Sumeri dei pianeti sono descrizioni significative e minuziose di questi corpi celesti, fatti che la scienza moderna continua a scoprire, come per esempio nel 2009, quando si è appurato che “il primo dei cieli” è effettivamente Saturno (“Ashar”) e non il più massiccio Giove (“Kishar”), questo per via del suo sistema di anelli che estendono notevolmente la sua portata.

L'epica riferisci che il sistema solare che ne è risultato era inizialmente instabile e caotico. Le orbite planetarie non erano ancora saldamente stabilite: «I fratelli divini si coalizzarono» avvicinandosi troppo l'uno all’altro. «Disturbavano Tiamat muovendosi avanti e indietro», spostandosi in orbite instabili e spingendosi verso Tiamat. Perfino le forze gravitazionali magnetiche del Sole erano inefficaci: «Apsu non riusciva a ridurre il loro clamore». Di nuovo, anche la scienza moderna, abbandonando l'idea nutrita per lungo tempo in base alla quale il sistema solare si era formato in maniera definitiva, ora scopre che rimase instabile per molto tempo dopo essersi formato e che vi furono spostamenti e collisioni.

Gli instabili dei celesti «con i loro comportamenti stravaganti in cielo turbavano il ventre di Tiamat», racconta l’Enuma Elish, spingendola a formare la sua terribile “schiera”, un gruppo di lune satelliti che le appartenevano. Questo, a sua volta, produsse un disordine ancora maggiore che mise in pericolo gli altri dei celesti. In quella fase rischiosa, il dio celeste più esterno, Nudimmud (= il nostro Nettuno) prese in mano la situazione: «Superiore per saggezza, abile e intraprendente», questa divinità celeste riequilibrò l’instabile sistema solare invitandovi un outsider: un dio celeste più grande.

Il nuovo arrivato non era come gli altri: era uno straniero venuto da lontano. Aveva avuto origine nel lontano, «nel cuore del Profondo», ed era «pieno di splendore».

Attraente era alla sua figura, 
scintillante suo sguardo.
Superbo il suo modo di fare, 
imponente sin dall’inizio.
Ingegnosamente combinate, oltre ogni comprensione, 
erano le sue membra, 
impossibile da capire, difficili da guardare.

  Soggetto all'attrazione gravitazionale di “Nudimmud” ed entrando sotto l'influenza degli altri pianeti, lo straniero dello spazio esterno curva il proprio corso verso il centro del sistema solare (figura 47). Quando passa troppo vicino ad Anu (il nostro Urano), le forze gravitazionali cumulative gli strappano pezzi di materia e l'invasore emette quattro “venti” (lune, satelliti) che gli turbinano intorno.

Non si può sapere con certezza se a questo punto il testo originale sumero avesse già chiamato “Nibiru” lo straniero giunto dallo spazio esterno, ma di sicuro la versione babilonese lo ha trasformato venne Marduk, il nome del dio nazionale di Babilonia. Il testo babilonese questa trasformazione di Marduk da dio terrestre a divinità celeste mediante l'attribuzione al suo nome a Nibiru era accompagnata dalla rivelazione che “Nudimmud”, che “generò” il nuovo arrivato invitandolo, altri non è se non Ea/Enki, il vero padre del dio babilonese Marduk, e che Anu è il padre di Ea/Enki (come di fatto proclamato da Enki nella sua autobiografia precedentemente citata). Così, con uno stratagemma, il racconto celeste divenne una legittimazione religioso-politica di una dinastia: Anu > Ea/Enki > Marduk…

Man mano che il testo antico ne descrive l’avanzata, diventa chiaro che il pianeta invasore si sta muovendo in senso orario: in direzione opposta o “retrograda” rispetto a quella orbitale antioraria degli altri pianeti. È una scoperta che offre l'unica spiegazione a vari fenomeni altrimenti inesplicabili presenti nel nostro sistema solare.

Questa direzione “retrograda” dell'orbita di Nibiru rese inevitabile la collisione finale con Tiamat, e la “battaglia celeste” (nome dato dal testo antico alla collisione) che ne deriva fu un dogma basilare dell'antica conoscenza, che ritroviamo in innumerevoli riferimenti della Bibbia (Salmi, Giobbe e Profeti).

Disturbata dalle nuove forze gravitazionali, «vagando qua e là senza pace», Tiamat crea la sua schiera difensiva di 11 lune satelliti, descritto dal testo babilonese come «draghi ruggenti, ammantati di terrore». Il più grande, Kingu, è il comandante della schiera: «[Tiamat] lo esaltò, rendendolo grande fra gli altri»; il suo compito consiste nei preparativi per la battaglia contro Marduk che sta arrivando. Come ricompensa, Tiamat rende Kingu idoneo a unirsi all'assemblea degli dei, a diventare un pianeta tutti gli effetti, assegnandogli un “destino” celeste (una traiettoria orbitale). Per i Sumeri (e i loro successori) già quello vero motivo sufficiente per annoverare quella luna particolare come membro a tutti gli effetti del nostro sistema solare.

Quando la scena per la battaglia celeste è pronta, la Tavoletta I dell’Enuma Elish giunge al termine, e lo scriba della versione meglio conservata, un certo Nabu-mushetiq-umi, incide alla fine il consueto colophon: «Prima tavoletta dell’Enuma Elish, come la tavoletta originale […], una copia proveniente da Babilonia». Identifica anche lo scriba della tavoletta da lui copiata, una tavoletta «scritta e confrontata da Nabu-balatsu-iqbi, figlio di A’id-Marduk». Dopodiché lo scriba data il proprio lavoro: «Il mese di Iyyar, il nono giorno, il 27º anno di Dario».

Scoperta a Kish, la prima tavoletta dell’Enuma Elish è così identificata dal suo scriba come una copia eseguita all'inizio del V secolo a.C. durante  il regno di Dario I. Per ironia della sorte, si trattava dello stesso Dario la cui iscrizione su roccia a Bisotun (vedi figura 17) aveva permesso a Rawlinson di infrangere il mistero della scrittura cuneiforme.






Z.SITCHIN