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martedì 18 dicembre 2018

LA CIVILTA' SUMERA: DOVE TUTTO EBBE INIZIO

  Oggi sappiamo che la Sumeria è stata la terra di un popolo abile e ingegnoso in quello che attualmente è l’Iraq meridionale. Raffigurati di solito un atteggiamento devoto su statue e statuette realizzate con maestria (figura 28), i Sumeri furono i primi a registrare e descrivere eventi passati e a narrare i racconti dei loro dei. E’ in quella fertile pianura bagnata dai grandi fiumi Tigri ed Eufrate che circa 6000 anni fa fiorì, a detta di tutti gli studiosi “improvvisamente”, “inaspettatamente”, “con sorprendente rapidità”, la prima civiltà a noi nota. Una civiltà a cui fino a oggi dobbiamo letteralmente ogni “Primo esemplare” di ciò che riteniamo essenziale per una civiltà avanzata: la ruota e il trasporto su ruote; il mattone che rese (e rende tuttora) possibile la costruzione di edifici a molti piani; le fornaci e le fucine indispensabili alle industrie, Per operazioni che vanno dalla cultura alla metallurgia; l'astronomia e la matematica; le città e le società urbane; la monarchia e leggi; i templi e le caste sacerdotali; la misurazione del tempo, un calendario, le festività; dalla birra alle ricette di cucina; dall'arte alla musica e agli strumenti musicali; e soprattutto la scrittura e l'archiviazione dei documenti. Tutto questo è apparso per la prima volta lì, in Sumeria.

Ora sappiamo tutto ciò grazie alle conquiste dell'archeologia e alla decifrazione di lingue antiche da un secolo e mezzo a questa parte. La lunga impervia strada lungo la quale l'antica Sumeria È passata dalla totale oscurità al rispettoso riconoscimento della propria grandezza è lastricata di pietre miliari che portano i nomi degli studiosi che hanno reso possibile il viaggio. Ne citeremo alcuni che hanno lavorato duramente nei vari siti; altri che hanno assemblato e classificato frammenti di manufatti nel corso di un secolo e mezzo di archeologia mesopotamica sono troppo numerosi per essere elencati.

E poi ci sono stati gli epigrafisti - a volte sul campo, ma per la maggior parte del tempo impegnati nell'attenta lettura di tavolette in un museo stracolmo o in quartieri universitari - la cui perseveranza, devozione e capacità hanno trasformato pezzi di argilla su cui erano incisi strani “cuneati” in tesori storici, culturali e letterari leggibili. Il loro lavoro è stato decisivo, poiché mentre il modello consueto della scoperta archeologica ed etnografica consisteva nel trovare i resti di un popolo e poi nel decifrarne documenti scritti (ammesso che ce ne fossero), nel caso dei Sumeri il riconoscimento e perfino la decifrazione del loro linguaggio ha preceduto la scoperta della loro terra, la Sumeria (pronunciata comunemente così anziché Shumeria). E non perché la lingua, il “sumerico”, abbia preceduto il suo popolo. Al contrario, è stato così perché la lingua della scrittura sono perdurate anche dopo che i Sumeri erano scomparsi da tempo, Come il latino e la sua scrittura sono sopravvissuti migliaia di anni all'impero romano. 

 Il riconoscimento filologico del sumerico avuto inizio, come abbiamo illustrato, non attraverso la scoperta delle tavolette dei Sumeri, ma attraverso l'uso diverso, in testi accadici, di “prestiti linguistici” che non erano accadici, l'attribuzione e divinità e città di nomi che non avevano senso in assiro o in babilonese, e naturalmente attraverso effettive dichiarazioni (come quella di Assurbnipal) sull'esistenza di scritti più antichi in “shumerico”. La sua affermazione fu confermata dalla scoperta di tavolette che presentavano stesso testo in due lingue: uno in accadico e l'altro nella lingua misteriosa, le due righe successive erano poi in accadico e nell'altra lingua, e così via (il termine utilizzato dagli studiosi per questi testi bilingui è “interlineari”).

Fu nel 1850 che Edward Hincks, studioso delle decifrazioni di Bisotun a opera di Rawlinson, ipotizzò in un saggio che un “sillabario” accadico (racconta di circa 350 segni cuneiformi in cui ciascuno rappresentava una sillaba completa di vocale e consonante ) doveva essersi evoluto da una precedente serie non accadica disegni sillabici. L'idea, che non venne accettata subito, trova finalmente conferma quando alcune tavolette di argilla delle biblioteche in lingua accadica risultarono essere dizionari “sillabici” bilingui, elenchi che sul lato della tavoletta presentava un segno cuneiforme nella lingua sconosciuta e sull'altro una lista corrispondente in accadico (con in più la pronuncia è il significato dei segni, figura 29). Tutto a un tratto l'archeologia si trovò in mano un dizionario di una lingua sconosciuta! Oltre alle tavolette incise che fungevano da dizionari, i cosiddetti sillabari, diverse altre tavolette bilingui si rivelarono strumenti inestimabili per decifrare la scrittura della lingua sumera.

Nel 1869 Jules Oppert, rivolgendosi alla Società francese di Numismatica e Archeologia, fece notare che il titolo di “re di Sumeria e Accadia” trovato su alcune tavolette forniva il nome del popolo che aveva preceduto gli Assiri e Babilonesi che parlavano accadico, e suggerì che si trattasse dei Sumeri. Da allora si è utilizzata questa denominazione, anche se fino a oggi i musei e i media preferiscono chiamare le loro mostre o intitolare i loro articoli e programmi usando il termine “Babilonesi”, o nel migliore dei casi “Antichi Babilonesi”, piuttosto che poco familiare “Sumeri”. Nonostante tutto ciò che consideriamo essenziale per una civiltà evoluta sia stato ereditato dai Sumeri, molte persone reagiscono ancora con un vacuo “chi?” quando sentono questo nome… 

 L'interesse per la Sumeria e i Sumeri ho rappresentato un cambiamento sia cronologico che geografico: del primo e dal secondo millennio a.C. al terzo quarto millennio a.C. e dalla Mesopotamia settentrionale e centrale a quella meridionale. Il fatto che vi fossero sepolti antichi insediamenti era indicato non solo dalle numerose collinette sparpagliate sulle piatte terre fangose, collinette formate da strati di costruzioni edificate su strati costituiti dai residui di precedenti abitazioni punto più interessanti erano gli strani manufatti che i membri delle tribù locali dissotterravano dalle collinette, mostrandoli agli occasionali visitatori europei. Ciò che sappiamo adesso è il risultato di circa 150 anni di intenso lavoro archeologico che ha portato alla luce in vari gradi una quindicina  d‘importanti centri Sumeri (vedi cartina, figura 30), Tutti letteralmente citati nei testi antichi.

Si ritiene che l'archeologia sistematica sul campo relativa alla Sumeria abbia avuto inizio nel 1877 con Ernest de Sarzec, che a quei tempi era invece console francese a Basra, città portuale dell’Iraq meridionale affacciata sul golfo Persico (all'epoca girava voce che, essendo rimasto affascinato dal commercio locale dei reperti, il suo vero interesse consistesse nel trovare oggetti da vendere privatamente). Sarzec cominciò a scavare in un sito chiamato Tello (“la collina”). I ritrovamenti erano così grandi (e andare una riempire le gallerie del museo del Louvre a Parigi) e inesauribili che squadre di archeologi francesi continuarono a tornare su quel sito regolarmente per oltre cinquant'anni, fino al 1933 compreso.

 Tello risultò essere il recinto sacro, il Girsu, di un grande centro urbano sumero di nome Lagash. Vari strati archeologici indicavano che era stato continuamente colonizzato quasi a partire dal 3800 a.C.. Rilievi scolpiti su pareti, risalenti a un cosiddetto periodo protodinastico, scultura in pietra con iscrizioni in un impeccabile cuneiforme sumero (figura 31) e un bel vaso d'argento offerto il suo Dio da un re di nome Entenema (figura 32) testimoniavano l'alto livello della cultura sumerica di 1000 anni fa. Per completare il quadro, nella biblioteca della città (della cui importanza parleremo in seguito) furono trovate più di 10.000 tavolette di argilla con incisioni.

Alcune iscrizioni e alcuni testi citati con una linea continua di monarchi di Lagash che regnarono dal 2900 a.C. fino al 2250 a.C., un regno ininterrotto di quasi sette secoli. Tavolette di argilla in lastre commemorative in pietra documentavano grandi imprese di costruzioni, irrigazione e progetti di canali (e nominavano i re che avevano iniziato quei lavori); c'erano commerci con paesi lontani perfino conflitti con città vicine.

 Estremamente sorprendenti erano le statue e le iscrizioni di un re di nome Gudea (2400 a.C. circa, figura 33), nelle quali descrisse le miracolose circostanze che avevano portato alla costruzione di un tempio complesso per il dio Ningirsu e la sua sposa Bau. Il compito, dettagliatamente descritto in seguito, comprendeva istruzioni divine date in circostanze “ai confini della realtà”, allineamenti astronomici, un'architettura elaborata, l'importazione di rari materiali da costruzione da paesi lontani, competenze calendariali e rituali precisi, il tutto circa 4300 anni fa. Le scoperte di Lagash sono state riassunte nel suo libro Tello (1948) da André Parrot, l'ultimo francese occuparsi degli scavi.

A qualche miglio a nordest delle colline di Lagash era situata una collinetta chiamata localmente Tellel-Madinah. I francesi impegnati negli scavi a Lagash presero in considerazione anche quella, ma non c'era molto da scavare, dato che l'antica città era stata completamente distrutta dalle fiamme. Alcune scoperte tuttavia aiutarono a identificare quella città come Bad-Tibira. L'antico nome sumerico della città, “Bad-Tibira”, significava “il fortino della metallurgia”: come chiarito in seguito da altre scoperte, si riteneva infatti che la città fosse stato centro metallurgico.







Z.SITCHIN

venerdì 7 dicembre 2018

GEORGE SMITH: LE 12 TAVOLETTE DI ARGILLA

Ma con il dissotterrato mento dello splendore, dei tesori dell'arte esagerata della Siria e di Babilonia, le scoperte più importanti furono le innumerevoli tavolette di argilla, molte assemblate in vere proprie biblioteche, Dove la prima tavoletta su uno scaffale conteneva l'elenco dei titoli di tutte le altre disposte sul medesimo ripiano. In tutta la Mesopotamia, in realtà in tutto il Vicino Oriente antico, in pratica ogni centro urbano di una certa importanza era dotato di una biblioteca che faceva parte del Palazzo Reale o del tempio principale o di entrambi. Ormai sono state trovate migliaia migliaia di tavolette di argilla (un loro frammenti), che giacciono perlopiù, non tradotte, negli scantinati dei musei e delle università.

 Fra le principali biblioteche scoperte, La più importante era quella trovata da Layard in mezzo alle rovine di Ninive: la grande biblioteca del re Assubanipal (figura 24, dai suoi monumenti, 668-631 a.C.), Che conteneva più di 25.000 (!) Tavolette di argilla. I testi che vi erano incisi, tutti in caratteri cuneiformi, andavano dagli annali reali e dai documenti delle relazioni degli operai ai contratti commerciali e ai documenti di matrimonio divorzio, e comprendevano testi letterari, racconti storici, dati astronomici, previsioni astrologiche, formule matematiche, liste di parole, elenchi geografici, e poi c'erano spese di tavolette con quelli che gli archeologi classificavano come “testi mitologici”, testi che trattavano di varie divinità, della loro genealogia, dei loro poteri e delle loro imprese.


Si scoprì che Assurbanipal non solo raccolse riportò anni vive questi testi storici e mitologici da ogni angolo del suo impero, ma assoldò anche una folta schiera di scrivi con il compito di leggere, selezionare, preservare, copiare tradurre in accadico i più importanti (nei dipinti gli scribi assiri appaiono vestiti come dignitari, il che attesta il loro status).


 La maggior parte delle tavolette scoperta Ninive fu ripartita fra le autorità ottomani di Costantinopoli (l'odierna Istanbul) e il British Museum di Londra; alcune tavolette imparentate con queste finirono nei principali musei della Francia e della Germania. A Londra, libri dici Museum assunse un giovane incisore di banconote e “assiriologo” dilettante di nome George Smith affinché aiutasse a mettere in ordine tavolette cuneiformi.

Dotato di un'eccellente capacità nel riconoscere una particolare caratteristica delle linee cuneiformi, Smith fu il primo a rendersi conto che vari frammenti di tavolette appartenevano alla stessa serie e formavano una narrazione continua (figura 25). Ce n’era uno su un eroe e un diluvio, un'altra sugli dei che avevano creato il Cielo, la Terra e anche l’uomo. In una lettera all'editore su questo argomento pubblicata in un quotidiano inglese, Smith fu il primo ad attirare l'attenzione sulle similitudini fra i racconti di quelle tavolette e le storie bibliche contenute nella Genesi.

Dei due antichi intrecci, quello delle grandi ramificazioni religiose era simile a racconto biblico della Creazione. Si dà il caso che gli studi in quella direzione fossero sotto il controllo di una serie di studiosi non in Inghilterra ma in Germania, dove “assiriologi” pionieristici come Peter Jensen (Kosmologie der Babylonier), Hermann Gunkel (Schöpfung und Chaos) e Friederich Delitzsch (Das babylonische Weltschöpfungsepos) utilizzare ulteriori scoperte fatte dagli archeologi tedeschi per formare un testo più coerente comprendente lo scopo religioso, filosofico e storico.

George Smith
Al British Museum di Londra, oltre alle tavolette messe insieme da Smith c'erano nuove scoperte fatte da un aiutante di Layard, Hurmuzd Rassam, a Ninive e Nimrud. Seguendo il filo conduttore della Creazione,Leonard W.King, curatore delle antichità egizie babilonesi presso il museo, scoprite un’autentica epopea della creazione era in realtà incisa su non meno di sette tavolette. Il suo libro del 1902, The Seven Tablets of Creation, giungeva la conclusione che in Mesopotamia era esistito un “testo standard” che, come la Genesi, formi un racconto sequenziale della Creazione (dal Caos a un Cielo e a una Terra, e poi sulla Terra da raduno delle acque alla creazione dell'uomo) ma nel corso dei sei giorni biblici più quello di autogratificazione, ma su se tavolette una settimana a scopo laudatorio.

L'antico titolo del racconto, che coincideva con le sue parole di apertura, era Enuma Elish (“Quando in alto”). Tavolette provenienti da vari siti sembravano avere testi identici, a eccezione del nome con cui veniva chiamata la divinità creatrice (per gli Assiri era Ashur e per i Babilonesi Marduk), il che lasciava intendere che fossero tutte interpretazioni adattate da un'unica versione canonica in accadico. Tuttavia, l'occasionale mantenimento di alcuni termini strani e nomi di divinità celesti coinvolte negli eventi, quali per esempio Tiamat e Nudimmud, faceva ipotizzare che la versione originale non fosse stata in accadico assiro-babilonese, Ma in qualche altra lingua sconosciuta. Era evidente che che la ricerca delle origini è appena agli inizi.

Torniamo all'Inghilterra vittoriana e a George Smith: lì a quei tempi era l'altro intreccio, il racconto del diluvio e di un “Noè” non biblico, a catturare l'immaginazione popolare. Concentrando l'attenzione su questo argomento, il prolifico George Smith, analizzando migliaia di frammenti di tavolette provenienti da Ninive e Numrud e unendo le varie parti, annunciò che appartenevano a lungo racconto epico su un errore che aveva scoperto il segreto del Diluvio universale. Smith lessi e tre segni cuneiformi che nominavano l'eroe come Iz-Du-Bar e suppose che si trattasse realtà del biblico Nimrod, il “valente cacciatore” che secondo il racconto della Genesi aveva fondato i regni assiri, in linea con Nimrud, il nome dell'antico sito in cui erano state trovate alcune di quelle tavolette.

 La lettura dei frammenti operata da smith, che indicava l'esistenza di una storia assira del Diluvio che coincideva con quello della Bibbia, provocò una tale eccitazione che il quotidiano londinese The Daily Telegraph offrì un premio di 1000 ghinee (una ghinea valeva più della sterlina) a chiunque avesse portato alla luce frammenti mancanti per completare quell'antica storia. Lo stesso Smith raccolse la sfida: andò in Iraq, cercò i siti e ritorno con 384 nuovi frammenti di tavolette che permisero di assemblare e ordinale successore tutte 12 (!) le tavolette del racconto epico, compresa la decisiva “Tavoletta del Diluvio”, la tavoletta XI (figura 26). (Per quanto riguarda il premio, fu il museo a intascarlo con gratitudine, dichiarando che Smith si era recato in Iraq mentre era alle sue dipendenze…).

Si può solo immaginare le citazione legata alla scoperta del racconto del Diluvio e di Noè contenuto nella Bibbia ebraica scritto in altre lingue antiche non collegate alla Bibbia, un testo di quella che da allora è nota come l'Epopea di Gilgamesh (il nome detto inizialmente come “Izdubar” fu inseguito abbandonato forte di quello corretto, Gilgamesh). Ma l'euforia non era priva di problemi, fra cui la varietà di divinità coinvolte nell'evento, A differenza della Bibbia che aveva un solo Jawhe.

Per la confusione degli studiosi, un re di nome Gilgamesh non era elencato da nessuna parte come sovrano assiro o babilonese. I ricercatori scoprirono che l'eroe Gilgamesh veniva identificato nelle primissime righe della tavoletta I come re di Uruk, in base al testo era una città dalle ampie mura e dai grandi bastioni. Ma né a Babilonia né in Assiria si trovava un sito antico che avesse quel nome. Quando il racconto fu assemblato, ci si rese conto che Gilgamesh non era l'eroe del Diluvio. Essendo «per due terzi divino», le sue avventure erano legati alla ricerca dell'immortalità, e fu nel corso di quella ricerca di sentire racconto del Diluvio da un personaggio di nome Utnapishtim, un “Noè” mesopotamico che era effettivamente sopravvissuto alla catastrofe. Ma allora, si chiedevano gli studiosi e la stampa, chi era Gilgamesh se non era né il Noè biblico né il Nimrod biblico/assiro?

Nel 1876 Smith riassunse le sue varie scoperte in un libretto intitolato The Chaldean Account of Genesis. Era il primo libro che pubblicava gli antichi testi scoperti Mesopotamia e li confrontava con i racconti biblici della Creazione e del Diluvio. Fu anche l'ultimo libro di Smith, che morì quello stesso anno alla giovane età di 36 anni. Va comunque ricordato che furono l'ingenuità e le scoperte di questo conoscitore autodidatta dell'accadico a fornire le basi per migliaia di studi successivi.

Quegli studi scoprirono anche esistenza di un altro racconto del Diluvio, più di prima mano. La sua importanza per la nostra ricerca data dal fatto che era probabilmente stato una delle fonti di Beroso. Anticamente intitolato, come di consueto, con le sue parole iniziali Inuma ilu awilum (“Quando gli dei [erano] come uomini”), è poi diventato noto come Epopea di Atrahasis, dal nome dell'eroe che racconta in prima persona la storia del Diluvio, diventando così il “Noè” di quella versione. È Noè in persona che parla!

Per ragioni non chiare, ci vuole del tempo prima che l'attenzione degli studiosi si concentrasse su questo testo fondamentale, cruciale perché in esso Atrahasis (= “il grande saggio”) ci racconta che cosa preceduto il Diluvio, che cosa l'ha provocato e che cosa è successo dopo. Nell'assemblaggio delle tre tavolette del testo, un frammento segnato con “S” È stato fondamentale per l'identificazione del nome Atrahasis: la “S” stava per Smith, colui che prima di morire aveva trovato la chiave per un altro sorprendente racconto “babilonese” di dei, uomo e Diluvio. Per quanto riguarda il nome dell'eroe, è stato suggerito che quasi certamente Atrahasis, trasposto come Hasis-astra, forse il Sisitro dei Frammenti di Beroso, il 10º sovrano antidiluviano nella cui epoca ebbe luogo il Diluvio, proprio come Noè era il 10º antenato biblico nella linea genealogica di Adamo!
(Questa trasposizione di nome è uno dei motivi per cui Beroso viene collegato al testo di Atrahasis. Un altro è il fatto che solo in questa versione mesopotamica del racconto del Diluvio si accenna all'episodio, citato da Beroso, dei concittadini che mettono in discussione la costruzione dell’imbarcazione).

 Il tutto aveva un che di miracoloso: passando temporalmente dal Beroso babilonesi del III secolo a.C. al XIX secolo, l'uomo occidentale che credeva nella Bibbia aveva realmente in mano «un testo ebraico del diluvio scritto in cuneiforme» (come una pubblicazione dell'Università di Yale l'aveva chiamato nel 1922, figura 27), inciso su una tavoletta proveniente da una biblioteca assira del VII secolo a.C.. Era un incredibile collegamento temporale di almeno 2600 anni, Ma anche quello risulto essere solo una tappa provvisoria e secondaria nella marcia a ritroso nella storia.

Ancora una volta, questo testo assiro sembrava avere una versione babilonese simile o parallela. Anch’esso conteneva vocaboli nomi sconosciuti, di certo non di provenienza semitico-accadica: dei chiamati Enlil, Enki e Ninurta, dee chiamate Ninti e Nisaba, gruppi divini chiamati Anunnaki e Igigi, un luogo sacro di nome Ekur. Da dove venivano?

La confusione aumentò ulteriormente quando si venne a sapere che una tavoletta parziale di Atrahasis giunta in qualche modo alla biblioteca privata di J.Pierpont Morgan a New York City nel 1897 circa conteneva un “colophon” (un'annotazione dello scriba) che la datava al secondo millennio a.C.. Gli assiriologi si trovavano a questo punto di fronte a un salto indietro di 3500 anni!
I tentativi di mettere insieme un testo il più possibile completo partendo dalle varie tavolette e da parecchie interpretazioni ebbero come risultato la scoperta nel British Museum e nel museo dell'Antico Oriente di Istanbul, Turchia, di tutte e tre le tavolette (seppur parzialmente rotte) Di quella versione babilonese di Atrahasis. Fortunatamente, in ognuna di esse era conservata la dichiarazione dello scriba che riferiva nome, titolo e data di ultimazione della tavoletta (come questa che si trova alla fine della prima):

Tavoletta 1. Quando gli dai [erano] come uomini.
Numero di righe 416.
[Copiata] da Ku-Aya, giovane scriba.
Mese di Nisan, giorno 21,
[dell’] anno in cui Ammi-Saduka, il re,
fece una statua di se stesso.

Anche le tavolette II e III erano firmate dallo stesso scriba e indicavano come data un particolare anno nel regno del re Ammi-Saduka. Non era una materiale sconosciuto: Ammi-Saduka apparteneva la famosa dinastia di Hammurabi di Babilonia, Dove regno dal 1647 al 1625 a.C.
Così questa versione babilonese del racconto del Diluvio/di Noè era 1000 anni più vecchia di quella assira di Assurbanipal, ed era anch'essa una copia. Di quale originale?
Gli increduli studiosi avevano le risposte proprio davanti a loro. Su una delle sue tavolette Assurbanipal si vantava in questo modo:

Il dio degli scribi mi ha concesso il dono 
della conoscenza della sua arte.
Sono stato iniziato i segreti della scrittura.
So perfino leggere le complicate tavolette nella lingua di Shumer.
Comprendo le parole enigmatiche incise 
nella pietra fine dei giorni che precedettero il Diluvio.

Oltre ad aver rivelato l'esistenza di un “dio degli scribi”, qui c'era una conferma da parte di una fonte indipendente, secoli prima di Beroso, dell'evento del Diluvio, con in più il dettaglio che erano esistite “parole enigmatiche” conservate in incisioni su pietra «fin dai giorni che precedettero il Diluvio», una dichiarazione che coincide e avvalora l'affermazione di Beroso che il Dio Crono «rivelò a Sisitro che ci sarebbe stato un Diluvio... e gli ordinò di nascondere a Sippar, la città del Dio Shamash, ogni scritto disponibile». E poi c'è il vanto orgoglioso nella dichiarazione di Assurbanipal di saper «perfino leggere le complicate tavolette nella lingua di Shumer».

Shumer? I perplessi studiosi, che erano riusciti a decifrare il babilonese, l'assiro, Il persiano antico e il sanscrito, si chiedevano di che cosa parlasse Assurbanipal. Ci si rese conto che la risposta è stata fornita dalla Bibbia sin dal principio. Fino ad allora i versetti in Genesi 10,8-12 sui domini del valente eroe Nimrod avevano ispirato i decifratori di quelle antiche lingue a chiamare “accadico” la lingua madre di Babilonesi e Assiri, ed erano serviti da mappa per gli archeologi dediti agli scavi. Ora quei versi che arrivano anche mistero di Shumer:

Fu il primo eroe sulla terra. 
Gli inizi del suo regno 
furono Babele, Erec e Accad, 
tutte nella terra di Sennaar.

Sumer (o più correttamente Shumer) era la biblica Sennaar, la terra ai cui colonizzatori dopo il Diluvio cercarono di costruire una torre la cui cima arrivasse fino al cielo. Divenne chiaro che la ricerca di Noè doveva dirigersi a Shumer, la Sennaar biblica, un paese indubbiamente antecedente alle capitali Babilonia, Assiria e Accad riportate alla luce. Ma che paese era, E dove si trovava?


Il Diluvio

L'idea che sia comunemente Diluvio biblico (Mabul in ebraico, dall’accadico Abubu) è quella di una pioggia torrenziale che si rovescia inondando, sommergendo spazzando via tutto quello che si trova sul terreno sottostante. In effetti la Bibbia (Genesi 7,11-12) afferma che il diluvio ebbe inizio quando «tutte le fonti del grande abisso irruppero». Fu solo in seguito (o come risultato) che «le cateratte del cielo si aprirono e la pioggia cadde sulla terra per 40 giorni e 40 notti». Il diluvio ebbe termine in una sequenza analoga (Genesi 8,2-3), quando dapprima «le fonti dell’abisso» e poi «le cateratte del cielo» si chiusero. 

 I vari documenti mesopotamici del diluvio lo descrivono come una valanga di acquisto crescenti che si scatenarono dal sud, inondando sommergendo tutto a mano che avanzavano. La versione accadica (tavoletta XI di Gilgamesh) dice che la prima manifestazione del Diluvio fu «una nuvola nera che saliva dall’orizzonte», seguite da tempeste che «strapparono i pali e abbatterono gli argini». «La tempesta del sud soffiò per un giorno, sommergendo le montagne, abbattendosi sulla gente come una battaglia… sette giorni e [sette] notti soffiò il vento del Diluvio e la tempesta del sud spazzò il paese… e tutta la terra fu sommerso come un vaso».

Il racconto sumerico del Diluvio si parla di venti mugghianti, ma non di pioggia: «Tutte le tempeste di vento, estremamente violente, attaccarono come se fossero una sola… Per sette giorni sette notti il Diluvio (A.ma.ru) devastò la terra, e la grande imbarcazione fu sballottata dalle tempeste di vento sulle vaste acque».


Nel mio libro Il pianeta degli dei e in altri, scritti successivamente, Avevo ipotizzato che “il grande abisso” da cui aveva avuto origine la “tempesta del sud” fosse l'Antartide e che il Diluvio fosse un'enorme onda di marea prodotto dallo slittamento della coltre di ghiaccio al largo dell'Antartide, Che causò la fine improvvisa dell'ultima era glaciale circa 13.000 anni fa (vedi anche figura 43).


Z.SITCHIN


martedì 4 dicembre 2018

ALLA RICERCA DI NOE'

La decifrazione della scrittura geroglifica egizia fu decisamente facilitata dalla scoperta fortuita, nel corso della spedizione napoleonica in Egitto nel 1799, della stele di Rosetta, una lastra di pietra del 196 a.C. (oggi esposta al British Museum, figura 14) su cui era inciso un proclama reale tolemaico in tre lingue: geroglifici egizi, una tarda grafia corsiva egizia chiamata demotico, e greco. Fu la parte greca a servire da chiave per svelare i segreti del linguaggio e della scrittura dell'antico Egitto.


Nel Vicino Oriente antico non c'è stata nessuna “stele di Rosetta”, nessuna scoperta decisiva di una lastra: il processo di scoperte stato lungo e noioso, ma anche le altre forme di iscrizione multilingue hanno fatto andare avanti la decifrazione. I progressi sono stati fatti soprattutto quando ci si è resi conto che la Bibbia, quella ebraica, era una chiave per decodificare quelle misteriose scritture. Nel momento in cui si è arrivati alla decifrazione, sono stati portate alla luce non sono parecchie lingue, ma anche molti antichi imperi, di cui uno è estremamente sorprendente.

 Affascinati dai racconti di Alessandro il Grande e le sue conquiste, che venivano ingigantiti con il passare dei secoli, viaggiatori europei si avventuravano fino alla lontana Persepoli (in greco, “Città dei Persiani”), dove si trovavano ancora i resti di palazzi, porte, scalinate processionali e altri monumenti (figura 15). 

Le linee incise visibili (che poi si rivelarono iscrizioni) furono dapprima scambiate per una forma di disegno decorativo. Nel 1686 un visitatore delle rovine del sito reale persiano (Engelbert Kampfer) descrisse quei segni come “cuneati” (a forma di cuneo, figura 16) e da allora il termine “cuneiforme” designa quella che nel tempo è stata riconosciuta come scrittura linguistica.


La variazione della scrittura cuneiforme su alcuni monumenti diedero origine all'idea che, come in Egitto, anche i proclami reali persiani non impero che inglobava molti popoli diversi potessero essere emanati in diverse lingue.


Vari resoconti di viaggiatori concentrarono ulteriormente l'attenzione su alcune iscrizioni persiane multilingue. La più importante complesso fu scoperta in sito che attualmente si trova nell'Iran settentrionale. 

Nel 1835, mentre viaggiava attraverso zone remote del vicino oriente un tempo dominate dalle persiani, l’inglese Henry Rawlinson si imbattè in un'iscrizione su alcune rocce inaccessibili in una località chiamata Bisotun. 

Il nome significa “luogo degli dei” e l’enorme iscrizione commemorava una vittima reale ed era dominata da un Dio che si vibrava all'interno dell'onnipresente disco alato (figura 17). 


Il dipinto era accompagnato da lunghe iscrizioni che, dopo essere state decifrate da Rawlinson e altri, risultarono essere un documento trilingue del re persiano Dario I (un predecessore, vissuto un secolo e mezzo prima, di Dario III che combatté contro Alessandro).

Col tempo ci si rese conto che una delle lingue di Bisotun, chiamata antico persiano, somigliava al sanscrito, la lingua madre “Indo-europea”. Si è trattato di una scoperta che ha aperto la strada alla decifrazione l'antico persiano, dopodiché si scoprirono l'identità e il significato delle altre due lingue. Una fu in seguito identificata come l’elamitico, Il cui uso nell'antichità era limitato alle parti meridionali di quello che oggi è l'Iran. 

La terza coincideva con gli scritti trovati a Babilonia: classificata come “semitica”, apparteneva un gruppo che comprendeva anche gli Assiri e i Cananiti, la cui lingua madre era chiamata “accadico”. Il fattore comune a tutte delle lingue di Besotun era l'uso della medesima scrittura cuneiforme, cui ogni segno esprime un'intera sillaba e non una singola lettera. In un monumento si aveva un esempio della confusione delle lingue…

 L’ebraico, la lingua della Bibbia, apparteneva al gruppo delle lingue “semitiche” che derivavano dalla lingua “accadica”. In questo caso il fatto che sono l'ebraico sia rimasto una lingua parlata, letta iscritta nel corso delle varie epoche è stato la chiave rivelatrice, al punto che i primi studi eruditi del babilonese e dell’assiro (due lingue “accadiche”) fornirono elenchi di parole che davano il loro significati simili in ebraico ed elenchi disegni cuneiformi comparati ai loro equivalenti nella scrittura tradizione ebraica (figura 18, da Assyrian Grammar del Rev. A.H. Sayce, 1875).

Tra il XVII e il XVIII secolo svariati viaggiatori hanno portati in Europa notizie di interessanti rovine della grande piana fra il Tigri e l’Eufrate (da cui il nome Mesopotamia “Terra fra due fiumi”). Poi le ipotesi che quelle rovine corrispondessero alla Babilonia e alla Ninive di biblica fama (e collera) provocare un interesse più attivo. 

La consapevolezza che persone del XIX secolo d.C. Fossi in grado di leggere iscrizioni di individui di un'epoca anteriore alla Grecia e alla Persia, iscrizioni dell'epoca della Bibbia, spostò l'interesse alle terre bibliche a livello geografico e a secoli molto anteriori a livello cronologico.

 In alcune di quelle rovine furono trovati iscrizione in caratteri cuneiformi su tavolette piatte, manufatti di argilla indurita, prevalentemente ma non sempre di forma quadrata od oblunga, in cui carattere rossa di incisi quando l'argilla ancora umida e morbida (figura 19). 

Curiosi di ciò che quelle tavolette rappresentavano e dicevano, I consoli europei di stanza in varie parti dell'impero ottomano furono i più niente di quella che oggi può essere considerata la moderna archeologia del Vicino Oriente, che ebbe inizio in Iraq nel 1811 con gli scavi dell'antica Babilonia a sud di Bagdad. (per uno scherzo del destino, fra le tavolette di argilla scoperte tra le rovine di Babilonia ce n'erano parecchie le cui iscrizioni cuneiforme registravano pagamenti in monete d'argento fatti da Alessandro per i lavori di sgombero dei detriti del tempio Esagil).



 Nel 1843 Paul Emile Botta, console francese a Mossul, una città che oggi si trova nella settentrionale curdo, in quella che a quei tempi era la Mesopotamia governata dagli ottomani, iniziò gli scavi di un'antica fonte di tavolette di argilla in un tell (antico termine per collina) vicino a Mossul. 

Il sito prendeva il nome di Kuyunjik da un villaggio vicino, un tell contiguo era chiamato Nebi Yunnus (“profeta Giona”) dagli arabi locali. Botta abbandonò il sito dopo gli produttivi tentativi iniziali. Tre anni dopo, per non essere da meno dei francesi, l’inglese A. Henry Layard assunse il controllo del sito. Le due colline, in cui Layard ebbe più successo di Botta, risultarono essere l'antica capitale assira Ninive, Ripetutamente citata nella Bibbia, Secondo il racconto biblico di Giona e la balena era la destinazione del profeta.

Botta ebbe successo più a nord, presso un sito chiamato Khorsabad, Dove scoprì la capitale del re assiro Sargon II (721-705 a.C.) e del suo successore, il re Sennacherib (705-681 a.C.). Layard ottenne la fama come scopritore di Ninive e di un altro sito chiamato localmente Nimrud, della città reale assira Kalhu (chiamata Calah nella Bibbia). Senza contare Babilonia, le scoperte di due fornirono per la prima volta delle prove tangibili relative all’eroe Nimrod, alla Siria E alle sue principali città che convalidava la versione della Bibbia:

Fu il primo eroe sulla terra.
Gli inizi del suo regno
furono Babele, Eric e Accad,
Tutte nella terra di Sennaar.
Da quella regione uscì Assur,
dove fu costruita Ninive, una città dalle larghe strade,
e Calah, e Rosen, la grande città
situata fra Ninive e Calah.

 A Khorsabad, fra i magnifici rilievi sulle pareti che celebravano Sennacherib e le sue conquiste, Durante gli scavi furono scoperti vari pannelli che raffiguravano il suo assedio alla città fortificata di Lachish in Giudea (nel 701 a.C.). La Bibbia (Il Re e Isaia) accenna a quell’assedio (in cui Sennacherib riportò la vittoria), come pure al suo assedio fallito di Gerusalemme. Le scoperte di Layard includevano una colonna di pietra del re assiro Shalmaneser III (858-824 a.C.) che descriveva, in un testo in un disegno inciso, la sua cattura del re d’Israele Jehu (figura 20), un evento riferito nella Bibbia (Il Re, II Cronache).

Dunque venissero fatte, sembrava che le scoperte portassero alla luce la veridicità della Bibbia.
(Per un altro scherzo del destino, i siti di Layard Nimrud e ninive erano sulle sponde opposte dell'ansa del fiume dove Alessandro aveva attraversato il Tigri e inferto il colpo finale all'esercito persiano).
 Sul finire del XIX secolo, Mentre le avvisaglie della conflagrazione nota come Prima Guerra Mondiale si facevano più minacciose, i Tedeschi entrarono nella gara archeologica (con le sue ramificazioni di cartografia, spionaggio e clientelismo). Aggirando i Francesi e gli Inglesi, assunse il controllo di siti più a sud, scoprendo a Babilonia (sotto il comando di Robert Koldwewy) la maggior parte del recinto sacro, il tempio ziggurat Esagil e la grande via processionale con le sue varie porte, fra cui quella di Ishtar (figura 5). 

Più a nord Walter  Andrae riportò alla luce l'antica capitale assira Ashur, che portava lo stesso nome dell'Assiria e del suo dio nazionale Ashur (Resen, che veniva citata nella Genesi e il cui nome significava “briglia del cavallo”, risultò essere stata un sito in cui venivano allevati cavalli).

Le scoperte assire non si limitarono ad avvalorare l'attendibilità storica della Bibbia: anche l'arte e l'iconografia sembravano confermare altri aspetti delle Sacre Scritture. 

 I rilievi sulle pareti a Khorsabad e a Nimrud raffiguravano “angeli” alati (figura 21) simili ai custodi divini descritti nella versione profeta Isaia (6.2) o a quelli della visione profeta Ezechiele (1,5-8, Dove ciascuno aveva quattro uguali ma anche quattro facce, Su ciascuna delle quali vi era un’aquila).

Le sculture gli affreschi scoperti sembravano anche suffragare alcune dichiarazioni attribuite a Beroso riguardo a quella che oggi verrebbe definita “bioingegneria malriuscita”: uomini con le ali, tori con teste umane e via di seguito (come già citato in pagine precedenti). 





A Ninive e a Nimrud gli ingressi dei palazzi reali erano fiancheggiati da colossali sculture in pietra di tori e leoni della testa umana (figura 22), e sui rilievi delle pareti c'erano immagini di esseri divini travestiti da pesci (figura 23), proprio l'immagine di Oannes esattamente come l'aveva descritto Beroso.









 Anche se all'epoca in cui Beroso scriveva erano passati quasi quattro secoli da quando Ashur, Ninive e altri centri assiri erano stati vinti e distrutti, e circa tre secoli da quando la medesima sorte aveva colpito Babilonia, le rovine ancora visibili senza necessità di effettuare scavi, con le sculture e bassorilievi alla portati di tutti che illustrano ciò di cui parlava Beroso. Gli antichi monumenti confermavano letteralmente suoi scritti.










Z.SITCHIN