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lunedì 19 novembre 2018

L'ARCA DI NOE': LE DIFFERENZE TRA BIBBIA E I FRAMMENTI DI BEROSO

Le Analogie fra i racconti di Beroso e quelli presenti nella Genesi saltano facilmente agli occhi, vanno oltre il tema del Diluvio e coincidono in molti dettagli.
Secondo Beroso il Diluvio ebbe luogo durante il regno del 10º sovrano antidiluviano, Sisitro, e iniziò nel mese di Daiso, che ora il secondo mese dell’anno. Anche la Bibbia (Genesi 7,11) afferma che il diluvio si verificò «nell'anno 600º della vita di Noè, nel secondo mese», essendo Noè il 10º patriarca biblico antidiluviano (a partire da Adamo).

Come nel caso di Xisutro, Sisitro, anche Noè fu avvisato dal suo dio dell'arrivo imminente di una devastante valanga di acqua e ricevette istruzioni dettagliate per la costruzione di una nave attenuta di acqua. Come Xisutro, anche Noè portò a bordo la sua famiglia, animali e uccelli. Quando le acque si placarono, entrambi liberarono degli uccelli per vedere se ricompariva la terra emersa (Noè inviò due uccelli, prima un  corvo e poi una colomba). L'imbarcazione di Sisitro si fermò “in Armenia” e l'arca di Noè sui “monti dell’Ararat”, che si trovano in Armenia.

 Un altro evento importante è raccontato in modo simile sia dalla Bibbia che dà Beroso: l'episodio della torre di Babele che ebbe come risultato confusione delle lingue. Nelle pagine precedenti abbiamo citato la versione di Beroso e anche la Bibbia inizia il racconto (in Genesi 11) dichiarando che a quei tempi «Tutta la terra aveva una sua lingua le stesse parole». Allora il uomini dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo». Beroso racconta la medesima cosa: uomini si misero a «erigere una torre alta e grande, cosicché potessero salire fino al cielo». Nella Bibbia Dio (Jahwe) «scese a vedere la città della torre che gli uomini stanno costruendo», ne fu turbato confuse la loro lingua affinché non comprendessero più l'uno la lingua dell’altro e «li disperse su tutta la terra». Beroso attribuisce la confusione delle lingue al Signore (“Belus”) e la dispersione del genere umano una tromba d'aria usata dalla divinità.

Tali somiglianze significano che i capitoli iniziali della Genesi sono un lungo “frammento di Beroso” copiato dai compilatori della Bibbia ebraica? Probabilmente no, dal momento che tutta la parte della Torah della Bibbia ebraica, I primi cinque libri dalla Genesi al Deuteronomio, era già “sigillata”, canonizzata in una versione definitiva che da allora non è più stata cambiata, molto prima dell'epoca di Beroso. 

È un fatto storico che la Bibbia ebraica fosse già nella sua versione “sigillata” quando i cinque libri della Torah E gli altri furono tradotti in greco in Egitto per ordine dello stesso Tolomeo Filadelfo (285-284 a.C.) che aveva incaricato Manetho di scrivere la storia egiziana. La traduzione, tuttora esistente e consultabile, è nota come la Septuaginta (Versione dei Settanta) perché fu eseguita da un gruppo di 70 studiosi. Un confronto fra il suo testo greco e la Bibbia ebraica non lascia dubbi sul fatto che quegli eruditi avessero già di fronte la versione canonizzata della Bibbia ebraica così come la conosciamo oggi, una Bibbia già nella sua forma definitiva prima dell’epoca di Beroso (e di Manetho).

Ma allora Beroso si è servito della Bibbia ebraica come fonte? Anche questo è improbabile. A parti su riferimenti ad alcuni dei “pagani” (Crono, Belus, Oannes, Shamash) che sono assenti nella Bibbia monoteistica, molti dettagli presenti nei suoi scritti non compaiono la versione biblica, ragion per cui le sue fonti devono essere state altre. Una differenza molto significativa si trova nel racconto della creazione dell’uomo, caratterizzata da terrificanti contrattempi nella versione di Beroso, in contrasto con la tranquilla versione della Bibbia («Sia fatto l’uomo»).

Ci sono differenze nei particolari perfino laddove le due versioni coincidono, come per quanto riguarda le dimensioni della nave nella storia del Diluvio o, ancor più importante, le persone che furono presi a bordo per essere salvate. Alcune di queste differenze non sono irrilevanti: secondo Beroso, oltre alla famiglia di “Noè” erano stati imbarcati anche parecchi suoi amici, come pure un esperto timoniere. Non così nella Bibbia, che elenca solo Noè, sua moglie, i loro tre figli e le rispettive spose. Non è una questione di poca importanza: se è vero, allora l'umanità postdiluviana non deriva a livello genetico e genealogico solo da un Noè E dai suoi tre figli.

Nella Bibbia manca del tutto il racconto di Oannes, il dio travestito da pesce che usciva dall'acqua per trasmettere la civiltà al genere umano, e non c'è neppure alcun riferimento a una città antidiluviana di nome Sippar (“la città del dio Sole Shamash”) in cui custodire «ogni scritto disponibile». Sostenendo che i documenti «dell’inizio, del progresso E della fine» non solo erano esistiti, ma erano stati nascosti per essere preservati ed erano stati recuperati dopo la ricostruzione di “Babilonia”, Bermoso avrebbe potuto cercare di legittimare la sua versione di avvenimenti preistorici, ma anche lasciato intendere che quei documenti del passato contenessero degli indizi per il futuro, quella che la Bibbia è anche noi oggigiorno chiamiamo “la fine dei giorni”. Nonostante il tema del collegamento tra future passato faccio parte della profezia biblica, nella Bibbia viene citato per la prima volta in riferimento a Giacobbe, ben dopo il Diluvio.

La conclusione logica che sia gli autori della Genesi che Beroso abbiano avuto accesso alla medesima fonte di ispirazione o a informazioni simili, che ciascuno usato selettivamente, È stata confermata dall’archeologia. Ma in una simile conclusione, sia le analogie che le differenze ci riportano al punto di partenza, gli enigmatici versetti del capitolo 6 della Genesi: chi erano i Nefilim? Chi erano i figli degli dei? E chi era in realtà Noè?

L'arca di Noè

Nel testo sumero una nave di Ziusudra era definita Ma.gur.gur = una “nave in grado di capovolgersi e ruotare”. Nei testi accadici veniva chiamata Tebitu, con la T dura, intendendo una nave sommergibile, mentre redattore biblico un sola T morbida, chiamandola Teba, cioè “scatola” (da qui il termine “arca” nelle traduzioni). In tutte le versioni di imbarcazione era sigillata ermeticamente con il bitume ma avevo una porta apribile.
Secondo l'epopea di Gilgamesh, la nave che Utnapishtim, il nome accadico dell’eroe del Diluvio, ricevette istruzioni di costruire era lunga 300 cubiti (circa 160 m), larga 120 cubiti (circa 64 m) in cima e aveva un “parapetto” (altezza) the 120 cubiti diviso in 7 livelli da 6 ponti, «un terzo di essa al di sopra della linea di galleggiamento».
Anche Genesi 6,15 riferisci una lunghezza di 300 cubiti, ma solo 50 cubiti (circa 27 m) di larghezza e solo 30 cubiti (circa 16 m) di altezza, e solo tre piani (compreso quello superiore coperto da tetto).
All'inizio del XX secolo, gli esegeti della Bibbia fecero dei confronti con le più grandi navi passeggeri a loro note:

-   la Great Eastern, costruita nel 1858, era lunga 207 m, 25 e profonda    14,6:
  • la City of Rome, costruita nel 1881, misurava rispettivamente 170, 16 e 11 metri:
  • il famoso Lusitania, del 1907, misurava rispettivamente 232, 27 e 17 metri:
  • Il suo gemello Mauritania fu il primo piroscafo dotato di otto ponti.

Quelle moderne proporzioni fra lunghezza, larghezza e altezza sembrano coincidere maggiormente con la descrizione biblica: l'arca di Noè era lunga come la City of Rome, larga come la Great Eastern e alta come il Lusitania.

Nel suo studio del 1927 dal titolo The Ship of the Babylonian Noah, l’assiriologo Paul Haupt proposito il seguente disegno basato sui vari testi antichi.






Z.SITCHIN

martedì 13 novembre 2018

I GIORNI PRIMA DEL DILUVIO SECONDO BEROSO

Assoldato dal re Tolomeo Filadelfo nel 270 a.C. circa, Manetho (trasposizione in greco di Men-Thoth = "dono del dio Thoth") redasse la storia e la preistoria dell'antico Egitto in tre volumi. Il manoscritto originale, noto come Aegyptiaca, fu depositato nella biblioteca di Alessandria, per poi andare perduto con altre opere letterarie insostituibili e tesori documentarie via di disastri naturali e prodotti dall'uomo, fra cui l'incendio della biblioteca a opera dei conquistatori musulmani nel 642 d.C..
Tuttavia, la citazione riferimenti contenuti negli scritti alcuni autori dell'antichità (fra cui lo storico ebraico-romano Giuseppe Flavio) sappiamo che Manetho inserisci nell'elenco dei e semidei che avevano regnato molto prima che i faraoni umani diventassero re dell’Egitto.
Di certo da quando lo storico ed esploratore Erodoto aveva visitato il paese due secoli prima, I Greci non erano completamente ignoranti riguardo l'Egitto e il suo passato. Sul tema dei sovrani dell'Egitto Erodoto aveva scritto che i sacerdoti egizi «dicevano che Men fu il primo re di Egitto». Apparentemente fedele alle stesse fonti, anche l'elenco dei faraoni stilato da Manetho cominciava con uno di nome Men, (Menes in greco), ma fu lui il primo a riordinare la successione dei faraoni in base alle dinastie - disposizione seguita fino a oggi - facendo coincidere le appartenenze genealogiche con i cambiamenti storici. La sua Lista dei re indicava i loro nomi, durata del regno, ordine di successione e altre informazioni pertinenti.

L'elemento significativo nell'elenco dei faraoni e delle loro dinastie stilato da Manetho è che la sua lista comincia con gli dei e non coi faraoni. Dei e semidei, scrive Manetho, regnarono sull'Egitto prima di qualsiasi faraone umano!

I loro nomi, l'ordine e la durata del regno - a cui gli studiosi si riferiscono in termini di “favolosi” e “fantastici” - ebbero inizio come una dinastia divina capeggiata dal dio Ptah, Creatore dell'antico Egitto:



Come suo padre Ptah, Ra era un dio “di Cielo e Terra”, essendo arrivato in tempi antichi dal “pianeta di milioni di anni” in una barca celeste chiamata Ben-Ben (che significa “Uccello del Pyramidion”), conservata nel sancta sanctorum di un santuario nella città sacra di Anu (la biblica ON, meglio conosciuta con il nome greco di Heliopolis che le venne attribuito in seguito). Pur avendo goduto di un’illimitata longevità e avendo ricoperto un ruolo nelle vicende egiziane per i millenni a venire, il regno di Ra come successione di Ptah fu bruscamente troncato dopo soli 1000 anni. Vedremo come il motivo di questa interruzione sia significativo ai fini della nostra ricerca.

La prima dinastia divina riportata da Manetho fu seguita da un’altra, il cui capostipite era il dio Thot (un altro figlio di Ptah, che però era solo fratellastro di Ra). Il suo regno durò tutto 1570 anni. Secondo Manetho gli dei regnarono per un periodo complessivo di 13.870 anni. Seguì poi una dinastia di trenta semidei, che regnarono per un totale di 3650 anni. Manetho scrive dei sovrani divini e semidivini regnarono complessivamente per 17.520 anni. Poi, dopo un caotico periodo intermedio the 350 anni, durante il quale nessuno regnò sull'intero Egitto (vai a dire sia sul Basso perché sull’Alto Egitto), Men diede inizio alla prima dinastia umana dei faraoni che regnarono su un Egitto unificato.

Diverse scoperte archeologiche moderne che confermano la vista dei faraoni di Manetho e l'ordine di successione includono un documento noto come il Papiro di Torino e un manufatto chiamato la Pietra di Palermo, I cui nomi derivano dai musei italiani in cui sono custoditi. Questi ritrovamenti avvaloranti comprendono anche un'iscrizione su pietra nota come la Lista di Abydos, in cui i faraoni della XIX dinastia Seti I E suo figlio Ramses II, che regnarono 1000 anni prima dell'epoca in cui visse Manetho, raffigurarono se stessi (figura 11). Incisa sulle pareti del tempio principale di Abydos, una città dell'Alto Egitto, la lista elenca i nomi di 75 loro predecessori, a partire da “Mena”. Il Papiro di Torino conferma gli elenchi divini, semidivini E quelli caotici del periodo intermedio, e nomina (compresi successivi faraoni) un totale di 330 regnanti, proprio come va stato detto a Erodoto.

Celebre egittologo Sir W.M. Flinders Petrie portò alla luce un gruppo di tombe in un antichissimo cimitero alla periferia di Abydos. Steli che fungevano da pietre tombali e altre iscrizioni permisero di identificare il luogo, situato nei pressi di una presunta tomba di Osiride, come il cimitero dei faraoni della prima e della seconda dinastia. La sequenza di tombe, da est a ovest, cominciava con una su cui era inciso il nome del re Menes. Petrie identificò delle tombe che riportavano il nome di tutti faraoni della prima dinastia, e nel suo capolavoro The Royal Tombs of the Fist Dinasty (1900-1901) riconobbe che i ritrovamenti confermavano la lista di Manetho. Inoltre, scopri delle tombe con i nomi di re predinastici, a cui diede il soprannome di “Dinastia 0”. Successivi egittologi hanno identificato questi re come I governanti del periodo caotico elencati da Manetho, avvalorando anche quella parte dei suoi elenchi.

Importanza di questi dati confermati Walter la questione delle dinastie divine e semidivine 
in epoca prefaraonica: getta infatti una luce importante sul Diluvio E dei tempi anteriori a esso. Dato che oggi sappiamo con certezza che il dominio faraonico ebbe inizio in Egitto nel 3100 a.C. circa, la cronologia di Manetho ci riporta al 20.970 a.C. (12.300 + 1570 + 3650 + 350 + 3100 = 20.970). Il clima e altri dati presentati nei miei libri Il 12º pianeta e L'Altra Genesi porta la conclusione del Diluvio si avvenuto circa 13.000 anni fa, intorno al 10.970 a.C..

La risultante differenza di 10.000 anni (20.970 - 10.970) corrisponde esattamente alla somma della lunghezza del regno di Ptah (9000 anni) E della brusca interruzione del regno di Ra (1000 anni). Si tratta di un significativo sincronismo che collega la cronologia di Manetho al Diluvio: pensare che Ptah avvelenato prima del Diluvio perché regno di Ra sia stato bruscamente interrotto da quel cataclisma. Questo conferma da un lato la realtà del Diluvio e la sua collocazione nel tempo, e la veridicità dei dati divini e semidivini forniti da Manetho dall’altro.

  Per quanto sorprendente, questo sincronismo non è causale. Gli Egizi chiamavano loro paese “la terra emersa”, poiché una volta, secondo l'antica tradizione, aveva subito un'inondazione che l'aveva completamente sommerso. Il dio Ptah, grande scienziato, venne in soccorso. Su Abu, un'isola del Nilo chiamata anche Elefantina per via della sua forma, presso la prima cateratta del fiume nell'Alto Egitto, Ptah creò una grotta nelle imponenti rocce E vi installò delle chiuse che controllavano il flusso del fiume, consentendo al terreno a valle di asciugarsi letteralmente sotto gli occhi degli Egizi, facendo emergere la terra dalle acque. L'impresa fu raffigurata nell'arte egizia (figura 12) e la moderna grande diga di Assuan è situata nello stesso luogo vicino alla prima cateratta.

Questi avvenimenti potrebbero offrire una spiegazione del perché il dio che assunse allora dominio dell'Egitto fu chiamato Shu ( = secchezza, aridità), nome che indicava la fine della catastrofe idrica. Il successore fu chiamato Geb (= colui che accumula), poiché si impegnò in grandi opere di sterro per rendere il territorio ancora più abitabile e produttivo. come tessere di un puzzle, tutti quegli eventi equivalgono a una documentazione egizia di un diluvio verificatosi nel 10.1970 a.C. circa.

A queste ghiotte notizie sul Diluvio provenienti dalla preistoria egiziana si potrebbe aggiungere il fatto che, allo scopo di unificare l’Egitto, Men emulò Ptah creando un'isola artificiale nel Nilo, là dove il fiume comincia a ramificarsi in un delta, e costruendovi una nuova capitale dedicata al dio
Ptah, alla quale diede il nome di Men-Nefer (“La bella di Men”), Menfi in greco.


  Come la storia e l'arte greche, anche la storia la preistoria dell'Egitto non possono essere separate dalla presenza attiva dall'esistenza fisica degli bei egizi. In ogni angolo del paese, tutte le statue, le sculture, I dipinti, I templi, I monumenti e i testi incisi e illustrati all'interno delle piramidi o sui coperchi dei sarcofaghi o sulle pareti delle tombe parlano degli dei e del Pantheon dell’Egitto, li nominano e li raffigurano (figura 13). Qualsiasi cosa registrata e dipinta prima dell'epoca di Manetho e scoperta dopo quel periodo convalida il suo elenco di dinastie faraoniche: perché allora non accettare la realtà degli dei, a cui fecero seguito i semidei, quali regnanti l'Egitto prima dei faraoni umani?

Nei domini seulicidi, l'incarico di redigere il racconto del passato fu assegnato a un sacerdote storico babilonese di nome Beroso (trasposizione greca di Bel-Re’ushu = “Il Signore” [Marduk] è il suo pastore), nato a Babilonia quando Alessandro grande era in quella città. Il compito di Beroso era molto più complesso di quello affrontato da Manetho in Egitto, poiché la sua catalogazione non era limitata a un solo paese, ma doveva includere parecchi, con regni e sovrani diversi che non avevano necessariamente regnato in successione, ma volte in contemporanea in capitali diverse (talora in conflitto fra loro).

I tre volumi da lui scritti (chiamati Babyloniaca e dedicati a re Antioco I, 279-261 a.C.) non esistono più, ma non sono stati conservate alcune parti, dato che nell'antichità erano state copiate e ampiamente citate dagli eruditi greci contemporanei in seguito da altri storici greci e romani, fra cui Giuseppe Flavio. È grazie a quei riferimenti e a quelle citazioni, noti complessivamente come “Frammenti di Beroso”, che sappiamo che Beroso scelse di “globalizzare” l’argomento, decidendo iscrivere nulla storia di una nazione o di una monarchia, ma della Terra intera, non un gruppo di divinità, ma di tutti gli dei, dell'umanità in generale, di come tutti (dei, semidei, monarchie, re, esseri umani, civiltà) fossero venuti al mondo: una storia completa dagli inizi all’era di Alessandro. Grazie a quei frammenti sappiamo che Beroso divideva il passato in un'epoca antecedente il Diluvio e una successiva a esso, e affermava che prima della comparsa dell’uomini erano solo gli dei a governare la Terra.

Rispetto all'era antidiluviana, Alessandro Polistore, uno storico e geografo greco-romano del I secolo a.C., riferiva che «nel secondo libro [di Beroso] c'era la storia di dieci re dei Caldei e i periodi di ciascun regno, consistevano collettivamente di 120 shar, o 432.000 anni, arrivando ai tempi del Diluvio», (“Caldei” era un termine usato per descrivere gli abitanti dell'antica Mesopotamia ferrati in astronomia).

Il totale complessivo di 432.000 anni comprendeva la combinazione dei regni dei 10 sovrani elencati, inquilini individuali durarono comunque dei 10.800 ai 64.800 anni. Gli storici greci che citarono Beroso spiegare la lunga durata dei regni di quei sovrani era effettivamente espressa in unità numeriche chiamate shar (“Saros” in greco), ognuna delle quali equivaleva a 3600 anni. Lo storico greco Abideno, discepolo di Aristotele, che citava Beroso, spiegò che quei 10 sovrani e le loro città erano tutti nell'antica Mesopotamia illustrò il modo in cui erano stati espressi loro periodi di regno:

Si dice che il primo re della Terra fu Aloro, 
Egli regnò 10 shar. Or bene, si stima che uno shar
corrisponda a 3600 anni.
Dopo di lui Alapro regnò per tre shar.
Gli succedette Amillaro della città di panti-Biblon, che regnò per 13 shar.
Dopo di lui Ammenonne regnò per 12 shar; lui era della città di panti-Biblon.
Quindi Megaluro dello stesso posto, per 18 shar.
Poi Daos, il Pastore, governò per lo spazio di 10 shar.
Dopo di lui regnarono Anodafo ed Euedoresco.
Mi furono poi altri sovrani, l'ultimo di tutti fu Sisitro, cosicché nel complesso il loro numero ammontava 10 re, E la durata dei loro regni a 120 shar.


Anche Apollodoro di Atene (II secolo a.C.) relazionò in termini analoghi sulle rivelazioni antidiluviane di Beroso: 10 sovrani regnarono per un totale 120 shar (= 432.000 anni), E la durata del regno di ciascuno di loro fu calcolata in shar, unità di 3600 anni. In effetti tutti quelli che avevano citato Beroso affermavano che avessi elencato 10 sovrani divini che avevano regnato dall'inizio fino a Diluvio universale, visto come evento decisivo. Qui di seguito sono elencati i nomi dei 10 sovrani antidiluviani (grecizzati da coloro che citavano Beroso) e la durata dei rispettivi regni (nonostante le sequenze di successione variassero, tutti passi citati erano concordi nell'affermare che un “Aloro” fu il primo re e un certo “Xisurro” l’ultimo), per un totale di 120 shar.

I passi citati da Beroso indicano che suoi scritti trattavano varie questioni relative al genere umano stesso: come ebbe origine, come ottenere la conoscenza, come si diffuse e si stabilì sulla Terra. In principio sulla Terra c'ero solo gli dei. In base ai frammenti di Beroso gli esseri umani comparvero quando Deus (“Dio”), detto anche Belos (nome che significa “Signore”), decise di creare l’uomo.  A tal scopo utilizzò un “duplice principio”, ma il risultato furono “esseri orrendi”. «Apparvero uomini con due ali, alcuni con quattro, e con due facce… Si vedono altre figure umane con zampe e corna di capra … Nascevano anche tori con teste di uomini. Di tutti questi erano conservate descrizioni nel tempio di Belus a Babilonia».(Belus,  Greco per Bel/Ba’al, “il Signore”, era un epiteto in uso a Babilonia   per il dio Marduk).


Per quanto riguarda il modo in cui gli esseri umani tennero l'intelligenza e la conoscenza, Beroso scrissi che avvenne così: un capo di quei primi sovrani divini, di nome Oannes, uscì dal mare insegnò all'umanità tutti gli aspetti della civilizzazione. «Era un essere dotato di raziocinio, un dio che apparve dal Mare Eritreo, la viva le coste di Babilonia». Beroso riferiva che, pur avendo l'aspetto di un pesce, Oannes era dotato di una testa umana sotto quella di pesci e sotto la coda di pesce aveva piedi simili a quelli di un uomo. «Anche la sua voce il suo linguaggio erano articolati e umani» («Una sua rappresentazione», aggiungeva Alessandro Polistore, «si è conservata fino a oggi»).

Questo Oannes «era solito conversare con gli uomini, forniva loro una comprensione profonda delle lettere, delle scienze e di ogni genere di arte. Insegnava loro a costruire case, affondare templi e a redigere leggi, e spiegava loro i principi della conoscenza geometrica». Secondo i frammenti registrati da Polistore, fu Oannes a mettere per iscritto un racconto che spiegava le origini del genere umano, dato che la Creazione era stata preceduta da «un tempo in cui non c'era altro che oscurità e abissi di acqua».

I frammenti di Beroso includono poi dettagli relativi all'evento determinante, il Diluvio universale, che ebbe la funzione di spartiacque fra lega degli dei e i tempi degli uomini. Secondo Abideno, Beroso riferì che gli dei tennero segreta agli uomini l'imminente venuta di un diluvio devastante, ma il dio Crono (che nei miti greci era figlio del dio Urano = Cielo e padre di Zeus) rivelò il segreto a “Sisitro” (= Xisutro, nominato per ultimo nell'elenco dei sovrani antidiluviani):

Crono rivelò a Sisitro che ci sarebbe stato un
Diluvio il quindicesimo giorno di  Daisio  e gli
ordinò di nascondere a Sippar, la città del Dio Shamash,
ogni scritto disponibile.
Sisitro fece tutte queste cose e salpò
immediatamente per l’Armenia, e poi accadde 
quello che il dio aveva annunciato.

In base ai passi citati da Abideno, per scoprire se il Diluvio era finito Sisitro liberò degli uccelli che avrebbero dovuto trovare il terreno asciutto. Quando la barca raggiunse l’Armenia, Sisitro offrì sacrifici agli dei. Diede istruzioni alle persone che erano con lui sulla barca di fare ritorno a Babilonia; quanto a lui, fu accolto fra gli dei per trascorrere con loro il resto della sua vita.
Il racconto di Polistore era più lungo e dettagliato.  Dopo aver riferito che «in seguito alla morte di Ardate [o Obarte] suo figlio Xisutro regnò per 18 sari e in quel periodo ebbe luogo il diluvio universale», Polistore diede questa versione del racconto Caldeo:

La divinità, Crono, apparve in una visione e 
lo informò che il 15º giorno del mese
di Daiso vi sarebbe stato un diluvio che avrebbe 
distrutto genere umano.
Gli ingiunse di impegnarsi a scrivere una storia
dell’inizio, del progresso e della fine di tre cose, fino al
momento presente, e di seppellire quei documenti al sicuro
nella città del dio Sole, Sippar, 
e di costruire una nave e di prendere con se 
i suoi parenti e i suoi amici.
Avrebbe dovuto stivare cibo e acqua, e portare a bordo 
uccelli e animali, e salpare non appena tutto fosse stato pronto.

Seguendo queste istruzioni Xisutro costruita un’imbarcazione «lunga cinque stadi e larga due». In previsione degli sguardi interrogativi degli altri abitanti della città, il dio diede istruzioni a Xisutro di dire semplicemente che stava «salpando verso gli dei, per richiedere la loro benedizione sugli uomini». Fece per risalire a bordo sua moglie, i suoi figli «e gli amici più intimi».

Quando il diluvio si placò, «Xisutro mandò fuori alcuni uccelli che, non trovando cibo, tornarono alla nave». Il terzo giorno gli uccelli non tornarono e Xisutro ne dedusse che fosse apparso la terra. Dopo che l'imbarcazione si fu arenata, Xisutro, sua moglie, sua figlia e il timoniere sbarcarono e non furono mai più rivisti, «poiché vennero portati a dimorare presso gli dei». A quelli rimasti a bordo fu detto da una voce invisibile che si trovavano in Armenia, e fu loro ordinato di ritornare alla loro terra e «liberare gli scritti da Sappar e diffonderli fra l’umanità». Ed ecco quanto fecero:

Ritornarono a Babilonia, dissotterrarono gli scritti 
da Sippar, fondarono molte città, edificarono templi 
e ricostruirono Babilonia.


In base ai Frammenti, Beroso scrisse che in un primo tempo «tutti gli uomini parlano la stessa lingua», ma poi «alcuni di loro si misero a erigere una torre alta e grande, così che potessero salire fino al cielo». Ma Belus invia una tromba d'aria che «confuse i loro piani e diede a ogni tribù il proprio linguaggio particolare». «Il luogo in cui costruirò la torre viene ora chiamato Babilonia».





Z. SITCHIN


venerdì 2 novembre 2018

BABILONIA E MARDUK - LA MORTE DI ALESSANDRO


   All'inizio dell'estate 331 a.C. Alessandro radunò un vasto esercito e marciò verso il fiume Eufrate, sulle cui rive, nel suo corso meridionale, sorgeva Babilonia. Anche i Persiani, ancora guidati da Dario, assemblarono un'armata composta da cavalleria e carri e aspettarono l'arrivo di Alessandro, immaginando che avrebbe seguito il tradizionale percorso verso sud lungo l'Eufrate.

   
  Con una grande manovra di aggiramento, Alessandro piegò invece verso est. in direzione del Tigri, eludendo i Persiani e raggiungendo la Mesopotamia, di cui l'Assiria aveva storicamente fatto parte. Dopo aver saputo della strategia di Alessandro, Dario spinse in tutta fretta le truppe a nordest. I due eserciti si scontrarono sulla orientale del Tigri, in una località  chiamata Guacamole ("E" sulla cartina figura 1, nei pressi delle rovine dell'antica capitale assira Ninive (che oggi si trova nella parte curda dell'Iraq settentrionale).


   La vittoria consentì ad Alessandro di riattraversare il fiume Tigri; senza guadare l'ampio Eufrate, c'era una pianura che portava a Babilonia. Dopo aver respinto una terza offerta di pace da parte di Dario, Alessandro riprese la marcia verso Babilonia. Raggiunse la città nell'autunno del 331 a.C. e vi entrò a cavallo passando per la monumentale porta di Ishtar (ricostruzione figura 5: dopo essere stata riportata alla luce e riassemblata, è ora esposta al Pergamon Museum di Berlino).


  I nobili e i sacerdoti babilonesi diedero il benvenuto ad Alessandro, felici di essere liberati dal dominio Persiano, che aveva profanato e distrutto il grande tempio di Marduk. Il tempio era una grande ziggurat (piramide a gradoni) al centro del recinto sacro di Babilonia che si ergeva in sette piani  definiti con precisione astronomica (una ricostruzione, figura 6). Saggiamente, Alessandro fece sapere in anticipo che lo scopo della sua venuta era rendere omaggio al dio nazionale di Babilonia, Marduk, e restaurarne il tempio che era stato profanato. Era tradizione per i nuovi re babilonesi cercare la legittimazione ottenendo la benedizione della divinità stringendone le mani tese. Ma questo fu impossibile per Alessandro, poiché trovò il dio defunto in posizione supina in una bara d'oro, il corpo immerso in oli speciali che ne garantivano la conservazione.


   Pur essendo di sicuro consapevole che Marduk era morto, Alessandro deve essere rimasto scioccato  da quella visione: l' giaceva morto non un mortale, e non semplicemente il suo presunto padre, ma un dio, uno dei venerati "immortali". Ma allora lui, Alessandro, che al massimo poteva essere un semidio, che probabilità aveva di evitare la morte? Come spinto dalla determinazione a sfidare le circostanze, Alessandro arruolò migliaia di operai per il restauro dell'Esagil, destinando a quel compito le scarse risorse. e l'aver abbandonato la sua opera di conquista dichiarò chiaramente che aveva deciso di fare di Babilonia la capitale del suo nuovo impero.


   Nel 323 a.C. Alessandro, che a quel punto era a capo dell'impero persiano Dall'Egitto all'India, ritornò a Babilonia, ma gli aruspici babilonesi lo avvisarono di non entrare di nuovo nella città, perché se l'avesse fatto sarebbe morto. I cattivi presagi verificatesi poco dopo il primo soggiorno di Alessandro a Babilonia continuarono, nonostante quella volta il re macedone avesse evitato di entrare in città. Di lì a poco si ammalò e fu colto da febbre alta. Chiese ai suoi ufficiali di vegliare in sua vece all'interno dell'Esagil. Entrò la mattina di quello che in base alla nostra datazione attuale era il 10 giugno 323 a .C. Alessandro era morto, conseguendo l'immortalità non sul piano fisico, ma perché sarebbe stato ricordato in eterno.

 
Scena scattata nel momento in cui Alexander (Collin Farrel) solleva il braccio
per chiamare a se il padre Marduk 
La storia della nascita, della vita e della morte di Alessandro il Grande è stata argomento di libri, studi, film, corsi universitari e altro ancora per intere generazioni. Gli studiosi moderni non dubitano dell'esistenza di questo personaggio e hanno scritto un'infinità di saggi su di lui e della sua epoca, verificando ogni singolo dettaglio. Sanno che il grande filosofo Aristotele fu maestro e mentore di Alessandro, hanno stabilito la rotta seguita dal re macedone, analizzato la strategia di ogni battaglia e tramandato i nomi dei suoi generali. Ma è sorprendente che degli stimati studiosi si dedichino a questo senza un briciolo di pudore, perché mentre descrivono ogni aspetto della vita di corte macedone e ogni risvolto degli intrichi di palazzo, liquidano con una risata la parte che ha dato avvio a tutto questo: la convinzione che regnava in quella corte, nutrita da Alessandro stesso e dai Greci istruiti, secondo la quale un dio poteva generare un figlio con una mortale!


   Questo disprezzo per il "mito" si estende al tema più vasto dell'arte greca. Volumi sotto il cui peso si deformano gli scaffali di biblioteche pubbliche e private si occupano di ogni minimo dettaglio dell'arte greca nei suoi vari stili, retroterra culturali, origini geografiche; i musei riempiono gallerie con sculture di marmo, bronzi, vasi dipinti e altri manufatti. E che cosa raffigurano tutte queste opere? Invariabilmente divinità antropomorfe, semidei eroici ed episodi tratti dai cosiddetti racconti mitici (come questo dipinto che ritrae il dio Apollo che accoglie suo padre, il dio Zeus, accompagnato da altri dei e dee, figura 7).


  Per motivi che sfuggono alla comprensione, negli ambienti accademici vige la regola di classificare nel seguente modo i documenti delle antiche civiltà: se il racconto o il testo tratta di re, viene considerato negli Annali Reali; se tratta di personaggi eroici, è classificato come epica. Ma se l'argomento tratta di divinità, viene catalogato come mito: chi, infatti, facendo corretto uso della propria mente scientifica, crederebbe come gli antichi Greci (o Egizi o Babilonesi) che gli dei siano esseri reali, onnipotenti, che vagano per il cielo, impegnati in battaglie e a progettare tormenti e tribolazioni per gli errori, se non addirittura a generare quegli stessi eroi accoppiandosi con donne mortali?

 
Alexander (Collin Farrell) vede per l'ultima volta il dio Marduk
prima di morire. Immagine ripresa in un frame del film
  C'è quindi una certa ironia nel fatto che la saga di Alessandro il Grande sia considerata un fatto storico anche la sua nascita, le sue consultazioni degli oracoli, i suoi itinerari e la sua fine a Babilonia non avrebbe potuto aver luogo senza includere divinità "mitiche" quali Amon, Ra, Apollo, Zeus e Marduk, o semidei come Dionisio, Perseo, Ercole e forse lo stesso Alessandro.

   Ora sappiamo che le tradizioni di tutti i popoli antichi erano piene di racconti e dipinti di divinità che, pur avendo un aspetto simile al nostro, erano diverse e sembravano addirittura immortali. I racconti erano sostanzialmente gli stessi  in ogni parte del globo terrestre, e nonostante gli esseri venerati venissero chiamati in modo diverso a seconda del paese, i loro nomi avevano nel complessivo il medesimo significato in tutte le lingue: ciascuno di essi era un epiteto che indicava un aspetto particolare di quella divinità.


   Ecco allora che i Romani chiamavano Giove e Nettuno quelli che erano per i Greci Zeus e Poseidone. Indra, il dio induista delle tempeste, ottenne la supremazia lottando contro i rivali con fulmini esplosivi, proprio come aveva fatto Zeus (figura 8), e il suo nome sillabato, In-da-ra, è stato trovato negli elenchi delle divinità degli Ittiti in Asia Minore: era un altro nome con cui veniva chiamata la divinità principale di quel popolo, Teshub, il dio dei tuoni e dei fulmini (figura 9a).


   Troviamo poi Adad ("Il Tonante") presso gli Assiri e i Babilonesi, Hadad presso i Cananiti, e perfino nelle Americhe, dove come dio Viracocha è stato raffigurato nella "Porta del Sole" a Tiahuanaco, Bolivia (figura 9b). E l'elenco potrebbe continuare. Com'è possibile? Perché succedeva questo?


   Mentre procedevano attraverso l'Asia Minore, i Greci oltrepassarono imponenti monumenti ittiti, nella Mesopotamia settentrionale s'imbatterono nelle rovine delle grandi città assire, devastate ma non ancora sepolte dalle sabbie del tempo. Non solo i nomi delle divinità, ma anche l'iconografia, i simboli, erano gli stessi dappertutto, dominati dall'immagine del "disco alato" (figura 10) che i Greci trovarono in Egitto e in qualsiasi altro luogo, perfino sui monumenti dei re persiani come simbolo supremo di quei monarchi. Che cosa rappresentava? Che significato aveva tutto ciò?


   Poco dopo la morte di Alessandro le terre conquistate furono spartite fra due suoi generali, dato che i suoi eredi legittimi  - il figlioletto di quattro anni e il suo tutore, il fratello di Alessandro - erano stati assassinati. Tolomeo e i suoi successori, stabilitisi in Egitto, s'impadronirono dei domini africani, mentre Seleuco  e i suoi successori, di stanza in Siria, governavano l'Anatolia., la Mesopotamia e le distanti terre dell'Asia. Entrambi i nuovi sovrani s'impegnarono ad apprendere tutta la storia del dei e dei paesi che erano passati sotto il loro controllo. I Tolomei, che fondarono anche la famosa biblioteca di Alessandria, scelsero un sacerdote egizio, noto come Manetho, a cui affidare la scrittura in greco della storia dinastica  e della preistoria divina dell'Egitto.


   I Seulicidi tennero al proprio servizio "Beroso", un sacerdote babilonese che parlava greco e che incaricarono di redigere la storia e la preistoria dell'umanità e dei suoi dei in base alle conoscenze mesopotamiche. IN entrambi i casi i motivi erano dettati da qualcosa in più della semplice curiosità: come dimostrarono gli eventi successivi, i nuovi sovrani ambivano a essere accettati dando a intendere che i loro regni fossero una continuazione legittima delle monarchie dinastiche che risalivano agli dei.


   Quello che abbiamo appeso dagli scritti di questi due eruditi ci trasporta negli antichissimi tempi ed eventi degli affascinanti versetti del capitolo 6 della Genesi, oltre la questione della possibile veridicità dei "miti", una memoria collettiva di avvenimenti passati, e ci catapulta verso la scoperta del fatto che si tratta di versioni di documenti reali, alcuni dei quali sembrano risalire ai giorni che precedettero il diluvio.


Babilonia e Marduk

   Chiamata Bab-lli (="porta degli dei") in accadico (da cui Babele nella Bibbia) era la capitale che diede il nome a un regno sul fiume Eufrate, a nord di Sumeria e Accadia.  Prima che gli scavi archeologici eseguiti dopo la Prima Guerra Mondiale portassero alla luce il suo sito e ele sue dimensioni imperiali, l'esistenza di Babilonia era nota solo grazie ai racconti della Bibbia, in primo luogo per via dell'episodio della Torre di Babele, e poi per gli eventi storici registrati nei libri dei Re e dei Profeti.

Marduk
   L'ascesa e la storia di Babilonia erano strettamente intrecciate alle vicende e alle ambizioni de dio Marduk, il cui tempio principale, una ziggurat chiamata E-sag-il (= "il tempio dalla cima elevata") fu eretto all'interno di un recinto sacro dallo sviluppo irregolare, in cui si aggirava una pletora di sacerdoti, gerarchicamente divisi in addetti alle pulizie, macellai, guaritori, amministratori, scribi, astronomi e astrologi. Mar.duk (="Figlio proveniente dal luogo puro") era il primogenito del dio sumero Ea/Enki, i cui domini erano situati in Africa (dove ho ipotizzato che venisse adorato rispettivamente con il dio Ra e Ptah). Ma Marduk cercò di ottenere il dominio totale stabilendo il suo "ombelico della Terra" proprio in Mesopotamia, tentativo che incluse l'incidente della "Torre di Babele". Il successo arrivò infine dopo il 2000 a. C., quando uno sfolgorante Marduk (vedi illustrazione) invitò tutti gli altri dei principali a stabilirsi a Babilonia come suoi subordinati. 

  Babilonia  assurse allo stato imperiale con la dinastia inaugurata dal re Hammurabi nel 1800 a.C. circa. La decifrazione dei testi cuneiformi trovati un po' dappertutto nel Vicino Oriente antico ha fornito alcuni dati storici sulle conquiste babilonesi per motivi religiosi e sulla sua rivalità con l'Assiria. Dopo un declino della durata di circa cinque secoli, un nuovo impero babilonese risorse per durare fino al IV secolo a.C. Fra le sue conquiste vi furono diversi attacchi a Gerusalemme e la distruzione del suo tempio nel 587 a.C. a opera del re Nabucodonosor II, che confermano pienamente i racconti biblici.

  Il ruolo di Babilonia quale capitale imperiale, centro religioso e simbolo del suo regno giunse al termine del 539 a.C. quando la città fu conquistata dal re persiano achemenide Ciro. Mentre questo sovrano bevve rispetto per Marduk, il suo successore Serse distrusse il famoso tempio ziggurat nel 482 a.C., che all'epoca aveva solo da funzione di sepolcro glorificato per il defunto Marduk. 
  
   E Alessandro cercò di ricostruire appunto quelle rovine.




Z.Sitichin