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sabato 22 settembre 2018

LE DODICI ORE DELL’AMDUAT NELLE TOMBE DELLA VALLE DEI RE

L'Amduat, letteralmente "ciò che è nell'aldilà", è un libro che fa parte di quei testi religiosi dell'antico Egitto destinati ad accompagnare il defunto nel suo viaggio nell'oltretomba per consentirgli di "vivere" ancora nel mondo ultraterreno.
Si tratta, generalmente, di formule e di racconti incentrati sul viaggio notturno del Dio sole (nelle sue diverse manifestazioni) e della sua lotta con le forze del male (tra cui il serpente Apopi) che tentano, nottetempo, di fermarlo per non farlo risorgere al mattino.
Il libro dell'Amduat è forse il principale trattato egizio (del Nuovo Regno) sulla vita nell'aldilà.
Chiamato dagli antichi "Il libro della Camera Nascosta”, è il più antico dei "libri" in qualche modo connessi alla sepoltura ed è quello maggiormente rappresentato nelle tombe della Valle dei Re. Tratta, fondamentalmente, del viaggio del Dio Sole (in tutte le sue manifestazioni: Khepri, Ra, Aton) nelle 12 divisioni dell'aldilà, corrispondenti alle Dodici Ore della notte.
Versioni complete sono riportate nelle tombe di Thutmose III ed Amenofi II mentre nelle altre sono state trovate versioni parziali e stralci. Il libro è riportato nelle seguenti tombe della Valle dei Re (riportate in ordine cronologico di regno dei “Titolari” –ove noti-):

  • Thutmose I, XVIII Dinastia, tomba KV38: la copia più antica;
  • Hatshepsut, XVIII Dinastia, tomba KV20;
  • Thutmose III, XVIII Dinastia, tomba KV34: copia completa;
  • Amenofi II, XVIII Dinastia, tomba KV35: copia completa;
  • Amenofi III, XVIII Dinastia, tomba KV22;
  • Tutankhamon, XVIII Dinastia, tomba KV62: solo la 1 ora;
  • Ay, XVIII Dinastia, tomba KV23: solo la 1 ora;
  • Seti I, XIX Dinastia, tomba KV17 le prime 11 ore;
  • Ramses II, XIX Dinastia, tomba KV7: ore 1ª, 2ª, 4ª, 5ª, 6ª, 7ª, 8ª, 12ª;
  • Merenptah, XIX Dinastia, tomba KV8: ore 3ª, 4ª, 5ª, 10ª, 11ª;
  • Seti II, XIX Dinastia, tomba KV15: ore 2ª, 3ª, 4ª, 5ª;
  • Siptah, XIX Dinastia, tomba KV47: incompleto;
  • Ramses III, XX Dinastia, tomba KV11: ore 4ª, 5ª;
  • Ramses VI (in origine scavata per Ramses V), XX Dinastia, tomba KV9: prime 11 ore;
  • Ramses IX, XX Dinastia, tomba KV6: ore 2ª, 3ª, 4ª.


Nella prima ora il Dio Sole entra nell'orizzonte occidentale (Akhet, che è anche una stagione dell'Antico Egitto): un passaggio tra giorno e notte. Nella seconda e terza ora, si passa attraverso un mondo ricco d'acqua chiamato 'Wernes' e 'Acque di Osiride'. Nella quarta ora si arriva all'impervio regno di sabbia di Sokar, il Dio Falco degli Inferi, dove incontra oscure vie, trasportato su un'imbarcazione-serpente. Nella quinta ora il Dio scopre la tomba di Osiride, che è un recinto sotto il quale si nasconde un lago di fuoco; la tomba è coperta da un tumulo piramidale (identificato con la dea Iside), e su cui sono scese Iside e Nefti sotto forma di due rapaci. Nella sesta ora si verifica l'evento più significativo nel mondo sotterraneo. Il Ba (o anima) di Ra si unisce con il proprio corpo, o in alternativa con il Ba di Osiride all'interno del cerchio formato dal serpente Mehen. Questo evento è il punto in cui il Sole comincia la sua rigenerazione, è un momento di grande significato, ma anche di pericolo, visto che nella settima ora l'avversario Apopi, sta in agguato e deve essere soggiogato dalla magia di Iside, e dalla forza di Seth assistito da Selkis. Una volta che questo è stato fatto il Dio Sole apre le porte della tomba nell'ottava ora e poi lascia l'isola di sabbia di Sokar remando vigorosamente in acqua nella nona ora. Nella decima ora il processo di rigenerazione continua attraverso l'immersione nelle acque fino a che nell'undicesima ora gli occhi del Dio (un simbolo indice della sua salute e del suo benessere) sono completamente rigenerati. Nella dodicesima ora egli entra nell'orizzonte orientale pronto a risorgere ancora come il Sole di un nuovo giorno.



Sala del sarcofago con scene dell'Amduat, KV35

L’articolo riguarda una delle composizioni funerarie più importanti del Nuovo Regno
Egiziano, il Libro dell’Amduat (“ciò che è nell’aldilà”), apparso per la prima volta sulle pareti
delle tombe regali della Valle dei Re. L’Amduat descrive il viaggio della barca solare nel mondo sotterraneo durante le dodici ore della notte, nel corso delle quali il dio-sole Ra si rigenera per rinascere all’alba. Il sovrano defunto, identifi cato con Ra, è costretto ad affrontare numerosi pericoli proprio come il sole, che combatte ogni notte le forze dell’oscurità; pertanto, alla stregua del dio, il re tramonta a Occidente per rinascere a Oriente, una volta sconfi tti i nemici nel mondo infero.
L’autore, dopo un commento introduttivo, spiegherà il periplo solare notturno ora per ora.


Il percorso notturno del sole rappresenta il punto di partenza per un viaggio nel mondo dell’aldilà. Secondo la tradizione religiosa egizia, giunto all’orizzonte occidentale del cielo, il sole si cela al nostro sguardo per portare la sua luce negli abissi sconosciuti, illuminare i defunti e risvegliarli a nuova vita; dal tramonto all’alba, percorrendo a ritroso nello spazio e nel tempo il cammino notturno, l’astro divino ci offre la possibilità di gettare uno sguardo in quegli ambienti chiusi e oscuri che
giacciono nelle viscere della terra, scandagliando la struttura di questo “spazio interno del mondo” e portando alla luce cose ed esseri dell’oscuro regno sotterraneo.


Le fonti che ci riferiscono con precisione riguardo a questo luogo, la Duatprovengono da tutte le epoche; esse tuttavia raggiungono un certo spessore e presentano un approfondimento sistematico
dell’argomento in un gruppo di testi religiosi del Nuovo Regno nelle tombe della
Valle dei Re, fornendo informazioni sul mondo sotterraneo, sui suoi abitanti e sulla sua topografi a. Il più antico tra questi è il
Libro dell’Amduat1, “ciò che è nella Duat”, che è apparso per la prima
volta sulle pareti della tomba della regina Hatshepsut (1479-1458 a.C.)
2 sebbene non
integralmente; dopodiché, almeno fino alla fine della XX dinastia (1186-1070 a.C.), si trova solo nelle sepolture regali
3. Dopo la fine del Nuovo Regno, l’Amduat fu copiato su papiri e su sarcofagi e divenne disponibile per i sacerdoti e i loro famigliari, rimanendo ancora in uso nelle tombe di Età
Tarda (712-332 a.C.) e sui sarcofagi non regali di Età Tolemaica (332-30 a.C.); citazioni sono state trovate ancora durante l’Età Romana (30 a.C. - 395 d.C.). L’
Amduat descrive il viaggio della
barca solare nel mondo sotterraneo durante le dodici ore della notte, nel corso delle quali il dio-sole si rigenera per rinascere all’alba
4. Il sovrano defunto, identificato con Ra, è costretto ad affrontare numerosi pericoli proprio come il sole, che combatte ogni notte le forze dell’oscurità; pertanto, alla
stregua del dio, il re tramonta a Occidente per rinascere a Oriente, una volta sconfitti i nemici nel mondo infero. Ogni divisione, dodici come le ore che intercorrono tra il tramonto e l’alba, è introdotta da una porta, che permette l’accesso a una delle contrade dell’aldilà; per varcare la soglia, il sole deve svelare e pronunciare il nome esatto delle divinità guardiane, in modo tale da poterle convocare in momenti di bisogno o scacciarle. Il testo dunque espone una lista di ben novecentootto nomi divini e la completa toponomastica oltremondana, dettagliando ora per ora il periplo della barca
che trasporta il dio sole. A livello figurato ogni sezione è suddivisa in tre registri -soltanto nella prima
i registri sono quattro-, quello centrale sempre riservato all’immagine della barca solare, su cui trovano posto Ra stesso e altre divinità. Le immagini e i testi non sono dissociabili, tuttavia non è possibile determinare se le figure siano servite da base per la composizione del testo oppure,al contrario, se la parte scritta abbia preceduto quella iconografi ca. I segni geroglifici seguono un andamento sinistrorso, tuttavia la teoria delle divinità segue la direzione opposta, da sinistra a destra.
Il percorso si svolge in un mondo speculare a quello dell’Egitto terreno: da sud a nord, la barca del dio-sole attraversa dapprima le terre di Osiri ad Abido, dove si estendono i fertili e paradisiaci Campi di Iaru bagnati dal fiume Urnes; poi, si addentra a nord nelle aride contrade di Sokari, il dio custode della necropoli di Menfi , e ancor più su, nelle regioni dell’Osiri di Busiri, signore del Delta; infine, si dirigerà a est, verso Iunu (Eliopoli), dove il sole concluderà il viaggio per rinascere all’alba del nuovo giorno.


Scorcio della Valle dei Re  

L’opera, frutto di una lunga evoluzione di concetti religiosi e funerari strettamente legati alle pratiche originarie, soddisfaceva un’esigenza specifica: la realizzazione del destino ultimo di colui per il quale l’opera era stata originariamente redatta, il re. In essa spiccano due principi fondamentali che in qualche modo si sovrappongono, rendendo spesso indistinto ciò che si deve ricondurre a ciascuno: la solarizzazione del sovrano attraverso i rituali funebri e la rinascita del dio sole5. Inoltre, se il libro si limitasse a essere semplicemente una descrizione del periplo solare notturno o topografico
dell’oltretomba, il suo valore teologico sarebbe assai limitato e non certo tale da giustificare l’impiego che i sovrani egizi ne fecero, ornando le pareti delle loro sepolture ed attribuendo ad esso il valore di ausilio per il raggiungimento della vita eterna
6.


Arerit 

Prima ora:
Al termine del giorno il sole tramonta e scompare nell’orizzonte occidentale del cielo per immergersi nelle folte tenebre della
Duat. Esiste tuttavia un breve intervallo in cui non è più giorno ma nemmeno notte, quando il cielo è pervaso da un leggero e diffuso chiarore. Questi è il crepuscolo,che testimonia la prima tappa del viaggio attraverso un luogo di confine, una sorta di anticamera dell’aldilà, nella quale il dio sole Ra evolve e si trasforma7. Il carattere transitorio di tale regione è sottolineato dalla sua stessa denominazione, Arerit, ovvero “vestibolo”. La barca solare con il suo equipaggio scorre sicura sulla corrente di Urnes, il fiume dell’oltretomba: davanti si ergono Upuaut, la vedetta che scruta l’orizzonte, e Sia (“sapienza”), cioè il pilota di prora che conosce le correnti, i banchi di sabbia e il fiume; seguono Nebetuia, la signora della barca, che ne gestisce l’organizzazione; al centro Iuf-Ra, alle cui spalle si trova Horhekenu, l’araldo che riporta le informazioni di Sia, e i due guardiani, Kamaat e Nehes; al fondo prendono posto Hu (“enunciazione”), il pilota di poppa che riferisce le informazioni di Horhekenu, e Kherepuia, il timoniere. Lungo le rive sabbiose di Urnes si trovano cortei di varie divinità festanti; queste hanno il compito di facilitare l’ingresso del dio sole, acclamandolo e onorandolo secondo specifi che dimostrazioni. Sono presenti anche dodici serpenti con la funzione di schiarire il cammino della barca con il fuoco della loro bocca, e le dodici ore della notte che guideranno il sole nelle tenebre del mondo inferiore.


La seconda ora dell’Amduat, dalla tomba di Thutmosi III.  


Duat - Abido

Seconda ora:
Al confi ne estremo di Arerit si staglia il portale che fornisce l’accesso alla Duat, Amerdjer, “colui che tutto ingoia”. Al di là di esso, comincia l’oltretomba vero e proprio. Le prime terre che il dio sole incontra nel suo lungo viaggio rientrano nel distretto di Abido e appartengono quindi al dio Osiri Khentimentiu, “colui che presiede agli Occidentali”. La regione, denominata “Specchio d’acqua di Ra”, è fertile, un reame di abbondanza inondato dall’acqua, sulla quale la barca scorre
tranquillamente. Un grande corteo di varie divinità -preposte alle stagioni, all’anno, alle stelle e
alla vegetazione- accoglie Iuf-Ra, rendendogli omaggio. Qui risiedono le anime dei beati che coltivano in pace i rigogliosi e paradisiaci
Campi di Iaru.


Terza ora
Dopo aver oltrepassato la porta “Colui che prende”, la barca solare, scortata da altre tre, prosegue il suo periplo notturno nella fertile regione chiamata “Specchio d’acqua di Osiri”: è questa la residenza del dio dei morti, il quale compare in otto forme diverse, quattro con Corona Bianca,quattro con Corona Rossa. La dolce acqua di Urnes e l’abbondanza dei campi sono i temi dominanti anche in questa contrada.



La quinta ora dell’Amduat, dalla tomba di Thutmosi III.  


Duat - Menfi

Quarta ora
Il viaggio dell’astro solare continua verso nord. Infatti, dopo aver varcato la porta “Colei che è misteriosa d’accesso”,entra nel deserto di Sokari, il dio mummiforme ieracocefalo, signore di Rasetau, la necropoli di Menfi . La contrada Imhet (“caverna”), ovvero la parte terminale di Rasetau dove risiedono i defunti, differisce sensibilmente dalle fertili terre di Abido. La distesa è arida e sabbiosa, pertanto, non essendoci più il fiume Urnes, lo scafo della barca divina è costretto a trasformarsi in un serpente, con testa a prora e a poppa, in modo da poter scivolare sulla sabbia e da rischiarare, con le fiamme che escono dalle fauci, la via immersa nell’oscurità. Il sole stesso non emana più luce e tutto intorno il silenzio è impenetrabile. La regione è popolata da serpenti e da mostri a una o più teste, talvolta umane, dotate di gambe e ali; nessuno di essi rende omaggio a Ra, quasi fosse una sorta di intruso, e né cortei né acclamazioni accompagnano il passaggio della barca divina. Il sole procede dunque nel suo cammino,costretto in una via angusta senza scorgere
gli abitanti del luogo, i quali a loro volta lo ignorano.



Quinta ora
Per accedere al cuore del regno di Sokari il dio sole varca la porta “Stazione degli dèi”. Il cammino è così arduo che la barcaserpente deve essere trainata da sette dèi per farla giungere al di sopra della caver na in cui risiede Sokari, protetto da alcune divinità guardiane. L’antro, in forma di cartiglio, è celato alla vista, nascosto nelle viscere di una montagna in forma piramidale, sormontata dalla testa della dea Isi, circondata di sabbia e collocata sul dorso di due protomi di sfinge8. Per quanto la regione sia ancora oscura e inospitale, essa costituisce una tappa cruciale nel processo di rigenerazione solare;infatti, il tumulo Hen (“cassa”) che si nota al di sopra della testa di Isi altro non è che la tomba di Osiri9, dalla quale fuoriesce lo scarabeo, ovvero il sole che si rigenera. In tal modo è possibile assistere alla misteriosa unione di Ra e di Osiri, del quale Sokari è uno degli aspetti. L’osirizzazione di Ra e la solarizzazione di Osiri sono gli avvenimenti cardine del processo rigenerativo notturno. 

Duat-Busiri

Sesta ora
Dopo aver superato indenne la porta “Colui che affila i coltelli”, la barca solare riprende l’aspetto consueto e percorre le regioni sacre all’Osiri di Busiri, signore del Delta, procedendo nuovamente
sull’acqua. Gli abitanti della regione sono di nuovo favorevoli al suo passaggio; non solo,al cospetto di Ra accorrono i numi preposti alle offerte funerarie e i proprietari dei campi coltivati, per distribuire i frutti della terra alle anime della Duat. Il dio sole supervisiona i campi, dispensando le offerte e prendendosi cura di tutti gli abitanti della regione. I tre santuari che si ergono nella contrada custodiscono, ciascuno, una parte del corpo di Ra (la testa, le ali e la parte posteriore) e alludono allo smembramento di Osiri che esige una ricomposizione: un secondo richiamo all’identificazione Ra/Osiri nel processo di rigenerazione. Infine, l’apparizione di un serpente a cinque teste ripiegato a ellisse attorno a un uomo supino, riassume tutta la dottrina dell’Amduat intorno alla morte e rinascita del dio sole: il corpo rappresenta il cadavere di Ra, Iuf, che simboleggia allo stesso tempo quello di Osiri; la presenza dello scarabeo sulla testa precisa che il corpo è quello di Khepri, ovvero il sole in utero che dovrà apparire all’alba. 

Settima ora
La settima ora è cruciale, poiché è messo in forse il processo rigenerativo a causa del grande serpente Apopi, l’incarnazione del caos primordiale. Varcata la soglia perigliosa denominata “Portale di Osiri”, la barca solare ha la necessità di mutare nuovamente forma: la cabina di legno, in cui solitamente risiede Ra, scompare ed è sostituita dal serpente Mehen, che avviluppa il dio tra le sue spire per proteggerlo da ogni male. A prora, Isi, dea e maga, occupa il posto di Nebetuia
per fermare con i suoi incantesimi il serpente Nehahor (“Il ritorto di volto”), una forma di Apopi: il serpente ha prosciugato il fiume per far arenare e inghiottire la barca divina. Il piano di Apopi tuttavia non ha esito grazie agli incantesimi di Isi e all’intervento di alcune divinità, che riescono a
legare Nehahor con corde robuste e a minacciarlo con lunghi coltelli. Una volta sconfitto l’enorme rettile, il sole può fi nalmente mettere in movimento le stelle del cielo e stabilire la posizione
delle ore.


Ottava ora
La regione percorsa durante l’ottava ora si presenta come un’enorme necropoli -il nome tra l’altro è rappresentativo, “Il sarcofago dei suoi dèi”- e le dieci caverne che vi si trovano sono veri e propri sepolcri, i cui occupanti sono tutti dèi. Sotto la sabbia giacciono i cadaveri delle divinità, sopra di essa si ergono le loro forme, poste sopra il segno geroglifico dei vestiti: nel mondo dell’aldilà le vesti recano un’importanza particolare, poiché solo i nemici sono nudi. All’apparire del sole, dopo aver varcato la soglia “Colei che sta ritta senza stancarsi”, le porte delle caverne si spalancano e
la luce di Ra squarcia le tenebre e rende visibili le forme divine.


Nona ora
La barca divina oltrepassa la porta ‘Il guardiano dei fl utti’ ed entra nell’ultima propaggine del regno dell’Osiri di Busiri, la “Segreta di forme, vivente di manifestazioni”. L’abbondanza e il lavoro dei campi sono i temi dominanti nella contrada e il dio sole percorre placidamente i flutti di Urnes, per prepararsi alla sua rinascita nel mondo dei viventi.


Duat - Eliopoli

Decima ora
Le tappe terminali del processo rigenerativo di Ra avvengono nel suo dominio,Eliopoli. La prima regione, che s’incontra dopo aver oltrepassato la porta “Grande di manifestazioni, che dà vita alle forme”, è “L’abisso dalle alte sponde”; una contrada dominata dall’elemento acqua, in cui il dio
Horo, ritto, osserva i lenti fl utti del Nun, l’oceano primordiale, in cui galleggiano, come dormienti, i corpi degli affogati. Il dio li assiste quotidianamente con formule magiche e incantesimi, per dare loro vita e forza affinché le loro anime possano vivere.


Undicesima ora
Il viaggio solare prosegue e, dopo aver varcato la porta “Luogo di riposo di coloro che sono nella
Duat”, la barca divina prosegue nella contrada ‘Ingresso della caverna che conta i cadaveri’.
Al fi ne di prevenire tutti i pericoli che potrebbero mettere a repentaglio la riuscita
del processo rigenerativo, cinque dee annientano tutte le forme in cui possono manifestarsi i nemici: armate di coltelli, sputano fi amme davanti a sei tumuli di sabbia che contengono corpi zampillanti sangue,anime, ombre e teste e cadaveri nemici capovolti. La punizione e l’annientamento dei malvagi diventano il motivo conduttore dell’undicesima ora.



La dodicesima ora dell’Amduat, dalla tomba di Thutmosi III. 

Dodicesima ora
“Colei che genera le tenebre, che fa apparire le nascite” è la regione nella quale termina il processo di rigenerazione del sole. Superata la soglia “Quella che innalza gli dèi”, la barca di Ra deve penetrare nel corpo di un gigantesco serpente (“Il
ka di colui che fa vivere gli dèi”), dove avverrà, celata alla vista, la trasformazione di IufRa in Khepri. Quest’ultimo uscirà dalla bocca del serpente, dirigendosi verso l’immagine di Shu, il dio dell’aria, sotto forma di una testa con due lunghe braccia distese sul lato sabbioso del confi ne estremo dell’aldilà. Addossato al confi ne, il cadavere di Iuf-Ra, cioè il corpo mummiforme di Osiri, rimane nell’aldilà, protetto da alcune divinità. Lo scarabeo Khepri, invece, muta nuovamente e si trasforma in disco solare, avviandosi verso le braccia di Shu. In tal modo, con l’aiuto del dio dell’aria, avviene la rinascita del nuovo sole, il quale attraversa l’orizzonte orientale del cielo per illuminare all’alba il mondo dei viventi

(Federico Bottigliengo)

Note
1 Il titolo originale egiziano, reso nelle pubblicazioni di Schott 1958 e Hornung 1963-1967, è Gli scritti del luogo nascosto nel quale si trovano i ba, gli dèi, le ombre, gli spiriti-akh e ciò che viene fatto. L’inizio è il corno dell’Occidente, la porta dell’orizzonte occidentale, la fine è l’oscurità, la porta dell’orizzonte occidentale. Per conoscere i ba dell’aldilà, per conoscere ciò che viene fatto, per conoscere le loro trasfi gurazioni per Ra, per conoscere i ba segreti, per conoscere che cosa avviene nelle loro ore e i loro dèi, per conoscere ciò che egli (= il sole) dice loro. Per conoscere le porte
e le vie che il grande dio attraversa, per conoscere lo scorrere delle ore e i loro dèi, per conoscere coloro che sono onorati e coloro che sono annientati
Il termine ‘luogo’ traduce l’espressione egiziaa.t, che designa precisamente uno spazio chiuso, ovvero una camera funeraria, cioè un locale
consacrato dai limiti architettonici ben definiti. Nello specifico designa la camera funeraria che Horo
edificò per suo padre Osiri nella Duat e, per estensione, la Duat stessa, uno spazio invisibile e sacro
che circonda la sepoltura del sovrano dell’aldilà. 
2 Non di Thutmosi I (1504-1492 a.C.) come a lungo
si è pensato; cfr. Mauric-Barberio 2001, p. 334. 
3 L’esemplare nella tomba del visir Useramon (TT 61,XVIII dinastia, regno di Thutmosi III, 1479-1425 a.C.) è un caso unico; cfr. Hornung 1958, pp. 99-120. 4 Cfr. Barguet 1972, p. 7. 5 Per approfondimenti, cfr. Barguet 1972, pp. 7-11.6 Per una interpretazione del carattere “iniziatico” del testo, sulla base di alcune affermazioni che indicano come il valore della composizione sia stato inteso soprattutto «sulla terra, tra i viventi», rimando
al capitolo introduttivo di de Rachewiltz 1959, particolarmente da p. 8 a p. 16. Il viaggio notturno del
dio sole riporterebbe, secondo tale interpretazione, all’acronimo alchemico V.I.T.R.I.O.L.U.M., usato per l’espressione latina
Visita Interiora Terrae Rectifi cando Invenies Occultum Lapidem Veram
Medicinam
(“Visita l’interno della terra, e rettificando troverai la pietra nascosta che è la vera medicina”); un invito dunque alla discesa nella terra,negli inferi, nell’inconscio, «il viaggio cosciente
del principio solare attraverso varie prove e pericoli, “rectifi cando” ciò che è necessario, affi nché
il “volatile” divenga “fi sso” e il sole possa nascere, vittorioso, al termine del periglioso viaggio».
L’aldilà dunque costituirebbe la simbolica terra da conoscere e il libro dell’Amduat la guida per tale
viaggio, il quale può essere compiuto dopo la morte oppure, in via eccezionale, già durante la vita.
7 Il dio sole è rappresentato nella forma di un uomo a testa d’ariete, in virtù del fatto che il segno geroglifi co dell’ariete è una delle grafi e più usuali per ba, l’aspetto con il quale il dio sole attraversa l’aldilà durante le dodici ore della notte. Nel testo Ra è sempre denominato Iuf “la carne”, nel senso di cadavere. 8 Sono i leoni Sef e Duau, i guardiani dell’entrata e dell’uscita dell’oltretomba, coloro che sostengono il sole all’orizzonte. 9 Ciò si comprende dalla presenza di Isi e Nefti in forma di rondine ai lati.

Bibliografia  
Barguet P. 1972 - L’Amdouat et les funérailles royales, Revue d’égyptologie XXIV: 7-11.
Carrier C. 2009
- Grands livres funéraries de l’Égypte pharaonique, Cybele.De Rachewiltz B.
2009
- Il libro egizio degli Inferi: testo iniziatico del Sole Notturno tradotto e commentato, Terra di Mezzo

Fornari A.M., Tosi M.1987 - Nella Sede della Verità. Deir e- Medina e l’ipogeo di Thutmosi III, Franco Maria Ricci.
Hoffmann N.1996 - Reading the Amduat, Zeitschrift für Ägyptische Sprache und Altertumskunde, CXXIII: 26-40.

Hornung E.1958 - Die Grabkammer des Vezirs User,
Nachrichten der Akademie der Wissenchaften in Göttingen, nr. 5: 99-120.

1963-1967 - Das Amduat. Die Schrift des verborgenen Raumes,
Ägyptolog. Abhandlungen, voll. I-III.

1975 - Amduat, in Helck W., Otto E.,
Lexikon der Ägyptologie, band I: 185-188.
1987-1994 - Texte zum Amduat
, Aegyptiaca Helvetica XIII-XV.
1999 - The Ancient Egyptian Books of the Afterlife,
Cornell Univerity Press.
Hornung E., Abt Th. 2007 -The Egyptian Amduat. The Book of the Hidden Chamber, Daimon.
Mauric-Barberio F. 2001 - Le premier exemplaire du Livre de l’Amdouat, Bulletin de l’Institut
Français d’Archéologie Orientale du Caire,
CI: 315-350.
Schott S.1958 - Die Schrift der verborgenen Kammer in Königsgräben der 18. Dynastie (Gliederung, Titel und Vermerke), Nachrichten der Akademie der Wissenchaften in Göttingen, nr. 4: 315-372, taff. 1-16.

Schuler F.2005 - Le Livre de l’Amdouat, José Corti.

venerdì 21 settembre 2018

ISAAC NEWTON E LA MATEMATICA DI DANIELE - CONSIDERAZIONE FINALI

Se nessuna delle date “moderne” funziona, allora dobbiamo riprendere in esame le vecchie “formule” – fare ciò che è stato detto in Isaia: «guardare i segni a ritroso». Abbiamo allora due scelte cicliche: il Tempo Divino, il periodo orbitale di Nibiru, e il Tempo Celeste, la precessione zodiacale. Quale dei due? 

Che gli Anunnaki vennero e se ne andarono durante una “finestra” allorché Nibiru arrivò al perigeo (il punto più vicino al Sole e quindi più vicino anche alla Terra e alla Luna) è talmente ovvio che alcuni miei lettori sottraevano semplicemente 3600 da 4000 (data approssimativa dell’ultima visita di Anu sulla Terra), il che dava come risultato il 400 a.C. ; oppure sottraevano il 3600 dal 3760 (quando ebbe inizio il calendario di Nippur) – come fecero i Maccabei – ottenendo il 160 a.C. In realtà, come sa ora il lettore, Nibiru arrivò ben prima, nel 560 a.C, circa. Se consideriamo questa “digressione” bisogna tenere in mente che il SAR perfetto (3600) è sempre stato un periodo orbitale matematico, perché le orbite celesti – di pianeti, comete, asteroidi – divergono da un’orbita all’altra a causa dell’attrazione gravitazionale che esercitano i pianeti accanto ai quali passano. 

Se prendiamo come esempio la ben nota cometa di Halley, il suo periodo orbitale di 75 anni in realtà fluttua tra i 74 e i 76 anni; quando è comparsa nel 1986, erano trascorsi 76 anni dal suo ultimo passaggio. Se riportiamo lo scarto della cometa di Halley ai 3600 anni di Nibiru, avremo una variante di circa 50 anni. E abbiamo un’altra ragione per chiederci perché mai Nibiru abbia avuto uno scarto così consistente dal SAR previsto: il Diluvio del 10900 a.C. circa. Nei 120 SAR prima del Diluvio Nibiru orbitò senza causare questa catastrofe. Poi accadde qualcosa di anomalo che portò Nibiru più vicino alla Terra, il che, unito allo slittamento della calotta di ghiaccio che copriva l’Antartide, causò di fatto il Diluvio. 

In cosa consisteva “quell’anomalia”?

Urano
La risposta può trovarsi nei recessi del nostro sistema solare, laddove orbitano Urano e Nettuno –  pianeti le cui numerose lune includono alcune che, inspiegabilmente, orbitano in direzione opposta (“retrograda”) – esattamente come Nibiru. Uno dei grandi misteri del nostro sistema solare è il fatto che il pianeta Urano è letteralmente coricato sul fianco: il suo asse nord-sud si trova in posizione orizzontale di fronte al Sole (anziché in posizione verticale). Gli scienziati della NASA sostengono che “qualcosa”, molto tempo fa, ha dato uno “spintone” a Urano, ma non provano nemmeno a ipotizzare cosa fu quel “qualcosa”. Mi sono spesso chiesto se quel “qualcosa” era anche la causa di quella grande e misteriosa cicatrice “semi rettangolare” e di un “solco” inspiegabile che nel 1986 il Voyager 2 scoprì su Miranda, la luna di Saturno nel 1986 (vedi foto a lato) – una luna che, sotto molti punti di vista, è diversa dalle altre lune di Urano. Una collisione celeste con Nibiru e con le sue lune avrebbe potuto causare queste anomalie? 

Negli ultimi anni gli  astronomi hanno appurato che i pianeti esterni più grandi non sono rimasti nella posizione in cui si erano formati, ma si sono spostati verso il margine esterno del sistema solare, allontanandosi dal Sole stesso. Gli studi sono giunti alla conclusione che questo allontanamento è stato più pronunciato nel caso di Urano e Nettuno (vedi foto) e ciò può spiegare perché lì nulla è accaduto per molte orbite di Nibiru. Si può ipotizzare con una certa ragionevolezza che, durante l’orbita “del Diluvio”, Nibiru incontrò Urano che si stava allontanando e che una delle lune colpì Urano, facendolo coricare; potrebbe anche darsi che “l’arma” sia stata l’enigmatica luna Miranda – una luna di Nibiru – che, dopo aver colpito Urano, è stata catturata dalla sua orbita.  Questo evento avrebbe avuto delle conseguenze sull’orbita di Nibiru, rallentandola a circa 3450 anni terrestri, anziché i normali 3600 anni, causando, quindi, una ricomparsa post diluviana con schema 7450, 4000 e 550 a.C.

Se ciò è quanto accadde realmente, spiegherebbe il “precoce” arrivo di Nibiru nel 556 a.C. e ci fa pensare che il suo prossimo arrivo sarà nel 2900 d.C. Manca ancora tempo, dunque, per coloro che associano gli eventi cataclismici profetizzati al ritorno di Nibiru (per alcuni si tratta del “Pianeta X”). Ma è comunque errata l’ipotesi che gli Anunnaki limitarono il proprio andirivieni a una singola breve “finestra” al perigeo del pianeta. Infatti hanno continuato a viaggiare anche in altri periodi. I testi antichi riportano numerosi viaggi degli dèi, senza alcuna indicazione relativa alla prossimità del pianeta. Esiste anche una serie di storie di viaggi tra la Terra e Nibiru, compiuti da terrestri che omettono qualsiasi affermazione relativa alla presenza di Nibiru nei cieli (se ne parla, invece, quando Anu visitò la Terra nel 4000 a.C. circa). 

In un caso, Adapa, figlio di Enki e di una donna terrestre, al quale venne data la Sapienza, ma non l’immortalità, compì una breve visita su Nibiru, accompagnato dagli dèi Dumuzi e Ningishzidda. Anche Enoch, emulando l’Enmeduranki sumero, compì due viaggi mentre era ancora sulla Terra. Questo era possibile in almeno due modi, come mostrato nella figura al lato: uno per mezzo di una navicella spaziale che accelerava nella fase di arrivo di Nibiru (dal puntoA), che arriva ben prima del perigeo; l’altro per mezzo di una navicella spaziale che decelera (al punto B) durante la fase di allontanamento di Nibiru, tornando verso il Sole (e, quindi, verso la Terra e Marte). Una breve visita sulla Terra, come quella di Anu, poteva verificarsi, combinando “A” per l’arrivo e “B”  per la partenza; una breve visita su Nibiru (come quella di Adapa) si poteva verificare usando la procedura inversa – lasciando la Terra per intercettare Nibiru nel punto “A” e partendo da Nibiru nel punto “B” per il ritorno sulla Terra, e così via.

Quindi, il Ritorno degli Anunnaki è possibile anche in un periodo diverso da quello del ritorno del pianeta e, in questo caso, abbiamo bisogno dell’altro tempo ciclico: quello zodiacale. In Gli architetti del tempo l’ho chiamato Tempo Celeste, che non avanza nella stessa direzione del Tempo Terrestre (il ciclo orbitale del nostro pianeta) e del Tempo Divino (l’orologio del pianeta degli Anunnaki), al contrario, avanza in direzione opposta, in senso orario. Se l’atteso Ritorno sarà degli Anunnaki e non del loro pianeta, allora dobbiamo cercare la soluzione agli enigmi di uomini e dèi attraverso l’orologio che li ha uniti – lo zodiaco ciclico del Tempo Celeste. 

Gli Anunnaki lo inventarono proprio per riconciliare i due cicli; la loro proporzione – 3600 per Nibiru, 2160 per un’era zodiacale – corrispondeva alla proporzione aurea di 10 : 6. Come ipotizzavo, risultava nel sistema sessagesimale sul quale si fondavano astronomia e matematica dei Sumeri (6× 10 × 6 × 10 ecc). Beroso, come abbiamo citato, riteneva che le ere zodiacali fossero punti di svolta negli affari di uomini e dèi e sosteneva che il mondo va periodicamente soggetto a catastrofi apocalittiche causate da acqua o da fuoco, la cui comparsa è determinata da fenomeni celesti. Come Manetone, suo omologo in Egitto, anche Beroso divideva storia e preistoria in fasi divine, semi divine e post divine, con un totale di 2.160.000 anni della “durata di questo mondo”.

Questo – nemmeno a dirlo – è esattamente mille ere zodiacali: un millennio. 


Gli studiosi che esaminano le antiche tavolette di argilla che trattano di matematica e astronomia restano sorpresi nello scoprire che le tavolette partivano dal numero 12960000 – sì, proprio 12.960.000. Sono giunti alla conclusione che questo numero si poteva collegare solo alle ere zodiacali di 2.160, i cui multipli danno 12.960 (se 2.160 × 6) o 129.600 (se 2.160 × 60) o 1.296.000 (se moltiplicato per 600);  e – meraviglia delle meraviglie – il numero con cui iniziano queste liste antiche, il 12.960.000, è un multiplo di 2.160, cioè 2.160 moltiplicato per 6.000 – come i sei giorni divini della creazione.

Nel corso di tutto questo libro delle Cronache Terrestri abbiamo dimostrato che eventi importanti erano legati alle ere zodiacali. All’inizio di ogni nuova era si verificava un evento di grande portata; l’Era del Toro segnalò il dono della civiltà al genere umano. L’Era dell’Ariete venne introdotta dall’olocausto nucleare e terminò con la partenza degli dèi. L’Era dei Pesci arrivò con la distruzione del Tempio e con l’avvento della cristianità. Non dovremmo forse chiederci se la Fine dei Giorni delle profezie non sia in realtà la Fine dell’era zodiacale?

Isaac Newton
L’espressione usata da Daniele «tempo, tempi e la metà di un tempo» era forse una terminologia che faceva riferimento alle ere zodiacali? La possibilità è stata vagliata circa trecento anni fa da Sir Isaac Newton. Meglio noto per la sua formulazione delle leggi naturali che regolano i moti celesti, l’eminente studioso si interessava anche di religione, e scrisse trattati approfonditi sulla Bibbia e sulle profezie bibliche. Lui considerava i moti celesti come “la meccanica di Dio” e credeva fermamente che le scoperte scientifiche, iniziate con Galileo e Copernico e che lui portò avanti, erano destinate a essere fatte esattamente nel momento in cui ciò accadeva: non prima e non dopo. 

Questa convinzione gli fece prestare particolare attenzione alla “matematica di Daniele”. Nel marzo 2003 la British Broadcasting Corporation (BBC) sorprese l’establishment scientifico e religioso con un programma dedicato a Newton che rivelava l’esistenza di un documento, scritto a mano da lui, fronte-retro, che calcolava la Fine dei Giorni in base alle profezie di Daniele. Newton scrisse i suoi calcoli numerici su una facciata del foglio, e la sua analisi dei calcoli come sette “teoremi” sull’altra facciata. Un attento esame del documento – una fotocopia che ho il privilegio di avere – rivela che i numeri che lui usò nei calcoli includono diverse volte il 216 e il 2160 – per me un indizio di vitale importanza per comprendere il suo ragionamento: pensava infatti al tempo zodiacale – era quello per lui l’Orologio Messianico!

Riassunse poi le sue conclusioni scrivendo una serie di tre ipotesi – “non prima di” e “non oltre” –relative agli indizi profetici di Daniele:

– fra il 2132 e il 2370 secondo un indizio dato a Daniele,
– fra il 2090 e il 2374 in base a un secondo indizio
– fra il 2060 e il 2370 per il fatidico “tempo, tempi e la metà di un tempo”.

«Sir Isaac Newton predisse che il mondo sarebbe finito nel 2060» annunciò la BBC. Non esattamente in quella data, forse – ma come mostra la tavola delle ere zodiacali in un precedente capitolo, non era lontano da due delle date che aveva previsto: il 2060 e il 2090. Il documento originale del grande scienziato inglese è ora conservato al Dipartimento dei Manoscritti e degli Archivi della Jewish National and University Library – a Gerusalemme! Una coincidenza? 

Nel mio libro L’altraGenesi, ho riferito per la prima volta del cosiddetto “incidente della sonda Phobos”. Riguardava la perdita, nel 1989, di una navicella spaziale sovietica inviata per esplorare Marte e la sua luna, Phobos, probabilmente cava. In realtà andarono perdute non una, bensì due sonde. Chiamate Phobos 1 e Phobos 2 per indicare la loro missione, furono lanciate nel 1988 affinché raggiungessero Marte nel 1989. Pur se si trattava di un progetto sovietico, era supportato dalla NASA e dalle agenzie europee. Phobos 1 svanì nel nulla – senza che siano mai stati forniti dettagli o spiegazioni. Phobos 2 raggiunse Marte, e iniziò a trasmettere foto riprese da due telecamere: una tradizionale e una a infrarossi.

Sorprendentemente o, per meglio dire, in maniera preoccupante, alcune immagini riportavano la sagoma di un oggetto a forma di sigaro che volava nei cieli del pianeta fra la navicella sovietica e la superficie di Marte (foto sopra). I responsabili della missione sovietica descrissero l’oggetto che proiettava l’ombra come “qualcosa che non dovrebbe esistere”. Immediatamente la sonda venne guidata per spostarsi dall’orbita di Marte, avvicinarsi al piccolo satellite e bombardarlo di raggi laser a una distanza di circa 46 metri. L’ultima immagine inviata da Phobos 2 mostrava un missile che le si scagliava contro, lanciato dal satellite (figura a lato). Subito dopo la navicella spaziale iniziò a girare vorticosamente su se stessa, interrompendo bruscamente la trasmissione – distrutta dal misterioso missile.

L’incidente di Phobos resta, ufficialmente, “non spiegato”. In realtà, subito dopo, venne creata una commissione segreta, composta da tutte le nazioni più importanti che hanno programmi spaziali.
La commissione e il documento che formulò meritavano maggiore attenzione di quanta non ne ricevettero, perché rappresentavano la chiave per comprendere ciò che le nazioni sapevano realmente su Nibiru e sugli Anunnaki. Gli eventi geopolitici che sfociarono nella formazione della commissione iniziarono con la scoperta nel 1983 da parte dell’IRAS – il satellite astronomico a infrarossi della NASA – di un “pianeta delle dimensione di Nettuno”. 

Questo satellite scandagliava i margini del sistema solare non visivamente, bensì individuando i corpi celesti che emettono calore. La ricerca di un decimo pianeta era uno degli obiettivi ufficiali e ne trovò davvero uno – determinando che si trattava realmente di un pianeta perché, quando venne ricontrollato sei mesi dopo, si stava chiaramente spostando nella nostra direzione. La notizia della scoperta fu su tutti i giornali (figura a lato), ma venne smentita il giorno successivo e classificata come “errore di comprensione”. 

In realtà, la scoperta era talmente scioccante che portò a un cambio repentino delle relazioni USA-URSS, a un incontro e a un accordo fra il presidente Reagan e il leader sovietico Gorbacheve a dichiarazioni pubbliche da parte del presidente alle Nazioni Unite. In occasione del suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Reagan pronunciò un discorso molto particolare (da notare che, mentre lo pronunciava, puntava il dito verso il cielo):

"Come sarebbe facile il nostro compito in questi incontri se all’improvviso ci fosse una minaccia a questo mondo da parte di altre specie provenienti da un altro pianeta dell’universo. Dimenticheremmo tutte le piccole divergenze fra i nostri due Paesi e scopriremmo, una volta per tutte, che siamo tutti esseri umani qui, sulla Terra. […] Mi capita sovente di pensare che le divergenze fra i nostri due Paesi si dissolverebbero di colpo se dovessimo far fronte a una minaccia aliena."

Il Comitato di Lavoro, composto da scienziati e altri esperti internazionali, che venne creato a seguito di queste preoccupazioni, si riunì in diversi meeeting e consultazioni – fino all’incidente della sonda Phobos, avvenuto nel marzo 1989. Lavorando in maniera frenetica, nell’aprile 1989 formulò una serie di linee guida conosciute con il nome di Dichiarazione dei princìpi relativi alle attività a seguito della scoperta di intelligenze extraterrestri, con la quale si stabilivano le procedure da seguire dopo aver ricevuto «un segnale o altra prova di intelligenza extraterrestre». Il comitato aveva considerato l’eventualità che “il segnale” potesse essere non solo indice di “origine intelligente”, bensì «un messaggio vero e proprio che potrebbe aver bisogno di decodificazione». 

Le procedure concordate includevano l’impegno di ritardare la comunicazione del contatto di almeno ventiquattro ore prima di dare una risposta. Ciò sarebbe stato assolutamente assurdo se il messaggio fosse arrivato da un pianeta distante anni luce… No, i preparativi erano per un incontro a distanza ravvicinata…A mio avviso, tutti questi eventi, a partire dal 1983 – oltre alle prove che provengono da Marte e descritte nei capitoli precedenti, e, infine, il missile sparato a Phobos – stanno a indicare che gli Anunnaki hanno ancorauna presenza – probabilmente di natura robotica – su Marte, loro antica Stazione di Passaggio. Ciò potrebbe indicare la necessità di disporre di un’infrastruttura da utilizzare per una visita futura.

Il che fa ipotizzare l’intenzione di un Ritorno. 


Sono profondamente convinto che il sigillo cilindrico Terra-Marte (vedi foto) è una descrizione del Passato, ma anche una predizione del Futuro, perché riporta una data – una data indicata dalla presenza di due pesci – l’Era dei Pesci.

Vuol forse dirci che ciò che era accaduto nella precedente Era dei Pesci si ripeterà di nuovo nella prossima Era dei Pesci? Se le profezie si avvereranno, le Prime Cose saranno le Ultime, se il Passato è il Futuro – la risposta allora è “Sì”. Siamo ancora nell’Era dei Pesci. Il Ritorno, dicono i segni, avverrà prima della fine di questa era.



POSCRITTO

Nel novembre 2005, in Israele, è stata fatta un’importante scoperta archeologica. Nel ripulire il suolo durante i lavori di costruzione di una nuova struttura, sono venuti alla luce i resti di un antico edificio di grosse dimensioni e sono stati convocati archeologi per supervisionare gli scavi. L’edificio si è rivelato essere una chiesa cristiana – la più antica mai ritrovata in Terra Santa (figura a lato). Le sue iscrizioni in greco lasciano ipotizzare che sia stata costruita (o ricostruita) nel III secolo d.C.  Una volta ripulite le rovine, è emerso uno splendido pavimento a mosaico. Al suo centro, la raffigurazione di DUE PESCI – il segno zodiacale dei Pesci. Perché è importante questa scoperta? Il sito della scoperta è Megiddo, ai piedi del Monte Megiddo – Har Megiddo, ARMAGEDDON. 

Un’altra coincidenza?


Il giorno degli dei.
Titolo originale: The End of Days
© 2007 by Zecharia Sitchin


mercoledì 12 settembre 2018

LE PROFEZIE DEL RITORNO. "IL FUTURO SARA' COME IL PASSATO"

Torneranno? Quando? Queste domande mi sono state poste tante di quelle volte che non saprei nemmeno quantificarle. Il soggetto sottinteso, “loro”, sono naturalmente gli Anunnaki, la cui saga ha riempito i miei libri. La risposta alla prima domanda è, sì, torneranno. Esistono indizi da seguire, e profezie del Ritorno che si devono ancora compiere. La risposta alla seconda domanda ha tormentato l’umanità sin dagli eventi epocali che hanno avuto come teatro Gerusalemme più di duemila anni fa. Ma la domanda non riguarda solo “se” e “quando”.

Quale sarà il segnale del loro Ritorno, cosa porterà con sé? Sarà una venuta benevola, oppure – come nel caso del Diluvio – porterà la Fine? Quali profezie si realizzeranno? Un Tempo Messianico, la Seconda Venuta, un nuovo Inizio – o forse un’apocalisse catastrofica, la Fine del Mondo, Armageddon... È quest’ultima eventualità che sposta le profezie dal regno della teologia, escatologia, o della semplice curiosità a un problema per la sopravvivenza stessa dell’umanità; Armageddon è infatti un termine diventato ormai sinonimo di un cataclisma di portata inimmaginabile; è il nome di un luogo ben preciso che si trova in una terra soggetta a minacce di olocausto nucleare.

Nel XXI secolo a.C. una guerra dell’Oriente contro i Re dell’Occidente fu seguita da una calamità nucleare.Ventun secoli dopo, nell’Anno Domini, i timori dell’umanità furono espressi in un rotolo, nascosto in una grotta nei pressi del Mar Morto, che descriveva un’epica “Guerra dei Figli della Luce contro i Figli dell’Oscurità”.  E ora, nuovamente, nel XXI secolo d.C., una minaccia nucleare pende sullo stesso luogo storico. È sufficiente per chiederci: la storia si ripeterà – la storia si ripete, in modo misterioso, ogni ventuno secoli? Una guerra, una conflagrazione di portata devastante è stata descritta quale parte dello scenario della Fine del Mondo in Ezechiele (capitoli 38-39).

Gog e Magog
Pur se “Gog del paese di Magog” o “Gog e Magog” sono previsti quali principali istigatori nella guerra finale, la lista dei combattenti che verranno coinvolti nelle battaglie riguarda praticamente ogni nazione; e il fulcro della conflagrazione saranno «gli abitanti dell’Ombelico della Terra»: il popolo di Gerusalemme, secondo la Bibbia, ma anche il popolo di “Babilonia” in sostituzione di Nippur, per coloro per i quali l’orologio si è fermato lì.

La riflessione agghiacciante è che l’elenco di Ezechiele delle nazioni (38, 5) che si scontreranno nella guerra finale –Armageddon – comincia proprio con la PERSIA (l’odierno Iran) , proprio il paese i cui leader si stanno armando di armi nucleari con le quali “cancellare dalla faccia della Terra” il popolo che abita ad Har Megiddo! Chi è quel “Gog del paese di Magog” e perché quella profezia di duemila e mezzo anni fa sembra un titolo da prima pagina? L’accuratezza di questi dettagli nella profezia indica: nella nostra epoca? Nel nostro secolo? Armageddon, una guerra finale di Gog e Magog, è anche un elemento essenziale dello scenario della Fine dei Giorni del libro profetico dell’Apocalisse di Giovanni del Nuovo Testamento.

Paragona a due bestie gli istigatori degli eventi apocrifi, una delle quali può «far discendere il fuoco dal cielo sulla terra, alla vista degli uomini». E per svelarne l’identità abbiamo solo un piccolissimo indizio (13,18):

Qui sta la sapienza.
Chi ha intelligenza
calcoli il numero della
bestia:
essa rappresenta un nome
d’uomo.
E tal cifra è
seicentosessantasei.

Molti hanno tentato di decifrare il misterioso numero 666, partendo dal presupposto che si tratti di un messaggio in codice relativo alla Fine dei Giorni. Poiché il Libro venne scritto all’inizio della persecuzione dei cristiani a Roma, l’interpretazione universalmente accettata è che il numero era un codice per indicare l’imperatore oppressore Nerone; il valore numerico del suo nome, infatti, in ebraico (NeRON QeSaR) era appunto 666. Il fatto che nel 60 d.C. lui si fosse recato alla piattaforma spaziale di Baalbek, con tutta probabilità per inaugurare il tempio dedicato a Giove, può – o meno – avere un’attinenza all’enigma del 666. Il fatto che potrebbe esserci più una connessione al numero 666 che non allo stesso Nerone è suggerito dal fatto che 600, 60 e 6 sono tutti numeri chiave del sistema sessagesimale sumero, così che il codice potrebbe riferirsi a testi molti antichi; c’erano 600 Anunnaki sulla Terra, il numero di rango di Anu era 60, il numero di Ashkur/Adad era 6.

Poi, se scomponiamo i tre numeri e li moltiplichiamo (anziché sommarli), abbiamo 666 = 600 × 60 × 6 = 216.000, che non è altri che è il familiare 2160 (era zodiacale) moltiplicato 100 – un risultato che si presta a mille congetture. C’è poi l’enigma di quando sette angeli rivelano la sequenza degli eventi futuri senza legarli a Roma, bensì a “Babilonia”. La spiegazione convenzionale è stata che, come il 666 è un codice per indicare i sovrani romani, anche “Babilonia” era una parola in codice che stava a indicare Roma. Ma Babilonia era scomparsa già da secoli quando fu scritta l’Apocalisse e, quando si parla di Babilonia, le profezie si legano senza ombra di dubbio al «gran fiume Eufrate» (9, 14), descrivendo persino come «il sesto angelo versò la sua coppa sopra il gran fiume Eufrate e le sue acque furono prosciugate per preparare il passaggio ai re dell’oriente» (16, 12).

La città di cui si parla sorgeva dunque sull’Eufrate, non sul Tevere. Poiché le profezie dell’Apocalisse riguardano il futuro, si giunge alla conclusione che “Babilonia” non è affatto un codice – che Babilonia è proprio Babilonia, una futura Babilonia che verrà coinvolta nella guerra di “Armageddon” (il versetto 16, 16 spiega correttamente il nome come quello di un «luogo che in ebraico si chiama Har-Megiddo», MonteMegiddo, in Israele), una guerra che coinvolge la Terra Santa. Se quella futura Babilonia è davvero l’Iraq di oggi, ribadisco che i versetti delle profezie sono agghiaccianti: predicono eventi attuali, che portano alla caduta di Babilonia dopo una guerra breve, ma violenta, e predicono la divisione di Babilonia/Iraq in tre parti! (16, 19).

Come il Libro di Daniele, che prediceva fasi di tribolazioni e di prove nel processo messianico, così l’Apocalisse ha cercato di spiegare le enigmatiche profezie dell’Antico Testamento descrivendo (capitolo 20) una Prima era messianica con una «prima risurrezione» che dura mille anni, seguita da un regno satanico di mille anni (quando “Gog e Magog” si impegneranno in una guerra di epiche proporzioni) e poi da un secondo tempo messianico e, infine, da un’altra risurrezione (e così la “Seconda Venuta”).

Inevitabilmente, con l’avvicinarsi dell’anno 2000 queste profezie hanno innescato una girandola di ipotesi: ipotesi che riguardavano il millennio quale punto temporale nella storia dell’umanità e della Terra, in cui si sarebbero avverate le profezie. All’avvicinarsi del 2000, assediato da domande sul nuovo millennio, rassicurai i miei lettori che non sarebbe accaduto proprio nulla in quell’occasione, e non soltanto perché era già passato il vero cambio del millennio se lo si contava a partire dalla nascita di Gesù (infatti, secondo tutti i calcoli degli studiosi, Gesù di Nazareth nacque nel VI-VII secolo a.C.).

Il motivo principale della mia convinzione è che le profezie non sembravano parlare di un tempo lineare – anno uno, anno due, anno novecento ecc.– bensì di una ripetizione ciclica degli eventi, la credenza fondamentale che “le prime cose saranno le ultime”; ossia qualcosa che può accadere solo quando la storia e il tempo storico si muovono in circolo, dove il punto di inizio è il punto finale, e viceversa. Inerente a questo ciclo della storia è il concetto di un Dio quale entità divina eterna, presente all’Inizio, quando furono creati Cielo e Terra, e che ci sarà anche alla Fine dei Giorni, quando il suo regno verrà rinnovato sul Suo monte sacro.

È espresso ripetutamente sin dalle prime parole della Bibbia fino a quelle degli ultimi profeti, ad esempio quando Dio annunciò tramite Isaia (41, 4; 44, 6;48, 12):

Sono io, io solo, il primo e
anche l’ultimo […]
Io dal principio annuncio la
fine
e, molto prima, quanto non
è stato ancora compiuto.

(Isaia 48, 12; 46, 10)

E altrettanto nell’Apocalisse del Nuovo Testamento:

Io sono l’Alfa e l’Omega,
l’Inizio e la Fine,
dice il Signore, Dio.
Colui che è, che era e che
viene, l’Onnipotente.

(Apocalisse 1, 8)

A dire il vero la base della profezia era la credenza che la Fine fosse ancorata all’Inizio, che il Futuro potesse essere previsto perché si conosceva il Passato (se non lo conosceva l’uomo, lo conosceva di certo Dio): «Io dal principio annuncio la fine e, molto prima, quanto non è stato ancora compiuto». Il profeta Zaccaria (1, 4;7, 7; 7, 12), prevedeva i progetti di Dio per il futuro – gli Ultimi Giorni – in termini del passato, i Primi Giorni. Questa credenza, che viene riaffermata nei Salmi, nei Proverbi e nel Libro di Giobbe, era considerata come un piano divino universale per tutta la Terra e per le sue nazioni. Il profeta Isaia,vedendo riunite le nazioni della Terra per comprendere cosa era in serbo per loro, le descriveva dilaniate da queste domande:«Vengano avanti e ci annunzino ciò che dovrà accadere. Narrate quali furono le cose passate, sicché noi possiamo riflettervi. Oppure fateci udire le cose future, così che possiamo sapere quello che verrà dopo» (41, 22).

Che questo fosse un principio universale si evidenzia da una collezione di profezie assire, allorché il dio Nabu disse al re assiro Esarhaddon: «Il futuro sarà come il passato». Questo elemento ciclico delle profezie bibliche del Ritorno ci fornisce la risposta alla domanda QUANDO? Una rotazione ciclica del tempo storico era stata trovata – il lettore ricorderà – in Mesoamerica, quale unione di due calendari (vedi fig. a lato), creando il ciclo di 52 anni, in occasione dei quali – dopo un numero non specificato di giri – Quetzalcoatl (ossia Thoth/Ningishzidda) aveva promesso di tornare. E questo ci introduce alle cosiddette profezie maya, secondo le quali la Fine dei Giorni sarà nel 2012 d.C.

La prospettiva che la data profetizzata e cruciale sia ormai prossima ha naturalmente attirato molto interesse, e merita spiegazioni e analisi. La presunta data nasce dal fatto che in quell’anno (a seconda di come lo si calcola) l’unità di tempo chiamata Baktun completerà il suo tredicesimo giro. Poiché un Baktun dura 144.000 giorni, si tratta di una sorta di pietra miliare. In questo scenario bisogna però evidenziare alcuni errori, o ipotesi fallaci. Il primo è che Baktum non fa parte dei due calendari ciclici che si uniscono a formare il ciclo di 52 anni (Haab e Tzolkin), bensì è parte integrante di un terzo calendario, molto più antico, chiamato del Conto Lungo.

Venne introdotto dagli Olmechi – Africani giunti in Mesopotamia quando Thoth venne esiliato dall’Egitto; il conto dei giorni iniziò proprio da quell’evento, così che il Giorno Uno del Conto Lungo – secondo gli studiosi – coincideva con l’agosto 3113 a.C. I glifi in quel calendario rappresentavano le seguenti sequenze di unità:

1 kin =1 Uinal = 1 kin × 20 = 1 Tun = 1 kin× 360 × 360 = 1 Ka tun = 1 tun × 20 =1 Bak tun = 1 Katun × 20 = 1 Pictun = 1Bak tun × 20 =

Queste unità, ciascuna il multiplo della precedente, proseguiva oltre il Baktun, con glifi sempre più grandi. Ma poiché i monumenti maya non andavano mai oltre i 12 Baktun, i cui 1.728.000 giorni andavano già oltre l’esistenza dei Maya,  il 13° Baktun sembra una vera e propria pietra miliare. Inoltre la tradizione maya affermava che l’attuale “Sole” –  o Era – sarebbe terminato con il 13° Baktun, quindi dividendo il suo numero di giorni (144.000 × 13 = 1.872.000) per 365,25 abbiamo come risultato 5.125 anni; se sottraiamo il 3113 a.C.,otteniamo il 2012 d.C.

È una predizione eccitante, ma decisamente inquietante. 

Tuttavia, la correttezza di questa data è stata messa in dubbio, già un secolo fa, da studiosi (del calibro di Fritz Buck, El Calendario Maya en la Cultura de Tiahuanacu) che hanno evidenziato che, come indica la lista sopracitata, il moltiplicatore (e di conseguenza il divisore) dovrebbe essere 360, numero matematicamente perfetto del calendario, e non 365,25. In questo modo, i 1.872.000 giorni danno 5.200 anni – un risultato perfetto, perché rappresenta esattamente 100 “cicli” del numero magico di Thoth, il 52.

Thoth
Calcolato in questo modo, l’anno magico del Ritorno di Thoth sarebbe il 2087 d.C. (5200 − 3113 = 2087). Possiamo aspettare anche questa data; l’unico difetto è che il Conto Lungo è un tempo lineare e non ciclico, necessario affinché i suoi giorni possano fluire nel quattordicesimo Baktun, nel quindicesimo e così via…  Tutto ciò, comunque, non elimina il significato di un millennio profetico. Poiché la fonte del “millennio” in quanto tempo escatologico ha le sue origini negli scritti ebraici apocrifi del II secolo a.C., la ricerca del significato deve andare in quella direzione.

Infatti il riferimento a “mille” – un millennio – per definire un’era affonda le radici nell’Antico Testamento. Il Deuteronomio (7, 9) attribuiva alla durata dell’alleanza di Dio con Israele un periodo di “mille generazioni” – affermazione questa ribadita (I Cronache 16,15) allorché Davide portò a Gerusalemme l’Arca dell’Alleanza. I Salmi hanno applicato ripetutamente il numero “mille” a Yahweh, ai suoi miracoli, e persino al suo carro (Salmo 68, 17). Di interesse specifico in merito al problema della Fine dei Giorni e del Ritorno è l’affermazione attribuita allo stesso Mosè, e rivolta a Dio: «Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato» (Salmo 90, 4).

Questa affermazione ha dato origine all’ipotesi (che nacque subito dopo la distruzione del tempio a opera dei Romani) che si trattava di un modo per immaginare l’elusiva Fine dei Giorni messianica: se la Creazione, “l’Inizio”, stando alla Genesi impegnò Dio per sei giorni e un giorno divino dura mille anni, il risultato sono 6000 anni dall’Inizio alla Fine. La fine dei Giorni, perciò, è stata collocata nell’Anno Mundi 6.000. Applicato al calendario di Nippur che iniziava nel 3760 a.C., significa che la Fine dei Giorni (6000 − 3760 = 2240) ci sarà nel 2240 d.C.

Questa terza data per la Fine dei Giorni può essere confortante o, al contrario, deludere, dipende dalle aspettative. La bellezza di questo calcolo è che è in perfetta armonia con il sistema sessagesimale sumero. Potrebbe anche dimostrarsi corretto in futuro, ma non credo: di nuovo ci troviamo di fronte a un calcolo lineare – mentre l’unità di tempo utilizzata per le profezie è ciclica.


Z.SITHIN

venerdì 7 settembre 2018

YEHU-SHUAH – SALVATORE DI YAHWEH E LA COPPA DI ELIA

Pur mantenendo l’impressione di scegliere il proprio sommo sacerdote e re, la Giudea divenne a tutti gli effetti una colonia romana, governata prima dai quartier generali in Siria, poi dai governatori locali. Il governatore locale, chiamato procuratore, si assicurò che gli Ebrei scegliessero un Ethnarch (“Capo del Consiglio ebraico), affinché fungesse da Sommo Sacerdote del tempio, e inizialmente anche un “Re degli Ebrei” (non Re di Giudea, in quanto paese), una persona gradita a Roma. Dal 36 al 4 a.C. il re fu Erode, discendente degli Edomiti convertitosi al giudaismo, scelto da due generali romani (legati al nome di Cleopatra): Marco Antonio e Ottaviano.

Erode lasciò un’eredità di strutture monumentali, inclusi anche l’ampliamento del Monte del Tempio e la fortezza di Masada, sul Mar Morto; obbedì anche ai desideri del governatore diventando di fatto vassallo di Roma. Fu in una Gerusalemme ampliata e abbellita da costruzioni asmonee ed erodiache – straripante di pellegrini in occasione della Pasqua – che, secondo le datazioni accettate oggi, nel 33 a.C. fece il suo ingresso Gesù di Nazareth. In quel periodo gli Ebrei potevano avere solo autorità religiosa, un consiglio di settanta anziani chiamati i Sanhedrin; non c’era più un re ebraico; il paese, che non era più uno stato ebraico, bensì una provincia romana, era governato da Ponzio Pilato, arroccato nella Città della Antonia che si trovava accanto al tempio. 

Crescevano intanto le tensioni fra il popolo ebraico e i Romani, padroni della terra, e sfociarono in 
una serie di rivolte sanguinose a Gerusalemme. Ponzio Pilato, arrivato a Gerusalemme nel 26 d.C., non fece altro che peggiorare le cose portando in città dei legionari con le loro insegne montate su aste e monete che recavano incise le immagini vietate nel tempio; gli Ebrei che facevano resistenza venivano impietosamente condannati alla crocifissione ed erano talmente numerosi che il luogo dell’esecuzione venne ribattezzato Golgota: “luogo dei teschi”.


Gesù era già stato a Gerusalemme: «I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero» (Luca 2, 41-43). 


Quando Gesù vi arrivò questa volta (con i suoi discepoli), la situazione non era certamente quella che ci si aspettava, di sicuro non quella promessa dalle profezie. Gli Ebrei devoti – come lo era certamente Gesù, – erano attaccati all’idea della redenzione, della salvezza da parte di un Messia, e il concetto di fondo era il legame speciale ed eterno fra Dio e la Casa di Davide. Era espresso in maniera particolarmente enfatica nel Salmo 89 (20-38) in cui Yahweh, parlando in visione ai suoi fedeli, disse:





Ho innalzato un eletto tra il
mio popolo.
Ho trovato Davide, mio
servo,
con il mio santo olio l’ho 
consacrato ...
Egli mi invocherà: Tu sei
mio padre,
mio Dio e roccia della mia
salvezza.
Io lo costituirò mio
primogenito,
il più alto tra i re della terra.
Gli conserverò sempre la
mia grazia,
la mia alleanza gli sarà
fedele.
Non violerò la mia alleanza,
non muterò la mia
promessa.
In eterno durerà la sua
discendenza,
il suo trono davanti a me
quanto i Giorni del Cielo.

Il riferimento ai “Giorni del Cielo” non era forse un indizio, un collegamento fra la venuta di un Salvatore e la vaticinata Fine dei Giorni? Non era il momento di vedere il compimento delle profezie? E così fu che Gesù di Nazareth, ora a Gerusalemme con i suoi dodici discepoli, decise di prendere in mano le cose: se la salvezza richiede un Consacrato della Casa di Davide, lui, Gesù, sarebbe stato quel Consacrato! 

Il suo nome ebraico –Yehu-shuah (Giosuè) – significava salvatore di Yahweh; ed era anche della Casa di Davide, così come richiedeva la tradizione per il Messia,“il Consacrato”. I primi versi del Nuovo Testamento, nel Vangelo secondo Matteo, recitano: «Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo». Poi, lì e in altri punti del Nuovo Testamento, viene data la genealogia di Gesù attraverso le generazioni: quattordici generazioni da Abramo a Davide; quattordici generazioni da Davide all’esilio di Babilonia; e quattordici generazioni fino a Gesù. Le nostre fonti per gli eventi che seguirono sono i Vangeli e gli altri libri del Nuovo Testamento. Sappiamo che le “testimonianze oculari” vennero scritte molto tempo dopo gli eventi; sappiamo che la versione codificata è il risultato di scelte operate durante una convocazione indetta dall’imperatore romano Costantino tre secoli dopo; sappiamo che i manoscritti “gnostici” come i documenti di Nag Hammadi o i Vangeli di Giuda danno versioni diverse che la Chiesa aveva buoni motivi per sopprimere; sappiamo anche – è un fatto accertato – che all’inizio esisteva una Chiesa di Gerusalemme guidata dal fratello di Gesù, solo ed esclusivamente per i fedeli ebrei, che fu assorbita, sostituita e infine eliminata dalla Chiesa di Roma, che si rivolgeva ai Gentili.

Il profeta Elia
Tuttavia noi seguiremo la versione “ufficiale” perché lega gli eventi della vita di Gesù a Gerusalemme ai precedenti secoli e millenni, come abbiamo sostenuto fin qui. Per prima cosa dobbiamo eliminare qualsiasi dubbio – qualora esista – sulla presenza di Gesù a Gerusalemme nei giorni della Pasqua e che “l’Ultima Cena” fu, in realtà, un Seder. Matteo 26,2, Marco 14, 1 e Luca 22, 1 riferiscono le parole che pronuncia Gesù ai suoi discepoli al loro arrivo a Gerusalemme: «Voi sapete che fra due giorni è Pasqua»; «Mancavano intanto due giorni alla Pasqua»; «Si avvicinava la festa degli Azzimi, chiamata Pasqua». I tre vangeli, negli stessi capitoli, affermano che Gesù disse ai suoi discepoli di recarsi in una certa abitazione, dove sarebbero stati in grado di celebrare la cena di Pasqua che dava il via alla festa.

L’altro elemento da tenere in considerazione è Elia, l’araldo del Messia (Luca 1, 17 ha persino citato alcuni versetti importanti del libro del profeta Malachia). Secondo i Vangeli, le persone che udirono dei miracoli compiuti da Gesù – miracoli che erano così simili a quelli compiuti dal profeta Elia – si chiedevano se Gesù fosse in realtà Elia. Senza negare, Gesù sfidò i suoi discepoli più fidati: «E voi chi diteche io sia?». E Pietro rispose: «Tu sei il Cristo»( Marco 8, 28-29). Se è così, dove era allora Elia, che doveva comparire per primo? Gesù rispose che Elia era già venuto. 

E lo interrogarono: 
«Perché gli scribi dicono
che prima deve venire
Elia?»
Ed egli rispose:
«Sì, prima viene Elia e
ristabilisce ogni cosa ...
Orbene, io vi dico
che Elia è già venuto.

(Marco 9, 11-13)

Si trattava di un’affermazione forte. Infatti, se Elia era ritornato sulla Terra, («è già venuto»), soddisfacendo i prerequisiti per la venuta del Messia, allora doveva presentarsi al Seder e bere dalla coppa di vino! Come richiedevano le tradizioni, la Coppa di Elia, colma di vino, era stata posta sul tavolo dove Gesù e i suoi discepoli avrebbero celabrato il Seder. La cena cerimoniale è descritta in Marco, capitolo 14. Celebrando la cena, Gesù prese il pane azzimo (ora chiamato Matzoh) e lo benedisse, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli. «Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti» (Marco 14, 23).

Quindi, senza dubbio, la Coppa di Elia era lì, tuttavia Da Vinci scelse di non raffigurarla. In questo dipinto dell’Ultima Cena, che si basava sui passaggi del Nuovo Testamento, Gesù non tiene in mano la coppa e questa non è nemmeno posata sul tavolo. Vi è invece un inspiegabile vuoto alla destra di Gesù (vedi foto a lato) e il discepolo alla sua destra si sta scostando come per permettere a una persona invisibile di inserirsi fra di loro.

Da Vinci, esperto teologo, implicava forse che Elia – invisibile – era entrato attraverso le finestre aperte, alle spalle di Gesù, e aveva portato via la sua coppa? Il dipinto suggerisce forse il ritorno di Elia? Era arrivato l’araldo che avrebbe preceduto il Re Consacrato della Casa di Davide?
Questa ipotesi è confermata dall’episodio in cui Gesù, arrestato, viene portato davanti al governatore romano, che gli chiede: «Sei tu il re dei Giudei?» E Gesù gli risponde: «Tu lo dici» (Matteo 27, 11).

Era inevitabile che venisse pronunciata la condanna a morte per crocifissione. Quando Gesù sollevò la coppa di vino e pronunciò la benedizione, disse ai suoi discepoli, secondo il Vangelo di Marco (14, 24):«Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza». Se queste furono le sue parole esatte, di sicuro non intendeva dire che avrebbero dovuto bere il vino trasformato in sangue – una grave violazione a una delle proibizioni più sacre del giudaismo sin dai tempi remoti, “perché il sangue è l’anima”. Ciò che disse (o intendeva dire) era che il vino in questa coppa, la Coppa di Elia, era un’alleanza, una conferma della sua discendenza. 

Da Vinci raffigurò in maniera convincente questo dettaglio, facendo sparire la coppa, presumibilmente portatavia da Elia.

Il saccheggio degli oggetti rituali del tempio ad opera delle legioni romane
Nel corso dei secoli la coppa scomparsa è stato uno dei soggetti favoriti degli scrittori. Le storie poi si sono trasformate in leggende: l’hanno cercata i Crociati; l’hanno trovata i Cavalieri Templari; è stata portata in Europa... la coppa è diventata un calice; era il calice che rappresentava il Sangue Reale – Sang Real, in francese, diventando il San Greal, il Santo Graal. O è vero forse il contrario, e cioè che non ha mai lasciato Gerusalemme?

Il giogo e la repressione di Roma degli Ebrei in Giudea – sempre più intensi – sfociarono nella più grande ribellione nei confronti di Roma; ci vollero i suoi migliori generali e le migliori legioni, nonché ben sette anni di combattimento per sconfiggere la piccola Giudea e raggiungere Gerusalemme. Nel 70 d.C., dopo un assedio prolungato e cruenti corpo a corpo, i Romani sfondarono le difese del tempio e il generale Tito ordinò di bruciare il tempio. Pur se la resistenza continuò altrove per altri tre anni, la grande rivolta ebraica era terminata. 

I Romani, in trionfo, erano così esultanti da commemorare la vittoria con una serie di monete che annunciavano al mondo Judaea Capta – Giudea Catturata – ed eressero un arco per commemorare la vittoria a Roma, dove ritraevano il saccheggio degli oggetti rituali del tempio.

Ma in ogni anno d’indipendenza, le monete ebraiche erano state incise con la scritta “Anno Uno”, “Anno Due” ecc… “per la libertà di Sion”, utilizzando come decoro i frutti della terra. Inspiegabilmente, le monete degli anni due e tre recavano incise l’immagine di un calice...Il Santo Graal si trovava forse ancora a Gerusalemme?







Z.SITCHIN