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mercoledì 29 agosto 2018

LA COPPA DI ELIA E LA CENA PASQUALE

La leadership ebraica si divideva tra i Farisei, che praticavano una religione più rigorosa, interpretata alla lettera, e i Sadducei, più liberali, con una mentalità più aperta, più internazionale, che riconoscevano l’importanza di una diaspora ebraica già diffusasi da Egitto e Anatolia alla Mesopotamia.

Oltre a queste due correnti principali, sorsero anche sette più piccole, a volte organizzate in comunità; la più famosa è quella degli Esseni (ricordate i Rotoli del Mar Morto), che vissero in isolamento a Qumran. Nei vari tentativi di decifrare le profezie, dobbiamo inserire una nuova potenza emergente: Roma. Dopo aver vinto ripetute guerre contro i Fenici e i Greci, i Romani controllarono il Mediterraneo e iniziarono a essere coinvolti negli affari dell’Egitto tolemaico e del Levante seleucide (inclusa la Giudea). Eserciti seguirono i delegati imperiali; nel 60 a.C. i Romani sotto Pompeo occuparono Gerusalemme.

In precedenza, lungo la stessa rotta, Alessandro aveva compiuto una deviazione a Eliopoli (ossia Baalbek) e aveva offerto sacrifici a Giove; in seguito venne costruito proprio in quel luogo – sopra colossali blocchi di pietra – il più grande tempio dell’impero romano dedicato a Giove (vedesi foto). Un’iscrizione commemorativa trovata in quel sito indica che l’imperatore Nerone visitò il luogo nel 60 d.C., il che ci fa capire che a quell’epoca il tempio romano era già stato eretto.

I disordini di natura religiosa e civile di quei giorni trovarono espressione nella proliferazione di scritti storico-profetici, come il Libro dei Giubilei, il Libro di Enoch, i Testamenti dei Dodici Patriarchi e l’Assunzione di Mosè (più diversi altri, tutti conosciuti con il nome collettivo di Apocrifi e di Pseudoepigrafi). Tutti concordavano sulla ciclicità della storia, sul fatto che tutto è già stato predetto, che la Fine dei Giorni – un periodo di confusione e di rivolte – segnerà non solo la fine di un ciclo storico, ma anche l’inizio di uno nuovo, e che il “periodo di transizione” si manifesterà con l’arrivo di un “Consacrato” – Mashi’a’ach in ebraico (tradotto Chrystos in greco e, quindi, Messiah o Christ in inglese – Messia e Cristo in italiano).

L’azione di benedire con olio sacerdotale un nuovo re era un’usanza nota nel Mondo Antico, almeno sin dai tempi di Sargon. Sin dai tempi piùantichi la Bibbia loriconosceva quale atto diconsacrazione a Dio, ma l’esempio più memorabile che ci narra è quando il sacerdote Samuele, custode dell’Arca dell’Alleanza, chiamò Davide, figlio di Iesse, e lo proclamò re per grazia divina:

Samuele prese il corno
dell’olio
e lo consacrò con l’unzione
in mezzo ai suoi fratelli,
e lo spirito del Signore
si posò su Davide da quel
giorno in poi.

(I Samuele16, 13)

Studiando ogni profezia e ogni frase profetica, il fedele a Gerusalemme trovava ripetuti riferimenti a Davide, consacrato dal Signore, e a una promessa divina che sarà attraverso il “suo seme” (ossia attraverso un discendente della Casa di Davide) che verrà stabilito nuovamente il suo trono a Gerusalemme nei giorni che verranno. I futuri re della Casa di Davide siederanno a Gerusalemme sul “trono di Davide”; e quando ciò accadrà, i re e i principi della Terra giungeranno a frotte a Gerusalemme per chiedere giustizia, pace e udire la parola di Dio.

Questa, aveva detto Dio, è “una promessa eterna”, l’alleanza di Dio “per tutte le generazioni”. L’universalità di questo voto è confermata in Isaia 16, 5 e 22, 22; Geremia 17,25; 23, 5; 30, 3; Amos 9, 11; Abacuc 3, 13; Zaccaria 12,8; Salmi 18, 50; 89, 4; 132,10; 132, 17 ecc. Sono parole forti, inconfondibili nella loro alleanza messianica con la Casa di Davide, tuttavia sono anche piene di sfaccettature esplosive, che in pratica dettarono il corso degli eventi a Gerusalemme. Collegate a ciò c’erano anche le vicissitudini del profeta Elia.

Elia il Profeta
Elia, soprannominato il Tisbita dal nome della sua città natale nel distretto di Galaad, era un profeta biblico, che viveva e operava nel regno di Israele (dopo la divisione dalla Giudea) nel IX secolo a.C., durante il regno del re Acab e della sua sposa cananea, la regina Gezebele. Fedele al suo nome ebraico, Eli-Yahu – “Yahweh è il mio Dio” – era in costante conflitto con i sacerdoti e con i “portavoce” del dio Baalcananeo (“il Signore”), del quale Gezebele promuoveva il culto. Dopo un periodo di isolamento in un luogo nei pressi del Giordano, dove gli venne ordinato di diventare “Uomo di Dio”, gli venne dato un “mantello” con poteri magici, e fu in grado di compiere miracoli in nome di Dio.

Il primo miracolo di cui ci giunge notizia (I Re, capitolo 17) fu quando non fece mai esaurire un pugno di farina e un po’ di olio, gli unici alimenti rimasti a una povera vedova. In seguito fece risorgere il figlio di lei, morto di malattia. Nel corso di un confronto con i profeti del dio Baal sul Monte Carmel, riuscì a far cadere un fuoco dal cielo. Fu l’unico caso, citato nella Bibbia, di un israelita che ritornava sul Sinai dai tempi dell’Esodo: anche quando fuggì per mettersi in salvo dalla collera di Gezebele e dei sacerdoti di Baal, un Angelo del Signore lo fece rifugiare in una grotta sul Sinai. Di lui le scritture dicono che non morì, perché venne condotto in cielo a bordo di un turbine di vento per essere con Dio.

La sua ascesa, così come è descritta con dovizia di particolari in 2 Re, capitolo 2, non fu un evento né improvviso, né inatteso; al contrario era stato programmato e organizzato in precedenza, tant’è che gli furono comunicati in anticipo il luogo e il tempo. La località designata si trovava nella Valle del Giordano, sulla riva orientale del fiume. Quando fu il momento di recarvisi, lo accompagnarono i suoi discepoli, con in testa Eliseo. Fece una sosta a Galgala (dove Giosuè compiva miracoli per grazia del Signore).

Lì cercò di lasciare indietro i suoi compagni, ma loro proseguirono con lui fino a Betel; pur avendo chiesto loro di restare dove erano e di lasciarlo attraversare il fiume da solo, essi rimasero con lui fino all’ultimo, fino a Gerico, continuando a chiedere a Eliseo se era «vero che il Signore [oggi] avrebbe condotto Elia al cielo». Sulle rive del Giordano, Elia arrotolò il suo mantello miracoloso e percosse le acque, che si divisero, consentendogli di attraversare il fiume. Gli altri discepoli rimasero lì dov’erano, ma Eliseo insistette per accompagnarlo, e attraversò insieme a lui.

Mentre camminavano
conversando,
ecco un carro di fuoco e
cavalli di fuoco
si interposero fra loro due.
Elia salì nel turbine verso il
cielo.
Eliseo guardava e gridava:
«Padre mio, padre mio,
cocchio d’Israele e suo
cocchiere». E non lo vide
più.

(2 Re 2,11-12)

Scavi archeologici condotti a Tell Ghassul (“Bocca del Profeta”), un sito in Giordania, che corrisponde alle descrizioni geografiche della narrazione biblica, hanno riportato alla luce dipinti murali che raffiguravano i “turbini di vento”, mostrati nella figura accanto.

È l’unico sito scavato sotto l’egida del Vaticano. (La mia ricerca relativa ai reperti, con la visita ai musei archeologici in Israele e in Giordania, al sito in Giordania e, infine, al Pontificio Istituto Biblico dei Gesuiti a Gerusalemme – figura sotto – è riportata in Spedizioni nell'altro passato.).

La tradizione ebraica sostiene che Elia, trasfigurato, un giorno tornerà quale messaggero per la redenzione finale del popolo di Israele, un araldo del Messia. La tradizione era già stata riportata nel V secolo a.C. dal profeta Malachia – l’ultimo dei profeti della Bibbia.

Poiché la tradizione sosteneva che la grotta del Monte Sinai dove l’angelo condusse Elia era la stessa in cui Dio si era rivelato a Mosè, ci si aspettava che Elia ricomparisse all’inizio della festa della Pasqua ebraica, quando si commemora l’Esodo.

A tutt’oggi, il Seder, la cena cerimoniale che dà il via alla festività della Pasqua, che dura sette giorni, richiede che si metta sul tavolo una coppa di vino per Elia, da sorseggiare al suo arrivo; la porta è aperta per consentirgli di entrare e si recita un inno che esprime la speranza che ben presto lui annuncerà il “Messia, il figlio di Davide”. (I bambini di tradizione cristiana credono che Babbo Natale scivoli giù dal camino e porti loro i doni, mentre i bambini di tradizione ebraica sanno che, pur se non visto, Elia è entrato, e ha bevuto un sorso di vino.)

La tradizione vuole che “la Coppa di Elia” sia stata abbellita e impreziosita fino a diventare un calice di squisita fattura artistica, un calice che viene usato solo ed esclusivamente alla cena pasquale per il ritualedi Elia.

L’ultima cena di Gesù era appunto questa cena pasquale, così ricca di tradizione.




Z.SITCHIN

lunedì 13 agosto 2018

GERUSALEMME:UN CALICE SVANITO NEL NULLA

Nel XXI secolo a.C., quando vennero usate per la prima volta le armi nucleari sulla Terra, Abramo venne benedetto con pane e vino in nome del Signore Altissimo a Ur-Shalem, – e proclamò la prima religione monoteista dell’umanità. Ventun secoli dopo, un discendente di Abramo celebrò una cena speciale a Gerusalemme e portò sulle spalle una croce – simbolo di un determinato pianeta – fino al luogo della propria esecuzione, dando vita a un’altra religione monoteista.

Molte sono ancora le domande che lo riguardano: chi era realmente?
Cosa ci faceva a Gerusalemme?
Venne ordita una trama contro di lui, o la ordì lui stesso contro di sé?
E cosa era quel calice che ha dato origine alle leggende sul “Santo Graal” (e alle relative ricerche)?

Durante la sua ultima sera da uomo libero, celebrò insieme ai suoi dodici apostoli il pasto cerimoniale della Pasqua ebraica (Seder in ebraico), con vino e pane azzimo; la scena è stata immortalata dai più grandi pittori di arte religiosa. L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci è la più celebre in assoluto (vedi figura).

Leonardo era famoso per le sue conoscenze scientifiche e per il suo acume teologico: è stato ampiamente dibattuto e analizzato ciò che mostra il suo quadro, con il solo risultato di infittire ancor più l’enigma. La chiave per svelare i misteri, come vedremo, è proprio in ciò che il dipinto non mostra; è proprio ciò che manca, infatti, a contenere le risposte agli enigmi della saga di Dio e dell’Uomo sulla Terra, e al desiderio di Tempi Messianici.

Passato, presente e futuro convergono nei due eventi, che sono separati da ventuno secoli. Entrambi hanno come teatro Gerusalemme e, grazie alla tempistica, sono legati dalle profezie bibliche relative alla Fine dei Giorni.

Per comprendere cosa accadde ventuno secoli fa dobbiamo voltare all’indietro le pagine della storia fino a ritrovare Alessandro Magno, che si considerava figlio di un dio ma che, nonostante ciò, morì a Babilonia a soli trentadue anni. Mentre era ancora in vita, controllava i suoi generali attraverso una serie di favoritismi, punizioni e anche facendo ricorso a morti “premature” (alcuni sostengono che lo stesso Alessandro fu avvelenato).

Alla sua morte vennero uccisi anche suo figlio, di appena quattro anni, e il suo tutore, fratello di Alessandro; i generali in lotta e i comandanti regionali si spartirono le più importanti terre conquistate: Tolomeo e i suoi successori, di stanza in Egitto, si impossessarono dei domini africani di Alessandro; Seleuco e i suoi successori governarono Siria, Anatolia, Mesopotamia e le lontane terre asiatiche; la contestata Giudea (con Gerusalemme) venne annessa al regno di Tolomeo.

I Tolomei, dopo essere riusciti a far seppellire il corpo di Alessandro in Egitto, si considerarono i suoi eredi e proseguirono nell’atteggiamento tollerante nei confronti delle altre religioni. Crearono la famosaBiblioteca di Alessandria e affidarono a un sacerdote egizio, Manetone, il compito di scrivere la storia dinastica dell’Egitto e la preistoria divina per i Greci (l’archeologia ha confermato quanto affermava Manetone).

Ciò convinse i Tolomei che la loro civiltà era l’erede di quella egizia e, perciò, si consideravano a pieno titolo successori dei faraoni. I sapienti greci mostrarono particolare interesse nella religione e negli scritti degli Ebrei, al punto che i Tolomei commissionarono la traduzione in greco della Bibbia ebraica (traduzione nota come la Septuagint) e consentirono agli Ebrei piena libertà di religione in Giudea, nonché nelle loro comunità, sempre più numerose, in Egitto.

Come i Tolomei, anche i Seleucidi potevano contare su di un ex sacerdote di Marduk, Beroso, al quale venne affidato il compito di compilare per loro la storia e la preistoria dell’umanità e dei suoi dèi, secondo la tradizione mesopotamica. In una forzatura della storia, compì delle ricerche e scrisse una serie di tavolette cuneiformi nei pressi di Haran. È grazie ai suoi primi tre libri (che conosciamo solo per frammenti riportati negli scritti di altri autori dell’antichità) che il mondo occidentale, la Grecia prima e Roma poi, apprese degli Anunnaki e della loro venuta sulla Terra, dell’era antecedente al Diluvio, della creazione dell’uomo, del Diluvio stesso e di tutto ciò che seguì.

Quindi fu da Beroso (come confermato in seguito dalla scoperta e dalla decifrazione delle tavolette cuneiformi) che si venne a sapere che il “sar” di 3.600 anni era in realtà “l’anno” degli dèi. Nel 200 a.C. i Seleucidi attraversarono i confini tolemaici e catturarono la Giudea. Come in altri casi, gli storici hanno cercato ragioni geopolitiche ed economiche per giustificare questa guerra, ignorandone gli aspetti religioso-messianici. Fu nel rapporto sul Diluvio che Beroso raccontò che Ea/Enki aveva dato istruzione a Ziusudra (il “Noè” sumero) di «nascondere ogni scritto che si trovasse in Sippar, la città di Shamash» affinché si potesse recuperare dopo il Diluvio stesso, perché quegli scritti «riguardavano gli inizi, i periodi intermedi e le fini».

Secondo Beroso, il mondo è soggetto a cataclismi periodici, e li metteva in relazione alle ere zodiacali: la sua era iniziata 1920 anni prima dell’era Seleucide (312 a.C.); ciò avrebbe collocato l’Era dell’Ariete nel 2232 a.C. - un’era destinata ad arrivare presto alla fine, pur se veniva garantita tutta la sua lunghezza matematica (2232-2160 a.C.). I documenti a nostra disposizione fanno capire che i re seleucidi, abbinando questi calcoli al “Mancato Ritorno”, furono colti dal bisogno di aspettarne uno e di compiere i relativi preparativi.

Ebbe così inizio un frenetico restauro e ripristino dei templi in rovina di Sumer e Akkad; particolare attenzione venne posta all’E.ANNA – la “Casa di Anu” – a Uruk. Il Luogo dell’Atterraggio, che loro chiamavano Eliopoli – Città del dio Sole – venne dedicata a un altro dio, Zeus, al quale eressero un tempio. Dobbiamo quindi concludere che la vera motivazione della guerra per catturare la Giudea nasceva dall’urgenza di preparare per il Ritorno il sito legato allo spazio a Gerusalemme. Era il modo dei Seleucidi e dei Greci di prepararsi al ritorno degli dèi.

A differenza dei Tolomei, i sovrani seleucidi erano ben determinati a imporre la cultura e la religione ellenica nei loro domini. Il cambiamento fu decisamente d’impatto a Gerusalemme, dove all’improvviso vennero messe di stanza truppe straniere e venne messa in discussione l’autorità dei sacerdoti del tempio. La cultura e le abitudini elleniche vennero introdotte con la forza; persino i nomi dovettero essere cambiati, a cominciare dal sommo sacerdote, che fu costretto a trasformare il proprio nome da Giosuè a Giasone.

Leggi civili restringevano la cittadinanza ebraica a Gerusalemme; vennero elevate tasse per finanziare l’insegnamento dell’atletica e della lotta, non più della Torah; e nelle campagne vennero eretti tempietti dedicati alle divinità greche; i soldati costringevano la popolazione al nuovo culto. Nel 169 a.C. giunse a Gerusalemme il re seleucide Antioco IV Epifane. Non si trattò di una visita di cortesia. Violando la santità del tempio, entrò nel Sancta Sanctorum. Su suo ordine, vennero confiscati tutti gli oggetti rituali in oro, la città venne affidata a un governatore greco e accanto al Tempio venne costruita una fortezza per ospitare una guarnigione permanente di soldati stranieri.

Rientrato nella sua capitale assira, Antioco IV emise un proclama che imponeva la venerazione degli dèi greci in tutto il regno; in Giudea, proibiva specificatamente l’osservanza del Sabbath e la circoncisione. In accordo con il decreto, il tempio di Gerusalemme sarebbe dovuto diventare il Tempio di Zeus; e nel 167 a.C., nel 25° giorno del mese ebraico di Kislev – equivalente al nostro 25 dicembre – i soldati greco siriani posero nel tempio un idolo, una statua che rappresentava Zeus, “Il Signore del Cielo”; venne trasformato anche il grande altare, utilizzato per fare sacrifici a Zeus.

Il sacrilegio non avrebbe potuto essere maggiore.

L’inevitabile sommossa ebraica, iniziata e capeggiata da un sacerdote di nome Mattatia e dai suoi cinque figli, è nota come la rivolta maccabea o asmonea. Iniziata in campagna, la rivolta ebbe presto la meglio sui soldati greci di stanza. Quando giunsero i rinforzi, la rivolta divampò in tutto il paese; anche se i Maccabei erano inferiori di numero e avevano minori armi, erano mossi da uno zelo religioso che li rendeva estremamente agguerriti e feroci. Questi eventi, descritti nel Libro dei Maccabei (e da storici di periodi successivi), non lasciano dubbi sul fatto che la battaglia di un manipolo di uomini contro un regno potente fu guidata da una certa pressione temporale: era imperativo, infatti, riprendere il controllo di Gerusalemme, purificare il tempio e dedicarlo nuovamente a Yahweh entro una determinata data.

Nel 164 a.C. i Maccabei riuscirono a riconquistare solo il Monte del Tempio: in quell’anno, purificarono il tempio e riaccesero la sacra fiamma; nel 160 a.C. ci fu la vittoria finale, che portava al pieno controllo di Gerusalemme e alla restaurazione dell’indipendenza ebraica. Gli Ebrei celebrano ancora quella vittoria e la riconsacrazione del tempio in occasione dell’Hanukkah (“Riconsacrazione”), nel venticinquesimo giorno del Kislev.

La sequenza e le date di questi eventi sembravano essere legate alle profezie relative alla Fine dei Giorni. Di quelle profezie, come abbiamo visto, quelle che offrivano specifici indizi numerici relativi agli eventi finali, alla Fine dei Giorni, erano state rivelate a Daniele dagli angeli. Ma manca chiarezza sul motivo per cui i conti erano stati espressi in maniera enigmatica, usando come unità di misura “tempo”, “settimane”, e anche “giorni”. Forse è solo in relazione a questa ultima unità che riusciamo a capire quando inizia il conto, così da poter comprendere anche quando finirà. In questo caso, il conto sarebbe iniziato a partire dal giorno in cui nel tempio di Gerusalemme «sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l’abominio della desolazione»; abbiamo potuto determinare quindi che questo abominio si verificò nel 167 a.C.

Tenendo in mente la sequenza degli eventi, il conto dei giorni rivelato a Daniele doveva applicarsi a eventi specifici legati al tempio: la sua contaminazione nel 167 a.C. («sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l’abominio della desolazione»), la sua purificazione nel 164 a.C. (dopo «milleduecentonovanta giorni») e la liberazione totale di Gerusalemme nel 160 a.C. («beato chi aspetterà con pazienza e giungerà a milletrecentotrentacinque giorni»).

I numeri dei giorni – 1.290 e 1.335 – in sostanza si accordano con gli eventi al tempio. Stando alle profezie contenute nel Libro di Daniele, quindi, fu allora che l’orologio della Fine dei Giorni iniziò il suo conto alla rovescia. Nel 160 a.C. l’imperativo di ricatturare tutta la città e di eliminare i soldati stranieri non circoncisi dal Monte del Tempio è la chiave per comprendere un altro indizio. Mentre noi abbiamo usato come riferimento il conto degli anni in “avanti Cristo” e “dopo Cristo”, quei popoli non potevano usare un conto che si basava sul futuro calendario cristiano.

Il calendario ebraico, come abbiamo detto prima, era il calendario che ebbe inizio a Nippur nel 3760 a.C. – e stando a quel calendario, ciò che noi chiamiamo il 160 a.C. era esattamente il 3600!

Quello, come ben sa il lettore, era un SAR, ossia il periodo orbitale (originario) di Nippur. 

E anche se Nibiru era ricomparso quattrocento anni prima, l’arrivo dell’anno SAR – 3600 – il completamento di un Anno Divino – era di inevitabile importanza. Per coloro i quali le profezie bibliche del ritorno del Kavod di Yahweh al Suo Monte del Tempio erano chiaramente annunci divini, l’anno che noi definiamo il “160 a.C.” era un momento di verità: indipendentemente da dove si trovava il pianeta, Dio aveva promesso il Ritorno al Suo Tempio e il tempio doveva essere purificato e preparato per quell’evento.

Il Libro dei Giubilei, un libro extra biblico, che si presume sia stato scritto in ebraico a Gerusalemme negli anni che seguirono la rivolta dei Maccabei*,  attesta che in quei tempi turbolenti non era caduto in disuso il calendario di Nippur/ebraico. Ripete infatti la storia del popolo ebraico dal tempo dell’Esodo, usando come unità di tempo i Giubilei – l’unità di 50 anni che aveva stabilito Yahweh sul Monte Sinai; creava anche un conto storico calendarico consecutivo che da allora è diventato noto come Anno Mundi – “Anno del Mondo” in latino –, che inizia nel 3760 a.C.

Gli studiosi (come il rev. R.H.Charles nella sua traduzione in inglese del libro) convertirono questi “giubileo degli anni” e le loro “settimane” a un conto in Anno Mundi. Che questo calendario venisse usato non solo in tutto l’Antico Vicino Oriente, ma che determinasse anche il tempo in cui avrebbero dovuto verificarsi gli eventi, si può accertare semplicemente esaminando alcune date importanti riportate nei capitoli precedenti. Se scegliamo solo alcuni di questi eventi storici chiave, ecco cosa risulta (vedi dopo) dalla conversione dal calendario a.C. a quello di Nippur (abbreviato “CN”).

a.C.           CN        EVENTO ST

3760             0            Inizio della civiltà sumera; calendario di Nippur
3460         300            Episodio della Torre di Babele
2860         900            Gilgamesh uccide il Toro del Cielo
2360       1400            Sargon: inizia l’era di Akkad
2160    1600        Primo Periodo Intermedio in Egitto; era di Ninurta (Gudea costruisce il Tempio      dei Cinquanta)
2060       1700            Nabu organizza i seguaci di Marduk; Abram a Canaan; Guerra dei Re
1960       1800            Tempio Esagil di Marduk a Babilonia
1760       2000            Hammurabi consolida la supremazia di Marduk
1560      2200        Nuova dinastia in Egitto (“Medio Regno”); inizia a Babilonia nuova sovranità dinastica dei Cassiti
1460      2300         Anshan, Elam, Mitanni attaccano Babilonia; Mosè nel Sinai, episodio del “Roveto Ardente” Creazione dell’impero neo-assiro;
960        2800         viene rinnovata la celebrazione dell’Akitu a Babilonia
860        2900         Ashurbanipal indossa il simbolo della croce
760        3000         A Gerusalemme inizia la profezia con Amos
560        3200         Gli dèi Anunnaki completano la Partenza; i Persiani sfidano Babilonia; Ciro assiro;
460        3100         Età aurea della Grecia; Erodoto in Egitto.
160        3600         I Maccabei liberano Gerusalemme. Riconsacrazione del tempio


Il lettore impaziente sarà già saltato alle prossime righe:

60          3700        I Romani costruiscono il Tempio di Giove a Baalbek, occupano Gerusalemme
0            3760        Inizia il conto dalla nascita di Gesù di Nazareth.

I centocinquanta anni intercorsi fra la liberazione di Gerusalemme per mano dei Maccabei e gli avvenimenti legati a Gesù sono stati fra i più turbolenti della storia del mondo antico e, in particolare, del popolo ebraico. Quel periodo cruciale, i cui effetti si ripercuotono ancora oggi su di noi, iniziarono con comprensibile giubilo. Per la prima volta nel corso dei secoli gli Ebrei erano di nuovo completamente padroni della loro capitale sacra e del Sacro Tempio, liberi di nominare i propri re e i propri sommi sacerdoti.

Pur se proseguivano i combattimenti ai confini, quegli stessi confini si estendevano fino a comprendere buona parte del vecchio regno (unito) del tempo di Davide. La creazione di uno stato ebraico indipendente, con Gerusalemme come capitale, sotto gli Asmonei, fu sotto tutti i punti di vista un evento trionfale. Non fece ritorno il Kavod di Yahweh, atteso alla Fine dei Giorni, anche se sembrava corretto il conto dei giorni a partire dagli abomini. Il tempo del compimento non era ancora arrivato; divenne altresì chiaro che dovevano ancora essere decifrati gli enigmi rappresentati dagli altri conti di Daniele, degli “anni” e delle “settimane” e del «tempo, tempi e la metà di un tempo».

Gli indizi erano da scovare nelle profezie presenti nel Libro di Daniele che parlava dell’ascesa e della caduta di futuri regni dopo Babilonia, Persia ed Egitto – regni chiamati in maniera criptica «del mezzogiorno», «del settentrione» – o delle navi dei “Kittim”; e di regni che si sarebbero staccati da questi e combattuti l’un l’altro, avrebbero «piantato tabernacoli di palazzi fra i mari» – tutte entità future che erano rappresentate anche in maniera ermetica da diversi animali (un ariete, una capra, un leone ecc.), i cui cuccioli, chiamati “corna”, si sarebbero divisi ancora e si sarebbero combattuti l’un l’altro.

Chi erano quelle nazioni future, e quali guerre erano state previste?

Anche il profeta Ezechiele parlò di grandi battaglie che sarebbero infuriate fra il Nord e il Sud, fra un Gog non meglio identificato e un Magog che gli si opponeva; e le persone si chiedevano se erano già comparsi sulla scena i regni vaticinati: la Grecia di Alessandro, i Seleucidi, i Tolomei.

Erano loro i soggetti delle profezie, o erano altri che sarebbero comparsi sulla scena in un futuro ancora più remoto?

A livello teologico regnava la confusione: il Kavod che si attendeva al tempio di Gerusalemme era un oggetto materiale?

Era da intendere in questi termini la profezia?

Oppure questa Venuta era solo di natura simbolica, effimera, una presenza spirituale?

Cosa si chiedeva al popolo?

Oppure si sarebbe verificato comunque ciò che era destinato, indipendentemente da tutto?





Z.SITCHIN


mercoledì 8 agosto 2018

ALESSANDRO UN SEMIDIO - ALLA FINE DEI GIORNI

Ciro – alcuni storici gli affibbiano l’epiteto di “il Grande” – consolidò nel vasto impero persiano tutte le terre che un tempo erano state Sumer e Akkad, Mari e Mitanni, Hatti ed Elam, Babilonia e Assiria; toccò a suo figlio Cambise (530-522 a.C.) estendere l’impero fino all’Egitto, che si stava appena riprendendo da un periodo di disordini che alcuni considerano un Terzo Periodo Intermedio. In questa fase il paese si spaccò, cambiò diverse volte capitale, venne governato da invasori che provenivano dalla Nubia o che non avevano autorità centrale. 

L’Egitto era in un periodo di grande confusione religiosa, i suoi sacerdoti non sapevano quale divinità venerare, al punto che il culto principale era diventato quello del defunto Osiride, quello femminile era di Neith, il cui titolo era “madre di Dio”, e il principale “oggetto di culto” era un toro, il Toro sacro Apis, in onore del quale si facevano funerali complessi. Anche Cambise, come suo padre, non era un fervente religioso e lasciò libertà di culto; apprese persino (secondo una stele ora conservata nei Musei vaticani) i segreti del culto di Neith e partecipò a un funerale cerimoniale di un toro Apis.

Queste politiche di lassismo religioso portarono pace all’impero persiano, tuttavia questa non durò a lungo. Disordini, sommosse e ribellioni continuavano a scoppiare un po’ ovunque. In particolare stavano diventando difficili i legami commerciali, culturali e religiosi fra Egitto e Grecia. (Molte informazioni a riguardo provengono dallo storico greco Erodoto, che scrisse in maniera esauriente sull’Egitto dopo la sua visita nel 460 a.C., in coincidenza con l’inizio dell’età aurea greca.)

I Persiani non potevano essere soddisfatti di questi legami, in particolare perché i mercenari greci partecipavano alle rivolte locali. Destavano preoccupazione soprattutto le province dell’Asia Minore (l’attuale Turchia), pericolosamente vicine all’Asia e ai Greci, che stavano ridando vita e vigore ai vecchi insediamenti; i Persiani, dal canto loro, cercavano di tenere alla larga gli Europei, turbolenti, conquistando le vicine isole greche.

Alessandro Magno
Le tensioni crescenti sfociarono in una guerra, allorché i Persiani invasero la terraferma greca e furono sconfitti nella battaglia di Maratona, nel 490 a.C. Un decennio dopo, un’invasione persiana via mare venne fermata dai Greci negli stretti di Salamina, ma le schermaglie e le battaglie per il controllo dell’Asia Minore continuarono per un altro secolo, indipendentemente dal succedersi sul trono di diversi re, mentre all’interno della stessa Grecia Ateniesi, Spartani e Macedoni erano in lotta per la supremazia.

In queste doppie lotte – una fra i greci continentali, l’altra con i Persiani – era di vitale importanza il supporto degli abitanti della Grecia dell’Asia Minore. Non appena i Macedoni ebbero ottenuto la supremazia, il loro re, Filippo II, inviò un corpo armato nello stretto dell’Ellesponto (oggi i Dardanelli) per assicurarsi la lealtà degli insediamenti greci. Nel 334 a.C. Alessandro (Magno), alla testa di 15.000 uomini entrò in Asia sempre attraverso l’Ellesponto e dette il via a una grande guerra contro i Persiani.

Le vittorie straordinarie di Alessandro e la sottomissione all’Occidente (Grecia) dell’Antico Oriente sono state narrate e celebrate dagli storici – a cominciare da coloro che avevano accompagnato lo stesso sovrano – e non le ripeterò in questa sede. Ciò su cui, invece, vale la pena di soffermarsi, sono le ragioni personali che avevano indotto Alessandro a entrare in Asia e in Africa. Infatti, al di là delle motivazioni di natura geopolitica o economica, alla base delle guerre greco-persiane c’era anche una sua ricerca personale: alla corte macedone giravano voci persistenti, secondo le quali il vero padre di Alessandro non era Filippo, bensì un dio egizio, che si era unito alla regina Olimpia, assumendo le sembianze del marito di lei.

Considerando la venerazione di un pantheon greco proveniente dal Mar Mediterraneo, composto da dodici abitanti dell’Olimpo (come gli dèi sumeri) e con narrazioni di dèi (“miti”) che emulavano quelle del Vicino Oriente, la comparsa di una di queste storie alla corte macedone non era poi un’eventualità così remota. Primo fra tutti a crederci proprio lo stesso Alessandro. 

Alessandro si recò in visita all’oracolo di Delfi per scoprire se era realmente il figlio di un dio e, perciò, immortale. Infittendo il mistero, questi gli consigliò di cercare la risposta in un luogo sacro in Egitto. Fu così che, non appena ebbe sconfitto i Persiani nel corso della prima battaglia, Alessandro, anziché inseguirli, lasciò l’esercito e si recò all’oasi di Siwa in Egitto, dove il sacerdote gli rivelò che lui era realmente un semidio, figlio del dio ariete Amon. 

Per celebrare la notizia, Alessandro fece coniare monete d’argento che lo ritraevano con corna d’ariete.

Ma cosa dire dell’immortalità? 

Mentre le campagne e le conquiste di Alessandro sono state documentate da Callistene e da altri storici, la sua personale ricerca dell’immortalità è giunta fino a noi prevalentemente da fonti che vengono considerate pseudo callistene, o “storie romanzate”, che abbellivano i fatti con leggende.

Come ho descritto in maniera più dettagliata in Le astronavi del Sinai, i sacerdoti egizi spinsero Alessandro a recarsi da Siwa a Tebe. Lì, sulle rive occidentali del Nilo, nel tempio funerario costruito da Hatshepsut, riuscì a vedere la sua iscrizione che affermava che era figlia del dio Amon, che si era presentato alla madre di lei dopo aver assunto le sembianze del marito: esattamente quello che –secondo la tradizione – era successo alla madre di lui, rendendo così di fatto Alessandro un semidio.

Nel grande tempio di Ra-Amon a Tebe, nel Sancta Sanctorum, Alessandro venne incoronato faraone.

Poi, seguendo le indicazioni avute a Siwa, entrò nelle gallerie sotterranee della penisola del Sinai e, alla fine, riuscì ad arrivare nel luogo in cui era Amon-Ra, alias Marduk: Babilonia. Riprendendo la battaglia contro i Persiani, Alessandro raggiunse Babilonia nel 331 a.C. ed entrò in città a bordo del suo carro. Una volta nel sacro recinto corse fino allo ziggurat, all’Esagil, per stringere le mani di Marduk, come avevano fatto altri conquistatori prima di lui. 

Ma il grande dio era morto.

Secondo pseudo fonti, Alessandro vide il dio giacere in una bara dorata, il suo corpo immerso (o conservato) in oli speciali. Vero o no, il fatto è che Marduk non era più vivo e che tutti gli storici descrissero l’Esagil come la sua tomba. Secondo Diodoro Siculo (I secolo a.C.) la cui Biblioteca storica* è stata compilata – come è noto – attingendo a diverse fonti, affidabili e verificate, «i cosiddetti Caldei, che s’erano guadagnati una grandissima fama nell’astrologia, ed erano soliti predire il futuro grazie a una secolare osservazione degli astri» rivelarono ad Alessandro il pericolo che correva, e cioè che sarebbe morto a Babilonia, ma che «poteva sfuggire al pericolo se avesse restaurato la tomba di Belo, distrutta dai Persiani» (Libro XVII,112.1). 

Entrando in città, Alessandro non ebbe né il tempo, né la manodopera per effettuare le riparazioni, e morì davvero a Babilonia nel 232 a.C. Strabone, storico geografo (I secolo a.C.), nato in una città greca dell’Asia Minore, descrisse Babilonia nella sua famosa Geografia– le sue enormi dimensioni, i “giardini pensili” che venivano considerati una delle Sette Meraviglie del Mondo, i suoi alti edifici costruiti con mattoni di cotto ecc. – nella sezione 16.I.5:

La sepoltura di Belo,
al presente rovinata.
Xerse (per quanto si dice)
fu quello che la fece
ruinare.
Era una piramide quadra,
di mattoni di terra cotta,
alta essa ancora uno stadio,
e uno stadio era per ciascuna faccia.
Questa voleva reedificare
Alessandro,
ma per essere opera di gran
fatica e di molto tempo […]
non poté finire quello
c’aveva interpreso.

Stando a questa fonte, la tomba di Bel-Marduk era stata distrutta da Serse, che fu re di Persia (e sovrano di Babilonia) dal 486 al 465 a.C. Strabone, nel libro V, aveva affermato che nel 482 a.C. , quando Serse aveva deciso di distruggere il tempio, Belo giaceva in una bara. Marduk non era morto molto tempo prima (i maggiori assirologi tedeschi, che si riunirono all’università di Jena nel 1922, giunsero alla conclusione che Marduk era già nella sua tomba nel 484 a.C.), e più o meno nello stesso periodo era scomparso dalle pagine di storia anche suo figlio, Nabu. 

E fu così che giunse al termine, un termine quasi umano, la saga degli dèi, artefici della storia sul pianeta Terra. Probabilmente non fu una coincidenza nemmeno il fatto che questa fine coincise con la fine dell’Era dell’Ariete. Con la morte di Marduk e la scomparsa di Nabu, erano scomparsi tutti i grandi dèi anunnaki che, un tempo, avevano dominato la Terra; con la morte di Alessandro erano scomparsi i semidèi – veri o presunti che fossero – che legavano l’umanità agli dèi. 

Per la prima volta dalla creazione di Adamo, l’uomo era solo, senza i suoi creatori. In quei tempi così bui per l’umanità, la speranza giunse da Gerusalemme. Non può non sorprenderci che le profezie della Bibbia avessero previsto correttamente la storia di Marduk e del suo fato a Babilonia. Abbiamo già avuto modo di notare che Geremia, mentre prevedeva una fine disastrosa per Babilonia, aveva anche specificato che il suo dio, Bel-Marduk, era destinato a languire: a restare sì, ma invecchiando di fisico e di mente, a raggrinzirsi e a morire.

Ma, proprio come aveva predetto correttamente la caduta di Assiria, Egitto e Babilonia, Geremia profetizzava anche una Sion ripristinata, un tempio ricostruito e un “lieto fine” per tutte le nazioni che sarebbe venuto alla Fine dei Giorni. Sarebbe stato, disse, un futuro che Dio aveva programmato “in cuor suo”, un segreto che sarebbe stato svelato all’umanità (23, 20) in un futuro predeterminato: «Alla fine dei giorni lo comprenderete!» (30, 24) e «in quel tempo chiameranno Gerusalemme Trono del Signore, tutti i popoli vi si raduneranno nel nome del Signore» (3, 17).

Isaia, nella sua seconda serie di profezie (Secondo Isaia), identificava il dio di Babilonia come il “dio che si nasconde” (ossia il significato di “Amon”) e prevedeva il futuro con queste parole:

A terra è Bel, rovesciato è
Nebo,
i loro simulacri sono per gli
animali e le bestie […]
Sono rovesciati, sono a
terra insieme,
non hanno potuto salvare
chi li portava
ed essi stessi se ne vanno in
schiavitù.
(Isaia 46, 1-2)

Queste profezie, come pure quelle di Geremia, contenevano la promessa che all’umanità sarebbe stato offerto un nuovo inizio, una nuova speranza; che sarebbe arrivato un Tempo Messianico in cui “il lupo dimorerà con l’agnello”. E disse il profeta «Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti»; allora le nazioni «forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Isaia 2, 2; 2,4).

Anche i primi profeti che predicevano il Giorno del Signore quale Giorno del Giudizio avevano affermato che, dopo prove e tribolazioni, dopo che popoli e nazioni sarebbero stati giudicati per i loro peccati e per le loro trasgressioni, sarebbe venuto un tempo di pace e di giustizia. Fra di essi troviamo Osea, che previde il Ritorno del regno di Dio attraverso la Casa di Davide alla Fine dei Giorni, e Michea, che – usando parole identiche a quelle di Isaia – dichiarò che «accadrà alla Fine dei Giorni». 

Michea
Importante da notare che anche Michea considerava un requisito essenziale la restaurazione del Tempio del Signore a Gerusalemme e il regno universale di Yahweh attraverso un discendente di Davide, un “must”destinato sin dall’inizio, «come hai giurato ai nostri padri fin dai tempi antichi». In quelle predizioni sulla Fine dei Giorni si combinavano due elementi di base: uno era che il Giorno del  Signore – un giorno in cui sarebbero state giudicate la Terra e le nazioni – sarebbe stato seguito da Restaurazione, Rinnovamento, e da un’era benevola il cui fulcro sarebbe stato Gerusalemme. 

L’altro è che tutto è stato pre ordinato, che Dio all’Inizio aveva già programmato la Fine. A dire il vero, nei primissimi capitoli della Bibbia troviamo già il concetto della Fine di un’Epoca, di un periodo in cui si sarebbe fermato il corso degli eventi – potremmo dire un precursore del concetto odierno di “Fine della Storia” e di una nuova epoca (si sarebbe quasi tentati di dire una New Age), di un nuovo ciclo (predetto). Il termine ebraico Acharit Hayamim (a volte tradotto come “ultimi giorni”, “fine dei tempi”, ma più accuratamente “fine dei giorni”) è già stato usato nella Genesi (capitolo 49), allorché Giacobbe, in punto di morte, chiamò a raccolta i propri figli e disse: «Radunatevi perché io vi annunzi quello che vi accadrà alla Fine dei Giorni». 

Si tratta di un’affermazione (seguita da predizioni dettagliate che molti associano alle dodici case dello zodiaco) che presuppone che le profezie venissero fatte grazie alla conoscenza di eventi futuri. E anche nel Deuteronomio (capitolo 4), allorché Mosè, prima di morire, parlando dell’eredità divina di Israele e del suo futuro disse: «Con angoscia, quando tutte queste cose ti saranno avvenute, alla Fine dei Giorni tornerai al Signore tuo Dio e ascolterai la sua voce, poiché il Signore Dio tuo è un Dio misericordioso; non ti abbandonerà e non ti distruggerà, non dimenticherà l’alleanza che ha giurato ai tuoi padri».


Il fatto di ribadire il ruolo di Gerusalemme e l’importanza del suo Monte del Tempio aveva una ragione pratica, oltre che teologico-morale: la necessità che il sito fosse pronto per accogliere il Kavod di Yahweh – lo stesso termine usato nell’Esodo e poi da Ezechiele per descrivere il veicolo celeste di Dio.

Il Kavod che verrà rinchiuso nel tempio ricostruito; «in questo luogo porrò la pace […] la gloria futura di questa casa sarà più grande di quella di una volta», disse Yahweh al profeta Aggeo.

Da notare che in Isaia l’arrivo del Kavod a Gerusalemme era ripetutamente legato all’altro porto spaziale, il Libano: da lì arriverà a Gerusalemme il Kavod di Dio; dal Libano il Kavod di Dio verrà a Gerusalemme (Isaia 35, 2 e 60, 13). La conclusione evidente è che ci si aspettava un Ritorno Divino alla Fine dei Giorni; ma quando sarebbe stata questa Fine dei Giorni?

La domanda non è certo nuova, perché è già stata posta nell’antichità anche dagli stessi profeti che avevano annunciato la Fine dei Giorni. A questa domanda noi proponiamo la nostra risposta. La profezia di Isaia relativa a un tempo in cui «verrà soffiata una grande tromba» e le nazioni si riuniranno e «si prostreranno a Yahweh sul Monte Sacro a Gerusalemme» era accompagnata dalla stessa ammissione che, senza dettagli e riferimenti temporali, il popolo non sarebbe stato in grado di comprendere la profezia.

Isaia (28, 10) si lamentava con Dio: «Precetto su precetto, precetto su precetto, norma su norma, norma su norma, un po’ qui, un po’ lì». Non conosciamo la risposta che gli venne data, ma Yahweh gli ordinò di sigillare e di nascondere il documento; non meno di tre volte Isaia cambiò il vocabolo che sta per “lettere” – Otioth – in Ototh, che significa “segni oracolari”, indicando così l’esistenza di una sorta di “codice segreto della Bibbia”, grazie al quale il piano divino sarebbe stato compreso solo al momento giusto.

E, forse, si faceva riferimento proprio a questo codice segreto allorché il profeta chiese a Dio – identificato come “Creatore delle lettere” – di «dirci le lettere a ritroso» (41, 23). Il profeta Sofonia – il cui nome significa esattamente “codificato da Yahweh” – ha riferito il messaggio di Dio, ossia che Lui «parlerà in una lingua chiara» nel momento in cui si riuniranno le nazioni. Ma ciò non significa altro che “lo saprete quando sarà il momento”.

Nessuna meraviglia, allora, che nell’ultimo libro profetico la Bibbia si è occupata quasi solo ed esclusivamente del “QUANDO”: quando arriverà la Fine dei Giorni? Questo testo è il Libro di Daniele, proprio quello stesso Daniele che aveva interpretato correttamente la scritta sul muro comparsa durante il banchetto di Baldassar. Fu dopo quell’episodio che Daniele iniziò ad avere dei sogni-presagio e a vedere visioni apocalittiche del futuro in cui “l’Antico dei Giorni” e i suoi arcangeli avevano un ruolo chiave.

Perplesso, Daniele chiese spiegazioni agli angeli; la risposta fu una serie di predizioni di eventi futuri che si sarebbero verificati alla Fine dei Tempi o che l’avrebbero preceduta. E quando sarebbe stata?, chiese Daniele. Le risposte, che in apparenza sembravano precise, in realtà non fecero altro che infittire il mistero. In un caso, un angelo rispose che, in futuro, un periodo in cui un «re empio cercherà di cambiare i tempi e le leggi» sarebbe durato «un tempo, tempi e la metà di un tempo»; solo dopo sarebbe giunto il Tempo Messianico promesso, allorché «il regno, il potere e la grandezza di tutti i regni che sono sotto il cielo saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo».

In un’altra occasione l’angelo disse: «Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei Santi». E in un’altra che: «Dopo sessantadue settimane, un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui; il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine sarà un’inondazione» (Daniele 9, 26. 24).

Cercando di comprendere, Daniele chiese al messaggero divino di parlare più chiaramente: «Quando si compieranno queste cose meravigliose?». Per tutta risposta ricevette nuovamente la risposta enigmatica che la Fine sarebbe venuta dopo «un tempo, tempi e la metà di un tempo»: ma cosa significava «un tempo, tempi e la metà di un tempo», cosa significava «settanta settimane»? «Io udii bene, ma non compresi», affermava Daniele nel suo libro. «Così ho detto: Mio Signore, quale sarà la fine di queste cose?» E nuovamente parlando in codice, l’angelo rispose: «dal tempo in cui sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l’abominio della desolazione, ci saranno milleduecentonovanta giorni. Beato chi aspetterà con pazienza e giungerà a milletrecentotrentacinquegiorni».

Dopo aver dato questa informazione a Daniele, l’angelo, che si era definito “Figlio dell’Uomo”, gli disse: «Tu va’ pure alla tua fine, e riposa; ti alzerai per la tua sorte alla Fine dei Giorni». Come Daniele, generazioni di studiosi della Bibbia, eruditi, teologi, astrologi e persino astronomi – tra i quali perfino sir Isaac Newton – hanno ripetuto: “Io udii bene, ma non compresi”. L’enigma non riguarda soltanto il significato dell’espressione «tempo, tempi e la metà di un tempo», ma da quando inizia (o è iniziato) il conto.

L’incertezza deriva dal fatto che le visioni simboliche di Daniele (ad esempio, di un capro che attacca un montone, o di un corno che si spezza e al cui posto ne sorgono quattro) gli sono state spiegate dagli angeli come eventi che si sarebbero verificati ben al di là del tempo della Babilonia che lui stesso conosceva, oltre la sua prevista caduta, anche oltre la ricostruzione profetizzata del tempio a distanza di settanta anni. L’ascesa e la caduta dell’impero persiano, la venuta dei Greci sotto la guida di Alessandro, persino la divisione del suo impero conquistato fra i suoi successori, tutto ciò era stato previsto con una tale accuratezza che numerosi studiosi ritengono che le profezie di Daniele siano in realtà “successive all’evento” – che la parte profetica del libro sia stata scritta nel 250 a.C., ossia quando quegli eventi si erano già verificati, ma che faceva comunque finta di essere stata scritta secoli prima.

La motivazione più conclusiva a sostegno di questa ipotesi è il riferimento, in uno degli incontri con gli angeli, all’inizio del conto «dal tempo in cui sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l’abominio della desolazione». Poteva solo fare riferimento agli eventi che si sono verificati a Gerusalemme il 25° giorno del mese ebraico Kislev nel 167 a.C.
La data è registrata con precisione perché fu allora che «l’abominio della desolazione» venne posto nel tempio, segnando – come credevano in molti – l’inizio della Fine dei Giorni.




Z.SITCHIN


NOTE

* Diodoro Siculo, BibliotecaStorica (Libri XVI-XX), Sellerio,Palermo 1992.
* Strabone, Geografia,Francesco Senese MDLXII