Cerca nel blog

mercoledì 28 febbraio 2018

"IN GIOVE SI VEDRA' IL SUO VOLTO, IL SIGNORE VERRA' DA SUD"

Fra i testi puramente astronomici tradotti e senza dubbio studiati, c’erano linee guida per osservare l’arrivo di Nibiru e per riconoscerlo non appena compariva. Un testo babilonese che conteneva ancora l’antica terminologia sumera affermava:

Pianeta del dio Marduk:

Al suo apparire
SHUL.PA.E;
Al sorgere di trenta gradi 
dell’arco celeste,
SAG.ME.NIG;
Quando si trova al centro
del cielo: NIBIRU.

Mentre il primo pianeta citato (SHUL.PA.E) si ritiene essere Giove (ma potrebbe anche essere Saturno), il nome del successivo (SAG.ME.NIG) poteva essere una variante di Giove, ma molti ritengono sia Mercurio.Un testo analogo di Nippur, che traduceva i nomi sumeri come UMUN.PA.UD.DU e SAG.ME.GAR, ha suggerito che l’arrivo di Nibiru sarebbe stato “annunciato” dal pianeta Saturno e che, dopo essersi alzato di 30° gradi, sarebbe arrivato vicino a Giove.

Altri testi (ad esempio una tavoletta conosciuta come la K.3124) affermano che dopo essere passato accanto a SHUL.PA.E e SAG.ME.GAR – che ritengo essere Saturno e Giove – «il pianeta Marduk» entrerà «nel Sole» (ossia entrerà nel perigeo, punto più vicino al Sole), «diventando Nibiru».

Altri testi forniscono indizi più chiari in relazione alla traiettoria di Nibiru, e al lasso di tempo compreso fra le sue apparizioni:

Quando dalla postazione di
Giove,
il Pianeta passa verso ovest.
Quando dalla postazione di
Giove
il Pianeta diverrà più
luminoso
e nella casa zodiacale del
Cancro diventerà Nibiru.
Il grande pianeta:
d’aspetto rosso scuro.
Il cielo divide a metà
e si presenta come Nibiru.


Messi insieme, i testi astronomici del periodo di Ashurbanipal descrivevano un pianeta che appariva dal margine del sistema solare, che si levava e diventava visibile quando raggiungeva Giove (o anche Saturno prima) e che poi curvava in basso verso l’eclittica. Al suo perigeo, quando era più vicino al Sole (e quindi alla Terra) il pianeta – all’Attraversamento – diventava Nibiru “nello zodiaco del Cancro”. 

Come mostra l’accluso diagramma schematico (non in scala), ciò può verificarsi solo quando il sole sorge nell’equinozio di primavera nell’Era dell’Ariete – nell’era zodiacale dell'Ariete.

Questi indizi che riguardavano la traiettoria orbitale del Signore del Cielo e la sua ricomparsa – a volte usando le costellazioni come mappa celeste – si trovano anche nella Bibbia, rivelando una conoscenza diffusa a livello internazionale: «In Giove si vedrà il tuo volto», recita il Salmo 17. «Il Signore verrà da sud […] il suo splendore brillante illuminerà come un faro», prediceva Abacuc (cap. 2). 


«Egli da solo stende i cieli e cammina sulle onde del mare. Crea l’Orsa e l’Orione, le Pleiadi e i penetrali del cielo australe», afferma il Libro di Giobbe (capitolo 9). E il profeta Amos (5, 9) prevedeva il Signore del Cielo «che mostrava il volto sorridente su Toro e Ariete, andrà dal Toro al Sagittario». 

Questi versi descrivevano un pianeta che viaggia nei cieli più alti e che, orbitando in senso orario – con orbita “retrograda”, dicevano gli astronomi – arrivava attraversando le costellazioni australi.

È una traiettoria che replica, su scala più grande, quella della cometa di Halley. Un indizio rivelatore in merito alle attese di Ashurbanipal era la meticolosa traduzione in accadico delle descrizioni sumere delle cerimonie svolte per la visita di stato che Anu e Antu compirono sulla Terra nel 4000 a.C. circa. Le sezioni che parlano della loro permanenza a Uruk descrivevano come, la sera della vigilia, un osservatore venne posto di guardia «sul gradino più alto della torre» per annunciare la comparsa dei pianeti, uno dopo l’altro, fino a quando non fosse comparso il «Pianeta del Grande Anu dei Cieli», al che tutti gli dèi, riuniti per dare il loro benvenuto alla coppia divina, avrebbero recitato il salmo «a Colui che diventa brillante, il pianeta celeste del dio Anu» e avrebbero cantato l’inno «È sorta l’immagine del Creatore». 

I lunghi testi descrivevano anche i pasti cerimoniali, gli dèi che si ritirano nelle camere per la notte, le processioni del giorno seguente, ecc. Si può concludere, con un certo margine di ragionevolezza, che Ashurbanipal fosse impegnato nel raccogliere, mettere insieme, tradurre e studiare tutti i testi precedenti che potevano:

a) fornire una guida ai sacerdoti-astronomi per scoprire, non appena possibile, il ritorno di Nibiru; 


b) informare il re sulle procedure da seguire. Chiamare il pianeta “Pianeta del Trono Celeste” è un indizio importante relativo alle aspettative reali, così come lo erano le raffigurazioni sulle mura dei palazzi, in magnifici bassorilievi, di re assiri che davano il benvenuto al dio nel disco alato mentre si trovava involo sopra l’Albero della Vita (come nella figura).




Era importante essere informati al più presto sulla comparsa del pianeta, così da poter essere in grado di preparare il giusto ricevimento per l’arrivo del grande dio raffigurato al suo interno – lo stesso Anu?– ed essere benedetti con il dono di una vita lunga, forse eterna. Ma ciò non era destinato ad accadere.

Subito dopo la morte di Ashurbanipal, scoppiarono ribellioni in tutto l’impero assiro. Si disintegrò la morsa dei suoi figli su Egitto, Babilonia ed Elam. Ai confini dell’impero assiro comparvero da nord orde di stranieri, da est i Medi. In ogni angolo del paese i re locali assunsero il controllo e dichiararono l’indipendenza. 


 Nabupolassar
Di particolare importanza – immediata e per gli avvenimenti futuri – era la necessità di Babilonia di “sganciare” il potere sovrano dall’Assiria. Nel 626 a.C., durante le festività per il Nuovo Anno, venne incoronato re di Babilonia indipendente un generale il cui nome, Nabupolassar (“Nabu protegge suo figlio”), implicava che fosse figlio del dio Nabu. 

Una tavoletta descriveva con queste parole l’inizio della sua cerimonia di investitura: «Vennero riuniti i principi del paese; benedissero Nabupolassar; aprendo i pugni, lo dichiararono sovrano; Marduk, nell’assemblea degli dèi consegnò l’insegna del potere a Nabupolassar».

Il risentimento nei confronti del governo brutale dell’Assiria era talmente profondo che Nabupolassar di Babilonia trovò ben presto alleati per intraprendere un’azione militare contro l’Assiria. Alleati vigorosi furono i Medi (precursori dei Persiani), vittime a loro volta delle incursioni e della brutalità degli Assiri.

Mentre le truppe babilonesi avanzavano in Assiria da sud, i Medi attaccavano da est e, nel 614 a.C. – come era stato profetizzato dai profeti ebraici – catturarono e bruciarono Ashur, capitale religiosa dell’Assiria. Venne poi il turno di Ninive, la capitale reale. Nel 612 a.C. la grande Assiria era sconfitta. L’Assiria – la terra del “primo archeologo” – si trasformò a sua volta nella terra dei siti archeologici.


Come era potuto finire così il paese il cui nome significava proprio “Terra del dio Ashur”? L’unica spiegazione a quei tempi fu che gli dèi avevano smesso di proteggere la nazione; in realtà dimostreremo che c’era molto di più: gli stessi dèi lasciarono quel paese e la Terra. E iniziò poi il capitolo finale e più sconvolgente della Saga del Ritorno, in cui Haran avrebbe svolto un ruolo fondamentale.



Z.SITCHIN




I numerosi dati astronomici che sono stati trovati hanno attratto, già nel XIX e all’inizio del XX secolo, il tempo, l’attenzione e la pazienza di grandi studiosi che hanno fuso in maniera brillante “l’assirologia” con la conoscenza dell’astronomia. Il primo libro delle Cronache Terrestri, Il pianeta degli dèi, attingeva all’opera e ai risultati di personaggi del calibro di Franz Kugler, Ernst Weidner, Erich Ebeling, Herman Hilprecht, Alfred Jeremias, Morris Jastrow, Albert Schott, Th. G. Pinches e altri. Il loro compito era reso più difficile dal fatto che la stesso kakkabu (qualsiasi corpo celeste, inclusi i pianeti, le stelle fisse e le costellazioni) poteva avere più di un nome.

In quella sede ho evidenziato anche il punto debole dei loro studi: tutti loro, infatti, partivano dal presupposto che i Sumeri e gli altri popoli antichi non potessero essere a conoscenza di quei pianeti che non si potevano osservare (“a occhio nudo”) oltre Saturno.
Il risultato era che, ogni volta che un pianeta veniva chiamato in modo diverso da quello dei “sette kakkabani noti” – Sole, Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno – loro pensavano inevitabilmente che si trattasse di un altro attributo per indicare uno di questi “sette conosciuti”. Eccellente vittima di questo errore è stato proprio Nibiru; ogni qualvolta veniva elencato Nibiru o il suo equivalente babilonese, “il pianeta Marduk”, gli studiosi erano convinti di trovarsi di fronte a un altro nome per indicare Marte o Giove o – in alcuni casi estremi – persino Mercurio. Incredibilmente, ancora oggi, astronomi dell’establishment continuano a fondare il proprio lavoro sull’ipotesi di “soli sette pianeti” – a dispetto della vasta prova contraria che dimostra che i Sumeri conoscevano la vera forma e la vera composizione del nostro sistema solare, a cominciare dai nomi dei pianeti esterni citati nell’Enuma Elish o dalla raffigurazione di 4500 anni fa del sistema solare al completo, composto da dodici pianeti, con il Sole al centro, ritrovata su un sigillo cilindrico catalogato con il numero VA/243 e conservato nel Museo di Berlino (vedi foto), o la raffigurazione di dodici simboli planetari sui monumenti assiri e babilonesi.

Cilindro catalogato VA/243 e conservato al Museo di Berlino

Nessun commento:

Posta un commento