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giovedì 11 gennaio 2018

TEMPIO DI GERUSALEMME CONSACRATO A "COLUI CHE DIMORA NELLA NUBE"

La Bibbia non offre spiegazioni né in merito alla proibizione di usare il ferro in qualsiasi forma, né in merito alla scelta di rivestire d’oro l’interno del tempio di Gerusalemme. Si può solo ipotizzare che il ferro fosse bandito per le sue proprietà magnetiche, mentre l’oro era ideale, perché è il miglior conduttore elettrico. È significativo che gli altri due esempi a noi noti di templi con gli interni laminati d’oro si trovino all’altro capo del mondo. Uno è il grande tempio di Cuzco, la capitale inca in Perù, dove veniva adorato Viracocha, il grande dio dell’America meridionale.



Il tempio di Cuzco era chiamato il Corincancha (“Recinto D’oro”), appunto perché il suo Sancta Sanctorum era interamente rivestito di oro. L’altro si trova a Puma Punku, sulle sponde del lago Titicaca in Bolivia, nei pressi delle famose rovine di Tiahuanacu (oggi Tiwanaku). Le rovine sono composte dai resti di quattro edifici in pietra, simili a camere, le cui mura, pavimento e soffitto erano ricavati da un unico blocco di pietra colossale. All’interno le quattro “camere” erano interamente rivestite di lamine d’oro tenute in posa da chiodi, anch’essi d’oro. 

Descrivendo i siti (e come furono saccheggiati dagli Spagnoli) in Gli dèi dalle lacrime d’oro ho ipotizzato che Puma Punku fosse stato eretto per accogliere Anu e Antu in occasione della loro visita di stato sulla Terra nel 4000 a.C. circa. Stando alla Bibbia, per portare a termine l’immenso compito fu necessario impiegare decine di migliaia di operai per ben sette anni. Quale era, dunque, la funzione di questa Casa del Signore? Quando fu tutto pronto, l’Arca dell’Alleanza venne trasportata in pompa magna dai sacerdoti e deposta nel Sancta Sanctorum. Non appena furono tirate le tende che separavano il Sancta Sanctorum, «il Tempio si riempì di una nube […] I sacerdoti non riuscivano a rimanervi per il loro servizio a causa della nube». Allora Salomone offrì una preghiera di ringraziamento:

Il Signore ha deciso di
abitare nella nube. Ora io ti
ho costruito una casa
sublime,
un luogo ove tu possa porre
per sempre la dimora. […]
Ecco, i cieli e i cieli dei cieli
non possono contenerti,
tanto meno questa casa che
ti ho costruita!
Tuttavia, volgiti alla
preghiera del tuo servo e
alla sua supplica,
Signore mio Dio; ascolta la
preghiera che il tuo servo
innalza a te.

La stele di Naram-Sin
«Il Signore apparve quella notte a Salomone egli disse: “Ho ascoltato la tua preghiera; mi sono scelto questo luogo come casa di sacrificio […] se il mio popolo, sul quale è stato invocato il mio nome […] pregherà e ricercherà il mio volto, perdonerò il suo peccato […] Ora io mi sono scelto e ho santificato questo tempio perché il mio Shem vi rimanga per sempre”» (II Cronache, capp. 6-7). La parola Shem – qui e prima, come nei versetti d’apertura del capitolo 6 della Genesi – viene tradotta comunemente con “nome”. Già nel mio primo libro, Il pianeta degli dèi, ho ipotizzato che il termine – in origine e in questo contesto – faceva riferimento a ciò che gli Egizi chiamavano “Barca Celeste” e che i Sumeri chiamavano MU – “nave del cielo”– degli dèi.

Quindi, il Tempio di Gerusalemme, eretto in cima a una piattaforma di pietra, con l’Arca dell’Alleanza posta sulla roccia sacra, doveva fungere da legame terreno con il dio del cielo: sia per comunicare, sia per far atterrare la navicella spaziale. Nel tempio non c’erano statue, né idoli, né bassorilievi. L’unico oggetto ammesso al suo interno era la Sacra Arca dell’Alleanza e «nell’Arca non c’era nulla, tranne le due tavolette che erano state date a Mosè sul Sinai». A differenza degli ziggurat mesopotamici – da quello di Enlil a Nippura quello di Marduk a Babilonia – questo tempio non era adibito a residenza del dio: non vi viveva, né vi mangiava, né vi dormiva, né vi faceva il bagno.

Ashur che tiene un arco
Era una casa di culto, un luogo adibito al contatto divino: era un tempio per avvicinarsi alla Presenza Divina di Colui che dimora nella Nube. 

Si dice che un’immagine valga più di mille parole; certamente è vero se vi sono poche parole, ma numerose immagini pertinenti. 

Fu all’incirca nel periodo in cui il tempio di Gerusalemme venne completato e consacrato a “Colui che dimora nella Nube” che si registrò un notevole cambiamento nei glifi sacri – la descrizione del divino – laddove queste descrizioni erano comuni e autorizzate (all’epoca i primi a farne furono gli Assiri). 

Mostravano, infatti, con molta chiarezza, il dio Ashur come “abitatore delle nubi”, mostravano il suo volto in primo piano o solo la sua mano, che spesso teneva un arco (vedi foto sopra) – una descrizione che ricorda una delle narrazioni della Bibbia dell’arcobaleno che spuntava dalla Nube, segno divino al termine del Diluvio. Circa un secolo dopo, le descrizioni assire introducevano una nuova variante del Dio nellaNube. 

Classificata come “Divinità in un Disco Alato” mostrava chiaramente una divinità all’interno dell’emblema del disco alato (foto a lato) da solo, o insieme alla Terra (rappresentata da sette puntini) e alla Luna (falce) (foto sotto). 

Poiché il disco alato rappresentava Nibiru, doveva trattarsi di una divinità che arrivava con Nibiru. Chiaramente, dunque, queste descrizioni implicavano aspettative legate all'arrivo imminente non solo del pianeta, ma anche dei suoi divini abitanti, probabilmente guidati da Anu in persona. I cambi nei glifi e nei simboli, iniziati con il segno della croce, erano manifestazioni di aspettative più profonde, di cambiamenti radicali e di preparativi su larga scala legati all’atteso Ritorno.


Tuttavia, le aspettative e i preparativi a Babilonia e in Assiria non erano gli stessi. In una, le attese erano centrate sul dio o sulle divinità che si trovano già lì; nell’altra, le attese erano legate agli dèi in procinto di tornare e di ricomparire. 
Le sette tavolette ENUMA ELISH
A Babilonia, dunque, le attese erano prevalentemente di natura religiosa – un revival messianico per mezzo di suo figlio Nabu. Nel 960 a.C. circa vennero compiuti grandi sforzi per riprendere le cerimonie sacre dell’Aikitu, in cui si leggeva in pubblico l’Enuma Elish riveduto e corretto, che attribuiva a Marduk la creazione della Terra, la nuova forma dei cieli (il sistema solare) e la creazione dell’uomo. Una parte cruciale nel revival era la rappresentazione dell’arrivo di Nabu dal suo tempio, che si trovava a Borsippa (a sud di Babilonia). Di conseguenza, i sovrani babilonesi che regnarono fra il 900 a.C. e il 730 a.C. ripresero a portare nomi legati a Marduk, e ancora di più, nomi legati a Nabu.

I cambiamenti in Assiria, invece, furono più di natura geopolitica. Gli storici considerano quel momento – il 960 a.C. circa – quale inizio del periodo imperiale neoassiro. Oltre alle iscrizioni sui monumenti e sulle pareti dei palazzi, la principale fonte di informazioni sull’Assiria è rappresentata dagli annali dei suoi re, re dediti alla conquista. 


Con una ferocia senza paragoni, questi re organizzarono una campagna militare dopo l’altra, non solo per ottenere il dominio sull’antica Sumer e Akkad, ma anche su ciò che loro ritenevano essenziale per il Ritorno: il controllo dei siti legati allo spazio. Che questo fosse lo scopo delle campagne è evidente non solo dai loro obiettivi, ma anche dai grandi bassorilievi in pietra presenti sui muri dei palazzi assiri che risalgono al IX e all’VIII secolo a.C. (che si possono ammirare nei più grandi musei del mondo): come in alcuni sigilli cilindrici, mostrano il re e i sommi sacerdoti, accompagnati da Cherubim alati – “astronauti” Anunnaki – che stanno di fianco a un Albero della Vita mentre accolgono l’arrivo del dio nel disco alato (vedi foto sopra e a lato). 

È chiaro, dunque, che ci si attendeva l’arrivo di un dio! Gli storici mettono in relazione l’inizio di questo periodo neo assiro con l’insediamento nel paese di una nuova dinastia reale, allorché Tiglat-Pileser II ascese al trono di Ninive. Le innovazioni e gli ampliamenti, sia in patria sia all’estero, la distruzione e l’annessione di territori furono opera del figlio e del nipote di quel re, suoi successori sul trono di Assiria. 

È interessante notare che il loro primo obiettivo fu l’area del fiume Khabur, con Haran: suo importante centro religioso e commerciale.
I loro successori proseguirono sulla strada tracciata. Sovente portando lo stesso nome dire precedentemente glorificati (da qui la numerazione I, II, III…) i vari sovrani espansero il controllo assiro in tutte le direzioni, in particolare sulle città costiere e sulle montagne di La-ba-an (Libano). 


Z. SITCHIN
 

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