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mercoledì 31 gennaio 2018

LE PROFEZIE PARLANO DEL RITORNO DEL SIGNORE: NIBIRU

Avendo inserito nel capitolo introduttivo della Genesi una versione ridotta dell’Epica sumera della Creazione, la Bibbia aveva riconosciuto di fatto l’esistenza di Nibiru e il passaggio periodico del pianeta in prossimità della Terra; la considerava come un’altra manifestazione – in questo caso celeste – di Yahweh come Dio Universale. 

William Blake, Job Rebuked by His Friends, 1825.(National Gallery of Art)
I Salmi e il Libro di Giobbe parlavano del Dio Celeste invisibile, che «sulla volta dei cieli passeggia». Ricordavano questa prima apparizione del Signore Celeste – quando entrò in collisione con Tiamat (che nella Bibbia viene chiamata Tehom e soprannominata Rahab o Rabah, la Superba), la frantumò, creò i cieli e il “Bracciale Martellato” (la fascia degli asteroidi) e «la Terra sospese nel vuoto»; ricordavano anche il periodo in cui il Signore Celeste causò il Diluvio.

L’arrivo di Nibiru e la collisione celeste, da cui scaturì il grande circuito orbitale, sono stati celebrati nel maestoso Salmo 19:

I cieli narrano la gloria di
Dio,
e l’opera delle sue mani
annunzia il [Bracciale
Martellato] firmamento
[…]
Là pose una tenda per il
sole,
che esce come sposo dalla
stanza nuziale,
esulta come un prode che
percorre la via.
Egli sorge da un estremo
del cielo
e la sua corsa raggiunge
l’altro estremo.

Ai tempi del Diluvio l’avvicinarsi del Signore Celeste venne considerato un presagio di ciò che sarebbe accaduto la volta successiva in cui il Signore Celeste sarebbe tornato (Salmo 77, 12; 17-19):

Ricordo le gesta del
Signore,
ricordo le tue meraviglie di
un tempo […]
Ti videro le acque, Dio,
ti videro e ne furono
sconvolte;
sussultarono anche gli
abissi.
Le nubi rovesciarono
acqua,
scoppiò il tuono nel cielo,
le tue saette guizzarono.
Il fragore dei tuoi tuoni nel
turbine,
i tuoi fulmini rischiararono
il mondo,
la terra tremò e fu scossa.

IL GIOELE DI MICHELANGELO
I profeti considerarono questi primi fenomeni alla stregua di guida per comprendere cosa aspettarsi. Attendevano il Giorno del Signore (per citare il profeta Gioele) come un giorno in cui «la terra trema, il cielo si scuote, il Sole, la Luna si oscurano e le stelle cessano di brillare […] perché grande è il giorno del Signore e molto terribile». I profeti portarono la parola di Yahweh a Israele e a tutte le nazioni lungo un periodo di circa tre secoli. Il primo dei quindici profeti letterari fu Amos; iniziò la sua attività di portavoce di Dio (“Nabih”) nel 760 a.C.circa.

Le sue profezie coprivano tre periodi o fasi: predisse gli attacchi assiri che si sarebbero verificati di lì a poco, un imminente Giorno del Giudizio e un Periodo Finale caratterizzato da pace e abbondanza. Parlando in nome del «Signore Yahweh che rivela i suoi segreti ai Profeti» descrisse il Giorno del Signore come un giorno in cui «non sarà forse tenebra e non luce […] e oscurità senza splendore alcuno». E rivolgendosi a coloro che adorano «i pianeti e le stelle dei loro dèi», paragonò il Giorno del Giudizio agli eventi del Diluvio, quando «stende sul giorno l’oscurità della notte; colui che comanda alle acque del mare e le spande sulla terra» e ammonì quei fedeli con una domanda retorica (Amos 5, 18):

Guai a coloro che
attendono il giorno del
Signore!
Che sarà per voi il giorno
del Signore?
Sarà tenebre e non luce.


ISAIA DI MICHELANGELO

A distanza di mezzo secolo il profeta Isaia abbinò le profezie del “Giorno del Signore” a un particolare luogo geografico, al «Monte del Signore», «il luogo sul versante nord» e disse alre: «Ecco, il giorno del Signore arriva implacabile, con sdegno, ira e furore, per fare della terra un deserto, per sterminare i peccatori». 


Anche lui, paragonando ciò che stava per accadere al Diluvio, ricordava il periodo in cui il Signore era giunto come «una tempesta devastante di onde possenti» e descrisse il Giorno come un evento celeste che avrebbe avuto effetti sulla Terra (Isaia 13, 10, 13):



Poiché le stelle del cielo
e la costellazione di Orione
non daranno più la loro
luce;
il sole si oscurerà al suo
sorgere
e la luna non diffonderà la
sua luce […]
Allora farò tremare i cieli
e la terra si scuoterà dalle
fondamenta
quando il Signore degli
Eserciti attraverserà
nel giorno della sua ira
ardente.

Da notare che in questa profezia il Giorno del Signore viene identificato come il periodo in cui «il Signore degli eserciti attraverserà» quello celeste, il signore planetario. Questo è esattamente lo stesso linguaggio usato nell’Enuma Elish nel punto in cui descrive come l’invasore che sconfisse Tiamat sarebbe stato chiamato NIBIRU: «Attraversamento sarà il suo nome!» 

Dopo Isaia, anche il profeta Osea previde il Giorno del Signore come un giorno in cui Cielo e Terra «risponderanno l’uno all’altro» – un giorno di eventi celesti che avrebbero avuto ripercussioni sulla Terra. Man mano che continuiamo a esaminare le profezie in ordine cronologico, scopriamo che nel VII secolo a.C. le profezie divennero più esplicite e più pressanti: il Giorno del Signore sarebbe stato un Giorno del Giudizio per le nazioni, Israele inclusa, ma soprattutto per l’Assiria, per ciò che aveva fatto, e per Babilonia, per quel che avrebbe fatto, e il Giorno si sta avvicinando, è vicino. 

È vicino il gran giorno del
Signore,
è vicino e avanza a grandi
passi.
Una voce: Amaro è il
giorno del Signore!
Anche un prode lo grida.
«Giorno d’ira quel giorno,
giorno d’angoscia e di
afflizione,
giorno di rovina e di
sterminio,
giorno di tenebre e di
caligine,
giorno di nubi e di oscurità.

(Sofonia 1,14-15)

Abacuc
Poco prima del 600 a.C., il profeta Abacuc pregava il «Dio che verrà nei prossimi anni». Abacuc descriveva il Signore celeste come un pianeta radiante – esattamente allo stesso modo in cui veniva descritto Nibiru a Sumer e Akkad. Apparirà, disse il profeta, dai cieli meridionali: 

Dio verrà da sud […]
La sua maestà ricopre i
cieli,
il suo splendore riempie la
terra.
I suoi raggi splendono
come la luce
Là si cela la sua potenza.
Davanti a lui avanza la
Parola,
scintille emanano sotto di
lui.
Si arresta per misurare la
Terra;
Lo vedono e le nazioni
tremano.

(Abacuc 3, 3-6)

La visione di Ezechiele
L’urgenza delle profezie accrebbe all’inizio del VI secolo a.C. «Il Giorno del Signore è alle porte!» annunciava il profeta Gioele; «Il Giorno del Signore è vicino!» dichiarava il profeta Abdia. Nel 570 a.C. al profeta Ezechiele venne dato il seguente messaggio divino, che tradiva una certa urgenza (Ezechiele 30, 2-3):

Figlio dell’uomo, predici
dicendo:
Dice il Signore Dio:
Gemete: Ah, quel giorno!
Perché il giorno è vicino.
Vicino è il giorno del
Signore!

Ezechiele a quei tempi era lontano da Gerusalemme perché era stato deportato da Nabucodonosor, re di Babilonia, insieme ad altri capi giudaici. Il luogo dell’esilio, dove si verificarono le profezie e la famosa visione del carro celeste, si trovava sulle sponde del fiume Khabur, nella regione di Haran.

L’ubicazione non era casuale, perché la saga conclusiva del Giorno del Signore – e di Assiria e Babilonia – si sarebbe svolta proprio nello stesso luogo in cui ebbe inizio il viaggio di Abramo.



Z.SITCHIN

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