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lunedì 22 gennaio 2018

IL GIORNO DEL SIGNORE: IL RITORNO DI NIBIRU

Assurbanipal II 
Nell’860 a.C. Assurbanipal II – che portava sul petto il simbolo della croce  – si vantava di aver catturato le città costiere fenicie di Tiro, Sidone e Gebal (Biblo) e di essere salito sulla Montagna dei Cedri fino al suo sito sacro: l’antico Luogo dell’Atterraggio degli Anunnaki.

Suo figlio e successore Shalmaneser III, chiamando il luogo Bit Adini, collocò in quel punto una stele commemorativa a imperitura memoria. Il nome significava letteralmente “Dimora dell’Eden” – e anche ai profeti della Bibbia era nota con lo stesso nome. Il profeta Ezechiele criticò ferocemente il re di Tiro che si considerava un dio solo perché si era recato in quel luogo sacro e aveva camminato fra le sue “pietre fiammeggianti”; il profeta Amos citava ripetutamente quel luogo nel parlare dell’arrivo del Giorno del Signore.

Come è facile aspettarsi, gli Assiri rivolsero allora la propria attenzione agli altri siti legati allo spazio. Dopo la morte di Salomone, il suo regno venne diviso in “Giudea” a sud (con Gerusalemme come sua capitale) e “Israele” a nord, con le sue Dieci Tribù. 

Sul suo monumento più famoso, l’Obelisco Nero, Shalmaneser III annotò la ricezione di tributi da parte del re israelita Jehu e veniva raffigurato prostrato in una scena dominata dal disco alato, emblema di Nibiru (foto sotto). 

Sia la Bibbia, che gli annali assiri riportavano l’invasione successiva di Israele da parte di Tiglat Pileser III (744-727 a.C.), il distaccamento delle sue migliori province e l’esilio parziale dei suoi capi. 

Poi, nel 722 a.C., suo figlio Shalmaneser V invase quanto restava di Israele, ne esiliò il popolo e lo sostituì con stranieri; le Dieci Tribù scomparvero senza lasciare traccia. 

(Un altro mistero irrisolto è perché e come, al suo ritorno da Israele, Shalmaneser venne punito e sostituito sul trono da un fratello.)

Una volta catturato il Luogo dell’Atterraggio, gli Assiri si trovavano ormai a un passo dal trofeo più ambito: Gerusalemme; tuttavia ancora una volta rimandarono l’assalto finale. La Bibbia spiega questo comportamento attribuendolo alla volontà di Yahweh; un’analisi più attenta dei documenti assiri sembra suggerire che gli eventi a Israele e Giudea avessero una certo sincronismo con gli eventi che riguardavano Babilonia e Marduk. 

Sargon II insieme ad un suo dignitario
Dopo la cattura in Libano dei siti legati allo spazio – ma prima di lanciare le campagne contro Gerusalemme – gli Assiri fecero un passo per riconciliarsi con Marduk, il che non aveva precedenti. Nel 729 a.C. Tiglat-Pileser III entrò in Babilonia, si recò nel recinto sacro e “prese le mani di Marduk”. Era un gesto di grande significato religioso e diplomatico; i sacerdoti di Marduk approvarono la riconciliazione invitando il figlio di Tiglat-Pileser, Sargon II, a condividere la carne sacramentale del dio.

A seguito di questo episodio, Sargon II marciò verso sud fino alle vecchie terre di Sumer e Akkad e, dopo aver catturato Nippur, fece marcia indietro per entrare in Babilonia. Nel 710 a.C. anche lui, come suo padre, “prese le mani” di Marduk nel corso delle cerimonie del Nuovo Anno.

Il compito di catturare il sito legato allo spazio toccò al successore di Sargon II, Sennacherib.

L’attacco a Gerusalemme nel 704 a.C. – ai tempi del re Ezechia – è ampiamente documentato sia negli annali dello stesso Sennacherib, sia nella Bibbia. Ma mentre Sennacherib, nelle sue iscrizioni parlava solo della cattura vittoriosa di alcune città della provincia della Giudea, la Bibbia fornisce ampi dettagli dell’assedio di Gerusalemme da parte di un potente esercito assiro miracolosamente sbaragliato per volontà di Yahweh.

Assediando Gerusalemme e intrappolandone gli abitanti, gli Assiri iniziarono una guerra psicologica urlando parole volte a scoraggiare il morale dei difensori delle mura della città, giungendo perfino a bestemmiare il nome diYahweh. Il re Ezechia, scioccato, si lacerò le vesti e, in cerca di aiuto, rivolse una preghiera nel tempio a «Yahweh, dio d’Israele, che siedi sui cherubini, tu solo sei dio per tutti i regni della terra».

In tutta risposta, il profeta Isaia gli portò l’oracolo di Dio: il re assiro non sarebbe mai entrato in città; dopo aver fallito avrebbe fatto ritorno in patria e lì sarebbe stato assassinato. 

Ora in quella notte
l’angelo del Signore scese
e percosse
nell’accampamento degli
Assiri
centottantacinquemila
uomini.
Quando i superstiti si
alzarono al mattino, ecco,
quelli erano tutti morti.
Sennacherib, re d’Assiria
levò le tende,
fece ritorno e rimase a
Ninive.

(2 Re 19, 35-36)

Sennacherib
Per essere certi che il lettore comprenda che si realizzò tutta la profezia, la narrazione della Bibbia prosegue: «Mentre pregava nel tempio di Nisroch, suo dio, Adram-Melech e Sarezer suoi figli l’uccisero di spada, mettendosi quindi al sicuro nel paese di Ararat. Al suo posto divenne re suo figlio Assarhaddon».

Il post scriptum della Bibbia è una documentazione estremamente precisa: Sennacherib venne realmente assassinato dai suoi stessi figli, nel 681 a.C

Per la seconda volta nella storia, i re assiri che attaccavano Israele o la Giudea morivano non appena rimettevano piede in patria. Mentre la profezia – prevedere ciò che sta per accadere – è in sostanza ciò che ci si aspetta da un profeta, i profeti della Bibbia ebraica andavano ben oltre questo ruolo. Sin dall’inizio, infatti, come si evidenzia dal Levitico, i profeti non erano semplicemente «un mago, uno stregone, un divinatore, un negromante o un indovino» (un elenco piuttosto completo dei vari tipi di profeti che operavano nelle altre nazioni). 

La loro missione in quanto Nabih – “portavoce” – era proprio quella di portare ai re e ai popoli le parole di Yahweh. E, come rende chiaro la preghiera di Ezechia, mentre i Figli di Israele erano il Suo Popolo Eletto, Lui era «unico Dio su tutte le nazioni della terra». La Bibbia parla di numerosi profeti, a cominciare da Mosè, ma riporta i libri di solo quindici di loro: dei tre “maggiori” – Isaia, Geremia ed Ezechiele – e di dodici “minori”. Il loro periodo profetico ebbe inizio con Amos in Giudea (nel 760 a.C. circa) e Osea in Israele (750 a.C.) e terminò poi con Malachia (450 a.C. circa). 

EZECHIA raffigurato in una moneta
Quando iniziò l’attesa del Ritorno, per fornire la base della profezia biblica vennero fusi insieme eventi di natura geopolitica, religiosa e di attualità. I profeti della Bibbia fungevano da custodi della fede ed erano la bussola morale ed etica del re e del popolo; erano anche osservatori e veggenti dell’arena del mondo, perché possedevano una conoscenza sorprendentemente precisa di ciò che avveniva in terre distanti e degli intrighi di corte nelle capitali straniere; sapevano perfettamente quali divinità erano venerate in questo o in quel luogo, per non parlare della loro conoscenza di storia, geografia, vie del commercio e campagne militari. 

Per predire il Futuro fondevano la conoscenza del Presente con quella del Passato.

Per i profeti ebraici, Yahweh non era solo El Elyon – “Dio supremo” – e non solo il Dio degli dèi, El Elohim, bensì un Dio Universale, di tutte le nazioni, di tutta la Terra, di tutto l’universo. Pur se la Sua dimora era nel cielo dei cieli, Lui aveva cura della sua creazione: la Terra e i suoi abitanti. Tutto ciò che era accaduto, era accaduto per Sua volontà, e la Sua volontà veniva eseguita da emissari: angeli, un re o una nazione. 

Facendo propria la distinzione dei Sumeri fra Destino predeterminato e Fato di libero arbitrio, i profeti credevano di poter predire il Futuro perché tutto era stato programmato in anticipo, tuttavia gli eventi potevano essere cambiati. L’Assiria, ad esempio, era chiamata a volte “verga della collera divina” per mezzo della quale venivano punite altre nazioni; tuttavia, quando decise di agire con brutalità ingiustificata o senza limiti, essa stessa subì una punizione.

I profeti sembravano fornire un doppio messaggio: relativo non solo agli eventi presenti, ma anche a quelli del Futuro. 

Isaia, ad esempio, profetizzava che l’umanità doveva aspettarsi un Giorno della Collera Divina, quando tutte le nazioni (inclusa Israele) sarebbero state giudicate e punite – ma profetizzava anche un’era idilliaca, quando il lupo avrebbe dimorato con l’agnello e l’uomo avrebbe usato la sua spada per arare e Sion sarebbe stata un faro di luce per tutte le nazioni. La contraddizione è stata fonte di perplessità per generazioni di studiosi e di teologi, ma un attento esame delle parole dei profeti ci porta a una scoperta che non può non sorprenderci: il Giorno del Giudizio veniva chiamato il Giorno del Signore; il tempo messianico era atteso per la Fine dei Giorni; e i due non erano né sinonimi, né predetti come eventi contemporanei. 

Si trattava di due eventi diversi, che si sarebbero verificati in tempi diversi: uno, il Giorno del Signore, il Giorno del Giudizio stava per arrivare; l'altro, che introduceva un’era di pace, sarebbe venuto, ma nel futuro.

Le parole pronunciate a Gerusalemme facevano forse da eco ai dibattiti a Ninive e a Babilonia che riguardavano quale ciclo di tempo si doveva attribuire al futuro di uomini e dèi? 

Il Tempo Divino dell’orbita di Nibiru o il Tempo Celeste dello zodiaco?

Senza dubbio, alla fine dell’VIII secolo a.C. fu chiaro in tutte e tre le capitali che i due cicli di tempo non erano identici; e a Gerusalemme, parlando della venuta del Giorno del Signore, i profeti della Bibbia facevano riferimento in realtà al Ritorno di Nibiru.


Z.SITCHIN

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