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mercoledì 31 gennaio 2018

LE PROFEZIE PARLANO DEL RITORNO DEL SIGNORE: NIBIRU

Avendo inserito nel capitolo introduttivo della Genesi una versione ridotta dell’Epica sumera della Creazione, la Bibbia aveva riconosciuto di fatto l’esistenza di Nibiru e il passaggio periodico del pianeta in prossimità della Terra; la considerava come un’altra manifestazione – in questo caso celeste – di Yahweh come Dio Universale. 

William Blake, Job Rebuked by His Friends, 1825.(National Gallery of Art)
I Salmi e il Libro di Giobbe parlavano del Dio Celeste invisibile, che «sulla volta dei cieli passeggia». Ricordavano questa prima apparizione del Signore Celeste – quando entrò in collisione con Tiamat (che nella Bibbia viene chiamata Tehom e soprannominata Rahab o Rabah, la Superba), la frantumò, creò i cieli e il “Bracciale Martellato” (la fascia degli asteroidi) e «la Terra sospese nel vuoto»; ricordavano anche il periodo in cui il Signore Celeste causò il Diluvio.

L’arrivo di Nibiru e la collisione celeste, da cui scaturì il grande circuito orbitale, sono stati celebrati nel maestoso Salmo 19:

I cieli narrano la gloria di
Dio,
e l’opera delle sue mani
annunzia il [Bracciale
Martellato] firmamento
[…]
Là pose una tenda per il
sole,
che esce come sposo dalla
stanza nuziale,
esulta come un prode che
percorre la via.
Egli sorge da un estremo
del cielo
e la sua corsa raggiunge
l’altro estremo.

Ai tempi del Diluvio l’avvicinarsi del Signore Celeste venne considerato un presagio di ciò che sarebbe accaduto la volta successiva in cui il Signore Celeste sarebbe tornato (Salmo 77, 12; 17-19):

Ricordo le gesta del
Signore,
ricordo le tue meraviglie di
un tempo […]
Ti videro le acque, Dio,
ti videro e ne furono
sconvolte;
sussultarono anche gli
abissi.
Le nubi rovesciarono
acqua,
scoppiò il tuono nel cielo,
le tue saette guizzarono.
Il fragore dei tuoi tuoni nel
turbine,
i tuoi fulmini rischiararono
il mondo,
la terra tremò e fu scossa.

IL GIOELE DI MICHELANGELO
I profeti considerarono questi primi fenomeni alla stregua di guida per comprendere cosa aspettarsi. Attendevano il Giorno del Signore (per citare il profeta Gioele) come un giorno in cui «la terra trema, il cielo si scuote, il Sole, la Luna si oscurano e le stelle cessano di brillare […] perché grande è il giorno del Signore e molto terribile». I profeti portarono la parola di Yahweh a Israele e a tutte le nazioni lungo un periodo di circa tre secoli. Il primo dei quindici profeti letterari fu Amos; iniziò la sua attività di portavoce di Dio (“Nabih”) nel 760 a.C.circa.

Le sue profezie coprivano tre periodi o fasi: predisse gli attacchi assiri che si sarebbero verificati di lì a poco, un imminente Giorno del Giudizio e un Periodo Finale caratterizzato da pace e abbondanza. Parlando in nome del «Signore Yahweh che rivela i suoi segreti ai Profeti» descrisse il Giorno del Signore come un giorno in cui «non sarà forse tenebra e non luce […] e oscurità senza splendore alcuno». E rivolgendosi a coloro che adorano «i pianeti e le stelle dei loro dèi», paragonò il Giorno del Giudizio agli eventi del Diluvio, quando «stende sul giorno l’oscurità della notte; colui che comanda alle acque del mare e le spande sulla terra» e ammonì quei fedeli con una domanda retorica (Amos 5, 18):

Guai a coloro che
attendono il giorno del
Signore!
Che sarà per voi il giorno
del Signore?
Sarà tenebre e non luce.


ISAIA DI MICHELANGELO

A distanza di mezzo secolo il profeta Isaia abbinò le profezie del “Giorno del Signore” a un particolare luogo geografico, al «Monte del Signore», «il luogo sul versante nord» e disse alre: «Ecco, il giorno del Signore arriva implacabile, con sdegno, ira e furore, per fare della terra un deserto, per sterminare i peccatori». 


Anche lui, paragonando ciò che stava per accadere al Diluvio, ricordava il periodo in cui il Signore era giunto come «una tempesta devastante di onde possenti» e descrisse il Giorno come un evento celeste che avrebbe avuto effetti sulla Terra (Isaia 13, 10, 13):



Poiché le stelle del cielo
e la costellazione di Orione
non daranno più la loro
luce;
il sole si oscurerà al suo
sorgere
e la luna non diffonderà la
sua luce […]
Allora farò tremare i cieli
e la terra si scuoterà dalle
fondamenta
quando il Signore degli
Eserciti attraverserà
nel giorno della sua ira
ardente.

Da notare che in questa profezia il Giorno del Signore viene identificato come il periodo in cui «il Signore degli eserciti attraverserà» quello celeste, il signore planetario. Questo è esattamente lo stesso linguaggio usato nell’Enuma Elish nel punto in cui descrive come l’invasore che sconfisse Tiamat sarebbe stato chiamato NIBIRU: «Attraversamento sarà il suo nome!» 

Dopo Isaia, anche il profeta Osea previde il Giorno del Signore come un giorno in cui Cielo e Terra «risponderanno l’uno all’altro» – un giorno di eventi celesti che avrebbero avuto ripercussioni sulla Terra. Man mano che continuiamo a esaminare le profezie in ordine cronologico, scopriamo che nel VII secolo a.C. le profezie divennero più esplicite e più pressanti: il Giorno del Signore sarebbe stato un Giorno del Giudizio per le nazioni, Israele inclusa, ma soprattutto per l’Assiria, per ciò che aveva fatto, e per Babilonia, per quel che avrebbe fatto, e il Giorno si sta avvicinando, è vicino. 

È vicino il gran giorno del
Signore,
è vicino e avanza a grandi
passi.
Una voce: Amaro è il
giorno del Signore!
Anche un prode lo grida.
«Giorno d’ira quel giorno,
giorno d’angoscia e di
afflizione,
giorno di rovina e di
sterminio,
giorno di tenebre e di
caligine,
giorno di nubi e di oscurità.

(Sofonia 1,14-15)

Abacuc
Poco prima del 600 a.C., il profeta Abacuc pregava il «Dio che verrà nei prossimi anni». Abacuc descriveva il Signore celeste come un pianeta radiante – esattamente allo stesso modo in cui veniva descritto Nibiru a Sumer e Akkad. Apparirà, disse il profeta, dai cieli meridionali: 

Dio verrà da sud […]
La sua maestà ricopre i
cieli,
il suo splendore riempie la
terra.
I suoi raggi splendono
come la luce
Là si cela la sua potenza.
Davanti a lui avanza la
Parola,
scintille emanano sotto di
lui.
Si arresta per misurare la
Terra;
Lo vedono e le nazioni
tremano.

(Abacuc 3, 3-6)

La visione di Ezechiele
L’urgenza delle profezie accrebbe all’inizio del VI secolo a.C. «Il Giorno del Signore è alle porte!» annunciava il profeta Gioele; «Il Giorno del Signore è vicino!» dichiarava il profeta Abdia. Nel 570 a.C. al profeta Ezechiele venne dato il seguente messaggio divino, che tradiva una certa urgenza (Ezechiele 30, 2-3):

Figlio dell’uomo, predici
dicendo:
Dice il Signore Dio:
Gemete: Ah, quel giorno!
Perché il giorno è vicino.
Vicino è il giorno del
Signore!

Ezechiele a quei tempi era lontano da Gerusalemme perché era stato deportato da Nabucodonosor, re di Babilonia, insieme ad altri capi giudaici. Il luogo dell’esilio, dove si verificarono le profezie e la famosa visione del carro celeste, si trovava sulle sponde del fiume Khabur, nella regione di Haran.

L’ubicazione non era casuale, perché la saga conclusiva del Giorno del Signore – e di Assiria e Babilonia – si sarebbe svolta proprio nello stesso luogo in cui ebbe inizio il viaggio di Abramo.



Z.SITCHIN

lunedì 22 gennaio 2018

IL GIORNO DEL SIGNORE: IL RITORNO DI NIBIRU

Assurbanipal II 
Nell’860 a.C. Assurbanipal II – che portava sul petto il simbolo della croce  – si vantava di aver catturato le città costiere fenicie di Tiro, Sidone e Gebal (Biblo) e di essere salito sulla Montagna dei Cedri fino al suo sito sacro: l’antico Luogo dell’Atterraggio degli Anunnaki.

Suo figlio e successore Shalmaneser III, chiamando il luogo Bit Adini, collocò in quel punto una stele commemorativa a imperitura memoria. Il nome significava letteralmente “Dimora dell’Eden” – e anche ai profeti della Bibbia era nota con lo stesso nome. Il profeta Ezechiele criticò ferocemente il re di Tiro che si considerava un dio solo perché si era recato in quel luogo sacro e aveva camminato fra le sue “pietre fiammeggianti”; il profeta Amos citava ripetutamente quel luogo nel parlare dell’arrivo del Giorno del Signore.

Come è facile aspettarsi, gli Assiri rivolsero allora la propria attenzione agli altri siti legati allo spazio. Dopo la morte di Salomone, il suo regno venne diviso in “Giudea” a sud (con Gerusalemme come sua capitale) e “Israele” a nord, con le sue Dieci Tribù. 

Sul suo monumento più famoso, l’Obelisco Nero, Shalmaneser III annotò la ricezione di tributi da parte del re israelita Jehu e veniva raffigurato prostrato in una scena dominata dal disco alato, emblema di Nibiru (foto sotto). 

Sia la Bibbia, che gli annali assiri riportavano l’invasione successiva di Israele da parte di Tiglat Pileser III (744-727 a.C.), il distaccamento delle sue migliori province e l’esilio parziale dei suoi capi. 

Poi, nel 722 a.C., suo figlio Shalmaneser V invase quanto restava di Israele, ne esiliò il popolo e lo sostituì con stranieri; le Dieci Tribù scomparvero senza lasciare traccia. 

(Un altro mistero irrisolto è perché e come, al suo ritorno da Israele, Shalmaneser venne punito e sostituito sul trono da un fratello.)

Una volta catturato il Luogo dell’Atterraggio, gli Assiri si trovavano ormai a un passo dal trofeo più ambito: Gerusalemme; tuttavia ancora una volta rimandarono l’assalto finale. La Bibbia spiega questo comportamento attribuendolo alla volontà di Yahweh; un’analisi più attenta dei documenti assiri sembra suggerire che gli eventi a Israele e Giudea avessero una certo sincronismo con gli eventi che riguardavano Babilonia e Marduk. 

Sargon II insieme ad un suo dignitario
Dopo la cattura in Libano dei siti legati allo spazio – ma prima di lanciare le campagne contro Gerusalemme – gli Assiri fecero un passo per riconciliarsi con Marduk, il che non aveva precedenti. Nel 729 a.C. Tiglat-Pileser III entrò in Babilonia, si recò nel recinto sacro e “prese le mani di Marduk”. Era un gesto di grande significato religioso e diplomatico; i sacerdoti di Marduk approvarono la riconciliazione invitando il figlio di Tiglat-Pileser, Sargon II, a condividere la carne sacramentale del dio.

A seguito di questo episodio, Sargon II marciò verso sud fino alle vecchie terre di Sumer e Akkad e, dopo aver catturato Nippur, fece marcia indietro per entrare in Babilonia. Nel 710 a.C. anche lui, come suo padre, “prese le mani” di Marduk nel corso delle cerimonie del Nuovo Anno.

Il compito di catturare il sito legato allo spazio toccò al successore di Sargon II, Sennacherib.

L’attacco a Gerusalemme nel 704 a.C. – ai tempi del re Ezechia – è ampiamente documentato sia negli annali dello stesso Sennacherib, sia nella Bibbia. Ma mentre Sennacherib, nelle sue iscrizioni parlava solo della cattura vittoriosa di alcune città della provincia della Giudea, la Bibbia fornisce ampi dettagli dell’assedio di Gerusalemme da parte di un potente esercito assiro miracolosamente sbaragliato per volontà di Yahweh.

Assediando Gerusalemme e intrappolandone gli abitanti, gli Assiri iniziarono una guerra psicologica urlando parole volte a scoraggiare il morale dei difensori delle mura della città, giungendo perfino a bestemmiare il nome diYahweh. Il re Ezechia, scioccato, si lacerò le vesti e, in cerca di aiuto, rivolse una preghiera nel tempio a «Yahweh, dio d’Israele, che siedi sui cherubini, tu solo sei dio per tutti i regni della terra».

In tutta risposta, il profeta Isaia gli portò l’oracolo di Dio: il re assiro non sarebbe mai entrato in città; dopo aver fallito avrebbe fatto ritorno in patria e lì sarebbe stato assassinato. 

Ora in quella notte
l’angelo del Signore scese
e percosse
nell’accampamento degli
Assiri
centottantacinquemila
uomini.
Quando i superstiti si
alzarono al mattino, ecco,
quelli erano tutti morti.
Sennacherib, re d’Assiria
levò le tende,
fece ritorno e rimase a
Ninive.

(2 Re 19, 35-36)

Sennacherib
Per essere certi che il lettore comprenda che si realizzò tutta la profezia, la narrazione della Bibbia prosegue: «Mentre pregava nel tempio di Nisroch, suo dio, Adram-Melech e Sarezer suoi figli l’uccisero di spada, mettendosi quindi al sicuro nel paese di Ararat. Al suo posto divenne re suo figlio Assarhaddon».

Il post scriptum della Bibbia è una documentazione estremamente precisa: Sennacherib venne realmente assassinato dai suoi stessi figli, nel 681 a.C

Per la seconda volta nella storia, i re assiri che attaccavano Israele o la Giudea morivano non appena rimettevano piede in patria. Mentre la profezia – prevedere ciò che sta per accadere – è in sostanza ciò che ci si aspetta da un profeta, i profeti della Bibbia ebraica andavano ben oltre questo ruolo. Sin dall’inizio, infatti, come si evidenzia dal Levitico, i profeti non erano semplicemente «un mago, uno stregone, un divinatore, un negromante o un indovino» (un elenco piuttosto completo dei vari tipi di profeti che operavano nelle altre nazioni). 

La loro missione in quanto Nabih – “portavoce” – era proprio quella di portare ai re e ai popoli le parole di Yahweh. E, come rende chiaro la preghiera di Ezechia, mentre i Figli di Israele erano il Suo Popolo Eletto, Lui era «unico Dio su tutte le nazioni della terra». La Bibbia parla di numerosi profeti, a cominciare da Mosè, ma riporta i libri di solo quindici di loro: dei tre “maggiori” – Isaia, Geremia ed Ezechiele – e di dodici “minori”. Il loro periodo profetico ebbe inizio con Amos in Giudea (nel 760 a.C. circa) e Osea in Israele (750 a.C.) e terminò poi con Malachia (450 a.C. circa). 

EZECHIA raffigurato in una moneta
Quando iniziò l’attesa del Ritorno, per fornire la base della profezia biblica vennero fusi insieme eventi di natura geopolitica, religiosa e di attualità. I profeti della Bibbia fungevano da custodi della fede ed erano la bussola morale ed etica del re e del popolo; erano anche osservatori e veggenti dell’arena del mondo, perché possedevano una conoscenza sorprendentemente precisa di ciò che avveniva in terre distanti e degli intrighi di corte nelle capitali straniere; sapevano perfettamente quali divinità erano venerate in questo o in quel luogo, per non parlare della loro conoscenza di storia, geografia, vie del commercio e campagne militari. 

Per predire il Futuro fondevano la conoscenza del Presente con quella del Passato.

Per i profeti ebraici, Yahweh non era solo El Elyon – “Dio supremo” – e non solo il Dio degli dèi, El Elohim, bensì un Dio Universale, di tutte le nazioni, di tutta la Terra, di tutto l’universo. Pur se la Sua dimora era nel cielo dei cieli, Lui aveva cura della sua creazione: la Terra e i suoi abitanti. Tutto ciò che era accaduto, era accaduto per Sua volontà, e la Sua volontà veniva eseguita da emissari: angeli, un re o una nazione. 

Facendo propria la distinzione dei Sumeri fra Destino predeterminato e Fato di libero arbitrio, i profeti credevano di poter predire il Futuro perché tutto era stato programmato in anticipo, tuttavia gli eventi potevano essere cambiati. L’Assiria, ad esempio, era chiamata a volte “verga della collera divina” per mezzo della quale venivano punite altre nazioni; tuttavia, quando decise di agire con brutalità ingiustificata o senza limiti, essa stessa subì una punizione.

I profeti sembravano fornire un doppio messaggio: relativo non solo agli eventi presenti, ma anche a quelli del Futuro. 

Isaia, ad esempio, profetizzava che l’umanità doveva aspettarsi un Giorno della Collera Divina, quando tutte le nazioni (inclusa Israele) sarebbero state giudicate e punite – ma profetizzava anche un’era idilliaca, quando il lupo avrebbe dimorato con l’agnello e l’uomo avrebbe usato la sua spada per arare e Sion sarebbe stata un faro di luce per tutte le nazioni. La contraddizione è stata fonte di perplessità per generazioni di studiosi e di teologi, ma un attento esame delle parole dei profeti ci porta a una scoperta che non può non sorprenderci: il Giorno del Giudizio veniva chiamato il Giorno del Signore; il tempo messianico era atteso per la Fine dei Giorni; e i due non erano né sinonimi, né predetti come eventi contemporanei. 

Si trattava di due eventi diversi, che si sarebbero verificati in tempi diversi: uno, il Giorno del Signore, il Giorno del Giudizio stava per arrivare; l'altro, che introduceva un’era di pace, sarebbe venuto, ma nel futuro.

Le parole pronunciate a Gerusalemme facevano forse da eco ai dibattiti a Ninive e a Babilonia che riguardavano quale ciclo di tempo si doveva attribuire al futuro di uomini e dèi? 

Il Tempo Divino dell’orbita di Nibiru o il Tempo Celeste dello zodiaco?

Senza dubbio, alla fine dell’VIII secolo a.C. fu chiaro in tutte e tre le capitali che i due cicli di tempo non erano identici; e a Gerusalemme, parlando della venuta del Giorno del Signore, i profeti della Bibbia facevano riferimento in realtà al Ritorno di Nibiru.


Z.SITCHIN

venerdì 12 gennaio 2018

TEMPIO DI GERUSALEMME CONSACRATO A "COLUI CHE DIMORA NELLA NUBE"

La Bibbia non offre spiegazioni né in merito alla proibizione di usare il ferro in qualsiasi forma, né in merito alla scelta di rivestire d’oro l’interno del tempio di Gerusalemme. Si può solo ipotizzare che il ferro fosse bandito per le sue proprietà magnetiche, mentre l’oro era ideale, perché è il miglior conduttore elettrico. È significativo che gli altri due esempi a noi noti di templi con gli interni laminati d’oro si trovino all’altro capo del mondo. Uno è il grande tempio di Cuzco, la capitale inca in Perù, dove veniva adorato Viracocha, il grande dio dell’America meridionale.



Il tempio di Cuzco era chiamato il Corincancha (“Recinto D’oro”), appunto perché il suo Sancta Sanctorum era interamente rivestito di oro. L’altro si trova a Puma Punku, sulle sponde del lago Titicaca in Bolivia, nei pressi delle famose rovine di Tiahuanacu (oggi Tiwanaku). Le rovine sono composte dai resti di quattro edifici in pietra, simili a camere, le cui mura, pavimento e soffitto erano ricavati da un unico blocco di pietra colossale. All’interno le quattro “camere” erano interamente rivestite di lamine d’oro tenute in posa da chiodi, anch’essi d’oro. 

Descrivendo i siti (e come furono saccheggiati dagli Spagnoli) in Gli dèi dalle lacrime d’oro ho ipotizzato che Puma Punku fosse stato eretto per accogliere Anu e Antu in occasione della loro visita di stato sulla Terra nel 4000 a.C. circa. Stando alla Bibbia, per portare a termine l’immenso compito fu necessario impiegare decine di migliaia di operai per ben sette anni. Quale era, dunque, la funzione di questa Casa del Signore? Quando fu tutto pronto, l’Arca dell’Alleanza venne trasportata in pompa magna dai sacerdoti e deposta nel Sancta Sanctorum. Non appena furono tirate le tende che separavano il Sancta Sanctorum, «il Tempio si riempì di una nube […] I sacerdoti non riuscivano a rimanervi per il loro servizio a causa della nube». Allora Salomone offrì una preghiera di ringraziamento:

Il Signore ha deciso di
abitare nella nube. Ora io ti
ho costruito una casa
sublime,
un luogo ove tu possa porre
per sempre la dimora. […]
Ecco, i cieli e i cieli dei cieli
non possono contenerti,
tanto meno questa casa che
ti ho costruita!
Tuttavia, volgiti alla
preghiera del tuo servo e
alla sua supplica,
Signore mio Dio; ascolta la
preghiera che il tuo servo
innalza a te.

La stele di Naram-Sin
«Il Signore apparve quella notte a Salomone egli disse: “Ho ascoltato la tua preghiera; mi sono scelto questo luogo come casa di sacrificio […] se il mio popolo, sul quale è stato invocato il mio nome […] pregherà e ricercherà il mio volto, perdonerò il suo peccato […] Ora io mi sono scelto e ho santificato questo tempio perché il mio Shem vi rimanga per sempre”» (II Cronache, capp. 6-7). La parola Shem – qui e prima, come nei versetti d’apertura del capitolo 6 della Genesi – viene tradotta comunemente con “nome”. Già nel mio primo libro, Il pianeta degli dèi, ho ipotizzato che il termine – in origine e in questo contesto – faceva riferimento a ciò che gli Egizi chiamavano “Barca Celeste” e che i Sumeri chiamavano MU – “nave del cielo”– degli dèi.

Quindi, il Tempio di Gerusalemme, eretto in cima a una piattaforma di pietra, con l’Arca dell’Alleanza posta sulla roccia sacra, doveva fungere da legame terreno con il dio del cielo: sia per comunicare, sia per far atterrare la navicella spaziale. Nel tempio non c’erano statue, né idoli, né bassorilievi. L’unico oggetto ammesso al suo interno era la Sacra Arca dell’Alleanza e «nell’Arca non c’era nulla, tranne le due tavolette che erano state date a Mosè sul Sinai». A differenza degli ziggurat mesopotamici – da quello di Enlil a Nippura quello di Marduk a Babilonia – questo tempio non era adibito a residenza del dio: non vi viveva, né vi mangiava, né vi dormiva, né vi faceva il bagno.

Ashur che tiene un arco
Era una casa di culto, un luogo adibito al contatto divino: era un tempio per avvicinarsi alla Presenza Divina di Colui che dimora nella Nube. 

Si dice che un’immagine valga più di mille parole; certamente è vero se vi sono poche parole, ma numerose immagini pertinenti. 

Fu all’incirca nel periodo in cui il tempio di Gerusalemme venne completato e consacrato a “Colui che dimora nella Nube” che si registrò un notevole cambiamento nei glifi sacri – la descrizione del divino – laddove queste descrizioni erano comuni e autorizzate (all’epoca i primi a farne furono gli Assiri). 

Mostravano, infatti, con molta chiarezza, il dio Ashur come “abitatore delle nubi”, mostravano il suo volto in primo piano o solo la sua mano, che spesso teneva un arco (vedi foto sopra) – una descrizione che ricorda una delle narrazioni della Bibbia dell’arcobaleno che spuntava dalla Nube, segno divino al termine del Diluvio. Circa un secolo dopo, le descrizioni assire introducevano una nuova variante del Dio nellaNube. 

Classificata come “Divinità in un Disco Alato” mostrava chiaramente una divinità all’interno dell’emblema del disco alato (foto a lato) da solo, o insieme alla Terra (rappresentata da sette puntini) e alla Luna (falce) (foto sotto). 

Poiché il disco alato rappresentava Nibiru, doveva trattarsi di una divinità che arrivava con Nibiru. Chiaramente, dunque, queste descrizioni implicavano aspettative legate all'arrivo imminente non solo del pianeta, ma anche dei suoi divini abitanti, probabilmente guidati da Anu in persona. I cambi nei glifi e nei simboli, iniziati con il segno della croce, erano manifestazioni di aspettative più profonde, di cambiamenti radicali e di preparativi su larga scala legati all’atteso Ritorno.


Tuttavia, le aspettative e i preparativi a Babilonia e in Assiria non erano gli stessi. In una, le attese erano centrate sul dio o sulle divinità che si trovano già lì; nell’altra, le attese erano legate agli dèi in procinto di tornare e di ricomparire. 
Le sette tavolette ENUMA ELISH
A Babilonia, dunque, le attese erano prevalentemente di natura religiosa – un revival messianico per mezzo di suo figlio Nabu. Nel 960 a.C. circa vennero compiuti grandi sforzi per riprendere le cerimonie sacre dell’Aikitu, in cui si leggeva in pubblico l’Enuma Elish riveduto e corretto, che attribuiva a Marduk la creazione della Terra, la nuova forma dei cieli (il sistema solare) e la creazione dell’uomo. Una parte cruciale nel revival era la rappresentazione dell’arrivo di Nabu dal suo tempio, che si trovava a Borsippa (a sud di Babilonia). Di conseguenza, i sovrani babilonesi che regnarono fra il 900 a.C. e il 730 a.C. ripresero a portare nomi legati a Marduk, e ancora di più, nomi legati a Nabu.

I cambiamenti in Assiria, invece, furono più di natura geopolitica. Gli storici considerano quel momento – il 960 a.C. circa – quale inizio del periodo imperiale neoassiro. Oltre alle iscrizioni sui monumenti e sulle pareti dei palazzi, la principale fonte di informazioni sull’Assiria è rappresentata dagli annali dei suoi re, re dediti alla conquista. 


Con una ferocia senza paragoni, questi re organizzarono una campagna militare dopo l’altra, non solo per ottenere il dominio sull’antica Sumer e Akkad, ma anche su ciò che loro ritenevano essenziale per il Ritorno: il controllo dei siti legati allo spazio. Che questo fosse lo scopo delle campagne è evidente non solo dai loro obiettivi, ma anche dai grandi bassorilievi in pietra presenti sui muri dei palazzi assiri che risalgono al IX e all’VIII secolo a.C. (che si possono ammirare nei più grandi musei del mondo): come in alcuni sigilli cilindrici, mostrano il re e i sommi sacerdoti, accompagnati da Cherubim alati – “astronauti” Anunnaki – che stanno di fianco a un Albero della Vita mentre accolgono l’arrivo del dio nel disco alato (vedi foto sopra e a lato). 

È chiaro, dunque, che ci si attendeva l’arrivo di un dio! Gli storici mettono in relazione l’inizio di questo periodo neo assiro con l’insediamento nel paese di una nuova dinastia reale, allorché Tiglat-Pileser II ascese al trono di Ninive. Le innovazioni e gli ampliamenti, sia in patria sia all’estero, la distruzione e l’annessione di territori furono opera del figlio e del nipote di quel re, suoi successori sul trono di Assiria. 

È interessante notare che il loro primo obiettivo fu l’area del fiume Khabur, con Haran: suo importante centro religioso e commerciale.
I loro successori proseguirono sulla strada tracciata. Sovente portando lo stesso nome dire precedentemente glorificati (da qui la numerazione I, II, III…) i vari sovrani espansero il controllo assiro in tutte le direzioni, in particolare sulle città costiere e sulle montagne di La-ba-an (Libano). 


Z. SITCHIN