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martedì 28 novembre 2017

QUALE FU LO SCOPO DELL'ESODO?

La Bibbia ebraica apre la storia della migrazione israeliana dall’Egitto nel suo secondo libro, Esodo, ricordando al lettore che la presenza israelita in Egitto ebbe inizio quando, nel 1833 a.C., Giacobbe (che venne ribattezzato Israel da un angelo) e undici suoi figli, con i propri figli, si unirono a Giuseppe, un altro figlio di Giacobbe e loro fratello che viveva in Egitto. La storia esaustiva di Giuseppe, di come venne separato dalla propria famiglia e, da schiavo, assurse alla posizione di viceré, è narrata negli ultimi capitoli della Genesi; la mia teoria su come Giuseppe salvò l’Egitto –  e le prove che lo dimostrano – sono raccolte in Spedizioni nell’altro passato.

Dopo aver ricordato al lettore come e quando è iniziata la presenza israelita in Egitto, la Bibbia mette bene in chiaro che tutto ciò era stato dimenticato ai tempi dell’Esodo: «Giuseppe poi morì e così tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione». Ed era scomparsa da tempo anche la dinastia dei faraoni egizi legati a quei tempi, sostituita da una nuova stirpe dinastica: «Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe». La Bibbia descrive in maniera estremamente accurata il cambio di governo in Egitto. 

Erano scomparse le dinastie del Medio Regno, che vivevano a Menfi e, dopo la fine del Secondo Periodo Intermedio, i principi di Tebe costituirono le nuove dinastie del Nuovo Regno: nuove dinastie in una nuova capitale, e «non aveva[no] conosciuto Giuseppe». Ignorando il contributo israelita alla sopravvivenza stessa dell’Egitto, un nuovo faraone comprese il pericolo rappresentato dalla loro presenza. Ordinò una serie di azioni oppressive nei loro confronti inclusa anche l’uccisione di tutti i figli maschi. Queste erano le sue ragioni:

E disse al suo popolo:
«Ecco che il popolo dei figli
d’Israele è più numeroso e
più forte di noi.
Prendiamo provvedimenti
nei suoi riguardi per
impedire che aumenti,
altrimenti in caso di guerra,
si unirà ai nostri avversari,
combatterà contro di noi e
poi partirà dal paese».

(Esodo 1, 9-10)


Gli studiosi della Bibbia hanno ipotizzato che la temuta nazione dei “Figli d’Israele” fossero gli Israeliti che soggiornavano in Egitto. Ma questo non trova riscontro né nei numeri forniti, né nel significato letterale della Bibbia. L’Esodo inizia con una lista dei nomi dei figli d’Israele entrati in Egitto con Giacobbe e arrivati ognuno con la propria famiglia per unirsi a Giuseppe, e afferma che «tutte le persone nate da Giacobbe erano settanta; Giuseppe si trovava già in Egitto». 


(Il che, insieme a Giacobbe e a Giuseppe portava il totale a 72 e questo numero è un dettaglio interessante sul quale torneremo in seguito.) 

Il “soggiorno” durò ben quattro secoli e, secondo la Bibbia, gli Israeliti che abbandonarono l’Egitto erano in tutto 600.000. Nessun faraone considererebbe un gruppo così “più forte e più numeroso di noi”. (Per identificare quel faraone e “la figlia del faraone” che allevò Mosè come figlio suo, si consulti La Bibbia degli dèi.) Le parole della narrazione riferiscono i timori del faraone, il quale temeva che, in caso di guerra, gli Israeliti «si unir[anno] ai nostri avversari, combatter[anno] contro di noi e poi partir[anno] dal paese».

Non è il timore di una sorta di “Quinta Colonna” all’interno dell’Egitto, bensì dei “Figli di Israele”, indigenti, che partono per rinforzare una nazione nemica alla quale sono legati – tutti loro sono, agli occhi degli Egizi, “Figli di Israele”. Ma di quale altra nazione di “Figli di Israele” si trattava e quale era la guerra a cui faceva riferimento il faraone? Grazie alle scoperte archeologiche di documenti reali che provengono da entrambe le fazioni di quegli antichi conflitti, sappiamo ora che i faraoni del Nuovo Regno erano impegnati in una prolungata guerra contro i Mitanni, che ebbe inizio nel 1560 a.C. circa con il faraone Ahmosis e che venne portata avanti poi dai faraoni Amenophis I, Thutmosis I e Thutmosis II e intensificata, infine, da Thutmosis III. 

Mitanni
Nel 1460 a.C. gli eserciti egizi entrarono in Canaan e avanzarono verso nord contro i Mitanni. Le cronache egizie di quelle battaglie citano frequentemente Naharin quale ultimo obiettivo – l’area del fiume Khabur, che la Bibbia chiamava Aram-Nanharayim (“La terra occidentale dei due fiumi”): il suo principale centro urbano era Haran! Fu lì, ricorderanno coloro che hanno studiato la Bibbia, che si stabilì il fratello di Abramo, Nacor, quando Abramo proseguì fino a Canaan; da lì proveniva Rebecca, moglie di Isacco, figlio di Abramo (Nacor era suo nonno). 


E fu ad Haran che Giacobbe, figlio di Isacco (ribattezzato Israel), si recò per trovare una sposa – finendo poi con lo sposare le sue cugine, le due figlie di Labano (Leah e Rachele); Labano era il fratello di sua madre Rebecca.

Questi diretti legami familiari fra i “Figli di Israele” (ossia, Giacobbe) che erano in Egitto e coloro che rimasero a Naharin-Naharayim, sono spiegati nei versi di apertura dell’Esodo: l’elenco dei figli di Giacobbe entrati in Egitto con lui, include anche il più giovane, Ben-Yamin (Beniamino), l’unico fratello e non fratellastro di Giuseppe perché entrambi figli di Rachele (gli altri, invece, erano figli di Leah e di due concubine). 

Grazie alle tavolette mitanni sappiamo ora che la tribù più importante nell’area del fiume Khabur era quella dei Ben-Yamins, ossia dei Beniamini. Il nome del fratello di Giuseppe era il nome di una tribù mitanni; nessuna meraviglia, dunque, che gli Egizi considerassero i “Figli d’Israele” in Egitto e i “Figli d’Israele” mitanni come una nazione congiunta «più numerosa e più forte di noi». Era quella la guerra che impensieriva gli Egizi e quello era il motivo della loro preoccupazione militare – non certo il numero esiguo di Israeliti presenti nel paese, bensì la minaccia qualora avessero “lasciato il paese” e occupato i territori a nord dell’Egitto stesso. 

A dire il vero, proprio la volontà di evitare la partenza degli Israeliti sembra essere stato il tema centrale del dramma dell’Esodo: infatti Mosè aveva rivolto ripetuti appelli al faraone regnante affinché “lasci[asse] partire il mio popolo”, seguiti da altrettanti rifiuti da parte del faraone di soddisfare quella richiesta – nonostante la collera divina si manifestasse sotto forma delle famose Dieci Piaghe d’Egitto. 

Perché? 

Per avere una risposta plausibile è necessario prendere in considerazione il collegamento allo spazio. Nell’offensiva più a nord, gli Egizi marciarono attraverso la penisola del Sinai lungo la Via del Mare, una strada (in seguito chiamata Via Maris dai Romani) che attraversava la Quarta Regione degli dèi lungo la costa del Mediterraneo, senza però entrare nella penisola vera e propria. Poi, avanzando a nord attraverso Canaan, gli Egizi raggiunsero le Montagne dei Cedri del Libano e combatterono a Kadesh, il “Luogo Sacro”. Quelle erano battaglie, ipotizziamo, per il controllo dei due siti legati allo spazio: quello che un tempo era stato il Centro di controllo della missione a Canaan (Gerusalemme) e il Luogo dell’Atterraggio in Libano. 

Tuthmosi III
Il faraone Thutmosis III, ad esempio, nei suoi annali di guerra faceva riferimento a Gerusalemme (“Ia-ur-sa”) come il «luogo dal quale si raggiungono i punti più distanti della Terra» – un “Ombelico del Mondo”. Descrivendo le sue campagne più a nord, narrava di battaglie a Kadesh e Naharin e parlava di prendere le Montagne dei Cedri,  la «Terra delle montagne del dio» che «sostiene le colonne che arrivano fino al cielo». 

La terminologia identifica con certezza, grazie agli attributi legati allo spazio, i due siti che affermava di aver catturato per conto del «grande dio, mio padre Ra-Amon». E lo scopo dell’Esodo? Secondo le parole di Dio, serviva a mantenere la promessa fatta ad Abramo, Isacco e Giacobbe, di garantire ai loro discendenti una stirpe eterna (Esodo 6, 4-8): «io do a questo paese dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate»; «tutto il paese di Canaan» (Genesi 15, 18; 17, 8); «le montagne […] nel paese dei Cananei e nel Libano» (Deuteronomio 1, 7); «dal deserto al Libano, dal fiume, il fiume Eufrate, al Mar Mediterraneo» (Deuteronomio 11, 24); anche le «città grandi e fortificate fino al cielo» in cui abitava «un popolo grande e alto di statura, dei figli degli Anakiti» (Deuteronomio 9, 1-2), cioè gli Anunnaki. 

La promessa ad Abramo venne rinnovata nel corso della prima sosta degli Israeliti ad Har-Ha Elohim, (“il Monte degli Elohim/dèi”). E la missione consisteva nel prendere possesso di altri due siti legati allo spazio, che la Bibbia collegava ripetutamente (come nel Salmo 48, 3), chiamando il Monte Sion a Gerusalemme Har Kodshi, “il Mio Monte Santo”, e l’altro, sulla catena del Libano, Har Zophin, “il Monte Segreto del Nord”. La Terra Promessa abbracciava i due siti legati allo spazio; la sua divisione fra le dodici tribù garantiva l’area di Gerusalemme alle tribù di Beniamino e Giuda e il territorio che ora è il Libano alla tribù di Asher. 

La strada tracciata da dio
Nelle sue parole d’addio, pronunciate in punto di morte, Mosè ricordò alla tribù di Asher che il sito settentrionale legato allo spazio si trovava nella loro terra; come nessun’altra tribù, disse, vedranno il Dio «che cavalca sui cieli» (Deuteronomio 33, 26). Ma, oltre all’assegnamento territoriale, le parole di Mosè implicano che il sito sarebbe stato funzionante e che in futuro sarebbe stato usato per salire verso i cieli. Chiaramente e, in maniera enfatica, i Figli di Israele sarebbero stati custodi dei due siti degli Anunnaki legati allo spazio. Quell’Alleanza con il popolo scelto per il compito venne rinnovata nel corso della più grande teofania di cui abbiamo notizia: quello che ebbe come teatro il Monte Sinai. 

Certamente non fu un caso che la teofania si verificò lì.

Sin dall’inizio della storia dell’Esodo – quando Dio chiamò Mosè e gli affidò il compito di portare fuori dal paese il popolo di Israele – quel luogo nella penisola del Sinai era stato di vitale importanza. Leggiamo infatti nel libro dell’Esodo (3, 1) che accadde al “Monte degli Elohim”, il monte associato agli Anunnaki. La strada dell’Esodo era stata tracciata da Dio, e veniva mostrata alla moltitudine di Israeliti con «una colonna di nube [che di giorno] non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte».

«Tutta la comunità degli Israeliti levò l’accampamento dal deserto di Sin secondo l’ordine che il Signore dava di tappa in tappa», afferma la Bibbia. Nel terzo mese dell’uscita dal paese d’Egitto «arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono. Israele si accampò davanti al monte»; il terzo giorno, Yahweh, nel suo Kavod «scese sul Monte Sinai alla vista di tutto il popolo». Era lo stesso monte che Gilgamesh – giunto al luogo dove decollavano e atterravano le navicelle – aveva chiamato “Monte Mashu”. Era lo stesso monte con le “doppie porte al cielo” al quale i faraoni egizi si recavano nel loro viaggio nell’Aldilà per unirsi agli dèi sul loro “pianeta di milioni di anni”. Era il monte dell’ex porto spaziale – ed era lì che venne rinnovata l’Alleanza con il popolo eletto affinché fosse il guardiano dei due restanti luoghi legati allo spazio.


Z.SITCHIN

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