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mercoledì 8 novembre 2017

MARDUK: IL "SIGNORE" NEL CIELO E SULLA TERRA

L’apocalisse nucleare e le sue conseguenze involontarie interruppero bruscamente il dibattito su quale fosse l’esatta era zodiacale; il Tempo Celeste era ora il Tempo di Marduk. Ma il pianeta degli dèi, Nibiru, stava ancora orbitando e scandiva il Tempo Divino: l’attenzione di Marduk si spostò dunque su questo fatto. Come mise in chiaro il suo testo sulla Profezia, lui si auspicava un sacerdote - astronomo che scrutasse i cieli dai gradoni dello ziggurat alla ricerca del “giusto pianeta dell’Esagil”:

I conoscitori dei segni 
premonitori, messi in 
servizio,
ascenderanno poi in mezzo
ad esso;
a sinistra e a destra, su parti
opposte, 
essi staranno 
separatamente.
Il re poi si avvicinerà;
il giusto Kakkabu [la stella
legittima] dell’Esagil
sopra la terra [egli
osserverà].

Era nata una Religione delle Stelle. Il dio – Marduk – divenne egli stesso una stella. Una stella (noi la chiamiamo “pianeta”) divenne “Marduk”. La religione divenne astronomia, l’astronomia divenne religione. In conformità con la nuova Religione delle Stelle, l’Epica della Creazione, l’Enuma Elish, venne revisionata nella versione babilonese, così da garantire a Marduk una dimensione celeste: lui non proveniva soltanto da Nibiru – lui era Nibiru.

Redatta in “babilonese”, un dialetto accadico (la lingua madre semitica), uguagliava Marduk a Nibiru, il pianeta natale degli Anunnaki, e dette il nome “Marduk” alla Grande Stella/Pianeta che era venuta dai recessi dello spazio per vendicare sia l’omologo celeste di Ea, sia quello sulla Terra (vedi foto). 

Fece di “Marduk” il “Signore” nel Cielo e sulla Terra. Il suo Destino – nei cieli, la sua orbita – era il più grande diquello di tutti gli dèi celesti (gli altri pianeti) (vedi foto a lato); per analogia, dunque, era destinato a essere il più grande degli dèi anunnaki sulla Terra.



La creazione della Terra
La nuova versione dell’Epica della Creazione veniva letta in pubblico nella quarta notte dei festeggiamenti per il Nuovo Anno. Attribuiva a Marduk la sconfitta del “mostro” Tiamat nel corso della Battaglia Celeste, la creazione della Terra (foto a lato) e il nuovo assetto del sistema solare (foto di sotto) – tutti risultati che, nella versione originale sumera, erano attribuiti al pianeta Nibiru quale parte di una sofisticata cosmogonia scientifica.

La nuova versione attribuiva a Marduk anche la “creazione” dell’uomo, l’invenzione del calendario e la scelta di Babilonia quale “ombelico del mondo”. Il festeggiamento per il Nuovo Anno – l’evento religioso più importante dell’anno – iniziava il primo giorno del mese di Nissan, che coincideva con l’equinozio di primavera. 

Nuovo assetto del sistema solare
In babilonese si chiamava Akiti e si trasformò in una celebrazione di ben dodici giorni, mentre a Sumer ne durava solo dieci. La festa A.KI.TI (“Sulla Terra porta Vita”) era celebrata seguendo cerimonie complesse e rituali prescritti che (a Sumer) rimettevano in scena la storia di Nibiru e l’arrivo degli Anunnaki sulla Terra, nonché (a Babilonia) la storia di Marduk. 

Includeva episodi tratti dalla Guerra della Piramide, come la sua condanna a morire in una tomba sigillata e la sua “risurrezione” quando ne uscì vivo; il suo esilio per diventare l’Invisibile; e il suo Ritorno vittorioso. Le processioni, l’andirivieni, le apparizioni e le sparizioni, nonché tragedie teatrali presentavano in maniera vivida e visiva al popolo Marduk come un dio sofferente – sofferente sulla Terra ma, alla fine, vittorioso dopo aver ottenuto la supremazia grazie a un omologo celeste. 
(La storia di Gesù di Nazareth nel Nuovo Testamento è talmente simile che un secolo fa studiosi e teologi in Europa hanno discusso se Marduk era il “prototipo diGesù”.) La cerimonia si componeva di due parti. La prima aveva per protagonista un solitario viaggio in barca di Marduk lungo il fiume, fino a una struttura chiamata Bit Akiti (“Casa di Akiti”); l’altra aveva come teatro la stessa città. 

Le barche celesti egizie
È evidente che la parte solitaria simboleggiava il viaggio celeste di Marduk dalla collocazione più esterna del pianeta natale nello spazio fino all’interno del sistema solare – un viaggio in una barca su acque, in conformità con il concetto che lo spazio interplanetario era un primevo “oceano profondo” da attraversare con “barche celesti” (navicelle spaziali) – un concetto rappresentato graficamente nell’arte egizia, dove gli dèi celestierano raffigurati a scorrazzare nei cieli a bordo di “barche celesti”.

Era al vittorioso ritorno di Marduk dal lontano e isolato Bit Akiti che prendevano il via i festeggiamenti popolari. Quelle cerimonie pubbliche e gioiose iniziavano con il saluto a Marduk, sulla banchina, da parte degli altri dèi; il re e i sacerdoti lo accompagnavano in una processione sacra, seguita da folle sempre più numerose. 

Le descrizioni della processione e la sua rotta erano così dettagliate che guidarono gli archeologi negli scavi nell’antica Babilonia. Dai testi redatti sulle tavolette d’argilla e dalla topografia emersa dagli scavi è stato possibile ricostruire l’esistenza di sette stazioni, alle quali la processione sacra faceva altrettante soste per compiere i rituali prescritti. 
Marduk
Le stazioni avevano nomi sia sumeri che accadici e simboleggiavano (a Sumer) i viaggi degli Anunnaki all’interno del sistema solare (da Plutone alla Terra, il settimo pianeta) e (a Babilonia) le “stazioni” nella vita di Marduk : la sua nascita divina nel “Luogo Puro”; come gli erano stati negati il diritto di nascita, il titolo alla supremazia; come era stato condannato a morte; come venne sepolto (vivo nella Grande Piramide); come venne salvato e risorse; come venne bandito e andò in esilio; e come alla fine, anche i grandi dèi, Anu ed Enlil, si inchinarono di fronte al destino e lo proclamarono supremo.

L’Epica sumera della Creazione, in origine, era composta da sei tavolette (analogamente ai sei giorni della Creazione nella Bibbia). Nella Bibbia, il settimo giorno Dio si riposò e ammirò quanto aveva fatto. La revisione babilonese dell’Epica culminava con l’aggiunta di una settima tavoletta interamente dedicata alla glorificazione di Marduk, conferendogli cinquanta nomi – un atto che simboleggiava la sua attribuzione del rango di 50 che, fino a quel momento, era stato appannaggio di Enlil (e alquale sarebbe dovuto succedere Ninurta). 

Cominciando con il suo nome tradizionale MAR.DUK (“Figlio del Luogo Puro”), i nomi – in alternanza sumera e accadica – gli garantivano epiteti che variavano da “Creatore di tutte le cose” a “Signore che dette forma ai Cieli e alla Terra” e altri titoli relativi alla battaglia celeste con Tiamat e alla creazione della Terra e della Luna: “Supremo fra tutti gli dèi”, “Colui che assegna i compiti agli Igigi e agli Anunnaki” e loro comandante: “il dio che mantiene la vita… il dio che resuscita i morti,”  “Signore di tutte le terre”, il dio “le cui decisioni e la cui benevolenza sostengono l’umanità, il popolo che lui ha creato”, “Colui che concede la coltivazione”, che fa sì che le piogge arricchiscano i raccolti, assegna i campi e “raccoglie abbondanza” per gli dèi e per il popolo. 

Alla fine gli venne garantito il nome NIBIRU, “Colui che attraverserà Cielo e Terra”:

Il Kakkabu che brilla nel
cielo …
Colui che attraversa senza
sosta l’Oceano Profondo
Che “Attraversamento”
sia
il suo nome!
Possa tenere il corso delle
stelle nel cielo,
possa essere un buon
pastore per gli dèi, come
fossero sue pecore.

«Con il titolo “Cinquanta” i grandi dèi lo proclamarono; lui il cui nome è “Cinquanta” gli dèi hanno reso supremo», afferma in conclusione il testo. 
Quando veniva completata la lettura delle sette tavolette – lettura che durava tutta la notte – i sacerdoti che celebravano il servizio rituale facevano le seguenti dichiarazioni prescritte:


Che vengano ricordati i
Cinquanta Nomi […]
Che li discutano il saggio e 
l’erudito.
Che il padre li reciti al
proprio figlio,
che ascoltino i pastori e gli
allevatori.
Che esultino in Marduk,
l’Enlil degli dèi,
il suo ordine è fermo, il suo
decreto inalterabile;
nessun dio può cambiare
ciò che pronuncia la sua
bocca. 

Marduk in abiti di lana


Quando Marduk appariva alla vista del popolo, era abbigliato in abiti magnificenti che oscuravano i semplici abiti di lana degli antichi dèi di Sumer e Akkad. Pur se Marduk era un dio invisibile in Egitto, la sua venerazione e la sua accettazione presero rapidamente piede. 

Un inno a Ra-Amon che glorificava il dio con una gamma di nomi, di reminiscenza dei Cinquanta Nomi accadici, lo definiva «Signore degli dèi che lo pongono al centro dell’orizzonte» – un dio celeste – «che aveva fatto tutta la Terra» nonché un dio sulla Terra «che creò l’umanità e gli animali, che creò gli alberida frutto, fece la terra e dette vita al bestiame» – un dio «per il quale si celebra il sesto giorno».

Sono evidenti le analogie tra la Creazione del testo mesopotamico e quella nella Bibbia. Secondo queste espressioni di fede, sulla Terra, in Egitto, Ra/Marduk era un dio invisibile perché la sua dimora principale era altrove; un lungo inno faceva riferimento a Babilonia quale luogo dove gli dèi sono in giubilo per la sua vittoria (tuttavia gli studiosi presumono che il riferimento non sia alla Babilonia mesopotamica, bensì a una città in Egitto con quello stesso nome).

Il simbolo ubiquitario di Nibiru
Nei cieli era “invisibile” perché “distante nel cielo”, perché andava “al di là dell’orizzonte”, nell’alto dei cieli. Il simbolo regnante dell’Egitto – un disco alato – di solito con due serpenti ai lati – viene comunemente spiegato come Disco del Sole perché “Ra era il Sole”; ma in realtà era il simbolo ubiquitario di Nibiru del mondo antico ed era Nibiru a essere diventato una “stella” distante e invisibile.

Codice Hammurabi esposto al Louvre di Parigi
Poiché Ra-Marduk era fisicamente assente dall’Egitto, era in Egitto che la sua Religione delle Stelle si esprimeva nella sua forma più chiara. Lì Aten, la “Stella dei Milioni di Anni” che rappresentava Ra/Marduk nel suo aspetto celeste, divenne l’Invisibile perché era “distante nei cieli”, perché era andata “al di là dell’orizzonte”. Nelle terre degli Enliliti non fu altrettanto facile la transizione alla nuova era di Marduk e alla nuova religione. 

Per prima cosa, la Mesopotamia meridionale e le terre occidentali che erano sulla traiettoria del vento venefico dovettero riprendersi dal suo devastante impatto. La calamità che colpì Sumer non fu tanto –come ricorderete – l’esplosione nucleare in sé, quanto il vento radioattivo che seguì. Le città erano state svuotate dei loro abitanti e degli animali, ma erano fisicamente intatte. Le acque erano avvelenate, ma le inondazioni dei due grandi fiumi vi posero presto rimedio. Il suolo assorbì il veleno radioattivo e ci mise di più a sanarsi; ma col tempo migliorò e fu così possibile tornare ad abitare e a ripopolare lentamente le terre desolate.

Il primo sovrano amministrativo nel devastato sud di cui ci giunge notizia era un ex governatore di Mari, una città a nord-ovest, sul fiume Eufrate. Apprendiamo che «non era di seme sumero»; il suo nome, Ishbi-Erra, era infatti un nome semitico. Stabilì il suo quartier generale nella città di Isin e da lì sorvegliò gli sforzi per far risorgere le altre città, ma il processo era lento, difficile e a volte caotico. 

Hammurabi
I suoi sforzi vennero proseguiti anche da numerosi successori che avevano anche loro nomi semitici, della cosiddetta “Dinastia di Isin”. Impiegarono quasi un secolo per riportare Ur allavita, il centro economico di Sumer, e alla fine Nippur, il cuore religioso tradizionale del paese; ma questo processo sfociò in sfide da parte di altri sovrani locali: Sumer, dunque, rimase frammentata, una nazione piegata.

Anche la stessa Babilonia, pur se fuori dalla traiettoria diretta del Vento del Male, aveva bisogno di un paese rivitalizzato e ripopolato se voleva innalzarsi alle dimensioni e allo status imperiale; per un bel po’ di tempo non riuscì a ottenere la grandezza della profezia di Marduk. Dovette trascorrere più di un secolo fino a quando, nel 1900 a.C. circa, venne instaurata sul suo trono una dinastia formale, che gli studiosi hanno chiamato Prima Dinastia di Babilonia. 

Tuttavia ci volle ancora un altro secolo prima che salisse al trono un re che dette a Babilonia lo splendore profetizzato; il suo nome era Hammurabi, passato alla storia per il codice di leggi da lui promulgato – leggi incise su di una stele di pietra, riportata alla luce dagli archeologi (ora esposta al Louvre di Parigi).





Z.SITCHIN

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