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giovedì 9 novembre 2017

LA FINE DI SUMER COME PATRIA

Dovettero trascorrere ancora due secoli prima che si realizzasse in pieno la visione profetica di Marduk su Babilonia. Le scarne prove del periodo successivo alla calamità – alcuni studiosi fanno riferimento al periodo successivo al crollo di Ur come all’Alto Medioevo della Mesopotamia –lasciano ipotizzare che Marduk consentì ad altri dèi (anche ai suoi avversari) di prendersi cura della ripresa e del ripopolamento dei loro antichi centri di culto, ma nutriamo dubbi sul fatto che questi accolsero realmente il suo invito. Si parla di una ripresa a Ur da parte di Ishbi-Erra, ma non vi sono tracce del ritorno a Ur di Nannar/Sine Ningal. 

Si ha notizia della presenza occasionale di Ninurta a Sumer, in particolare con riferimento al suo presidio da parte di truppe di Elam e Gutium, ma non vi è notizia del ritorno – suo o della sua adorata sposa Bau – alla loro amata Lagash. Gli sforzi compiuti da Ishbi Erra e dai suoi successori per ristabilire i centri di culto e i templi culminò – dopo settantadue anni – a Nippur, ma non vi è traccia del fatto che Enlil e Ninlil ripresero la residenza in quel luogo. 

Dove erano andati? Può essere interessante scoprire cosa avesse programmato per loro Marduk. (Nel frattempo Marduk era diventato il Dio Supremo e affermava di avere il diritto di imporre ordini a tutti gli Anunnaki.) Prove testuali e di altra natura che risalgono a quel periodo mostrano che l’ascesa di Marduk alla supremazia non pose fine al politeismo, ossia alla venerazione di più divinità. Al contrario, la sua supremazia si fondava sul politeismo proprio perché, per essere il dio supremo, era necessaria la presenza di altri dèi. 

Marduk, in sostanza, intendeva una forma di politeismo in cui un solo dio dominava sugli altri, costretti ad assoggettarsi al suo controllo; nella parte non danneggiata una tavoletta babilonese riportava la seguente lista di attributi assegnati a Marduk:

Ninurta è
Marduk della
zappa
Marduk
Nergal è dell’attacco
Zababa è
Marduk del
combattimento
Enlil è
Marduk della
signoria e del
consiglio
Sin è
Marduk, colui
che illumina la
notte
Shamash è
Marduk della
giustizia
Adad è
Marduk delle 
piogge.

Gli altri dèi rimasero, e rimasero anche i loro attributi – ma solo quelli che Marduk aveva garantito loro. Lui acconsentì a che continuasse la loro adorazione; il nome del sovrano/amministratore ad interim nel sud, Ishbi/Erra (“Sacerdote di Erra”, ossia di Nergal) è una conferma di questa sua politica tollerante. Ma ciò che Marduk realmente si aspettava, era che gli altri dèi andassero a stare con lui nella Babilonia che lui sognava: divini prigionieri in gabbie dorate.

Nella sua autobiografica Profezia, Marduk indicava chiaramente le sue intenzioni in merito agli altri dèi, avversari inclusi: avrebbero dovuto risiedere vicino a lui, nel recinto sacro di Babilonia. Cita in maniera esplicita i santuari o i padiglioni destinati a Sin e Ningal, dove avrebbero risieduto «insieme ai loro tesori e averi». I testi che descrivono Babilonia mostrano che, in accordo con i desideri di Marduk, nel recinto sacro di Babilonia vi erano anche tempietti-residenza dedicati a Ninmah, Adad, Shamash e persino a Ninurta (e gli scavi archeologici ivi condotti lo confermano).

Hammurabi riceve le leggi da Utu/Shamash


Quando, alla fine, Babilonia – sotto Hammurabi – assurse a potenza imperiale, il suo tempio-ziggurat toccava il cielo; il grande re della profezia sedeva sul suo trono; ma gli altri dèi non si raccolsero nel suo recinto sacro, straripante di sacerdoti. Non vi fu la manifestazione della Nuova Religione. 

Guardando la stele di Hammurabi, sulla quale era inciso il suo codice di leggi, vediamo il re nell’atto di ricevere le leggi proprio da Utu/Shamash: secondo la lista sopracitata, le sue prerogative di dio della Giustizia erano diventate appannaggio di Marduk; e la prefazione iscritta sulla stele invocava Anu ed Enlil – colui al quale Marduk aveva presumibilmente sottratto il titolo di “signoria e consiglio” – come gli dèi ai quali aveva sottratto gli attributi:




Nobile Anu,
Signore degli dèi
colui che dal cielo scese
sulla Terra,
ed Enlil, Signore del Cielo e
della Terra
colui che determina i
destini della regione,
fissarono per Marduk, il
primogenito di Enki, 
le funzioni di Enlil su tutto
il genere umano.


Questi riconoscimenti del continuo potere degli dèi enliliti, a due secoli di distanza dell’inizio dell’era di Marduk, riflettono lo stato oggettivo delle cose. Questi dèi non erano venuti per rinchiudersi nel suo recinto sacro. Lontani da Sumer, alcuni scelsero di stabilirsi insieme ai loro seguaci in terre lontane, nei quattro angoli del mondo; altri rimasero nelle vicinanze, incitando i loro fedeli – vecchi e nuovi – a riprendere il conflitto con Marduk.

Il concetto che Sumer, come patria, non esisteva più è espresso chiaramente nelle istruzioni date ad Abram di Nippur – alla vigilia dell’olocausto nucleare – di “semitizzare” il proprio nome in Abramo (e quello di sua moglie Sarai in Sarah) e di stabilirsi in Canaan. Abramo e sua moglie non erano i soli sumeri ad aver bisogno di un nuovo rifugio. La calamità nucleare innescò migrazioni di una portata sconosciuta fino a quel momento. La prima ondata fu di persone che si allontanavano dalle terre colpite; l’aspetto più significativo e di maggiore durata fu la dispersione dei superstiti di Sumer in terre lontane dal paese stesso. 

Il simbolo della doppia aquila di Ninurta
La successiva ondata di immigranti, invece, fu verso quella terra abbandonata, provenendo, a più riprese, da tutte le direzioni. Qualunque direzione presero questi flussi migratori, i frutti di duemila anni di civiltà sumera furono assorbiti dagli altri popoli. A dire il vero, pur se Sumer come entità fisica venne schiacciata, le conquiste della sua civiltà sono giunte fino a noi: basti pensare al calendario di dodici mesi o guardare l’orologio diviso secondo il sistema sessagesimale sumero (ossia su base sessanta) o guidare un’auto che viaggia su ruote.

La prova di una vasta diaspora sumera – con la sua lingua, la sua scrittura, i suoi simboli, le sue abitudini, la sua conoscenza astronomica, le sue credenze e le sue divinità – assume numerose forme. 


Gilgamesh che lotta a mani nude coi leoni
Oltre ad aspetti più generici, quelli di una religione basata su di un pantheon di divinità venute dal cielo, una gerarchia divina, epiteti per gli dèi che hanno lo stesso significato nelle diverse lingue, una conoscenza astronomica che includeva un pianeta natale degli dèi, uno zodiaco con le sue dodici case, narrazioni della creazione praticamente identiche e ricordi di dèi e semidèi che gli studiosi considerano “miti”, esiste anche una serie di analogie sorprendenti e particolari che non si possono spiegare se non con la presenza stessa di rifugiati sumeri. 

In Europa, ad esempio, abbiamo la diffusione del simbolo della doppia aquila di Ninurta; il fatto che tre lingue europee – ungherese, finlandese e basco – sono simili solo al sumero; nonché la raffigurazione presente in tutto il mondo – persino in Sud America – di Gilgamesh a mani nude che lotta contro due leoni feroci.

Nel Lontano Oriente vi è un’evidente analogia fra la scrittura cuneiforme sumera e i pittogrammi di Cina, Corea e Giappone. L’analogia non è soltanto nella forma: molti pittogrammi, infatti, vengono pronunciati allo stesso modo e hanno lo stesso significato. In Giappone, la civiltà è stata attribuita a un’enigmatica tribù di antenati chiamata AINU. La famiglia dell’imperatore si considera erede di una stirpe di semidèi che discendevano dal dio del Sole e le cerimonie di investitura del nuovo re prevedono che lui trascorra la notte in solitudine con la dea del Sole – una cerimonia rituale che sorprendentemente emula i riti del Matrimonio Sacro dell’antica Sumer, allorché il nuovo re passava una notte con Inanna/Ishtar. 

In quelle che, un tempo, erano le Quattro Regioni, le ondate migratorie di diversi popoli causate dall’olocausto nucleare e dalla nuova era di Marduk nei secoli successivi riempirono le pagine di antichi documenti, registrando la nascita e la caduta di nazioni, stati e città-stato. Nel vuoto lasciato da Sumer si insediarono nuovi popoli giunti da ogni dove; il loro scenario rimase quello che si poteva chiamare con diritto “le Terre della Bibbia”. A dire il vero, fino all’avvento dell’archeologia moderna poco o nulla si sapeva su di loro, tranne che per le citazioni contenute all’interno della Bibbia ebraica; il testo sacro, infatti, forniva non solo un ricordo di questi diversi popoli, ma anche dei loro “dèi nazionali” – e delle guerre combattute in loro nome.

Ma poi gli archeologi hanno riportato alla luce vestigia di popoli come gli Ittiti, di stati come i Mitanni o di capitali reali come Mari, Carchemish o Susa, dei quali fino a quel momento si dubitava l’esistenza. Nelle loro rovine sono stati trovati non soltanto reperti di grandissima importanza, ma anche migliaia di tavolette di argilla che comprovano sia l’esistenza di nazioni e capitali, sia il loro profondo debito nei confronti dell’eredità sumera. 

I “primati” di Sumer in scienza e tecnologia, in letteratura e arte, nel potere sovrano e nel sacerdozio furono le fondamenta delle culture successive. Nell’astronomia vennero assorbiti gli elenchi dei pianeti, i concetti zodiacali, la terminologia sumera e le formule orbitali. La scrittura cuneiforme rimase in uso per più di mille anni. La lingua sumera venne studiata, vennero compilati dizionari e vennero copiate e tradotte le narrazioni epiche di dèi ed eroi. 

E, una volta decifrate le diverse lingue di quelle nazioni, emerse che i loro dèi erano membri del vecchio pantheon Anunnaki. Possiamo dunque ipotizzare che furono gli stessi dèi enliliti ad accompagnare i loro seguaci allorché la conoscenza e le credenze sumere attecchirono in terre distanti? I dati a nostra disposizione non sono chiari. È certo, invece, che nell’arco di due o tre secoli della nuova era, nelle terre ai confini di Babilonia, coloro che avrebbero dovuto essere ospiti-prigionieri di Marduk dettero il via a un nuovo tipo di affiliazione religiosa: le religioni distato.

Marduk poteva anche avere cinquanta nomi divini; ma questo non evitò, da quel momento in poi, che nazioni e uomini si combattessero “in nome di Dio”– ciascuno del proprio dio.






Z.SITCHIN

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