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martedì 14 novembre 2017

I RUOLI NELL'ANTICA MESOPOTAMIA AI TEMPI DI HAMMURABI

Se le profezie e le aspettative messianiche riposte nella nuova era del XXI secolo a.C. ci sembrano in qualche modo familiari, non ci dovrebbero sembrare strane nemmeno le urla di battaglia che si levarono nei secoli successivi. Se nel III millennio a.C. i vari dèi si combatterono fra di loro usando eserciti di uomini, nel II millennio a.C. gli uomini combatterono altri uomini “in nome di Dio”. Dall’inizio della nuova era di Marduk ci vollero alcuni secoli per capire che non si sarebbe realizzato facilmente il compimento delle sue profezie di grandezza. È significativo il fatto che la resistenza non venne tanto dagli dèi enliliti dispersi, bensì dai popoli, dalle masse dei loro fedeli.

Mappa del II millennio a.C.
Dovette trascorrere più di un secolo dall’olocausto nucleare prima che Babilonia emergesse sulla scena della storia come lo Stato di Babilonia sotto la Prima Dinastia. Durante quell’intervallo, la Mesopotamia meridionale – la Sumer dell’antichità – venne lasciata nelle mani di sovrani temporanei che si erano stabiliti a Isin e successivamente a Larsa; i loro nomi teoforici: Lipit Ishtar, Ur-Ninurta, Rim Sin, Enlil-Bani, erano indice della loro fedeltà agli dèi enliliti. Il loro maggior successo fu la restaurazione del tempio di Nippur a settantadue anni esatti di distanza dall’olocausto – un’altra indicazione della loro lealtà e dell’osservanza del conto del tempo zodiacale.

Quei sovrani non babilonesi discendevano da una famiglia reale di lingua semitica che proveniva da una città-stato chiamata Mari. Quando si guarda la mappa che mostra le nazioni-stato della prima metà del II millennio a.C. appare evidente che gli stati non-mardukiti formavano una formidabile morsa attorno alla Grande Babilonia, a cominciare da Elam e Gutium a sud-est e a est, da Assiria e Hatti a nord e, a ovest, da Mari, come un’ancora a metà corso dell’Eufrate. Di queste città-stato Mari era certamente la più “sumera”, infatti un tempo era stata anche una capitale sumera: la decima nella rotazione fra le principali città di Sumer. Era un antico porto fluviale sull’Eufrate, nonché un importante crocevia per persone, merci e culture fra la Mesopotamia a est, i paesi del Mediterraneo a ovest, e l’Anatolia a nord ovest.

Onori a Ishtar
I testi riportati sui suoi monumenti erano testimoni della più raffinata scrittura sumera, e il suo enorme palazzo era decorato con affreschi murali di squisita fattura, che onoravano Ishtar. (In Spedizioni nell’altro passato ho dedicato un intero capitolo a Mari e alla mia visita alle sue rovine.) I suoi archivi reali, composti da migliaia di tavolette di argilla, rivelavano come la ricchezza di Mari e i suoi legami internazionali con molte altre città-stato furono sfruttati e poi traditi da Babilonia.

Dopo aver approfittato della restaurazione della Mesopotamia meridionale compiuta da parte dei sovrani di Mari, i re di Babilonia – tradendo la pace e senza alcuna apparente provocazione –voltarono faccia. Nel 1760 a.C. Hammurabi di Babilonia attaccò, saccheggiò e distrusse Mari, i suoi templi e i suoi palazzi. Ciò poté accadere – Hammurabi si vantò nei suoi annali – «grazie all’immenso potere di Marduk». Dopo la caduta di Mari, i capitribù dei “paesi del Mare” – le aree paludose di Sumer che confinavano con il Mare Inferiore (Golfo Persico) – condussero delle incursioni a nord e periodicamente assunsero il controllo della città sacra di Nippur.

Ma si trattava di risultati temporanei e Hammurabi era certo che la distruzione di Mari servisse a completare il dominio politico e religioso sull’antica Sumer e Akkad. La dinastia alla quale lui apparteneva, che gli studiosi chiamano Prima Dinastia di Babilonia, ebbe inizio un secolo prima di lui e proseguì per altri due secoli attraverso i suoi discendenti. Storici e teologi concordano sul fatto che nel 1760 a.C. Hammurabi – che si chiamava “Re dei Quattro Quarti” “mise Babilonia sulla cartina del mondo” e lanciò la Religione delle Stelle di Marduk.

Quando venne consolidata la supremazia politica e militare di Babilonia, giunse anche il momento di affermare ed esaltare il suo dominio religioso. Era una città il cui splendore veniva celebrato nella Bibbia e i cui giardini erano considerati una delle meraviglie del mondo antico; una città nel cui recinto sacro vi era l’Esagil, con il tempio-ziggurat al suo centro protetto dalle sue stesse mura, con guardie a difesa delle porte.

La residenza di Marduk
All’interno, lunghi viali servivano per le processioni durante le cerimonie religiose e vi si trovavano anche templi dedicati ad altre divinità (ospiti “forzati” di Marduk). Quando gli archeologi hanno compiuto scavi a Babilonia, hanno trovato non soltanto i resti della città, ma anche “tavole architettoniche” che descrivevano la città e ne facevano una mappa. Pur se molte delle strutture appartengono a periodi successivi, il concetto del centro del recinto sacro, disegnato dall’artista, dà una valida idea della magnifica residenza di Marduk (foto sopra).

Come si addice a una sorta di “Città del Vaticano”, nel recinto sacro viveva un numero impressionante di sacerdoti, ai quali venivano affidati compiti religiosi, cerimoniali, amministrativi, politici, ma anche umili mansioni. La suddivisione di questi compiti si deduce dal modo in cui venivano raggruppati, classificati e indicati i sacerdoti stessi. Alla base della gerarchia c’era il personale di servizio, gli Abalu – “camerieri” – che pulivano il tempio e gli edifici adiacenti, fornivano gli strumenti e gli utensili di cui avevano bisogno gli altri sacerdoti, e fungevano da personale addetto alle provviste e alla casa – tranne che per i filati di lana, che erano di competenza dei sacerdoti Shu’uru.

Sacerdoti particolari, come i Mushshipu e i Mulillu, eseguivano riti di purificazione, ma ci voleva un Mushlahhu per le infestazioni di serpenti. Gli Umannu, i Mastri Artigiani, lavoravano nelle botteghe e creavano oggetti artistici religiosi; le Zabbu erano un gruppo di sacerdotesse e cuoche addette alla preparazione dei pasti. Altre sacerdotesse si occupavano delle lamentazioni ai funerali: le Bakate erano maestre nell’arte del pianto.  E poi c’erano gli Shangu – semplicemente “sacerdoti” – che supervisionavano il funzionamento del tempio, il regolare svolgimento dei rituali; ricevevano le offerte e le amministravano o erano responsabili degli abiti degli dèi, ecc.

Il servizio vero e proprio degli dèi residenti – paragonabile a quello di un maggiordomo – era gestito da un piccolo gruppo d’élite di sacerdoti. C’erano i Ramaqu, che si occupavano dei rituali di purificazione con l’acqua (onorati con il bagno del dio) e i Nisaku che gettavano l’acqua usata. L’unzione del dio con “olio sacro”– una delicata mistura di particolari oli aromatici – era affidata a mani specializzate, a cominciare dall’Abaraku che mescolava gli unguenti, per finire con il Pashishu, che eseguiva l’unzione vera e propria (nel caso di una dèa i sacerdoti erano tutti eunuchi). C’erano poi altri sacerdoti e sacerdotesse, incluso il Sacro Coro – i Nanu che cantavano, i Lallaru, che erano cantanti e musicisti e i Munabu, specializzati nelle lamentazioni.

Ciascun gruppo aveva un Rabu, il capo, il responsabile. Come previsto da Marduk, una volta eretto l’Esagil – il suo tempio ziggurat – la sua funzione principale fu quella di osservare i cieli; e, a dire il vero, la classe più importante dei sacerdoti del tempio era proprio quella di coloro che avevano il compito di osservare i cieli, di tracciare il moto di stelle e pianeti, di prendere nota di fenomeni insoliti (come una congiunzione planetaria o un’eclisse) e di valutare se il cielo inviava segni. In caso affermativo, toccava a loro interpretarli.

I sacerdoti-astronomi, in genere chiamati Mashmashu, includevano diversi specialisti. Un Kalu, ad esempio, si specializzava nell’osservazione della costellazione del Toro. Era compito del Lagaru tenere un dettagliato registro quotidiano delle osservazioni celesti e fornire le informazioni a un gruppo di sacerdoti interpreti. Questi – che rappresentavano il top della gerarchia sacerdotale – includevano gli Ashippu, “specialisti nei segni”, i Mahhu, “che sapevano leggere i segni”e i Baru “oracoli” che “comprendevano i misteri e i segni divini”.

Un sacerdote speciale, lo Zaqiqu aveva il compito di portare la parola del dio al re. Poi, a capo dei sacerdoti-astronomi astrologi c’era l’Urigallu, il Sommo Sacerdote, un uomo santo, un mago, un medico, le cui vesti bianche erano adornate da elaborati orli colorati. La scoperta di circa settanta tavolette che avevano come oggetto una serie continuativa di osservazioni con la spiegazione del loro significato, chiamate Enuma Anu Enlil – in ossequio alle parole di apertura – rivelavano sia la transizione dall’astronomia sumera, sia l’esistenza di formule oracolari che spiegavano il significato di un fenomeno.

La via di Enlil , La via di Ea e La via di Anu
Con il trascorrere del tempo, a questa gerarchia si unì una serie di divinatori, di interpreti dei sogni, di indovini ecc., che, a dire il vero, erano più al servizio del re che non del dio. Le osservazioni celesti persero di importanza al punto di diventare semplici segni astrologici per il re e il paese, predicendo guerra, pace, sconvolgimenti politici, lunga vita o morte, abbondanza o pestilenza, benedizioni divine o collera divina. Tuttavia, in origine, le osservazioni celesti furono solamente di natura astronomica ed erano di primario interesse per il dio Marduk e solo di riflesso per il re e il popolo.

Non era un caso che un Kalu fosse un sacerdote specializzato nell’osservazione della costellazione del Toro di Enlil, alla ricerca di fenomeni infausti, perché l’obiettivo principale dell’Esagil (in qualità di osservatorio) era proprio quello di seguire lo zodiaco nei cieli e di tenere d’occhio il Tempo Celeste. Il fatto che prima dell’olocausto nucleare si verificassero eventi significativi a intervalli regolari di settantadue anni e che continuassero con questo ritmo anche in seguito, ci fa capire che continuò a essere in uso l’orologio zodiacale che, ogni settantadue anni, segnava il ritardo precessionale di un grado.

È evidente da tutti i testi astronomici e astrologici di Babilonia che i suoi sacerdoti astronomi conoscevano la divisione sumera dei cieli in tre Vie, ciascuna delle quali occupava sessanta gradi dell’arco celeste: la Via di Enlil per i cieli settentrionali, la Via di Ea per quelli meridionali e la Via di Anu per la fascia centrale. In quest’ultima erano situate le costellazioni zodiacali ed era lì che “la Terra incontrava il Cielo” all’orizzonte.




Z.SITCHIN

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