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martedì 28 novembre 2017

QUALE FU LO SCOPO DELL'ESODO?

La Bibbia ebraica apre la storia della migrazione israeliana dall’Egitto nel suo secondo libro, Esodo, ricordando al lettore che la presenza israelita in Egitto ebbe inizio quando, nel 1833 a.C., Giacobbe (che venne ribattezzato Israel da un angelo) e undici suoi figli, con i propri figli, si unirono a Giuseppe, un altro figlio di Giacobbe e loro fratello che viveva in Egitto. La storia esaustiva di Giuseppe, di come venne separato dalla propria famiglia e, da schiavo, assurse alla posizione di viceré, è narrata negli ultimi capitoli della Genesi; la mia teoria su come Giuseppe salvò l’Egitto –  e le prove che lo dimostrano – sono raccolte in Spedizioni nell’altro passato.

Dopo aver ricordato al lettore come e quando è iniziata la presenza israelita in Egitto, la Bibbia mette bene in chiaro che tutto ciò era stato dimenticato ai tempi dell’Esodo: «Giuseppe poi morì e così tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione». Ed era scomparsa da tempo anche la dinastia dei faraoni egizi legati a quei tempi, sostituita da una nuova stirpe dinastica: «Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe». La Bibbia descrive in maniera estremamente accurata il cambio di governo in Egitto. 

Erano scomparse le dinastie del Medio Regno, che vivevano a Menfi e, dopo la fine del Secondo Periodo Intermedio, i principi di Tebe costituirono le nuove dinastie del Nuovo Regno: nuove dinastie in una nuova capitale, e «non aveva[no] conosciuto Giuseppe». Ignorando il contributo israelita alla sopravvivenza stessa dell’Egitto, un nuovo faraone comprese il pericolo rappresentato dalla loro presenza. Ordinò una serie di azioni oppressive nei loro confronti inclusa anche l’uccisione di tutti i figli maschi. Queste erano le sue ragioni:

E disse al suo popolo:
«Ecco che il popolo dei figli
d’Israele è più numeroso e
più forte di noi.
Prendiamo provvedimenti
nei suoi riguardi per
impedire che aumenti,
altrimenti in caso di guerra,
si unirà ai nostri avversari,
combatterà contro di noi e
poi partirà dal paese».

(Esodo 1, 9-10)


Gli studiosi della Bibbia hanno ipotizzato che la temuta nazione dei “Figli d’Israele” fossero gli Israeliti che soggiornavano in Egitto. Ma questo non trova riscontro né nei numeri forniti, né nel significato letterale della Bibbia. L’Esodo inizia con una lista dei nomi dei figli d’Israele entrati in Egitto con Giacobbe e arrivati ognuno con la propria famiglia per unirsi a Giuseppe, e afferma che «tutte le persone nate da Giacobbe erano settanta; Giuseppe si trovava già in Egitto». 


(Il che, insieme a Giacobbe e a Giuseppe portava il totale a 72 e questo numero è un dettaglio interessante sul quale torneremo in seguito.) 

Il “soggiorno” durò ben quattro secoli e, secondo la Bibbia, gli Israeliti che abbandonarono l’Egitto erano in tutto 600.000. Nessun faraone considererebbe un gruppo così “più forte e più numeroso di noi”. (Per identificare quel faraone e “la figlia del faraone” che allevò Mosè come figlio suo, si consulti La Bibbia degli dèi.) Le parole della narrazione riferiscono i timori del faraone, il quale temeva che, in caso di guerra, gli Israeliti «si unir[anno] ai nostri avversari, combatter[anno] contro di noi e poi partir[anno] dal paese».

Non è il timore di una sorta di “Quinta Colonna” all’interno dell’Egitto, bensì dei “Figli di Israele”, indigenti, che partono per rinforzare una nazione nemica alla quale sono legati – tutti loro sono, agli occhi degli Egizi, “Figli di Israele”. Ma di quale altra nazione di “Figli di Israele” si trattava e quale era la guerra a cui faceva riferimento il faraone? Grazie alle scoperte archeologiche di documenti reali che provengono da entrambe le fazioni di quegli antichi conflitti, sappiamo ora che i faraoni del Nuovo Regno erano impegnati in una prolungata guerra contro i Mitanni, che ebbe inizio nel 1560 a.C. circa con il faraone Ahmosis e che venne portata avanti poi dai faraoni Amenophis I, Thutmosis I e Thutmosis II e intensificata, infine, da Thutmosis III. 

Mitanni
Nel 1460 a.C. gli eserciti egizi entrarono in Canaan e avanzarono verso nord contro i Mitanni. Le cronache egizie di quelle battaglie citano frequentemente Naharin quale ultimo obiettivo – l’area del fiume Khabur, che la Bibbia chiamava Aram-Nanharayim (“La terra occidentale dei due fiumi”): il suo principale centro urbano era Haran! Fu lì, ricorderanno coloro che hanno studiato la Bibbia, che si stabilì il fratello di Abramo, Nacor, quando Abramo proseguì fino a Canaan; da lì proveniva Rebecca, moglie di Isacco, figlio di Abramo (Nacor era suo nonno). 


E fu ad Haran che Giacobbe, figlio di Isacco (ribattezzato Israel), si recò per trovare una sposa – finendo poi con lo sposare le sue cugine, le due figlie di Labano (Leah e Rachele); Labano era il fratello di sua madre Rebecca.

Questi diretti legami familiari fra i “Figli di Israele” (ossia, Giacobbe) che erano in Egitto e coloro che rimasero a Naharin-Naharayim, sono spiegati nei versi di apertura dell’Esodo: l’elenco dei figli di Giacobbe entrati in Egitto con lui, include anche il più giovane, Ben-Yamin (Beniamino), l’unico fratello e non fratellastro di Giuseppe perché entrambi figli di Rachele (gli altri, invece, erano figli di Leah e di due concubine). 

Grazie alle tavolette mitanni sappiamo ora che la tribù più importante nell’area del fiume Khabur era quella dei Ben-Yamins, ossia dei Beniamini. Il nome del fratello di Giuseppe era il nome di una tribù mitanni; nessuna meraviglia, dunque, che gli Egizi considerassero i “Figli d’Israele” in Egitto e i “Figli d’Israele” mitanni come una nazione congiunta «più numerosa e più forte di noi». Era quella la guerra che impensieriva gli Egizi e quello era il motivo della loro preoccupazione militare – non certo il numero esiguo di Israeliti presenti nel paese, bensì la minaccia qualora avessero “lasciato il paese” e occupato i territori a nord dell’Egitto stesso. 

A dire il vero, proprio la volontà di evitare la partenza degli Israeliti sembra essere stato il tema centrale del dramma dell’Esodo: infatti Mosè aveva rivolto ripetuti appelli al faraone regnante affinché “lasci[asse] partire il mio popolo”, seguiti da altrettanti rifiuti da parte del faraone di soddisfare quella richiesta – nonostante la collera divina si manifestasse sotto forma delle famose Dieci Piaghe d’Egitto. 

Perché? 

Per avere una risposta plausibile è necessario prendere in considerazione il collegamento allo spazio. Nell’offensiva più a nord, gli Egizi marciarono attraverso la penisola del Sinai lungo la Via del Mare, una strada (in seguito chiamata Via Maris dai Romani) che attraversava la Quarta Regione degli dèi lungo la costa del Mediterraneo, senza però entrare nella penisola vera e propria. Poi, avanzando a nord attraverso Canaan, gli Egizi raggiunsero le Montagne dei Cedri del Libano e combatterono a Kadesh, il “Luogo Sacro”. Quelle erano battaglie, ipotizziamo, per il controllo dei due siti legati allo spazio: quello che un tempo era stato il Centro di controllo della missione a Canaan (Gerusalemme) e il Luogo dell’Atterraggio in Libano. 

Tuthmosi III
Il faraone Thutmosis III, ad esempio, nei suoi annali di guerra faceva riferimento a Gerusalemme (“Ia-ur-sa”) come il «luogo dal quale si raggiungono i punti più distanti della Terra» – un “Ombelico del Mondo”. Descrivendo le sue campagne più a nord, narrava di battaglie a Kadesh e Naharin e parlava di prendere le Montagne dei Cedri,  la «Terra delle montagne del dio» che «sostiene le colonne che arrivano fino al cielo». 

La terminologia identifica con certezza, grazie agli attributi legati allo spazio, i due siti che affermava di aver catturato per conto del «grande dio, mio padre Ra-Amon». E lo scopo dell’Esodo? Secondo le parole di Dio, serviva a mantenere la promessa fatta ad Abramo, Isacco e Giacobbe, di garantire ai loro discendenti una stirpe eterna (Esodo 6, 4-8): «io do a questo paese dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate»; «tutto il paese di Canaan» (Genesi 15, 18; 17, 8); «le montagne […] nel paese dei Cananei e nel Libano» (Deuteronomio 1, 7); «dal deserto al Libano, dal fiume, il fiume Eufrate, al Mar Mediterraneo» (Deuteronomio 11, 24); anche le «città grandi e fortificate fino al cielo» in cui abitava «un popolo grande e alto di statura, dei figli degli Anakiti» (Deuteronomio 9, 1-2), cioè gli Anunnaki. 

La promessa ad Abramo venne rinnovata nel corso della prima sosta degli Israeliti ad Har-Ha Elohim, (“il Monte degli Elohim/dèi”). E la missione consisteva nel prendere possesso di altri due siti legati allo spazio, che la Bibbia collegava ripetutamente (come nel Salmo 48, 3), chiamando il Monte Sion a Gerusalemme Har Kodshi, “il Mio Monte Santo”, e l’altro, sulla catena del Libano, Har Zophin, “il Monte Segreto del Nord”. La Terra Promessa abbracciava i due siti legati allo spazio; la sua divisione fra le dodici tribù garantiva l’area di Gerusalemme alle tribù di Beniamino e Giuda e il territorio che ora è il Libano alla tribù di Asher. 

La strada tracciata da dio
Nelle sue parole d’addio, pronunciate in punto di morte, Mosè ricordò alla tribù di Asher che il sito settentrionale legato allo spazio si trovava nella loro terra; come nessun’altra tribù, disse, vedranno il Dio «che cavalca sui cieli» (Deuteronomio 33, 26). Ma, oltre all’assegnamento territoriale, le parole di Mosè implicano che il sito sarebbe stato funzionante e che in futuro sarebbe stato usato per salire verso i cieli. Chiaramente e, in maniera enfatica, i Figli di Israele sarebbero stati custodi dei due siti degli Anunnaki legati allo spazio. Quell’Alleanza con il popolo scelto per il compito venne rinnovata nel corso della più grande teofania di cui abbiamo notizia: quello che ebbe come teatro il Monte Sinai. 

Certamente non fu un caso che la teofania si verificò lì.

Sin dall’inizio della storia dell’Esodo – quando Dio chiamò Mosè e gli affidò il compito di portare fuori dal paese il popolo di Israele – quel luogo nella penisola del Sinai era stato di vitale importanza. Leggiamo infatti nel libro dell’Esodo (3, 1) che accadde al “Monte degli Elohim”, il monte associato agli Anunnaki. La strada dell’Esodo era stata tracciata da Dio, e veniva mostrata alla moltitudine di Israeliti con «una colonna di nube [che di giorno] non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte».

«Tutta la comunità degli Israeliti levò l’accampamento dal deserto di Sin secondo l’ordine che il Signore dava di tappa in tappa», afferma la Bibbia. Nel terzo mese dell’uscita dal paese d’Egitto «arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono. Israele si accampò davanti al monte»; il terzo giorno, Yahweh, nel suo Kavod «scese sul Monte Sinai alla vista di tutto il popolo». Era lo stesso monte che Gilgamesh – giunto al luogo dove decollavano e atterravano le navicelle – aveva chiamato “Monte Mashu”. Era lo stesso monte con le “doppie porte al cielo” al quale i faraoni egizi si recavano nel loro viaggio nell’Aldilà per unirsi agli dèi sul loro “pianeta di milioni di anni”. Era il monte dell’ex porto spaziale – ed era lì che venne rinnovata l’Alleanza con il popolo eletto affinché fosse il guardiano dei due restanti luoghi legati allo spazio.


Z.SITCHIN

giovedì 23 novembre 2017

LA FINE DELL'IMPERO DI MARDUK E I NUOVI INVASORI

La cattura e la conseguente deportazione di Marduk ebbero ripercussioni di natura geopolitica: infatti per diversi secoli il centro di gravità dalla Mesopotamia si spostò verso occidente, alle terre lungo il Mar Mediterraneo. In termini religiosi questo episodio fu l’equivalente di un violento terremoto: in un sol colpo erano svanite tutte le grandi aspettative di Marduk, ossia l’unione di tutti gli dèi sotto la sua egida; svanite erano anche le aspettative dei suoi seguaci. Ma sia dal punto di vista geopolitico che religioso, il maggior impatto è legato alla storia di tre montagne – i tre siti legati allo spazio con alloro centro la Terra Promessa: il Monte Sinai, il Monte Moriah e il Monti del Libano.

Di tutti gli avvenimenti che seguirono i fatti di Babilonia, l’episodio centrale, con le ripercussioni più durature, fu l’Esodo degli Israeliti dall’Egitto – quando, per la prima volta, vennero affidati agli uomini siti che, fino a quel momento, erano stati appannaggio esclusivo degli dèi. Quando gli Ittiti che catturarono Marduk si ritirarono da Babilonia, lasciarono dietro di sé uno scompiglio politico e un enigma religioso: Come era potuto accadere? Perché? Quando le persone venivano colpite da lutti o sciagure, erano solite dire che era perché gli dèi erano arrabbiati.

Ma ora che la sciagura aveva colpito gli dèi – Marduk, per essere precisi – a chi si doveva attribuire la colpa? Esisteva un Dio supremo al dio supremo? Nella stessa Babilonia, il rilascio e ritorno di Marduk non fornirono una risposta; in realtà non fecero altro che infittire il mistero, perché i “Cassiti” che accolsero nuovamente a Babilonia il dio prigioniero erano stranieri, non Babilonesi. Chiamavano Babilonia “Karduniash”e avevano nomi come Barnaburiash e Karaindah, ma non si sa molto altro di loro, né della loro lingua. A tutt’oggi non è chiaro da dove provenissero e perché, nel 1660 a.C. circa, ai loro re venne consentito di sostituire la dinastia di Hammurabi e di dominare Babilonia dal 1560 a.C. fino al 1160 a.C. 

Gli studiosi moderni definiscono il periodo che seguì l’umiliazione di Marduk come “Alto Medioevo” nella storia di Babilonia, non soltanto a causa dello scompiglio che causò, ma soprattutto per la penuria di documenti scritti risalenti a quel periodo. I Cassiti si integrarono rapidamente nella cultura sumero accadica, assorbirono la lingua e la scrittura cuneiforme, ma non erano né meticolosi storiografi come i Sumeri, né abili compilatori degli annali reali di Babilonia. A dire il vero, la maggior parte dei documenti reali cassiti sono stati ritrovati non a Babilonia, bensì in Egitto: tavolette di argilla nell’archivio della corrispondenza reale di El Amarna. Da notare che, in quelle tavolette, i re cassiti chiamavano i faraoni egizi “mio fratello”.

L’espressione, pur se figurativa, era giustificata, perché l’Egitto condivideva con Babilonia la venerazione di Ra-Marduk e, come Babilonia, aveva vissuto un “Alto Medioevo” – un periodo che gli studiosi chiamano il Secondo Periodo Intermedio. Iniziò con la fine del Medio Regno nel 1780 a.C. e durò fino al 1560 a.C. circa. Come in Babilonia, fu caratterizzato dalla presenza sul trono di sovrani stranieri, conosciuti come gli “Hyksos”. Anche in questo caso non sappiamo esattamente chi fossero, da dove provenissero o perché le loro dinastie furono in grado di governare l’Egitto per più di due secoli.

Colonne ipostile egizie
Probabilmente non fu né una coincidenza né un caso il fatto che le date di questo Secondo Periodo Intermedio (con i suoi numerosi aspetti oscuri) fossero parallele a quelle del declino di Babilonia dopo le vittorie di Hammurabi (1760 a.C.) fino alla cattura e alla ripresa del culto di Marduk a Babilonia (1560 a.C. circa): questi sviluppi analoghi e contemporanei nei paesi più importanti per Marduk avvennero perché Marduk era “stato vittima di se stesso”: la giustificazione per la sua supremazia si era trasformata nella causa stessa della sua rovina.

La “trappola” era l’iniziale pretesa che fosse giunto il momento per la sua supremazia sulla Terra perché si era presentata nei cieli l’Era dell’Ariete, la sua era. Ma, man mano che l’orologio zodiacale continuava a ticchettare, tramontava anche inesorabilmente proprio questa era. La prova tangibile della perplessità di quei tempi è giunta fino a noi: si trova a Tebe, antica capitale dell’Egitto Superiore. I monumenti più maestosi e più impressionanti dell’antico Egitto – oltre naturalmente le grandi piramidi di Giza – sono i templi colossali di Karnak e Luxor. 

I Greci chiamavano quella località dell’Egitto meridionale (Superiore) Thebai, da cuideriva il nome Tebe; gli antichi Egizi la chiamavano città di Amon, perché i templi erano dedicati a questo dio invisibile. La scrittura geroglifica e le raffigurazioni pittoriche sulle loro mura, sugli obelischi, sulle colonne e sui pilastri (vedi foto sopra) glorificano il dio ed elogiano i faraoni che costruirono, ampliarono, ingrandirono – e continuarono a modificare – i templi.

Fu lì che l’arrivo dell’Era dell’Ariete venne annunciato da file di sfingi con testa di ariete (vedi foto); ed è lì che la pianta dei templi rivela la perplessità dei seguaci egizi di Ra Amon/Marduk.

Una volta, visitando il sito insieme a un gruppo di miei lettori, mi misi al centro di un tempio muovendo le braccia come un vigile urbano che dirige il traffico; alcuni astanti, sorpresi, si chiedevano chi fosse mai quel pazzo che si sbracciava; in realtà stavo solo cercando di mostrare al mio gruppo il fatto che i templi di Tebe, costruiti da un faraone dopo l’altro, continuavano a cambiare
orientamento. Alla fine del 1800 fu Sir Norman Lockyer il primo a rendersi conto dell’importanza di questo aspetto architettonico, dando vita a una disciplina chiamata archeoastronomia.

Tempio di Salomone
I templi che erano orientati agli equinozi – come il tempio di Salomone a Gerusalemme (foto a lato) (e la basilica di S.Pietro al Vaticano, a Roma) – avevano la facciata d’ingresso sempre rivolta a est, per accogliere, anno dopo anno, il sorgere del Sole nel giorno dell’equinozio, e non avevano la necessità di essere riorientati. Invece i templi orientati ai solstizi – come quelli egizi a Tebe o il Tempio del Cielo a Pechino, in Cina – nel corso dei secoli avevano bisogno di un nuovo orientamento perché, a causa della precessione, nel giorno del solstizio il Sole sorge in ritardo, sia pur leggero – come si può ben vedere a Stonehenge, dove Sir Lockyer dimostrò le sue scoperte. (foto sotto)


Stonehenge
I templi eretti dai seguaci per glorificare Ra-Marduk mostravano che i cieli non erano certi della durata del dio e della sua era. Lo stesso Marduk – che era stato così attento all’orologio zodiacale quando, nel millennio precedente, aveva affermato che era giunta la sua era – cercò di distogliere l’attenzione religiosa introducendo la Religione delle Stelle di “Marduk è Nibiru".
Ma la sua cattura e l’umiliazione subita sollevavano domande su questo dio celeste invisibile. 

La domanda “Fino a quando durerà l’era di Marduk?” si trasformò in “Se il Marduk celeste è Nibiru, invisibile, quando si rivelerà, quando riapparirà, quando ritornerà?”
A metà del II millennio a.C., con il verificarsi dei vari eventi, sia l’attenzione religiosa che quella geopolitica si spostarono in quella fascia di terra che la Bibbia chiamava Canaan. 

Quando iniziò a emergere come fulcro religioso il ritorno di Nibiru, anche i siti legati allo spazio vissero un momento di centralità e con essi Canaan, dove si trovavano sia il Luogo dell’Atterraggio sia l’ex Centro di controllo della missione. Gli storici raccontano gli eventi che seguirono in termini di ascesa e caduta di nazioni-stato e scontro fra imperi. Fu nel 1460 a.C. circa che i regni dimenticati di Elam e Anshan (in seguito conosciuta come Persia, a est e a sud-est di Babilonia) si unirono per formare uno stato nuovo e potente avente come capitale della nazione Susa (la Shushan della Bibbia) e Ninurta come divinità nazionale – come Shar Ilani, “Signore degli dèi”; quella nuova nazione-stato assertiva avrebbe svolto un ruolo decisivo nel porre fine alla supremazia di Babilonia e di Marduk.

Probabilmente non si trattò di una coincidenza il fatto che, più o meno nello stesso periodo, nella regione dell’Eufrate, dove un tempo aveva dominato Mari, nacque un nuovo stato potente. Lì gli Horriti (gli studiosi li chiamano Hurriti) – conquistando le terre che ora sono la Siria e il Libano – dettero vita a un regno potente – Mitanni (“L’arma di Anu”), ponendo una sfida geopolitica e religiosa all’Egitto. Quella sfida venne respinta, con estrema ferocia, dal faraone egizio Tuthmosis III, che gli storici descrivono come un “Napoleone egizio”.

Legato a questi eventi c’era anche l’esodo degli Israeliti dall’Egitto, fatto storico di estrema importanza se non altro per le ripercussioni che ha avuto fino a oggi sui codici morali e sociali e sulla centralità di Gerusalemme. Il momento storico in cui si verificarono questi eventi non fu casuale, perché tutti quegli sviluppi erano legati al controllo dei siti legati allo spazio al ritorno di Nibiru. Come abbiamo visto nei precedenti capitoli, Abramo non era soltanto un Patriarca ebraico, bensì un protagonista scelto, che aveva un ruolo importante negli affari internazionali; e i luoghi in cui ci ha portati la sua storia – Ur, Haran, Egitto, Canaan, Gerusalemme, il Sinai, Sodoma e Gomorra – erano anche i principali teatri della storia universale di uomini e dèi. 

L’Esodo dall’Egitto degli Israeliti, ricordato e celebrato dal popolo ebraico durante la Pasqua, era un aspetto integrante degli eventi che si stavano verificando in tutte quelle terre antiche. La stessa Bibbia, ben lontana dal considerare l’Esodo solo come una storia “israelita”, lo collocava chiaramente nel contesto della storia egizia e degli eventi internazionali di quell’epoca.





Z.STICHIN

martedì 21 novembre 2017

MARDUK "VITTIMA DI SE STESSO"?

Il tempo dedicato a Giove 
I Romani, che a Baalbek costruirono il tempio dedicato a Giove, ne progettarono un altro a Gerusalemme, sempre dedicato a lui – e non a Yahweh. Il Monte del Tempio ora è dominato dal Santuario della Roccia, eretta dai musulmani. In origine, la sua cupola dorata sormontava il tempio musulmano a Baalbek –prova dell’esistenza di un legame fra i due siti legati allo spazio.

Nel difficile periodo successivo all’olocausto nucleare la Bab-Ili di Marduk, la sua “Porta degli dèi”, poteva forse sostituire gli antichi siti del Legame Cielo-Terra? La nuova Religione delle Stelle di Marduk poteva offrire una risposta alle masse di fedeli perplessi?

Sargon I l'accadico
A quanto pare, l’antica ricerca per trovare una risposta è proseguita fino ai nostri giorni. Gli avversari più acerrimi di Babilonia erano gli Assiri. La loro provincia, nella regione superiore del fiume Tigri,ai tempi dei Sumeri era chiamata Subartu ed era il prolungamento più a nord di Sumer e Akkad. Per quel che riguarda lingua ed etnia, sembrano avere avuto legami con Sargon il Grande, al punto che, quando l’Assiria divenne un regno e una potenza imperiale, alcuni dei suoi re più famosi adottarono il nome regale di Sharru-kin: Sargon.

Questi particolari, emersi da scoperte archeologiche avvenute negli ultimi due secoli, corroborano le affermazioni – sia pur stringate – presenti nella Bibbia (Genesi, capitolo10), che citavano gli Assiri fra i discendenti di Sem e Ninive, la capitale dell’Assiria, e altre principali città quali “derivate”– un prolungamento,
un’estensione – da Shinear (Sumer).

Il loro pantheon era lo stesso di quello sumero: le loro divinità erano gli Anunnaki di Sumer e Akkad; e i nomi teoforici dei re assiri e degli alti funzionari indicavano grande venerazione nei confronti degli dèi Ashur, Enlil, Ninurta, Sin, Adad e Shamash. C’erano templi dedicati a loro, nonché alla dea Inanna/Ishtar, il cui culto era molto diffuso.

Inanna/Ishtar
Nel suo tempio nella città di Ashur è stata ritrovata una delle sue migliori raffigurazioni: una statua della dea vestita da pilota, con tanto di elmetto (vedi foto a lato). Documenti storici di quell’epoca indicano che furono gli Assiri dal nord a sfidare per primi Babilonia dal punto di vista militare. Nel 1900 a.C. circa, Ilushuma, il primo re assiro di cui abbiamo notizia, condusse una spedizione militare di successo lungo il fiume Tigri in direzione sud, fino al confine di Elam.

Le sue iscrizioni affermano che il suo scopo era di «liberare Ur e Nippur» e, per un certo lasso di tempo, le sottrasse effettivamente alla morsa di Marduk. Quella fu solo la prima lotta fra Assiria e Babilonia in un conflitto che sarebbe durato, per più di mille anni, fino alla caduta dei due stati. Fu un conflitto nel quale in genere i re assiri ebbero il ruolo di aggressori. Vicini, parlavano la stessa lingua accadica, entrambi ereditari della cultura sumera, Assiri e Babilonesi si distinguevano solo per una differenza: il dio nazionale.

Assiria si definiva la “Terra del dio Ashur” o semplicemente ASHUR in suo onore, perché i suoi re e il suo popolo consideravano questo aspetto religioso quale l’unico veramente importante. La sua prima capitale venne chiamata anche “Città di Ashur” o semplicemente Ashur. Il nome significava “Colui che Vede” o “Colui che è Visto”. Tuttavia, a dispetto degli innumerevoli inni, delle preghiere e degli altri riferimenti al dio Ashur non è ben chiara la sua identità all’interno del pantheon sumero accadico.

ASHUR
Nelle liste degli dèi era l’omologo di Enlil; a volte altri riferimenti lasciano intendere che si trattasse di Ninurta, figlio ed erede di Enlil; ma poiché ogni volta che se ne citava la sposa, questa era sempre chiamata Ninlil, si giunge alla conclusione che l’Ashur assiro fosse nient’altri che Enlil. La storia dell’Assiria è fatta di conquiste e aggressioni contro numerose altre nazioni e contro i loro dèi. Le loro innumerevoli campagne militari giungevano anche in terre distanti, e venivano portate avanti, naturalmente, “in nome di dio” – del loro dio, Ashur: «Per ordine del mio dio Ashur, il grande signore» era l’affermazione con cui iniziava invariabilmente la documentazione di una campagna militare dei sovrani assiri.

Ma quando si arriva alla guerra con Babilonia, l’aspetto sorprendente degli attacchi assiri era il loro obiettivo: non semplicemente un contenimento dell’influenza di Babilonia, bensì lo spodestamento vero e proprio di Marduk dal tempio di Babilonia. L’impresa di catturare la città di Babilonia e di prendere prigioniero Marduk riuscì non agli Assiri, bensì ai loro vicini del Nord: gli Ittiti. Nel 1900 a.C. circa gli Ittiti iniziarono a diffondersi dalle loro roccaforti nell’Anatolia centro-settentrionale (l’attuale Turchia), divennero una grande potenza militare, e si unirono alla catena degli stati – nazioni enlilite – che si opponevano alla Babilonia di Marduk.

In un lasso di tempo relativamente breve ottennero lo status imperiale e i loro domini si estesero a sud, includendo buona parte della Canaan citata dalla Bibbia. La scoperta archeologica degli Ittiti, delle loro città, dei loro documenti, della loro lingua e della loro storia è una narrazione sorprendente ed eccitante, che riporta in vita e corrobora l’esistenza di popoli e luoghi fino a quel momento noti solo grazie alle parole della Bibbia ebraica. Gli Ittiti vengono citati ripetutamente nella Bibbia, ma senza il disprezzo o la denigrazione riservata agli adoratori di divinità pagane.

David e Bestabea (dal film omonimo del 1951)
Riferisce della loro presenza in tutte le terre che sono state teatro delle vicende dei patriarchi ebrei. Erano vicini di Abramo ad Haran e fu da proprietari ittiti a Hebron, a sud di Gerusalemme, che questi acquistò la grotta sepolcrale di Machpelah. Betsabea, della quale re Davide si invaghì a Gerusalemme, era la moglie di un capitano ittita del suo esercito; e fu da agricoltori ittiti (che usavano il luogo come aia) che Davide acquistò l’area del monte Moriah, sulla quale erigere il tempio. Il re Salomone acquistò da principi ittiti cavalli da traino e sposò la figlia di uno di loro.

Dal punto di vista genealogico e storico la Bibbia considerava gli Ittiti uno dei popoli dell’Asia occidentale; gli studiosi moderni li ritengono, invece, emigrati nell’Asia Minore, ma originari di altre terre – probabilmente al di là del Caucaso. Poiché la loro lingua, una volta decifrata, si scoprì appartenere al gruppo indoeuropeo (come il greco da una parte e il sanscrito dall’altra), vengono considerati “indoeuropei”, non semitici. Tuttavia, una volta insediatisi, aggiunsero alla loro scrittura il cuneiforme sumero, inclusero nel loro vocabolario termini sumeri – ad esempio quelli legati al “prestito” – studiarono e copiarono i “miti” sumeri e le storie epiche e, infine, adottarono il pantheon sumero – i dodici “dèi dell’Olimpo”.

Infatti, alcune delle narrazioni più antiche di dèi su Nibiru e di dèi che provenivano da quel pianeta sono state scoperte solo nelle versioni in lingua ittita. Gli dèi ittiti erano senza dubbio gli dèi sumeri, e i monumenti e i sigilli reali li mostravano invariabilmente accompagnati dal simbolo ubiquitario del disco alato, il simbolo di Nibiru. Nei testi ittiti, avolte, questi dèi erano chiamati con i loro nomi sumeri o accadici: troviamo ripetutamente Anu, Enlil, Ea, Ninurta, Inanna/Ishtar e Utu/Shamash.

Ishkur/Adad
In altri casi gli dèi venivano chiamati con il loro nome ittita. A guidarli era Teshub – “Colui che soffia il vento” o “Dio delle Tempeste” (o anche “del Tuono”), il dio nazionale ittita. Non era altri che il figlio minore di Enlil, ISHKUR/Adad. Le sue raffigurazioni lo ritraggono con in mano il fulmine come arma, in genere in piedi su un toro, simbolo della costellazione celeste del padre (foto a lato).
I riferimenti biblici alla vastità dell’influenza ittita e al suo valore militare sono stati confermati sia da scoperte archeologiche compiute in siti ittiti, sia da documenti ritrovati in altre nazioni.

È importante notare chel’influenza ittita a sud abbracciava anche due siti legati allo spazio: il Luogo dell’Atterraggio (Baalbek) e il Centro di controllo della missione post diluviano (Gerusalemme); gli ittiti enliliti giunsero a un tiro di schioppo dall’Egitto, terra di Ra/Marduk. Le due fazioni, quindi, avevano tutti gli elementi necessari per impegnarsi in un conflitto armato. In realtà, le guerre fra i due paesi annoverarono anche alcune delle più famose battaglie dell’antichità combattute “in nome di Dio”. Ma gli Ittiti*riservarono una sorpresa:non attaccarono l’Egitto.

Con una mossa del tutto imprevedibile, nel 1595 a.C. scesero lungo il Fiume
Eufrate, conquistarono Babilonia e fecero prigioniero Marduk. Pur se vorremmo avere maggiori dettagli relativi a quel periodo e a quell’episodio, le informazioni oggi in nostro possesso indicano che gli attaccanti ittiti non intendevano affatto assorbire Babilonia e regnare su di essa: si ritirarono infatti subito dopo aver aperto una breccia nelle difese della città ed essere entrati nel recinto sacro, portando via Marduk, che tennero prigioniero, ma illeso, in una città chiamata Hana – un luogo (non ancora riportato alla luce) nella zona di Terka, lungo il fiume Eufrate.

Marduk
L’assenza umiliante di Marduk da Babilonia durò ventiquattro anni: esattamente lo stesso lasso di tempo in cui Marduk, cinque secoli prima era stato in esilio ad Haran. Dopo diversi anni di confusione e di disordine, ire che appartenevano alla dinastia cassita assunsero il controllo di Babilonia, restaurarono il tempio di Marduk «presero la mano di Marduk» e lo riportarono a Babilonia. Tuttavia gli storici, ancora oggi, considerano il sacco di Babilonia da parte degli Ittiti come l’episodio che ha messo fine alla gloriosa Prima Dinastia di Babilonia e al Periodo Antico Babilonese.

L’attacco improvviso degli Ittiti contro Babilonia e la rimozione temporanea di Marduk restano un mistero storico, politico e religioso. L’intenzione dell’incursione era solo quella di mettere in imbarazzo e sminuire l’importanza di Marduk – sgonfiarne l’ego, confonderne i seguaci – o aveva uno scopo ben più profondo, o una causa più profonda?

È possibile che Marduk sia stato “vittima di se stesso”?


NOTE: * Con tutta probabilità furono i primi a introdurre i carri trainati da cavalli nelle campagne militari [N.d.T.]



Z.SITCHIN

giovedì 16 novembre 2017

IL RITORNO DEL RE? LE GUERRE DI RELIGIONE

I sacerdoti-astronomi scrutavano di continuo i cieli all’orizzonte, l’AN.UR sumero, la base del cielo, probabilmente perché Marduk ottenne la supremazia in accordo conil Tempo Celeste, l’orologio zodiacale. Non serviva guardare in alto, verso l’AN.PA sumero, “lacima del cielo”, perché Marduk come stella, ossia Nibiru, era già distante e invisibile. Ma, in quanto pianeta orbitante, pur se invisibile, sarebbe ritornato. Esprimendo la sua equivalenza “Marduk-è-Nibiru”, la versione egizia della Religione delle Stelle di Marduk promise ai suoi fedeli che sarebbe venuto il giorno in cui questo dio stella – o stella del dio – sarebbe ricomparsa come ATEN.

ATEN / ATON
Fu questo aspetto della Religione delle Stelle di Marduk – l’eventuale Ritorno – che sfidava direttamente gli avversari enliliti di Babilonia e spostava il fulcro del conflitto a una rinnovata attesa messianica. Degli attori post-Sumer sulla scena del Vecchio Mondo, quattro assursero a uno status imperiale, lasciando l’impronta più profonda nella storia: Egitto e Babilonia, Assiria e Hatti (terra degli Ittiti). Ciascun paese aveva il proprio “dio nazionale”. I primi due paesi appartenevano alla fazione Enki-Marduk-Nabu; gli altri due a Enlil, Ninurta e Adad. Le loro divinità nazionali si chiamavano Ra-Amon e Bel-Marduk, Ashur e Teshub, e fu nel loro nome che vennero combattute numerose guerre, prolungate e crudeli. 

Le guerre, spiegano gli storici, erano causate dalle solite ragioni: risorse, territorio, necessità o semplice bramosia. Ma gli annali reali, che narravano in dettaglio le guerre e le spedizioni militari, le presentavano come guerre di religione, in cui veniva glorificato il dio di una fazione e umiliato quello della fazione nemica. Tuttavia, l’aspettativa di un Ritorno trasformò queste guerre in campagne territoriali che avevano quale obiettivo siti specifici. Le guerre, secondo gli annali reali di quelle terre, vennero lanciate da un re “per ordine del mio dio” e così via; la campagna veniva eseguita da questo o quel dio “ in accordo con un oracolo”. 

RA
Spesso e volentieri, la vittoria veniva ottenuta con l’aiuto di armi invincibili, o con l’aiuto diretto degli dèi. Un re egizio scrisse nei suoi annali di guerra che fu «Ra che mi ama, Amon che mi tiene in suo favore» a dargli istruzione di marciare «contro questi nemici, abominio di Ra». Un re assiro, registrando la sconfitta di un re nemico, si vantava di aver sostituito nel tempio della città le immagini degli dèi con le «immagini dei miei dèi», dichiarandoli, a partire da quel momento, «dèi della nazione».

Un chiaro esempio dell’aspetto religioso di quelle guerre – e della scelta deliberata degli obiettivi – si può riscontrare nella Bibbia ebraica in 2Re 18, 9-37, dove viene descritto l’assedio di Gerusalemme da parte dell’esercito del re assiro Sennacherib. Dopo aver circondato e isolato la città, il comandante assirosi impegnò in una guerra psicologica per costringere gli assediati a capitolare. Parlando in ebraico, così che tutti coloro che erano ai bastioni della città potessero sentire, urlò loro le parole del re di Assiria: 

«Non ascoltate Ezechia che vi inganna dicendovi: il Signore ci libererà. Forse gli dèi delle nazioni hanno liberato ognuno il proprio paese dalla mano del re d’Assiria? Dove sono gli dèi di Camat e Arpad? Dove sono gli dèi di Sefaraim, di Avva? Hanno essi forse liberato Samaria dalla mia mano? Quali mai, fra tutti gli dèi di quelle nazioni, hanno liberato il loro paese dalla mia mano? Potrà forse il Signore liberare Gerusalemme dalla mia mano?».  (I documenti storici dicono di sì.)

Per cosa venivano combattute quelle guerre di religione? Le guerre e gli dèi nel nome dei quali erano combattute non sembrano avere una motivazione logica, a meno che non si consideri che, al centro delle guerre, c’era ciò che i Sumeri chiamavano il DUR.AN.KI, il “Legame Cielo-Terra”. I testi antichi parlano ripetutamente della catastrofe, di «quando la Terra fu separata dal Cielo», ossia della distruzione del porto spaziale. La domanda fondamentale che si poneva dopo l’olocausto nucleare era: Chi – quale dio e quale nazione – poteva affermare di essere l’unico sulla Terra a possedere il legame con il Cielo? 

Per gli dèi, la distruzione del porto spaziale nella penisola del Sinai rappresentava la perdita materiale di un’infrastruttura che bisognava sostituire. Ma siamo in grado di immaginare l’impatto – spirituale e religioso – sull’umanità? All’improvviso, gli dèi di Cielo e Terra erano isolati dal Cielo…

Una volta obliterato dalla faccia della Terra il porto spaziale nel Sinai, restavano solo tre siti legati allo spazio nel Vecchio Mondo: il Luogo dell’Atterraggio nelle Montagne dei Cedri; il Centro di controllo della missione post diluviano che sostituiva quello di Nippur e, infine, le Grandi Piramidi d’Egitto alle quali si ancorava il Corridoio di Atterraggio. Con la distruzione del porto spaziale, questi altri siti avevano ancora una funzione celeste – e, quindi, un significato religioso?  Conosciamo la risposta – entro certi limiti – perché i tre siti hanno superato la prova del tempo giungendo fino anoi, sfidando l’umanità con il mistero che essi rappresentano e sfidando gli dèi, perché rivolti al cielo. Il sito più familiare è senz’altro quello della piana di Giza, con la Grande Piramide e le sue compagne. 

Per molto tempo si è creduto che la Grande Piramide fosse stata costruita da Cheope –un’attribuzione, questa, dovuta solo ed esclusivamente alla scoperta di un geroglifico che rappresenta il suo nome all’interno della piramide stessa. Ma le sue dimensioni, la sua precisione geometrica, la sua complessità, i suoi allineamenti con il cielo e altri aspetti non meno sorprendenti hanno fatto dubitare di questa attribuzione. In Le astronavi del Sinai ho offerto la prova che quei segni sono una mistificazione moderna, e sia in quel libro, sia in altre prove voluminose, testuali e pittoriche, ho spiegato come e perché gli Anunnaki hanno progettato e costruito quelle piramidi. 

Moneta Fenicia
Dopo essere state private della guida radiante nel corso delle guerre degli dèi, la Grande Piramide e le altre piramidi di Giza hanno continuato a fungere quali punti di riferimento per il Corridoio di Atterraggio. Una volta scomparso il porto spaziale, sono rimaste silenti testimoni di un passato ormai concluso. Non è stata trovata alcuna indicazione del fatto che siano mai diventate oggetti sacri.

Il Luogo dell’Atterraggio nella Foresta dei Cedri, invece, può contare su di una documentazione diversa e puntuale: Gilgamesh, che vi si recò almeno mille anni prima dell’olocausto nucleare, assistette con i propri occhi al lancio di una navicella; e i Fenici, nella vicina città di Biblo, sulla costa mediterranea, raffigurarono su di una moneta – almeno mille anni dopo la catastrofe – un razzo rinchiuso in un recinto, collocato all’interno di un’installazione. 

Trilithon
Quindi, sia con, sia senza il porto spaziale, il Luogo dell’Atterraggio continuò a essere operativo. Il luogo, Baalbek, (“Valle della Bekaa”, che significa “fenditura” o “valle”) in Libano, era formato nell’antichità da una vasta piattaforma di pietre (della dimensione di circa 1,5 km 2) nel cui angolo nord-occidentale si erge verso il cielo un’enorme struttura in pietra. In particolare, il muro occidentale di contenimento è formato da massicci blocchi di pietra del peso di 600-900 tonnellate ciascuno, rafforzato dai blocchi di pietra più grandi mai visti sulla Terra, inclusi tre monoliti che pesano ben 1100 tonnellate l’uno, conosciuti con il nome di Trilithon.

Un’ulteriore sorpresa è rappresentata dal fatto che questi tre colossali blocchi di pietra sono stati estratti a circa 3 chilometri di distanza nella valle, in una cava in cui è stato ritrovato uno di questi blocchi semilavorato, ancora attaccato alla vena madre, che spunta dal terreno (vedi foto sotto).

Sin dai tempi di Alessandro i Greci veneravano il luogo come Eliopoli (città del dio sole); i Romani in seguito vi costruirono il tempio più grande dedicato a Zeus. I Bizantini lo trasformarono in una grande chiesa; i musulmani che arrivarono dopo di loro vi costruirono una moschea; e, oggi, i cristiani maroniti venerano il luogo come una reliquia che risale al Tempo dei Giganti. (In Spedizioni nell’altro passato ho descritto una visita al luogo e alla sue rovine, nonché il suo funzionamento come torre di lancio.)

Il sito che serviva da Centro di controllo della missione, il luogo più sacro e riverito a tutt’oggi, è Gerusalemme, Ur-Shalem (Città del Dio Onnipotente). Anche lì, proprio come a Baalbek – ma su scala ridotta –  una grande piattaforma di pietra poggia su fondamenta di roccia e pietre tagliate, ed è protetta da un massiccio muro occidentale, nel quale sono inclusi tre colossali blocchi di pietra che pesano circa 600 tonnellate ciascuno. 

Fu su questa piatta forma preesistente che re Salomone costruì il tempio dedicato a Yahweh, il Sancta Sanctorum al cui interno l’Arca dell’Alleanza poggiava su una roccia sacra, al di sotto della quale si trovava una camera sotterranea.
La roccia sacra



Z.SITCHIN

martedì 14 novembre 2017

I RUOLI NELL'ANTICA MESOPOTAMIA AI TEMPI DI HAMMURABI

Se le profezie e le aspettative messianiche riposte nella nuova era del XXI secolo a.C. ci sembrano in qualche modo familiari, non ci dovrebbero sembrare strane nemmeno le urla di battaglia che si levarono nei secoli successivi. Se nel III millennio a.C. i vari dèi si combatterono fra di loro usando eserciti di uomini, nel II millennio a.C. gli uomini combatterono altri uomini “in nome di Dio”. Dall’inizio della nuova era di Marduk ci vollero alcuni secoli per capire che non si sarebbe realizzato facilmente il compimento delle sue profezie di grandezza. È significativo il fatto che la resistenza non venne tanto dagli dèi enliliti dispersi, bensì dai popoli, dalle masse dei loro fedeli.

Mappa del II millennio a.C.
Dovette trascorrere più di un secolo dall’olocausto nucleare prima che Babilonia emergesse sulla scena della storia come lo Stato di Babilonia sotto la Prima Dinastia. Durante quell’intervallo, la Mesopotamia meridionale – la Sumer dell’antichità – venne lasciata nelle mani di sovrani temporanei che si erano stabiliti a Isin e successivamente a Larsa; i loro nomi teoforici: Lipit Ishtar, Ur-Ninurta, Rim Sin, Enlil-Bani, erano indice della loro fedeltà agli dèi enliliti. Il loro maggior successo fu la restaurazione del tempio di Nippur a settantadue anni esatti di distanza dall’olocausto – un’altra indicazione della loro lealtà e dell’osservanza del conto del tempo zodiacale.

Quei sovrani non babilonesi discendevano da una famiglia reale di lingua semitica che proveniva da una città-stato chiamata Mari. Quando si guarda la mappa che mostra le nazioni-stato della prima metà del II millennio a.C. appare evidente che gli stati non-mardukiti formavano una formidabile morsa attorno alla Grande Babilonia, a cominciare da Elam e Gutium a sud-est e a est, da Assiria e Hatti a nord e, a ovest, da Mari, come un’ancora a metà corso dell’Eufrate. Di queste città-stato Mari era certamente la più “sumera”, infatti un tempo era stata anche una capitale sumera: la decima nella rotazione fra le principali città di Sumer. Era un antico porto fluviale sull’Eufrate, nonché un importante crocevia per persone, merci e culture fra la Mesopotamia a est, i paesi del Mediterraneo a ovest, e l’Anatolia a nord ovest.

Onori a Ishtar
I testi riportati sui suoi monumenti erano testimoni della più raffinata scrittura sumera, e il suo enorme palazzo era decorato con affreschi murali di squisita fattura, che onoravano Ishtar. (In Spedizioni nell’altro passato ho dedicato un intero capitolo a Mari e alla mia visita alle sue rovine.) I suoi archivi reali, composti da migliaia di tavolette di argilla, rivelavano come la ricchezza di Mari e i suoi legami internazionali con molte altre città-stato furono sfruttati e poi traditi da Babilonia.

Dopo aver approfittato della restaurazione della Mesopotamia meridionale compiuta da parte dei sovrani di Mari, i re di Babilonia – tradendo la pace e senza alcuna apparente provocazione –voltarono faccia. Nel 1760 a.C. Hammurabi di Babilonia attaccò, saccheggiò e distrusse Mari, i suoi templi e i suoi palazzi. Ciò poté accadere – Hammurabi si vantò nei suoi annali – «grazie all’immenso potere di Marduk». Dopo la caduta di Mari, i capitribù dei “paesi del Mare” – le aree paludose di Sumer che confinavano con il Mare Inferiore (Golfo Persico) – condussero delle incursioni a nord e periodicamente assunsero il controllo della città sacra di Nippur.

Ma si trattava di risultati temporanei e Hammurabi era certo che la distruzione di Mari servisse a completare il dominio politico e religioso sull’antica Sumer e Akkad. La dinastia alla quale lui apparteneva, che gli studiosi chiamano Prima Dinastia di Babilonia, ebbe inizio un secolo prima di lui e proseguì per altri due secoli attraverso i suoi discendenti. Storici e teologi concordano sul fatto che nel 1760 a.C. Hammurabi – che si chiamava “Re dei Quattro Quarti” “mise Babilonia sulla cartina del mondo” e lanciò la Religione delle Stelle di Marduk.

Quando venne consolidata la supremazia politica e militare di Babilonia, giunse anche il momento di affermare ed esaltare il suo dominio religioso. Era una città il cui splendore veniva celebrato nella Bibbia e i cui giardini erano considerati una delle meraviglie del mondo antico; una città nel cui recinto sacro vi era l’Esagil, con il tempio-ziggurat al suo centro protetto dalle sue stesse mura, con guardie a difesa delle porte.

La residenza di Marduk
All’interno, lunghi viali servivano per le processioni durante le cerimonie religiose e vi si trovavano anche templi dedicati ad altre divinità (ospiti “forzati” di Marduk). Quando gli archeologi hanno compiuto scavi a Babilonia, hanno trovato non soltanto i resti della città, ma anche “tavole architettoniche” che descrivevano la città e ne facevano una mappa. Pur se molte delle strutture appartengono a periodi successivi, il concetto del centro del recinto sacro, disegnato dall’artista, dà una valida idea della magnifica residenza di Marduk (foto sopra).

Come si addice a una sorta di “Città del Vaticano”, nel recinto sacro viveva un numero impressionante di sacerdoti, ai quali venivano affidati compiti religiosi, cerimoniali, amministrativi, politici, ma anche umili mansioni. La suddivisione di questi compiti si deduce dal modo in cui venivano raggruppati, classificati e indicati i sacerdoti stessi. Alla base della gerarchia c’era il personale di servizio, gli Abalu – “camerieri” – che pulivano il tempio e gli edifici adiacenti, fornivano gli strumenti e gli utensili di cui avevano bisogno gli altri sacerdoti, e fungevano da personale addetto alle provviste e alla casa – tranne che per i filati di lana, che erano di competenza dei sacerdoti Shu’uru.

Sacerdoti particolari, come i Mushshipu e i Mulillu, eseguivano riti di purificazione, ma ci voleva un Mushlahhu per le infestazioni di serpenti. Gli Umannu, i Mastri Artigiani, lavoravano nelle botteghe e creavano oggetti artistici religiosi; le Zabbu erano un gruppo di sacerdotesse e cuoche addette alla preparazione dei pasti. Altre sacerdotesse si occupavano delle lamentazioni ai funerali: le Bakate erano maestre nell’arte del pianto.  E poi c’erano gli Shangu – semplicemente “sacerdoti” – che supervisionavano il funzionamento del tempio, il regolare svolgimento dei rituali; ricevevano le offerte e le amministravano o erano responsabili degli abiti degli dèi, ecc.

Il servizio vero e proprio degli dèi residenti – paragonabile a quello di un maggiordomo – era gestito da un piccolo gruppo d’élite di sacerdoti. C’erano i Ramaqu, che si occupavano dei rituali di purificazione con l’acqua (onorati con il bagno del dio) e i Nisaku che gettavano l’acqua usata. L’unzione del dio con “olio sacro”– una delicata mistura di particolari oli aromatici – era affidata a mani specializzate, a cominciare dall’Abaraku che mescolava gli unguenti, per finire con il Pashishu, che eseguiva l’unzione vera e propria (nel caso di una dèa i sacerdoti erano tutti eunuchi). C’erano poi altri sacerdoti e sacerdotesse, incluso il Sacro Coro – i Nanu che cantavano, i Lallaru, che erano cantanti e musicisti e i Munabu, specializzati nelle lamentazioni.

Ciascun gruppo aveva un Rabu, il capo, il responsabile. Come previsto da Marduk, una volta eretto l’Esagil – il suo tempio ziggurat – la sua funzione principale fu quella di osservare i cieli; e, a dire il vero, la classe più importante dei sacerdoti del tempio era proprio quella di coloro che avevano il compito di osservare i cieli, di tracciare il moto di stelle e pianeti, di prendere nota di fenomeni insoliti (come una congiunzione planetaria o un’eclisse) e di valutare se il cielo inviava segni. In caso affermativo, toccava a loro interpretarli.

I sacerdoti-astronomi, in genere chiamati Mashmashu, includevano diversi specialisti. Un Kalu, ad esempio, si specializzava nell’osservazione della costellazione del Toro. Era compito del Lagaru tenere un dettagliato registro quotidiano delle osservazioni celesti e fornire le informazioni a un gruppo di sacerdoti interpreti. Questi – che rappresentavano il top della gerarchia sacerdotale – includevano gli Ashippu, “specialisti nei segni”, i Mahhu, “che sapevano leggere i segni”e i Baru “oracoli” che “comprendevano i misteri e i segni divini”.

Un sacerdote speciale, lo Zaqiqu aveva il compito di portare la parola del dio al re. Poi, a capo dei sacerdoti-astronomi astrologi c’era l’Urigallu, il Sommo Sacerdote, un uomo santo, un mago, un medico, le cui vesti bianche erano adornate da elaborati orli colorati. La scoperta di circa settanta tavolette che avevano come oggetto una serie continuativa di osservazioni con la spiegazione del loro significato, chiamate Enuma Anu Enlil – in ossequio alle parole di apertura – rivelavano sia la transizione dall’astronomia sumera, sia l’esistenza di formule oracolari che spiegavano il significato di un fenomeno.

La via di Enlil , La via di Ea e La via di Anu
Con il trascorrere del tempo, a questa gerarchia si unì una serie di divinatori, di interpreti dei sogni, di indovini ecc., che, a dire il vero, erano più al servizio del re che non del dio. Le osservazioni celesti persero di importanza al punto di diventare semplici segni astrologici per il re e il paese, predicendo guerra, pace, sconvolgimenti politici, lunga vita o morte, abbondanza o pestilenza, benedizioni divine o collera divina. Tuttavia, in origine, le osservazioni celesti furono solamente di natura astronomica ed erano di primario interesse per il dio Marduk e solo di riflesso per il re e il popolo.

Non era un caso che un Kalu fosse un sacerdote specializzato nell’osservazione della costellazione del Toro di Enlil, alla ricerca di fenomeni infausti, perché l’obiettivo principale dell’Esagil (in qualità di osservatorio) era proprio quello di seguire lo zodiaco nei cieli e di tenere d’occhio il Tempo Celeste. Il fatto che prima dell’olocausto nucleare si verificassero eventi significativi a intervalli regolari di settantadue anni e che continuassero con questo ritmo anche in seguito, ci fa capire che continuò a essere in uso l’orologio zodiacale che, ogni settantadue anni, segnava il ritardo precessionale di un grado.

È evidente da tutti i testi astronomici e astrologici di Babilonia che i suoi sacerdoti astronomi conoscevano la divisione sumera dei cieli in tre Vie, ciascuna delle quali occupava sessanta gradi dell’arco celeste: la Via di Enlil per i cieli settentrionali, la Via di Ea per quelli meridionali e la Via di Anu per la fascia centrale. In quest’ultima erano situate le costellazioni zodiacali ed era lì che “la Terra incontrava il Cielo” all’orizzonte.




Z.SITCHIN

venerdì 10 novembre 2017

LA FINE DI SUMER COME PATRIA

Dovettero trascorrere ancora due secoli prima che si realizzasse in pieno la visione profetica di Marduk su Babilonia. Le scarne prove del periodo successivo alla calamità – alcuni studiosi fanno riferimento al periodo successivo al crollo di Ur come all’Alto Medioevo della Mesopotamia –lasciano ipotizzare che Marduk consentì ad altri dèi (anche ai suoi avversari) di prendersi cura della ripresa e del ripopolamento dei loro antichi centri di culto, ma nutriamo dubbi sul fatto che questi accolsero realmente il suo invito. Si parla di una ripresa a Ur da parte di Ishbi-Erra, ma non vi sono tracce del ritorno a Ur di Nannar/Sine Ningal. 

Si ha notizia della presenza occasionale di Ninurta a Sumer, in particolare con riferimento al suo presidio da parte di truppe di Elam e Gutium, ma non vi è notizia del ritorno – suo o della sua adorata sposa Bau – alla loro amata Lagash. Gli sforzi compiuti da Ishbi Erra e dai suoi successori per ristabilire i centri di culto e i templi culminò – dopo settantadue anni – a Nippur, ma non vi è traccia del fatto che Enlil e Ninlil ripresero la residenza in quel luogo. 

Dove erano andati? Può essere interessante scoprire cosa avesse programmato per loro Marduk. (Nel frattempo Marduk era diventato il Dio Supremo e affermava di avere il diritto di imporre ordini a tutti gli Anunnaki.) Prove testuali e di altra natura che risalgono a quel periodo mostrano che l’ascesa di Marduk alla supremazia non pose fine al politeismo, ossia alla venerazione di più divinità. Al contrario, la sua supremazia si fondava sul politeismo proprio perché, per essere il dio supremo, era necessaria la presenza di altri dèi. 

Marduk, in sostanza, intendeva una forma di politeismo in cui un solo dio dominava sugli altri, costretti ad assoggettarsi al suo controllo; nella parte non danneggiata una tavoletta babilonese riportava la seguente lista di attributi assegnati a Marduk:

Ninurta è
Marduk della
zappa
Marduk
Nergal è dell’attacco
Zababa è
Marduk del
combattimento
Enlil è
Marduk della
signoria e del
consiglio
Sin è
Marduk, colui
che illumina la
notte
Shamash è
Marduk della
giustizia
Adad è
Marduk delle 
piogge.

Gli altri dèi rimasero, e rimasero anche i loro attributi – ma solo quelli che Marduk aveva garantito loro. Lui acconsentì a che continuasse la loro adorazione; il nome del sovrano/amministratore ad interim nel sud, Ishbi/Erra (“Sacerdote di Erra”, ossia di Nergal) è una conferma di questa sua politica tollerante. Ma ciò che Marduk realmente si aspettava, era che gli altri dèi andassero a stare con lui nella Babilonia che lui sognava: divini prigionieri in gabbie dorate.

Nella sua autobiografica Profezia, Marduk indicava chiaramente le sue intenzioni in merito agli altri dèi, avversari inclusi: avrebbero dovuto risiedere vicino a lui, nel recinto sacro di Babilonia. Cita in maniera esplicita i santuari o i padiglioni destinati a Sin e Ningal, dove avrebbero risieduto «insieme ai loro tesori e averi». I testi che descrivono Babilonia mostrano che, in accordo con i desideri di Marduk, nel recinto sacro di Babilonia vi erano anche tempietti-residenza dedicati a Ninmah, Adad, Shamash e persino a Ninurta (e gli scavi archeologici ivi condotti lo confermano).

Hammurabi riceve le leggi da Utu/Shamash


Quando, alla fine, Babilonia – sotto Hammurabi – assurse a potenza imperiale, il suo tempio-ziggurat toccava il cielo; il grande re della profezia sedeva sul suo trono; ma gli altri dèi non si raccolsero nel suo recinto sacro, straripante di sacerdoti. Non vi fu la manifestazione della Nuova Religione. 

Guardando la stele di Hammurabi, sulla quale era inciso il suo codice di leggi, vediamo il re nell’atto di ricevere le leggi proprio da Utu/Shamash: secondo la lista sopracitata, le sue prerogative di dio della Giustizia erano diventate appannaggio di Marduk; e la prefazione iscritta sulla stele invocava Anu ed Enlil – colui al quale Marduk aveva presumibilmente sottratto il titolo di “signoria e consiglio” – come gli dèi ai quali aveva sottratto gli attributi:




Nobile Anu,
Signore degli dèi
colui che dal cielo scese
sulla Terra,
ed Enlil, Signore del Cielo e
della Terra
colui che determina i
destini della regione,
fissarono per Marduk, il
primogenito di Enki, 
le funzioni di Enlil su tutto
il genere umano.


Questi riconoscimenti del continuo potere degli dèi enliliti, a due secoli di distanza dell’inizio dell’era di Marduk, riflettono lo stato oggettivo delle cose. Questi dèi non erano venuti per rinchiudersi nel suo recinto sacro. Lontani da Sumer, alcuni scelsero di stabilirsi insieme ai loro seguaci in terre lontane, nei quattro angoli del mondo; altri rimasero nelle vicinanze, incitando i loro fedeli – vecchi e nuovi – a riprendere il conflitto con Marduk.

Il concetto che Sumer, come patria, non esisteva più è espresso chiaramente nelle istruzioni date ad Abram di Nippur – alla vigilia dell’olocausto nucleare – di “semitizzare” il proprio nome in Abramo (e quello di sua moglie Sarai in Sarah) e di stabilirsi in Canaan. Abramo e sua moglie non erano i soli sumeri ad aver bisogno di un nuovo rifugio. La calamità nucleare innescò migrazioni di una portata sconosciuta fino a quel momento. La prima ondata fu di persone che si allontanavano dalle terre colpite; l’aspetto più significativo e di maggiore durata fu la dispersione dei superstiti di Sumer in terre lontane dal paese stesso. 

Il simbolo della doppia aquila di Ninurta
La successiva ondata di immigranti, invece, fu verso quella terra abbandonata, provenendo, a più riprese, da tutte le direzioni. Qualunque direzione presero questi flussi migratori, i frutti di duemila anni di civiltà sumera furono assorbiti dagli altri popoli. A dire il vero, pur se Sumer come entità fisica venne schiacciata, le conquiste della sua civiltà sono giunte fino a noi: basti pensare al calendario di dodici mesi o guardare l’orologio diviso secondo il sistema sessagesimale sumero (ossia su base sessanta) o guidare un’auto che viaggia su ruote.

La prova di una vasta diaspora sumera – con la sua lingua, la sua scrittura, i suoi simboli, le sue abitudini, la sua conoscenza astronomica, le sue credenze e le sue divinità – assume numerose forme. 


Gilgamesh che lotta a mani nude coi leoni
Oltre ad aspetti più generici, quelli di una religione basata su di un pantheon di divinità venute dal cielo, una gerarchia divina, epiteti per gli dèi che hanno lo stesso significato nelle diverse lingue, una conoscenza astronomica che includeva un pianeta natale degli dèi, uno zodiaco con le sue dodici case, narrazioni della creazione praticamente identiche e ricordi di dèi e semidèi che gli studiosi considerano “miti”, esiste anche una serie di analogie sorprendenti e particolari che non si possono spiegare se non con la presenza stessa di rifugiati sumeri. 

In Europa, ad esempio, abbiamo la diffusione del simbolo della doppia aquila di Ninurta; il fatto che tre lingue europee – ungherese, finlandese e basco – sono simili solo al sumero; nonché la raffigurazione presente in tutto il mondo – persino in Sud America – di Gilgamesh a mani nude che lotta contro due leoni feroci.

Nel Lontano Oriente vi è un’evidente analogia fra la scrittura cuneiforme sumera e i pittogrammi di Cina, Corea e Giappone. L’analogia non è soltanto nella forma: molti pittogrammi, infatti, vengono pronunciati allo stesso modo e hanno lo stesso significato. In Giappone, la civiltà è stata attribuita a un’enigmatica tribù di antenati chiamata AINU. La famiglia dell’imperatore si considera erede di una stirpe di semidèi che discendevano dal dio del Sole e le cerimonie di investitura del nuovo re prevedono che lui trascorra la notte in solitudine con la dea del Sole – una cerimonia rituale che sorprendentemente emula i riti del Matrimonio Sacro dell’antica Sumer, allorché il nuovo re passava una notte con Inanna/Ishtar. 

In quelle che, un tempo, erano le Quattro Regioni, le ondate migratorie di diversi popoli causate dall’olocausto nucleare e dalla nuova era di Marduk nei secoli successivi riempirono le pagine di antichi documenti, registrando la nascita e la caduta di nazioni, stati e città-stato. Nel vuoto lasciato da Sumer si insediarono nuovi popoli giunti da ogni dove; il loro scenario rimase quello che si poteva chiamare con diritto “le Terre della Bibbia”. A dire il vero, fino all’avvento dell’archeologia moderna poco o nulla si sapeva su di loro, tranne che per le citazioni contenute all’interno della Bibbia ebraica; il testo sacro, infatti, forniva non solo un ricordo di questi diversi popoli, ma anche dei loro “dèi nazionali” – e delle guerre combattute in loro nome.

Ma poi gli archeologi hanno riportato alla luce vestigia di popoli come gli Ittiti, di stati come i Mitanni o di capitali reali come Mari, Carchemish o Susa, dei quali fino a quel momento si dubitava l’esistenza. Nelle loro rovine sono stati trovati non soltanto reperti di grandissima importanza, ma anche migliaia di tavolette di argilla che comprovano sia l’esistenza di nazioni e capitali, sia il loro profondo debito nei confronti dell’eredità sumera. 

I “primati” di Sumer in scienza e tecnologia, in letteratura e arte, nel potere sovrano e nel sacerdozio furono le fondamenta delle culture successive. Nell’astronomia vennero assorbiti gli elenchi dei pianeti, i concetti zodiacali, la terminologia sumera e le formule orbitali. La scrittura cuneiforme rimase in uso per più di mille anni. La lingua sumera venne studiata, vennero compilati dizionari e vennero copiate e tradotte le narrazioni epiche di dèi ed eroi. 

E, una volta decifrate le diverse lingue di quelle nazioni, emerse che i loro dèi erano membri del vecchio pantheon Anunnaki. Possiamo dunque ipotizzare che furono gli stessi dèi enliliti ad accompagnare i loro seguaci allorché la conoscenza e le credenze sumere attecchirono in terre distanti? I dati a nostra disposizione non sono chiari. È certo, invece, che nell’arco di due o tre secoli della nuova era, nelle terre ai confini di Babilonia, coloro che avrebbero dovuto essere ospiti-prigionieri di Marduk dettero il via a un nuovo tipo di affiliazione religiosa: le religioni distato.

Marduk poteva anche avere cinquanta nomi divini; ma questo non evitò, da quel momento in poi, che nazioni e uomini si combattessero “in nome di Dio”– ciascuno del proprio dio.






Z.SITCHIN

mercoledì 8 novembre 2017

MARDUK: IL "SIGNORE" NEL CIELO E SULLA TERRA

L’apocalisse nucleare e le sue conseguenze involontarie interruppero bruscamente il dibattito su quale fosse l’esatta era zodiacale; il Tempo Celeste era ora il Tempo di Marduk. Ma il pianeta degli dèi, Nibiru, stava ancora orbitando e scandiva il Tempo Divino: l’attenzione di Marduk si spostò dunque su questo fatto. Come mise in chiaro il suo testo sulla Profezia, lui si auspicava un sacerdote - astronomo che scrutasse i cieli dai gradoni dello ziggurat alla ricerca del “giusto pianeta dell’Esagil”:

I conoscitori dei segni 
premonitori, messi in 
servizio,
ascenderanno poi in mezzo
ad esso;
a sinistra e a destra, su parti
opposte, 
essi staranno 
separatamente.
Il re poi si avvicinerà;
il giusto Kakkabu [la stella
legittima] dell’Esagil
sopra la terra [egli
osserverà].

Era nata una Religione delle Stelle. Il dio – Marduk – divenne egli stesso una stella. Una stella (noi la chiamiamo “pianeta”) divenne “Marduk”. La religione divenne astronomia, l’astronomia divenne religione. In conformità con la nuova Religione delle Stelle, l’Epica della Creazione, l’Enuma Elish, venne revisionata nella versione babilonese, così da garantire a Marduk una dimensione celeste: lui non proveniva soltanto da Nibiru – lui era Nibiru.

Redatta in “babilonese”, un dialetto accadico (la lingua madre semitica), uguagliava Marduk a Nibiru, il pianeta natale degli Anunnaki, e dette il nome “Marduk” alla Grande Stella/Pianeta che era venuta dai recessi dello spazio per vendicare sia l’omologo celeste di Ea, sia quello sulla Terra (vedi foto). 

Fece di “Marduk” il “Signore” nel Cielo e sulla Terra. Il suo Destino – nei cieli, la sua orbita – era il più grande diquello di tutti gli dèi celesti (gli altri pianeti) (vedi foto a lato); per analogia, dunque, era destinato a essere il più grande degli dèi anunnaki sulla Terra.



La creazione della Terra
La nuova versione dell’Epica della Creazione veniva letta in pubblico nella quarta notte dei festeggiamenti per il Nuovo Anno. Attribuiva a Marduk la sconfitta del “mostro” Tiamat nel corso della Battaglia Celeste, la creazione della Terra (foto a lato) e il nuovo assetto del sistema solare (foto di sotto) – tutti risultati che, nella versione originale sumera, erano attribuiti al pianeta Nibiru quale parte di una sofisticata cosmogonia scientifica.

La nuova versione attribuiva a Marduk anche la “creazione” dell’uomo, l’invenzione del calendario e la scelta di Babilonia quale “ombelico del mondo”. Il festeggiamento per il Nuovo Anno – l’evento religioso più importante dell’anno – iniziava il primo giorno del mese di Nissan, che coincideva con l’equinozio di primavera. 

Nuovo assetto del sistema solare
In babilonese si chiamava Akiti e si trasformò in una celebrazione di ben dodici giorni, mentre a Sumer ne durava solo dieci. La festa A.KI.TI (“Sulla Terra porta Vita”) era celebrata seguendo cerimonie complesse e rituali prescritti che (a Sumer) rimettevano in scena la storia di Nibiru e l’arrivo degli Anunnaki sulla Terra, nonché (a Babilonia) la storia di Marduk. 

Includeva episodi tratti dalla Guerra della Piramide, come la sua condanna a morire in una tomba sigillata e la sua “risurrezione” quando ne uscì vivo; il suo esilio per diventare l’Invisibile; e il suo Ritorno vittorioso. Le processioni, l’andirivieni, le apparizioni e le sparizioni, nonché tragedie teatrali presentavano in maniera vivida e visiva al popolo Marduk come un dio sofferente – sofferente sulla Terra ma, alla fine, vittorioso dopo aver ottenuto la supremazia grazie a un omologo celeste. 
(La storia di Gesù di Nazareth nel Nuovo Testamento è talmente simile che un secolo fa studiosi e teologi in Europa hanno discusso se Marduk era il “prototipo diGesù”.) La cerimonia si componeva di due parti. La prima aveva per protagonista un solitario viaggio in barca di Marduk lungo il fiume, fino a una struttura chiamata Bit Akiti (“Casa di Akiti”); l’altra aveva come teatro la stessa città. 

Le barche celesti egizie
È evidente che la parte solitaria simboleggiava il viaggio celeste di Marduk dalla collocazione più esterna del pianeta natale nello spazio fino all’interno del sistema solare – un viaggio in una barca su acque, in conformità con il concetto che lo spazio interplanetario era un primevo “oceano profondo” da attraversare con “barche celesti” (navicelle spaziali) – un concetto rappresentato graficamente nell’arte egizia, dove gli dèi celestierano raffigurati a scorrazzare nei cieli a bordo di “barche celesti”.

Era al vittorioso ritorno di Marduk dal lontano e isolato Bit Akiti che prendevano il via i festeggiamenti popolari. Quelle cerimonie pubbliche e gioiose iniziavano con il saluto a Marduk, sulla banchina, da parte degli altri dèi; il re e i sacerdoti lo accompagnavano in una processione sacra, seguita da folle sempre più numerose. 

Le descrizioni della processione e la sua rotta erano così dettagliate che guidarono gli archeologi negli scavi nell’antica Babilonia. Dai testi redatti sulle tavolette d’argilla e dalla topografia emersa dagli scavi è stato possibile ricostruire l’esistenza di sette stazioni, alle quali la processione sacra faceva altrettante soste per compiere i rituali prescritti. 
Marduk
Le stazioni avevano nomi sia sumeri che accadici e simboleggiavano (a Sumer) i viaggi degli Anunnaki all’interno del sistema solare (da Plutone alla Terra, il settimo pianeta) e (a Babilonia) le “stazioni” nella vita di Marduk : la sua nascita divina nel “Luogo Puro”; come gli erano stati negati il diritto di nascita, il titolo alla supremazia; come era stato condannato a morte; come venne sepolto (vivo nella Grande Piramide); come venne salvato e risorse; come venne bandito e andò in esilio; e come alla fine, anche i grandi dèi, Anu ed Enlil, si inchinarono di fronte al destino e lo proclamarono supremo.

L’Epica sumera della Creazione, in origine, era composta da sei tavolette (analogamente ai sei giorni della Creazione nella Bibbia). Nella Bibbia, il settimo giorno Dio si riposò e ammirò quanto aveva fatto. La revisione babilonese dell’Epica culminava con l’aggiunta di una settima tavoletta interamente dedicata alla glorificazione di Marduk, conferendogli cinquanta nomi – un atto che simboleggiava la sua attribuzione del rango di 50 che, fino a quel momento, era stato appannaggio di Enlil (e alquale sarebbe dovuto succedere Ninurta). 

Cominciando con il suo nome tradizionale MAR.DUK (“Figlio del Luogo Puro”), i nomi – in alternanza sumera e accadica – gli garantivano epiteti che variavano da “Creatore di tutte le cose” a “Signore che dette forma ai Cieli e alla Terra” e altri titoli relativi alla battaglia celeste con Tiamat e alla creazione della Terra e della Luna: “Supremo fra tutti gli dèi”, “Colui che assegna i compiti agli Igigi e agli Anunnaki” e loro comandante: “il dio che mantiene la vita… il dio che resuscita i morti,”  “Signore di tutte le terre”, il dio “le cui decisioni e la cui benevolenza sostengono l’umanità, il popolo che lui ha creato”, “Colui che concede la coltivazione”, che fa sì che le piogge arricchiscano i raccolti, assegna i campi e “raccoglie abbondanza” per gli dèi e per il popolo. 

Alla fine gli venne garantito il nome NIBIRU, “Colui che attraverserà Cielo e Terra”:

Il Kakkabu che brilla nel
cielo …
Colui che attraversa senza
sosta l’Oceano Profondo
Che “Attraversamento”
sia
il suo nome!
Possa tenere il corso delle
stelle nel cielo,
possa essere un buon
pastore per gli dèi, come
fossero sue pecore.

«Con il titolo “Cinquanta” i grandi dèi lo proclamarono; lui il cui nome è “Cinquanta” gli dèi hanno reso supremo», afferma in conclusione il testo. 
Quando veniva completata la lettura delle sette tavolette – lettura che durava tutta la notte – i sacerdoti che celebravano il servizio rituale facevano le seguenti dichiarazioni prescritte:


Che vengano ricordati i
Cinquanta Nomi […]
Che li discutano il saggio e 
l’erudito.
Che il padre li reciti al
proprio figlio,
che ascoltino i pastori e gli
allevatori.
Che esultino in Marduk,
l’Enlil degli dèi,
il suo ordine è fermo, il suo
decreto inalterabile;
nessun dio può cambiare
ciò che pronuncia la sua
bocca. 

Marduk in abiti di lana


Quando Marduk appariva alla vista del popolo, era abbigliato in abiti magnificenti che oscuravano i semplici abiti di lana degli antichi dèi di Sumer e Akkad. Pur se Marduk era un dio invisibile in Egitto, la sua venerazione e la sua accettazione presero rapidamente piede. 

Un inno a Ra-Amon che glorificava il dio con una gamma di nomi, di reminiscenza dei Cinquanta Nomi accadici, lo definiva «Signore degli dèi che lo pongono al centro dell’orizzonte» – un dio celeste – «che aveva fatto tutta la Terra» nonché un dio sulla Terra «che creò l’umanità e gli animali, che creò gli alberida frutto, fece la terra e dette vita al bestiame» – un dio «per il quale si celebra il sesto giorno».

Sono evidenti le analogie tra la Creazione del testo mesopotamico e quella nella Bibbia. Secondo queste espressioni di fede, sulla Terra, in Egitto, Ra/Marduk era un dio invisibile perché la sua dimora principale era altrove; un lungo inno faceva riferimento a Babilonia quale luogo dove gli dèi sono in giubilo per la sua vittoria (tuttavia gli studiosi presumono che il riferimento non sia alla Babilonia mesopotamica, bensì a una città in Egitto con quello stesso nome).

Il simbolo ubiquitario di Nibiru
Nei cieli era “invisibile” perché “distante nel cielo”, perché andava “al di là dell’orizzonte”, nell’alto dei cieli. Il simbolo regnante dell’Egitto – un disco alato – di solito con due serpenti ai lati – viene comunemente spiegato come Disco del Sole perché “Ra era il Sole”; ma in realtà era il simbolo ubiquitario di Nibiru del mondo antico ed era Nibiru a essere diventato una “stella” distante e invisibile.

Codice Hammurabi esposto al Louvre di Parigi
Poiché Ra-Marduk era fisicamente assente dall’Egitto, era in Egitto che la sua Religione delle Stelle si esprimeva nella sua forma più chiara. Lì Aten, la “Stella dei Milioni di Anni” che rappresentava Ra/Marduk nel suo aspetto celeste, divenne l’Invisibile perché era “distante nei cieli”, perché era andata “al di là dell’orizzonte”. Nelle terre degli Enliliti non fu altrettanto facile la transizione alla nuova era di Marduk e alla nuova religione. 

Per prima cosa, la Mesopotamia meridionale e le terre occidentali che erano sulla traiettoria del vento venefico dovettero riprendersi dal suo devastante impatto. La calamità che colpì Sumer non fu tanto –come ricorderete – l’esplosione nucleare in sé, quanto il vento radioattivo che seguì. Le città erano state svuotate dei loro abitanti e degli animali, ma erano fisicamente intatte. Le acque erano avvelenate, ma le inondazioni dei due grandi fiumi vi posero presto rimedio. Il suolo assorbì il veleno radioattivo e ci mise di più a sanarsi; ma col tempo migliorò e fu così possibile tornare ad abitare e a ripopolare lentamente le terre desolate.

Il primo sovrano amministrativo nel devastato sud di cui ci giunge notizia era un ex governatore di Mari, una città a nord-ovest, sul fiume Eufrate. Apprendiamo che «non era di seme sumero»; il suo nome, Ishbi-Erra, era infatti un nome semitico. Stabilì il suo quartier generale nella città di Isin e da lì sorvegliò gli sforzi per far risorgere le altre città, ma il processo era lento, difficile e a volte caotico. 

Hammurabi
I suoi sforzi vennero proseguiti anche da numerosi successori che avevano anche loro nomi semitici, della cosiddetta “Dinastia di Isin”. Impiegarono quasi un secolo per riportare Ur allavita, il centro economico di Sumer, e alla fine Nippur, il cuore religioso tradizionale del paese; ma questo processo sfociò in sfide da parte di altri sovrani locali: Sumer, dunque, rimase frammentata, una nazione piegata.

Anche la stessa Babilonia, pur se fuori dalla traiettoria diretta del Vento del Male, aveva bisogno di un paese rivitalizzato e ripopolato se voleva innalzarsi alle dimensioni e allo status imperiale; per un bel po’ di tempo non riuscì a ottenere la grandezza della profezia di Marduk. Dovette trascorrere più di un secolo fino a quando, nel 1900 a.C. circa, venne instaurata sul suo trono una dinastia formale, che gli studiosi hanno chiamato Prima Dinastia di Babilonia. 

Tuttavia ci volle ancora un altro secolo prima che salisse al trono un re che dette a Babilonia lo splendore profetizzato; il suo nome era Hammurabi, passato alla storia per il codice di leggi da lui promulgato – leggi incise su di una stele di pietra, riportata alla luce dagli archeologi (ora esposta al Louvre di Parigi).





Z.SITCHIN