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domenica 1 ottobre 2017

GERUSALEMME: UN CALICE SVANITO NEL NULLA

Nel XXI secolo a.C., quando vennero usate per la prima volta le armi nucleari sulla Terra, Abramo venne benedetto con pane e vino in nome del Signore Altissimo a Ur-Shalem, – e proclamò la prima
religione monoteista dell’umanità. Ventun secoli dopo, un discendente di Abramo celebrò una cena speciale a Gerusalemme e portò sulle spalle una croce – simbolo di un determinato pianeta – fino al luogo della propria esecuzione, dando vita a un’altra religione monoteista. Molte sono ancora le domande che lo riguardano: chi era realmente? Cosa ci faceva a Gerusalemme? Venne ordita una trama contro di lui, o la ordì lui stesso contro di sé? E cosa era quel calice che ha dato origine alle leggende sul “Santo Graal” (e alle relative ricerche)?

Durante la sua ultima sera da uomo libero,celebrò insieme ai suoi dodici apostoli il pasto
cerimoniale della Pasqua ebraica (Seder in ebraico),con vino e pane azzimo; la scena è stata immortalata dai più grandi pittori di arte religiosa. L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci è la più celebre in assoluto. Leonardo era famoso per le sue conoscenze scientifiche e per il suo acume teologico: è stato ampiamente dibattuto e analizzato ciò che mostra il suo quadro,con il solo risultato di infittire ancor più l’enigma. La chiave per svelare i misteri, come vedremo, è proprio in ciò che il
dipinto non mostra; è proprio ciò che manca,infatti, a contenere le risposte agli enigmi della saga di Dio e dell’Uomo sulla Terra, e al desiderio di Tempi Messianici. Passato, presente e futuro
convergono nei due eventi, che sono separati da ventuno secoli. Entrambi hanno come teatro
Gerusalemme e, grazie alla tempistica, sono legati dalle profezie bibliche relative alla Fine dei
Giorni.



Per comprendere cosa accadde ventuno secoli fa dobbiamo voltare all’indietro le pagine della
storia fino a ritrovare Alessandro Magno, che si considerava figlio di un dio ma che, nonostante ciò,
morì a Babilonia a soli trentadue anni. Mentre era ancora in vita, controllava i suoi generali attraverso
una serie di favoritismi,punizioni e anche facendo ricorso a morti “premature” (alcuni sostengono che lo stesso Alessandro fu avvelenato). Alla sua morte vennero uccisi anche suo figlio, di appena quattro anni, e il suo tutore, fratello di Alessandro; i generali in lotta e i comandanti regionali si spartirono le
più importanti terre conquistate: Tolomeo e i suoi successori, di stanza in Egitto, si impossessarono dei domini africani di Alessandro; Seleuco e i suoi successori governarono Siria,Anatolia,
Mesopotamia e le lontane terre asiatiche; la contestata Giudea (con Gerusalemme) venne annessa al regno di Tolomeo. I Tolomei, dopo essere riusciti a far seppellire il corpo di Alessandro in Egitto, si considerarono i suoi eredi e proseguirono nell’atteggiamento tollerante nei confronti delle altre religioni. Crearono la famosa Biblioteca di Alessandria e affidarono a un sacerdote egizio, Manetone, il compito di scrivere la storia dinastica dell’Egitto e la preistoria divina per i Greci (l’archeologia ha
confermato quanto affermava Manetone). Ciò convinse i Tolomei che la loro civiltà era l’erede di
quella egizia e, perciò, si consideravano a pieno titolo successori dei faraoni.



I sapienti greci mostrarono particolare interesse nella religione e negli scritti degli Ebrei, al punto che i Tolomei commissionarono la traduzione in greco della Bibbia ebraica (traduzione nota come la Septuagint) e consentirono agli Ebrei piena libertà di religione in Giudea, nonché nelle loro comunità, sempre più numerose, in Egitto. Come i Tolomei, anche i Seleucidi potevano contare su di un ex
sacerdote di Marduk,Beroso, al quale venne affidato il compito di compilare per loro la storia
e la preistoria dell’umanità e dei suoi dèi, secondo la tradizione mesopotamica. In una forzatura della
storia, compì delle ricerche e scrisse una serie di tavolette cuneiformi nei pressi di Haran. È grazie ai
suoi primi tre libri (che conosciamo solo per frammenti riportati negli scritti di altri autori
dell’antichità) che il mondo occidentale, la Grecia prima e Roma poi,apprese degli Anunnaki e della loro venuta sulla Terra, dell’era antecedente al Diluvio, della creazione dell’uomo, del Diluvio
stesso e di tutto ciò che seguì. Quindi fu da Beroso (come confermato in seguito dalla scoperta e
dalla decifrazione delle tavolette cuneiformi) che si venne a sapere che il “sar” di 3.600 anni era in realtà “l’anno” degli dèi. Nel 200 a.C. i Seleucidi attraversarono i confini tolemaici e catturarono la
Giudea. Come in altri casi,gli storici hanno cercato ragioni geopolitiche ed economiche per
giustificare questa guerra,ignorandone gli aspetti religioso-messianici. Fu nel rapporto sul Diluvio che Beroso raccontò che Ea/Enki aveva dato istruzione a Ziusudra (il “Noè” sumero) di «nascondere ogni scritto che si trovasse in Sippar, la città di Shamash» affinché si potesse recuperare dopo il Diluvio stesso, perché quegli scritti «riguardavano gli inizi, i periodi intermedi e le fini».

Secondo Beroso, il mondo è soggetto a cataclismi periodici, e li metteva in relazione alle ere
zodiacali: la sua era iniziata 1920 anni prima dell’era Seleucide (312 a.C.); ciò avrebbe collocato l’Era dell’Ariete nel 2232 a.C. – un’era destinata ad arrivare presto alla fine, pur se veniva garantita tutta la sua lunghezza matematica (2232-2160 a.C.). I documenti a nostra disposizione fanno capire
che i re seleucidi, abbinando questi calcoli al “Mancato Ritorno”, furono colti dal bisogno di
aspettarne uno e di compiere i relativi preparativi. Ebbe così inizio un frenetico restauro e ripristino dei templi in rovina di Sumer e Akkad; particolare attenzione venne posta all’E.ANNA – la “Casa di Anu” – a Uruk. Il Luogo dell’Atterraggio, che loro chiamavano Eliopoli – Città del dio Sole – venne dedicata a un altro dio, Zeus, al quale eressero un tempio. Dobbiamo quindi concludere che la vera
motivazione della guerra per catturare la Giudea nasceva dall’urgenza di preparare per il Ritorno il
sito legato allo spazio a Gerusalemme. Era il modo dei Seleucidi e dei Greci di prepararsi al ritorno degli dèi.

A differenza dei Tolomei, i sovrani seleucidi erano ben determinati a imporre la cultura e la religione
ellenica nei loro domini. Il cambiamento fu decisamente d’impatto a Gerusalemme, dove
all’improvviso vennero messe di stanza truppe straniere e venne messa in discussione l’autorità dei
sacerdoti del tempio. La cultura e le abitudini elleniche vennero introdotte con la forza;persino i nomi dovettero essere cambiati, a cominciare dal sommo sacerdote, che fu costretto a trasformare il proprio
nome da Giosuè a Giasone. Leggi civili restringevano la cittadinanza ebraica a Gerusalemme; vennero elevate tasse per finanziare l’insegnamento dell’atletica e della lotta, non più della Torah; e nelle campagne vennero eretti tempietti dedicati alle divinità greche; i soldati costringevano la
popolazione al nuovo culto. Nel 169 a.C. giunse a Gerusalemme il re seleucide Antioco IV Epifane. Non si trattò di una visita di cortesia. Violando la santità del tempio, entrò nel Sancta Sanctorum. Su suo ordine,vennero confiscati tutti gli oggetti rituali in oro, la città venne affidata a un governatore greco e accanto al Tempio venne costruita una fortezza per ospitare una guarnigione permanente di soldati stranieri. Rientrato nella sua capitale assira, Antioco IV emise un proclama che imponeva la venerazione degli dèi greci in tutto il regno; in Giudea, proibiva specificatamente l’osservanza del Sabbath e la circoncisione.

In accordo con il decreto, il tempio di Gerusalemme sarebbe dovuto diventare il Tempio di Zeus; e nel 167 a.C., nel 25° giorno del mese ebraico di Kislev – equivalente al nostro 25 dicembre – i soldati greco-siriani posero nel tempio un idolo, una statua che rappresentava Zeus, “Il Signore del Cielo”; venne trasformato anche il grande altare, utilizzato per fare sacrifici a Zeus. Il sacrilegio non avrebbe
potuto essere maggiore. L’inevitabile sommossa ebraica, iniziata e capeggiata da un sacerdote di nome Mattatia e dai suoi cinque figli, è nota come la rivolta maccabea o asmonea. Iniziata in
campagna, la rivolta ebbe presto la meglio sui soldati greci di stanza. Quando giunsero i rinforzi, la
rivolta divampò in tutto il paese; anche se i Maccabei erano inferiori di numero e avevano minori armi, erano mossi da uno zelo religioso che li rendeva estremamente agguerriti e feroci. Questi eventi, descritti nel Libro dei Maccabei (e da storici di periodi successivi), non lasciano dubbi sul fatto che la battaglia di un manipolo di uomini contro un regno potente fu guidata da un certa pressione temporale: era imperativo, infatti,riprendere il controllo di Gerusalemme, purificare il
tempio e dedicarlo nuovamente a Yahweh entro una determinata data.

Nel 164 a.C. i Maccabei riuscirono a riconquistare solo il Monte del Tempio: in quell’anno,
purificarono il tempio e riaccesero la sacra fiamma; nel 160 a.C. ci fu la vittoria finale, che portava al pieno controllo di Gerusalemme e alla restaurazione dell’indipendenza ebraica. Gli Ebrei celebrano ancora quella vittoria e la riconsacrazione del tempio in occasione dell’Hanukkah (“Riconsacrazione”), nel venticinquesimo giorno del Kislev. La sequenza e le date di questi eventi sembravano essere legate alle profezie relative alla Fine dei Giorni. Di quelle profezie,quelle
che offrivano specifici indizi numerici relativi agli eventi finali, alla Fine dei Giorni, erano state rivelate a Daniele dagli angeli. Ma manca chiarezza sul motivo per cui i conti erano stati espressi in
maniera enigmatica, usando come unità di misura “tempo”,“settimane”, e anche “giorni”. Forse è solo in relazione a questa ultima unità che riusciamo a capire quando inizia il conto, così da poter
comprendere anche quando finirà. In questo caso, il conto sarebbe iniziato a partire dal giorno in cui nel tempio di Gerusalemme «sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l’abominio della
desolazione»; abbiamo potuto determinare quindi che questo abominio si verificò nel 167 a.C.
Tenendo in mente la sequenza degli eventi, il conto dei giorni rivelato a Daniele doveva applicarsi a
eventi specifici legati al tempio: la sua contaminazione nel 167 a.C. («sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l’abominio della desolazione»), la sua purificazione nel 164 a.C.(dopo
«milleduecentonovanta giorni») e la liberazione totale di Gerusalemme nel 160 a.C. («beato chi
aspetterà con pazienza e giungerà a milletrecentotrentacinque giorni»).

I numeri dei giorni – 1.290 e 1.335 – in sostanza si accordano con gli eventi al tempio. Stando alle profezie contenute nel Libro di Daniele, quindi, fu allora che l’orologio della Fine dei Giorni iniziò il suo conto alla rovescia. Nel 160 a.C. l’imperativo di ricatturare tutta la città e di eliminare i soldati stranieri non circoncisi dal Monte del Tempio è la chiave per comprendere un altro indizio. Mentre noi abbiamo usato come riferimento il conto degli anni in “avanti Cristo” e “dopo Cristo”, quei popoli non potevano usare un conto che si basava sul futuro calendario cristiano. Il calendario ebraico era il calendario che ebbe inizio a Nippur nel 3760 a.C. – e stando a quel calendario, ciò che noi chiamiamo il 160 a.C. era esattamente il 3600! Quello era un SAR, ossia il periodo orbitale
(originario) ,di Nippur. E anche se Nibiru era ricomparso quattrocento anni prima, l’arrivo dell’anno SAR – 3600 – il completamento di un Anno Divino – era di inevitabile importanza. Per coloro i
quali le profezie bibliche del ritorno del Kavod di Yahweh al Suo Monte del Tempio erano chiaramente annunci divini, l’anno che noi definiamo il “160 a.C.”era un momento di verità:
indipendentemente da dove si trovava il pianeta,Dio aveva promesso il Ritorno al Suo Tempio e il
tempio doveva essere purificato e preparato per quell’evento.

Il Libro dei Giubilei, un libro extrabiblico, che si presume sia stato scritto in ebraico a Gerusalemme
negli anni che seguirono la rivolta dei Maccabei attesta che in quei tempi turbolenti non era caduto
in disuso il calendario di Nippur/ebraico. Ripete infatti la storia del popolo ebraico dal tempo
dell’Esodo, usando come unità di tempo i Giubilei – l’unità di 50 anni che aveva stabilito Yahweh sul
Monte Sinai; creava anche un conto storico calendarico consecutivo che da allora è diventato noto come Anno Mundi – “Anno del Mondo” in latino –, che inizia nel 3760 a.C. Gli studiosi (come il rev. R.H. Charles nella sua traduzione in inglese del libro) convertirono questi “giubileo degli anni” e le
loro “settimane” a un conto in Anno Mundi. Che questo calendario venisse usato non solo in tutto l’Antico Vicino Oriente, ma che determinasse anche il tempo in cui avrebbero dovuto verificarsi gli
eventi.


I centocinquanta anni intercorsi fra la liberazione di Gerusalemme per mano dei Maccabei e gli
avvenimenti legati a Gesù sono stati fra i più turbolenti della storia del mondo antico e, in
particolare, del popolo ebraico. Quel periodo cruciale, i cui effetti si ripercuotono ancora oggi su di noi,iniziarono con comprensibile giubilo. Per la prima volta nel corso dei secoli gli Ebrei erano di
nuovo completamente padroni della loro capitale sacra e del Sacro Tempio,liberi di nominare i propri
re e i propri sommi sacerdoti. Pur se proseguivano i combattimenti ai confini,quegli stessi confini si
estendevano fino a comprendere buona parte del vecchio regno (unito)del tempo di Davide. La
creazione di uno stato ebraico indipendente, con Gerusalemme come capitale, sotto gli Asmonei,
fu sotto tutti i punti di vista un evento trionfale. Non fece ritorno il Kavod di Yahweh, atteso alla Fine dei Giorni, anche se sembrava corretto il conto dei giorni a partire dagli abomini. Il tempo del
compimento non era ancora arrivato; divenne altresì chiaro che dovevano ancora essere decifrati gli
enigmi rappresentati dagli altri conti di Daniele, degli “anni” e delle “settimane” e del «tempo, tempi e la metà di un tempo». Gli indizi erano da scovare nelle profezie presenti nel Libro di Daniele che parlava dell’ascesa e della caduta di futuri regni dopo Babilonia, Persia ed Egitto – regni chiamati in maniera criptica «del mezzogiorno», «del settentrione» – o delle navi dei “Kittim”; e di regni che si sarebbero staccati da questi e combattuti l’un l’altro, avrebbero «piantato tabernacoli di palazzi fra i mari» – tutte entità future che erano rappresentate anche in maniera ermetica da diversi animali (un ariete, una capra, un leone ecc.), i cui cuccioli, chiamati “corna”, si sarebbero divisi ancora e si sarebbero combattuti l’un l’altro.

Chi erano quelle nazioni future, e quali guerre erano state previste? Anche il profeta Ezechiele parlò di grandi battaglie che sarebbero infuriate fra il Nord e il Sud, fra un Gog non meglio identificato e un Magog che gli si opponeva;e le persone si chiedevano se erano già comparsi sulla scena i regni vaticinati: la Grecia di Alessandro, i Seleucidi, i Tolomei. Erano loro i soggetti delle profezie, o erano altri che sarebbero comparsi sulla scena in un futuro ancora più remoto? A livello teologico
regnava la confusione: il Kavod che si attendeva al tempio di Gerusalemme era un oggetto materiale?
Era da intendere in questi termini la profezia? Oppure questa Venuta era solo di natura simbolica,
effimera, una presenza spirituale? Cosa si chiedeva al popolo? Oppure si sarebbe verificato
comunque ciò che era destinato,indipendentemente da tutto?

La leadership ebraica si divideva tra i Farisei, che praticavano una religione più rigorosa,interpretata alla lettera, e i Sadducei, più liberali, con una mentalità più aperta, più internazionale, che
riconoscevano l’importanza di una diaspora ebraica già diffusasi da Egitto e Anatolia alla
Mesopotamia. Oltre a queste due correnti principali, sorsero anche sette più piccole, a volte
organizzate in comunità; la più famosa è quella degli Esseni (ricordate i Rotoli del Mar Morto), che
vissero in isolamento a Qumran. Nei vari tentativi di decifrare le profezie,dobbiamo inserire una
nuova potenza emergente:Roma. Dopo aver vintoripetute guerre contro i Fenici e i Greci, i Romani
controllarono il Mediterraneo e iniziarono a essere coinvolti negli affari dell’Egitto tolemaico
e del Levante seleucide (inclusa la Giudea). Eserciti seguirono i delegati imperiali; nel 60 a.C. i Romani sotto Pompeo occuparono Gerusalemme. In precedenza, lungo la stessa rotta, Alessandro aveva compiuto una deviazione a Eliopoli (ossia Baalbek) e aveva offerto sacrifici a Giove; in seguito venne costruito proprio in quel luogo – sopra colossali blocchi di pietra – il più grande tempio dell’impero romano dedicato a Giove.

Schema planimetrico del santuario di Giove e del tempio di Bacco (A: tempio di Giove; B: tempio di Bacco; C: Cortile esagonale; D: Grande Cortile)


Un’iscrizione commemorativa trovata in quel sito indica che l’imperatore Nerone visitò il luogo nel 60 d.C., il che ci fa capire che a quell’epoca il tempio romano era già stato eretto. I disordini di natura
religiosa e civile di quei giorni trovarono espressione nella proliferazione di scritti storico-profetici, come il Libro dei Giubilei, il Libro di Enoch, i Testamenti dei Dodici Patriarchi e l’Assunzione di Mosè (più diversi altri, tutti conosciuti con il nome collettivo di Apocrifi e di Pseudoepigrafi). Tutti
concordavano sulla ciclicità della storia, sul fatto che tutto è già stato predetto, che la Fine dei
Giorni – un periodo di confusione e di rivolte – segnerà non solo la fine di un ciclo storico, ma anche
l’inizio di uno nuovo, e che il “periodo di transizione” si manifesterà con l’arrivo di un “Consacrato” – Mashi’ach in ebraico (tradotto Chrystos in greco e, quindi, Messiah o Christ in inglese – Messia e Cristo in italiano). L’azione di benedire con olio sacerdotale un nuovo re era un’usanzamnota nel Mondo Antico, almeno sin dai tempi di Sargon. Sin dai tempi più antichi la Bibbia lo riconosceva quale atto di consacrazione a Dio, ma l’esempio più memorabile che ci narra è quando il sacerdote Samuele, custode dell’Arca dell’Alleanza, chiamò Davide, figlio di Iesse, e lo proclamò re per
grazia divina:

"Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi. (I Samuele 16, 13)"

Studiando ogni profezia e ogni frase profetica, il fedele a Gerusalemme trovava ripetuti riferimenti
a Davide, consacrato dal Signore, e a una promessa divina che sarà attraverso il “suo seme” (ossia
attraverso un discendente della Casa di Davide) che verrà stabilito nuovamente il suo trono a
Gerusalemme nei giorni che verranno. I futuri re della Casa di Davide siederanno a Gerusalemme
sul “trono di Davide”; e quando ciò accadrà, i re e i principi della Terra giungeranno a frotte a
Gerusalemme per chiedere giustizia, pace e udire la parola di Dio. Questa, aveva detto Dio, è “una
promessa eterna”, l’alleanza di Dio “per tutte le generazioni”. L’universalità di questo voto è confermata in Isaia 16, 5 e 22, 22; Geremia 17, 25; 23, 5; 30, 3; Amos 9, 11;Abacuc 3, 13; Zaccaria 12,8; Salmi 18, 50; 89, 4; 132,10; 132, 17 ecc.

Sono parole forti, inconfondibili nella loro alleanza messianica con la Casa di Davide, tuttavia sono anche piene di sfaccettature esplosive, che in pratica dettarono il corso degli eventi a Gerusalemme. Collegate a ciò c’erano anche le vicissitudini del profeta Elia.Elia, soprannominato il Tisbita dal nome della sua città natale nel distretto di Galaad, era un profeta biblico, che viveva e operava nel regno di Israele (dopo la divisione dalla Giudea) nel IX secolo a.C., durante il regno del re Acab e della sua sposa cananea, la regina Gezebele. Fedele al suo nome ebraico, Eli-Yahu –“Yahweh è il mio Dio” – era in costante conflitto con i sacerdoti e con i “portavoce” del dio Baal cananeo (“il Signore”), del quale Gezebele promuoveva il culto. Dopo un periodo di isolamento in un luogo nei pressi del Giordano, dove gli venne ordinato di diventare “Uomo di Dio”, gli venne dato un “mantello” con poteri magici, e fu in grado di compiere miracoli in nome di Dio. Il primo miracolo di cui ci giunge notizia (I Re, capitolo 17) fu quando non fece mai esaurire un pugno di farina e un po’ di olio, gli unici alimenti rimasti a una povera vedova. In seguitonfece risorgere il figlio di lei,morto di malattia. Nel corso di un confronto con i profeti del dio Baal sul Monte Carmel, riuscì a far cadere un fuoco dal cielo. Fu l’unico caso, citato nella Bibbia, di un israelita che ritornava sul Sinai dai
tempi dell’Esodo: anche quando fuggì per mettersiin salvo dalla collera di Gezebele e dei sacerdoti di
Baal, un Angelo del Signore lo fece rifugiare in una grotta sul Sinai.

Di lui le scritture dicono che non morì, perché venne condotto in cielo a bordo di un turbine di vento per essere con Dio. La sua ascesa, così come è descritta con dovizia di particolari in 2 Re, capitolo 2, non fu un evento né improvviso, né inatteso; al contrario era stato programmato e organizzato in precedenza, tant’è che gli furono comunicati in anticipo il luogo e il tempo. La località designata si
trovava nella Valle del Giordano, sulla riva orientale del fiume. Quando fu il momento di recarvisi, lo
accompagnarono i suoi discepoli, con in testa Eliseo. Fece una sosta a Galgala (dove Giosuè compiva miracoli per grazia del Signore). Lì cercò di lasciare indietro i suoi compagni, ma loro proseguirono con lui fino a Betel; pur avendo chiesto loro di restare dove erano e di lasciarlo attraversare il fiume da solo, essi rimasero con lui fino all’ultimo, fino a Gerico, continuando a chiedere a Eliseo se era «vero che il Signore [oggi] avrebbe condotto Elia al cielo». Sulle rive del Giordano, Elia arrotolò il suo mantello miracoloso e percosse le acque, che si divisero, consentendogli di attraversare il fiume.
Gli altri discepoli rimasero lì dov’erano, ma Eliseo insistette per accompagnarlo, e attraversò insieme a lui. Mentre camminavano conversando,ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo. Eliseo guardava e gridava: «Padre mio, padre mio,cocchio d’Israele e suo cocchiere». E non lo vide più. (2 Re 2,11-12)

Scavi archeologici condotti a Tell Ghassul (“Bocca del Profeta”), un sito in Giordania, che
corrisponde alle descrizioni geografiche della narrazione biblica, hanno riportato alla luce dipinti murali che raffiguravano i “turbini di vento”, mostrati nella. È l’unico sito scavato sotto l’egida del Vaticano. (La mia ricerca relativa ai reperti, con la visita ai musei archeologici in Israele e in Giordania, al sito in Giordania e, infine,al Pontificio Istituto Biblico dei Gesuiti a Gerusalemme.
La tradizione ebraica sostiene che Elia, trasfigurato, un giorno tornerà quale messaggero per la redenzione finale del popolo di Israele, un araldo del Messia. La tradizione era già stata riportata nel V secolo a.C. dal profeta Malachia – l’ultimo dei profeti della Bibbia. Poiché la tradizione sosteneva che la grotta del Monte Sinai dove l’angelo condusse Elia era la stessa in cui Dio si era rivelato a Mosè, ci si aspettava che Elia ricomparisse all’inizio della festa della Pasqua ebraica,quando si commemora l’Esodo. A tutt’oggi, il Seder, la cena cerimoniale che dà il via alla festività della Pasqua, che dura sette giorni, richiede che si metta sul tavolo una coppa di vino per Elia, da
sorseggiare al suo arrivo; la porta è aperta per consentirgli di entrare e si recita un inno che esprime
la speranza che ben presto lui annuncerà il “Messia, il figlio di Davide”. (I bambini di tradizione
cristiana credono che Babbo Natale scivoli giù dal camino e porti loro i doni, mentre i bambini di
tradizione ebraica sanno che, pur se non visto, Elia è entrato, e ha bevuto un sorso di vino.) La
tradizione vuole che “la Coppa di Elia” sia stata abbellita e impreziosita fino a diventare un calice
di squisita fattura artistica, un calice che viene usato solo ed esclusivamente alla cena pasquale per il rituale di Elia.



L’ultima cena di Gesù era appunto questa cena pasquale, così ricca di tradizione. Pur mantenendo
l’impressione di scegliere il proprio sommo sacerdote e re, la Giudea divenne a tutti gli effetti una colonia romana, governata prima dai quartier generali in Siria, poi dai governatori locali. Il
governatore locale, chiamato procuratore, si assicurò che gli Ebrei scegliessero un Ethnarch (“Capo del Consiglio ebraico),affinché fungesse da Sommo Sacerdote del tempio, e inizialmente anche un “Re degli Ebrei” (non Re di Giudea, in quanto paese), una persona gradita a Roma. Dal 36 al 4 a.C. il re fu Erode, discendente degli Edomiti convertitosi al giudaismo, scelto da due generali romani (legati al nome di Cleopatra): Marco Antonio e Ottaviano. Erode lasciò un’eredità di strutture monumentali,inclusi anche l’ampliamento del Monte del Tempio e la fortezza di Masada, sul Mar Morto;obbedì anche ai desideri del governatore diventando di fatto vassallo di Roma. Fu in una Gerusalemme ampliata e abbellita da costruzioni asmonee ed erodiache – straripante di pellegrini in occasione della Pasqua – che,secondo le datazioni accettate oggi, nel 33 a.C. fece il suo ingresso Gesù di Nazareth. In quel periodo gli Ebrei potevano avere solo autorità religiosa, un consiglio di settanta anziani chiamati i Sanhedrin; non c’era più un re ebraico; il paese, che non era più uno stato
ebraico, bensì una provincia romana, era governato da Ponzio Pilato, arroccato nella Cittadella Antonia che si trovava accanto al tempio. Crescevano intanto le tensioni fra il popolo ebraico e i Romani, padroni della terra, e sfociarono in una serie di rivolte sanguinose a Gerusalemme.

Ponzio Pilato, arrivato a Gerusalemme nel 26 d.C.,non fece altro che peggiorare le cose portando in città dei legionari con le loro insegne montate su aste e monete che recavano incise le immagini vietate nel tempio; gli Ebrei che facevano resistenza venivano impietosamente condannati alla
crocifissione ed erano talmente numerosi che il luogo dell’esecuzione venne ribattezzato Golgota:
“luogo dei teschi”. Gesù era già stato a Gerusalemme: «I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero» (Luca 2, 41- 43). Quando Gesù vi arrivò questa volta (con i suoi discepoli), la situazione non era certamente quella che ci si aspettava, di sicuro non quella promessa dalle profezie. Gli Ebrei devoti – come lo era certamente Gesù, – erano attaccati all’idea della redenzione, della salvezza da parte di un Messia, e il concetto di fondo era il legame speciale ed eterno fra Dio e la Casa di Davide. Era espresso in maniera particolarmente enfatica nel Salmo 89 (20-38) in cui Yahweh, parlando in visione ai suoi fedeli, disse: Ho innalzato un eletto tra il mio popolo. Ho trovato Davide, mio servo,con il mio santo olio l’ho consacrato ...Egli mi invocherà:

"Tu sei mio padre,mio Dio e roccia della mia salvezza. Io lo costituirò mio primogenito,il più alto tra i re della terra. Gli conserverò sempre la mia grazia,la mia alleanza gli sarà fedele. Non violerò la mia alleanza,non muterò la mia promessa. In eterno durerà la sua discendenza,il suo trono davanti a me quanto i Giorni del Cielo."

Il riferimento ai “Giorni del Cielo” non era forse un indizio, un collegamento fra la venuta di un
Salvatore e la vaticinata Fine dei Giorni? Non era il momento di vedere il compimento delle profezie?

E così fu che Gesù di Nazareth, ora a Gerusalemme con i suoi dodici discepoli, decise di prendere in mano le cose:se la salvezza richiede un Consacrato della Casa di Davide, lui, Gesù, sarebbe stato quel Consacrato! Il suo nome ebraico – Yehu-shuah (Giosuè) – significava salvatore di Yahweh; ed era anche della Casa di Davide, così come richiedeva la tradizione per il Messia, “il Consacrato”. I
primi versi del Nuovo Testamento, nel Vangelo secondo Matteo, recitano: «Genealogia di Gesù Cristo,figlio di Davide, figlio di Abramo». 

Poi, lì e in altri punti del Nuovo Testamento, viene data la genealogia di Gesù attraverso le
generazioni: quattordici generazioni da Abramo a Davide; quattordici generazioni da Davide all’esilio di Babilonia; e quattordici generazioni fino a Gesù. Le nostre fonti per gli eventi che seguirono sono i Vangeli e gli altri libri del Nuovo Testamento. Sappiamo che le “testimonianze oculari” vennero scritte molto tempo dopo gli eventi;sappiamo che la versione codificata è il risultato di scelte operate durante una convocazione indetta dall’imperatore romano Costantino tre secoli dopo;sappiamo che i manoscritti “gnostici” come i documenti di Nag Hammadi o i Vangeli di Giuda danno versioni diverse che la Chiesa aveva buoni motivi per sopprimere; sappiamo anche – è un fatto
accertato – che all’inizio esisteva una Chiesa di Gerusalemme guidata dal fratello di Gesù, solo ed
esclusivamente per i fedeli ebrei, che fu assorbita,sostituita e infine eliminata dalla Chiesa di Roma, che si rivolgeva ai Gentili. Tuttavia noi seguiremo la versione “ufficiale” perché lega gli eventi della vita di Gesù a Gerusalemme ai precedenti secoli e millenni. Per prima cosa dobbiamo eliminare
qualsiasi dubbio – qualora esista – sulla presenza di Gesù a Gerusalemme nei giorni della Pasqua e che “l’Ultima Cena” fu, in realtà, un Seder. Matteo 26,2, Marco 14, 1 e Luca 22, 1 riferiscono le parole che pronuncia Gesù ai suoi discepoli al loro arrivo a Gerusalemme: «Voi sapete che fra due giorni è Pasqua»; «Mancavano intanto due giorni alla Pasqua»; «Si avvicinava la festa degli Azzimi,chiamata Pasqua».

I tre vangeli, negli stessi capitoli, affermano che Gesù disse ai suoi discepoli di recarsi in una certa
abitazione, dove sarebbero stati in grado di celebrare la cena di Pasqua che dava il via alla festa.
L’altro elemento da tenere in considerazione è Elia, l’araldo del Messia (Luca 1, 17 ha persino citato alcuni versetti importanti del libro del profeta Malachia). Secondo i Vangeli, le persone che udirono dei miracoli compiuti da Gesù – miracoli che erano così simili a quelli compiuti dal profeta Elia – si chiedevano se Gesù fosse in realtà Elia. Senza negare,Gesù sfidò i suoi discepoli
più fidati: «E voi chi dite che io sia?». E Pietro rispose: «Tu sei il Cristo» (Marco 8, 28-29). Se è così, dove era allora Elia, che doveva comparire per primo? Gesù rispose che Elia era già venuto. E lo interrogarono:«Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?» Ed egli rispose:«Sì, prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa ...Orbene, io vi dico che Elia è già venuto. (Marco 9, 11-13)

Si trattava di un’affermazione forte. Infatti, se Elia era ritornato sulla Terra, («è già venuto»),
soddisfacendo i prerequisiti per la venuta del Messia, allora doveva presentarsi al Seder e bere
dalla coppa di vino! Come richiedevano le tradizioni, la Coppa di Elia, colma di vino, era stata posta sul tavolo dove Gesù e i suoi discepoli avrebbero celabrato il Seder. La cena cerimoniale è descritta in Marco,capitolo 14. Celebrando la cena, Gesù prese il pane azzimo (ora chiamato Matzoh) e lo benedisse, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli. «Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti» (Marco 14, 23).

Quindi, senza dubbio, la Coppa di Elia era lì,tuttavia Da Vinci scelse di non raffigurarla. In questo
dipinto dell’Ultima Cena,che si basava sui passaggi del Nuovo Testamento,Gesù non tiene in mano la
coppa e questa non è nemmeno posata sul tavolo. Vi è invece un inspiegabile vuoto alla destra di Gesù e il discepolo alla sua destra si sta scostando come per permettere a una persona invisibile di inserirsi fra di loro. Da Vinci, esperto teologo, implicava forse che Elia – invisibile – era entrato attraverso le finestre aperte, alle spalle di Gesù, e aveva portato via la sua coppa? Il dipinto suggerisce forse il ritorno di Elia? Era arrivato l’araldo che avrebbe preceduto il Re Consacrato
della Casa di Davide?




Questa ipotesi è confermata dall’episodio in cui Gesù, arrestato, viene portato davanti al governatore romano, che gli chiede: «Sei tu il re dei Giudei?» E Gesù gli risponde: «Tu lo dici» (Matteo 27, 11). Era inevitabile che venisse pronunciata la condanna a morte per crocifissione. Quando Gesù sollevò la coppa di vino e pronunciò la benedizione, disse ai suoi discepoli, secondo il Vangelo di Marco (14, 24): «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza». Se queste furono le sue parole esatte, di sicuro non intendeva dire che avrebbero dovuto bere il vino trasformato in sangue – una grave violazione a una delle proibizioni più sacre del giudaismo sin dai tempi remoti, “perché il sangue è l’anima”. Ciò che disse (o intendeva dire) era che il vino in questa coppa, la Coppa di Elia, era un’alleanza, una conferma della sua discendenza.

Da Vinci raffigurò in maniera convincente questo dettaglio, facendo sparire la coppa,presumibilmente portata via da Elia. Nel corso dei secoli la coppa scomparsa è stato uno dei soggetti favoriti degli scrittori. Le storie poi si sono trasformate in leggende: l’hanno cercata i Crociati; l’hanno trovata i
Cavalieri Templari; è stata portata in Europa... lan coppa è diventata un calice; era il calice che
rappresentava il Sangue Reale – Sang Real, in francese, diventando il San Greal, il Santo Graal.
O è vero forse il contrario, e cioè che non ha mai lasciato Gerusalemme? Il giogo e la repressione
di Roma degli Ebrei in Giudea – sempre più intensi – sfociarono nella più grande ribellione nei
confronti di Roma; ci vollero i suoi migliori generali e le migliori legioni, nonché ben sette anni di combattimento per sconfiggere la piccola Giudea e raggiungere Gerusalemme. Nel 70 d.C.,dopo un assedio prolungato e cruenti corpo a corpo, i Romani sfondarono le difese del tempio e il generale Tito ordinò di bruciare il tempio. Pur se la resistenza continuò altrove per altri tre anni, la grande rivolta ebraica era terminata. I Romani, in trionfo, erano così esultanti da commemorare la vittoria
con una serie di monete che annunciavano al mondo Judaea Capta – Giudea Catturata – ed eressero un arco per commemorare la vittoria a Roma, dove ritraevano il saccheggio degli oggetti rituali del tempio.

Sacco di Gerusalemme, rilievo dall'Arco di Tito a Roma


Ma in ogni anno d’indipendenza, le monete ebraiche erano state incise con la scritta “Anno Uno”,
“Anno Due” ecc… “per la libertà di Sion”,utilizzando come decoro i frutti della terra.
Inspiegabilmente, le monete degli anni due e tre recavano incise l’immagine di un calice ...
Il Santo Graal si trovava forse ancora a Gerusalemme?

Moneta del 69 d.C. (risalente quindi alla rivolta antiromana) con la scritta in ebraico "Sshekel Israel" (שקל ישראל), rinvenuta a Gerusalemme nella zona del Muro Occidentale



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