Cerca nel blog

martedì 24 ottobre 2017

"FUOCO E ZOLFO" NON FURONO UNA CALAMITA' NATURALE. CONFERME BIBLICHE

Foto della penisola del Sinai riprese dallo spazio
L’analogia dei testi mesopotamici e della Genesi in relazione alla distruzione di Sodoma e Gomorra diventa all’improvviso una delle conferme più importanti della veridicità della Bibbia in generale e dello status e del ruolo di Abram in particolare, tuttavia di norma viene tralasciato da teologi e da altri studiosi, poiché narra anche di eventi verificatisi il giorno precedente, allorché tre Esseri Divini (“Angeli” dall’aspetto di uomo) si manifestarono ad Abram: questa parte della storia sa troppo di “Antichi Astronauti”.


Coloro che mettono in dubbio la Bibbia o considerano i testi mesopotamici alla stregua di miti hanno cercato di spiegare la distruzione di Sodoma e Gomorra con una qualche calamità naturale; tuttavia la narrazione biblica conferma per ben due volte che la distruzione avvenuta per mezzo di “fuoco e zolfo”non fu una calamità naturale, bensì un evento premeditato, ritardabile e persino annullabile: la prima volta, quando Abram chiese al Signore di risparmiare le città così da non distruggere il giusto insieme all’empio, e la seconda volta quando Lot ottenne più tempo per scappare prima della distruzione.

Rocce frantumate, bruciate e annerite
Foto della penisola del Sinai riprese dallo spazio mostrano ancora l’immensa cavità e la frattura sulla superficie prodotte dall’esplosionenucleare. L’area è disseminata, a tutt’oggi, da rocce frantumate, bruciate e annerite, che contengono una percentuale insolitamente elevata di isotopi di uranio-235: indice, secondo gli esperti, di un’esposizione a un improvviso ed enorme calore di origine nucleare.

La distruzione delle città nella pianura del Mar Morto causò il crollo della riva meridionale del mare, che inondò così la regione un tempo fertile che, ancora oggi, ha l’aspetto di un’appendice separata dal mare da una barriera, chiamata “El-Lissan” (“la Lingua”).

Timide esplorazioni dei fondali del Mar Nero condotte da archeologi israeliani hanno rivelato l’esistenza di enigmatiche rovine sottomarine, ma il regno ascemita di Giordania, nelle cui acque territoriali si trovano dette rovine, ha negato il permesso di svolgere ulteriori ricerche.

"El-lissan" LA LINGUA
È interessante notare, però, che i testi mesopotamici confermano il cambiamento topografico e lasciano intuire anche che il mare divenne un Mar Morto a seguito del bombardamento nucleare: Erra, dicono, «scavò nel mare, la sua interezza egli divise; tutto ciò che viveva là dentro – persino i coccodrilli – egli avvizzì».

I due, come è emerso, fecero ben più che distruggere il porto spaziale e le città peccatrici: a seguito dell’esplosione nucleare,

una tempesta, 
il Vento del Male, 
attraversò i cieli.

Ebbe così inizio la reazione a catena delle conseguenze non intenzionali. I documenti storici ci raccontano che la civiltà sumera ebbe fine nel sesto anno del regno di Ibbi-Sina Ur – nel 2024 a.C. Era, come ricorderà il lettore, proprio l’anno in cui Abramo aveva novantanove anni...

In un primo momento gli studiosi pensarono che la capitale di Sumer, Ur, fosse stata devastata da “invasori barbari”; ma non è stata trovata prova di un’invasione così distruttiva. Venne poi scoperto un testo intitolato Lamentazione per la Distruzione di Ur. Suscitò notevole perplessità negli studiosi perché non piangeva la distruzione fisica della città, bensì il suo “abbandono”.

Gli dèi che vi avevano dimorato l’avevano abbandonata, le persone che vi avevano abitato erano andate via, le sue stalle erano vuote; i templi, le case, gli ovili erano rimasti intatti: in piedi, ma vuoti. Vennero scoperti altri testi di lamentazione. Piangevano non soltanto la sorte di Ur, bensì quella dell’intera Sumer. Parlavano anch’essi di “abbandono”: Enlil “il toro selvaggio” aveva abbandonato il suo amato tempio a Nippur; era andata via anche la sua adorata sposa Ninlil.

Ninmah aveva abbandonato la propria città di Kesh; Inanna, “regina di Erech”, aveva abbandonato Erech; Ninurta aveva disertato il proprio Eninnu. Anche la sua sposa Bau aveva lasciato Lagash. Veniva elencata una città sumera dopo l’altra perché “abbandonata”, senza più le sue divinità, la gente o gli animali. Gli studiosi si lambiccavano il cervello alla ricerca di una “oscura catastrofe”, di una calamità misteriosa che aveva colpito tutta Sumer.

Cosa avrebbe mai potuto essere?

Nannar
La risposta a questo enigma la troviamo proprio in questi testi: Via col vento. No, non è un gioco di parole con il titolo del famoso libro e dell’altrettanto famoso film. Queste parole sono proprio l’intercalare nei testi della Lamentazione: Enlil aveva abbandonato il suo tempio, era andato “via col vento”.

Ninlil aveva lasciato il tempio “via col vento”. Nannar aveva abbandonato Ur – i suoi ovili erano statis pazzati “via col vento”, e così via. Gli studiosi erano partiti dal presupposto che questa ripetizione di parole avesse motivazioni metriche, un intercalare che gli autori della lamentazione ripetevano di continuo per enfatizzare il proprio dolore. Ma si sbagliavano: non si trattava di un espediente di metrica, era la pura verità. Sumer e le sue città si erano letteralmente svuotate a seguito di un vento.

Soffiò un «Vento del Male», riportava la Lamentazione (e poi altri testi) e causò «una calamità, sconosciuta agli uomini e colpì il paese». Fu un Vento del Male per colpa del quale «le città sono rimaste deserte e deserte sono anche le case, vuote sono le stalle, e abbandonati gli ovili».
C’era desolazione ma non distruzione; vuoto, ma non rovine: le città erano ancora lì, intatte, le case erano ancora lì, in piedi, le stalle e gli ovili erano ancora lì – ma non vi era più vita; anche «i fiumi di Sumer scorrono con acqua amara, i campi un tempo coltivati si riempiono di erbe infestanti, nei prati le piante sono avvizzite».

Tutta la vita è scomparsa. Era una calamità che non si era mai verificata in precedenza.

Su quella terra [Sumer] 
si abbatté una calamità, 
una tragedia sconosciuta all’uomo: 
una che non si era mai vista prima, 
alla quale nessuno avrebbe
potuto resistere.

Portata dal Vento del Male, era una morte alla quale non c’era scampo: era una morte «che spazza la strada, soffia nella via […]. Come un’inarrestabile flusso d’acqua superò le mura più alte, attraversò le mura più spesse; nessuna porta poteva arrestarla, niente poteva deviarla!». «Coloro che nelle loro case si erano nascosti dietro porte chiuse, come mosche furono abbattuti. Coloro che si rifugiarono sui tetti, sui tetti morironoEra una morte invisibile: «Raggiunge le persone, ma nessuno riesce a vederla».

Ed era una morte orribile: «Tosse e muco riempiono il petto, le bocche traboccano di saliva e schiuma, ottusità e stordimento si impadronivano degli uomini […] un silenzio schiacciante […] un dolore alla testa». Quando il Vento del Male avviluppava le sue vittime, le «loro bocche si riempivano di sangue». Ovunque morte e agonia. I testi spiegano chiaramente che il Vento del Male «che portava le tenebre di città in città» non era una calamità naturale; era il frutto di una decisione deliberata dai grandi dèi.

Era causata da «una grande tempesta ordinata da Anu, una [decisione] del cuore di Enlil». E fu il risultato di un unico evento – «generato da un unico atto, in un bagliore accecante»! – un evento che si era verificato lontano, a occidente: «Era giunto dalle montagne, dalla Pianura di Senza Pietà era arrivato […] come un veleno amaro degli dèi, era arrivato dall’occidente». Che la causa del Vento del Male fosse l’olocausto nucleare nella vicina penisola del Sinai si capisce dal fatto che i testi ribadiscono che gli dèi ne conoscevano fonte e causa: un colpo, un’esplosione.

Un’esplosione malefica 
annunciava la sinistra
tempesta.
Un vento malefico veniva
e percorreva la sinistra 
tempesta.
Possente progenie, valorosi
figli
erano gli araldi della
pestilenza.

Gli autori dei testi di lamentazione, gli stessi dèi, ci hanno lasciato un ricordo vivido di quanto era accaduto. Non appena dai cieli Ninurta e Nergal scagliarono le Armi del Terrore, «diffusero i raggi del terrore, bruciando ogni cosa come fuoco». La tempesta che seguì «venne creata nel bagliore di un lampo». Una «nube densa che porta morte» – un “fungo” nucleare – si levò allora fino al cielo seguita da «folate di vento […] una tempesta che brucia i cieli». Fu un giorno da non dimenticare:

Quel giorno,
quando il cielo precipitò
e colpì la Terra,
cancellandone la superficie 
con il suo maestrale […]
Quando i cieli si
oscurarono 
e la coprirono come
un’ombra […]
Quel giorno era nato il
Vento del Male.

I diversi testi continuano ad attribuire questo vento malefico all’esplosione che si era verificata nel «luogo dove gli dèi ascendono e discendono», alla distruzione del porto spaziale più che alla distruzione delle “città peccatrici”. Fu lì, «nel mezzo delle montagne» che il fungo atomico si levò in un lampo brillante – e fu da lì che i venti dominanti, che provenivano dal Mar Mediterraneo, portarono la nube letale verso est, verso Sumer, e vi causarono non devastazione, bensì una silente distruzione che avvelenò attraverso l’aria ogni forma di vita.

Enki
È chiaro da tutti i testi che – a eccezione di Enki che aveva protestato e ammonito contro l’uso delle Armi del Terrore – nessuno degli dèi coinvolti si era aspettato una calamità di così vasta portata. La maggior parte di loro era nata sulla Terra e, per loro, le storie delle guerre nucleari su Nibiru erano storie degli anziani. Anu, che in teoria avrebbe dovuto averne maggiore conoscenza, pensava forse che le armi, nascoste così tanto tempo prima, non avrebbero funzionato, o che avrebbero funzionato solo in parte?
Enlil e Ninurta (che erano discesi da Nibiru) non avevano riflettuto sull’eventualità che i venti avrebbero potuto spingere la nube atomica verso i deserti che sono ora l’Arabia?
Non lo sappiamo.

I testi riferiscono solo che «i grandi dèi impallidirono all’immensità della tempesta». Ma è chiaro che, non appena si resero conto della direzione del vento e dell’intensità del veleno nucleare, lanciarono l’allarme a tutti coloro – uomini e dèi – che si trovavano lungo la traiettoria del vento, affinché si mettessero in salvo. Il panico, la paura e la confusione che attanagliarono Sumer e le sue città sono descritti in maniera vivida in una serie di lamentazioni, come la Lamentazione di Ur, la Lamentazione per la Desolazione di Ur e Sumer, la Lamentazione di Nippur, la Lamentazione di Uruk, e altre.

Per quanto riguardava gli dèi, appare chiaro che era un “si salvi chi può”; usando i diversi veicoli a loro disposizione, decollarono o salparono per sottrarsi alla traiettoria del vento. Per quanto riguarda il popolo, gli dèi lanciarono l’allarme prima di fuggire. Come è descritto nella Lamentazione di Uruk, l’esortazione rivolta alla gente nel cuore della notte fu: «Alzatevi Fuggite! Nascondetevi nella steppa!». «Colti dal terrore, i fedeli cittadini di Uruk» cercarono di mettersi in salvo, ma vennero comunque sterminati dal Vento del Male.

Non tutti, però, reagirono allo stesso modo. A Ur, la capitale, Nannar/Sin era talmente incredulo che si rifiutò di credere che fosse stato decretato il fato di Ur. Nelle Lamentazioni di Ur (composto da Ningal, sposo di Nanna) è registrato il suo lungo appello accorato rivolto a Enlil, suo padre, affinché evitasse la calamità; ed ecco l’ammissione franca di Enlil riguardo all’ineluttabilità degli eventi:

A Ur è stato concesso il
potere sovrano –
Non le è stato concesso il
regno eterno.

Ningal
Non volendo accettare l’inevitabile, e amando troppo il popolo di Ur per abbandonarlo al proprio destino, Nannar e Ningal scelsero di restare. Era giorno quando il Vento del Male si avvicinò a Ur; «del ricordo di quel giorno tremo ancora», scrisse Ningal, «ma dal putrido odore di quel giorno noi non fuggimmo». La coppia divina trascorse la notte da incubo nella «casa delle termiti», un cunicolo sotterraneo all’interno dello ziggurat. Al mattino, quando la tempesta letale «lasciò finalmente la città», Ningal si rese conto che Nannar stava male. In fretta e furia indossò una veste e fece portare il dio lontano da Ur, la città che tanto avevano amato.

Almeno un’altra divinità si ammalò a causa del Vento del Male: era Bau, sposa di Ninurta, che si trovava da sola a Lagash (mentre suo marito era intento a distruggere il porto spaziale). Amata dal suo popolo, che la chiamava “Madre Bau”, era un medico guaritore e non poteva costringersi a partire. Le lamentazioni testimoniano che «Quel giorno, la tempesta raggiunse Bau; come se fosse stata un mortale, la tempesta la raggiunse».Non è chiaro quanto fosse grave, ma i documenti di Sumer lasciano intendere che non sopravvisse alungo.

Eridu, la città di Enki a sud, si trovava apparentemente al margine della traiettoria del Vento del Male. La Lamentazione di Ur ci dice che Ninki, moglie di Enki, fuggì dalla città e si mise in salvo in un porto sicuro nell’Abzu di Enki, in Africa: «Ninki, la Grande Signora, volando come un uccello, lasciò la sua città». Ma lo stesso Enki lasciò la città di quel tanto da sottrarsi alla traiettoria del Vento del Male: «Il Signore di Eridu rimase fuori dalla sua città […] per il destino della sua città pianse amare lacrime». Molti degli abitanti di Eridu lo seguirono, accampandosi in aperta campagna, a distanza di sicurezza, osservando – per una notte e un giorno – la tempesta «allungare la sua mano su Eridu».

Marduk
Sorprendentemente, la città che soffrì le minori conseguenze fu proprio Babilonia, perché sitrovava al di là del margine settentrionale della tempesta. Quando venne suonato l’allarme, Marduk si mise in contatto con suo padre per chiedere consiglio: Cosa devono fare gli abitanti di Babilonia?, chiese. Coloro che possono scappare, disse Enki, devono recarsi a nord; e come i due “angeli” che avevano  avvisato Lot e la sua famiglia di non voltarsi nel fuggire da Sodoma, anche Enki dette istruzione a Marduk di dire ai suoi seguaci di «non voltarsi, né di guardare indietro». Se non era possibile la fuga, allora le persone avrebbero dovuto cercare rifugio sottoterra: «Portali in una camera sotto la terra, nel buio», fu il consiglio di Enki.

Grazie a questi consigli e alla traiettoria del Vento, Babilonia e i suoi abitanti rimasero illesi. Quando il Vento del Male passò portando morte e distruzione (ciò che ne restava raggiunse i Monti Zagros, più a est), lasciò Sumer desolata e prostrata. «La tempesta ha reso desolate le città e le case.» I morti giacevano laddove erano caduti, non venivano sepolti: «i cadaveri si scioglievano come grasso messo al sole». Nei boschi, «grandi e piccoli animali cominciarono a deperire, tutte le creature viventi perirono». Gli ovili vennero «consegnati al Vento».

Nei campi le colture e la vegetazione avvizzirono; «sulle sponde del Tigri e dell’Eufrate crescevano solo piante malate […]. Nelle paludi nascevano canne con la punta malata, che puzzavano di putridume». «Nessuno cammina più per le strade, nessuno si avventura più per i sentieri.» «Oh Tempio di Nannara Ur, amara è la tua desolazione!» continua il lamento; «Oh Ningal il cui paese è morto, rendi il tuo cuore come acqua

La città è diventata una
città strana,
come si può esistere?
La casa è diventata una casa
di lacrime,
il mio cuore è come acqua.
Ur e i suoi templi sono stati
consegnati al Vento.

Dopo duemila anni, la grande civiltà sumera era stata portata “via col vento”.



Z.SITCHIN



P.S. (mi permetto di lincarvi un brano de LE ORME intitolato "Sorona"  tratto dall'album "Felona e Sorona" che è perfetto per questo post.  )

Nessun commento:

Posta un commento