Cerca nel blog

giovedì 26 ottobre 2017

IL DIFFUSO ABBANDONO DELLA PIANURA ALLUVIONALE

Di recente sono stati creati gruppi di studio multidisciplinari, composti da geologi, climatologi e altri esperti di scienze della terra che hanno affiancato gli archeologi per scoprire l’enigma dell’improvvisa distruzione di Sumer e Akkad alla fine del III millennio a.C.

Uno studio pionieristico è stato condotto da un team internazionale, composto da sette scienziati di altrettante discipline diverse, intitolato Climate Change and the Collapse of the Akkadian Empire: Evidence from the Deep Sea [Cambiamento climatico e la caduta dell’impero accadico: prove dai fondali marini], pubblicato nel numero di aprile 2000 della rivista scientifica «Geology». Per questa ricerca sono state eseguite analisi chimiche e radiologiche di antichi strati di polvere risalenti a quel periodo, raccolti in diversi siti del Vicino Oriente, in particolare dai fondali del Golfo di Oman; la conclusione è stata che nelle aree nei pressi del Mar Morto si è verificato un insolito cambiamento climatico che ha dato origine a tempeste di sabbia e che la sabbia, una “sabbia minerale atmosferica”– anch’essa insolita – era stata portata dai venti dominanti fino al Golfo Persico: esattamente la traiettoria seguita dal Vento del Male.

La datazione al carbonio14 di questo singolare “fallout” ha portato alla conclusione che era frutto di un «insolito evento drammatico che si verificò circa 4025 anni fa». 
Quindi nel 2025 a.C. circa o, più esattamente, nel 2024 a.C., data che abbiamo indicato. È interessante notare che gli scienziati coinvolti nello studio hanno osservato che «in quel periodo il livello del Mar Morto è sprofondato all’improvviso di circa 100 metri». 

Non forniscono ulteriori spiegazioni, ma è chiaro che la rottura dell’argine meridionale del Mar Morto e l’inondazione della pianura, così come le abbiamo descritte, forniscono una spiegazione più che soddisfacente. La rivista scientifica «Science» ha dedicato il numero del 27 aprile 2001 al paleoclima del mondo.

In una sezione che descrive gli avvenimenti in Mesopotamia, fa riferimento ad analisi provenienti dall’Iraq, dalla Siria e dal Kuwait, secondo le quali il «diffuso abbandono della pianura alluvionale» fra il Tigri e l’Eufrate fu dovuto a tempeste di sabbia che ebbero inizio nel «4025 prima del presente». Lo studio non spiega le cause dell’improvviso cambiamento climatico, ma risale alla stessa data: 4025 anni prima del 2001.

L’anno nefasto, come conferma dunque la scienza, fu proprio il 2024 a.C. 

Z. SITCHIN


martedì 24 ottobre 2017

"FUOCO E ZOLFO" NON FURONO UNA CALAMITA' NATURALE. CONFERME BIBLICHE

Foto della penisola del Sinai riprese dallo spazio
L’analogia dei testi mesopotamici e della Genesi in relazione alla distruzione di Sodoma e Gomorra diventa all’improvviso una delle conferme più importanti della veridicità della Bibbia in generale e dello status e del ruolo di Abram in particolare, tuttavia di norma viene tralasciato da teologi e da altri studiosi, poiché narra anche di eventi verificatisi il giorno precedente, allorché tre Esseri Divini (“Angeli” dall’aspetto di uomo) si manifestarono ad Abram: questa parte della storia sa troppo di “Antichi Astronauti”.


Coloro che mettono in dubbio la Bibbia o considerano i testi mesopotamici alla stregua di miti hanno cercato di spiegare la distruzione di Sodoma e Gomorra con una qualche calamità naturale; tuttavia la narrazione biblica conferma per ben due volte che la distruzione avvenuta per mezzo di “fuoco e zolfo”non fu una calamità naturale, bensì un evento premeditato, ritardabile e persino annullabile: la prima volta, quando Abram chiese al Signore di risparmiare le città così da non distruggere il giusto insieme all’empio, e la seconda volta quando Lot ottenne più tempo per scappare prima della distruzione.

Rocce frantumate, bruciate e annerite
Foto della penisola del Sinai riprese dallo spazio mostrano ancora l’immensa cavità e la frattura sulla superficie prodotte dall’esplosionenucleare. L’area è disseminata, a tutt’oggi, da rocce frantumate, bruciate e annerite, che contengono una percentuale insolitamente elevata di isotopi di uranio-235: indice, secondo gli esperti, di un’esposizione a un improvviso ed enorme calore di origine nucleare.

La distruzione delle città nella pianura del Mar Morto causò il crollo della riva meridionale del mare, che inondò così la regione un tempo fertile che, ancora oggi, ha l’aspetto di un’appendice separata dal mare da una barriera, chiamata “El-Lissan” (“la Lingua”).

Timide esplorazioni dei fondali del Mar Nero condotte da archeologi israeliani hanno rivelato l’esistenza di enigmatiche rovine sottomarine, ma il regno ascemita di Giordania, nelle cui acque territoriali si trovano dette rovine, ha negato il permesso di svolgere ulteriori ricerche.

"El-lissan" LA LINGUA
È interessante notare, però, che i testi mesopotamici confermano il cambiamento topografico e lasciano intuire anche che il mare divenne un Mar Morto a seguito del bombardamento nucleare: Erra, dicono, «scavò nel mare, la sua interezza egli divise; tutto ciò che viveva là dentro – persino i coccodrilli – egli avvizzì».

I due, come è emerso, fecero ben più che distruggere il porto spaziale e le città peccatrici: a seguito dell’esplosione nucleare,

una tempesta, 
il Vento del Male, 
attraversò i cieli.

Ebbe così inizio la reazione a catena delle conseguenze non intenzionali. I documenti storici ci raccontano che la civiltà sumera ebbe fine nel sesto anno del regno di Ibbi-Sina Ur – nel 2024 a.C. Era, come ricorderà il lettore, proprio l’anno in cui Abramo aveva novantanove anni...

In un primo momento gli studiosi pensarono che la capitale di Sumer, Ur, fosse stata devastata da “invasori barbari”; ma non è stata trovata prova di un’invasione così distruttiva. Venne poi scoperto un testo intitolato Lamentazione per la Distruzione di Ur. Suscitò notevole perplessità negli studiosi perché non piangeva la distruzione fisica della città, bensì il suo “abbandono”.

Gli dèi che vi avevano dimorato l’avevano abbandonata, le persone che vi avevano abitato erano andate via, le sue stalle erano vuote; i templi, le case, gli ovili erano rimasti intatti: in piedi, ma vuoti. Vennero scoperti altri testi di lamentazione. Piangevano non soltanto la sorte di Ur, bensì quella dell’intera Sumer. Parlavano anch’essi di “abbandono”: Enlil “il toro selvaggio” aveva abbandonato il suo amato tempio a Nippur; era andata via anche la sua adorata sposa Ninlil.

Ninmah aveva abbandonato la propria città di Kesh; Inanna, “regina di Erech”, aveva abbandonato Erech; Ninurta aveva disertato il proprio Eninnu. Anche la sua sposa Bau aveva lasciato Lagash. Veniva elencata una città sumera dopo l’altra perché “abbandonata”, senza più le sue divinità, la gente o gli animali. Gli studiosi si lambiccavano il cervello alla ricerca di una “oscura catastrofe”, di una calamità misteriosa che aveva colpito tutta Sumer.

Cosa avrebbe mai potuto essere?

Nannar
La risposta a questo enigma la troviamo proprio in questi testi: Via col vento. No, non è un gioco di parole con il titolo del famoso libro e dell’altrettanto famoso film. Queste parole sono proprio l’intercalare nei testi della Lamentazione: Enlil aveva abbandonato il suo tempio, era andato “via col vento”.

Ninlil aveva lasciato il tempio “via col vento”. Nannar aveva abbandonato Ur – i suoi ovili erano statis pazzati “via col vento”, e così via. Gli studiosi erano partiti dal presupposto che questa ripetizione di parole avesse motivazioni metriche, un intercalare che gli autori della lamentazione ripetevano di continuo per enfatizzare il proprio dolore. Ma si sbagliavano: non si trattava di un espediente di metrica, era la pura verità. Sumer e le sue città si erano letteralmente svuotate a seguito di un vento.

Soffiò un «Vento del Male», riportava la Lamentazione (e poi altri testi) e causò «una calamità, sconosciuta agli uomini e colpì il paese». Fu un Vento del Male per colpa del quale «le città sono rimaste deserte e deserte sono anche le case, vuote sono le stalle, e abbandonati gli ovili».
C’era desolazione ma non distruzione; vuoto, ma non rovine: le città erano ancora lì, intatte, le case erano ancora lì, in piedi, le stalle e gli ovili erano ancora lì – ma non vi era più vita; anche «i fiumi di Sumer scorrono con acqua amara, i campi un tempo coltivati si riempiono di erbe infestanti, nei prati le piante sono avvizzite».

Tutta la vita è scomparsa. Era una calamità che non si era mai verificata in precedenza.

Su quella terra [Sumer] 
si abbatté una calamità, 
una tragedia sconosciuta all’uomo: 
una che non si era mai vista prima, 
alla quale nessuno avrebbe
potuto resistere.

Portata dal Vento del Male, era una morte alla quale non c’era scampo: era una morte «che spazza la strada, soffia nella via […]. Come un’inarrestabile flusso d’acqua superò le mura più alte, attraversò le mura più spesse; nessuna porta poteva arrestarla, niente poteva deviarla!». «Coloro che nelle loro case si erano nascosti dietro porte chiuse, come mosche furono abbattuti. Coloro che si rifugiarono sui tetti, sui tetti morironoEra una morte invisibile: «Raggiunge le persone, ma nessuno riesce a vederla».

Ed era una morte orribile: «Tosse e muco riempiono il petto, le bocche traboccano di saliva e schiuma, ottusità e stordimento si impadronivano degli uomini […] un silenzio schiacciante […] un dolore alla testa». Quando il Vento del Male avviluppava le sue vittime, le «loro bocche si riempivano di sangue». Ovunque morte e agonia. I testi spiegano chiaramente che il Vento del Male «che portava le tenebre di città in città» non era una calamità naturale; era il frutto di una decisione deliberata dai grandi dèi.

Era causata da «una grande tempesta ordinata da Anu, una [decisione] del cuore di Enlil». E fu il risultato di un unico evento – «generato da un unico atto, in un bagliore accecante»! – un evento che si era verificato lontano, a occidente: «Era giunto dalle montagne, dalla Pianura di Senza Pietà era arrivato […] come un veleno amaro degli dèi, era arrivato dall’occidente». Che la causa del Vento del Male fosse l’olocausto nucleare nella vicina penisola del Sinai si capisce dal fatto che i testi ribadiscono che gli dèi ne conoscevano fonte e causa: un colpo, un’esplosione.

Un’esplosione malefica 
annunciava la sinistra
tempesta.
Un vento malefico veniva
e percorreva la sinistra 
tempesta.
Possente progenie, valorosi
figli
erano gli araldi della
pestilenza.

Gli autori dei testi di lamentazione, gli stessi dèi, ci hanno lasciato un ricordo vivido di quanto era accaduto. Non appena dai cieli Ninurta e Nergal scagliarono le Armi del Terrore, «diffusero i raggi del terrore, bruciando ogni cosa come fuoco». La tempesta che seguì «venne creata nel bagliore di un lampo». Una «nube densa che porta morte» – un “fungo” nucleare – si levò allora fino al cielo seguita da «folate di vento […] una tempesta che brucia i cieli». Fu un giorno da non dimenticare:

Quel giorno,
quando il cielo precipitò
e colpì la Terra,
cancellandone la superficie 
con il suo maestrale […]
Quando i cieli si
oscurarono 
e la coprirono come
un’ombra […]
Quel giorno era nato il
Vento del Male.

I diversi testi continuano ad attribuire questo vento malefico all’esplosione che si era verificata nel «luogo dove gli dèi ascendono e discendono», alla distruzione del porto spaziale più che alla distruzione delle “città peccatrici”. Fu lì, «nel mezzo delle montagne» che il fungo atomico si levò in un lampo brillante – e fu da lì che i venti dominanti, che provenivano dal Mar Mediterraneo, portarono la nube letale verso est, verso Sumer, e vi causarono non devastazione, bensì una silente distruzione che avvelenò attraverso l’aria ogni forma di vita.

Enki
È chiaro da tutti i testi che – a eccezione di Enki che aveva protestato e ammonito contro l’uso delle Armi del Terrore – nessuno degli dèi coinvolti si era aspettato una calamità di così vasta portata. La maggior parte di loro era nata sulla Terra e, per loro, le storie delle guerre nucleari su Nibiru erano storie degli anziani. Anu, che in teoria avrebbe dovuto averne maggiore conoscenza, pensava forse che le armi, nascoste così tanto tempo prima, non avrebbero funzionato, o che avrebbero funzionato solo in parte?
Enlil e Ninurta (che erano discesi da Nibiru) non avevano riflettuto sull’eventualità che i venti avrebbero potuto spingere la nube atomica verso i deserti che sono ora l’Arabia?
Non lo sappiamo.

I testi riferiscono solo che «i grandi dèi impallidirono all’immensità della tempesta». Ma è chiaro che, non appena si resero conto della direzione del vento e dell’intensità del veleno nucleare, lanciarono l’allarme a tutti coloro – uomini e dèi – che si trovavano lungo la traiettoria del vento, affinché si mettessero in salvo. Il panico, la paura e la confusione che attanagliarono Sumer e le sue città sono descritti in maniera vivida in una serie di lamentazioni, come la Lamentazione di Ur, la Lamentazione per la Desolazione di Ur e Sumer, la Lamentazione di Nippur, la Lamentazione di Uruk, e altre.

Per quanto riguardava gli dèi, appare chiaro che era un “si salvi chi può”; usando i diversi veicoli a loro disposizione, decollarono o salparono per sottrarsi alla traiettoria del vento. Per quanto riguarda il popolo, gli dèi lanciarono l’allarme prima di fuggire. Come è descritto nella Lamentazione di Uruk, l’esortazione rivolta alla gente nel cuore della notte fu: «Alzatevi Fuggite! Nascondetevi nella steppa!». «Colti dal terrore, i fedeli cittadini di Uruk» cercarono di mettersi in salvo, ma vennero comunque sterminati dal Vento del Male.

Non tutti, però, reagirono allo stesso modo. A Ur, la capitale, Nannar/Sin era talmente incredulo che si rifiutò di credere che fosse stato decretato il fato di Ur. Nelle Lamentazioni di Ur (composto da Ningal, sposo di Nanna) è registrato il suo lungo appello accorato rivolto a Enlil, suo padre, affinché evitasse la calamità; ed ecco l’ammissione franca di Enlil riguardo all’ineluttabilità degli eventi:

A Ur è stato concesso il
potere sovrano –
Non le è stato concesso il
regno eterno.

Ningal
Non volendo accettare l’inevitabile, e amando troppo il popolo di Ur per abbandonarlo al proprio destino, Nannar e Ningal scelsero di restare. Era giorno quando il Vento del Male si avvicinò a Ur; «del ricordo di quel giorno tremo ancora», scrisse Ningal, «ma dal putrido odore di quel giorno noi non fuggimmo». La coppia divina trascorse la notte da incubo nella «casa delle termiti», un cunicolo sotterraneo all’interno dello ziggurat. Al mattino, quando la tempesta letale «lasciò finalmente la città», Ningal si rese conto che Nannar stava male. In fretta e furia indossò una veste e fece portare il dio lontano da Ur, la città che tanto avevano amato.

Almeno un’altra divinità si ammalò a causa del Vento del Male: era Bau, sposa di Ninurta, che si trovava da sola a Lagash (mentre suo marito era intento a distruggere il porto spaziale). Amata dal suo popolo, che la chiamava “Madre Bau”, era un medico guaritore e non poteva costringersi a partire. Le lamentazioni testimoniano che «Quel giorno, la tempesta raggiunse Bau; come se fosse stata un mortale, la tempesta la raggiunse».Non è chiaro quanto fosse grave, ma i documenti di Sumer lasciano intendere che non sopravvisse alungo.

Eridu, la città di Enki a sud, si trovava apparentemente al margine della traiettoria del Vento del Male. La Lamentazione di Ur ci dice che Ninki, moglie di Enki, fuggì dalla città e si mise in salvo in un porto sicuro nell’Abzu di Enki, in Africa: «Ninki, la Grande Signora, volando come un uccello, lasciò la sua città». Ma lo stesso Enki lasciò la città di quel tanto da sottrarsi alla traiettoria del Vento del Male: «Il Signore di Eridu rimase fuori dalla sua città […] per il destino della sua città pianse amare lacrime». Molti degli abitanti di Eridu lo seguirono, accampandosi in aperta campagna, a distanza di sicurezza, osservando – per una notte e un giorno – la tempesta «allungare la sua mano su Eridu».

Marduk
Sorprendentemente, la città che soffrì le minori conseguenze fu proprio Babilonia, perché sitrovava al di là del margine settentrionale della tempesta. Quando venne suonato l’allarme, Marduk si mise in contatto con suo padre per chiedere consiglio: Cosa devono fare gli abitanti di Babilonia?, chiese. Coloro che possono scappare, disse Enki, devono recarsi a nord; e come i due “angeli” che avevano  avvisato Lot e la sua famiglia di non voltarsi nel fuggire da Sodoma, anche Enki dette istruzione a Marduk di dire ai suoi seguaci di «non voltarsi, né di guardare indietro». Se non era possibile la fuga, allora le persone avrebbero dovuto cercare rifugio sottoterra: «Portali in una camera sotto la terra, nel buio», fu il consiglio di Enki.

Grazie a questi consigli e alla traiettoria del Vento, Babilonia e i suoi abitanti rimasero illesi. Quando il Vento del Male passò portando morte e distruzione (ciò che ne restava raggiunse i Monti Zagros, più a est), lasciò Sumer desolata e prostrata. «La tempesta ha reso desolate le città e le case.» I morti giacevano laddove erano caduti, non venivano sepolti: «i cadaveri si scioglievano come grasso messo al sole». Nei boschi, «grandi e piccoli animali cominciarono a deperire, tutte le creature viventi perirono». Gli ovili vennero «consegnati al Vento».

Nei campi le colture e la vegetazione avvizzirono; «sulle sponde del Tigri e dell’Eufrate crescevano solo piante malate […]. Nelle paludi nascevano canne con la punta malata, che puzzavano di putridume». «Nessuno cammina più per le strade, nessuno si avventura più per i sentieri.» «Oh Tempio di Nannara Ur, amara è la tua desolazione!» continua il lamento; «Oh Ningal il cui paese è morto, rendi il tuo cuore come acqua

La città è diventata una
città strana,
come si può esistere?
La casa è diventata una casa
di lacrime,
il mio cuore è come acqua.
Ur e i suoi templi sono stati
consegnati al Vento.

Dopo duemila anni, la grande civiltà sumera era stata portata “via col vento”.



Z.SITCHIN



P.S. (mi permetto di lincarvi un brano de LE ORME intitolato "Sorona"  tratto dall'album "Felona e Sorona" che è perfetto per questo post.  )

venerdì 20 ottobre 2017

LA DISTRUZIONE DELLE "CITTA' PECCATRICI"

NABU
Nabu venne convocato e «il figlio del padre si presentò al cospetto degli dèi». Il suo principale accusatore era Utu/Shamash che, descrivendo la fosca situazione disse, «di tutto ciò Nabu è stata la causa». Parlando in nome di suo padre, Nabu attribuì la colpa a Ninurta, e ritirò fuori le vecchie accuse contro Nergal che riguardavano la scomparsa degli strumenti di monitoraggio in uso prima del Diluvio, oltre all’incapacità di impedire i sacrilegi a Babilonia. Nel suo alterco con Nergal iniziò a levare la voce «mostrando mancanza di rispetto», si rivolse in malo modo a Enlil: «Non vi fu giustizia, si concepì la distruzione, Enlil ordinò che si progettasse la rovina di Babilonia». Si trattava di un’accusa inconcepibile nei confronti del Signore del Comando.

Enki parlò, ma in difesa di suo figlio, certo non di Enlil. «Di cosa sono accusati esattamente Marduk e Nabu?», chiese. La sua ira era rivolta in particolare contro suo figlio Nergal. «Perché continui l’opposizione?» gli chiese. I due litigarono al punto che Enki finì per urlare a Nergal di scomparire dalla sua vista. Il consiglio degli dèi si sciolse nello scompiglio generale. Tutti questi dibattiti, accuse e contraccuse si verificarono sia pure a dispetto del fatto che stava giungendo al termine l’Era del Toro, l’era zodiacale di Enlil, e si stava annunciando l’Era dell’Ariete, ossia di Marduk.

Ninurta la osservava avvicinarsi dal suo Eninnu a Lasgash (quello che aveva costruito Gudea); Ningishzidda/Thoth lo poteva confermare da tutti i circoli di pietra che aveva eretto sulla Terra; anche il popolo lo sapeva. Fu allora che Nergal, umiliato da Marduk e Nabu, rimproverato da suo padre Enki, «consultandosi con se stesso» concepì l’idea di fare ricorso alle “Armi del Terrore”. Non sapeva dove fossero nascoste, ma sapeva che esistevano da qualche parte sulla Terra, rinchiuse in un luogo sotterraneo e segreto (secondo un testo catalogato come CT-xvi, righe 44-46) in Africa, nel dominio di suo fratello Gibil:

Quelle sette, in una montagna 
dimorano;
sono celate in una caverna 
all’interno del suolo.

In base al nostro attuale livello di tecnologia, le possiamo descrivere come sette armi nucleari: «Rivestite di terrore, avanzano con grande bagliore». Erano state portate erroneamente sulla Terra da Nibiru, nascoste in un luogo segreto e sicuro molto tempo prima; Enki conosceva quel luogo; anche Enlil lo conosceva.

Nergal
Un Consiglio di Guerra degli dèi votò contro il parere di Enki a favore del suggerimento di Nergal di dare a Marduk una punizione esemplare. Erano in costante comunicazione con Anu: «Anu parlava alla Terra; la Terra per Anu pronunciava parole». Lui fece capire in maniera ben chiara che questo passo – che non aveva precedenti – mirava solo a privare Marduk del porto spaziale del Sinai e che né dèi, né persone avrebbero dovuto essere danneggiate da queste armi. «Anu, Signore degli dèi ebbe pietà della Terra», affermano gli antichi documenti. Scegliendo Nergal e Ninurta per portare a termine la missione, gli dèi misero bene in chiaro che lo scopo era limitato e vincolato alle condizioni.


Ma le cose non andarono così. La legge delle “Conseguenze Involontarie” si dimostrò vera e di una portata catastrofica. Dopo la calamità che causò la morte di un numero infinito di persone e la desolazione di Sumer, Nergal dettò a uno scriba fidato la propria versione degli eventi, cercando di uscirne “pulito”. Questo lungo testo è conosciuto con il nome di Epopea di Erra, perché fa riferimento a Nergal con l’epiteto di Erra (l’Annientatore) e a Ninurta come Ishum (“Colui che fa bruciare”).

Possiamo mettere insieme la storia aggiungendo a questo testo ulteriori informazioni che reperiamo da altre fonti sumere, accadiche e bibliche. Scopriamo così che non appena venne presa la decisione, Nergal si precipitò al dominio africano di Gibil per trovare e recuperare le armi, senza attendere Ninurta. Per sua sfortuna Ninurta aveva saputo che Nergal non aveva tenuto fede al patto che riguardava i limiti all’uso delle armi, e che le avrebbe usate in maniera indiscriminata per sistemare faccende personali. 
«Distruggerò il figlio e lascerò che il padre lo seppellisca; poi ucciderò il padre e farò in modo che nessuno lo seppellisca», aveva detto Nergal. Mentre i due discutevano, vennero a sapere che Nabu si stava preparando all’attacco: «Partì dal suo tempio per schierare tutte le sue città; si diresse verso il Grande Mare; entrò nel Grande Mare e sedette su di un trono che non era il suo». 

Ninurta
Nabu non soltanto stava convertendo le città orientali, ma stava conquistando anche le isole del Mediterraneo imponendosi come loro sovrano. Negal/Erra sostenne allora che non bastava distruggere il porto spaziale: bisognava distruggere anche Nabu e le città che si raccoglievano intorno a lui. Con questi due obiettivi Nergal e Ninurta presero in considerazione un altro problema: la distruzione del porto spaziale avrebbe messo in allarme Nabu e i suoi seguaci, inducendoli alla fuga. 

Riesaminando i propri obiettivi trovarono una soluzione: si sarebbero divisi. Ninurta avrebbe attaccato il porto spaziale; Nergal avrebbe attaccato le vicine “città peccatrici”. Ma subito dopo aver raggiunto questo accordo Ninurta ci ripensò; insistette sulla necessità di avvisare non solo gli Anunnaki che si trovavano nelle infrastrutture spaziali, ma anche alcuni popoli: «Valoroso Erra,» disse rivolgendosi a Nergal, «vuoi tu distruggere il giusto insieme all’ingiusto? Vuoi tu distruggere coloro che hanno peccato contro di te insieme a coloro che non ti hanno fatto niente?».

Nergal/Erra, così affermano i testi antichi, si convinse: «La parola di Ishum piacque a Erra come olio pregiato». E fu così, che una mattina i due, spartendosi le sette armi nucleari, partirono per la missione estrema:

Allora l’eroe Erra incalzò
Ishum
Ricordandogli le sue parole.
E anche Ishum si mise 
in azione, 
in ossequio alla
parola data,
ma col cuore oppresso
dall’angoscia.

I testi che abbiamo a disposizione ci riferiscono persino l’identità di coloro che colpirono i diversi bersagli: «Ishtum diresse i  suoi passi al Monte più Alto» (grazie all’epica di Gilgamesh sappiamo che il porto spaziale si trovava dietro questo monte). «Ishum alzò la sua mano: ed ecco il monte crollò […]. Ciò che si innalzava verso Anu per essere lanciato avvizzì, la sua faccia svanì, il luogo fu desolato». In un’unica esplosione nucleare, la mano di Ninurta annientò il porto spaziale e le sue infrastrutture. Il testo antico descrive anche ciò che fece Nergal: «Desiderando emulare Ishtum, Erra seguì la Strada dei Re e distrusse le città della valle, le città si tramutarono in desolazione».

Mar Morto
I suoi obiettivi erano stati le “città peccatrici” i cui sovrani avevano formato l’alleanza contro i Re dell’Est, la pianura a sud del Mar Morto. E fu così che nel 2024 a.C. vennero fatte esplodere armi nucleari nella penisola del Sinai e nella vicina pianura del Mar Morto, radendo al suolo il porto spaziale e le Cinque Città. Sorprendentemente (ma solo fino a un certo punto se Abram e la sua missione a Canaan vengono considerati sotto quest’ottica), è in questo evento apocalittico che si fondono le narrazioni bibliche e i testi mesopotamici.

Grazie ai testi mesopotamici che fanno riferimento a questi tristi fatti sappiamo che, come richiesto, gli Anunnaki di guardia al porto spaziale erano stati preavvisati: «I due [Nergal e Ninurta] istigati a commettere il male, gettarono da parte i suoi guardiani; gli dèi di quel luogo lo abbandonarono – i suoi custodi salirono alla cupola del cielo». Ma mentre i testi mesopotamici sostengono che i due «insieme fecero fuggire gli dèi, che si misero in salvo dalla distruzione», non fanno capire se anche i popoli delle città maledette erano stati avvisati in anticipo. 

In questo caso, però, è la Bibbia a fornire i dettagli mancanti: leggiamo infatti nella Genesi che sia Abram che suo nipote Lot erano stati davvero avvisati in anticipo – non altrettanto gli altri residenti delle “città peccatrici”. La storia della Bibbia, oltre a gettare luce sugli aspetti “distruttori” di questi eventi, contiene dettagli che chiariscono alcuni aspetti in merito agli dèi e alle loro relazioni, in particolare con Abram. 

La storia ha inizio nel capitolo 18 della Genesi, quando Abram, ormai novantanovenne, seduto all’ingresso della sua tenda, nell’ora più calda del giorno, «alzò gli occhi»  e vide che «tre uomini stavano in piedi presso di lui». Pur se vengono descritti come Anashim, ossia “uomini”, avevano tuttavia qualcosa di insolito, perché Abram si precipitò fuori dalla tenda e si prostrò al suolo –definendosi loro servo – lavò loro i piedi e offrì loro del cibo. I tre uomini, si evince in seguito, erano esseri divini. Quando partirono, il loro capo – identificato come il Signore Dio – decise di rivelare ad Abram qual era la loro missione: stabilire se Sodoma e Gomorra erano davvero città peccatrici, al punto tale da giustificarne la distruzione. 

Mentre due dei tre proseguirono verso Sodoma, Abram si avvicinò e si rivolse al Signore con parole identiche a quelle del testo mesopotamico: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio?» (Genesi 18, 23). Ciò che segue è una incredibile contrattazione fra Dio e l’uomo. «Forse ci sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?», chiese Abram a Dio.

Sodoma e Gomorra
Ricevuta risposta positiva proseguì poi imperterrito: «Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». E proseguì poi scendendo a quaranta, trenta… fino a dieci. «Poi il Signore, come ebbe finito di parlare con Abram se ne andò e Abram ritornò alla sua abitazione.» Gli altri due esseri divini (la continuazione della storia nel capitolo 19 li chiama Malachim, letteralmente “emissari”, ma in genere tradotti come “angeli”) giunsero a Sodoma in serata. 

Gli eventi di quella notte, purtroppo, confermarono senza ombra di dubbio la scelleratezza e il peccato di quella città; fu così che all’alba i due esortarono Lot, nipote di Abram, a fuggire insieme alla sua famiglia, perché «il Signore sta per distruggere la città». La famiglia esitava e chiese ancora un po’ di tempo; uno degli “angeli” accordò loro il permesso di ritardare la distruzione fino a quando Lot e la sua famiglia non si fossero messi al sicuro nelle montagne. «E Abram andò di buon mattino al luogo dove si era fermato davanti al Signore; contemplò dall’alto Sodoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace

Abram aveva novantanove anni; poiché era nato nel 2123 a.C., quell’episodio si colloca nel 2024 a.C.


Z.SITCHIN

martedì 17 ottobre 2017

L'USO DELLE ARMI NUCLEARI NEL 2024 A.C. - LA GUERRA DEI RE

Liberare le “armi di distruzione in massa” in Medio Oriente si identifica con il timore dell’avverarsi delle profezie di Armageddon. Rattrista il fatto che quattromila anni fa l’escalation del conflitto fra divinità – non fra uomini – portò all’uso di armi nucleari proprio in quella regione. E se c’è mai stato un atto più deplorevole con conseguenze del tutto imprevedibili, fu proprio quello.


Ormai è assodato che la prima volta che vennero usate le armi nucleari sulla Terra non fu nel 1945 d.C. a Hiroshima e a Nagasaki, bensì nel 2024 a.C. L’evento è stato descritto in una serie di testi antichi dai quali è possibile ricostruirne dettagli e retroscena, inquadrando il tutto nel giusto contesto.


Quelle fonti antiche includono la Bibbia ebraica: infatti Abram, primo patriarca ebreo, fu testimone oculare di quella terribile calamità.

La Guerra dei Re, fallendo di sottomettere le “terre ribelli”, demoralizzò gli Enliliti e imbaldanzì i Mardukiti, ma poi, seguendo le istruzioni degli Enliliti, Ninurta iniziò a cercare un’infrastruttura spaziale alternativa all’altro lato del mondo: nell’odierno Perù, in Sud America. 

I testi indicano che lo stesso Enlil era solito allontanarsi da Sumer perlunghi periodi di tempo. I movimenti di questi dèi fecero sì che gli ultimi due re di Sumer, Shu-Sin e Ibbi-Sin, mutassero le proprie alleanze e iniziassero a rendere omaggio a Enki a Eridu, sua roccaforte sumera. Le assenze degli dèi allentarono anche il controllo sulla “Legione Straniera” di Elamiti e i documenti parlano di “sacrilegi” da parte di questi mercenari. Uomini e dèi erano sempre più disgustati da ciò che vedevano. 

Marduk, in particolare, era furioso. Gli erano giunte voci di saccheggi, di distruzioni e di profanazioni della sua amata Babilonia. Ricorderemo che l’ultima volta che vi era stato, era stato convinto dal fratellastro Nergal ad andare via in pace fino al momento in cui il Tempo Celeste non avesse raggiunto l’Era dell’Ariete. Acconsentì ad andarsene solo dopo aver ricevuto la solenne parola di Nergal che nulla sarebbe stato distrutto o dissacrato a Babilonia, eppure accadde esattamente il contrario.

Marduk si infuriò per la profanazione del proprio tempio per mano degli “indegni” Elamiti: «Del tempio [fecero] una tana per orde di cani, un nido per stridule cornacchie, che volando, lasciavano cadere il loro fetido sterco». Da Haran Marduk levò un grido ai grandi dèi: «Fino a quando?». Non è ancora giunto il Tempo, si domandava nella sua autobiografia profetica: 

O grandi dèi, 
ascoltate i miei segreti
Mentre mi allaccio la cintura, 
ricordo le mie memorie.
Sono il divino Marduk, 
un grande dio.
Fui mandato via per i miei peccati,
tra le montagne andai.
Per molte terre ho vagabondato,
da dove sorge il sole fino adove tramonta.   
Fino alle cime della 
terra di Hatti 
sono andato.
Nella terra di Hatti 
ho domandato a un oracolo,
volevo sapere del mio trono
e della mia signoria;
Lì [ho domandato]: «Fino a quando?».

«Ventiquattro anni là ho dimorato», proseguiva Marduk; «i miei giorni di esilio sono finiti!» Il tempo è giunto, disse, per fare rotta verso la sua città (Babilonia), «ricostruire il mio tempio, la mia dimora eterna». Iniziando a vaneggiare, parlò di vedere il suo tempio, l’E.SAG.IL (“Casa la cui cima è alta”) levarsi come una montagna su di una piattaforma a Babilonia, chiamandolo “La casa della mia alleanza”. 

Lui già vedeva Babilonia nel suo pieno splendore, con un re scelto da lui, una città piena di gioia, una città benedetta da Anu. I tempi messianici, profetizzava Marduk, «scacceranno il male e la sorte malvagia, portando l’amore di una madre a tutta l’umanità». L’anno in cui si completò il soggiorno di ventiquattro anni ad Haran fu il 2024 a.C.; coincideva con i settantadue anni trascorsi dal momento in cui Marduk aveva accettato di lasciare Babilonia e di aspettare il tempo celeste dell’oracolo.

L’invocazione “Fino a quando?” di Marduk, rivolta ai Grandi Dèi, non era fine a se stessa, perché la leadership degli Anunnaki era costantemente impegnata in consultazioni, di natura sia formale che informale. Allarmato dal deteriorarsi della situazione, Enlil fece ritorno in fretta e furia a Sumer e fu scioccato nell’apprendere che le cose non andavano bene nemmeno a Nippur. Ninurta venne convocato per rendere conto della mala condotta degli Elamiti, ma questi addossò ogni colpa a Marduk e a Nabu.


Z.SITCHIN

venerdì 13 ottobre 2017

LA LIBERAZIONE DI LOT A SODOMA DA PARTE DI ABRAMO

Non potendo entrare nella penisola del Sinai, l’esercito dell’Est marciò verso nord. All’epoca il Mar Morto era più piccolo; la sua odierna appendice meridionale non era ancora stata sommersa dalle acque ed era una pianura fertile, ricca di terreni coltivati, frutteti e centri di commercio. Gli insediamenti di quella zona erano cinque, fra cui le tristemente famose Sodoma e Gomorra. Andando verso nord gli invasori si trovarono di fronte alle forze combinate di ciò che la Bibbia chiamava le «cinque città peccatrici».

Fu lì – dice la Bibbia – che i quattro re combatterono e sconfissero i cinque re. Dopo aver saccheggiato le città e catturato prigionieri, gli invasori si ritirarono, ma questa volta lungo la riva occidentale del Giordano. A questo punto la Bibbia avrebbe potuto distogliere l’attenzione da queste battaglie, se non fosse stato che fra i prigionieri c’era anche Lot, nipote di Abramo, che viveva a Sodoma.

Quando un fuggiasco da Sodoma riferì ad Abramo quanto era accaduto, «organizzò i suoi uomini esperti nelle armi […] e si diede all’inseguimento». I suoi uomini raggiunsero gli invasori a nord, nei pressi di Damasco, liberarono Lot e recuperarono tutte le loro cose. La Bibbia ricorda questo successo come «la sconfitta di Khedorla’omer e dei re che erano con lui» per mano di Abram. I documenti storici suggeriscono che, per quanto audace ed estesa sia stata questa guerra, non riuscì comunque a schiacciare la ribellione di Marduk-Nabu.

Come sappiamo Amar -Sin morì nel 2039 a.C., ucciso non dalla lancia di un nemico, bensì dal veleno di uno scorpione. Nel 2038 a.C. salì al trono suo fratello Shu-Sin. I dati relativi ai suoi nove anni di regno registrano due imprese militari a nord, nessuna a occidente e, in generale, parlano di strategie di difesa. Questo sovrano fece costruire nuove sezioni del Grande Muro Occidentale per proteggersi dagli attacchi degli Amorriti.

Le difese, comunque, venivano portate sempre più vicine al cuore stesso di Sumer, rimpicciolendo di fatto il territorio controllato da Ur. Quando ascese al trono il successivo (e ultimo) re della dinastia di Ur III, Ibbi-Sin, i predoni provenienti da ovest erano penetrati attraverso il Muro e si stavano scontrando contro la “Legione Straniera” di Ur, i mercenari elamiti interritorio sumero. A guidare e incitare gli occidentali verso l’obiettivo c’era Nabu. Marduk, suo padre divino, lo attendeva ad Haran (Haran è Carran nella Bibbia)  per riconquistare Babilonia.

I grandi dèi indissero un consiglio di emergenza e approvarono poi quelle misure straordinarie che avrebbero cambiato per sempre il futuro.


Z.SITCHIN

martedì 10 ottobre 2017

IL PASCOLO DI IBRU'UM


Testo di Amar-Sin
I testi sumeri che si occupano del regno di Amar-Sin, figlio e successore di Shulgi, ci informano che nel 2041 a.C. questi lanciò la sua maggiore (e ultima) campagna militare contro le Terre dell’Occidente cadute sotto l’influsso di Marduk/Nabu. Grazie a un’alleanza internazionale compì un’invasione unica nella storia, in cui vennero attaccate non solo le città degli uomini, ma anche le roccaforti degli dèi e dei loro figli.


Fu davvero un evento di portata eccezionale, senza precedenti, al quale la Bibbia ha dedicato un intero capitolo della Genesi, il 14. Gli studiosi lo chiamano “la Guerra dei Re” perché il suo apice fu una grande battaglia che vide contrapposti un esercito composto da quattro “Re dell’Oriente” e le forze combinate di cinque “Re dell’Occidente”. Culminò poi in un’impresa militare notevole, a opera dei cavalieri di Abram. La Bibbia inizia il resoconto di quella grande guerra internazionale elencando i re e i regni dell’Oriente che «vennero e fecero guerra» all’Occidente: 

Al tempo di Amraphel re di
Sennaar,
di Arioch re di Ellasar,
di Khedorla’omer re
dell’Elam
e di Tideal re di Goim

Nel 1897, durante una conferenza al Victoria Institute, a Londra, l’assirologo Theophilus Pinches portò per la prima volta all’attenzione degli studiosi il gruppo di tavolette chiamate i Testi di Khedorla’omer. Descrivono chiaramente gli stessi eventi narrati nel capitolo 14 della Genesi, pur se con maggior dovizia di particolari. È probabile, perciò, che quelle stesse tavolette furono la fonte degli autori della Bibbia.

Hammurabi
Quelle tavolette identificano «Khedorla’omer, re dell’Elam» come il re elamita Kudur-laghmar, di cui parlano anche altre fonti storiche. Arioch è stato identificato come ERI.AKU (“Servo del dio Luna”), che regnava nella città di Larsa (la Ellasar citata dalla Bibbia) e Tideal è stato identificato come Tud-ghula, vassallo del re di Elam.

Nel corso degli anni è seguito un dibattito sull’identità di «Amraphel re di Sennaar»; le ipotesi puntavano tutte su Hammurabi, il famoso re di Babilonia vissuto secoli dopo. Ma Sennaar è il nome che la Bibbia usa per indicare Sumer, non Babilonia. Quindi, chi ne era il re ai tempi di Abramo? In Guerre atomiche al tempo degli dèi sostengo la tesi secondo la quale il termine ebraico non debba essere letto come Amra-Phel, bensì come Amar-Phel, dal sumero AMAR.PAL – una variante di AMAR.SIN – i cui formulari di data confermano che fu proprio lui, nel 2041 a.C., a dare il via alla Guerra dei Re.

La coalizione che la Bibbia identifica concertezza era guidata dagli Elamiti – dettaglio questo corroborato dai dati mesopotamici che indicano il ruolo riemergente di Ninurta nella battaglia. La Bibbia data l’invasione di Khedorla’omer osservando che avvenne a quattordici anni di distanza dalla precedente incursione degli Elamiti in Canaan – un ulteriore dettaglio che si conforma ai dati del periodo di Shulgi.

Questa volta, tuttavia, la rotta dell’invasione fu diversa: affrontando un passaggio rischioso attraverso il deserto, gli invasori evitarono la costa mediterranea, densamente popolata, marciando sulla riva orientale del fiume Giordano. La Bibbia elenca i luoghi dove queste battaglie ebbero luogo e contro chi si scontrarono gli eserciti enliliti; sappiamo perciò che venne fatto un tentativo di regolare le controversie con vecchi nemici – discendenti degli Igigi che avevano contratto matrimoni misti, anche di ZU, l’Usurpatore – che evidentemente supportavano le rivolte contro gli Enliliti. 

In questo frangente, tuttavia, non si perse di vista l’obiettivo principale: il porto spaziale. Gli eserciti invasori seguirono ciò che dai tempi biblici è stata conosciuta come la Via dei Re, che correva su di un’asse nord-sud lungo la riva orientale del Giordano. Ma quando si rivolsero a ovest verso l’accesso alla penisola del Sinai, incontrarono un blocco: Abram e i suoi cavalieri. 

Facendo riferimento alla città di ingresso alla penisola, Dur-Mah-Ilani (“il grande luogo fortificato degli dèi”) – che la Bibbia chiamava Kadesh-Barnea – i Testi di Khedorla’omer affermano chiaramente che la strada era bloccata: 

Il figlio del sacerdote,
che gli dèi avevano in
consiglio benedetto,
aveva evitato il saccheggio.


A mio avviso il «figlio del sacerdote» benedetto dagli dèi, era nient’altri che Abram, figlio di Terach. Una tavoletta dei formulari di data che appartiene ad Amar-Sin, iscritta su entrambi i lati si vanta della distruzione di NEIB.RU.UM, “il pascolo di Ibru’um”. In realtà, all’ingresso del porto spaziale non ci fu alcuna battaglia. La sola presenza di Abramo e dei suoi uomini aveva convinto gli invasori a battere in ritirata verso obiettivi più ricchi e più lucrativi. 

Ma se il riferimento è davvero ad Abramo, ci offre un’ulteriore e straordinaria conferma – al di fuori della Bibbia – dei documenti dei Patriarchi, indipendentemente da chi sosteneva di essere il vincitore.






Z. SITCHIN

venerdì 6 ottobre 2017

IL SIGNORE DISSE:"VATTENE DAL TUO PAESE, DALLA TUA TERRA, DALLA TUA PATRIA E DALLA CASA DI TUO PADRE"

Poco dopo vennero uniti per la prima volta il sacerdozio di Nippur e di Ur; è molto probabile che fu allora che il sacerdote di Nippur, Tirhu, si trasferì con la propria famiglia, incluso Abram – a quei tempi un ragazzino di dieci anni – per servire nel tempio di Nannar a Ur. Nel 2095 a.C., quando Abram aveva ventotto anni ed era già sposato, Terach venne trasferito ad Haran, portando con sé la propria famiglia.

La Profezia di Marduk
Non poteva trattarsi di una semplice coincidenza il fatto che fu lo stesso anno in cui Shulgi succedette a Ur-Nammu. Lo scenario che emerge è che i movimenti di questa famiglia erano legati, in qualche modo, agli avvenimenti geopolitici dell’epoca. A dire il vero, quando lo stesso Abramo venne scelto per eseguire gli ordini divini di lasciare Haran e di recarsi a Canaan, il grande dio Marduk compì il passo cruciale di spostarsi ad Haran. Fu nel 2048 a.C. che vennero fatte le due mosse: Marduk si trasferì ad Haran e Abramo lasciava Haran per recarsi nella lontana Canaan.

Dalla Genesi sappiamo che Abramo aveva settantacinque anni, e fu quindi nel 2048 a.C. che il Signore gli disse: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre» – lascia cioè Sumer, Nippur e Carran [Haran] – «verso il paese che io ti indicherò». Per quanto riguarda Marduk, un lungo testo conosciuto come Profezia di Marduk – rivolta al popolo di Haran (tavolette di argilla, nella foto) – fornisce l’indizio che conferma sia il fatto, sia il periodo di questo suo spostamento: il 2048 a.C. Questi due trasferimenti devono essere per forza correlati.

Ma il 2048 a.C. fu anche l’anno in cui gli dèi enliliti decisero di sbarazzarsi di Shulgi, ordinando per lui la “morte di un peccatore”– una mossa, questa, che segnalava la fine dell’era del “cerchiamo dei mezzi pacifici” e il ritorno a un conflitto aggressivo; e non è possibile che si trattasse di una coincidenza. 
No, le tre mosse – Marduk ad Haran, Abram che lasciava quella città e si recava a Canaan e, infine, l’eliminazione di Shulgi, il decadente – dovevano essere collegate: tre mosse contemporanee e legate fra di loro nello Scacchiere Divino.

Abram/Abramo
Erano, come vedremo, fasi nel conto alla rovescia fino al Giorno del Giudizio. I successivi ventiquattro anni, dal 2048 a.C. fino al 2024 a.C., furono un periodo di fervore e fermento religiosi, di diplomazia e di intrighi internazionali, di alleanze militari e di scontri fra eserciti, di lotta per la superiorità strategica. 
Il porto spaziale nella penisola del Sinai e gli altri siti legati allo spazio erano costantemente al centro degli avvenimenti.

Sorprendentemente, diversi documenti dell’antichità sono sopravvissuti alla prova del tempo fornendoci non soltanto una panoramica degli eventi, ma anche numerosi particolari relativi alle battaglie, alle strategie, alle discussioni, alle controversie, ai protagonisti e alle loro mosse e, infine, alle decisioni cruciali che sfociarono nel più profondo sconvolgimento sulla Terra dai tempi del Diluvio.

Corroborate dai formulari di data e da altre diverse referenze, le fonti principali per ricostruire questi eventi drammatici sono proprio i capitoli della Genesi; l’autobiografia di Marduk, meglio nota come Profezia di Marduk; un gruppo di tavolette nella “Collezione Spartoli” conservate nel British Museum di Londra, conosciute come i Testi Khedorla’omer; e un lungo testo storico/autobiografico dettato dal dio Nergal a uno scriba fidato, meglio noto come Epopea di Erra.

Come in un film – in genere un thriller – in cui i diversi testimoni oculari e protagonisti descrivono lo stesso evento con leggere differenze, pur lasciando comunque intuire il quadro d’insieme, anche noi siamo in grado di ricostruire gli avvenimenti, sia pure con alcune discrepanze. Nel 2048 a.C. la mossa principale di Marduk fu di stabilire il suo posto di comando ad Haran. Così facendo, sottrasse a Nannar/Sin il controllo di questo vitale crocevia settentrionale, isolando di fatto Sumer dalle terre settentrionali degli Ittiti. 

Al di là del significato puramente militare, questa mossa privò Sumer dei suoi vitali legami commerciali ed economici. Consentì anche a Nabu «di schierare le sue città, di fare rotta verso il Grande Mare». I nomi dei luoghi citati in questi testi ci fanno capire che le principali città a occidente
del fiume Eufrate erano già – o stavano per essere poste – sotto il controllo totale o parziale di padre e figlio, compreso anche il Luogo dell’Atterraggio, di cruciale importanza.

Ad Abram/Abramo venne ordinato di recarsi a Canaan, la regione più popolata delle Terre dell’Occidente. Lasciò quindi Haran, portando con sé sua moglie e suo nipote Lot. Viaggiò tranquillamente verso sud, fermandosi solo per rendere omaggio al suo Dio in determinati siti sacri. La sua destinazione era il Negev, la regione arida che confina con la penisola del Sinai.
Non vi rimase a lungo.

Non appena il successore di Shulgi, Amar-Sin, salì sul trono nel 2047 a.C., Abram ricevette istruzione di recarsi in Egitto. Venne subito condotto alla casa del faraone e lì «ricevette greggi e armenti e asini, e schiavi e schiave, asini e cammelli». 
La Bibbia è piuttosto vaga sul perché di questi doni, tranne per il fatto che il faraone – sapendo che Sarai era la sorella di Abram – partiva dal presupposto che gli venisse offerta in moglie, il che suggerisce una sorta di trattato. 


Appare del tutto plausibile che questi negoziati internazionali – di livello così elevato – avessero luogo fra Abram e i sovrani egizi se notiamo che Abramo fece ritorno nel Negev, dopo un soggiorno di sette anni in Egitto, nel 2040 a.C.: lo stesso anno in cui i principi tebani dell’Egitto Superiore sconfissero la precedente dinastia dell’Egitto Inferiore, dando vita al Medio Regno unificato dell’Egitto.

Un’altra coincidenza geopolitica!

Abram, rifornito di uomini e cammelli, fece ritorno nel Negev appena in tempo per assolvere alla sua missione, ora ben chiara: difendere la Quarta Regione e il suo porto spaziale. Come rivela la narrazione biblica, poteva disporre di una forza di élite di Ne’a’arim – un termine tradotto di solito come “Giovani Uomini” – ma i testi mesopotamici usavano l’omologo LU.NAR (“Uomini-NAR”) per indicare coloro che cavalcano i cammelli.

Ritengo che Abram, dopo aver appreso ad Haran della superiorità militare degli Ittiti, ottenne in Egitto un notevole esercito di cavalieri a cammello. La sua base a Canaan fu ancora nel Negev, l’area che confinava con la penisola del Sinai.

Appena in tempo: un esercito potente – legioni di un’alleanza dei re enliliti– si mise in marcia non solo per schiacciare e punire le “città peccatrici” che avevano stretto alleanze con “altri dèi”, ma anche per catturare il porto spaziale.


Z.SITCHIN

mercoledì 4 ottobre 2017

ABRAM, UN SUMERO A TUTTI GLI EFFETTI.

Inesplicabilmente, diversi testi sumeri e “Liste di dèi” iniziarono ad associare Tilmun al figlio di Marduk: il dio Ensag/Nabu. Enki, apparentemente era coinvolto in questo cambiamento, perché un testo che tratta del rapporto fra Enki e Ninharsag afferma che i due decisero di attribuire il luogo al figlio di Marduk: «Che Ensag sia il Signore di Tilmun» dissero.

NABU
Le fonti antiche indicano che dalla regione sacra – e pertanto sicura –Nabu si avventurò fino alle terre e alle città sul Mediterraneo, giungendo persino ad alcune isole del Mediterraneo, diffondendo ovunque il messaggio dell’imminente supremazia di Marduk. Era,  perciò, l’enigmatico “Figlio dell’Uomo” delle profezie egizie e accadiche: il Figlio Divino che era anche il Figlio dell’Uomo, il figlio di un dio e di una donna terrestre.

Gli Enliliti, come è facile comprendere, non potevano accettare questa situazione. E fu così che quando Amar-Sin ascese al trono di Ur dopo Shulgi, vennero modificati sia glio biettivi, sia la strategia delle spedizioni militari di Ur III, così da riaffermare il controllo degli Enliliti su Tilmun, isolare la regione sacra dalle “terre ribelli” e, infine, liberare con le armi quelle terre dall’influenza di Nabu e Marduk.

A cominciare dal 2047 a.C. la Quarta Regione sacra divenne un obiettivo – nonché una pedina – nella lotta degli Enliliti contro Marduk e Nabu; e come rivelano sia la Bibbia, sia i testi mesopotamici il conflitto sfociò nella più grande “guerra mondiale” dell’antichità. Quella “Guerra dei Re”, che coinvolgeva anche l’ebreo Abram, ponendolo al centro di eventi internazionali.

Nel 2048 a.C. il destino del fondatore del monoteismo, Abram, e il fato del dio degli Anunnaki, Marduk, confluirono in un luogo chiamato Haran. 
Haran*, “la città carovaniera”, era sempre stata un importante centro di commercio ad Hatti (terra degli Ittiti). Si trovava alla confluenza di importanti rotte di commercio internazionale e militari. Situata alle sorgenti del fiume Eufrate, era anche il centro di trasporto fluviale fino alla stessa Ur. Circondata da terre fertili, irrigate dagli affluenti del fiume – il Balikh e il Khabur – era anche un centro di pastorizia. 

I famosi “mercanti di Ur” vi si recavano per la lana e portavano in cambio i rinomati abiti di lana di Ur, quindi dei “prodotti finiti”, per così dire. Ma vi era anche un fiorente commercio di metallo, pellami, cuoio, legno, terrecotte e spezie. (Il profeta Ezechiele, che venne deportato da Gerusalemme nella regione del Khabur ai tempi di Babilonia, citava i mercanti di Haran: «cambiavano con te vesti di lusso, mantelli di porpora e di broccato e tappeti tessuti a vari colori».)

Terach e i suoi figli?
Nell’antichità Haran era conosciuta anche come la “Ur lontana da Ur” (la città, che porta ancora questo nome esiste a tutt’oggi in Turchia, nei pressi del confine con la Siria; l’ho visitata nel 1977); al suo centro si ergeva un grande tempio dedicato a Nannar/Sin. Nel 2095 a.C, anno in cui Shulgi salì al trono di Ur, un sacerdote di nome Terach venne inviato da Ur ad Haran per servire nel tempio di quella città.

Portò con sé la propria famiglia, incluso anche il proprio figlio Abramo. Sappiamo di Terach, della sua famiglia, e del suo trasferimento da Ur ad Haran, grazie alle parole della Bibbia:


Questa è la posterità di Terach:
Terach generò Abram,
Nacor e Aran:
Aran generò Lot.
Aran morì poi alla presenza 
di suo padre Terach 
nella sua terra natale, in Ur
dei Caldei.
Abram e Nacor si presero 
delle mogli;
la moglie di Abram si
chiamava Sarai,
e la moglie di Nacor Milca 
[…]
Poi Terach prese Abram,
suo figlio, e Lot, figlio di 
Aran,
figlio cioè del suo figlio, e 
Sarai sua nuora,
moglie di Abram suo figlio,
e uscì con loro da Ur dei
Caldei
per andare nel paese di 
Canaan.
Arrivarono fino a Carran 
e vi si stabilirono.

(Genesi 11,27-31)

È con questi versi che la Bibbia ebraica inizia la storia cruciale di Abramo – all’inizio chiamato con il suo nome sumero Abram. Suo padre, ci è stato detto in precedenza, apparteneva a una dinastia patriarcale che risaliva fino a Sem, figlio maggiore di Noè (protagonista del Diluvio). Tutti quei Patriarchi erano vissuti molto a lungo: Sem 600 anni, suo figlio Arpacsad 438 anni; gli altri figli maschi rispettivamente 433, 460, 239 e 230 anni. 

Nacor, padre di Terach, visse 148 anni; e lo stesso Terach, che generò Abram a settanta anni, visse fino a 205 anni. Il capitolo 11 della Genesi spiega che Arpacsad e i suoi discendenti vissero in seguito nel paese conosciuto come Sumer ed Elam e nelle zone circostanti. Abram, quindi, era un sumero a tutti gli effetti.



Questa informazione genealogica, da sola, ci fa capire che Abram aveva antenati non comuni. Il suo nome sumero, AB.RAM, significa “Amato dal Padre”, un nome decisamente appropriato per un figlio nato a un uomo di settanta anni. Il nome stesso del padre, Terach, derivava dall’epiteto sumero TIR.HU; designava un sacerdote oracolo – un sacerdote che osservava i segni celesti o riceveva gli oracoli da un dio e li riportava o li spiegava al re. 

Il nome della moglie di Abram, SARAI (successivamente Sarah in ebraico) significava “principessa”; il nome della moglie di Nacor, Milca, significava “simile a una regina”; entrambi questi nomi suggeriscono una geneaologia reale. Poiché in seguito veniamo a sapere che la moglie di Abramo era, in realtà, la sua sorellastra «la figlia di mio padre ma non di mia madre», ne consegue che la madre di Sarai/Sarah era di stirpe reale. 

La famiglia apparteneva dunque ai ceti più alti di Sumer, annoverando fra i propri antenati sovrani e sommi sacerdoti. Un altro indizio importante per identificare la storia della famiglia è il riferimento che ripete lo stesso Abramo al suo incontro con i sovrani a Canaan e in Egitto: lui è un Ibri – un “Ebreo”. La parola deriva dalla radice ABoR, “attraversare”, quindi gli studiosi della Bibbia hanno ipotizzato che significasse che lui proveniva dall’altra sponda del fiume Eufrate, vale a dire dalla Mesopotamia.

Eufrate
Personalmente ritengo che il termine avesse un significato ben più specifico. Il termine usato per la città sacra dei Sumeri, Nippur, è la traduzione accadica del termine sumero NI.IBRU, “Splendido Luogo dell’Attraversamento”. Abram e i suoi discendenti, che nella Bibbia sono chiamati Ebrei, appartenevano a una famiglia che si identificava come “Ibru” – Nippuriani. Questo ci suggerisce che Terach era prima un sacerdote a Nippur, poi si trasferì a Ur e infine ad Haran, portando con sé la propria famiglia.

Sincronizzando le cronologie biblica, sumera ed egizia (come dettagliato in Guerre atomiche al tempo degli dèi), siamo giunti a stabilire che Abramo nacque nel 2123 a.C. Nel 2113 a.C. gli dèi decisero di far diventare capitale di Sumer Ur, centro di culto di Nannar/Sin, e di far salire sul trono Ur-Nammu.


Z.SITCHIN

domenica 1 ottobre 2017

GERUSALEMME: UN CALICE SVANITO NEL NULLA

Nel XXI secolo a.C., quando vennero usate per la prima volta le armi nucleari sulla Terra, Abramo venne benedetto con pane e vino in nome del Signore Altissimo a Ur-Shalem, – e proclamò la prima
religione monoteista dell’umanità. Ventun secoli dopo, un discendente di Abramo celebrò una cena speciale a Gerusalemme e portò sulle spalle una croce – simbolo di un determinato pianeta – fino al luogo della propria esecuzione, dando vita a un’altra religione monoteista. Molte sono ancora le domande che lo riguardano: chi era realmente? Cosa ci faceva a Gerusalemme? Venne ordita una trama contro di lui, o la ordì lui stesso contro di sé? E cosa era quel calice che ha dato origine alle leggende sul “Santo Graal” (e alle relative ricerche)?

Durante la sua ultima sera da uomo libero,celebrò insieme ai suoi dodici apostoli il pasto
cerimoniale della Pasqua ebraica (Seder in ebraico),con vino e pane azzimo; la scena è stata immortalata dai più grandi pittori di arte religiosa. L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci è la più celebre in assoluto. Leonardo era famoso per le sue conoscenze scientifiche e per il suo acume teologico: è stato ampiamente dibattuto e analizzato ciò che mostra il suo quadro,con il solo risultato di infittire ancor più l’enigma. La chiave per svelare i misteri, come vedremo, è proprio in ciò che il
dipinto non mostra; è proprio ciò che manca,infatti, a contenere le risposte agli enigmi della saga di Dio e dell’Uomo sulla Terra, e al desiderio di Tempi Messianici. Passato, presente e futuro
convergono nei due eventi, che sono separati da ventuno secoli. Entrambi hanno come teatro
Gerusalemme e, grazie alla tempistica, sono legati dalle profezie bibliche relative alla Fine dei
Giorni.



Per comprendere cosa accadde ventuno secoli fa dobbiamo voltare all’indietro le pagine della
storia fino a ritrovare Alessandro Magno, che si considerava figlio di un dio ma che, nonostante ciò,
morì a Babilonia a soli trentadue anni. Mentre era ancora in vita, controllava i suoi generali attraverso
una serie di favoritismi,punizioni e anche facendo ricorso a morti “premature” (alcuni sostengono che lo stesso Alessandro fu avvelenato). Alla sua morte vennero uccisi anche suo figlio, di appena quattro anni, e il suo tutore, fratello di Alessandro; i generali in lotta e i comandanti regionali si spartirono le
più importanti terre conquistate: Tolomeo e i suoi successori, di stanza in Egitto, si impossessarono dei domini africani di Alessandro; Seleuco e i suoi successori governarono Siria,Anatolia,
Mesopotamia e le lontane terre asiatiche; la contestata Giudea (con Gerusalemme) venne annessa al regno di Tolomeo. I Tolomei, dopo essere riusciti a far seppellire il corpo di Alessandro in Egitto, si considerarono i suoi eredi e proseguirono nell’atteggiamento tollerante nei confronti delle altre religioni. Crearono la famosa Biblioteca di Alessandria e affidarono a un sacerdote egizio, Manetone, il compito di scrivere la storia dinastica dell’Egitto e la preistoria divina per i Greci (l’archeologia ha
confermato quanto affermava Manetone). Ciò convinse i Tolomei che la loro civiltà era l’erede di
quella egizia e, perciò, si consideravano a pieno titolo successori dei faraoni.



I sapienti greci mostrarono particolare interesse nella religione e negli scritti degli Ebrei, al punto che i Tolomei commissionarono la traduzione in greco della Bibbia ebraica (traduzione nota come la Septuagint) e consentirono agli Ebrei piena libertà di religione in Giudea, nonché nelle loro comunità, sempre più numerose, in Egitto. Come i Tolomei, anche i Seleucidi potevano contare su di un ex
sacerdote di Marduk,Beroso, al quale venne affidato il compito di compilare per loro la storia
e la preistoria dell’umanità e dei suoi dèi, secondo la tradizione mesopotamica. In una forzatura della
storia, compì delle ricerche e scrisse una serie di tavolette cuneiformi nei pressi di Haran. È grazie ai
suoi primi tre libri (che conosciamo solo per frammenti riportati negli scritti di altri autori
dell’antichità) che il mondo occidentale, la Grecia prima e Roma poi,apprese degli Anunnaki e della loro venuta sulla Terra, dell’era antecedente al Diluvio, della creazione dell’uomo, del Diluvio
stesso e di tutto ciò che seguì. Quindi fu da Beroso (come confermato in seguito dalla scoperta e
dalla decifrazione delle tavolette cuneiformi) che si venne a sapere che il “sar” di 3.600 anni era in realtà “l’anno” degli dèi. Nel 200 a.C. i Seleucidi attraversarono i confini tolemaici e catturarono la
Giudea. Come in altri casi,gli storici hanno cercato ragioni geopolitiche ed economiche per
giustificare questa guerra,ignorandone gli aspetti religioso-messianici. Fu nel rapporto sul Diluvio che Beroso raccontò che Ea/Enki aveva dato istruzione a Ziusudra (il “Noè” sumero) di «nascondere ogni scritto che si trovasse in Sippar, la città di Shamash» affinché si potesse recuperare dopo il Diluvio stesso, perché quegli scritti «riguardavano gli inizi, i periodi intermedi e le fini».

Secondo Beroso, il mondo è soggetto a cataclismi periodici, e li metteva in relazione alle ere
zodiacali: la sua era iniziata 1920 anni prima dell’era Seleucide (312 a.C.); ciò avrebbe collocato l’Era dell’Ariete nel 2232 a.C. – un’era destinata ad arrivare presto alla fine, pur se veniva garantita tutta la sua lunghezza matematica (2232-2160 a.C.). I documenti a nostra disposizione fanno capire
che i re seleucidi, abbinando questi calcoli al “Mancato Ritorno”, furono colti dal bisogno di
aspettarne uno e di compiere i relativi preparativi. Ebbe così inizio un frenetico restauro e ripristino dei templi in rovina di Sumer e Akkad; particolare attenzione venne posta all’E.ANNA – la “Casa di Anu” – a Uruk. Il Luogo dell’Atterraggio, che loro chiamavano Eliopoli – Città del dio Sole – venne dedicata a un altro dio, Zeus, al quale eressero un tempio. Dobbiamo quindi concludere che la vera
motivazione della guerra per catturare la Giudea nasceva dall’urgenza di preparare per il Ritorno il
sito legato allo spazio a Gerusalemme. Era il modo dei Seleucidi e dei Greci di prepararsi al ritorno degli dèi.

A differenza dei Tolomei, i sovrani seleucidi erano ben determinati a imporre la cultura e la religione
ellenica nei loro domini. Il cambiamento fu decisamente d’impatto a Gerusalemme, dove
all’improvviso vennero messe di stanza truppe straniere e venne messa in discussione l’autorità dei
sacerdoti del tempio. La cultura e le abitudini elleniche vennero introdotte con la forza;persino i nomi dovettero essere cambiati, a cominciare dal sommo sacerdote, che fu costretto a trasformare il proprio
nome da Giosuè a Giasone. Leggi civili restringevano la cittadinanza ebraica a Gerusalemme; vennero elevate tasse per finanziare l’insegnamento dell’atletica e della lotta, non più della Torah; e nelle campagne vennero eretti tempietti dedicati alle divinità greche; i soldati costringevano la
popolazione al nuovo culto. Nel 169 a.C. giunse a Gerusalemme il re seleucide Antioco IV Epifane. Non si trattò di una visita di cortesia. Violando la santità del tempio, entrò nel Sancta Sanctorum. Su suo ordine,vennero confiscati tutti gli oggetti rituali in oro, la città venne affidata a un governatore greco e accanto al Tempio venne costruita una fortezza per ospitare una guarnigione permanente di soldati stranieri. Rientrato nella sua capitale assira, Antioco IV emise un proclama che imponeva la venerazione degli dèi greci in tutto il regno; in Giudea, proibiva specificatamente l’osservanza del Sabbath e la circoncisione.

In accordo con il decreto, il tempio di Gerusalemme sarebbe dovuto diventare il Tempio di Zeus; e nel 167 a.C., nel 25° giorno del mese ebraico di Kislev – equivalente al nostro 25 dicembre – i soldati greco-siriani posero nel tempio un idolo, una statua che rappresentava Zeus, “Il Signore del Cielo”; venne trasformato anche il grande altare, utilizzato per fare sacrifici a Zeus. Il sacrilegio non avrebbe
potuto essere maggiore. L’inevitabile sommossa ebraica, iniziata e capeggiata da un sacerdote di nome Mattatia e dai suoi cinque figli, è nota come la rivolta maccabea o asmonea. Iniziata in
campagna, la rivolta ebbe presto la meglio sui soldati greci di stanza. Quando giunsero i rinforzi, la
rivolta divampò in tutto il paese; anche se i Maccabei erano inferiori di numero e avevano minori armi, erano mossi da uno zelo religioso che li rendeva estremamente agguerriti e feroci. Questi eventi, descritti nel Libro dei Maccabei (e da storici di periodi successivi), non lasciano dubbi sul fatto che la battaglia di un manipolo di uomini contro un regno potente fu guidata da un certa pressione temporale: era imperativo, infatti,riprendere il controllo di Gerusalemme, purificare il
tempio e dedicarlo nuovamente a Yahweh entro una determinata data.

Nel 164 a.C. i Maccabei riuscirono a riconquistare solo il Monte del Tempio: in quell’anno,
purificarono il tempio e riaccesero la sacra fiamma; nel 160 a.C. ci fu la vittoria finale, che portava al pieno controllo di Gerusalemme e alla restaurazione dell’indipendenza ebraica. Gli Ebrei celebrano ancora quella vittoria e la riconsacrazione del tempio in occasione dell’Hanukkah (“Riconsacrazione”), nel venticinquesimo giorno del Kislev. La sequenza e le date di questi eventi sembravano essere legate alle profezie relative alla Fine dei Giorni. Di quelle profezie,quelle
che offrivano specifici indizi numerici relativi agli eventi finali, alla Fine dei Giorni, erano state rivelate a Daniele dagli angeli. Ma manca chiarezza sul motivo per cui i conti erano stati espressi in
maniera enigmatica, usando come unità di misura “tempo”,“settimane”, e anche “giorni”. Forse è solo in relazione a questa ultima unità che riusciamo a capire quando inizia il conto, così da poter
comprendere anche quando finirà. In questo caso, il conto sarebbe iniziato a partire dal giorno in cui nel tempio di Gerusalemme «sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l’abominio della
desolazione»; abbiamo potuto determinare quindi che questo abominio si verificò nel 167 a.C.
Tenendo in mente la sequenza degli eventi, il conto dei giorni rivelato a Daniele doveva applicarsi a
eventi specifici legati al tempio: la sua contaminazione nel 167 a.C. («sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l’abominio della desolazione»), la sua purificazione nel 164 a.C.(dopo
«milleduecentonovanta giorni») e la liberazione totale di Gerusalemme nel 160 a.C. («beato chi
aspetterà con pazienza e giungerà a milletrecentotrentacinque giorni»).

I numeri dei giorni – 1.290 e 1.335 – in sostanza si accordano con gli eventi al tempio. Stando alle profezie contenute nel Libro di Daniele, quindi, fu allora che l’orologio della Fine dei Giorni iniziò il suo conto alla rovescia. Nel 160 a.C. l’imperativo di ricatturare tutta la città e di eliminare i soldati stranieri non circoncisi dal Monte del Tempio è la chiave per comprendere un altro indizio. Mentre noi abbiamo usato come riferimento il conto degli anni in “avanti Cristo” e “dopo Cristo”, quei popoli non potevano usare un conto che si basava sul futuro calendario cristiano. Il calendario ebraico era il calendario che ebbe inizio a Nippur nel 3760 a.C. – e stando a quel calendario, ciò che noi chiamiamo il 160 a.C. era esattamente il 3600! Quello era un SAR, ossia il periodo orbitale
(originario) ,di Nippur. E anche se Nibiru era ricomparso quattrocento anni prima, l’arrivo dell’anno SAR – 3600 – il completamento di un Anno Divino – era di inevitabile importanza. Per coloro i
quali le profezie bibliche del ritorno del Kavod di Yahweh al Suo Monte del Tempio erano chiaramente annunci divini, l’anno che noi definiamo il “160 a.C.”era un momento di verità:
indipendentemente da dove si trovava il pianeta,Dio aveva promesso il Ritorno al Suo Tempio e il
tempio doveva essere purificato e preparato per quell’evento.

Il Libro dei Giubilei, un libro extrabiblico, che si presume sia stato scritto in ebraico a Gerusalemme
negli anni che seguirono la rivolta dei Maccabei attesta che in quei tempi turbolenti non era caduto
in disuso il calendario di Nippur/ebraico. Ripete infatti la storia del popolo ebraico dal tempo
dell’Esodo, usando come unità di tempo i Giubilei – l’unità di 50 anni che aveva stabilito Yahweh sul
Monte Sinai; creava anche un conto storico calendarico consecutivo che da allora è diventato noto come Anno Mundi – “Anno del Mondo” in latino –, che inizia nel 3760 a.C. Gli studiosi (come il rev. R.H. Charles nella sua traduzione in inglese del libro) convertirono questi “giubileo degli anni” e le
loro “settimane” a un conto in Anno Mundi. Che questo calendario venisse usato non solo in tutto l’Antico Vicino Oriente, ma che determinasse anche il tempo in cui avrebbero dovuto verificarsi gli
eventi.


I centocinquanta anni intercorsi fra la liberazione di Gerusalemme per mano dei Maccabei e gli
avvenimenti legati a Gesù sono stati fra i più turbolenti della storia del mondo antico e, in
particolare, del popolo ebraico. Quel periodo cruciale, i cui effetti si ripercuotono ancora oggi su di noi,iniziarono con comprensibile giubilo. Per la prima volta nel corso dei secoli gli Ebrei erano di
nuovo completamente padroni della loro capitale sacra e del Sacro Tempio,liberi di nominare i propri
re e i propri sommi sacerdoti. Pur se proseguivano i combattimenti ai confini,quegli stessi confini si
estendevano fino a comprendere buona parte del vecchio regno (unito)del tempo di Davide. La
creazione di uno stato ebraico indipendente, con Gerusalemme come capitale, sotto gli Asmonei,
fu sotto tutti i punti di vista un evento trionfale. Non fece ritorno il Kavod di Yahweh, atteso alla Fine dei Giorni, anche se sembrava corretto il conto dei giorni a partire dagli abomini. Il tempo del
compimento non era ancora arrivato; divenne altresì chiaro che dovevano ancora essere decifrati gli
enigmi rappresentati dagli altri conti di Daniele, degli “anni” e delle “settimane” e del «tempo, tempi e la metà di un tempo». Gli indizi erano da scovare nelle profezie presenti nel Libro di Daniele che parlava dell’ascesa e della caduta di futuri regni dopo Babilonia, Persia ed Egitto – regni chiamati in maniera criptica «del mezzogiorno», «del settentrione» – o delle navi dei “Kittim”; e di regni che si sarebbero staccati da questi e combattuti l’un l’altro, avrebbero «piantato tabernacoli di palazzi fra i mari» – tutte entità future che erano rappresentate anche in maniera ermetica da diversi animali (un ariete, una capra, un leone ecc.), i cui cuccioli, chiamati “corna”, si sarebbero divisi ancora e si sarebbero combattuti l’un l’altro.

Chi erano quelle nazioni future, e quali guerre erano state previste? Anche il profeta Ezechiele parlò di grandi battaglie che sarebbero infuriate fra il Nord e il Sud, fra un Gog non meglio identificato e un Magog che gli si opponeva;e le persone si chiedevano se erano già comparsi sulla scena i regni vaticinati: la Grecia di Alessandro, i Seleucidi, i Tolomei. Erano loro i soggetti delle profezie, o erano altri che sarebbero comparsi sulla scena in un futuro ancora più remoto? A livello teologico
regnava la confusione: il Kavod che si attendeva al tempio di Gerusalemme era un oggetto materiale?
Era da intendere in questi termini la profezia? Oppure questa Venuta era solo di natura simbolica,
effimera, una presenza spirituale? Cosa si chiedeva al popolo? Oppure si sarebbe verificato
comunque ciò che era destinato,indipendentemente da tutto?

La leadership ebraica si divideva tra i Farisei, che praticavano una religione più rigorosa,interpretata alla lettera, e i Sadducei, più liberali, con una mentalità più aperta, più internazionale, che
riconoscevano l’importanza di una diaspora ebraica già diffusasi da Egitto e Anatolia alla
Mesopotamia. Oltre a queste due correnti principali, sorsero anche sette più piccole, a volte
organizzate in comunità; la più famosa è quella degli Esseni (ricordate i Rotoli del Mar Morto), che
vissero in isolamento a Qumran. Nei vari tentativi di decifrare le profezie,dobbiamo inserire una
nuova potenza emergente:Roma. Dopo aver vintoripetute guerre contro i Fenici e i Greci, i Romani
controllarono il Mediterraneo e iniziarono a essere coinvolti negli affari dell’Egitto tolemaico
e del Levante seleucide (inclusa la Giudea). Eserciti seguirono i delegati imperiali; nel 60 a.C. i Romani sotto Pompeo occuparono Gerusalemme. In precedenza, lungo la stessa rotta, Alessandro aveva compiuto una deviazione a Eliopoli (ossia Baalbek) e aveva offerto sacrifici a Giove; in seguito venne costruito proprio in quel luogo – sopra colossali blocchi di pietra – il più grande tempio dell’impero romano dedicato a Giove.

Schema planimetrico del santuario di Giove e del tempio di Bacco (A: tempio di Giove; B: tempio di Bacco; C: Cortile esagonale; D: Grande Cortile)


Un’iscrizione commemorativa trovata in quel sito indica che l’imperatore Nerone visitò il luogo nel 60 d.C., il che ci fa capire che a quell’epoca il tempio romano era già stato eretto. I disordini di natura
religiosa e civile di quei giorni trovarono espressione nella proliferazione di scritti storico-profetici, come il Libro dei Giubilei, il Libro di Enoch, i Testamenti dei Dodici Patriarchi e l’Assunzione di Mosè (più diversi altri, tutti conosciuti con il nome collettivo di Apocrifi e di Pseudoepigrafi). Tutti
concordavano sulla ciclicità della storia, sul fatto che tutto è già stato predetto, che la Fine dei
Giorni – un periodo di confusione e di rivolte – segnerà non solo la fine di un ciclo storico, ma anche
l’inizio di uno nuovo, e che il “periodo di transizione” si manifesterà con l’arrivo di un “Consacrato” – Mashi’ach in ebraico (tradotto Chrystos in greco e, quindi, Messiah o Christ in inglese – Messia e Cristo in italiano). L’azione di benedire con olio sacerdotale un nuovo re era un’usanzamnota nel Mondo Antico, almeno sin dai tempi di Sargon. Sin dai tempi più antichi la Bibbia lo riconosceva quale atto di consacrazione a Dio, ma l’esempio più memorabile che ci narra è quando il sacerdote Samuele, custode dell’Arca dell’Alleanza, chiamò Davide, figlio di Iesse, e lo proclamò re per
grazia divina:

"Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi. (I Samuele 16, 13)"

Studiando ogni profezia e ogni frase profetica, il fedele a Gerusalemme trovava ripetuti riferimenti
a Davide, consacrato dal Signore, e a una promessa divina che sarà attraverso il “suo seme” (ossia
attraverso un discendente della Casa di Davide) che verrà stabilito nuovamente il suo trono a
Gerusalemme nei giorni che verranno. I futuri re della Casa di Davide siederanno a Gerusalemme
sul “trono di Davide”; e quando ciò accadrà, i re e i principi della Terra giungeranno a frotte a
Gerusalemme per chiedere giustizia, pace e udire la parola di Dio. Questa, aveva detto Dio, è “una
promessa eterna”, l’alleanza di Dio “per tutte le generazioni”. L’universalità di questo voto è confermata in Isaia 16, 5 e 22, 22; Geremia 17, 25; 23, 5; 30, 3; Amos 9, 11;Abacuc 3, 13; Zaccaria 12,8; Salmi 18, 50; 89, 4; 132,10; 132, 17 ecc.

Sono parole forti, inconfondibili nella loro alleanza messianica con la Casa di Davide, tuttavia sono anche piene di sfaccettature esplosive, che in pratica dettarono il corso degli eventi a Gerusalemme. Collegate a ciò c’erano anche le vicissitudini del profeta Elia.Elia, soprannominato il Tisbita dal nome della sua città natale nel distretto di Galaad, era un profeta biblico, che viveva e operava nel regno di Israele (dopo la divisione dalla Giudea) nel IX secolo a.C., durante il regno del re Acab e della sua sposa cananea, la regina Gezebele. Fedele al suo nome ebraico, Eli-Yahu –“Yahweh è il mio Dio” – era in costante conflitto con i sacerdoti e con i “portavoce” del dio Baal cananeo (“il Signore”), del quale Gezebele promuoveva il culto. Dopo un periodo di isolamento in un luogo nei pressi del Giordano, dove gli venne ordinato di diventare “Uomo di Dio”, gli venne dato un “mantello” con poteri magici, e fu in grado di compiere miracoli in nome di Dio. Il primo miracolo di cui ci giunge notizia (I Re, capitolo 17) fu quando non fece mai esaurire un pugno di farina e un po’ di olio, gli unici alimenti rimasti a una povera vedova. In seguitonfece risorgere il figlio di lei,morto di malattia. Nel corso di un confronto con i profeti del dio Baal sul Monte Carmel, riuscì a far cadere un fuoco dal cielo. Fu l’unico caso, citato nella Bibbia, di un israelita che ritornava sul Sinai dai
tempi dell’Esodo: anche quando fuggì per mettersiin salvo dalla collera di Gezebele e dei sacerdoti di
Baal, un Angelo del Signore lo fece rifugiare in una grotta sul Sinai.

Di lui le scritture dicono che non morì, perché venne condotto in cielo a bordo di un turbine di vento per essere con Dio. La sua ascesa, così come è descritta con dovizia di particolari in 2 Re, capitolo 2, non fu un evento né improvviso, né inatteso; al contrario era stato programmato e organizzato in precedenza, tant’è che gli furono comunicati in anticipo il luogo e il tempo. La località designata si
trovava nella Valle del Giordano, sulla riva orientale del fiume. Quando fu il momento di recarvisi, lo
accompagnarono i suoi discepoli, con in testa Eliseo. Fece una sosta a Galgala (dove Giosuè compiva miracoli per grazia del Signore). Lì cercò di lasciare indietro i suoi compagni, ma loro proseguirono con lui fino a Betel; pur avendo chiesto loro di restare dove erano e di lasciarlo attraversare il fiume da solo, essi rimasero con lui fino all’ultimo, fino a Gerico, continuando a chiedere a Eliseo se era «vero che il Signore [oggi] avrebbe condotto Elia al cielo». Sulle rive del Giordano, Elia arrotolò il suo mantello miracoloso e percosse le acque, che si divisero, consentendogli di attraversare il fiume.
Gli altri discepoli rimasero lì dov’erano, ma Eliseo insistette per accompagnarlo, e attraversò insieme a lui. Mentre camminavano conversando,ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo. Eliseo guardava e gridava: «Padre mio, padre mio,cocchio d’Israele e suo cocchiere». E non lo vide più. (2 Re 2,11-12)

Scavi archeologici condotti a Tell Ghassul (“Bocca del Profeta”), un sito in Giordania, che
corrisponde alle descrizioni geografiche della narrazione biblica, hanno riportato alla luce dipinti murali che raffiguravano i “turbini di vento”, mostrati nella. È l’unico sito scavato sotto l’egida del Vaticano. (La mia ricerca relativa ai reperti, con la visita ai musei archeologici in Israele e in Giordania, al sito in Giordania e, infine,al Pontificio Istituto Biblico dei Gesuiti a Gerusalemme.
La tradizione ebraica sostiene che Elia, trasfigurato, un giorno tornerà quale messaggero per la redenzione finale del popolo di Israele, un araldo del Messia. La tradizione era già stata riportata nel V secolo a.C. dal profeta Malachia – l’ultimo dei profeti della Bibbia. Poiché la tradizione sosteneva che la grotta del Monte Sinai dove l’angelo condusse Elia era la stessa in cui Dio si era rivelato a Mosè, ci si aspettava che Elia ricomparisse all’inizio della festa della Pasqua ebraica,quando si commemora l’Esodo. A tutt’oggi, il Seder, la cena cerimoniale che dà il via alla festività della Pasqua, che dura sette giorni, richiede che si metta sul tavolo una coppa di vino per Elia, da
sorseggiare al suo arrivo; la porta è aperta per consentirgli di entrare e si recita un inno che esprime
la speranza che ben presto lui annuncerà il “Messia, il figlio di Davide”. (I bambini di tradizione
cristiana credono che Babbo Natale scivoli giù dal camino e porti loro i doni, mentre i bambini di
tradizione ebraica sanno che, pur se non visto, Elia è entrato, e ha bevuto un sorso di vino.) La
tradizione vuole che “la Coppa di Elia” sia stata abbellita e impreziosita fino a diventare un calice
di squisita fattura artistica, un calice che viene usato solo ed esclusivamente alla cena pasquale per il rituale di Elia.



L’ultima cena di Gesù era appunto questa cena pasquale, così ricca di tradizione. Pur mantenendo
l’impressione di scegliere il proprio sommo sacerdote e re, la Giudea divenne a tutti gli effetti una colonia romana, governata prima dai quartier generali in Siria, poi dai governatori locali. Il
governatore locale, chiamato procuratore, si assicurò che gli Ebrei scegliessero un Ethnarch (“Capo del Consiglio ebraico),affinché fungesse da Sommo Sacerdote del tempio, e inizialmente anche un “Re degli Ebrei” (non Re di Giudea, in quanto paese), una persona gradita a Roma. Dal 36 al 4 a.C. il re fu Erode, discendente degli Edomiti convertitosi al giudaismo, scelto da due generali romani (legati al nome di Cleopatra): Marco Antonio e Ottaviano. Erode lasciò un’eredità di strutture monumentali,inclusi anche l’ampliamento del Monte del Tempio e la fortezza di Masada, sul Mar Morto;obbedì anche ai desideri del governatore diventando di fatto vassallo di Roma. Fu in una Gerusalemme ampliata e abbellita da costruzioni asmonee ed erodiache – straripante di pellegrini in occasione della Pasqua – che,secondo le datazioni accettate oggi, nel 33 a.C. fece il suo ingresso Gesù di Nazareth. In quel periodo gli Ebrei potevano avere solo autorità religiosa, un consiglio di settanta anziani chiamati i Sanhedrin; non c’era più un re ebraico; il paese, che non era più uno stato
ebraico, bensì una provincia romana, era governato da Ponzio Pilato, arroccato nella Cittadella Antonia che si trovava accanto al tempio. Crescevano intanto le tensioni fra il popolo ebraico e i Romani, padroni della terra, e sfociarono in una serie di rivolte sanguinose a Gerusalemme.

Ponzio Pilato, arrivato a Gerusalemme nel 26 d.C.,non fece altro che peggiorare le cose portando in città dei legionari con le loro insegne montate su aste e monete che recavano incise le immagini vietate nel tempio; gli Ebrei che facevano resistenza venivano impietosamente condannati alla
crocifissione ed erano talmente numerosi che il luogo dell’esecuzione venne ribattezzato Golgota:
“luogo dei teschi”. Gesù era già stato a Gerusalemme: «I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero» (Luca 2, 41- 43). Quando Gesù vi arrivò questa volta (con i suoi discepoli), la situazione non era certamente quella che ci si aspettava, di sicuro non quella promessa dalle profezie. Gli Ebrei devoti – come lo era certamente Gesù, – erano attaccati all’idea della redenzione, della salvezza da parte di un Messia, e il concetto di fondo era il legame speciale ed eterno fra Dio e la Casa di Davide. Era espresso in maniera particolarmente enfatica nel Salmo 89 (20-38) in cui Yahweh, parlando in visione ai suoi fedeli, disse: Ho innalzato un eletto tra il mio popolo. Ho trovato Davide, mio servo,con il mio santo olio l’ho consacrato ...Egli mi invocherà:

"Tu sei mio padre,mio Dio e roccia della mia salvezza. Io lo costituirò mio primogenito,il più alto tra i re della terra. Gli conserverò sempre la mia grazia,la mia alleanza gli sarà fedele. Non violerò la mia alleanza,non muterò la mia promessa. In eterno durerà la sua discendenza,il suo trono davanti a me quanto i Giorni del Cielo."

Il riferimento ai “Giorni del Cielo” non era forse un indizio, un collegamento fra la venuta di un
Salvatore e la vaticinata Fine dei Giorni? Non era il momento di vedere il compimento delle profezie?

E così fu che Gesù di Nazareth, ora a Gerusalemme con i suoi dodici discepoli, decise di prendere in mano le cose:se la salvezza richiede un Consacrato della Casa di Davide, lui, Gesù, sarebbe stato quel Consacrato! Il suo nome ebraico – Yehu-shuah (Giosuè) – significava salvatore di Yahweh; ed era anche della Casa di Davide, così come richiedeva la tradizione per il Messia, “il Consacrato”. I
primi versi del Nuovo Testamento, nel Vangelo secondo Matteo, recitano: «Genealogia di Gesù Cristo,figlio di Davide, figlio di Abramo». 

Poi, lì e in altri punti del Nuovo Testamento, viene data la genealogia di Gesù attraverso le
generazioni: quattordici generazioni da Abramo a Davide; quattordici generazioni da Davide all’esilio di Babilonia; e quattordici generazioni fino a Gesù. Le nostre fonti per gli eventi che seguirono sono i Vangeli e gli altri libri del Nuovo Testamento. Sappiamo che le “testimonianze oculari” vennero scritte molto tempo dopo gli eventi;sappiamo che la versione codificata è il risultato di scelte operate durante una convocazione indetta dall’imperatore romano Costantino tre secoli dopo;sappiamo che i manoscritti “gnostici” come i documenti di Nag Hammadi o i Vangeli di Giuda danno versioni diverse che la Chiesa aveva buoni motivi per sopprimere; sappiamo anche – è un fatto
accertato – che all’inizio esisteva una Chiesa di Gerusalemme guidata dal fratello di Gesù, solo ed
esclusivamente per i fedeli ebrei, che fu assorbita,sostituita e infine eliminata dalla Chiesa di Roma, che si rivolgeva ai Gentili. Tuttavia noi seguiremo la versione “ufficiale” perché lega gli eventi della vita di Gesù a Gerusalemme ai precedenti secoli e millenni. Per prima cosa dobbiamo eliminare
qualsiasi dubbio – qualora esista – sulla presenza di Gesù a Gerusalemme nei giorni della Pasqua e che “l’Ultima Cena” fu, in realtà, un Seder. Matteo 26,2, Marco 14, 1 e Luca 22, 1 riferiscono le parole che pronuncia Gesù ai suoi discepoli al loro arrivo a Gerusalemme: «Voi sapete che fra due giorni è Pasqua»; «Mancavano intanto due giorni alla Pasqua»; «Si avvicinava la festa degli Azzimi,chiamata Pasqua».

I tre vangeli, negli stessi capitoli, affermano che Gesù disse ai suoi discepoli di recarsi in una certa
abitazione, dove sarebbero stati in grado di celebrare la cena di Pasqua che dava il via alla festa.
L’altro elemento da tenere in considerazione è Elia, l’araldo del Messia (Luca 1, 17 ha persino citato alcuni versetti importanti del libro del profeta Malachia). Secondo i Vangeli, le persone che udirono dei miracoli compiuti da Gesù – miracoli che erano così simili a quelli compiuti dal profeta Elia – si chiedevano se Gesù fosse in realtà Elia. Senza negare,Gesù sfidò i suoi discepoli
più fidati: «E voi chi dite che io sia?». E Pietro rispose: «Tu sei il Cristo» (Marco 8, 28-29). Se è così, dove era allora Elia, che doveva comparire per primo? Gesù rispose che Elia era già venuto. E lo interrogarono:«Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?» Ed egli rispose:«Sì, prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa ...Orbene, io vi dico che Elia è già venuto. (Marco 9, 11-13)

Si trattava di un’affermazione forte. Infatti, se Elia era ritornato sulla Terra, («è già venuto»),
soddisfacendo i prerequisiti per la venuta del Messia, allora doveva presentarsi al Seder e bere
dalla coppa di vino! Come richiedevano le tradizioni, la Coppa di Elia, colma di vino, era stata posta sul tavolo dove Gesù e i suoi discepoli avrebbero celabrato il Seder. La cena cerimoniale è descritta in Marco,capitolo 14. Celebrando la cena, Gesù prese il pane azzimo (ora chiamato Matzoh) e lo benedisse, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli. «Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti» (Marco 14, 23).

Quindi, senza dubbio, la Coppa di Elia era lì,tuttavia Da Vinci scelse di non raffigurarla. In questo
dipinto dell’Ultima Cena,che si basava sui passaggi del Nuovo Testamento,Gesù non tiene in mano la
coppa e questa non è nemmeno posata sul tavolo. Vi è invece un inspiegabile vuoto alla destra di Gesù e il discepolo alla sua destra si sta scostando come per permettere a una persona invisibile di inserirsi fra di loro. Da Vinci, esperto teologo, implicava forse che Elia – invisibile – era entrato attraverso le finestre aperte, alle spalle di Gesù, e aveva portato via la sua coppa? Il dipinto suggerisce forse il ritorno di Elia? Era arrivato l’araldo che avrebbe preceduto il Re Consacrato
della Casa di Davide?




Questa ipotesi è confermata dall’episodio in cui Gesù, arrestato, viene portato davanti al governatore romano, che gli chiede: «Sei tu il re dei Giudei?» E Gesù gli risponde: «Tu lo dici» (Matteo 27, 11). Era inevitabile che venisse pronunciata la condanna a morte per crocifissione. Quando Gesù sollevò la coppa di vino e pronunciò la benedizione, disse ai suoi discepoli, secondo il Vangelo di Marco (14, 24): «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza». Se queste furono le sue parole esatte, di sicuro non intendeva dire che avrebbero dovuto bere il vino trasformato in sangue – una grave violazione a una delle proibizioni più sacre del giudaismo sin dai tempi remoti, “perché il sangue è l’anima”. Ciò che disse (o intendeva dire) era che il vino in questa coppa, la Coppa di Elia, era un’alleanza, una conferma della sua discendenza.

Da Vinci raffigurò in maniera convincente questo dettaglio, facendo sparire la coppa,presumibilmente portata via da Elia. Nel corso dei secoli la coppa scomparsa è stato uno dei soggetti favoriti degli scrittori. Le storie poi si sono trasformate in leggende: l’hanno cercata i Crociati; l’hanno trovata i
Cavalieri Templari; è stata portata in Europa... lan coppa è diventata un calice; era il calice che
rappresentava il Sangue Reale – Sang Real, in francese, diventando il San Greal, il Santo Graal.
O è vero forse il contrario, e cioè che non ha mai lasciato Gerusalemme? Il giogo e la repressione
di Roma degli Ebrei in Giudea – sempre più intensi – sfociarono nella più grande ribellione nei
confronti di Roma; ci vollero i suoi migliori generali e le migliori legioni, nonché ben sette anni di combattimento per sconfiggere la piccola Giudea e raggiungere Gerusalemme. Nel 70 d.C.,dopo un assedio prolungato e cruenti corpo a corpo, i Romani sfondarono le difese del tempio e il generale Tito ordinò di bruciare il tempio. Pur se la resistenza continuò altrove per altri tre anni, la grande rivolta ebraica era terminata. I Romani, in trionfo, erano così esultanti da commemorare la vittoria
con una serie di monete che annunciavano al mondo Judaea Capta – Giudea Catturata – ed eressero un arco per commemorare la vittoria a Roma, dove ritraevano il saccheggio degli oggetti rituali del tempio.

Sacco di Gerusalemme, rilievo dall'Arco di Tito a Roma


Ma in ogni anno d’indipendenza, le monete ebraiche erano state incise con la scritta “Anno Uno”,
“Anno Due” ecc… “per la libertà di Sion”,utilizzando come decoro i frutti della terra.
Inspiegabilmente, le monete degli anni due e tre recavano incise l’immagine di un calice ...
Il Santo Graal si trovava forse ancora a Gerusalemme?

Moneta del 69 d.C. (risalente quindi alla rivolta antiromana) con la scritta in ebraico "Sshekel Israel" (שקל ישראל), rinvenuta a Gerusalemme nella zona del Muro Occidentale