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sabato 30 settembre 2017

LA CADUTA DI SHULGI, FIGLIO DI UR-NAMMU, E LA RIPARTIZIONE DELLA QUARTA REGIONE

    Il disastroso XXI secolo a.C. si aprì con la morte tragica e prematura di Ur-Nammu, avvenuta nel 2096 a.C. Culminò con una calamità senza precedenti voluta dagli stessi dèi nel 2024 a.C. L’intervallo era di settantadue anni: esattamente il ritardo precessionale di un grado; e se si trattò di semplici coincidenze, allora le possiamo ritenere una serie di “coincidenze” decisamente ben coordinate…

Shulgi
    A seguito della morte tragica di Ur-Nammu, sul trono di Ur salì suo figlio, Shulgi. Poiché non fu in grado di proclamare lo status di semidio, nelle iscrizioni affermò di essere nato comunque sotto auspici divini: lo stesso dio Nannar aveva fatto sì che venisse concepito nel tempio di Enlil a Nippur attraverso l’unione di Ur- Nammu e della somma sacerdotessa di Enlil, così «da concepire un “piccoloEnlil”, un bambino idoneo al potere sovrano e al trono». Questa era un’affermazione da non
sottovalutare dal punto divista genealogico. 

      Lo stesso Ur-Nammu, come detto in precedenza, era “divino per due terzi”, poiché sua madre era una dea. Anche se non viene citato il nome della somma sacerdotessa, il suo status fa intuire che anche lei era di stirpe divina, perché veniva scelta come EN.TU la figlia di un re; e i re di Ur, a cominciare dalla prima dinastia, discendevano da semidèi.
È importante anche che lo stesso Nannar facesse sì che l’unione avvenisse nel tempio di Enlil a Nippur; come detto in precedenza, fu sotto il regno di Ur -Nammu che, per la prima volta, il sacerdozio di Nippur venne associato al sacerdozio di un’altra città – in questo caso a quello di Ur.

    Buona parte degli avvenimenti di quel tempo che ebbero come teatro Sumer e zone limitrofe è stata raccolta dai “formulari di data”, iscrizioni annuali, per scopi commemorativi ma anche commerciali, in cui ogni singolo anno del regno di un re veniva contrassegnato dall’avvenimento principale di quell’anno. Abbiamo maggiori informazioni nel caso di Shulgi perché ha lasciato ai posteri iscrizioni sia brevi che lunghe, nonché poesie e canzoni d’amore.

    Queste iscrizioni indicano che Shulgi, subito dopo essere asceso al trono – forse sperando di evitare lo stesso fato del padre sul campo di battaglia – ne cambiò le politiche militari. Lanciò una spedizione nelle province più esterne (inclusi anche i “paesi ribelli”) armato di proposte di commercio, offerte di pace e di matrimonio con le sue figlie. Ritenendosi successore di Gilgamesh, le sue rotte seguirono le due mete del famoso eroe: la penisola del Sinai (dove si trovava il porto spaziale) a sud e il Corridoio dell’Atterraggio a nord.

     
    Rispettando la sacralità della Quarta Regione, Shulgi costeggiò la penisola e rese omaggio agli dèi ai suoi confini, in un luogo descritto come il «luogo grande e fortificato degli dèi». Spostandosi a nord-ovest del Mar Morto, si fermò per adorare il «Luogo degli Oracoli Brillanti» – Gerusalemme – e lì eresse un altare agli «dèi che giudicano» (un epiteto di solito attribuito a Utu/Shamash).

     Giunto al «Luogo coperto di neve» a nord, eresse un altare e offrì dei sacrifici. Dopo aver visitato i siti legati allo spazio, percorse la Mezzaluna Fertile – la rotta per il commercio e la migrazione, che si estendeva formando un arco in direzione est-ovest, determinata dalla morfologia del terreno e dalle fonti di acqua; proseguì quindi verso sud, nella pianura del Tigri e dell’Eufrate, fino alle terre meridionali di Sumer. 

     Quando Shulgi fece ritorno a Ur, aveva ogni motivo per pensare di aver portato agli dèi e alla gente “Pace nel nostro tempo” (per usare un’analogiamoderna). Gli dèi gli garantirono il titolo di “Sommo sacerdote di Anu, Sacerdote di Nannar”. Divenne amico di Utu/Shamash e ottenne le attenzioni personali di Inanna/Ishtar (vantandosi nelle canzoni d’amore che lei, nel suo tempio, gli concedeva la sua vulva). 

   
Amar-Sin nel museo del Louvre a Parigi
     Ma, mentre Shulgi abbandonava gli affari di stato per i piaceri personali, i disordini nelle “terre ribelli” continuavano. Impreparato per affrontare azioni militari, Shulgi chiese le truppe ai suoi alleati elamiti, offrendo in sposa al re una delle sue figlie e come dote la città sumera di Larsa. A ovest venne lanciata una grande spedizione militare contro le “città peccatrici”, che impiegava queste truppe elamite; gli eserciti raggiunsero il Luogo Fortificato degli dèi al confine della Quarta Regione.

     Shulgi, nelle sue iscrizioni, si vantava delle vittorie ma, in realtà, costruire un muro fortificato per proteggere Sumer dalle incursioni straniere che provenivano da occidente e da nord ovest. I formulari di data lo chiamavano il Grande Muro Occidentale, e gli studiosi ritengono che corresse dall’Eufrate al Tigri, a nord dell’attuale ubicazione di Baghdad, bloccando di fatto agli invasori la strada alla fertile pianura racchiusa fra i due fiumi. 

     Fu una misura difensiva che precedette di circa 2000 anni la costruzione della Grande Muraglia cinese – eretta con la stessa finalità.
   Nel 2048 a.C. gli dèi, guidati da Enlil, ne avevano abbastanza dei fallimenti di Shulgi e della sua dolce vita. Stabilendo che «non aveva eseguito gli ordini divini» decretarono per lui la morte di un peccatore. 

Ninmah/NIN.HAR.SAG
    
    
     Non sappiamo di che morte si trattò, ma è un fatto storicamente assodato che quello stesso anno venne rimpiazzato sul trono di Ur da suo figlio Amar-Sin, del quale sappiamo – grazie alle iscrizioni – che lanciò una spedizione militare dopo l’altra – per sedare una rivolta a nord, per combattere un’alleanza di cinque re a occidente.
 
   

     Come in tanti altri casi, ciò che stava accadendo aveva cause che affondavano le proprie radici in tempi e avvenimenti di un passato remoto. Le “terre ribelli”, pur se in Asia e, quindi, nei domini delle terre enlilite di Sem, figlio di Noè, erano abitate da diversi “cananei”, figli della Canaan descritta nella Bibbia che, pur se discendevano da Cam (e quindi appartenendo all’Africa), occuparono una fascia delle terre di Sem (Genesi, capitolo 10).

   
   
     Che le “Terre dell’Occidente” lungo la costa del Mediterraneo fossero un territorio più o meno disputato è messo in evidenza da antichi testi egizi che parlavano dell’amaro litigio che vedeva contrapposti Horus e Seth e che terminò in battaglie aeree fra di loro sul Sinai e sulle stesse terre contese.  
 
     Vale la pena di notare che nelle loro spedizioni militari per sottomettere e punire le “terre ribelli” a occidente, sia Ur-Nammu, sia Shulgi raggiunsero la penisola del Sinai, ma si astennero dall’entrare nella Quarta Regione.


       Il luogo al quale tutti anelavano era TIL-MUN, “la Terra dei Missili”– il sito del porto spaziale post diluviano degli Anunnaki. Quando terminarono le Guerre della Piramide, la Quarta Regione, sacra, venne affidata alle mani neutrali di Ninmah (ribattezzata NIN.HAR.SAG – “Signora delle Cime montuose”), ma il comando vero e proprio del porto spaziale venne messo nelle mani di Utu/Shamash (qui mostrato nella sua uniforme alata, che comanda gli Uomini Aquila del porto spaziale.

    Questo, comunque, cambiò con l’intensificarsi della lotta per la supremazia.







Z.SITCHIN

giovedì 28 settembre 2017

LE PROFEZIE ACCADICHE, LA TERRIBILE ARMA DI ERRA

Non c’è da meravigliarsi se queste profezie babilonesi o pro-Marduk puntavano un dito accusatore contro i mali di Sumer e Akkad (e anche dei loro alleati Elam, gli Hatti, e i Paesi del mare) e definivano gli occidentali Amurru, ossia “strumenti della punizione divina”. Vengono citati i “centri di culto” enliliti: Nippur, Ur ,Uruk, Larsa, Lagash, Sippar e Adad, che sarebbero stati attaccati, saccheggiati, i loro templi abbandonati.


Gli dèi enliliti vengono descritti come “confusi” («incapaci di dormire»). Enlil invoca Anu, ma ignora il suo consiglio (alcuni traduttori interpretano la parola come “ordine”) di emettere un editto misharu – un ordine “per rimettere a posto le cose”.
Enlil, Ishtar e Adad saranno costretti a cambiare il potere sovrano a Sumer e Akkad. I “riti sacri” verranno trasferiti al di fuori di Nippur. Nei cieli, “il grande pianeta” farà la sua comparsa nella costellazione dell’Ariete. Prevarrà la parola di Marduk. «Sottometterà le Quattro Regioni, tutta la Terra tremerà nell’udire il suo nome […]. Dopo di lui suo figlio sarà re e diventerà il padrone di tutta la Terra

In certe profezie, alcune divinità sono oggetto di predizioni specifiche: «nascerà un re», racconta ad esempio un testo facendo riferimento a Inanna/Ishtar, «rimuoverà la dea protettrice di Uruk da Uruk stesso e la farà dimorare in Babilonia […]. Lui decreterà i riti di Anu a Uruk». Vengono
menzionati in maniera esplicita gli Igigi: «Verranno riprese le offerte regolari per gli Igigi, che erano cessate», afferma ad esempio una profezia.

Come nel caso delle profezie egizie, la maggior parte degli studiosi è convinta anche che le “profezie accadiche” siano “pseudo profezie” o testi post aventum – ossia scritte molto tempo dopo gli eventi “predetti”; ma, come abbiamo avuto occasione di notare in riferimento ai testi egizi, dire che gli avvenimenti non erano stati profetizzati solo perché si erano già avverati, serve solo a confermare che gli avvenimenti si verificarono (che fossero o meno previsti), e questo è ciò che ci interessa di più.
Per noi che crediamo alle profezie, significa solo che queste si avverarono.

Quindi, ci fa correre un brivido lungo la schiena questa predizione (presente in un testo conosciuto con il nome di Profezia“B”):

La terribile arma di Erra
verrà a giudicare
le nazioni e i popoli.

Una profezia agghiacciante, ma prima che giungesse al termine il XXI secolo a.C. il dio Erra, “l’Annientatore” (un epiteto di Nergal), venne effettivamente a «giudicare le nazioni e i popoli», scagliò le armi atomiche e causò un cataclisma che tramutò le profezie in triste realtà.



Z. SITCHIN


lunedì 25 settembre 2017

LA MORTE DEL RE UR-NAMMU E LA PREDIZIONE DELL'APOCALISSE

Ur-Nammu
Uno dei primi compiti di Ur-Nammu fu quello di dare nuovo vigore alla morale e alla religione. E anche per quello, venne emulato un precedente sovrano. Venne promulgato un nuovo Codice delle Leggi, leggi di comportamento morale, leggi di giustizia – di osservanza – diceva il Codice – alle leggi che Enlil, Nannar e Shamash avevano voluto che il re applicasse e che il popolo seguisse.

Si può giudicare la natura e la qualità delle leggi – un elenco di cose da fare e da non fare – in base all’affermazione di Ur Nammu: «l’orfano non cadde vittima del ricco, la vedova non cadde vittima del potente, l’uomo con una sola pecora non venne consegnato all’uomo con un solo bue … la giustizia venne stabilita nel paese».

In quello emulò – avolte usando le stesse frasi– un precedente re sumero, Urukagina di Lagash, che trecento anni prima aveva promulgato un codice di leggi che sancì una serie di riforme religiose, sociali e giuridiche (fra cui la creazione di “case di accoglienza” sotto l’egida della dea Bau, sposa di Ninurta). Questi, bisogna sottolineare, erano gli stessi principi di giustizia e morale che avrebbero predicato i profeti biblici nel millennio successivo.

Quando ebbe inizio l’era di Ur III vi fu naturalmente un tentativo deliberato di far tornare Sumer (ora Sumer e Akkad) agli antichi splendori: tempi di prosperità, morale e pace –sue peculiarità prima dell’ultimo scontro con Marduk. Le iscrizioni, i monumenti e le prove archeologiche dimostrano che il regno di Ur Nammu, che ebbe inizio nel 2113 a.C., vide la costruzione di grandi opere pubbliche, la ripresa della navigazione fluviale, la ricostruzione e la protezione delle strade del paese: «Lui fece strade che correvano dalle terre inferiori alle terre superiori» recitava un’iscrizione. 

Seguì un fiorire di commerci e scambi, di arti, mestieri, scuole e altre migliorie nella vita sociale ed economica (inclusa l’introduzione di un sistema di pesi e misure più accurato). Alcuni trattati stipulati con sovrani confinanti a est e a nord-est diffusero prosperità e benessere. I grandi dèi – in particolare Enlil e Ninlil – furono onorati con opere di restauro e di ampliamento dei templi a loro dedicati; e, per la prima volta nella storia di Sumer, il sacerdozio di Ur venne unito a quello di Nippur, portando a un revival di natura religiosa.

I pannelli della PACE e della GUERRA
Tutti gli studiosi concordano sul fatto che il periodo di Ur III, che ebbe inizio con Ur-Nammu, coincise con il periodo di massimo splendore della civiltà sumera. Tuttavia questa conclusione è stata causa di una certa perplessità, legata a una scatola magistralmente cesellata scoperta dagli archeologi: i suoi pannelli – fronte e retro – raffiguravano due scene contrastanti di Ur. 

Mentre uno dei pannelli (conosciuto come il “Pannello della Pace”)  raffigurava banchetti, commercio e altre scene di vita quotidiana, l’altro (il “Pannello della Guerra”) ritraeva una colonna militare di soldati armati di tutto punto, con elmetto e carri trainati da cavalli, in marcia verso il campo di battaglia.

Un esame accurato dei documenti dell’epoca rivela che, pur se sotto il regno di Ur-Nammu, Sumer raggiunse il suo massimo splendore, era certamente aumentata l’ostilità delle “terre ribelli” nei confronti degli Enliliti. Era giunto il momento di prendere in mano la situazione; infatti, secondo le iscrizioni di Ur-Nammu, Enlil gli affidò «un’arma divina che fa dei nemici dei cumuli» con la quale attaccare «le terre ostili, distrarre le città maligne eri pulirle dall’opposizione». Quelle «terre ostili» e «città maligne» si trovavano a ovest di Sumer, ed erano abitate dai seguaci amorriti di Marduk. 

Lì, il “male” – l’ostilità contro Enlil – era fomentato da Nabu, che si spostava di città in città, facendo proseliti per il proprio padre. I documenti enliliti lo definiscono «l’Oppressore» dalla cui influenza si dovevano ripulire le «città maligne». Vi è motivo di credere che i pannelli della Pace e della Guerra ritraevano lo stesso Ur-Nammu: il primo lo mostrava mentre banchettava e celebrava pace e prosperità, l’altro lo mostrava nel carro regale, mentre guidava l’esercito alla guerra. 

Le sue campagne militari lo condussero a Occidente ben oltre i confini di Sumer. Ma Ur-Nammu, il grande riformatore, costruttore e “pastore” dell’economia, fallì come leader militare. Nel bel mezzo della battaglia il suo carro si rovesciò nel fango. Ur-Nammu cadde, ma «il carro come una tempesta continuò a correre», lasciandosi dietro il re, «abbandonato, sul campo di battaglia come una brocca in frantumi». La tragedia non poté avere epilogo peggiore allorché la nave che trasportava il corpo di Ur-Nammu a Sumer «affondò in un luogo sconosciuto; le onde la fecero rovesciare, mentre aveva a bordo il suo corpo».

Nannar/Sin
Quando a Ur giunse notizia della sconfitta e della tragica morte di Ur -Nammu si levò un grande lamento. La gente non riusciva a comprendere come potesse fare una fine tanto atroce un sovrano così religioso, un giusto pastore che aveva eseguito gli ordini degli dèi con le armi che loro gli avevano dato. «Perché il Signore Nannar non lo ha tenuto per mano?», chiedevano. «Perché mai Inanna, Signora del Cielo, non gli ha messo il suo nobile braccio attorno alla testa? Perché il valoroso Utu non lo ha assistito?»

I Sumeri, che credevano che gli eventi fossero sempre decretati dal fato, si chiesero allora: «Perché queste divinità si sono fatte da parte quando è stato deciso l’amaro fato di Ur -Nammu?». Sicuramente, quegli dèi, Nannar e i suoi gemelli, erano a conoscenza di ciò che stavano decidendo Anu ed Enlil; tuttavia non avevano aperto bocca per proteggere Ur-Nammu.

Vi poteva essere solo una spiegazione plausibile, concluse il popolo di Ur e Sumer, gemendo e piangendo: i grandi dèi erano venuti meno alla loro parola. 

Come è stato cambiato il 
destino di quell’eroe! 
Anu ha mutato la parola sacra. 
Enlil non è stato di parola 
e ha cambiato il destino già
decretato per lui.

Sono parole forti, che accusavano i grandi dèi enliliti di inganno e falsità. Le antiche parole ci fanno intuire la profonda delusione del popolo. E se ciò è quanto accadde a Sumer e Akkad, possiamo ben immaginare quale fu la reazione nelle terre ribelli occidentali. Gli Enliliti stavano perdendo la lotta per guadagnarsi il cuore e le menti degli uomini. Nabu, il portavoce, intensificò la battaglia per conto di suo padre Marduk. Il suo status venne cambiato: la sua divinità venne glorificata da una serie di epiteti che lo veneravano.

Nabu
Ispirate da Nabu – il Nabih, il Profeta – nei territori contesi iniziarono a diffondersi profezie del Futuro, di ciò che stava per accadere. Siamo a conoscenza di ciò che hanno detto perché sono venute alla luce numerose tavolette di argilla che recavano incise queste stesse profezie; furono redatte in antico babilonese cuneiforme e gli studiosi le hanno raggruppate sotto il nome di Profezie accadiche o Apocalissi accadiche.

Hanno un elemento che le accomuna tutte: il concetto che Passato, Presente e Futuro siano parte di un flusso continuo di eventi; che all’interno di un Destino preordinato vi è un margine per il libero arbitrio e, quindi, la possibilità di un Fato diverso; che per l’umanità entrambi sono stati decretati e determinati dagli dèi del cielo e della Terra. E perciò gli avvenimenti sulla Terra riflettono gli avvenimenti nei cieli.

A volte i testi, per garantire la credibilità delle profezie hanno legato la predizione di avvenimenti futuri a un ben determinato avvenimento storico o a un personaggio. Raccontano poi ciò che è sbagliato nel presente e il motivo per cui è necessario il cambiamento. Gli avvenimenti che si verificano vengono allora attribuiti a decisioni da parte di uno o più dei grandi dèi. Apparirà un emissario divino, un araldo; il testo profetico potrebbe essere suo, redatto dallo scriba, oppure potrebbe trattarsi di una dichiarazione di attesa; spesso e volentieri: «un figlio parlerà per conto di suo padre». 

Gli avvenimenti predetti saranno legati a segni: la morte di un re, segni celesti; oppure farà la sua comparsa un corpo celeste e produrrà un suono spaventoso; «un fuoco che brucia» arriverà dal cielo;
«una stella brillerà dal cielo all’orizzonte, come una torcia»; e, più importante di tutti «un pianeta comparirà prima del suo tempo».

Eventi negativi, l’Apocalisse, precederanno l’avvenimento finale. Colpiranno calamità: piogge torrenziali, maremoti devastanti, siccità, interramento di canali, locuste e carestie. Le madri si ribelleranno contro le proprie figlie, i vicini contro i vicini. Rivolte, caos e calamità si abbatteranno sui paesi. Le città verranno attaccate e spopolate; i re moriranno, saranno rovesciati e catturati: «un trono spodesterà l’altro».

Verranno uccisi funzionari e sacerdoti; verranno abbandonati i templi; cesseranno i riti e le offerte. E, infine, si verificherà l’evento predetto: un grande cambiamento, una nuova era, l’avvento di un nuovo leader, di un Redentore. Il Bene prevarrà sul Male. La prosperità sostituirà la sofferenza; le città abbandonate verranno nuovamente ripopolate, i superstiti faranno ritorno alle proprie case. I templi verranno restaurati e la gente riprenderà i riti religiosi.







Z.SITCHIN

venerdì 22 settembre 2017

IL MITO DI OSIRIDE

Osiride - Raffigurazione dal Libro dei Morti


Nell'antico Egitto, il dio la cui morte e risurrezione venivano celebrate ogni anno con alternarsi di dolore e di gioia, era Osiride, la più popolare delle divinità egiziane, e vi sono forti ragioni per classificarlo in uno dei suoi aspetti con Adone e con Attis, come la personificazione dei grandi cicli annuali della natura e particolarmente del grano. Ma l'immensa voga che egli godette per secoli, condusse i suoi adoratori a riporre in lui gli attributi e i poteri di molti altri dèi, sicché non è sempre facile spogliarlo, per così dire, delle sue penne di pavone e renderle ai loro veri proprietari.

Plutarco
Plutarco è l'unico che ci racconti, in maniera ordinata, la storia di Osiride; e il suo racconto è stato confermato e in un certo senso ampliato, nei tempi moderni, dalle testimonianze dei monumenti.
Osiride era il frutto di un'avventura d'amore del dio della terra Seb (o Keb o Geb, come talvolta vien scritto) con la dea del cielo Nut.

I Greci identificavano i suoi genitori con le loro divinità Crono e Rhea. Quando il dio-sole Ra si avvide che sua moglie Nut l'aveva tradito, dichiarò con una maledizione che essa non si sarebbe sgravata del figlio in nessun mese e in nessun anno. Ma la dea aveva un altro amante, il dio Thoth o Hermes, come lo chiamavano i Greci, ed egli, giocando a dama con la luna, guadagnò da lei un settantaduesimo di ogni giorno e avendo fabbricati con queste frazioni cinque giorni interi li aggiunse all'anno egiziano, composto di 360 giorni. 

Era questa l'origine mitica dei cinque giorni supplementari che gli Egiziani inserivano alla fine d'ogni loro anno per accordare il tempo lunare con quello solare. Questi cinque giorni, considerati come fuori dell'anno di dodici mesi, sfuggivano alla vendetta del dio sole e quindi Osiride potè nascere nel primo di essi. Alla sua nascita si udì una voce che proclamava la venuta al mondo del Signore del Tutto. Dicono alcuni che un certo Pamyles udì una voce che veniva dal tempio di Tebe e che gli ordinava di annunciare ad alta voce che era nato un grande re, il benefattore Osiride. Ma Osiride non era l'unico figlio di sua madre. Nel secondo dei giorni supplementari essa diede alla luce Oro il maggiore, nel terzo il dio Set, che i Greci chiamavano Typhon, nel quarto la dea Iside e nel quinto la dea Nephthys. Più tardi Set sposò sua sorella Nephthys e Osiride sposò Iside.

Osiride
Osiride, regnando sulla terra quale re, fece uscir gli Egiziani dalla barbarie, diede loro le prime leggi e insegnò ad adorare «li dèi. Prima del tempo suo gli Egiziani erano stati cannibali. Ma Iside, sorella e sposa di Osiride, scopri il grano e l'orzo che crescevano selvatici e Osiride introdusse la coltivazione di questi cereali nel regno; gli Egiziani abbandonarono allora il cannibalismo e si diedero docilmente al regime del grano. Per di più si diceva che Osiride avesse per il primo colto le frutta degli alberi, appoggiato le viti alle canne e pigiato i grappoli. Desideroso di comunicare queste benefiche scoperte a tutto il genere umano, egli affidò l'intero governo dell'Egitto a sua moglie Iside e viaggiò pel mondo, diffondendo i doni della civiltà e dell'agricoltura in qualunque luogo andasse.

Nei paesi dove un clima freddo e un suolo aspro impedivano la coltivazione delle viti egli insegnava agli abitanti a consolarsi della mancanza del vino con l'estrar la birra dall'orzo. Carico delle ricchezze di cui era stato coperto dalle nazioni riconoscenti, ritornò in Egitto dove, per i benefici che aveva dato al genere umano, fu salutato e adorato unanimamente quale un dio. 

Set (Seth)/Typhon per i greci
Ma suo fratello Set (che i Greci chiamavano Typhon) gli preparò, con la collaborazione di settantadue uomini, un complotto. Avendo preso segretamente le misure del corpo di suo fratello, il perfido Typhon fabbricò e decorò riccamente un cofano della stessa dimensione, e mentre un giorno stavano tutti bevendo in grande allegria fece portare il cofano e promise di regalarlo per celia a colui cui fosse andato a misura.

Tutti lo provarono uno dopo l'altro, ma non era adatto per nessun di loro. Osiride v'entrò per ultimo e vi si coricò. Allora accorsero i cospiratori, chiusero precipitosamente il coperchio, l'inchiodarono solidamente, lo saldarono con del piombo fuso e gettarono il cofano nel Nilo. Ciò accadde il 17 del mese di Athyr, quando il sole è nel segno dello Scorpione, nel ventottesimo anno del regno o della vita di Osiride. Quando Iside apprese l'accaduto si tagliò una ciocca di capelli, si vesti a lutto ed errò sconsolatamente in cerca del corpo.

Per consiglio del dio della saggezza, essa si rifugiò fra i pantani di papiri del Delta e sette scorpioni l'accompagnavano nella sua fuga. Una sera, essendo stanca, arrivò alla casa di una donna che, impaurita alla vista degli scorpioni, le chiuse la porta in faccia.
Allora uno degli scorpioni strisciò sotto la porta e punse a morte il figlio della donna. Ma quando Iside udì i pianti della madre si commosse: posò le mani sul bambino e pronunciò potenti incantesimi: il veleno fu così tratto fuori dal bambino che tornò in vita. Dopo, la stessa Iside diede alla luce un figlio nei pantani del Delta. Lo aveva concepito mentre sorvolava sotto forma di sparviero sopra il cadavere del suo sposo. 

Osiride, Iside e Horus
Il figlio fu Oro il Giovane, che da fanciullo portò il nome di Arpocrate, ossia Oro-bambino. Buto, la dea del Nord, lo nascose all'ira del perfido zio Set, ma non lo potè proteggere completamente dalla sventura perché un giorno in cui Iside venne al rifugio del suo bambino, lo trovò steso, inerte e rigido, in terra; uno scorpione l'aveva punto. Allora Iside pregò il dio del sole Ra perché le venisse in aiuto. Il dio l'udi, arrestò la sua barca in cielo, e le mandò Thoth per insegnarle l'incantesimo atto a richiamare in vita suo figlio. Iside pronunciò le possenti parole e subito il veleno abbandonò il corpo di Oro, l'aria entrò nel suo corpo ed egli rivisse.

Thoth risali allora in cielo, prese di nuovo il posto nella barca del sole, e lo splendido corteo continuò giubilando la sua corsa. 
Il cofano che conteneva il corpo di Osiride era disceso frattanto lungo il fiume al mare, e alla fine fu spinto su la riva a Byblo, sulla costa della Siria. Là un bell'albero di erica spuntò improvvisamente e racchiuse il cofano nel suo tronco. Il re del paese, ammirando la crescita dell'albero, lo fece abbattere e ne fece una colonna per la sua casa; ma ignorava che dentro ad essa vi fosse il cofano con il corpo di Osiride. La voce di questi fatti giunse a Iside; essa andò quindi a Byblo, e si assise vicino al pozzo umilmente vestita e col viso bagnato di lacrime. Non volle parlare a nessuno sin che non vennero le ancelle del re; allora le salutò cortesemente, intrecciò loro le chiome, e respirò su loro un meraviglioso profumo dal suo corpo divino. Quando la regina vide le trecce delle sue ancelle, e senti il dolce profumo che ne emanava, volle fosse chiamata la straniera; la prese in casa e la fece nutrice del suo bambino. Ma Iside diede da succhiare al bambino il suo dito invece del suo seno, e verso sera cominciò a bruciare tutto ciò che vi era in lui di mortale, mentre essa stessa, sotto l'apparenza di una rondine e mandando lamentosi pigoli, svolazzava intorno alla colonna che racchiudeva il suo fratello morto. La regina spiava ciò che Iside faceva e quando vide suo figlio in fiamme gittò acutissime grida, impedendo così che divenisse immortale. Allora la dea si rivelò e domandò la colonna e gli ospiti gliela diedero: Iside ne estrasse il cofano, si gettò sul cadavere, lo abbracciò e pianse così forte che il più giovane dei figli del re mori di paura all'istante.

Ma la dea avvolse il tronco dell'albero di finissima tela, vi versò sopra dell'unguento, e lo diede al re e alla regina; questo tronco venne innalzato in un tempio di Iside dove la gente di Byblo lo adora anche oggi. Iside pose il cofano in una barca, prese con sé il maggiore dei figli del re e spiegò le vele. Appena furono soli, essa apri il cofano, e mettendo il viso contro il viso del fratello lo baciò piangendo.
Il bambino le venne silenziosamente dietro e vide ciò che faceva; ella si volse e lo guardò adirata: il bambino non potè sopportare il suo sguardo e mori di colpo; alcuni dicono che non fu così, ma che il bambino cadde in mare e si annegò. È il bambino cantato dagli Egiziani durante i loro banchetti sotto il nome di Maneros. 

Iside (alata) in una splendida raffigurazione
nella Valle dei Re
Iside mise il cofano da parte e andò a vedere suo figlio Oro nella città di Buto; ma Typhon trovò il cofano mentre stava cacciando il cinghiale in una notte di plenilunio. Riconobbe il corpo, lo tagliò in quattordici pezzi e li gettò, spargendoli lontano. Iside percorse allora in ogni senso le lagune in una barca di papiri cercando i pezzi del corpo; ed è per questo che, quando la gente voga in barche di papiro, i coccodrilli non li feriscono per timore o rispetto della dea.
Questa è inoltre la ragione per cui vi son tante tombe di Osiride in Egitto, perché Iside seppelliva ogni membro che trovava. Altri pretendono invece che essa seppellì una imagine di lui in ogni città, facendo credere che fosse il suo corpo, affinché Osiride potesse essere adorato in molti posti, e perché se Typhon avesse cercato la vera tomba non l'avesse potuta trovare. Ma, poiché il membro genitale di Osiride era stato mangiato dai pesci, Iside ne fece un'imagine tutt'oggi usata nelle loro feste dagli Egiziani.

Diodoro Siculo 
Lo storico Diodoro Siculo racconta: « Iside ritrovò tutte le parti del corpo, tranne le parti genitali, e poiché essa desiderava che la tomba di suo marito fosse conosciuta e onorata da tutti quelli che abitavano in Egitto ricorse a questo espediente. Fece con cera e spezie dei simulacri umani corrispondenti alla statura di Osiride e li pose intorno a ogni parte del suo corpo. Quindi chiamò i sacerdoti uno dopo l'altro secondo le loro famiglie e si fece giurare da loro che non avrebbero rivelato mai a nessuno il segreto che ella stava per confidar loro. Disse a ognuno di essi in particolare che solamente a lui confidava la sepoltura del corpo, e ricordando loro i benefici che avevano ricevuto, li esortò a seppellire il corpo nella loro propria terra e a onorare Osiride come un dio. Li pregò anche di consacrare uno degli animali del loro paese, a loro scelta, di onorarlo in vita come altra volta avevano onorato Osiride e di accordargli alla sua morte funerali simili a quelli del dio. Per incoraggiare i sacerdoti a celebrare questi onori nel loro proprio interesse essa donò loro un terzo del paese, perché fosse impiegato al culto e al servizio degli dèi. Così ai dice che i sacerdoti, riconoscenti per i benefici di Osiride, desiderosi di compiacere alla regina e spinti dall'idea del guadagno, esaudìrono tutte le preghiere di Iside. Per questo, sino ad oggi, ognuno dei sacerdoti crede che Osiride sia sepolto nel suo paese, onorano gli animali che furono allora consacrati e, quando gli animali muoiono, rinnovano ai loro funerali i lamenti in onore di Osiride. Vennero dedicati a Osiride i tori sacri, uno chiamato Apis e l'altro Mnevis, e venne ordinato a tutti gli Egiziani di adorarli in comune come dèi, poiché questi animali avevano, più di tutti gli altri, aiutato gli scopritori del grano a seminare e a diffondere gli universali benefici dell'agricoltura ».

Questo è il mito o la leggenda di Osiride, come la raccontano gli scrittori greci, cui si aggiungono altre notizie o cenni più o meno frammentari nella letteratura egiziana. Una lunga iscrizione, trovata nel tempio di Denderah, ci ha conservato una lista delle tombe del dio e altri testi elencano le parti del suo corpo che vennero conservate come reliquie sante in ognuno dei santuari. Così il cuore era a Athribide, la colonna vertebrale a Busiride, il collo a Letopolis, la testa a Memfi.

Come spesso accade in tali casi, alcune delle sue membra divine vennero miracolosamente moltiplicate. La sua testa, per esempio, si trovava tanto a Abydo che a Memfi, e le sue gambe, straordinariamente numerose, sarebbero bastate a parecchi mortali. Tuttavia, sotto questo rapporto, Osiride non era nulla in confronto di san Dionigi di cui si contano non meno di sette teste tutte ugualmente autentiche. Secondo altri racconti egiziani che completano quello di Plutarco, quando Iside trovò il corpo di suo marito Osiride, essa e sua sorella Nephthys si sedettero vicino al corpo e pronunciarono un lamento che divenne più tardi il tipo di' tutti i lamenti egiziani sopra i morti.

Nephthys
« Vieni alla tua casa », dicevano nel loro pianto. « Vieni alla tua casa...O dio On! Vieni alla tua casa, tu che non hai nemici, bel giovinetto, vieni alla tua casa, perché tu possa vedermi. Io son la tua sorella che tu ami; tu non ti separerai da me. Bel giovinetto vieni alla tua casa... io non ti vedo, ma il mio cuore sospira per te e i miei occhi ti bramano. Vieni da quella che t'ama, che t'ama, Unnefer, o benedetto ! Vieni dalla tua sorella, vieni dalla tua sposa, dalla tua sposa, o tu che hai il cuore fermo. Vieni da quella che amministra la tua casa. Io son la tua sorella dalla stessa madre; non più tu mi sarai portato via. Tutti gli dèi e gli uomini ti guardano e ti piangono insieme... Io ti chiamo e ti piango così forte che le mie grida sono udite in cielo, e tu non mi senti; eppure io sono la tua sorella che tu amavi sopra la terra; tu non amavi altri che me, fratello mio, fratello mio ! » Questi lamenti in onore del bell'adolescente rapito nel fior degli anni ci ricordano i lamenti in onore di Adone. Il titolo di Unnefer o « l'Essere buono », che gli vien dato, indica i benefici che venivano universalmente attribuiti a Osiride; era uno dei suoi titoli più in voga e nel tempo stesso uno dei suoi nomi come re.

I lamenti delle due straziate sorelle non furon vani. Il dio del sole Ra, impietosito dalla loro sofferenza, mandò dal cielo il dio Anubis dalla testa di sciacallo, che con l'aiuto di Iside e di Nephthys, di Thoth e di Oro ricompose il mutilato corpo dell'ucciso dio, lo avvolse in bende di tela, e osservò tutti gli altri riti che gli Egiziani erano soliti compiere sui corpi dei defunti. Quindi Iside fece vento con le sue ali sulla fredda argilla : Osiride tornò in vita e regnò d'allora in poi sui morti nell'altro mondo. Là ebbe i titoli di « signore del mondo sotterraneo » « signore dell'eternità » « re dei morti ». Là, anche, nella grande sala delle Due Verità, assistito da quarantadue assessori, venuti ognuno dai principali distretti dell'Egitto, presiedeva come giudice al processo delle anime dei morti che gli facevano la loro solenne confessione e, dopo che il loro corpo era stato pesato sulla bilancia della giustizia, ricevevano la ricompensa della loro virtù nella vita eterna o la giusta punizione dei loro peccati.

Nella risurrezione di Osiride gli Egiziani vedevano il pegno di una vita eterna, al di là della tomba, per essi stessi. Credevano che ogni uomo sarebbe vissuto eternamente nell'altro mondo se i suoi amici avessero fatto per il suo cadavere quello che gli dèi avevano fatto pel cadavere di Osiride. Quindi le cerimonie osservate dagli Egiziani a proposito dei morti erano una copia esatta di quelle che Anubis, Oro e gli altri dèi avevano compiuto pel morto dio. « Ad ogni sepoltura si faceva una rappresentazione del mistero divino che  in altri tempi era stato compiuto per Osiride, quando suo figlio, le sue Borelle e i suoi amici si erano radunati intorno ai suoi mutili resti ed erano riusciti coi loro incantesimi e le loro manipolazioni a trasformare i brandelli del suo corpo in mummia, la prima che rianimarono e a cui diedero il modo di entrare in una nuova vita individuale al di là della tomba. La mummia del morto era Osiride; le prefiche di professione erano le sue due sorelle Iside e Nephtys; Anubis, Oro e tutti gli dèi della leggenda di Osiride si radunavano intorno al cadavere ». In questo modo ogni morto egiziano era identificato con Osiride e portava il suo nome. A cominciare col Medio Regno vi fu l'uso di chiamare il defunto un « Osiride tal de' tali » come se fosse stato il dio in persona, e di aggiungere l'epiteto comune di « Verace » perché la veracità era un carattere di Osiride.

Osiride - Raffigurazione dal Libro dei Morti
Le migliaia di tombe con iscrizioni e pitture, che sono state aperte nella valle del Nilo, provano che il mistero della risurrezione si compiva per ogni morto egiziano; come Osiride era morto ed era risorto tra i morti, così tutti gli uomini speravano di risorgere dalla morte alla vita eterna.

Così, secondo quel che sembra essere stata la tradizione generale nel suo paese, Osiride era un re d'Egitto, buono e amato, che peri di morte violenta, ma risuscitò e fu da allora in poi adorato come una divinità. Secondo questa tradizione, gli scultori e i pittori lo rappresentavano sempre sotto forma umana e regale come un re morto, avvolto nelle bende di una mummia, ma con la corona reale in capo e con uno scettro regale in una delle mani (tutte e due erano senza bende). Due città, fra le altre, erano associate con il suo mito o con la sua memoria. Una di queste era Busiride, nel basso Egitto, che pretendeva di possedere la sua colonna vertebrale; l'altra era Abydos, nell'alto Egitto, che si gloriava di possederne la testa. Abydos, che originariamente era una città oscura, grazie all'aureola del dio morto ma vivente, diventò verso la fine dell'Antico Regno la città santa dell'Egitto; sembra che la tomba di Osiride sia stata per gli Egiziani quello che la chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme è per i Cristiani. Ogni persona pia desiderava che il suo corpo potesse riposare in terra santa vicino alla tomba del glorioso Osiride. Ma pochi erano abbastanza ricchi per godere di questo inestimabile privilegio; poiché, oltre al costo di una tomba nella città sacra, il semplice trasporto delle mummie per grandi distanze era difficile e costosissimo.

Tuttavia molti avevano un così ardente desiderio di ricevere alla loro morte l'influenza benefica che irradiava dal santo sepolcro, che incaricavano gli amici che sarebbero sopravvissuti di trasportare i loro resti mortali ad Abydos, di lasciarli là per un po' di tempo e di riportarli poi per fiume e seppellirli nella tomba preparata per essi nella loro terra natale. Altri si facevano costruire dei cenotafi, o si facevano erigere delle lapidi presso la tomba del loro Signore morto e risuscitato, onde poter dividere con lui la felicità di una gioiosa risurrezione. 




JAMES G. FRAZER

giovedì 21 settembre 2017

NOE' FIGLIO DI ELOHIM ED IL "MESH" DIVINO

NOE' in una raffigurazione all'interno della Basilica di San Marco
I testi apocrifi ci narrano che quando nacque Noè, il protagonista del Diluvio citato nella Bibbia, l’aspetto stesso del bambino fece insorgere numerosi dubbi sulla paternità a Lamech, suo padre, che temeva che il vero padre fosse, in realtà, uno dei Nefilim. La Bibbia afferma solo che Noè era un uomo genealogicamente “perfetto” che «camminò con gli Elohim»; i testi sumeri, in cui il protagonista del Diluvio viene chiamato Ziusudra, lasciano invece intendere che era un semidio, figlio di Enki.

Marduk, dal canto suo, si lamentò con sua madre che, mentre ai suoi compagni erano state assegnate delle mogli, a lui non ne era stata assegnata alcuna: «Non ho moglie, non ho figli». E proseguì narrandole di essersi invaghito della figlia di un «sommo sacerdote, un esperto musicista» (vi è motivo di credere che l’uomo fosse Enmeduranki, il prescelto citato nei testi sumeri, l’omologo di Enoch nella Bibbia). Una volta verificato che la fanciulla terrestre – il suo nome era Tsarpanit – era favorevole, i genitori di Marduk dettero il proprio consenso. Da questo matrimonio nacque un figlio, EN.SAG, “Signore supremo”.

Nabu
Ma a differenza di Adapa, che era un semidio della Terra, il figlio di Marduk venne inserito nella Lista degli Dèi sumera, dove venne chiamato anche “il MESH divino”, un suffisso usato per indicare un semidio (come nel caso di GilgaMESH). EN.SAG, dunque, fu il primo semidio ad assurgere allo status di dio. In seguito, quando fu alla guida delle masse di umani in nome e per conto di suo padre, gli venne dato il nome di Nabu, il Portavoce, il Profeta – perché questo è esattamente ciò chesignifica la parola, proprio come la parola ebraica usata nella Bibbia – Nabih – tradotta, appunto, come “profeta”.

Nabu era perciò il figlio di dio e un figlio di Adamo delle Antiche Scritture, l’unico il cui nome significava realmente “Profeta”. Come nelle profezie egizie citate nelle pagine precedenti, il suo nome e il suo ruolo si legarono alle attese messianiche. 

E fu così, che nei giorni che precedettero il Diluvio, Marduk creò un precedente per gli altri dèi ancora celibi: scegliete e sposate una femmina terrestre… L’idea di infrangere il tabù risultò particolarmente allettante agli Igigi, che vivevano per la maggior parte del tempo su Marte, mentre la loro stazione sulla Terra era il Luogo dell’Atterraggio nelle Montagne dei Cedri.

Shamyaza
Trovando un’opportunità – forse un invito in occasione del matrimonio stesso di Marduk – rapirono delle femmine terrestri e le sposarono. Numerosi testi apocrifi, come il Libro dei Giubilei, il Libro di Enoch e il Libro di Noè, riportano con dovizia di particolari l’episodio del matrimonio misto dei Nefilim. 

Circa duecento “Osservatori” (“Coloro che osservano e vedono”) si organizzarono in venti gruppi, ciascuno dei quali aveva eletto un capo. Fra questi, Shamyaza era il comandante supremo. L’istigatore della trasgressione «colui che traviò i figli di Dio e li portò sulla Terra e li traviò con le Figlie dell’Uomo» si chiamava Yeqon… 

Ciò accadde – confermano le fonti – ai tempi di Enoch. A dispetto degli sforzi di inquadrare le fonti sumere (che narravano dei contrasti e delle rivalità fra Enki ed Enlil ) in una cornice monoteistica, i compilatori della Bibbia ebraica terminavano quella sezione del capitolo 6 della Genesi con due ammissioni. 

Parlando dei figli nati da quei matrimoni misti, la Bibbia conferma che questi matrimoni avvennero nei giorni prima del Diluvio «e anche dopo»; e che da quelle unioni nacquero «gli eroi dell’antichità, uomini famosi». I testi sumeri indicano che i re postdiluviani erano proprio questi semidèi. Ma non erano più solo i figli di Enki e del suo clan; a volte i re nella regione enlilita erano figli di dèi enliliti. 

Ad esempio, la Lista dei re sumera afferma chiaramente che, quando il potere sovrano ebbe inizio a Uruk (un dominio enlilita), il sovrano prescelto era un MESH, un semidio:

Meskiaggasher, 
un figlio diUtu,
divenne sommo sacerdote e re.

Utu
Utu era naturalmente il dio Utu/Shamash, nipote di Enlil. Più in basso nella linea dinastica c’era il famoso Gilgamesh, “per due terzi divino”, figlio della dea enlilita Ninsun e del sommo sacerdote di Uruk, un terrestre. 
(Vi erano diversi sovrani lungo la linea dinastica, sia a Uruk, sia a Ur, che si fregiavano dell’appellativo di “Mesh” “Mes”.)Anche in Egitto alcuni faraoni affermavano di avere origini divine. 

Molti di quelli delle dinastie XVIII e XIX adottarono nomi teoforici con prefisso o suffisso MS (reso Mes, Mose, Meses), che significa “figlio di” questo o quel dio – come i nomi Ah - mesio Ra-mese (RA-MeSeS –“figlio” del dio Ra).

La famosa regina Hatshepsut, che – pur se donna – assunse il titolo e i privilegi di un faraone, nelle iscrizioni e nei dipinti nel suo immenso tempio a Deir el Bahri affermava il proprio diritto in quanto semidea, sostenendo che il grande dio Amon “assunse le sembianze di sua maestà il re”, il marito della regina madre, e che questi “ebbe un rapporto sessuale con lei”, facendo sì che Hatshepsut nascesse semidivina. 

Eannatum

I testi cananei includevano anche la storia del re Keret, figlio del dioEl. Un’interessante variante di queste usanze di un “semidio che diventare” era la storia di Eannatum, un re sumero che regnò nella Lagash di Ninurta durante i primitempi degli “eroi”. 

Un’iscrizione del re su di un famoso monumento a lui dedicato (la Stele degli Avvoltoi) attribuisce il suo status di semidio all’inseminazione artificiale da parte di Ninurta (Signore del Girsu, il recinto sacro) e di un aiuto da parte di Inanna/Ishtar e
Ninmah (qui chiamata con il suo epiteto di Ninharsag):



Il Signore Ningirsu,
guerriero di Enlil,
impiantò il seme di Enlil
per Eannatum
nel ventre di […].
Inanna accompagnò la sua[nascita],
lo chiamò “degno nel
tempio di Eanna”,
lo depose sul sacro grembo
di Ninharsag.
Ninharsag gli offrì il suo
sacro seno.
Ningirsu fu felice per
Eannatum
- seme che Ningirsu aveva
impiantato nel ventre.

Ma il riferimento al «seme di Enlil» nonchiarisce se il seme di Ninurta/Ningirsu viene considerato “seme di Enlil” in quanto suo primogenito, o se venne usato realmente il seme di Enlil per l’inseminazione (pur se alquanto improbabile); tuttavia l’iscrizione afferma chiaramente che la madre di Eannatum (il cui nome è illeggibile sulla stele) venne inseminata artificialmente, così da far sì che un semidio potesse essere concepito senza un rapporto sessuale: un’immacolata concezione a Sumer nel III millennio a.C.!

ISIDE intenta ad allattare Horus mentre TOTH tieni in mano il DNA
Che gli dèi avessero una buona familiarità con l’inseminazione artificiale è un dato di fatto che viene corroborato dai testi egizi, secondo i quali, dopo che Seth ebbe ucciso e smembrato Osiride, il dio Thoth estrasse il seme dal fallo di Osiride e ingravidò con esso Iside, moglie dello stesso Osiride, che dette poi alla luce il dio Horus.
Una raffigurazione di questa impresa mostra Thoth, la dea della nascita, che tiene in mano i due filamenti del DNA, mentre Iside allatta il neonato Horus.
Dopo il Diluvio anche gli Enliliti accettarono gli accoppiamenti con le femmine terrestri e considerarono i figli nati da quelle unioni “eroi, uomini famosi”. 
Questa fu l’origine delle “stirpi” di semidei.



Z.SITCHIN

lunedì 18 settembre 2017

DEI E SEMIDEI

La decisione di Marduk di soggiornare all’interno delle terre oggetto di contenzioso (o nei loro pressi) e di coinvolgere anche il proprio figlio nella lotta per l’alleanza con il genere umano, convinse gli Enliliti a riportare la capitale centrale di Sumera Ur, centro di culto di Nannar (SU-en o Sin in accadico). Fu la terza volta che Ur venne scelta a tale scopo: da qui la definizione di “Ur III” per indicare quel periodo. Questa mossa legò gli affari degli dèi in lotta alla narrazione biblica – e al ruolo – di Abramo, e quella relazione ha cambiato la religione fino a oggi. Fra le numerose ragioni per far cadere la scelta su Nannar/Sin come rappresentante degli Enliliti fu la consapevolezza che la lotta con Marduk non riguardava più solo ed esclusivamente gli dèi, ma che era diventata una controversia che coinvolgeva anche le menti e i cuori della gente – proprio quei terrestri, creature degli dèi, che ora formavano gli eserciti che si scontravano sui campi di battaglia in nome dei loro creatori…

A differenza degli altri Enliliti, Nannar/Sin non era un combattente nella Guerra degli Dèi; era stato scelto proprio per dare un segnale forte a tutti i popoli, ovunque, persino nelle terre “ribelli”, che sotto il suo comando sarebbe iniziata un’era di pace e di prosperità.  Lui e la sua sposa Ningal erano molto amati dal popolo di Sumer, e la stessa Ure vocava prosperità e benessere; il suo stesso nome, che significava “luogo urbano, domesticato”, arrivò a significare non solo “città”, bensì “La Città”: il gioiello urbano dell’antichità.

Tempio di Nannar/Sin
Il tempio di Nannar/Sin, uno ziggurat altissimo, si ergeva in gradoni all’interno di un recinto sacro dove diverse strutture fungevano da dimora degli dèi, da residenza ed edifici per una legione di sacerdoti, funzionari e camerieri al servizio della coppia divina e dove venivano organizzati i riti religiosi per i re e per il popolo. 

Oltre quelle mura si estendeva una meravigliosa città con due porti serviti da alcuni canali che la collegavano al fiume Eufrate, una grande città che vantava una reggia, edifici amministrativi (inclusi quelli per gli scribi e per la tenuta dei documenti, nonché per l’esazione delle tasse), edifici privati a più livelli, laboratori, scuole, magazzini per i mercanti e stalle. La città era divisa da ampie strade dove, agli incroci, erano stati eretti tempietti per la preghiera destinati a tutti i viaggiatori. 

Il maestoso ziggurat con la sua scalinata monumentale (ricostruzione,  vedi foto seguente), pur se in rovina, domina ancora oggi il paesaggio, a distanza di ben 4000 anni. Ma c’era anche un’altra ragione, fondamentale. A differenza di Ninurta e Marduk, entrambi “immigrati” da Nibiru, Nannar/Sin era nato sulla Terra. 

Ziggurat di Nannar/Sin
Era non solo il Primogenito di Enlil sulla Terra, ma era anche il primo della prima generazione di dèi a essere nato sulla Terra. E anche isuoi figli, i gemelli Utu/Shamash  e Inanna/Ishtar, insieme alla sorella Ereshkigal, che appartenevano alla terza generazione di dèi, erano nati sulla Terra. Erano sì dèi, ma anche terrestri.

Senza dubbio, tutti questi elementi vennero presi in considerazione nell’imminente lotta per assicurarsi la lealtà del popolo. 

Fu certamente ben ponderata la scelta di un nuovo re, di riportare il potere sovrano a Sumer e da lì farlo ripartire. Era finita la libertà concessa a Inanna/Ishtar (o da lei presa arbitrariamente) di scegliere Sargon il Grande per dare il via a una nuova dinastia, solo perché le piaceva come amante. Il nuovo re, chiamato Ur Nammu (“La gioia di Ur”), venne scelto accuratamente da Enlil e approvato da Anu, e non era un semplice terrestre: era un figlio – “il figlio amato” della dea Ninsun; il lettore ricorderà che era anche la madre di Gilgamesh. 

Ur Nammu
Poiché questa geneaologia divina venne ribadita in diverse iscrizioni nel corso del regno di Ur-Nammu, in presenza di Nannar e di altri dèi, si deve presumere che questa affermazione fosse vera. Ciò faceva di Ur Nammu non solo unsemidio ma – proprio come Gilgamesh – un “essere divino per due terzi”. A dire il vero, l’affermazione che la madre del re fosse la dea Ninsun conferiva a Ur Nammu lo stesso status di Gilgamesh, del quale si ricordavano le imprese e di cui si onorava il nome. 

La scelta, perciò, era un segnale ben preciso – rivolto ad amici e a nemici– che erano tornati i giorni gloriosi sotto l’autorità incontestata di Enlil e del suo clan. Questo era importante – forse addirittura cruciale – perché gli attributi di Marduk facevano presa sull’umanità. Forse l’elemento più significativo era che il rappresentante di Marduk, nonché capo condottiero, era suo figlio Nabu, il quale non solo era nato sulla Terra, ma era anche nato da una madre terrestre; infatti, molto tempo prima – nei giorni che precedettero il Diluvio – Marduk aveva infranto tradizioni e tabù e aveva preso come sua sposa ufficiale una donna della Terra. 

Il fatto che i giovani Anunnaki prendessero in moglie femmine della Terra non deve sorprendere più di tanto: questo episodio, infatti, è stato riportato anche nella Bibbia. Ciò che anche gli studiosi non sanno o trascurano – perché l’informazione si trova in testi ignorati e deve essere verificata esaminando complesse liste di divinità – è il fatto che fu Marduk a creare il precedente, precedente che seguirono poi i “Figli di Dio”:

Quando gli uomini
cominciarono 
a moltiplicarsi sulla Terra
e nacquero loro figlie,
i figli di Dio
videro che le figlie degli
uomini
erano belle 
e ne presero 
per mogliquante ne vollero.
(Genesi 6, 1-2)

Nei primi otto enigmatici versetti del capitolo 6 della Genesi, la Bibbia spiega che proprio i matrimoni misti e i figli nati da quelle unioni erano stati causa dell’ira divina sfociata poi nella decisione di punire l’umanità con il Diluvio:

C’erano i Nefilim [i giganti]
a quei tempi sulla Terra 
– e anche dopo –
quando i figli di Elohim
si univano alle figlie degli 
uomini
e queste partorivano loro
dei figli.

(I miei lettori probabilmente ricorderanno che  da bambino feci infuriare il mio insegnante allorché chiesi ingenuamente perché mai la parola Nefilimche letteralmente significa “Coloro che dal Cielo scesero sulla Terra”– veniva comunemente tradotta come “giganti”. Fu solo molto tempo dopo che mi resi conto che il vocabolo ebraico che sta a indicare i giganti, “Anakim”, derivava dal sumero Anunnaki.)

La Bibbia cita espressamente questi matrimoni misti («presero per mogli») tra i Nefilim, ossia i giovani «figli di Elohim» e le «figlie degli uomini» quale causa dell’ira che aveva indotto Dio a porre fine all’umanità scatenando il Diluvio Universale: «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla Terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: “Sterminerò dalla Terra l’Adamo [uomo] che ho creato”». 

I testi sumeri e accadici che narrano la storia del Diluvio spiegano che nel dramma erano coinvolti due dèi: Enlil, che ordinò la distruzione dell’umanità per mezzo del Diluvio, ed Enki, che tramò alle sue spalle per evitarla, dando a “Noè” le istruzioni per costruire l’Arca. 
Se esaminiamo da vicino i dettagli, scopriamo che la rabbia di Enlil da un lato e gli sforzi di Enki, dall’altro non erano soltanto un problema di principio. Infatti era stato proprio Enki il primo in assoluto ad accoppiarsi a femmine terrestri e ad avere figli da loro, e fu Marduk, figlio di Enki, a creare il precedente per i matrimoni misti…

Quando la Missione Terra era al suo apice, sulla Terra c’erano ben 600 Anunnaki, più 300 IGI.GI (“Coloro che osservano e vedono”) che stazionavano su Marte – Stazione di Passaggio – e che controllavano le navette che facevano da spola fra i due pianeti. Sappiamo che Ninmah – capo ufficiale medico – giunse sulla Terra alla testa di un gruppo di infermiere. 

Non ci è dato sapere il loro numero, né se erano presenti altre femmine fra gli Anunnaki, ma da ciò che trapela da altri contesti è chiaro che il numero di femmine era esiguo. La situazione richiedeva rigide regole sessuali e una supervisione da parte degli anziani, tanto che (stando a quanto afferma un testo) Enki e Ninmah dovettero assumersi il compito di decidere i matrimoni.

Lo stesso Enlil, però, sia pur di rigidi principi, cadde vittima della penuria di femmine e abusò di una giovane infermiera al loro primo appuntamento. Per questa deplorevole azione Enlil venne severamente punito, pur essendo il Comandante Supremo della Missione Terra: venne infatti esiliato. La punizione venne commutata allorché accettò di sposare Sud e di renderla moglie ufficiale con il nome di Ninlil. Ninlil restò la sua unica sposa fino alla fine.

Enki, invece, viene descritto in numerosi testi come un libertino, succube del fascino delle dee di ogni età. Inoltre, una volta che «le figlie degli uomini» proliferarono, non disdegnò nemmeno di avere rapporti sessuali con loro… 
I testi sumeri celebrano Adapa quale «il più saggio fra gli uomini», che crebbe nella casa di Enki e al quale Enki in persona insegnò scrittura e matematica. Adapa fu il primo terrestre a essere condotto in cielo per visitare Anu su Nibiru; i testi rivelano anche che Adapa era il figlio segreto di Enki, frutto di una sua relazione con una femmina terrestre.




Z.SITCHIN

giovedì 7 settembre 2017

INDIA – AMSU BODHINI


INDIA – AMSU BODHINI, UN TRATTATO

ASTRONOMICO ANTICHISSIMO CHE 

POTREBBE SCONVOLGERE

LA NOSTRA SCIENZA


L’AMSU BODHINI


DOPO IL VYMANIKA SHASTRA UN’ALTRO TESTO DETTATO DAL PANDIT SUBBARAYA SHASTRY



IL VIMANIKA SHASTRA NON È L’UNICA PERLA DIMENTICATA DEL PASSATO INDIANO. MENO NOTO, MA ALTRETTANTO RARO E AFFASCINANTE, È UN ALTRO TESTO DAI CONTENUTI QUANTOMENO INCREDIBILI, UN TRATTATO DI CUI DISPONIAMO[1] SOLO DEL PRIMO CAPITOLO[2] MA CHE, NELLA SUA ESTENSIONE CONOSCIUTA DI 187 PAGINE, CI PRESENTA CONTENUTI A DIR POCO STUPEFACENTI.
PER CONOSCERE L’AMSU BODHINI È ANZITUTTO FONDAMENTALE RISCOPRIRE LA SUA ORIGINE CHE VIENE ATTRIBUITA AL MISTICO BHARADVAJA AUTORE DEL VIMANIKA SHASTRA. LA TRASPOSIZIONE DELL’AMSU BODHINI DA TRADIZIONE ORALE A TESTO SCRITTO VENNE COMPIUTA, ANCHE IN QUESTO CASO, DA SUBBARAYA SHASTRY, IL PANDIT O SAGGIO CHE AVEVA PORTATO ALLA LUCE IL PIÙ VOLTE CITATO VIMANIKA SHASTRA.

In questo caso più di altri sembra rafforzarsi l’ipotesi che una tradizione sapienziale estremamente evoluta ed antica si fosse preservata nel corso dei millenni in forma orale e attraverso la Sruti.
Dopo una personale ricerca durata svariati anni siamo riusciti a recuperare[3] due copie di questo trattato, la prima nella sua versione originale[4], datata 1931, e la seconda[5] in una sua edizione commentata dal punto di vista tecnico-scientifico uscita nel 2011 eseguita dal sanscritista Narayan Gopal Dongre e dal fisico delle particelle Shankar Gopal Nene.
L’evoluzione della Terra nella galassia inizia dal Sole, allo stesso modo in cui la creazione delle galassie prese forma dall’atomo primordiale”.
Sono queste le parole con cui inizia l’Amsubodhini, testo che dopo le analisi compiute da Nene e Dongre è risultato essere un trattato di cosmologia e fisica delle particelle nucleari.
I versi del libro descrivono in maniera molto elaborata l’evoluzione del cosmo dal Big Bang, dalla creazione dell’universo fino a quella del sistema solare ed è sorprendente notare come tutte le definizioni date a queste fasi siano comparabili, e in certi casi speculari, con la descrizione[6] moderna data da Hans Stephani nel suo libro ‘La relatività generale’.
Il capitolo ad oggi disponibile presenta anche un commentario di Bodhananda, la stesso storico dell’antichità a cui si devono le note esplicative presenti nel Vymanika Shastra.
Sarebbe oltremodo complesso analizzare nel dettaglio questo testo ma attraverso le parole dei due studiosi è possibile ripercorrerne gli elementi salienti come anche l’incredibile portata dei suoi contenuti.
L’AMSU BODHINI È FONDAMENTALMENTE UN TRATTATO COSMOLOGICO CHE DESCRIVE L’EVOLUZIONE DELL’UNIVERSO. ATTRAVERSO LE SUE PAGINE VIENE SPIEGATO COME IL COSMO SI SIA ORIGINATO DAL BINDU VISHPUT/MAHA VISHPUT[7] TERMINE CON CUI NOI OGGI POTREMMO IDENTIFICARE IL BIG BANG CHE PORTÒ ALLA FORMAZIONE DEL SISTEMA SOLARE E DEL SOLE[8].
Il testo, attribuito a Maharshi Bharadwaja, fu curato e dettato dal Pandit Subbaraya Shastry nel 1931, successivamente quindi alla dettatura del Vimanika Shastra

Il trattato viene descritto dai due studiosi come un manuale tecnico incentrato sui “Cristalli, gli specchi e l’energia solare nell’antica India” e, curiosamente, questi stessi argomenti sembrano ricadere appieno all’interno delle tecnologie descritte nel Vimanika Shastra 9.
L’introduzione al volume venne redatta dallo stesso Subbaraya Shastry e risulta oltremodo illuminante, quanto chiarificatrice, su molti punti fino ad oggi rimasti del tutto oscuri.
Shastry descrisse nel dettaglio il calcolo del tempo e le unità di misura dell’antica scienza indiana, partendo dal Nimisha, cioè un ‘battito di palpebre umane’ fino a giungere al tempo di un anno.
Shastry descrisse anche l’estensione di tempo dei differenti Yuga, 10, giungendo al valore di 4.320.000 anni, definito Maha Yuga e citando 24 testi scientifici antichi oggi non più disponibili.
La prefazione al libro
Il Pandit menziona anche un antico testo oggi perduto, scritto dal saggio Agastya (incluso tra i Sette Saggi indiani) ed intitolato “Shakti Tantra”, letteralmente ‘Trattato delle Energie’, volume nominato anche nel Vimanika Shastra[11]. Agastya descrive 32 tipologie differenti di elettricità nonché le corrispettive macchine che possono essere costruite con il loro impiego.
Shastry sottolinea come “Tutte le creazioni hanno luogo grazie ai raggi del Sole e quindi il testo parla delle proprietà dell’astro”, fu però Shri G. Venkatachala Sarma, figlio adottivo del Pandit e traduttore del testo dall’originale sanscrito all’inglese, a rendere disponibile al grande pubblico il volume menzionando nella stessa introduzione le grandi limitazioni che si erano rese palesi nella trasposizione del libro, vincoli che sono propri di una lingua perfetta come il sanscrito, il cui significato letterale è appunto quello di ‘perfezione’, in rapporto a lingue più povere come ad esempio l’inglese.
Sarma ricorda anche come gli antichi saggi indiani avessero focalizzato la propria ascesi principalmente verso una ricerca spirituale senza però accantonare mai la parte fisica e materiale, strutturatasi in parte nelle pratiche Yoga per il controllo del corpo attraverso la mente.
Tale realtà, continua Sarma, non aveva delineato una demarcazione netta e precisa con le altre scienze che risultavano quindi interconnesse tra loro ed in cui il contesto religioso poteva amalgamarsi con il lato materiale senza contraddizione di sorta.
Note: 
[1] L’Amsu Bodhini consta di 12 capitoli e oltre un migliaio di sezioni.
[2] Intitolato ‘Srstyadhikarah’ ovvero ‘L’Evoluzione dell’Universo’.
[3] Conservato nella biblioteca dell’Oriental Institute di Vadodara, Baroda.
[4] Maharshi Bharadvaja, Amsu Bodhini Shastra, Edited by Pandit Subbaray Shashtri, Printed by V.B. Soobbiah of Bangalore, Published by F.K. Dadacharji and R.R. Mody of Mumbai, 1931, 187 pagine.
[5] Narayan Gopal Dongre e Shankar Gopal Nene, Bharadvaja’s Amshubodhini: Ancient Indian Treatise on Cosmology and Physics of Nuclear Particles, 2011, 156 pagine.
  • [6] Hans Stephani, General Relativity: an introduction to the theory of the gravitational field, Cambridge University Press, 1982.
[7] Il Maha vishput viene ricordato anche nel Rig Veda.
[8] Dr. A.S. Nene, Former Professor of Civil Engineering, VNIT, Nagpur, Introduction to Amshubodhini Shastra by Maharshi Bharadwaja, Bouddhik Sampada, 2012.
[9] La prima edizione di questo raro testo fu data alle stampe da due studiosi indiani nonché devoti di Shastry, V.B. Subbiah di Bangalore e curata da F.K. Dadacharji e da R.R. Mody di Mumbai.
[10] Kalpa: Unità di misura di tempo indiana, avente la durata totale di 8.640.000.000 anni, equivalente a 2000 Grandi Yuga (v.) o Maha-yuga, ognuno dei quali è di 4.320.000 anni. Un risultato ottenibile anche considerando che il tempo di Brahma è suddiviso in quattro Yuga (età), che complessivamente assommano a 12.000 anni (Maha-yuga) che, moltiplicato per 360, ovvero il numero di giorni di un anno normale, dà come risultato i 4.320.000 anni già Settantuno Maha-yuga formano un Manvantara, e 14 di questi costituiscono finalmente un K. di Brahma. Quindi, ricapitolando, 4.320.000 x 71 x 14 = 4.294.080.000 anni del nostro attuale calendario. Il K. viene anche definito come “un giorno ed una notte di Brahma”.
[11] Nel VS viene detto “Nel Shakti Tantra sta scritto, che con la proiezione del raggio di luce Rohine, le cose di fronte al Vimana sono rese visibili anche al buio”. Rohine significa rosso, il significato della frase potrebbe quindi indicare un apparecchio a raggi infrarossi.

ENRICO BACCARINI