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giovedì 31 agosto 2017

L'INVINCIBILITA' VIOLATA DELL'ERA DI ENLIL

Gilgamesh
Gli eventi che ebbero come teatro la foresta sacra avrebbero influenzato non poco la storia delle relazioni fra uomini e dèi. L’epica ci racconta che il viaggio alla Foresta dei Cedri e al suo Luogo dell’Atterraggio ebbe inizio a Uruk, la città che Anu donò alla nipote Inanna (il suo nome significa infatti “l’amata di Anu”). Nel III millennio a.C. il suo re era Gilgamesh. Non si trattava di un uomo qualunque: sua madre, infatti, era la dea Ninsun, membro della famiglia di Enlil. Questo faceva di Gilgamesh non un semplice semidio, bensì un essere per “due terzi” divino. 

Invecchiando, iniziò a riflettere sulla vita e sulla morte e si chiese se, essendo divino per due terzi, avrebbe potuto ottenere l’immortalità. Perché, mai, infatti, avrebbe dovuto «scrutare da sopra il muro» come un qualsiasi mortale?, chiese alla propria madre. Questa convenne con lui, ma gli spiegò anche che l’apparente immortalità degli dèi altro non era che la longevità dovuta al lungo periodo orbitale del loro pianeta.

Per avere quella stessa longevità avrebbe dovuto unirsi agli dèi su Nibiru; e per farlo, avrebbe dovuto recarsi al luogo dove atterrano e decollano le navicelle spaziali. Pur se messo in guardia dai pericoli del viaggio, Gilgamesh era ben determinato a partire. («Se fallisco,» disse, «almeno verrò ricordato come colui che ha comunque tentato.»). Per volere della madre venne creato Enkidu, un doppio artificiale (letteralmente il suo nome significava “fatto da Enki”), che sarebbe stato suo compagno e guardiano.



Le loro avventure narrate nelle dodici tavolette dell’Epica e ripetute nelle successive versioni si possono seguire nel libro Le astronavi del Sinai. Si trattava infatti, non di un viaggio, bensì di due: uno fino al Luogo dell’Atterraggio nella Foresta dei Cedri, l’altro al porto spaziale nella penisola del Sinai dove – stando alle descrizioni egizie – le navicelle spaziali venivano collocate in una sorta di sili sotterranei. Nel primo viaggio fino alla Foresta dei Cedri in Libano (nel 2860 a.C. circa), i due vennero assistiti dal dio Shamash, padrino di Gilgamesh, e il viaggio fu relativamente rapido e facile.


Dopo aver raggiunto la foresta, videro con i propri occhi, durante la notte, il lancio di un razzo. Ecco come lo descrisse Gilgamesh:




Ebbi una visione davvero spaventosa!
Il cielo strideva, la terra tuonava.
Anche se ormai era 
quasi l’alba, scese una profonda 
oscurità.
Improvvisamente si vide un
lampo, una fiammata potente.
Le nuvole si gonfiarono,
pioveva morte. 
Poi la luce svanì,
il fuoco si spense.
E di tutto ciò che era caduto, 
restò solo cenere.




Terrorizzati, ma ancora irremovibili, il giorno successivo Gilgamesh ed Enkidu scoprirono l’ingresso segreto usato dagli Anunnaki, ma non appena vi entrarono vennero attaccati da una sorta di guardiano robot armato di raggi di morte e di fuoco radiante.
Riuscirono a uccidere il mostro e si rilassarono presso un torrente, pensando di non trovare più ostacoli sul loro cammino. 

Ma si sbagliavano; infatti, quando penetrarono nella Foresta di Cedri, comparve una nuova minaccia: il Toro del Cielo.

Sfortunatamente lasesta tavoletta dell’Epica è troppo danneggiata nel punto in cui sono descritte la creatura e la battaglia che seguì. Le sezioni leggibili dicono chiaramente che i due compagni dovettero fuggire a gambe levate per aver salva la vita, inseguiti fino a Uruk dal Toro del Cielo.

Fu lì che Enkidu riuscì a ucciderlo. Il testo ridiviene leggibile nel punto in cui Gilgamesh, imbaldanzito, «strappò via la coscia» del toro e «chiamò a raccolta i fabbri e gli armieri» di Uruk affinché ammirassero l’immensità delle corna del toro. Il testo dice che erano “artificiali”– «ricoperte di lapislazzuli spessi due dita. Trenta libbre a testa era il loro peso». Fino a quando non verrà alla luce un’altra tavoletta che svelerà ciò che è scritto nella parte mancante, non sapremo mai con certezza se il simbolo celeste di Enlil nella Foresta dei Cedri era un selezionato toro in carne e ossa, adornato di oro e pietre preziose, oppure una creatura robotica, un mostro artificiale. 

Ciò che sappiamo di sicuro è che, quando venne ucciso, «Ishtar, nella sua dimora, levava alto il suo pianto» che raggiunse Anu nei cieli. L’episodio fu talmente grave che Anu, Enlil, Enki e Shamash formarono un consiglio divino per giudicare i due compagni e per valutare le conseguenze di quell’atto (ma alla fine venne punito solo Enkidu). L’ambiziosa Inanna/Ishtar aveva tutte le ragioni per levare alto un lamento: era stata violata l’invincibilità dell’Era di Enlil e la stessa Era era stata simbolicamente accorciata strappando via la coscia del toro. 

Da fonti egizie – incluse raffigurazioni pittoriche in papiri astronomici sappiamo che il simbolismo dell’uccisione non sfuggì a Marduk: stava a significare che anche nei cieli l’Era di Enlil era diventata più breve.

Z.SITCHIN

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