Cerca nel blog

giovedì 24 agosto 2017

«COSTRUIAMOCI UNA CITTÀ E UNA TORRE, LA CUI CIMA TOCCHI IL CIELO»

È estremamente significativo il fatto che,nella sua testimonianza su Sumer e sulla civiltà sumera, la Bibbia abbia scelto di sottolineare proprio l’episodio della costruzione di un collegamento spaziale, meglio noto come la storia della “Torre di Babele”:

Emigrando dall’oriente gli 
uomini capitarono in una
pianura
nel paese di Sennaar 
e vi si stabilirono.
Si dissero l’un l’altro:
«Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco».

Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo». (Genesi 11, 2-4)

Ecco come la Bibbia ricorda il tentativo più audace – da parte di Marduk – di affermare la propria supremazia creando una propria città nel cuore dei domini enliliti e, come se non bastasse, di costruirvi il proprio porto spaziale con una propria torre di lancio.
Nella Bibbia questo luogo è chiamato Babel, Babilonia. Questa narrazione è notevole sotto diversi aspetti. Conferma, in primo luogo, l’insediamento nella pianura del Tigri e dell’Eufrate dopo il Diluvio, quando il suolo si era prosciugato quel tanto da consentire la ripresa della vita. 

La Bibbia chiama correttamente la nuova terra Sennaar, il termine ebraico perdefinire Sumer, e ci fornisce un indizio importante sulla provenienza dei nuovi coloni: dalla regione montuosa a oriente. Riconosce che fu lì che ebbe inizio la prima civiltà urbana dell’uomo, con la costruzione di città. Annota correttamente (e spiega) che in quella terra, dove il suolo era formato da strati di fango essiccato e dove non esistono rocce, la gente usava mattoni di fango, che induriva cuocendoli nei forni, così da usarli al posto delle pietre. Fa anche riferimento all’uso di bitume quale malta – e si tratta di un’informazione davvero singolare, che deve far riflettere, perché il bitume è un derivato naturale del petrolio: sgorgava dal terreno nella Mesopotamia meridionale, mentre era del tutto assente nella Terra di Israele. 

Gli autori di questo capitolo della Genesi, dunque, erano ben informati sulle origini e sulle innovazioni proprie della civiltà sumera; riconoscevano anche l’importanza dell’episodio della “Torre di Babele”. Come nel caso della creazione di Adamo e della narrazione del Diluvio, raggrupparono le diverse divinità sumere nel plurale Elohim o in un supremo e onnipotente Yahweh, tuttavia trascurarono di modificare il fatto che un gruppo di divinità disse: «scendiamo e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro» (Genesi11, 7).

I testi sumeri, e in seguito quelli babilonesi, testimoniano la veridicità della narrazione biblica e contengono ulteriori dettagli che legano quell’episodio alle relazioni logore fra gli dèi che nell’8650 a.C. circa, dopo il Diluvio, innescarono ben due “Guerre della Piramide”. 
Gli accordi perla “Pace sulla Terra” lasciarono quello che un tempo era stato l’Edin nelle mani degli enliliti, in ottemperanza alle decisioni di Anu, Enlil e persino Enki. Questo accordo, però, non venne mai accettato da Marduk/Ra. 

E fu così che, quando le Città dell’Uomo vennero attribuite agli dèi nell’ex Edin, Marduk sollevò la domanda: «E a me?».
Pur se Sumer era il cuore dei territori enliliti e le sue città erano “centri di culto” di Enlil, vi era un’eccezione: a sud di Sumer, al limitare della zona paludosa, c’era Eridu, ricostruita dopo il Diluvio esattamente nello stesso luogo in cui era stato creato il primo insediamento di Ea/Enki.
Fu per volere di Anu, quando la Terra venne spartita fra i clan rivali di Anunnaki, che Enki ottenne definitivamente la supremazia su Eridu.

Intorno al 3460 a.C. Marduk decise di potere stendere il privilegio di suo padre e di poter avere, quindi, una sua città nel cuore delle terre enlilite. I testi venuti alla luce non spiegano il motivo per cui Marduk scelse quel luogo specifico sulle rive del fiume Eufrate, ma la sua ubicazione ci fornisce un indizio: si trovava proprio fra la Nippur ricostruita (Centro di controllo della missione prima del Diluvio) e Sippar, anch’essa ricostruita (il porto spaziale degli Anunnaki antidiluviano); quindi Marduk, probabilmente, aveva in mente una città che potesse servire a entrambi gli scopi. 

Una mappa successiva di Babilonia, disegnata su di una tavoletta d’argilla la raffigura come “Ombelico del Mondo” – analogamente al titolo originario attribuito a Nippur. Il nome accadico che Marduk dette al luogo, Bab-Ili, significa “Porta degli dèi”, ossia un luogo dal quale gli dèi potevano ascendere e discendere, dove la principale struttura sarebbe stata una «torre la cui cima tocchi il cielo»: una rampa di lancio! La storia narrata nella Bibbia è molto simile alle antecedenti versioni mesopotamiche, che riportano il misero fallimento di questo tentativo di creare un impianto spaziale “non autorizzato”.

Pur se frammentati, i testi mesopotamici (tradotti per la prima volta da George Smith nel 1876) mettevano bene in chiaro che l’iniziativa di Marduk fece montare su tutte le furie Enlil, che “ordinò” di lanciare un attacco notturno per distruggere la torre.








Z.SITCHIN

Nessun commento:

Posta un commento