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lunedì 28 agosto 2017

GUD. ANNA, IL TORO DEL CIELO E IL SUO LUOGO D'ATTERRAGGIO

I testi egizi raccontano che l’inizio del potere sovrano in Egitto (nel 3110 a.C. circa) venne preceduto da un periodo di caos, che durò ben 350 anni. È questo lasso di tempo che ci induce a datare l’episodio della Torre di Babele al 3460 a.C. circa: infatti la fine di quel periodo caotico segnò il ritorno di Marduk/Ra in Egitto, l’espulsione di Thoth e l’inizio della venerazione di Ra.

MARDUK/RA
Sconfitto, ma non domo, Marduk non cessò mai di esercitare il proprio dominio sui siti spaziali che fungevano da “Legame Cielo-Terra” – legame fra Nibiru e la Terra – o, in alternativa, di creare una struttura aerospaziale propria. 

Poiché, alla fine, Marduk riuscì a raggiungere il proprio obiettivo a Babilonia, ecco sorgere una domanda interessante: perché fallì nel 3460 a.C.? La risposta, altrettanto interessante, è che fu un problema di tempistica. Un testo ben noto riportava una conversazione fra Marduk e suo padre, Enki, nella quale uno sconsolato Marduk chiedeva al padre in cosa aveva mancato. E la risposta fu che il suo errore era stato il non prendere in considerazione che il Tempo Celeste era l’Era del Toro, l’era di Enlil.

Molte fra le migliaia di tavolette venute alla luce nel Vicino Oriente fornivano informazioni sulle associazioni fra mesi e divinità. Nel complesso calendario di Nippur, che partiva dal 3760 a.C., il primo mese, Nissanu, era l’EZEN (periodo di festeggiamenti) per Anu ed Enlil (in un anno bisestile con un tredicesimo mese lunare, l’onore era ripartito fra i due). 
La lista degli dèi “venerati” mutava con il trascorrere del tempo, così come cambiava la composizione del pantheon supremo dei Dodici. 

ENKI
Le associazioni dei mesi cambiavano anche di luogo in luogo, non solo nelle diverse nazioni ma, a volte, anche in relazione al dio della città. Sappiamo, ad esempio, che il pianeta che chiamiamo Venere fu inizialmente associato a Ninmah e, in seguito, a Inanna/Ishtar. Pur se questi cambiamenti rendevano difficile comprendere quale divinità era legata per via celeste a una determinata città, alcune associazioni zodiacali si possono chiaramente dedurre dai testi o dalle raffigurazioni. 

Enki (chiamato all’inizio E.A., “Colui la cui casa è l’acqua”) era associato al Portatore d’Acqua, quindi all’Acquario e, inizialmente, anche se non in via definitiva, anche ai Pesci. La costellazione dei “Gemelli” deve senza dubbio il suo nome agli unici due gemelli divininati sulla Terra, ossia ai figli di Nannar/Sin: Utu/Shamash e Inanna/Ishtar.

La costellazione della Vergine (anche se è più esatto dire “la Fanciulla”) – che come il pianeta Venere, probabilmente deve il suo nome a Ninmah – venne poi ribattezzata AB.SIN “Il cui padre era Sin”,  e si poteva attribuire solo a Inanna/Ishtar. L’Arciere o il Difensore, il “Sagittario”, coincideva in numerosi testi o inni a Ninurta, Arciere Divino, guerriero e difensore del proprio padre. Sippar, la città di Utu/Shamash, non più luogo di un porto spaziale dopo il Diluvio, ai tempi sumeri era considerata il centro della Legge e della Giustizia, e la sua divinità era considerata il Capo supremo della Giustizia della nazione (in seguito persino dai Babilonesi); è certo che i piatti della Giustizia, la “Bilancia”, rappresentavano la sua costellazione.

Abbiamo poi i soprannomi che mettono in relazione il coraggio, la forza o le caratteristiche di una divinità con quelle di un animale di cui si aveva timore: Enlil, si affermava testo dopo testo, era il Toro. Veniva raffigurato su sigilli cilindrici, su tavolette astronomiche e nell’arte. Alcuni dei più pregiati oggetti d’arte venuti alla luce nelle tombe reali di Ur erano teste di toro in bronzo, in argento o in oro, con incastonate pietre preziose. 

ENLIL/GUD.ANNA=IL TORO DEL CIELO

Senza dubbio, la costellazione del Toro onorava e simboleggiava Enlil. Il suo nome, GUD.ANNA, significava “Toro del Cielo” e i testi che parlano di un “Toro del Cielo” legavano Enlil e la sua costellazione a uno dei luoghi più esclusivi della Terra. Si trattava di una zona chiamata Luogo dell’Atterraggio – ed è proprio lì che si trova ancora oggi una delle strutture più sorprendenti della Terra, che comprende anche una torre di pietra per raggiungere il cielo.

Numerosi testi antichi, inclusa la Bibbia ebraica, descrivono o fanno riferimento all’unica foresta di cedri alti e maestosi di cui siamo a conoscenza, che si trova in Libano. Nell’antichità si estendeva per chilometri e chilometri, circondando un luogo unico: una vasta piattaforma in pietra costruita dagli dèi quali primo luogo sulla Terra legato al cielo, prima di stabilire sia i loro centri, sia veri e propri porti spaziali. 

Come affermavano i testi sumeri, si trattava dell’unica struttura sopravvissuta al Diluvio, che proprio dopo quell’evento cataclismico poteva fungere da base per le operazioni degli Anunnaki; da lì riportarono in vita le terre devastate dando il via all’agricoltura e alla pastorizia. Quel luogo, chiamato “Luogo dell’Atterraggio” nell’Epica di Gilgamesh, era la destinazione finale del re in cerca dell’immortalità; apprendiamo proprio da questa storia che fu lì, nella sacra Foresta dei Cedri, che Enlil teneva il GUD.ANNA – il “Toro del Cielo”, simbolo dell’Era del Toro di Enlil.

Z.SITCHIN
 



giovedì 24 agosto 2017

«COSTRUIAMOCI UNA CITTÀ E UNA TORRE, LA CUI CIMA TOCCHI IL CIELO»

È estremamente significativo il fatto che,nella sua testimonianza su Sumer e sulla civiltà sumera, la Bibbia abbia scelto di sottolineare proprio l’episodio della costruzione di un collegamento spaziale, meglio noto come la storia della “Torre di Babele”:

Emigrando dall’oriente gli 
uomini capitarono in una
pianura
nel paese di Sennaar 
e vi si stabilirono.
Si dissero l’un l’altro:
«Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco».

Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo». (Genesi 11, 2-4)

Ecco come la Bibbia ricorda il tentativo più audace – da parte di Marduk – di affermare la propria supremazia creando una propria città nel cuore dei domini enliliti e, come se non bastasse, di costruirvi il proprio porto spaziale con una propria torre di lancio.
Nella Bibbia questo luogo è chiamato Babel, Babilonia. Questa narrazione è notevole sotto diversi aspetti. Conferma, in primo luogo, l’insediamento nella pianura del Tigri e dell’Eufrate dopo il Diluvio, quando il suolo si era prosciugato quel tanto da consentire la ripresa della vita. 

La Bibbia chiama correttamente la nuova terra Sennaar, il termine ebraico perdefinire Sumer, e ci fornisce un indizio importante sulla provenienza dei nuovi coloni: dalla regione montuosa a oriente. Riconosce che fu lì che ebbe inizio la prima civiltà urbana dell’uomo, con la costruzione di città. Annota correttamente (e spiega) che in quella terra, dove il suolo era formato da strati di fango essiccato e dove non esistono rocce, la gente usava mattoni di fango, che induriva cuocendoli nei forni, così da usarli al posto delle pietre. Fa anche riferimento all’uso di bitume quale malta – e si tratta di un’informazione davvero singolare, che deve far riflettere, perché il bitume è un derivato naturale del petrolio: sgorgava dal terreno nella Mesopotamia meridionale, mentre era del tutto assente nella Terra di Israele. 

Gli autori di questo capitolo della Genesi, dunque, erano ben informati sulle origini e sulle innovazioni proprie della civiltà sumera; riconoscevano anche l’importanza dell’episodio della “Torre di Babele”. Come nel caso della creazione di Adamo e della narrazione del Diluvio, raggrupparono le diverse divinità sumere nel plurale Elohim o in un supremo e onnipotente Yahweh, tuttavia trascurarono di modificare il fatto che un gruppo di divinità disse: «scendiamo e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro» (Genesi11, 7).

I testi sumeri, e in seguito quelli babilonesi, testimoniano la veridicità della narrazione biblica e contengono ulteriori dettagli che legano quell’episodio alle relazioni logore fra gli dèi che nell’8650 a.C. circa, dopo il Diluvio, innescarono ben due “Guerre della Piramide”. 
Gli accordi perla “Pace sulla Terra” lasciarono quello che un tempo era stato l’Edin nelle mani degli enliliti, in ottemperanza alle decisioni di Anu, Enlil e persino Enki. Questo accordo, però, non venne mai accettato da Marduk/Ra. 

E fu così che, quando le Città dell’Uomo vennero attribuite agli dèi nell’ex Edin, Marduk sollevò la domanda: «E a me?».
Pur se Sumer era il cuore dei territori enliliti e le sue città erano “centri di culto” di Enlil, vi era un’eccezione: a sud di Sumer, al limitare della zona paludosa, c’era Eridu, ricostruita dopo il Diluvio esattamente nello stesso luogo in cui era stato creato il primo insediamento di Ea/Enki.
Fu per volere di Anu, quando la Terra venne spartita fra i clan rivali di Anunnaki, che Enki ottenne definitivamente la supremazia su Eridu.

Intorno al 3460 a.C. Marduk decise di potere stendere il privilegio di suo padre e di poter avere, quindi, una sua città nel cuore delle terre enlilite. I testi venuti alla luce non spiegano il motivo per cui Marduk scelse quel luogo specifico sulle rive del fiume Eufrate, ma la sua ubicazione ci fornisce un indizio: si trovava proprio fra la Nippur ricostruita (Centro di controllo della missione prima del Diluvio) e Sippar, anch’essa ricostruita (il porto spaziale degli Anunnaki antidiluviano); quindi Marduk, probabilmente, aveva in mente una città che potesse servire a entrambi gli scopi. 

Una mappa successiva di Babilonia, disegnata su di una tavoletta d’argilla la raffigura come “Ombelico del Mondo” – analogamente al titolo originario attribuito a Nippur. Il nome accadico che Marduk dette al luogo, Bab-Ili, significa “Porta degli dèi”, ossia un luogo dal quale gli dèi potevano ascendere e discendere, dove la principale struttura sarebbe stata una «torre la cui cima tocchi il cielo»: una rampa di lancio! La storia narrata nella Bibbia è molto simile alle antecedenti versioni mesopotamiche, che riportano il misero fallimento di questo tentativo di creare un impianto spaziale “non autorizzato”.

Pur se frammentati, i testi mesopotamici (tradotti per la prima volta da George Smith nel 1876) mettevano bene in chiaro che l’iniziativa di Marduk fece montare su tutte le furie Enlil, che “ordinò” di lanciare un attacco notturno per distruggere la torre.








Z.SITCHIN

martedì 22 agosto 2017

LE 12 CASE DELLO ZODIACO DEI 12 DEI DELL'OLIMPO

A volte, nel corso di queste schermaglie, i conflitti si trasformarono in vere e proprie guerre fra i due clan divini; nel mio libro Guerre atomiche al tempo degli dèi ho chiamato alcune di queste “Guerre della Piramide”. Nel corso di una, in particolare, Marduk venne seppellito vivo all’interno della Grande Piramide; in un’altra, fu catturato da Ninurta. 


In un caso Marduk venne esiliato per punizione, in un altro si allontanò per scelta. Tra i suoi continui sforzi per ottenere lo status che riteneva gli spettasse di diritto, ricordiamo anche l’episodio della Torre di Babele narrato nella Bibbia; ma alla fine, dopo numerosi fallimenti, il successo gli arrise allorché Terra e Cielo si allinearono con l’Orologio Messianico. A dire il vero, la prima serie di eventi catastrofici del XXI secolo a.C. e l’attesa messianica che li accompagnò sono, in sostanza, la storia stessa di Marduk, ponendo anche alcentro della scena suo figlio Nabu – semi divino, perché figlio di un dio e di una terrestre. Lungo tutta la storia di Sumer, durata circa duemila anni, la capitale reale si è spostata da Kish (prima città di Ninurta), a Uruk (la città che Anu aveva garantito a Inanna/Ishtar) e a Ur (sede di Sin e centro sacro); poi ad altre e poi nuovamente a queste; alla fine la capitale tornò a Ur. 

Ma in tutto questo lasso di tempo Nippur, la città di Enlil, “il suo centro di culto” – come la definiscono gli studiosi – rimase il centro religioso di Sumer e dei Sumeri; era lì che veniva determinato il ciclo annuale di venerazione degli dèi. I dodici “dèi dell’Olimpo” del pantheon sumero, ciascuno con il proprio omologo celeste fra i dodici membri del sistema solare (Sole, Luna e dieci pianeti, incluso Nibiru), vennero onorati con un mese ciascuno nel ciclo di un anno, composto da dodici mesi. 

Il vocabolo sumero per indicare “mese”, EZEN, significava in realtà “vacanza, celebrazione”; ciascuno di questi mesi celebrava l’adorazione di una delle dodici divinità supreme. Fu il bisogno di determinare il momento esatto in cui ciascuno di questi mesi iniziava e terminava (e non per consentire ai contadini di sapere quando seminare o fare il raccolto, come ci raccontano i testi scolastici) che, nel 3760a.C., portò all’introduzione del primo calendario dell’umanità, meglio noto come Calendario di Nippur. Era infatti compito dei suoi sacerdoti determinare le complesse scadenze del calendario e annunciare, a tutto il paese, le date delle festività religiose. Quel calendario religioso è usato ancora oggi dagli Ebrei, per i quali, infatti, il 2006 corrisponde al 5766.




Prima del Diluvio, Nippur era il Centro di controllo della missione, il posto di comando di Enlil dove pose il DUR.AN.KI, il “Legame Cielo-Terra” per le comunicazioni con il pianeta natale Nibiru e con le navicelle spaziali che fungevano da collegamento. (Dopo il Diluvio, queste stesse funzioni vennero spostate in una località che sarebbe stata chiamata Gerusalemme).  La sua posizione centrale, equidistante dagli altri centri funzionali nell’E.DIN (vedi fig. 2) era anche equidistante dai “quattro angoli del mondo”, conferendole così l’attributo di “Ombelico del Mondo”.  





Un inno dedicato a Enlil parlava di Nippur e delle sue funzioni in questi termini:

Enlil,
quando segnasti i confini
degli insediamenti divini sulla Terra,
erigesti Nippur come tua città …
Tu fondasti il DUR.AN.KI
al centro dei quattro angoli
del mondo.

Anche nella Bibbia troviamo l’espressione “Quattro angoli del mondo”; e quando, dopo il Diluvio, Gerusalemme sostituì Nippur quale Centro di controllo della missione, anch’essa venne ribattezzata Ombelico del Mondo. In sumero, l’espressione per indicare le quattro regioni della Terra era UB, ma a volte la troviamo anche come AN.UB – i quattro “angoli”celesti – in questo caso specifico un termine astronomico legato al calendario. 

Fa riferimento ai quattro punti del ciclo annuale Terra-Sole che oggi chiamiamo solstizio d’estate, solstizio d’inverno, equinozio di primavera ed equinozio d’autunno. Nel calendario di Nippur, l’anno aveva inizio nel giorno dell’equinozio di primavera ed è rimasto invariato nei calendari successivi del Vicino Oriente. Stabiliva il momento della festività più importante dell’anno: la festa del Nuovo Anno, un evento che durava ben dieci giorni, durante i quali dovevano essere seguiti rituali molto precisi. Per determinare il momento calendarico in base alla Levata Eliaca era necessario osservare i cieli all’alba, quando il Sole inizia a sorgere a est, tuttavia la volta celeste è ancora sufficientemente scura da mostrare le stelle. 

La pietra del Tallone
Una volta stabilito il giorno dell’equinozio – in cui notte e giorno hanno pari durata – veniva marcata la posizione del Sole alla levata eliaca, ergendo una colonna di pietra per guidare le future osservazioni – una procedura che venne seguita in epoca successiva, a Stonehenge, in Gran Bretagna; e, come nel caso di Stonehenge, le osservazioni a lungo termine rivelarono che il gruppo di stelle (“costellazione”) sullo sfondo era cambiato, non era più lo stesso. 

Lì, infatti, la pietra di allineamento chiamata “Pietra del Tallone”– che, ancora oggi, indica il sorgere del Sole al solstizio – nel 2000 a.C. circa puntava proprio al levar del Sole. Il fenomeno, chiamato precessione degli equinozi, o semplicemente precessione, deriva dal fatto che quando la Terra completa un’orbita annuale attorno al Sole, non ritorna nello stesso identico punto celeste. 

Vi è un lieve ritardo orbitale di un grado ogni 72 anni (1 su 360°). Fu Enki che, per primo, raggruppò in “costellazioni” le stelle osservabili dalla Terra e divise in dodici parti i cieli in cui la Terra orbitava attorno al Sole (da allora è stato chiamato circolo zodiacale delle costellazioni). Poiché ciascuna dodicesima parte del circolo occupava 30 gradi dell’arco celeste, il passaggio da una casa zodiacale all’altra durava (matematicamente) 2.160 anni (72 × 30), e un ciclo completo dello zodiaco durava 25.920 anni (2.160× 12). Qui, per aiutare il lettore, ho inserito le date approssimative delle Ere Zodiacali – che seguivano la divisione in dodici parti uguali e non le osservazioni astronomiche vere e proprie, che hanno un leggero scarto. 

Che queste nozioni risalgono a un periodo antecedente la civiltà stessa dell’umanità è attestato dal fatto che il calendario zodiacale venne applicato al primo soggiorno di Enki sulla Terra (quando le prime due case zodiacali vennero chiamate in suo onore); e che non si tratti affatto della scoperta di un astronomo greco (Ipparco) vissuto nel III secolo a.C. (come suggeriscono ancora oggi la maggior parte dei testi scolastici) è attestato dal fatto che, millenni prima, i Sumeri conoscevano già le dodici case zodiacali, con i loro nomi e con le loro raffigurazioni, raffigurazioni che noi usiamo ancora oggi.

1. GU.AN. NA (“Toro celeste”), Toro
2. MASH.TAB.BA(“Gemelli”), Gemelli
3. DUB (“Tenaglie”,“Molle”), Cancro
4. UR.GULA (“Leone”), Leone
5. AB.SIN (“Il cui padre era Sin”),  (“la Fanciulla”), Vergine
6. ZI.BA.AN.NA (“Fato Celeste”), “la Scala”, Bilancia
7. GIR.TAB (“Ciò cheAfferra e Taglia”), Scorpione
8. PA.BIL (“il Difensore”), l’Arciere,  Sagittario
9. SUHUR.MASH (“Pesce-capra”), Capricorno
10. GU (“Signore delle Acque”), il Portatore d’Acqua,  Acquario
11. SIM.MAH (“Pesci”),  Pesci
12. KU.MAL (“Abitatore delCampo”), Ariete

In Gli architetti del tempo ho discusso a lungo dei calendari degli dèi e degli uomini. Poiché gli dèi provenivano da Nibiru, il cui periodo orbitale, SAR, era di 3600 anni terrestri, quell’unità fu naturalmente la prima unità di misura degli Anunnaki anche sulla Terra, pur se il nostro pianeta orbitava più velocemente. I testi che narrano dei loro primi giorni sul nostro pianeta, come la Lista sumera dei Re, definivano i periodi di regno di questo o quel re in sars. Io l’ho chiamato Tempo Divino. Si chiama invece Tempo Terrestre il calendario dato al genere umano, che si basava sugli aspetti orbitali della Terra (e della sua Luna). Tra il Tempo Divino e quello Terrestre vi è il Tempo Celeste, o tempo zodiacale: infatti, la precessione zodiacale di 2.160 anni (meno di un anno per gli Anunnaki) offriva una migliore proporzione fra questi due estremi: la “proporzione aurea” (10 :6).

Come aveva scoperto Marduk, quel Tempo Celeste era “l’orologio” con il quale sarebbe stato determinato il suo destino. Ma quale era l’Orologio Messianico dell’umanità, che ne determinava fato  e destino – il Tempo Terrestre, come il conto di un giubileo ogni cinquanta anni, un conto in secoli o il millennio? Era il Tempo Divino, legato all’orbita di Nibiru? Oppure era – ed è – il Tempo Celeste che segue la lenta rotazione dell’orologio zodiacale? Il dilemma, come vedremo, ha tormentato gli uomini sin dall’antichità; ed è ancora il fulcro attorno al quale ruota l’argomento del “Ritorno”. Questa domanda è stata già posta nel passato: dai sacerdoti-astronomi babilonesi o assiri, dai profeti biblici; è stata affrontata nel Libro di Daniele, nell’Apocalisse di Giovanni; è stata affrontata da personaggi del calibro di Sir Isaac Newton, nonché da tutti noi, oggi.

La risposta ci sorprenderà. Partiamo ora alla volta di questa approfondita ricerca.

Z.SITCHIN




sabato 19 agosto 2017

LA SPARTIZIONE DELLA TERRA DA PARTE DEGLI "DEI" ANUNNAKI

Quando il piano non dette i risultati sperati, il fratellastro Enlil venne inviato alla testa di altri Anunnaki per portare rinforzi alla Missione Terra. E, come se ciò non fosse stato sufficiente a creare un’atmosfera ostile, giunse sulla Terra anche Ninmah in qualità di ufficiale medico…Un lungo testo, meglio noto come l’Epica di Atra -hasis, si apre narrando la storia di uomini e dèi con la visita sulla Terra di Anu, visita che aveva il compito di porre fine – una volta e per tutte – alla rivalità fra i due suoi figli e che stava rovinando la vitale missione (almeno, ciò era quanto lui sperava).

Anu si offrì persino di restare sulla Terra e di affidare la reggenza su Nibiru a uno dei due fratellastri. A tale scopo, così ci racconta l’antico testo, venne tirato a sorte chi sarebbe rimasto sulla Terra e chi, invece, sarebbe salito sul trono di Nibiru: Gli dèi si strinsero le mani.

Tirarono a sorte, tirando a sorte si divisero i compiti: Anu avrebbe fatto ritorno a Nibiru, sul suo trono sarebbe rimasto. L’Eden [la Terra] fu destinato a Enlil, affinché fosse il Signore del Comando, così come indicava il suo nome. I mari e gli oceani furono concessi a Ea come suo dominio. Anu, dunque, fece ritorno su Nibiru come re.

Ea, una volta ottenuto il dominio sui mari e sulle acque per placare il suo risentimento (è il “Poseidone” dei Greci e il “Nettuno” dei Romani), assunse l’epiteto di EN.KI (“Signore della Terra”); ma fu EN.LIL (“Signore del Comando”) ad assumere il comando supremo: «L’Eden fu destinato a Enlil, affinché fosse il Signore del Comando». Volente o nolente, Ea/Enki dovette fare buon viso a cattivo gioco perché non poteva contestare né le regole di successione, né ciò che la sorte aveva deciso per loro; e quindi, il risentimento, la rabbia per la giustizia negata e la determinazione logorante di vendicare i torti subiti dal padre e dagli antenati – di conseguenza anche da lui stesso – avrebbero in seguito indotto Marduk, figlio di Enki, a ricorrere alle armi.


Numerosi testi descrivono come gli Anunnaki crearono il proprio insediamento nell’E.DIN (Sumer postdiluviana), ciascuno con una funzione specifica, seguendo fedelmente un piano prestabilito. La connessione con lo spazio (capacità di stare costantemente in comunicazione con il pianeta natale, con le navette e le astronavi) veniva mantenuta dal posto di comando di Enlil che si trovava a Nippur, il cui cuore era il DUR.AN.KI (“Legame Cielo-Terra”), una camera avvolta nella semioscurità. Un’altra importante struttura era il porto spaziale situato a Sippar(“Città degli Uccelli”).

Nippur si trovava al centro di cerchi concentrici lungo i quali sorgevano le altre “città degli dèi”; tutte insieme creavano un corridoio di atterraggio per una navicella spaziale, il cui punto focale era la caratteristica topografica più visibile del Medio Oriente: le vette gemelle del Monte Ararat (fig. 2).

Quando il Diluvio «spazzò la Terra», cancellò tutte le città degli dèi con il Centro di controllo della missione e il porto spaziale, e seppellì l’Edin sotto milioni di tonnellate di fango e melma.

Bisognava ricominciare tutto daccapo – ma molte cose non avrebbero più potuto essere le stesse. Innanzitutto era necessario creare un nuovo porto spaziale, con un nuovo Centro di controllo della missione e nuovi punti di riferimento per il corridoio di volo. Questo venne nuovamente ancorato alle vette gemelle dell’Ararat; ma dovettero essere creati ex novo gli altri riferimenti: il porto spaziale nella penisola del Sinai, sul 30° parallelo nord; vette gemelle artificiali, le piramidi di Giza, come fari di segnalazione per l’atterraggio; e un nuovo Centro di controllo della missione in un luogo chiamato Gerusalemme (fig. 3). Questa progettazione avrebbe svolto un ruolo cruciale negli eventi postdiluviani.

Il Diluvio fu un punto di svolta nelle relazioni fra uomini e dèi: a partire da quel momento i Terrestri, creati per servire e lavorare al servizio delle divinità, vennero considerati alla stregua di giovani partner su un pianeta devastato. La nuova relazione fra uomini e dèi venne formulata, sancita e codificata allorché, nel 3800 a.C. circa, in Mesopotamia venne data all’umanità la prima civiltà evoluta. Quell’evento, di portata epocale, fu conseguenza di una visita di stato compiuta da Anu, non soltanto in qualità di sovrano di Nibiru, ma anche in qualità di capo del pantheon, sulla Terra, degli antichi dèi.

Un’altra ragione per la sua visita (probabilmente la principale) fu la necessità di sancire la pace fra gli stessi dèi – e di creare un accordo bonario dividendo le terre del Vecchio Mondo fra i due principali clan di Anunnaki: gli Enliliti e gli Enkiti.

Infatti la situazione che si era venuta a creare dopo il Diluvio e la nuova ubicazione delle infrastrutture spaziali richiedevano una nuova divisione territoriale fra gli dèi. Questa divisione venne riportata nella Tavola dei Popoli (Genesi, capitolo10), dove venne registrata per nazionalità e geografia la diffusione dei discendenti dei tre figli di Noè: l’Asia a Sem, l’Europa ai discendenti di Iafet, l’Africa a Cam. I documenti storici mostrano che la divisione fra gli dèi attribuì i primi due continenti agli Enliliti, il terzo a Enki e ai suoi figli. La penisola del Sinai, che fungeva da collegamento – dove era ubicato il porto spaziale postdiluviano – venne considerata una Regione Sacra e, perciò, neutrale.

Mentre la Bibbia elenca semplicemente le terre e le nazioni in base alla divisione fra i figli di Noè, i primi testi sumeri riportano che la divisione fu un atto deliberato, il risultato di una scelta operata dai leader degli Anunnaki. L’Epica di Etana ci racconta che: I grandi Anunnaki che decretano i fati si scambiarono consigli a proposito delle terre.

Gli Anunnaki decisero di creare le quattro regioni, di creare le città. Nella Prima Regione, la terra fra il Tigri e l’Eufrate (Mesopotamia), fiorì la prima civiltà del genere umano a noi nota, Sumer. 

Laddove prima del Diluvio sorgevano le città degli dèi sorsero ora le Città dell’Uomo, ciascuna con il proprio recinto sacro, nel cui ziggurat risiedeva una divinità: Enlil a Nippur, Ninmah a Shuruppak, Ninurta a Lagash, Nannar/Sin a Ur, Inanna/Ishtar a Uruk, Utu/Shamash a Sippar, eccetera.

In ciascuno di questi centri urbani veniva scelto un EN.SI, “Giusto Pastore”– inizialmente un semidio – affinché governasse per conto degli dèi; suo principale compito era promulgare i codici di morale e di giustizia. Nel recinto sacro un sacerdote supervisionava le celebrazioni festive e si occupava dei riti delle offerte, dei sacrifici e delle preghiere agli dèi. L’arte e la scultura, la musica e la danza, la poesia e gli inni e, in particolare, la scrittura e la tenuta dei documenti, fiorivano nei templi e da lì giungevano poi al palazzo reale. A rotazione, una di queste città veniva scelta quale capitale del paese; in quel caso il sovrano diventava re, LU.GAL (“Grande Uomo”).

Inizialmente, e per lungo tempo, questa persona, la più potente del paese, fungeva sia da re che da sommo sacerdote. Veniva scelta con grande cura perché si riteneva che il suo ruolo, la sua autorità e tutti i simboli fisici del potere sovrano provenissero direttamente dal cielo: da Anu che viveva su Nibiru. Un testo sumero che trattava l’argomento affermava che prima che i simboli del potere sovrano (tiara/corona e scettro) e della giustizia (il bastone del pastore) venissero dati a un re terrestre, venivano «depositati ai piedi di Anu in cielo».

A riprova di ciò, il vocabolo sumero per indicare il potere sovrano era Anuship. Questo aspetto del “potere sovrano”, quale essenza stessa di civiltà, giusto comportamento e codice morale per il genere umano, era espresso esplicitamente nell’affermazione riportata nella Lista sumera dei Re secondo la quale dopo il Diluvio, «il potere sovrano venne fatto discendere dal cielo sulla Terra». Si tratta di un’affermazione molto profonda, da tenere bene a mente man mano che proseguiamo nella lettura di questo libro fino ad arrivare alle attese messianiche – secondo le parole del Nuovo Testamento, per il Ritorno del Regno del Cielo sulla Terra.

Nel 3100 a.C. una civiltà molto simile a quella sumera – pur se non identica – si insediò nella Seconda Regione, in Africa, lungo il fiume Nilo (Nubia ed Egitto). La sua storia non fu armoniosa quanto quella degli Enliliti, perché rivalità e litigi continuarono fra i sei figli di Enki, ai quali non vennero assegnate città, bensì intere regioni. Di grande rilevanza fu un conflitto di lunga durata fra il primogenito di Enki, Marduk (Ra in Egitto) e Ningishzidda (Thoth in Egitto), un conflitto che portò all’esilio di Thoth e di un gruppo di suoi seguaci africani nel Nuovo Mondo (dove Thoth venne conosciuto con il nome di Quetzalcóatl, il Serpente Alato).

Lo stesso Marduk/Ra venne punito ed esiliato allorché, opponendosi al matrimonio fra Dumuzi (suo fratello minore) e Inanna/Ishtar (nipote di Enlil), causò la morte dello stesso Dumuzi. In una sorta di “risarcimento”, nel 2900 a.C. circa, a Inanna/Ishtar venne garantito il dominio sulla Terza Regione civilizzata, quella della Valle dell’Indo. Vi era un motivo ben preciso per cui le tre civiltà – e il porto spaziale nella regione sacra – erano poste sul 30° parallelo nord (fig.4).

Stando ai testi sumeri, gli Anunnaki stabilirono il potere sovrano – la civiltà e le sue istituzioni (ne è un chiaro esempio la Mesopotamia) – quale nuovo ordine nelle loro relazioni con il genere umano, in cui i re/sacerdoti fungevano sia da legame, sia da barriera fra uomini e dèi. Ma se si guarda a quella che sembra un’età “aurea” nelle relazioni fra uomini e divinità si nota chiaramente che le vicende degli dèi dominavano e determinavano costantemente le vicende degli uomini e il destino dell’umanità stessa. Su tutto predominava la ferrea volontà di Marduk/Ra di porre riparo ai torti subiti da suo padre Ea/Enki allorché, a causa delle regole di successione degli Anunnaki, gli era stato soffiato il titolo di Erede Legittimo di Anu, attribuito invece a Enlil.

In base al sistema sessagesimale (ossia su base sessanta) che gli dèi trasmisero ai Sumeri, ai dodici Grandi Dèi del pantheon sumero vennero assegnati ranghi numerici: ad Anu venne assegnato il rango supremo di 60; il rango di 50 venne dato a Enlil, il rango di 40 a Enki, e così a decrescere, alternando fra divinità maschili e femminili (fig.5). Secondo le regole di successione, a Ninurta, figlio di Enlil, spettava il rango di 50 sulla Terra, mentre Marduk, aveva un rango nominale di 10; inizialmente questi due aspiranti successori non facevano nemmeno parte delle dodici “divinità dell’Olimpo”. Ed ecco la lunga, devastante e implacabile lotta iniziata da Marduk, che cominciò con la lite fra Enlil ed Enki, che si focalizzò poi sul contenzioso con Ninurta, figlio di Enlil, per la successione al rango di 50 e che, infine, coinvolse anche Inanna/Ishtar, nipote di Enlil.

Infatti, il suo matrimonio con Dumuzi, figlio minore di Enki, suscitò un’opposizione talmente forte da parte di Marduk da sfociare nella morte dello stesso Dumuzi. Nel corso del tempo Marduk/Ra si scontrò anche con gli altri fratelli e fratellastri, per non parlare del già citato conflitto con Thoth – in particolare ricordiamo la sua lotta con Nergal, figlio di Enki, che sposò Ereshkigal, nipote di Enlil.

Z.SITCHIN







giovedì 17 agosto 2017

IL FUTURO CHE VIENE DAL PASSATO: DOVE TUTTO EBBE INIZIO

«Quando torneranno?» Ho smesso di tenere ilconto delle volte in cui mi è stata posta questa domanda. Il soggetto sottinteso, “loro”, naturalmente altri non sono che gli Anunnaki – gli abitanti del pianeta Nibiru approdati sulla Terra, che nell’antichità furono venerati come dèi. “Loro” torneranno quando Nibiru, nella sua orbita allungata, si avvicinerà a noi. Cosa accadrà allora? Si oscurerà forse il Sole a mezzogiorno, caleranno le tenebre e tremerà la Terra? Avremo la Pace o sarà l’Armageddon? Avremo un millennio di sofferenze e tribolazioni o sarà la Seconda Venuta messianica? Gli Anunnaki torneranno nel 2012 o successivamente, oppure non torneranno affatto? Queste domande sono frutto delle speranze e delle ansie più radicate di coloro che nutrono credenze e aspettative religiose, domande che si legano anche ad avvenimenti attuali: guerre che hanno come teatro le terre in cui si intrecciò la storia di dèi ed esseri umani, minacce di olocausti nucleari e l’allarmante ripetersi di devastanti calamità. Sono domande alle quali, in tutti questi anni, non ho mai osato dare una risposta: ora, però, è arrivato il momento in cui non possiamo – e non dobbiamo – più tergiversare.

Le domande che riguardano il Ritorno sono tutt’altro che una novità; in passato – così come oggi – sono state legate all’inquietudine e all’attesa che si accompagnano al Giorno del Signore, alla Fine dei Giorni, all’Armageddon. Quattromila anni fa, nel Vicino Oriente, un dio e suo figlio promisero il Paradiso in Terra. Più di tremila anni fa, in Egitto, faraoni e sudditi anelavano a un periodo messianico. Duemila anni fa il popolo della Giudea si domandava se era arrivato il Messia; noi siamo ancora alle prese con i misteri legati a quegli eventi. Le profezie sistanno forse per avverare? 

Esamineremo approfonditamente le risposte sconcertanti che ci sono state date, risolveremo antichi enigmi, decifreremo l’origine e il significato dei simboli: la Croce, i Pesci, il Calice. Analizzeremo il ruolo che i siti legati allo spazio hanno avuto nella storia e mostreremo perché Passato, Presente e Futuro convergono a Gerusalemme, luogo del “Legame Cielo-Terra”. E rifletteremo sul motivo per cui il XXI secolo d.C. – secolo nel quale viviamo – ha così tante analogie con il XXI secolo a.C. La storia si sta forse ripetendo – è forse destinata a ripetersi? È tutto guidato da un Orologio Messianico? È giunta ormai l’ora? Più di duemila anni fa, Daniele, nell’AnticoTestamento, chiese ripetutamente agli angeli: "Quando? Quando verrà la Fine dei Giorni? La Fine dei Tempi?" Più di tre secoli fa Isaac Newton, che aveva spiegato i segreti del moto celeste, compose dei trattati sul Libro di Daniele del Vecchio Testamento e sul Libro dell’Apocalisse del Nuovo Testamento; analizzeremo i suoi calcoli, ritrovati poco tempo fa, che riguardano la Fine dei Giorni, nonché predizioni più recenti che hanno come oggetto la “Fine”. Sia la Bibbia degli Ebrei, sia il Nuovo Testamento hanno affermato che i segreti del Futuro sono racchiusi nel Passato, che il destino della Terra è legato ai Cieli, che gli affari e il destino dell’umanità sono legati a quelli di Dio e delle divinità. Esaminando ciò che deve ancora essere, attraverseremo il confine fra storia e profezia; l’una non si può comprendere senza l’altra, e le riporteremo entrambe. Questa sarà la nostra guida. Rivolgiamo ora lo sguardo a ciò che sarà, sbirciando attraverso le lenti di ciò che è stato. Le risposte non mancheranno di sorprenderci.

Z.Sitchin

Ovunque spazi lo sguardo, l’umanità è preda di trepidazione apocalittica, fervore messianico e timori legati alla Fine dei Tempi. 
Il  fanatismo  religioso  si manifesta in guerre, ribellioni e nel massacrodegli “infedeli”. Gli eserciti dei re d’Occidente sono in guerra contro gli eserciti dei re d’Oriente. Uno“scontro di civiltà”scuote le fondamenta della vita quotidiana. Le carneficine insanguinano villaggi e città; i potenti cercano rifugio dietro i bastioni. Le  calamità naturali e le catastrofi, che si susseguono a ritmo sempre più incalzante, sono forse segno dell’ira divina? L’umanità ha peccato, è oggetto della collera divina, sta per essere cancellata da un altro Diluvio? È questa l’Apocalisse? Ci può essere– ci sarà – la Salvezza? Sta arrivando l’era messianica? Ma di quale secolo stiamo parlando? Del nostro – il XXI secolo d.C.–oppure del XXI secolo a.C.? In realtà stiamo parlando di entrambi. È la condizione del tempo presente, ma anche quella di un periodo che risale a più di quattromila anni fa; la sorprendente analogia è frutto di eventi verificatisi nel lasso di tempo compreso fra questi due diversi momenti storici: miriferisco al periodo pregno di fervore messianico legato alla nascita e alla predicazione di Gesù di Nazareth.

Quei tre periodi cataclismici per l’umanità e per il suo pianeta – due nel passato storico (nel 2100a.C. circa e nell’Anno Domini), uno nel futuro prossimo – sono strettamente interconnessi; uno è conseguenza dell’altro, uno può essere compreso solo comprendendo l’altro. Il Presente deriva dal Passato, il Passato è il Futuro. Per tutti e tre è fondamentale l’attesa messianica; la Profezia li lega tutti. Per capire in che modo terminerà il periodo attuale, fatto di sofferenze e tribolazioni – ossia ciò che preannuncia il Futuro – dobbiamo entrare nel regno della Profezia. Non ci occuperemo di predizioni recenti, che solleticano con maggiore o minore morbosità le paure legate al Giudizio Universale e alla Fine del Mondo; esamineremo invece testi antichi che documentavano il Passato, predicevano il Futuro e riferivano delle precedenti attese messianiche: questi documenti profetizzavano il Futuro nei tempi antichie, crediamo, il Futuro chedeve ancora venire.

In tutti e tre i casi di Apocalisse – i due già verificatisi e il prossimo – erano e restano difondamentale importanza le relazioni di natura fisica e spirituale fra Cielo e Terra. Gli
aspetti fisici si sono espressi nell’esistenza dei siti che legavano la Terra ai cieli – siti che venivano considerati cruciali, che erano il fulcro degli eventi; gli aspetti spirituali si sono espressi in ciò che noi chiamiamo “religione”. In tutti e tre i casi, il punto centrale era la mutazione di relazioni fra l’uomo e Dio. L’unica differenza è che, quando nel 2100 a.C. circa, l’uomo si ritrovò ad affrontare il primo di questi tre sconvolgimenti epocali, la relazione era fra gli esseri umani e gli dèi, al plurale. Tra breve il lettore scoprirà se quella relazione è davvero mutata.

La storia degli dèi, degliAnunnaki (“Coloro che dal cielo scesero sulla Terra”), come li chiamavano i Sumeri, inizia con la loro venuta sulla Terra dal pianeta Nibiru in cerca di oro. La storia del loro pianeta è stata narrata nell’antichità nell’Epica della Creazione, un lungo testo redatto su sette tavolette; è opinione comune che si tratti di un mito allegorico, il prodotto di menti primitive che parlavano di pianeti come se fossero stati dèi viventi in lotta l’uno contro l’altro. Ma, come ho dimostrato nel mio libro Il pianeta degli dèi, questo antico testo è, in realtà, una sofisticata cosmogonia che narra di come un pianeta vagante, transitando nel nostro sistema solare, entrò in collisione con un pianeta chiamato Tiamat, dando vita alla Terra e alla sua Luna, alla Fascia degli Asteroidi e alle comete, e alla cattura dello stesso “invasore” in una grande orbita ellittica, orbita che ha una durata di circa 3600anni terrestri (fig. 1). 


Come riferiscono i testi sumeri, gli Anunnaki giunsero sulla Terra 120 orbite prima del Diluvio Universale – 432.000 anni terrestri. Il motivo per cui giunsero, il loro sbarco, le prime città nell’E.DIN (l’Eden di cui parla la Bibbia), la creazione dell’Adamo e lo scopo per cui venne forgiato, nonché gli eventi del catastrofico Diluvio: tutto ciò è narrato nei miei libri delle Cronache Terrestri e non lo ripeterò in questa sede. Ma, prima di intraprendere il viaggio a ritroso nel tempo fino al famigerato XXI secolo a.C., è necessario ricordare alcuni momenti epocali che precedettero eseguirono il Diluvio. La narrazione biblica del Diluvio, che ha inizio nel capitolo 6 della Genesi, imputa i suoi aspetti conflittuali a una sola divinità, Yahweh, che in un primo momento è ben deciso a cancellare l’umanità dalla faccia della Terra e che poi cambia idea e decide di salvarla, affidando il compito a Noè e alla sua Arca.

Le prime fonti sumere della narrazione attribuiscono al dio Enlil la disaffezione nei confronti dell’umanità e al dio Enki gli sforzi per salvarla. Ciò che la Bibbia ha trascurato di narrare per rispetto del monoteismo non è stato solo il disaccordo fra Enlil ed Enki, bensì anche la rivalità e il conflitto fra i due clan di Anunnaki che determinarono il corso degli eventi sulla Terra. Dobbiamo tenere ben presente quel conflitto esistente fra le due divinità e i loro discendenti, nonché le regioni assegnate a loro dopo il Diluvio: solo così è possibile comprendere appieno gli eventi che seguirono. I due dèi in conflitto erano fratellastri, figli di Anu, sovrano di Nibiru; la loro rivalità sulla Terra affondava in realtà le radici in un conflitto sul loro pianeta natale, Nibiru. Enki – ai tempi chiamato E.A. (“Colui la cui casa è l’acqua”) era il primogenito di Anu, ma non era figlio della sua sposa ufficiale, Antu. Quando da Anu e Antu (sorellastra di Anu) nacque Enlil, questi divenne l’Erede Legittimo al trono di Nibiru, pur se non era il primogenito. L’inevitabile risentimento da parte di Enki e della famiglia di sua madre venne esacerbato dal fatto che la stessa ascesa al trono di Anu era stata poco corretta. Questi, infatti, aveva perso il trono nel corso di una battaglia contro un rivale chiamato Alalu, ma con un colpo di stato usurpò il trono, costringendo Alalu alla fuga da Nibiru per aver salva la vita. Questo episodio non solo faceva affondare nel passato le radici del risentimento di Ea, ma fomentò anche altre sfide alla leader ship di Enlil, come si racconta nell’Epica di Anzu. (Per comprendere le complesse relazioni delle famiglie regali di Nibiru e gli antenati di Anu e Antu, Enlil ed Ea, rimando a Il libro perduto del dio Enki).

Ho compreso il mistero legato alla successione delle divinità (e dei loro matrimoni) nel momento stesso in cui mi sono reso conto che le regole di successione erano le stesse che venivano applicate alle persone che gli dèi sceglievano quali loro rappresentanti sulla Terra. Era la storia del Patriarca Abramo, il quale sosteneva di non mentire nel presentare come “sorella” sua moglie Sara: «Inoltre essa è veramente mia sorella, figlia di mio padre, ma non figlia di mia madre, ed è divenuta mia moglie», (Genesi 20, 12). A quei tempi non solo era consentito sposare una sorellastra, purché nata da madre diversa, ma il figlio avuto da lei – in questo caso Isacco – diventava l’Erede Legittimo e il successore dinastico, sottraendo di fatto il titolo al primogenito – qui Ismaele, figlio della schiava Agar. (Nel mio libro Guerre atomiche al tempo degli dèi spiego come queste regole di successione furono causa di aspre faide fra i discendenti divini di Ra in Egitto: i fratellastri Osiride e Seth, che sposarono le sorellastre Iside e Nephtys.).

Pur se queste regole di successione appaiono complesse, si fondavano su ciò che gli scribi definivano “discendenze”, quelle che noi oggi riconosceremmo come sofisticate geneaologie basate sul DNA, genealogie che operavano anche una distinzione fra il DNA ereditato da entrambi i genitori e il DNA mitocondriale, trasmesso di madre in figlia. La regola, per quanto complessa, era questa: la linea dinastica si tramandava attraverso i maschi; il primogenito maschio era il primo nella successione; poteva sposare una sorellastra, ma solo se aveva madre diversa; se da questa unione nasceva un figlio maschio era lui l’Erede Legittimo, nonché il successore dinastico, scalzando, di fatto, l’eventuale primogenito.

La rivalità dinastica fra i due fratellastri, Enlil ed Ea/Enki, venne complicata ulteriormente da una rivalità personale in faccende di cuore. Entrambi, infatti, erano innamorati della sorellastra Ninmah, figlia di un’altra concubina di Anu. Pur se Ea era profondamente innamorato di Ninmah, non gli venne concesso il permesso di sposarla. Enlil, invece, ebbe un figlio da lei, Ninurta. Questi, sia pure nato al di fuori del matrimonio, diventava di fatto l’erede incontestato di Enlil, in quanto era sia il figlio primogenito, sia il figlio nato da una sorellastra regale. Ea, come racconto nella serie delle Cronache Terrestri, era alla testa del primo gruppo di cinquanta Anunnaki che scese sullaTerra per estrarre l’oro necessario a proteggere l’atmosfera di Nibiru, atmosfera che si andava assottigliando sempre più.