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giovedì 28 dicembre 2017

LA COSTRUZIONE DEL TEMPIO DI YAHWEH: TEMPIO DI GERUSALEMME

Quando iniziò l’ultimo millennio a.C. la comparsa del segno della croce annunciava il Ritorno. Fu allora che un tempio dedicato a Yahweh a Gerusalemme legò per sempre il suo sito sacro al corso degli eventi storici e alle attese messianiche dell’umanità. Il luogo e il momento non erano una coincidenza: l’imminente Ritorno imponeva di rinchiudere in un tempio l’ex Centro di controllo della missione. Il regno ebraico era davvero minuscolo se paragonato alle potenze imperiali conquistatrici di quei tempi: Babilonia, Assiria, Egitto. Gerusalemme era una città molto piccola, con mura costruite in fretta e furia e con una fornitura di acqua precaria, se paragonata alla grandiosità delle capitali di quegli stati: Babilonia, Ninive, Tebe, con i loro recinti sacri, con gli ziggurat, i templi, i viali processionali, le porte istoriate, i palazzi maestosi, i giardini pensili, le fonti sacre e i porti fluviali.

Tuttavia, a distanza di millenni, Gerusalemme è ancora viva, mentre la grandiosità delle capitali delle altre nazioni si è tramutata in polvere e in rovine. Cosa ha fatto la differenza?
Il Tempio di Yahweh eretto a Gerusalemme e i suoi profeti, i cui oracoli si sono avverati. Ecco perché si ritiene che le loro profezie contengano ancora la chiave per comprendere il Futuro. L’associazione ebraica con Gerusalemme e, in particolare, con il Monte Moriah risale nientemeno che al tempo di Abram.

DUR.AN.KI
Fu quando lui ebbe completato il compito di proteggere il porto spaziale durante la Guerra dei Re che venne salutato da Melchisedek, il re di Ir Shalem (Gerusalemme), «che era un sacerdote del Dio Supremo». Lì Abramo venne benedetto e, a sua volta, fece un giuramento «Al Dio supremo, colui che possiede Cielo e Terra». Fu ancora lì, quando venne messa alla prova la devozione di Abramo, che gli venne garantita l’Alleanza con Dio. Tuttavia ci volle un millennio perché arrivassero il momento e le circostanze giuste per erigere il Tempio. La Bibbia affermava che il tempio di Gerusalemme era unico – ed era proprio così: era stato concepito per accogliere il “Legame Cielo-Terra”, ossia il DUR.AN.KI di Nippur di Sumer.

Alla costruzione del tempio 
del Signore 
fu dato inizio l’anno 
quattrocentottanta dopo l’uscita 
degli Israeliti 
dal paese d’Egitto, 
l’anno quarto del regno 
di Salomone su Israele,
nel mese di Ziv, cioè nel
secondo mese.

Con queste parole la Bibbia ricorda nel Primo Libro dei Re (6, 1) l’inizio memorabile della costruzione del Tempio di Yahweh a Gerusalemme da parte del re Salomone, dandoci la data esatta dell’evento. Si trattava di un passo cruciale, decisivo, le cui conseguenze sono ancora con noi; e il periodo, vale la pena di notare, fu quando Babilonia e Assiria adottarono il segno della croce quale precursore del Ritorno…

La storia tormentata del Tempio di Gerusalemme inizia non con Salomone, bensì con Davide, padre dello stesso Salomone. E il modo in cui lui divenne re di Israele è un indizio rivelatore del piano divino: preparare il Futuro facendo risorgere il Passato. Dopo quaranta anni di regno Davide lasciò in eredità un vasto regno, i cui confini settentrionali raggiungevano Damasco (e il Luogo dell’Atterraggio), magnifici salmi, nonché il lavoro preparatorio per la costruzione del Tempio di Yahweh. 

Tre emissari divini ebbero un ruolo chiave nel far passare alla storia questo re. 
La Bibbia li chiama “Samuele il Veggente, Natan il Profeta e Gad il Mistico”. 

Kiryat Arba oggi
Fu Samuele, il sacerdote custode dell’Arca dell’Alleanza, che ricevette da Dio istruzioni di «mandare a prendere il giovane Davide, figlio di Iesse, che stava pascolando le pecore, affinché diventasse il pastore di Israele» e Samuele «prese il corno dell’olio e consacrò [Davide] con l’unzione» affinché regnasse su Israele. La scelta del giovane Davide, intento a pascolare il gregge del padre, quale pastore di Israele, fu senza dubbio simbolica, perché si rifà al periodo di massima fioritura di Sumer. 

I suoi re venivano chiamati LU.GAL,“Grande Uomo”, ma si impegnavano per ottenere l’ambito titolo di EN.SI, “Giusto Pastore”. Quello, come vedremo, fu solo il primo dei legami di Davide e del Tempio con il passato sumero. 

Davide cominciò il suo regno a Ebron, a sud di Gerusalemme, e anche quella fu una scelta pregna di simbolismo storico. Il nome precedente di Ebron, indicava ripetutamente la Bibbia, era Kiryat Arba, “la città fortificata di Arba”. 

E chi era Arba? 

“L’Uomo più Grande tra gli Anakiti” – due termini biblici che traducono in ebraico il sumero LU.GAL e ANUNNAKI. A cominciare dai passaggi presenti nel libro dei Numeri e poi in Giosuè, nei Giudici e nelle Cronache, la Bibbia riporta che Ebron fu un centro dei discendenti degli «Anakim, uomini alti come i Nefilim», mettendoli in relazione con i Nefilim del capitolo 6 della Genesi, che contrassero matrimoni con le figlie degli uomini. Ai tempi dell’Esodo Ebron era ancora abitata da tre figli di Arba e fu Caleb, il figlio di Gefunne, a catturare la città e a massacrarne gli abitanti per conto di Giosuè. 

Scegliendo di essere re a Ebron, Davide stabilì il suo potere sovrano scegliendo la linea di continuità con la tradizione dei re sumeri legati agli Anunnaki. Davide regnò a Ebron per sette anni, quindi spostò la capitale a Gerusalemme. La sede del suo potere sovrano – “la Città di Davide” – venne costruita sul Monte Sion, a sud del Monte Moriah, separato da una piccola valle (dove si trovava la piattaforma eretta dagli Anunnaki, vedi foto). 

Costruì il Milloh, il “Riempimento”, per colmare lo spazio fra i due monti, così da poter costruire, sulla spianata così ricavata, il tempio di Yahweh; ma tutto ciò che gli venne concesso di fare, fu di erigere un altare sul Monte Moriah. Attraverso il profeta Natan Dio gli fece sapere che, poiché aveva sparso sangue nel corso delle sue tante guerre, non sarebbe stato lui a costruire il tempio; questo onore sarebbe toccato a suo figlio Salomone. Sconvolto dal messaggio del profeta, Davide si recò dal Signore e «sedette di fronte a Yahweh», di fronte all’Arca dell’Alleanza (che era ancora riposta in una tenda, quindi non nella sua collocazione definitiva).

Accettando la decisione di Dio, Davide chiese però una ricompensa per la sua lealtà: una rassicurazione, un segno, che sarebbe stata davvero la Casa di Davide a costruire il tempio e a essere benedetta per sempre. Quella notte stessa, sedendo di fronte all’Arca dell’Alleanza tramite la quale Mosè aveva comunicato con il Signore, ricevette un segno divino: gli venne dato un Tavnit – un modello in scala – del futuro tempio!

Si potrebbe dubitare della veridicità di questo racconto se non fosse che ciò che accadde quella notte a Davide e al progetto del suo Tempio fu l’equivalente di quanto era accaduto al re sumero Gudea che, più di mille anni prima, aveva ricevuto in sogno una tavoletta con il progetto e uno stampo da mattoni per la costruzione del tempio del dio Ninurta a Lagash. Quando giunse alla fine dei suoi giorni, Davide convocò a Gerusalemme tutti i capi di Israele, inclusi i capi tribù e gli ufficiali, i sacerdoti e i funzionari, e riferì loro della promessa di Yahweh.

Di fronte a tutti loro consegnò a suo figlio Salomone «il Tavnit del tempio, del vestibolo e degli edifici, delle stanze e di tutte le sue parti […] il Tavnit che aveva ricevuto dallo Spirito». C’era di più, perché Davide aveva consegnato a Salomone tutto ciò che Yahweh aveva scritto «per far[mi] comprendere tutti i particolari del modello» (I Cronache, capitolo 28). Il termine ebraico Tavnit è stato tradotto nella Bibbia di re Giacomo come “schema”, ma nelle traduzioni più recenti viene reso come “progetto”, suggerendo l’ipotesi che a Davide fosse stata data una sorta di planimetria. 

In questo caso, però, il termine ebraico sarebbe Tokhnit. 

Tavnit, d’altro canto, deriva dalla radice del verbo che significa “costruire, erigere”, quindi ciò che aveva ricevuto Davide e che aveva affidato a suo figlio Salomone era “un modello costruito” – ossia un modello in scala, un plastico, diremmo noi oggi. (Scavi archeologici condotti in tutto il Vicino Oriente hanno riportato alla luce modellini in scala di carri, di navi, di laboratori e persino d itempli a più livelli.)

I libri dei Re e delle Cronache forniscono misure precise e chiari dettagli strutturali del tempio e del suo progetto architettonico: aveva un’asse est-ovest, il che ne faceva un “tempio eterno”, allineato all’equinozio. Era composto da tre parti (vedi foto sopra), seguiva la progettazione dei templi sumeri con un ingresso (Ulam in ebraico), una grande sala centrale (Hekhal in ebraico, che derivava dal sumero E.GAL,“Grande Dimora”) e un Sancta Sanctorum per l’Arca dell’Alleanza.
La parte più interna era chiamata il Dvir, “Colui che parla”, perché era attraverso l’arca che Dio parlava a Mosè. 

Come gli ziggurat sumeri, che di norma erano costruiti per esprimere il concetto sessagesimale “a base sessanta”, anche il Tempio di Salomone aveva adottato il numero “sessanta” nella sua costruzione: l’edificio principale misurava 60 cubiti di lunghezza (circa 30, 5 metri), 20 cubiti (60 :3) di larghezza e 120 cubiti di altezza (60 × 2). Il Sancta Sanctorum misurava 20 cubiti per 20 –sufficiente per contenere l’Arca dell’Alleanza con i due cherubini dorati in cima (“che si toccano le ali”). La tradizione, la prova testuale e la ricerca archeologica indicano che l’Arca era posta proprio sulla straordinaria roccia sulla quale Abramo era stato pronto a immolare suo figlio Isacco; il suo nome ebraico, Even Shatiyah, significa “Pietra della Fondazione” e le leggende ebraiche sostengono che è da lì che il mondo verrà nuovamente creato. 

Santuario della Roccia
Oggi quella roccia è racchiusa nel Santuario della Roccia (vedi a lato). (I lettori potranno approfondire l’argomento della roccia sacra, della sua enigmatica grotta e dei passaggi segreti sotterranei in Spedizioni nell'altro passato.)

Pur se queste non erano misure monumentali, se confrontate con gli altissimi ziggurat, il tempio, una volta completato, era davvero magnifico; era anche diverso da qualsiasi altro tempio contemporaneo in quella parte del mondo. Per la sua costruzione sulla spianata non vennero usati né ferro, né attrezzi di ferro (tutti gli utensili erano di rame o di bronzo) e, infatti, all’interno l’edificio era interamente rivestito d’oro; erano d’oro anche i chiodi che tenevano in posa le lamine del prezioso metallo. La quantità di oro usato fu enorme (solo «per il Sancta Sanctorum, 600 talenti; per i chiodi, cinquanta shekel») – tanto che Salomone organizzò trasporti con navi speciali per far arrivare l’oro da Ophir (che si riteneva fosse nell’Africa sud-orientale).





Z.SITICHIN

martedì 26 dicembre 2017

COSMOLOGIA EGIZIA

Non è semplice, credetemi, dipanare il sottile, confuso ed esile fil rouge, sepolto da migliaia di anni di oblio e dimenticato tra le sabbie del deserto che univa Astronomia e Teologia alla cosmologia Egiziana. Ho cercato di riassumere i concetti principali attingendo da varie letture, tra cui i due splendidi libri di Massimo Barbetta.
Fissiamo dei punti:
Secondo Nicolas Grimal, ( Storia dell’Antico egitto Mondadori p. 55) :

< il punto di partenza della cosmogenesi è lo stesso: un caos liquido increato, nel quale si agitano quattro coppie di RANE e SERPENTI, che riuniscono le forze per creare l’UOVO e deporlo su di un ponticello emergente dalle acque. Le coppie sono composte ciascuna da un elemento e dalla sua pareda ( divinità il cui culto è associato ad un’altra di sesso opposto) : 

- NUN e NAUNET, l’oceano primordiale, massa d’acqua molto lontana ,Madre primordiale..
- HEH e HEHET, l’acqua che cela la propria vita o lo spazio infinito
- KEKU e KEKET, l’oscurità
- AMOUN e AMAUNET, il dio celato, nascosto e la sua consorte talvolta sostituiti da Gerh e Gerhet.>

Vediamo dunque che l’interazione reciproca degli OTTO PRIMORDIALI, sopra citati (RANE e SERPENTI), diedero origine ad una sorta di ESPLOSIONE che fece EMERGERE il “ tumulo primitivo”, inizialmente definito “Isola di fiamme”, poi divenuto la stessa “Kemenu” o “città degli otto”, l’Ermopoli dei Tolomei. < le forze unite di questi otto dei, avrebbero dato vita a una esplosione di energia, tale da creare dal nulla la Terra> 

Possiamo interpretare gli Egizi precursori della Teoria del Big Bang?
Wallis Budge ci informa che il termine “NU” indica la profonda e sconfinata massa d’acqua, fuori dal Tempo e dallo Spazio, che conteneva, dall’inizio, i germi di qualsiasi forma di vita. Da non confondere con PET => cielo vicino alla terra ; ma sempre Budge suggerisce che, nel termine del dio NU, i geroglifici dei “ tre vasetti affiancati” indicavano il “SUONO”, evocante un’azione creatrice, ed era seguito dal simbolo del “cielo”e “dell’acqua”.
La Formula 223 dei “Testi dei Sarcofagi” recita: 
“ O Atum dammi questo dolce profumo che è dentro le tue narici, perché io sono quest’Uovo che è dentro il Grande Sternazzatore”
Secondo le cosmologie egizie, infatti, questo “ Uovo Cosmico” sarebbe stato deposto da un animale mitico denominato “ il Grande Starnazzatore “ che ha tutti i caratteri pittorici per poter essere identificato proprio come un’ OCA!
Sappiamo che in natura le oche , le galline, i pennuti in generale emettono il loro verso quando depongono l’uovo, perciò secondo una interpretazione più scientifica possiamo ipotizzare che “la deposizioe dell’Uovo Cosmico” sia stata seguita, se non addirittura amplificata da un’energia creatrice e modulatrice del SUONO, la starnazzata, potente vibrazione indotta che avrebbe dato il via al processo creativo, nel silenzio e nella quiete delle acque cosmiche del NU.
Vorrei citare qui di seguito un suggerimento di un altro importante studioso Kurt Heinrich Sethe un egittologo tedesco, allievo di Adolf Erman, che svolse importanti studi nel campo della filologia egizia. Il suo contributo fu determinante per la prosecuzione degli studi sulla grammatica egizia. Studi utilizzati anche da Z. Sitchin:

<TIAMAT>
<Tiamat può essere identificato con Il Serpente egizio KAMATEL ( alter ego del NU), guardiano dell’Embrione “BNNT” (uccello Bennu è qualcosa che prende un “seme della creazione” lo trasporta per arrivare sulla terra in tempi diversi) ed anima del monte primordiale situato nelle acque del “Nun” che esisteva in uno stato di buio perpetuo..>

Il Bennu rompendo il silenzio della notte promordiale, è l'incarnazione della Parola, da' inizio a tutti i cicli temporali, così è il patrono di tutte le divisioni del Tempo.
Ricordiamo, come sottolineato durante una conferenza da Massimo Barbetta, che il BNNT è per gli Egizi l’uccello BENNU, cioè colui che prende un seme della creazione e lo trasporta per arrivare sulla terra in tempi diversi e diventerà in epoca più tarda la FENICE, colei che risorge dalle fiamme, colei che si rigenera ciclicamente, emblema del potere della musica.
Perciò riassumiamo:

Abbiamo una profonda e sconfinata massa d’acqua, fuori dal tempo e dalla spazio, che conteneva i germi di qualsiasi forma di vita. Atum, detto il “grande starnazzatore, che ha come simbolo totemico arcaico l’Oca e l’Ariete, depone il SEME DELLA VITA, trasportato da lontano, L’Uovo cosmico ed emette nello sforzo creativo, una vibrazione potente che fa partire la creazione dalle inermi acque del “NU”.
Questo Uovo cosmico viene deposto sopra il “tumolo primitivo “ la montagnetta precedentemente formatasi dagli OTTO PRIMORDIALI, le prima citate 4 coppie di RANE e SERPENTI.
Benissimo, il seme è gettato, vivificato dalla Vibrazione, ora ecco troviamo:
DIO KHNUM => definito “ il dio SPECIFICATORE di FORMA”
Il cui nome deriva dalla radice “ Khnm” “UNIRSI A..”, aveva l’aspetto antropomorfico con una testa di ariete, ma con le corna orizzontali ondulate. Era adorato nell’Alto Egitto, e particolarmente nell’isola Elefantina, nota come ABU in geroglifico, sede di una importante comunità ebraica.
Esso viene raffigurato in senso cosmologico con l’aspetto iconografico di colui che al TORNIO DEL VASAIO, plasma l’uomo e la donna, come archetipi dell’Umanità in senso lato.
Il tornio, ci dice Michele Mamher, era infatti “ nella mitologia egizia lo strumento con cui Khnum, il divino artefice, modellava sia il CORPO, SIA L’ANIMA delle CREATURE VIVENTI, cioè creava la vita. Vi era perciò una assonanza tra il tornio e l’utero della donna.”

Il barone Kristian Karl Josias Von Bunsen riferisce :
< Dio Khnum significa fabbricatore, identificato come NUN il padre degli dei, il modellatore e compare come una delle più antiche divinità d’Egitto, egli era inteso come principio umido.>
L’orientalista americano louis herbert Gray, aggiunge:
< Khnum era il guardiano delle acque che provenivano dal mondo inferiore o di sotto , il DUAT.
Insieme alla consorte, la dea Heqet, dalla testa di rana, furono gli dei che esistevano dall’inizio e crearono gli dei e gli uomini > Il dio Khnum è anche indicato come IL DIO REMATORE sulla barca degli dei.

Inoltre Khnum è chiamato anche dagli egizi KOD: modellatore, plasmatore vasaio , colui che possiede lo stampo, l’immagine, ma a volte esso assume anche il senso di “ CIRCOLO,ORBITA” con evidenti contestualizzazioni astronomiche.
Quest’ultima accezione appare degna di nota se leggiamo la considerazione dell’egittologo Jeanne Conman, il quale afferma che “Kod” significa “ girare intorno come la ruota del vasaio”
Ma il tema del “cerchio, circolo” traspare in tanti punti del folklore dell’Antico egitto.
Questi “ circoli serpentiformi”, connessi con la cosmogenesi, descritti dai Testi dei Sarcofagi trovano una rappresentazione iconografica in un’immagine proveniente dal tabernacolo di Tut-Ankh-Amen che ha attirato l’attenzione di molti egittologi.



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Queste immagini sono collocate nella parte “A2 dell’iscrizione del Tabernacolo di Tut-Ankh-Amen, quella riservata all’Oscurità.
Vediamo nella prima figura, sull’estrema destra, una grande mummia che presenta due “circoli serpentiformi” posti in corrispondenza della testa e dei piedi. Essi appaiono molto simili al serpente “Uroboro” che si morde la coda, immagine caratteristica della successiva tradizione archetipica e d ermetica.
Questa immagine è stata interpretata nel tempo, da vari archeologi ed egittologi, in vari modi, come la “Forma cosmica”, la forma potenziale ancora inerte che occupa l’intero universo, o come “Oceano” ipostasi della nostra Galassia, cioè della Via Lattea.
L’ultima interpretazione trova molti riscontri nei testi antichi, infatti tale idea era molto diffusa nell’antichità classica. Omero, nell’Illiade , considerava < l’Oceano Celeste, origine degli dei>.
Diodoro Siculo riferiva come gli Egiziani pensassero che l’Oceano fosse il loro fiume Nilo, su cui nacquero gli dei. Alla componente liquida gli antichi diedero, ci racconta sempre Diodoro, un nome, che tradotto, significa “madre nutrice”, mentre alcuni greci ritenevano esso dovesse essere “ Oceano”, riferendosi alla “ fertilità cosmica” connessa alle acque del “NU”.

Secondo Eusebio di Cesarea. <.. gli egizi credono che il fiume Nilo sia l’Oceano da cui è nata la razza degli dei>.

Lo stesso egittologo Rundle Clark riporta come “ gli egiziani pensassero al mondo come circondato da un serpente con la coda in bocca, simbolo dell’Oceano cosmico”
In linea teorica perciò si potrebbe dedurre che i 2 distinti serpenti , allegoria di 2 Oceani, posti uno sulla testa e uno sui piedi, possano essere allusioni a 2 Nili celesti diversi ossia, due “ Vie Lattee” cioè 2 GALASSIE DIVERSE , 2 diversi Spazio/tempo.

All’altezza dell’addome della grande figura a forma di mummia a sua volta collocato all’interno di un cerchio, equidistante dai due “cerchi serpentiformi” troviamo un uccello con braccia umane alzate e con la testa di Ariete, che verrebbe identificato come descrizione dell’Anima o BA. Le corna dell’Ariete potrebbero tuttavia far pensare che l’uccello sia l’ipostasi del dio Khnum, il vasaio, l’Anima creatrice.
Questa apparente duplicità simbolica, unita alle due colonne di geroglifici dell’iscrizioni, ci fa ipotizzare che l’immagine possa essere l’ ipostasi della Creazione delle Acque cosmiche del Cielo, il “NU”(circolo serpentiforme in basso) all’interno dell’Abisso Cosmico /Acque cosmiche celesti, il “ MU” ( “circolo serpentiforme” superiore), in due particolari momenti nel Tempo e nello Spazio.
Inoltre possiamo teorizzare per analogia, che questi due cieli siano connessi tra loro, visto che in entrambi questi circoli è prevalente l’idea di uno spostamento di un viaggio, perché sono accompagnati in entrambi i casi dal simbolo geroglifico del “Viaggio”, “spostamento”, le due gambe, due nel circolo superiore e due in quello inferiore.
Importante a questo punto PER CAPIRE l’importanza di questa immagine del Tabernacolo di Tut-ankh-amen, è necessario aprire delle parentesi, fissare alcuni concetti base:

- Il concetto di TEMPO per gli egizi
- Il concetto di NU
- Il concetto di Mehen o serpente




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Con questo post mi sono posta l'obiettivo di incuriosirvi, di portare la vostra attenzione sulle scoperte di Massimo Barbetta, che da anni studia con passione la cultura Egizia al fine di abbattere il paradosso principale che i popoli antichi in generale, gli Egizi nello specifico, fossero delle culture primitive e che non possedessero conoscenze scientifiche, concetti astronomici astrofisici, matematici.
Più facciamo progressi nel campo della scienza, più ci rendiamo conto che molti concetti da poco introdotti nella nostra cultura, erano in realtà già a loro noti.
Ovviamente il loro modo di esprimere questi concetti era diverso dal nostro, il loro linguaggio, nel caso degli Egizi i geroglifici, devono essere un po' adattati per essere compresi, ma le informazioni che ci pervengono sono veramente sbalorditive una volta individuata la chiave di lettura.
Analizziamo per esempio il TEMPO (ovviamente non il Tempo meteorologico ma cronologico.)

E' sbalorditivo constatare che gli antichi Egizi avevano un concetto di Tempo estremamente moderno;
- avevano un concetto di TEMPO LINEARE ----------------> "DJET" (connesso a Osiride al Duat e al "NU" , un tempo soggetto a possibile conclusione) Passato
- e un concetto di TEMPO CIRCOLARE,CICLICO O " NEHEH" (connesso ad ATUM-RA , un tempo ciclico connesso con i cicli della Natura, con il futuro, le stagioni e gli eventi celesti, si ripeteva. ) Futuro
Non possiamo, peraltro escludere che nell'ambito di un pensiero cosmologico dell'Antico Egitto, i due concetti non solo coesistessero, ma potesse comportarsi in modo sinergico o addirittura fondersi in un sincretismo unico, basato sul moto a spirale, simile alla proverbiale "spirale del tempo".
Nel Capitolo 15 del Libro dei Morti leggiamo di " Neheh" e "Djet" abbinati anche a concetti di luogo: < Lasciatemi arrivare nella Terra di "Neheh", lasciatemi entrare dentro la terra di "Djet">
mentre in una litania dello stesso Capitolo si legge:
< Signore di "Neheh", creatore di "Djet"> lasciando intendere che "Neheh" esplicava un concetto infinito, precedente alla creazione del mondo,ed era ripartibile in anni; mentre "Djet"non era divisibile e si riferiva al tempo quando il mondo finiva.
Alan Gardiner interpreta i due termini come " eternità nel passato (Neheh), che ha un fine e come "Eternità nel futuro" (Djet), solida e conclusiva.
Mario Tosi riporta che per gli Egizi: " il mondo si chiude e rinasce in un cerchi senza fine, secondo un ritmo simile ad un immenso respiro cosmico, in cui ciascuno dei grandi periodi, rappresenterebbe per il creatore, soltanto un giorno."



(Interessante notare che secondo MIRCEA ELIADE gli spiriti dei defunti erano in grado di viaggiare a ritroso nel tempo all'interno del "Duat", dove, egli affermava, le "linee del tempo circolare e lineare" si congiungevano! Il tipo di movimento eseguito per questo viaggio nel tempo, infatti univa il movimento circolare di "Neheh" con quello lineare di "Djet", dando vita, come detto, ad una spirale tridimensionale. Una spirale di rigenerazione che simula quella del SERPENTE MEHEN)

(Tiziana Acerbi)

Fonti:
 (Stargate vol. 1 - Il Cielo degli Egizi - Stargate vol. 2 - La Porta degli Dei ,del Dott. M. Barbetta)

mercoledì 20 dicembre 2017

IL PIANETA DEL SIGNORE ANU: "E' SORTA L'IMMAGINE DEL CREATORE"

I testi sumeri che narrano degli eventi più importanti nella saga dell’umanità forniscono indicazioni precise relative alle apparizioni periodiche del pianeta degli Anunnaki – che si verificarono approssimativamente ogni 3600 anni – e sempre in concomitanza di congiunzioni cruciali nella storia della Terra e dell’umanità. Fu in questo periodo che il pianeta venne chiamato Nibiru, e la sua raffigurazione glifica – persino agli albori di Sumer – era la Croce. Quella narrazione aveva inizio con il Diluvio.

Diversi testi che raccontano di questa catastrofe la mettono in relazione con la comparsa del dio celeste, Nibiru, nell’Era del Leone (nel 10.900 a.C. circa), che misurava le “acque del profondo”. Altri testi, invece, descrivevano la comparsa di Nibiru ai tempi del Diluvio come una stella radiante e lo raffigurarono di conseguenza. 

Quando il sapiente griderà
“Alluvione!”
È il dio Nibiru […]
Il Signore la cui corona
brillante è carica di terrore;
Ogni giorno, egli arde entro
il Leone.

Il pianeta fece ritorno, fu di nuovo visibile e diventò ancora “Nibiru” quando, a metà dell’VIII millennio a.C. all’umanità vennero date pastorizia e agricoltura; raffigurazioni (su sigilli cilindrici) che illustrano l’inizio dell’agricoltura usavano il segno della croce per mostrare Nibiru visibile nei cieli della Terra (foto accanto). In un’altra occasione, sicuramente più memorabile per i Sumeri, il pianeta era ancora visibile quando, nel 4000 a.C. circa, nell’Era del Toro, Anu e Antu giunsero sulla Terra nel corso di una visita di stato. La città che, nei millenni successivi, sarebbe stata conosciuta come Uruk fu eretta in loro onore; in loro onore venne eretto uno ziggurat, dai gradoni del quale con l’avanzare della notte era possibile osservare la comparsa dei pianeti all’orizzonte. Quando i sacerdoti-astronomi scorsero Nibiru, levarono un grido: «È sorta l’immagine del Creatore!» e tutti i presenti eruppero in inni di lode per il «pianeta del Signore Anu».

Costellazione del Leone con il passaggio di Nibiru
La comparsa di Nibiru all’inizio dell’Era del Toro significava che all’inizio della levata eliaca (ossia quando inizia l’alba ma l’orizzonte è ancora sufficientemente scuro da consentire di osservare le stelle), la costellazione era quella del Toro. Ma Nibiru, che si muoveva rapidamente nella sua orbita attorno al Sole, compiva un arco nei cieli, ridiscendeva e tagliava l’eclittica nel punto dell’Attraversamento. 

Lì era possibile osservare il passaggio sullo sfondo della costellazione del Leone. Diverse raffigurazioni, su sigilli cilindrici e su tavolette astronomiche, usavano il simbolo della croce perindicare l’arrivo di Nibiru, quando la Terra si trovava nell’Era del Toro e il suo attraversamento veniva osservato nella costellazione del Leone (raffigurazione su sigillo cilindrico, figura sopra, e come illustrato nella figura a lato).

Il cambio dal simbolo del disco alato al segno della croce non era dunque un’innovazione: era un ritorno al modo in cui era stato raffigurato in precedenza il Signore Celeste – ma solo quando nella sua grande orbita attraversava l’eclittica e diventava “Nibiru”. Come nel passato, la rinnovata esposizione del segno della croce significava il riapparire, il tornare alla vista, il RITORNO. 


Z.SITCHIN




lunedì 18 dicembre 2017

NIBIRU: IL SEGNO DELLA CROCE

All’epoca dell’Esodo i riferimenti zodiacali erano più forti in relazione all’Era dell’Ariete (e del suo dio!), e diventarono oracolari e profetici allorché il veggente Balaam vide il Futuro, quando vennero invocati i simboli delle costellazione zodiacali del Toro edell’Ariete (giovenchi e arieti per sette sacrifici) e del Leone (quando si udiranno le Trombe Reali ad Israele). Ed è quando vedeva il Distante Futuro che il testo di Balaam utilizza l’espressione emblematica «negli ultimi giorni» quale periodo in cui si sarebbe verificata la profezia oracolare (Numeri 24, 14).

Questa espressione lega direttamente le profezie non-israelitiche al destino della stirpe di Giacobbe, perché Giacobbe la pronuncia in punto di morte, dopo aver raccolto intorno a sé i propri figli per ascoltare gli oracoli relativi al loro futuro (Genesi, capitolo 49). «Radunatevi» disse «perché io vi annunzi quello che vi accadrà negli ultimi giorni». Molti ritengono che le profezie pronunciate individualmente per ciascuna delle future Dodici Tribù di Israele siano correlate alle dodici costellazioni celesti. E cosa dire della Stella di Giacobbe: una chiara visione di Balaam? 

Gli studiosi della Bibbia, in genere, lo ritengono un contesto astrologico – più che astronomico – e, sovente, la tendenza è quella di considerare il riferimento alla “stella di Giacobbe” come puramente figurativo. Ma cosa accade se il riferimento è davvero a una “stella” che orbita nella sua rotta – un pianeta visto in profezia, pur se non ancora visibile all’occhio?
E se Balaam, come Akhenaten, stesse parlando del ritorno, della ricomparsa di Nibiru?
Dobbiamo ora capire se questo ritorno era da considerarsi un evento straordinario che si verifica una volta in diversi millenni, un evento che ha ripetutamente lasciato un marchio nella storia di uomini e dèi.

Non è solo una domanda retorica. In realtà, il corso degli eventi indicava in misura sempre crescente l’avvicinarsi di un evento importante. Ai tempi della dinastia cassita, nell’arco di circa un secolo pregno di preoccupazioni e di predizioni relative al Pianeta che Ritorna (le troviamo nelle narrazioni dell’Esodo, di Balaam e dell’Egitto di Akhenaten), la stessa Babilonia iniziò a fornire le prove di queste aspettative: l’indizio più importante fu il segno della croce

È rimasto ben poco del loro regno a Babilonia e, come detto in precedenza, quei re non furono particolarmente abili nella documentazione storica; in compenso hanno lasciato raffigurazioni molto importanti, e corrispondenza internazionale redatta su tavolette d’argilla. Fu nelle rovine di Akhet-Aten, la capitale di Akhenaten – una località in Egitto conosciuta oggi come Tell el-Amarna – che furono scoperte le famose “Tavolette di el-Amarna”.

Delle 380 tavolette di argilla, tutte – tranne tre – erano iscritte in accadico che, ai tempi, era la lingua della diplomazia internazionale. Mentre alcune delle tavolette erano copie di lettere reali inviate dalla corte egizia, la stragrande maggioranza erano lettere originali ricevute da re stranieri. Il tesoro era l’archivio diplomatico reale di Akhenaten, e le tavolette costituivano in buona parte la corrispondenza proprio con i re di Babilonia! Akhenaten usò forse questi scambi epistolari per raccontare ai sovrani in Babilonia della sua nuova religione che si fondava sul culto di Aten?


Purtroppo non lo sappiamo, perché tutto ciò che ci è rimasto sono le lettere di un re di Babilonia indirizzate ad Akhenaten, nelle quali lamentava il fatto che il denaro inviatogli pesava meno di quanto dovuto, che i suoi ambasciatori erano stati depredati durante il viaggio verso l’Egitto o che il re egizio aveva mancato, non informandosi della sua salute. Tuttavia i frequenti scambi di ambasciatori e altri emissari – persino le offerte di matrimoni misti – nonché l’appellativo che il re di Babilonia riservava al faraone egizio chiamandolo “mio fratello”, ci porta alla conclusione che la gerarchia in Babilonia era pienamente consapevole diquanto avveniva in Egitto; e se Babilonia si chiedeva “Cosa è questo trambusto su ‘Ra come Stella che Ritorna’?”, si doveva anche ben rendere conto che era un riferimento a “Marduk come il Pianeta che Ritorna”, Nibiru che torna nella sua orbita.

Con una tradizione delle osservazioni celesti più antiche e più accurate in Mesopotamia che non in Egitto, naturalmente è possibile che gli astronomi reali di Babilonia fossero giunti a conclusioni in merito al ritorno di Nibiru anche prima degli stessi Egizi e senza il loro aiuto. Ma, in ogni caso, fu solo nel XIII secolo a.C. che i re cassiti di Babilonia iniziarono a segnalare, in modi diversi, i cambiamenti radicali nella religione. 

Nel 1260 a.C. un nuovo re ascese al trono di Babilonia e adottò il nome di Kadashman-Enlil – un nome teoforico che a sorpresa venerava Enlil. Non si trattò di un caso isolato perché, nel corso del secolo successivo, seguirono sul trono re cassiti che portavano nomi teoforici che veneravano non solo Enlil, ma anche Adad – il che ci induce a pensare che fosse una manifestazione del desiderio di una riconciliazione divina. Che ci si attendesse qualcosa di insolito è testimoniato ulteriormente da monumenti commemorativi chiamati kudurru – “pietre arrotondate” – che venivano utilizzati come segni di confine. 

Su queste stele venivano specificati i termini dell’accordo (o la concessione del terreno) e i giuramenti fatti per suggellarlo; sui kudurru venivano riportati di norma anche i simboli degli dèi celesti.
Spesso erano ritratti anchei simboli zodiacali divini – tutti e dodici (foto sopra); in orbita sopra di loro c’erano gli emblemi del Sole, della Luna e di Nibiru. 

In un’altra raffigurazione (foto a lato) Nibiru era mostrato in compagnia della Terra (il settimo pianeta) e della Luna (con il simbolo dello strumento per tagliare il cordone ombelicale, simbolo di Ninmah). 


Da notare che Nibiru non era più raffigurato dal simbolo del disco alato, bensì come il pianeta della croce radiante – secondo la descrizione che ne facevano i Sumeri ai “Vecchi Tempi”: come pianeta radiante in procinto di diventare “Pianeta dell’Attraversamento”.

Iniziò a diventare sempre più frequente questo modo di mostrare Nibiru (che da tempo era “invisibile”) con il simbolo di una croce radiante e ben presto i re cassiti di Babilonia semplificarono il simbolo con una Croce, sostituendolo al disco alato sui sigilli reali (foto a lato).

Questo simbolo della croce, che somiglia molto alla “croce maltese” di epoca successiva cristiana, è conosciuto negli studi di antichi glifi come “croce cassita”. Come indica un’altra raffigurazione, il simbolo della croce era riservato a un pianeta che chiaramente non era il Sole, che è mostrato a parte, insieme alla falce di luna e alla stella a sei punte, simbolo di Marte. (vedi foto sotto) 

Quando iniziò il I millennio a.C. il segno della croce di Nibiru si diffuse da Babilonia e lo ritroviamo anche sui sigilli di altri paesi. In assenza di testi religiosi o letterari cassiti, possiamo solo fare congetture su quali fossero le aspettative messianiche che hanno accompagnato questi cambiamenti nelle raffigurazioni. Qualunque cosa fossero, ebbero l’effetto di intensificare la ferocia degli attacchi da parte degli stati enliliti – Assiria ed Elam – nei confronti di Babilonia, nonché la loro opposizione all’egemonia di Marduk.



La stella a 6 punte simbolo di Marte e la croce/Nibiru

Quegli attacchi ritardarono, ma non evitarono l’adozione del segno della croce nella stessa Assiria. Come rivelano i monumenti reali, i re la portavano sul petto, vicino al cuore (foto sotto) – analogamente ai cattolici. 

La croce sul cuore
Dal punto di vista astronomico e religioso, si trattava di un gesto digrande significato. Che si trattasse anche di una manifestazione diffusa lo suggerisce il fatto che in Egitto sono state ritrovate raffigurazioni di un dio-re che indossa il segno della croce sul petto, come i suoi omologhi assiri (foto sotto).

L’adozione del segno della croce quale emblema di Nibiru in Babilonia, Assiria e altrove, non era un’innovazione che ci deve sorprendere. Il segno era stato usato in precedenza – da Sumeri e Accadi. «Nibiru – che “Attraversamento” sia il suo nome!» recitava l’Epica della Creazione. 
E stando al simbolo, la croce era stata utilizzata nei glifi sumeri per raffigurare Nibiru, ma poi aveva sempre significato il suo Ritorno alla visibilità.

L’Enuma Elish, l’Epica della Creazione, affermava chiaramente che, dopo la Battaglia Celeste con Tiamat, l’Invasore compì una grande orbita attorno al Sole facendo ritorno al teatro della battaglia. Poiché Tiamat orbitava intorno al Sole in un’orbita eclittica (come fanno altri membri del sistema solare) è in quel luogo nei cieli che l’Invasore faceva ritorno; è in quel punto che, orbita dopo orbita, attraversava il piano dell’eclittica. 



Un dio/re che indossa la croce

Traiettoria orbitale di Hallewy
Un modo semplice per illustrarlo sarebbe mostrare la traiettoria orbitale della ben nota cometa di Halley, che emula su scala decisamente ridotta l’orbita stessa di Nibiru: quando si avvicina al Sole, da sud, passando sotto l’eclittica, la sua orbita inclinata la porta vicino a Urano. Forma poi un arco sopra l’eclittica e gira attorno al Sole, incontrando Saturno, Giove e Marte; si rituffa poi e attraversa l’eclittica nei pressi del luogo dove avvenne la Battaglia Celeste di Nibiru con Tiamat – l’Attraversamento (segnato con una “X”) – e scompare per ritornare come prescrive il suo Destino orbitale.

Quel punto, nei cieli e nel tempo è l’Attraversamento – è allora, affermava l’Enuma Elish, che il pianeta degli Anunnaki diventava il Pianeta della Croce: 

Pianeta NIBIRU:
Il crocevia del Cielo e della
Terra egli occuperà […]
Pianeta NIBIRU:
Egli tiene la posizione 
centrale […]
Pianeta NIBIRU:
È lui che senza mai
stancarsi
Continua a passare in
mezzo a Tiamat;
Pianeta “che attraversa”
sia
il suo nome!


Z.SITCHIN

mercoledì 13 dicembre 2017

LA VISIONE DI BALAAM

Amenohotep IV o Amenophis IV alias AkhenAten
Circa sessanta anni dopo l’Esodo degli Israeliti, in Egitto si verificarono sviluppi religiosi decisamente insoliti. Alcuni studiosi li considerano come un tentativo di adottare il monoteismo – forse sotto l’influenza delle rivelazioni del Monte Sinai, durante il regno di Amenohotep IV (a volte chiamato Amenophis IV), che lasciò Tebe e i suoi templi, rinunciò al culto di Amon e dichiarò ATEN quale unico dio creatore. Come dimostreremo, non si trattava della eco di monoteismo, bensì di un ulteriore araldo di un atteso Ritorno: il ritorno – alla vista – del Pianeta della Croce.

Il faraone in questione è meglio conosciuto con il nome adottato, Akhen Aten (“Il servo/adoratore di Aten”), e la nuova capitale e centro religioso che aveva stabilito, Akhet Aten (“Aten dell’Orizzonte”), è più famosa con il nome moderno del sito, Tell-el Amarna (dove venne scoperto il famoso archivio di antica corrispondenza internazionale). Rampollo della famosa diciottesima dinastia d’Egitto, Akhenaten regnò dal 1379 al 1362 a.C. e la sua rivoluzione religiosa non ebbe vita lunga. 

La casta sacerdotale di Amon, a Tebe, guidò l’opposizione, presumibilmente perché privata di potere e ricchezza, ma naturalmente è possibile anche che le obiezioni fossero di natura puramente religiosa, perché i successori di Akhenaten (dei quali il più famoso è senz’altro Tutankamon) ripresero la consuetudine di inserire Ra/Amon nei loro nomi teoforici. Subito dopo la scomparsa di Akhenaten, la nuova capitale, i suoi templi e il suo palazzo furono abbattuti e sistematicamente distrutti. Tuttavia i resti che gli archeologi hanno ritrovato gettano sufficiente luce per comprendere Akhenaten e la sua religione.

Il concetto che l’adorazione di Aten fosse una forma di monoteismo deriva essenzialmente da alcuni degli inni ad Aten che sono stati riportati alla luce; includono versi del tipo: «O unico dio, come te nessuno altro […] il mondo è nato dalla tua mano». Il fatto che in una chiara digressione dalle consuetudini egizie venne severamente vietata la rappresentazione di questo dio in forma antropomorfa, sembra la stessa proibizione di Yahweh, nei Dieci Comandamenti, di fare “idoli” da venerare. Inoltre, alcune parti degli inni ad Aten sembrano veri e propri cloni dei Salmi della Bibbia:

O Aten vivente,
quanto sono grandi le tue
opere!
Sono nascoste alla vista
degli uomini.
O unico dio, non esiste
altro dio all’infuori di te!
Tu creasti la terra secondo i 
tuoi desideri
mentre eri solo.

Il famoso egittologo James H. Breasted (The Dawn of Conscience) confrontò i sopracitati versetti con il Salmo 104, a partire dal verso 24:

Quanto sono grandi,
Signore, le tue opere!
Tutto hai fatto con
saggezza,
la terra è piena delle tue
creature.

L’analogia, tuttavia, esiste non perché l’inno egizio e il salmo della Bibbia si copino, ma perché entrambi parlano dello stesso dio celeste dell’Epica Sumera della Creazione – di Nibiru – che dette forma ai cieli e creò la Terra, dandole il “seme della vita”. Praticamente non esiste un libro sull’antico Egitto che non confermi che il disco di “Aten”, che Akhenaten fece oggetto centrale di culto, rappresentava il benevolo Sole. Ma, se fosse realmente così, sarebbe ben strano che, contravvenendo alle usanze dell’architettura egizia, che orientava i templi ai solstizi su un asse sud-est–nord-ovest, Akhenaten orientò il suo tempio di Aten su un asse est-ovest, con l’ingresso rivolto a ovest, lontano dalla Levata Eliaca. Se era in attesa di una comparsa celeste da una direzione opposta a quella da cui sorge il Sole, vuol dire allora che non stava aspettando il Sole.

Una lettura più attenta degli inni rivela che il “dio stella” di Akhenaten non era Ra in quanto Amon, “l’Invisibile”, bensì un tipo diverso di Ra: era il dio celeste che era «esistito da un tempo primevo […] Colui che si rinnova» quando riappare in tutta la sua gloria, un dio celeste che «andava via e ritornava». Nella quotidianità queste parole potevano applicarsi al Sole, ma a lungo termine la descrizione si adattava solo a Ra come Nibiru: diventava invisibile, recitava l’inno, perché era «distante nei cieli» perché andava «al di là dell’orizzonte, nell’alto dei cieli». 

E ora, annunciava Akhenaten, stava tornando in tutta la sua gloria. Gli inni ad Aten profetizzavano la sua ricomparsa, il suo ritorno «bello all’orizzonte del cielo […] lucente, bello, forte» araldo di un periodo di pace e di benevolenza per tutti. 

Queste parole esprimono chiare aspettative messianiche che nulla hanno a che fare con il Sole. In sostegno della spiegazione “Aten è il Sole” vengono offerte diverse raffigurazioni di Akhenaten; mostrano (vedi foto) lui e sua moglie benedetti o intenti a pregare una stella radiosa; secondo la maggior parte degli egittologi è il Sole. 


Gli inni fanno riferimento ad Aten come manifestazione di Ra, il che – per quegli egittologi che ritengono che Ra sia il Sole – significa che anche Aten rappresenti il Sole; ma se Ra era Marduk e il Marduk celeste era Nibiru, allora anche Aten rappresentava Nibiru e non il Sole. 

Prove ulteriori arrivano da diverse mappe celesti, alcune raffigurate su coperchi dei sarcofagi (foto a lato), che mostravano chiaramente le dodici costellazioni dello zodiaco, il sole radioso, e altri membri del sistema solare; ma il pianeta di Ra, il “Pianeta di Milioni di Anni”, viene mostrato come pianeta in più nella sua grande barca celeste dietro il Sole, con all’interno anche il geroglifico che significa “dio” – “Aten” di Akhenaten.

Cosa era allora quell’innovazione di Akhenaten o, piuttosto, quella “digressione” dalla linea religiosa ufficiale? In sostanza la sua digressione era lo stesso vecchio dibattito che aveva avuto luogo 720 anni prima
riguardo ai tempi. Ci si chiedeva, infatti: è arrivato il momento della supremazia di Marduk/Ra, è già iniziata nei cieli l’Era dell’Ariete? 

Ben-Ben
Akhenaten aveva spostato il problema dal Tempo Celeste (orologio zodiacale) al Tempo Divino (tempo orbitale di Nibiru), modificando la domanda: Quando il dio celeste Invisibile riapparirà e diventerà visibile «bello all’orizzonte del cielo»? La maggiore eresia agli occhi dei sacerdoti di Ra/Amon può essere giudicata dal fatto che aveva eretto un monumento speciale che onorava il Ben-Ben – un oggetto venerato nell’antichità, il veicolo con il quale Ra era arrivato sulla Terra dai cieli.

Era un’indicazione, crediamo, del fatto che ci si aspettava una Ricomparsa di Aten, un Ritorno non soltanto del Pianeta degli Dèi, bensì un Nuovo Arrivo degli stessi dèi! Questa, dobbiamo concludere, era l’innovazione, la differenza introdotta da Akhenaten. Sfidando l’establishment sacerdotale e, senza dubbio prematuramente secondo i loro calcoli, annunciava l’arrivo di una nuova era messianica. Questa ere si aera aggravata dal fatto che gli annunci di Akhenaten sul ritorno di Aten erano accompagnati da un’affermazione personale: Akhenaten ripeteva sempre più spesso di essere il figlio-profeta del dio, colui “che uscì dal corpo del dio” e al quale – a lui soltanto – erano rivelati i piani del dio: 

Non c’è nessun altro che ti conosce, 
tranne tuo figlio Akhenaten;
Tu lo hai reso saggio nei
tuoi piani.

E anche questo era inaccettabile per i sacerdoti tebani di Amon. Non appena Akhenaten scomparve dalla scena (e non è ben chiaro in che modo...), ripristinarono il culto di Amon – il dio Invisibile – e distrussero tutto ciò che aveva eretto Akhenaten. Che l’episodio di Aten in Egitto – come pure l’introduzione del Giubileo, l’Anno dell’Ariete – fossero i fremiti di un’aspettativa più ampia del Ritorno di un “dio delle stelle” è chiaro grazie a un altro riferimento all’Ariete, e da un’altra manifestazione di un Conto alla Rovescia in attesa di un Ritorno.

È la documentazione di un incidente anomalo che si verificò alla fine dell’Esodo. È una narrazione che trabocca di eventi inquietanti ed enigmatici, e che termina con una visione divina di ciò che sarebbe dovuto venire. La Bibbia afferma ripetutamente che sono «un abominio agli occhi di Yahweh» le forme di divinazione fatte con le interiora degli animali o consultando spiriti, profeti, indovini, maghi, divinatori – in pratica tutte le forme di magia in uso nelle altre nazioni e che gli Israeliti devono evitare. 

Balaam
Allo stesso tempo, però, affermava – citando Yahweh – che sogni, oracoli e visioni potevano essere dei mezzi legittimi per le comunicazioni divine. Ed è questa distinzione che spiega perché il Libro dei Numeri dedica tre lunghi capitoli (22-24) per raccontare – e approvare – la storia di un indovino non israelita e di un oracolo. Il suo nome era Bil’am, Balaam, nella Bibbia. Gli avvenimenti descritti in quei capitoli si verificarono quando gli Israeliti (“Figli di Israele”, nella Bibbia), dopo aver lasciato la penisola del Sinai costeggiarono il Mar Morto a est, avanzando verso nord. 

Quando incontrarono i piccoli regni che occupavano le terre a est del Mar Morto e del fiume Giordano, Mosè chiese ai loro sovrani il permesso di passare in pace. Gli venne rifiutato. Gli Israeliti, che avevano appena sconfitto gli Ammoniti che avevano loro impedito di passare in pace, si «erano accampati nelle piane di Mo’ab, sul versante del Giordano di fronte a Gerico», in attesa del permesso del re moabita di attraversare il suo paese. Riluttante a lasciar passare “l’orda”, ma al contempo timoroso di combattere contro di loro, il re di Mo’ab – Balak, figlio di Zippor – ebbe un’idea brillante. Inviò degli emissari da un famoso oracolo, Balaam, figlio di Beor, lo fece condurre al suo cospetto egli chiese di “maledire quel popolo”, di far sì che potessero essere sconfitti e scacciati.

Balaam dovette essere chiamato diverse volte prima di accettare il compito. Un Angelo di Dio (il termine ebraico, Mal’a’ach, significa letteralmente “emissario”) fece la sua comparsa e intervenne prima a casa di Balaam (un qualche luogo nei pressi del fiume Eufrate?) e poi lungo la strada che conduceva a Mo’ab: a volte era invisibile e a volte era visibile. L’Angelo consentì a Balaam di accettare il compito solo dopo essersi assicurato che questi aveva capito che doveva pronunciare solo oracoli ispirati da dio. Stranamente, Balaam chiamava Yahweh “mio Dio” nel ripetere questa condizione, prima agli ambasciatori del re e poi al sovrano moabita in persona.

Vennero quindi organizzate una serie di profezie. Il re condusse Balaam sulla cima di una collina dalla quale si poteva scorgere tutto l’accampamento degli Israeliti, e su istruzione del veggente innalzò sette altari, sacrificò sette tori e sette arieti e attese l’oracolo; ma dalla bocca di Balaam non uscirono parole di accusa nei confronti degli Israeliti, bensì di elogio. Il re moabita, ancora scettico, condusse Balaam su un altro monte, dal quale si poteva scorgere solo un lembo dell’accampamento israelita, e ripeté unaseconda volta la procedura. Ma di nuovo l’oracolo di Balaam elogiò gli Israeliti e non li maledisse: «li vedo uscire dall’Egitto protetti da un dio con le corna di ariete», disse «è una nazione destinata alla sovranità, una nazione che nascerà come un leone».

Ben deciso a tentare ancora, il re portò Balaam sulla cima di una montagna che guardava il deserto, dal lato opposto all’accampamento israelita: «Forse gli dèi ti consentiranno di maledire lì», disse. Vennero eretti nuovamente sette altari, sui quali vennero sacrificati sette tori e sette arieti. Ma Balaam ora vedeva gli Israeliti e il loro futuro non con occhio umano, bensì in una “visione divina”. Per la seconda volta vide la nazione protetta, nell’uscire dall’Egitto, protetta da un dio con corna di ariete e vide di nuovo Israele come nazione che «sorgerà come un leone».

Quando il re moabita protestò, Balaam gli spiegò che, indipendentemente dalle quantità di oro e di argento che gli avesse offerto, lui poteva pronunciare solo le parole che Dio metteva nella sua bocca. Il re, profondamente deluso, gettò la spugna e congedò Balaam. Ma a quel punto Balaam gli offrì un consiglio gratuito: «Ti predirrò ciò che questo popolo farà al tuo popolo negli ultimi giorni» e proseguì, descrivendo la visione divina del futuro paragonandola a una “stella”:

Io la vedo, ma non ora,
io la contemplo, ma non da
vicino.
Una stella spunta da
Giacobbee uno scettro sorge da
Israele,
spezza le tempie di Moab
e il cranio dei figli di Seth.

(Numeri 24,17)

Amon
Balaam allora si voltò e guardò gli Edomiti, gli Amalekiti, i Keniti e altre nazioni cananee e pronunciò un oracolo su di loro: «Coloro che sopravviveranno alla collera di Giacobbe cadranno nelle mani dell’Assiria; poi giungerà la volta dell’Assiria e perirà per sempre». E, dopo aver pronunciato quell’oracolo, «Balaam si alzò e tornò al suo paese, mentre Balak sene andò per la sua strada». Pur se l’episodio di Balaam è stato ovviamente oggetto di discussione da parte di studiosi della Bibbia e di teologi, resta pur sempre sconcertante e misterioso. 

Il testo passa con disinvoltura da riferimenti agli Elohim (“dèi”, al plurale) a Yahweh, l’Unico Dio, quale Presenza Divina. Trasgredisce in maniera grave la proibizione più elementare della Bibbia parlando del dio che condusse gli Israeliti fuori dall’Egitto, affermando che era un «Dio con corna di ariete» – un’immagine che corrisponde alla raffigurazione egizia di Amon! 

L’aperta approvazione della Bibbia nei confronti di un oracolo (ricordiamo che Yahweh proibiva qualsiasi forma di previsione, di divinazione, di oracolo, ecc. ecc.) non fa altro che confermare che tutta questa storia non era di origine israelita e che la Bibbia l’aveva incorporata, dedicandole notevole spazio; quindi l’incidente e il suo messaggio devono essere stati considerati un preludio importante per giustificare il possesso da parte degli Israeliti della Terra Promessa.

Il testo suggerisce che Balaam fosse un arameo, che risiedeva nei pressi dell’Eufrate; i suoi oracoli profetici spaziavano dal destino dei Figli di Giacobbe alla collocazione di Israele fra le nazioni, a profezie relative al futuro di queste altre nazioni: anche la lontana Assiria, prima ancora che divenisse una potenza imperiale. Gli oracoli erano dunque l’espressione di aspettative più ampie non israelite a quei tempi. Ma includendo questa narrazione, la Bibbia ha unito il destino di Israele con le aspettative universali dell’umanità.
Queste aspettative, indica l’episodio di Balaam, erano incanalate lungo due direttive: il ciclo zodiacale da una parte e la rotta della Stella che Ritorna dall’altro.


Z.SITCHIN

martedì 12 dicembre 2017

NON AVRAI ALTRO DIO ALL'INFUORI DI ME

La Bibbia ebraica, nota come la Torah (gli“ Insegnamenti”), è composta da cinque libri. Il primo, la Genesi, narra la storia della Creazione, di Adamo, di Noè fino ai Patriarchi e a Giuseppe. Gli altri quattro libri: l’Esodo, il Levitico, i Numeri e il Deuteronomio narrano la storia dell’Esodo e citano le regole e i regolamenti della nuova religione di Yahweh. Si afferma chiaramente la creazione di una nuova religione, che determinava un nuovo modo di vivere “sacerdotale”: «Non farete come si fa nel paese d’Egitto, dove avete abitato, né farete come si fa nel paese di Canaan dove io vi conduco, né imiterete i loro costumi» (Levitico 18, 3).

Dopo aver stabilito le basi della fede («Non avrai altro Dio all’infuori di me») e il codice morale ed etico in appena Dieci Comandamenti, seguono pagine e pagine di prescrizioni alimentari molto rigide, regole per i rituali e per gli abiti dei sacerdoti, insegnamenti di natura medica, indicazioni relative all’agricoltura, istruzioni architettoniche, regole per le famiglie e per la condotta sessuale, leggi sulla proprietà e contro i crimini, ecc. ecc.

Rivelano una conoscenza magistrale praticamente in ogni disciplina scientifica, esperienza nei metalli e nei tessuti, conoscenza dei sistemi legali e dei problemi della società, una certa familiarità con il paese, con la storia, le abitudini e le divinità di altre nazioni – nonché alcune preferenze numeriche.

È ovvia la preferenza per il numero dodici: le dodici tribù di Israele, o i dodici mesi dell’anno. Altrettanto ovvia è la predilezione per il numero sette, in particolare nelle festività e nei rituali, e nell’istituire una settimana di sette giorni e nello stabilire il settimo giorno come il Sabbath. Quaranta è un numero speciale, come nei quaranta giorni e nelle quaranta notti che Mosè trascorse sul Monte Sinai, o i quaranta anni ai quali gli Israeliti furono condannati a vagare nel deserto del Sinai. Questi numeri ci risultano familiari grazie alle narrazioni sumere: i dodici membri del sistema solare e il calendario di dodici mesi di Nippur; il sette, quale numero planetario della Terra (quando gli Anunnaki contavano i pianeti partendo dall’esterno verso l’interno del sistema solare) e di Enki in quanto Comandante della Terra; il quaranta come numero di rango di Ea/Enki.

Marduk 
È presente anche il numero cinquanta. Il cinquanta, come ben sa il lettore, era un numero con aspetti “importanti”: era il rango originario di Enlil e il rango che spettava al suo erede legittimo, Ninurta; e, ancora più importante, ai tempi dell’Esodo, connotava il simbolismo di Marduk e dei suoi Cinquanta Nomi. Per questo motivo dobbiamo prestare grande attenzione quando leggiamo che al “cinquanta” veniva attribuita un’importanza straordinaria: era usato per creare una nuova unità di Tempo, il Giubileo, che si festeggia, appunto, ogni cinquanta anni. Mentre il calendario di Nippur era chiaramente adottato come il calendario secondo il quale venivano osservate le festività e altri riti religiosi israeliti, regole speciali venivano dettate per il cinquantesimo anno; gli veniva attribuito anche un nome speciale, Anno del Giubileo: «Sarà per voi un Giubileo» (Levitico, capitolo 25).

“In quell’anno” ci sarebbe stata una libertà mai conosciuta in precedenza. Il conto si sarebbe fatto contando sette volte sette anni il Giorno dell’Espiazione del Nuovo Anno; poi, al decimo giorno del settimo mese (il Giorno dell’Espiazione) dell’anno successivo, il cinquantesimo, «si farà squillare il corno di un ariete in tutto il paese e sarà proclamata la liberazione del paese e di tutti i suoi abitanti; ognuno tornerà alla propria famiglia e alla propria proprietà – tutte le vendite di terreni e di case saranno riscattabili e dichiarate nulle; gli schiavi (che devono essere trattati sempre quali aiutanti) saranno liberati, e la libertà verrà data alla terra non lavorandola quell’anno».

Per quanto il concetto di un “Anno di Libertà” sia nuovo e unico, la scelta del cinquanta quale unità calendarica sembra davvero singolare (abbiamo adottato il cento – il secolo – quale unità di tempo). Poi il nome dato a questo cinquantesimo anno è ancora più intrigante. La parola tradotta comunemente come “Giubileo” è Yovel; nella Bibbia ebraica significa “ariete”. Si può dire, quindi, che veniva dichiarato “l’Anno dell’Ariete”, che si sarebbe ripetuto ogni cinquanta anni e che sarebbe stato annunciato suonando il corno di un ariete.

Quetzalcoatl
Sia la scelta del cinquanta come nuova unità di tempo, sia il suo nome, sollevano una domanda inevitabile: c’era forse un aspetto nascosto, legato a Marduk e alla sua Era dell’Ariete? Agli Israeliti era forse stato detto di continuare a contare “cinquanta anni”, fino al verificarsi di un importante evento divino, in relazione all’Era dell’Ariete o a colui che deteneva il Rango di Cinquanta – quando tutto sarebbe tornato a un nuovo inizio?

Mentre la Bibbia non offre nessuna risposta ovvia, non si può evitare di cercare indizi facendo correre il pensiero a un’unità di anno importante e molto simile, in uso all’altro capo del mondo: non cinquanta, bensì cinquantadue. Era il Numero Segreto del dio mesoamericano Quetzalcoatl che, secondo le leggende atzeche e maya, dette loro la civiltà, inclusi i tre calendari.

In Gli dèi dalle lacrime d’oro abbiamo identificato Quetzalcoatl come il dio egizio Thoth, il cui numero segreto era appunto il cinquantadue – un numero che si basava sul calendario perché rappresentava infatti le cinquantadue settimane di sette giorni presenti in un anno solare.

Calendaria Circolare
Il più antico dei tre calendari mesoamericani è conosciuto con il nome di Conto Lungo: contava il numero dei giorni a partire dal “Giorno Uno” che gli studiosi hanno identificato come il 13 agosto 3113 a.C. Accanto a questo calendario continuo, ma lineare, c’erano anche due calendari ciclici. Uno, l’Haab, era un calendario solare di 365 giorni, divisi in 18 mesi di 20 giorni ciascuno, più cinque “giorni senza nome” allafine dell’anno. L’altro era il Tzolkin, un Calendario Sacro di soli 260 giorni, composto dalla combinazione di 20 giorni per 13. I due calendari ciclici erano poi uniti insieme come fossero due ruote dentate per creare il Calendario Circolare: si formava quindi un grande ciclo che ritornava nella stessa posizione ogni 52 anni.

Questo “ciclo” di cinquantadue anni era un’unità di tempo molto importante perché legato alla promessa fatta da Quetzalcoatl al momento di lasciare la Mesoamerica: di tornare in occasione del suo Anno Sacro (anche se non si sapeva esattamente dopo quanti cicli). Perciò i popoli mesoamericani erano soliti riunirsi sulle montagne ogni cinquantadue anni per aspettare il Ritorno promesso dal dio. (In uno di questi anni sacri, nel 1519 d.C., uno spagnolo di pelle bianca e con la barba, Hernando Cortes, sbarcò sulle coste dello Yucatan in Messico e fu accolto dal re azteco Montezuma che lo aveva scambiato per il dio – un errore che pagò a caro prezzo, come ci insegna la storia.)
   
In Mesoamerica, questo “ciclo di anni” serviva per il conto alla rovescia fino al promesso “Anno del Ritorno” e la domanda che ci poniamo è “l’Anno Giubilare” aveva funzione analoga? In cerca di una risposta, scopriamo che, quando l’unità lineare di cinquanta anni viene unita all’unità ciclica zodiacale di settantadue anni – il periodo necessario per il ritardo precessionale di un grado – arriviamo a 3600 (50 × 72=3600), ossia il periodo orbitale (matematico) di Nibiru.

Legando un calendario giubilare e il calendario zodiacale all’orbita di Nibiru, il Dio della Bibbia intendeva forse dire: “Quando entrerete nella Terra Promessa inizierà l’attesa per il Ritorno”? Circa duemila anni fa, in un periodo di grande fervore messianico, si riconobbe che il Giubileo era un’unità di tempo ispirata da Dio per predire il futuro – per calcolare quando l’ingranaggio dentato del tempo avrebbe annunciato il Ritorno. Il riconoscimento di questa verità è alla base di uno dei più importanti libri post biblici, noto come il Libro dei Giubilei.

Pur se attualmente disponibile solo in greco e nelle sue traduzioni successive, originariamente era stato scritto in ebraico, come confermano alcuni frammenti ritrovati fra i Rotoli del Mar Morto. Basato su precedenti trattati extra-biblici e su tradizioni sacre, riscriveva il Libro della Genesi e parte dell’Esodo secondo un calendario che si fondava sull’unità di tempo giubilare. Come concordano tutti gli studiosi, era il risultato di aspettative messianiche nel periodo in cui Roma occupò Gerusalemme, e il suo scopo era quello di fornire un mezzo per prevedere il Ritorno del Messia – quando, cioè, sarebbe arrivata la Fine dei Giorni.

Ed è proprio questo il compito che ci siamo assunti.



Z.SITCHIN