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martedì 17 ottobre 2017

L'USO DELLE ARMI NUCLEARI NEL 2024 A.C. - LA GUERRA DEI RE

Liberare le “armi di distruzione in massa” in Medio Oriente si identifica con il timore dell’avverarsi delle profezie di Armageddon. Rattrista il fatto che quattromila anni fa l’escalation del conflitto fra divinità – non fra uomini – portò all’uso di armi nucleari proprio in quella regione. E se c’è mai stato un atto più deplorevole con conseguenze del tutto imprevedibili, fu proprio quello.


Ormai è assodato che la prima volta che vennero usate le armi nucleari sulla Terra non fu nel 1945 d.C. a Hiroshima e a Nagasaki, bensì nel 2024 a.C. L’evento è stato descritto in una serie di testi antichi dai quali è possibile ricostruirne dettagli e retroscena, inquadrando il tutto nel giusto contesto.


Quelle fonti antiche includono la Bibbia ebraica: infatti Abram, primo patriarca ebreo, fu testimone oculare di quella terribile calamità.

La Guerra dei Re, fallendo di sottomettere le “terre ribelli”, demoralizzò gli Enliliti e imbaldanzì i Mardukiti, ma poi, seguendo le istruzioni degli Enliliti, Ninurta iniziò a cercare un’infrastruttura spaziale alternativa all’altro lato del mondo: nell’odierno Perù, in Sud America. 

I testi indicano che lo stesso Enlil era solito allontanarsi da Sumer perlunghi periodi di tempo. I movimenti di questi dèi fecero sì che gli ultimi due re di Sumer, Shu-Sin e Ibbi-Sin, mutassero le proprie alleanze e iniziassero a rendere omaggio a Enki a Eridu, sua roccaforte sumera. Le assenze degli dèi allentarono anche il controllo sulla “Legione Straniera” di Elamiti e i documenti parlano di “sacrilegi” da parte di questi mercenari. Uomini e dèi erano sempre più disgustati da ciò che vedevano. 

Marduk, in particolare, era furioso. Gli erano giunte voci di saccheggi, di distruzioni e di profanazioni della sua amata Babilonia. Ricorderemo che l’ultima volta che vi era stato, era stato convinto dal fratellastro Nergal ad andare via in pace fino al momento in cui il Tempo Celeste non avesse raggiunto l’Era dell’Ariete. Acconsentì ad andarsene solo dopo aver ricevuto la solenne parola di Nergal che nulla sarebbe stato distrutto o dissacrato a Babilonia, eppure accadde esattamente il contrario.

Marduk si infuriò per la profanazione del proprio tempio per mano degli “indegni” Elamiti: «Del tempio [fecero] una tana per orde di cani, un nido per stridule cornacchie, che volando, lasciavano cadere il loro fetido sterco». Da Haran Marduk levò un grido ai grandi dèi: «Fino a quando?». Non è ancora giunto il Tempo, si domandava nella sua autobiografia profetica: 

O grandi dèi, 
ascoltate i miei segreti
Mentre mi allaccio la cintura, 
ricordo le mie memorie.
Sono il divino Marduk, 
un grande dio.
Fui mandato via per i miei peccati,
tra le montagne andai.
Per molte terre ho vagabondato,
da dove sorge il sole fino adove tramonta.   
Fino alle cime della 
terra di Hatti 
sono andato.
Nella terra di Hatti 
ho domandato a un oracolo,
volevo sapere del mio trono
e della mia signoria;
Lì [ho domandato]: «Fino a quando?».

«Ventiquattro anni là ho dimorato», proseguiva Marduk; «i miei giorni di esilio sono finiti!» Il tempo è giunto, disse, per fare rotta verso la sua città (Babilonia), «ricostruire il mio tempio, la mia dimora eterna». Iniziando a vaneggiare, parlò di vedere il suo tempio, l’E.SAG.IL (“Casa la cui cima è alta”) levarsi come una montagna su di una piattaforma a Babilonia, chiamandolo “La casa della mia alleanza”. 

Lui già vedeva Babilonia nel suo pieno splendore, con un re scelto da lui, una città piena di gioia, una città benedetta da Anu. I tempi messianici, profetizzava Marduk, «scacceranno il male e la sorte malvagia, portando l’amore di una madre a tutta l’umanità». L’anno in cui si completò il soggiorno di ventiquattro anni ad Haran fu il 2024 a.C.; coincideva con i settantadue anni trascorsi dal momento in cui Marduk aveva accettato di lasciare Babilonia e di aspettare il tempo celeste dell’oracolo.

L’invocazione “Fino a quando?” di Marduk, rivolta ai Grandi Dèi, non era fine a se stessa, perché la leadership degli Anunnaki era costantemente impegnata in consultazioni, di natura sia formale che informale. Allarmato dal deteriorarsi della situazione, Enlil fece ritorno in fretta e furia a Sumer e fu scioccato nell’apprendere che le cose non andavano bene nemmeno a Nippur. Ninurta venne convocato per rendere conto della mala condotta degli Elamiti, ma questi addossò ogni colpa a Marduk e a Nabu.


Z.SITCHIN

venerdì 13 ottobre 2017

LA LIBERAZIONE DI LOT A SODOMA DA PARTE DI ABRAMO

Non potendo entrare nella penisola del Sinai, l’esercito dell’Est marciò verso nord. All’epoca il Mar Morto era più piccolo; la sua odierna appendice meridionale non era ancora stata sommersa dalle acque ed era una pianura fertile, ricca di terreni coltivati, frutteti e centri di commercio. Gli insediamenti di quella zona erano cinque, fra cui le tristemente famose Sodoma e Gomorra. Andando verso nord gli invasori si trovarono di fronte alle forze combinate di ciò che la Bibbia chiamava le «cinque città peccatrici».

Fu lì – dice la Bibbia – che i quattro re combatterono e sconfissero i cinque re. Dopo aver saccheggiato le città e catturato prigionieri, gli invasori si ritirarono, ma questa volta lungo la riva occidentale del Giordano. A questo punto la Bibbia avrebbe potuto distogliere l’attenzione da queste battaglie, se non fosse stato che fra i prigionieri c’era anche Lot, nipote di Abramo, che viveva a Sodoma.

Quando un fuggiasco da Sodoma riferì ad Abramo quanto era accaduto, «organizzò i suoi uomini esperti nelle armi […] e si diede all’inseguimento». I suoi uomini raggiunsero gli invasori a nord, nei pressi di Damasco, liberarono Lot e recuperarono tutte le loro cose. La Bibbia ricorda questo successo come «la sconfitta di Khedorla’omer e dei re che erano con lui» per mano di Abram. I documenti storici suggeriscono che, per quanto audace ed estesa sia stata questa guerra, non riuscì comunque a schiacciare la ribellione di Marduk-Nabu.

Come sappiamo Amar -Sin morì nel 2039 a.C., ucciso non dalla lancia di un nemico, bensì dal veleno di uno scorpione. Nel 2038 a.C. salì al trono suo fratello Shu-Sin. I dati relativi ai suoi nove anni di regno registrano due imprese militari a nord, nessuna a occidente e, in generale, parlano di strategie di difesa. Questo sovrano fece costruire nuove sezioni del Grande Muro Occidentale per proteggersi dagli attacchi degli Amorriti.

Le difese, comunque, venivano portate sempre più vicine al cuore stesso di Sumer, rimpicciolendo di fatto il territorio controllato da Ur. Quando ascese al trono il successivo (e ultimo) re della dinastia di Ur III, Ibbi-Sin, i predoni provenienti da ovest erano penetrati attraverso il Muro e si stavano scontrando contro la “Legione Straniera” di Ur, i mercenari elamiti interritorio sumero. A guidare e incitare gli occidentali verso l’obiettivo c’era Nabu. Marduk, suo padre divino, lo attendeva ad Haran (Haran è Carran nella Bibbia)  per riconquistare Babilonia.

I grandi dèi indissero un consiglio di emergenza e approvarono poi quelle misure straordinarie che avrebbero cambiato per sempre il futuro.


Z.SITCHIN

martedì 10 ottobre 2017

IL PASCOLO DI IBRU'UM


Testo di Amar-Sin
I testi sumeri che si occupano del regno di Amar-Sin, figlio e successore di Shulgi, ci informano che nel 2041 a.C. questi lanciò la sua maggiore (e ultima) campagna militare contro le Terre dell’Occidente cadute sotto l’influsso di Marduk/Nabu. Grazie a un’alleanza internazionale compì un’invasione unica nella storia, in cui vennero attaccate non solo le città degli uomini, ma anche le roccaforti degli dèi e dei loro figli.


Fu davvero un evento di portata eccezionale, senza precedenti, al quale la Bibbia ha dedicato un intero capitolo della Genesi, il 14. Gli studiosi lo chiamano “la Guerra dei Re” perché il suo apice fu una grande battaglia che vide contrapposti un esercito composto da quattro “Re dell’Oriente” e le forze combinate di cinque “Re dell’Occidente”. Culminò poi in un’impresa militare notevole, a opera dei cavalieri di Abram. La Bibbia inizia il resoconto di quella grande guerra internazionale elencando i re e i regni dell’Oriente che «vennero e fecero guerra» all’Occidente: 

Al tempo di Amraphel re di
Sennaar,
di Arioch re di Ellasar,
di Khedorla’omer re
dell’Elam
e di Tideal re di Goim

Nel 1897, durante una conferenza al Victoria Institute, a Londra, l’assirologo Theophilus Pinches portò per la prima volta all’attenzione degli studiosi il gruppo di tavolette chiamate i Testi di Khedorla’omer. Descrivono chiaramente gli stessi eventi narrati nel capitolo 14 della Genesi, pur se con maggior dovizia di particolari. È probabile, perciò, che quelle stesse tavolette furono la fonte degli autori della Bibbia.

Hammurabi
Quelle tavolette identificano «Khedorla’omer, re dell’Elam» come il re elamita Kudur-laghmar, di cui parlano anche altre fonti storiche. Arioch è stato identificato come ERI.AKU (“Servo del dio Luna”), che regnava nella città di Larsa (la Ellasar citata dalla Bibbia) e Tideal è stato identificato come Tud-ghula, vassallo del re di Elam.

Nel corso degli anni è seguito un dibattito sull’identità di «Amraphel re di Sennaar»; le ipotesi puntavano tutte su Hammurabi, il famoso re di Babilonia vissuto secoli dopo. Ma Sennaar è il nome che la Bibbia usa per indicare Sumer, non Babilonia. Quindi, chi ne era il re ai tempi di Abramo? In Guerre atomiche al tempo degli dèi sostengo la tesi secondo la quale il termine ebraico non debba essere letto come Amra-Phel, bensì come Amar-Phel, dal sumero AMAR.PAL – una variante di AMAR.SIN – i cui formulari di data confermano che fu proprio lui, nel 2041 a.C., a dare il via alla Guerra dei Re.

La coalizione che la Bibbia identifica concertezza era guidata dagli Elamiti – dettaglio questo corroborato dai dati mesopotamici che indicano il ruolo riemergente di Ninurta nella battaglia. La Bibbia data l’invasione di Khedorla’omer osservando che avvenne a quattordici anni di distanza dalla precedente incursione degli Elamiti in Canaan – un ulteriore dettaglio che si conforma ai dati del periodo di Shulgi.

Questa volta, tuttavia, la rotta dell’invasione fu diversa: affrontando un passaggio rischioso attraverso il deserto, gli invasori evitarono la costa mediterranea, densamente popolata, marciando sulla riva orientale del fiume Giordano. La Bibbia elenca i luoghi dove queste battaglie ebbero luogo e contro chi si scontrarono gli eserciti enliliti; sappiamo perciò che venne fatto un tentativo di regolare le controversie con vecchi nemici – discendenti degli Igigi che avevano contratto matrimoni misti, anche di ZU, l’Usurpatore – che evidentemente supportavano le rivolte contro gli Enliliti. 

In questo frangente, tuttavia, non si perse di vista l’obiettivo principale: il porto spaziale. Gli eserciti invasori seguirono ciò che dai tempi biblici è stata conosciuta come la Via dei Re, che correva su di un’asse nord-sud lungo la riva orientale del Giordano. Ma quando si rivolsero a ovest verso l’accesso alla penisola del Sinai, incontrarono un blocco: Abram e i suoi cavalieri. 

Facendo riferimento alla città di ingresso alla penisola, Dur-Mah-Ilani (“il grande luogo fortificato degli dèi”) – che la Bibbia chiamava Kadesh-Barnea – i Testi di Khedorla’omer affermano chiaramente che la strada era bloccata: 

Il figlio del sacerdote,
che gli dèi avevano in
consiglio benedetto,
aveva evitato il saccheggio.


A mio avviso il «figlio del sacerdote» benedetto dagli dèi, era nient’altri che Abram, figlio di Terach. Una tavoletta dei formulari di data che appartiene ad Amar-Sin, iscritta su entrambi i lati si vanta della distruzione di NEIB.RU.UM, “il pascolo di Ibru’um”. In realtà, all’ingresso del porto spaziale non ci fu alcuna battaglia. La sola presenza di Abramo e dei suoi uomini aveva convinto gli invasori a battere in ritirata verso obiettivi più ricchi e più lucrativi. 

Ma se il riferimento è davvero ad Abramo, ci offre un’ulteriore e straordinaria conferma – al di fuori della Bibbia – dei documenti dei Patriarchi, indipendentemente da chi sosteneva di essere il vincitore.






Z. SITCHIN

giovedì 5 ottobre 2017

IL SIGNORE DISSE:"VATTENE DAL TUO PAESE, DALLA TUA TERRA, DALLA TUA PATRIA E DALLA CASA DI TUO PADRE"

Poco dopo vennero uniti per la prima volta il sacerdozio di Nippur e di Ur; è molto probabile che fu allora che il sacerdote di Nippur, Tirhu, si trasferì con la propria famiglia, incluso Abram – a quei tempi un ragazzino di dieci anni – per servire nel tempio di Nannar a Ur. Nel 2095 a.C., quando Abram aveva ventotto anni ed era già sposato, Terach venne trasferito ad Haran, portando con sé la propria famiglia.

La Profezia di Marduk
Non poteva trattarsi di una semplice coincidenza il fatto che fu lo stesso anno in cui Shulgi succedette a Ur-Nammu. Lo scenario che emerge è che i movimenti di questa famiglia erano legati, in qualche modo, agli avvenimenti geopolitici dell’epoca. A dire il vero, quando lo stesso Abramo venne scelto per eseguire gli ordini divini di lasciare Haran e di recarsi a Canaan, il grande dio Marduk compì il passo cruciale di spostarsi ad Haran. Fu nel 2048 a.C. che vennero fatte le due mosse: Marduk si trasferì ad Haran e Abramo lasciava Haran per recarsi nella lontana Canaan.

Dalla Genesi sappiamo che Abramo aveva settantacinque anni, e fu quindi nel 2048 a.C. che il Signore gli disse: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre» – lascia cioè Sumer, Nippur e Carran [Haran] – «verso il paese che io ti indicherò». Per quanto riguarda Marduk, un lungo testo conosciuto come Profezia di Marduk – rivolta al popolo di Haran (tavolette di argilla, nella foto) – fornisce l’indizio che conferma sia il fatto, sia il periodo di questo suo spostamento: il 2048 a.C. Questi due trasferimenti devono essere per forza correlati.

Ma il 2048 a.C. fu anche l’anno in cui gli dèi enliliti decisero di sbarazzarsi di Shulgi, ordinando per lui la “morte di un peccatore”– una mossa, questa, che segnalava la fine dell’era del “cerchiamo dei mezzi pacifici” e il ritorno a un conflitto aggressivo; e non è possibile che si trattasse di una coincidenza. 
No, le tre mosse – Marduk ad Haran, Abram che lasciava quella città e si recava a Canaan e, infine, l’eliminazione di Shulgi, il decadente – dovevano essere collegate: tre mosse contemporanee e legate fra di loro nello Scacchiere Divino.

Abram/Abramo
Erano, come vedremo, fasi nel conto alla rovescia fino al Giorno del Giudizio. I successivi ventiquattro anni, dal 2048 a.C. fino al 2024 a.C., furono un periodo di fervore e fermento religiosi, di diplomazia e di intrighi internazionali, di alleanze militari e di scontri fra eserciti, di lotta per la superiorità strategica. 
Il porto spaziale nella penisola del Sinai e gli altri siti legati allo spazio erano costantemente al centro degli avvenimenti.

Sorprendentemente, diversi documenti dell’antichità sono sopravvissuti alla prova del tempo fornendoci non soltanto una panoramica degli eventi, ma anche numerosi particolari relativi alle battaglie, alle strategie, alle discussioni, alle controversie, ai protagonisti e alle loro mosse e, infine, alle decisioni cruciali che sfociarono nel più profondo sconvolgimento sulla Terra dai tempi del Diluvio.

Corroborate dai formulari di data e da altre diverse referenze, le fonti principali per ricostruire questi eventi drammatici sono proprio i capitoli della Genesi; l’autobiografia di Marduk, meglio nota come Profezia di Marduk; un gruppo di tavolette nella “Collezione Spartoli” conservate nel British Museum di Londra, conosciute come i Testi Khedorla’omer; e un lungo testo storico/autobiografico dettato dal dio Nergal a uno scriba fidato, meglio noto come Epopea di Erra.

Come in un film – in genere un thriller – in cui i diversi testimoni oculari e protagonisti descrivono lo stesso evento con leggere differenze, pur lasciando comunque intuire il quadro d’insieme, anche noi siamo in grado di ricostruire gli avvenimenti, sia pure con alcune discrepanze. Nel 2048 a.C. la mossa principale di Marduk fu di stabilire il suo posto di comando ad Haran. Così facendo, sottrasse a Nannar/Sin il controllo di questo vitale crocevia settentrionale, isolando di fatto Sumer dalle terre settentrionali degli Ittiti. 

Al di là del significato puramente militare, questa mossa privò Sumer dei suoi vitali legami commerciali ed economici. Consentì anche a Nabu «di schierare le sue città, di fare rotta verso il Grande Mare». I nomi dei luoghi citati in questi testi ci fanno capire che le principali città a occidente
del fiume Eufrate erano già – o stavano per essere poste – sotto il controllo totale o parziale di padre e figlio, compreso anche il Luogo dell’Atterraggio, di cruciale importanza.

Ad Abram/Abramo venne ordinato di recarsi a Canaan, la regione più popolata delle Terre dell’Occidente. Lasciò quindi Haran, portando con sé sua moglie e suo nipote Lot. Viaggiò tranquillamente verso sud, fermandosi solo per rendere omaggio al suo Dio in determinati siti sacri. La sua destinazione era il Negev, la regione arida che confina con la penisola del Sinai.
Non vi rimase a lungo.

Non appena il successore di Shulgi, Amar-Sin, salì sul trono nel 2047 a.C., Abram ricevette istruzione di recarsi in Egitto. Venne subito condotto alla casa del faraone e lì «ricevette greggi e armenti e asini, e schiavi e schiave, asini e cammelli». 
La Bibbia è piuttosto vaga sul perché di questi doni, tranne per il fatto che il faraone – sapendo che Sarai era la sorella di Abram – partiva dal presupposto che gli venisse offerta in moglie, il che suggerisce una sorta di trattato. 


Appare del tutto plausibile che questi negoziati internazionali – di livello così elevato – avessero luogo fra Abram e i sovrani egizi se notiamo che Abramo fece ritorno nel Negev, dopo un soggiorno di sette anni in Egitto, nel 2040 a.C.: lo stesso anno in cui i principi tebani dell’Egitto Superiore sconfissero la precedente dinastia dell’Egitto Inferiore, dando vita al Medio Regno unificato dell’Egitto.

Un’altra coincidenza geopolitica!

Abram, rifornito di uomini e cammelli, fece ritorno nel Negev appena in tempo per assolvere alla sua missione, ora ben chiara: difendere la Quarta Regione e il suo porto spaziale. Come rivela la narrazione biblica, poteva disporre di una forza di élite di Ne’a’arim – un termine tradotto di solito come “Giovani Uomini” – ma i testi mesopotamici usavano l’omologo LU.NAR (“Uomini-NAR”) per indicare coloro che cavalcano i cammelli.

Ritengo che Abram, dopo aver appreso ad Haran della superiorità militare degli Ittiti, ottenne in Egitto un notevole esercito di cavalieri a cammello. La sua base a Canaan fu ancora nel Negev, l’area che confinava con la penisola del Sinai.

Appena in tempo: un esercito potente – legioni di un’alleanza dei re enliliti– si mise in marcia non solo per schiacciare e punire le “città peccatrici” che avevano stretto alleanze con “altri dèi”, ma anche per catturare il porto spaziale.


Z.SITCHIN

martedì 3 ottobre 2017

ABRAM, UN SUMERO A TUTTI GLI EFFETTI.

Inesplicabilmente, diversi testi sumeri e “Liste di dèi” iniziarono ad associare Tilmun al figlio di Marduk: il dio Ensag/Nabu. Enki, apparentemente era coinvolto in questo cambiamento, perché un testo che tratta del rapporto fra Enki e Ninharsag afferma che i due decisero di attribuire il luogo al figlio di Marduk: «Che Ensag sia il Signore di Tilmun» dissero.

NABU
Le fonti antiche indicano che dalla regione sacra – e pertanto sicura –Nabu si avventurò fino alle terre e alle città sul Mediterraneo, giungendo persino ad alcune isole del Mediterraneo, diffondendo ovunque il messaggio dell’imminente supremazia di Marduk. Era,  perciò, l’enigmatico “Figlio dell’Uomo” delle profezie egizie e accadiche: il Figlio Divino che era anche il Figlio dell’Uomo, il figlio di un dio e di una donna terrestre.

Gli Enliliti, come è facile comprendere, non potevano accettare questa situazione. E fu così che quando Amar-Sin ascese al trono di Ur dopo Shulgi, vennero modificati sia glio biettivi, sia la strategia delle spedizioni militari di Ur III, così da riaffermare il controllo degli Enliliti su Tilmun, isolare la regione sacra dalle “terre ribelli” e, infine, liberare con le armi quelle terre dall’influenza di Nabu e Marduk.

A cominciare dal 2047 a.C. la Quarta Regione sacra divenne un obiettivo – nonché una pedina – nella lotta degli Enliliti contro Marduk e Nabu; e come rivelano sia la Bibbia, sia i testi mesopotamici il conflitto sfociò nella più grande “guerra mondiale” dell’antichità. Quella “Guerra dei Re”, che coinvolgeva anche l’ebreo Abram, ponendolo al centro di eventi internazionali.

Nel 2048 a.C. il destino del fondatore del monoteismo, Abram, e il fato del dio degli Anunnaki, Marduk, confluirono in un luogo chiamato Haran. 
Haran*, “la città carovaniera”, era sempre stata un importante centro di commercio ad Hatti (terra degli Ittiti). Si trovava alla confluenza di importanti rotte di commercio internazionale e militari. Situata alle sorgenti del fiume Eufrate, era anche il centro di trasporto fluviale fino alla stessa Ur. Circondata da terre fertili, irrigate dagli affluenti del fiume – il Balikh e il Khabur – era anche un centro di pastorizia. 

I famosi “mercanti di Ur” vi si recavano per la lana e portavano in cambio i rinomati abiti di lana di Ur, quindi dei “prodotti finiti”, per così dire. Ma vi era anche un fiorente commercio di metallo, pellami, cuoio, legno, terrecotte e spezie. (Il profeta Ezechiele, che venne deportato da Gerusalemme nella regione del Khabur ai tempi di Babilonia, citava i mercanti di Haran: «cambiavano con te vesti di lusso, mantelli di porpora e di broccato e tappeti tessuti a vari colori».)

Terach e i suoi figli?
Nell’antichità Haran era conosciuta anche come la “Ur lontana da Ur” (la città, che porta ancora questo nome esiste a tutt’oggi in Turchia, nei pressi del confine con la Siria; l’ho visitata nel 1977); al suo centro si ergeva un grande tempio dedicato a Nannar/Sin. Nel 2095 a.C, anno in cui Shulgi salì al trono di Ur, un sacerdote di nome Terach venne inviato da Ur ad Haran per servire nel tempio di quella città.

Portò con sé la propria famiglia, incluso anche il proprio figlio Abramo. Sappiamo di Terach, della sua famiglia, e del suo trasferimento da Ur ad Haran, grazie alle parole della Bibbia:


Questa è la posterità di Terach:
Terach generò Abram,
Nacor e Aran:
Aran generò Lot.
Aran morì poi alla presenza 
di suo padre Terach 
nella sua terra natale, in Ur
dei Caldei.
Abram e Nacor si presero 
delle mogli;
la moglie di Abram si
chiamava Sarai,
e la moglie di Nacor Milca 
[…]
Poi Terach prese Abram,
suo figlio, e Lot, figlio di 
Aran,
figlio cioè del suo figlio, e 
Sarai sua nuora,
moglie di Abram suo figlio,
e uscì con loro da Ur dei
Caldei
per andare nel paese di 
Canaan.
Arrivarono fino a Carran 
e vi si stabilirono.

(Genesi 11,27-31)

È con questi versi che la Bibbia ebraica inizia la storia cruciale di Abramo – all’inizio chiamato con il suo nome sumero Abram. Suo padre, ci è stato detto in precedenza, apparteneva a una dinastia patriarcale che risaliva fino a Sem, figlio maggiore di Noè (protagonista del Diluvio). Tutti quei Patriarchi erano vissuti molto a lungo: Sem 600 anni, suo figlio Arpacsad 438 anni; gli altri figli maschi rispettivamente 433, 460, 239 e 230 anni. 

Nacor, padre di Terach, visse 148 anni; e lo stesso Terach, che generò Abram a settanta anni, visse fino a 205 anni. Il capitolo 11 della Genesi spiega che Arpacsad e i suoi discendenti vissero in seguito nel paese conosciuto come Sumer ed Elam e nelle zone circostanti. Abram, quindi, era un sumero a tutti gli effetti.



Questa informazione genealogica, da sola, ci fa capire che Abram aveva antenati non comuni. Il suo nome sumero, AB.RAM, significa “Amato dal Padre”, un nome decisamente appropriato per un figlio nato a un uomo di settanta anni. Il nome stesso del padre, Terach, derivava dall’epiteto sumero TIR.HU; designava un sacerdote oracolo – un sacerdote che osservava i segni celesti o riceveva gli oracoli da un dio e li riportava o li spiegava al re. 

Il nome della moglie di Abram, SARAI (successivamente Sarah in ebraico) significava “principessa”; il nome della moglie di Nacor, Milca, significava “simile a una regina”; entrambi questi nomi suggeriscono una geneaologia reale. Poiché in seguito veniamo a sapere che la moglie di Abramo era, in realtà, la sua sorellastra «la figlia di mio padre ma non di mia madre», ne consegue che la madre di Sarai/Sarah era di stirpe reale. 

La famiglia apparteneva dunque ai ceti più alti di Sumer, annoverando fra i propri antenati sovrani e sommi sacerdoti. Un altro indizio importante per identificare la storia della famiglia è il riferimento che ripete lo stesso Abramo al suo incontro con i sovrani a Canaan e in Egitto: lui è un Ibri – un “Ebreo”. La parola deriva dalla radice ABoR, “attraversare”, quindi gli studiosi della Bibbia hanno ipotizzato che significasse che lui proveniva dall’altra sponda del fiume Eufrate, vale a dire dalla Mesopotamia.

Eufrate
Personalmente ritengo che il termine avesse un significato ben più specifico. Il termine usato per la città sacra dei Sumeri, Nippur, è la traduzione accadica del termine sumero NI.IBRU, “Splendido Luogo dell’Attraversamento”. Abram e i suoi discendenti, che nella Bibbia sono chiamati Ebrei, appartenevano a una famiglia che si identificava come “Ibru” – Nippuriani. Questo ci suggerisce che Terach era prima un sacerdote a Nippur, poi si trasferì a Ur e infine ad Haran, portando con sé la propria famiglia.

Sincronizzando le cronologie biblica, sumera ed egizia (come dettagliato in Guerre atomiche al tempo degli dèi), siamo giunti a stabilire che Abramo nacque nel 2123 a.C. Nel 2113 a.C. gli dèi decisero di far diventare capitale di Sumer Ur, centro di culto di Nannar/Sin, e di far salire sul trono Ur-Nammu.


Z.SITCHIN

domenica 1 ottobre 2017

GERUSALEMME: UN CALICE SVANITO NEL NULLA

Nel XXI secolo a.C., quando vennero usate per la prima volta le armi nucleari sulla Terra, Abramo venne benedetto con pane e vino in nome del Signore Altissimo a Ur-Shalem, – e proclamò la prima
religione monoteista dell’umanità. Ventun secoli dopo, un discendente di Abramo celebrò una cena speciale a Gerusalemme e portò sulle spalle una croce – simbolo di un determinato pianeta – fino al luogo della propria esecuzione, dando vita a un’altra religione monoteista. Molte sono ancora le domande che lo riguardano: chi era realmente? Cosa ci faceva a Gerusalemme? Venne ordita una trama contro di lui, o la ordì lui stesso contro di sé? E cosa era quel calice che ha dato origine alle leggende sul “Santo Graal” (e alle relative ricerche)?

Durante la sua ultima sera da uomo libero,celebrò insieme ai suoi dodici apostoli il pasto
cerimoniale della Pasqua ebraica (Seder in ebraico),con vino e pane azzimo; la scena è stata immortalata dai più grandi pittori di arte religiosa. L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci è la più celebre in assoluto. Leonardo era famoso per le sue conoscenze scientifiche e per il suo acume teologico: è stato ampiamente dibattuto e analizzato ciò che mostra il suo quadro,con il solo risultato di infittire ancor più l’enigma. La chiave per svelare i misteri, come vedremo, è proprio in ciò che il
dipinto non mostra; è proprio ciò che manca,infatti, a contenere le risposte agli enigmi della saga di Dio e dell’Uomo sulla Terra, e al desiderio di Tempi Messianici. Passato, presente e futuro
convergono nei due eventi, che sono separati da ventuno secoli. Entrambi hanno come teatro
Gerusalemme e, grazie alla tempistica, sono legati dalle profezie bibliche relative alla Fine dei
Giorni.



Per comprendere cosa accadde ventuno secoli fa dobbiamo voltare all’indietro le pagine della
storia fino a ritrovare Alessandro Magno, che si considerava figlio di un dio ma che, nonostante ciò,
morì a Babilonia a soli trentadue anni. Mentre era ancora in vita, controllava i suoi generali attraverso
una serie di favoritismi,punizioni e anche facendo ricorso a morti “premature” (alcuni sostengono che lo stesso Alessandro fu avvelenato). Alla sua morte vennero uccisi anche suo figlio, di appena quattro anni, e il suo tutore, fratello di Alessandro; i generali in lotta e i comandanti regionali si spartirono le
più importanti terre conquistate: Tolomeo e i suoi successori, di stanza in Egitto, si impossessarono dei domini africani di Alessandro; Seleuco e i suoi successori governarono Siria,Anatolia,
Mesopotamia e le lontane terre asiatiche; la contestata Giudea (con Gerusalemme) venne annessa al regno di Tolomeo. I Tolomei, dopo essere riusciti a far seppellire il corpo di Alessandro in Egitto, si considerarono i suoi eredi e proseguirono nell’atteggiamento tollerante nei confronti delle altre religioni. Crearono la famosa Biblioteca di Alessandria e affidarono a un sacerdote egizio, Manetone, il compito di scrivere la storia dinastica dell’Egitto e la preistoria divina per i Greci (l’archeologia ha
confermato quanto affermava Manetone). Ciò convinse i Tolomei che la loro civiltà era l’erede di
quella egizia e, perciò, si consideravano a pieno titolo successori dei faraoni.



I sapienti greci mostrarono particolare interesse nella religione e negli scritti degli Ebrei, al punto che i Tolomei commissionarono la traduzione in greco della Bibbia ebraica (traduzione nota come la Septuagint) e consentirono agli Ebrei piena libertà di religione in Giudea, nonché nelle loro comunità, sempre più numerose, in Egitto. Come i Tolomei, anche i Seleucidi potevano contare su di un ex
sacerdote di Marduk,Beroso, al quale venne affidato il compito di compilare per loro la storia
e la preistoria dell’umanità e dei suoi dèi, secondo la tradizione mesopotamica. In una forzatura della
storia, compì delle ricerche e scrisse una serie di tavolette cuneiformi nei pressi di Haran. È grazie ai
suoi primi tre libri (che conosciamo solo per frammenti riportati negli scritti di altri autori
dell’antichità) che il mondo occidentale, la Grecia prima e Roma poi,apprese degli Anunnaki e della loro venuta sulla Terra, dell’era antecedente al Diluvio, della creazione dell’uomo, del Diluvio
stesso e di tutto ciò che seguì. Quindi fu da Beroso (come confermato in seguito dalla scoperta e
dalla decifrazione delle tavolette cuneiformi) che si venne a sapere che il “sar” di 3.600 anni era in realtà “l’anno” degli dèi. Nel 200 a.C. i Seleucidi attraversarono i confini tolemaici e catturarono la
Giudea. Come in altri casi,gli storici hanno cercato ragioni geopolitiche ed economiche per
giustificare questa guerra,ignorandone gli aspetti religioso-messianici. Fu nel rapporto sul Diluvio che Beroso raccontò che Ea/Enki aveva dato istruzione a Ziusudra (il “Noè” sumero) di «nascondere ogni scritto che si trovasse in Sippar, la città di Shamash» affinché si potesse recuperare dopo il Diluvio stesso, perché quegli scritti «riguardavano gli inizi, i periodi intermedi e le fini».

Secondo Beroso, il mondo è soggetto a cataclismi periodici, e li metteva in relazione alle ere
zodiacali: la sua era iniziata 1920 anni prima dell’era Seleucide (312 a.C.); ciò avrebbe collocato l’Era dell’Ariete nel 2232 a.C. – un’era destinata ad arrivare presto alla fine, pur se veniva garantita tutta la sua lunghezza matematica (2232-2160 a.C.). I documenti a nostra disposizione fanno capire
che i re seleucidi, abbinando questi calcoli al “Mancato Ritorno”, furono colti dal bisogno di
aspettarne uno e di compiere i relativi preparativi. Ebbe così inizio un frenetico restauro e ripristino dei templi in rovina di Sumer e Akkad; particolare attenzione venne posta all’E.ANNA – la “Casa di Anu” – a Uruk. Il Luogo dell’Atterraggio, che loro chiamavano Eliopoli – Città del dio Sole – venne dedicata a un altro dio, Zeus, al quale eressero un tempio. Dobbiamo quindi concludere che la vera
motivazione della guerra per catturare la Giudea nasceva dall’urgenza di preparare per il Ritorno il
sito legato allo spazio a Gerusalemme. Era il modo dei Seleucidi e dei Greci di prepararsi al ritorno degli dèi.

A differenza dei Tolomei, i sovrani seleucidi erano ben determinati a imporre la cultura e la religione
ellenica nei loro domini. Il cambiamento fu decisamente d’impatto a Gerusalemme, dove
all’improvviso vennero messe di stanza truppe straniere e venne messa in discussione l’autorità dei
sacerdoti del tempio. La cultura e le abitudini elleniche vennero introdotte con la forza;persino i nomi dovettero essere cambiati, a cominciare dal sommo sacerdote, che fu costretto a trasformare il proprio
nome da Giosuè a Giasone. Leggi civili restringevano la cittadinanza ebraica a Gerusalemme; vennero elevate tasse per finanziare l’insegnamento dell’atletica e della lotta, non più della Torah; e nelle campagne vennero eretti tempietti dedicati alle divinità greche; i soldati costringevano la
popolazione al nuovo culto. Nel 169 a.C. giunse a Gerusalemme il re seleucide Antioco IV Epifane. Non si trattò di una visita di cortesia. Violando la santità del tempio, entrò nel Sancta Sanctorum. Su suo ordine,vennero confiscati tutti gli oggetti rituali in oro, la città venne affidata a un governatore greco e accanto al Tempio venne costruita una fortezza per ospitare una guarnigione permanente di soldati stranieri. Rientrato nella sua capitale assira, Antioco IV emise un proclama che imponeva la venerazione degli dèi greci in tutto il regno; in Giudea, proibiva specificatamente l’osservanza del Sabbath e la circoncisione.

In accordo con il decreto, il tempio di Gerusalemme sarebbe dovuto diventare il Tempio di Zeus; e nel 167 a.C., nel 25° giorno del mese ebraico di Kislev – equivalente al nostro 25 dicembre – i soldati greco-siriani posero nel tempio un idolo, una statua che rappresentava Zeus, “Il Signore del Cielo”; venne trasformato anche il grande altare, utilizzato per fare sacrifici a Zeus. Il sacrilegio non avrebbe
potuto essere maggiore. L’inevitabile sommossa ebraica, iniziata e capeggiata da un sacerdote di nome Mattatia e dai suoi cinque figli, è nota come la rivolta maccabea o asmonea. Iniziata in
campagna, la rivolta ebbe presto la meglio sui soldati greci di stanza. Quando giunsero i rinforzi, la
rivolta divampò in tutto il paese; anche se i Maccabei erano inferiori di numero e avevano minori armi, erano mossi da uno zelo religioso che li rendeva estremamente agguerriti e feroci. Questi eventi, descritti nel Libro dei Maccabei (e da storici di periodi successivi), non lasciano dubbi sul fatto che la battaglia di un manipolo di uomini contro un regno potente fu guidata da un certa pressione temporale: era imperativo, infatti,riprendere il controllo di Gerusalemme, purificare il
tempio e dedicarlo nuovamente a Yahweh entro una determinata data.

Nel 164 a.C. i Maccabei riuscirono a riconquistare solo il Monte del Tempio: in quell’anno,
purificarono il tempio e riaccesero la sacra fiamma; nel 160 a.C. ci fu la vittoria finale, che portava al pieno controllo di Gerusalemme e alla restaurazione dell’indipendenza ebraica. Gli Ebrei celebrano ancora quella vittoria e la riconsacrazione del tempio in occasione dell’Hanukkah (“Riconsacrazione”), nel venticinquesimo giorno del Kislev. La sequenza e le date di questi eventi sembravano essere legate alle profezie relative alla Fine dei Giorni. Di quelle profezie,quelle
che offrivano specifici indizi numerici relativi agli eventi finali, alla Fine dei Giorni, erano state rivelate a Daniele dagli angeli. Ma manca chiarezza sul motivo per cui i conti erano stati espressi in
maniera enigmatica, usando come unità di misura “tempo”,“settimane”, e anche “giorni”. Forse è solo in relazione a questa ultima unità che riusciamo a capire quando inizia il conto, così da poter
comprendere anche quando finirà. In questo caso, il conto sarebbe iniziato a partire dal giorno in cui nel tempio di Gerusalemme «sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l’abominio della
desolazione»; abbiamo potuto determinare quindi che questo abominio si verificò nel 167 a.C.
Tenendo in mente la sequenza degli eventi, il conto dei giorni rivelato a Daniele doveva applicarsi a
eventi specifici legati al tempio: la sua contaminazione nel 167 a.C. («sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l’abominio della desolazione»), la sua purificazione nel 164 a.C.(dopo
«milleduecentonovanta giorni») e la liberazione totale di Gerusalemme nel 160 a.C. («beato chi
aspetterà con pazienza e giungerà a milletrecentotrentacinque giorni»).

I numeri dei giorni – 1.290 e 1.335 – in sostanza si accordano con gli eventi al tempio. Stando alle profezie contenute nel Libro di Daniele, quindi, fu allora che l’orologio della Fine dei Giorni iniziò il suo conto alla rovescia. Nel 160 a.C. l’imperativo di ricatturare tutta la città e di eliminare i soldati stranieri non circoncisi dal Monte del Tempio è la chiave per comprendere un altro indizio. Mentre noi abbiamo usato come riferimento il conto degli anni in “avanti Cristo” e “dopo Cristo”, quei popoli non potevano usare un conto che si basava sul futuro calendario cristiano. Il calendario ebraico era il calendario che ebbe inizio a Nippur nel 3760 a.C. – e stando a quel calendario, ciò che noi chiamiamo il 160 a.C. era esattamente il 3600! Quello era un SAR, ossia il periodo orbitale
(originario) ,di Nippur. E anche se Nibiru era ricomparso quattrocento anni prima, l’arrivo dell’anno SAR – 3600 – il completamento di un Anno Divino – era di inevitabile importanza. Per coloro i
quali le profezie bibliche del ritorno del Kavod di Yahweh al Suo Monte del Tempio erano chiaramente annunci divini, l’anno che noi definiamo il “160 a.C.”era un momento di verità:
indipendentemente da dove si trovava il pianeta,Dio aveva promesso il Ritorno al Suo Tempio e il
tempio doveva essere purificato e preparato per quell’evento.

Il Libro dei Giubilei, un libro extrabiblico, che si presume sia stato scritto in ebraico a Gerusalemme
negli anni che seguirono la rivolta dei Maccabei attesta che in quei tempi turbolenti non era caduto
in disuso il calendario di Nippur/ebraico. Ripete infatti la storia del popolo ebraico dal tempo
dell’Esodo, usando come unità di tempo i Giubilei – l’unità di 50 anni che aveva stabilito Yahweh sul
Monte Sinai; creava anche un conto storico calendarico consecutivo che da allora è diventato noto come Anno Mundi – “Anno del Mondo” in latino –, che inizia nel 3760 a.C. Gli studiosi (come il rev. R.H. Charles nella sua traduzione in inglese del libro) convertirono questi “giubileo degli anni” e le
loro “settimane” a un conto in Anno Mundi. Che questo calendario venisse usato non solo in tutto l’Antico Vicino Oriente, ma che determinasse anche il tempo in cui avrebbero dovuto verificarsi gli
eventi.


I centocinquanta anni intercorsi fra la liberazione di Gerusalemme per mano dei Maccabei e gli
avvenimenti legati a Gesù sono stati fra i più turbolenti della storia del mondo antico e, in
particolare, del popolo ebraico. Quel periodo cruciale, i cui effetti si ripercuotono ancora oggi su di noi,iniziarono con comprensibile giubilo. Per la prima volta nel corso dei secoli gli Ebrei erano di
nuovo completamente padroni della loro capitale sacra e del Sacro Tempio,liberi di nominare i propri
re e i propri sommi sacerdoti. Pur se proseguivano i combattimenti ai confini,quegli stessi confini si
estendevano fino a comprendere buona parte del vecchio regno (unito)del tempo di Davide. La
creazione di uno stato ebraico indipendente, con Gerusalemme come capitale, sotto gli Asmonei,
fu sotto tutti i punti di vista un evento trionfale. Non fece ritorno il Kavod di Yahweh, atteso alla Fine dei Giorni, anche se sembrava corretto il conto dei giorni a partire dagli abomini. Il tempo del
compimento non era ancora arrivato; divenne altresì chiaro che dovevano ancora essere decifrati gli
enigmi rappresentati dagli altri conti di Daniele, degli “anni” e delle “settimane” e del «tempo, tempi e la metà di un tempo». Gli indizi erano da scovare nelle profezie presenti nel Libro di Daniele che parlava dell’ascesa e della caduta di futuri regni dopo Babilonia, Persia ed Egitto – regni chiamati in maniera criptica «del mezzogiorno», «del settentrione» – o delle navi dei “Kittim”; e di regni che si sarebbero staccati da questi e combattuti l’un l’altro, avrebbero «piantato tabernacoli di palazzi fra i mari» – tutte entità future che erano rappresentate anche in maniera ermetica da diversi animali (un ariete, una capra, un leone ecc.), i cui cuccioli, chiamati “corna”, si sarebbero divisi ancora e si sarebbero combattuti l’un l’altro.

Chi erano quelle nazioni future, e quali guerre erano state previste? Anche il profeta Ezechiele parlò di grandi battaglie che sarebbero infuriate fra il Nord e il Sud, fra un Gog non meglio identificato e un Magog che gli si opponeva;e le persone si chiedevano se erano già comparsi sulla scena i regni vaticinati: la Grecia di Alessandro, i Seleucidi, i Tolomei. Erano loro i soggetti delle profezie, o erano altri che sarebbero comparsi sulla scena in un futuro ancora più remoto? A livello teologico
regnava la confusione: il Kavod che si attendeva al tempio di Gerusalemme era un oggetto materiale?
Era da intendere in questi termini la profezia? Oppure questa Venuta era solo di natura simbolica,
effimera, una presenza spirituale? Cosa si chiedeva al popolo? Oppure si sarebbe verificato
comunque ciò che era destinato,indipendentemente da tutto?

La leadership ebraica si divideva tra i Farisei, che praticavano una religione più rigorosa,interpretata alla lettera, e i Sadducei, più liberali, con una mentalità più aperta, più internazionale, che
riconoscevano l’importanza di una diaspora ebraica già diffusasi da Egitto e Anatolia alla
Mesopotamia. Oltre a queste due correnti principali, sorsero anche sette più piccole, a volte
organizzate in comunità; la più famosa è quella degli Esseni (ricordate i Rotoli del Mar Morto), che
vissero in isolamento a Qumran. Nei vari tentativi di decifrare le profezie,dobbiamo inserire una
nuova potenza emergente:Roma. Dopo aver vintoripetute guerre contro i Fenici e i Greci, i Romani
controllarono il Mediterraneo e iniziarono a essere coinvolti negli affari dell’Egitto tolemaico
e del Levante seleucide (inclusa la Giudea). Eserciti seguirono i delegati imperiali; nel 60 a.C. i Romani sotto Pompeo occuparono Gerusalemme. In precedenza, lungo la stessa rotta, Alessandro aveva compiuto una deviazione a Eliopoli (ossia Baalbek) e aveva offerto sacrifici a Giove; in seguito venne costruito proprio in quel luogo – sopra colossali blocchi di pietra – il più grande tempio dell’impero romano dedicato a Giove.

Schema planimetrico del santuario di Giove e del tempio di Bacco (A: tempio di Giove; B: tempio di Bacco; C: Cortile esagonale; D: Grande Cortile)


Un’iscrizione commemorativa trovata in quel sito indica che l’imperatore Nerone visitò il luogo nel 60 d.C., il che ci fa capire che a quell’epoca il tempio romano era già stato eretto. I disordini di natura
religiosa e civile di quei giorni trovarono espressione nella proliferazione di scritti storico-profetici, come il Libro dei Giubilei, il Libro di Enoch, i Testamenti dei Dodici Patriarchi e l’Assunzione di Mosè (più diversi altri, tutti conosciuti con il nome collettivo di Apocrifi e di Pseudoepigrafi). Tutti
concordavano sulla ciclicità della storia, sul fatto che tutto è già stato predetto, che la Fine dei
Giorni – un periodo di confusione e di rivolte – segnerà non solo la fine di un ciclo storico, ma anche
l’inizio di uno nuovo, e che il “periodo di transizione” si manifesterà con l’arrivo di un “Consacrato” – Mashi’ach in ebraico (tradotto Chrystos in greco e, quindi, Messiah o Christ in inglese – Messia e Cristo in italiano). L’azione di benedire con olio sacerdotale un nuovo re era un’usanzamnota nel Mondo Antico, almeno sin dai tempi di Sargon. Sin dai tempi più antichi la Bibbia lo riconosceva quale atto di consacrazione a Dio, ma l’esempio più memorabile che ci narra è quando il sacerdote Samuele, custode dell’Arca dell’Alleanza, chiamò Davide, figlio di Iesse, e lo proclamò re per
grazia divina:

"Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi. (I Samuele 16, 13)"

Studiando ogni profezia e ogni frase profetica, il fedele a Gerusalemme trovava ripetuti riferimenti
a Davide, consacrato dal Signore, e a una promessa divina che sarà attraverso il “suo seme” (ossia
attraverso un discendente della Casa di Davide) che verrà stabilito nuovamente il suo trono a
Gerusalemme nei giorni che verranno. I futuri re della Casa di Davide siederanno a Gerusalemme
sul “trono di Davide”; e quando ciò accadrà, i re e i principi della Terra giungeranno a frotte a
Gerusalemme per chiedere giustizia, pace e udire la parola di Dio. Questa, aveva detto Dio, è “una
promessa eterna”, l’alleanza di Dio “per tutte le generazioni”. L’universalità di questo voto è confermata in Isaia 16, 5 e 22, 22; Geremia 17, 25; 23, 5; 30, 3; Amos 9, 11;Abacuc 3, 13; Zaccaria 12,8; Salmi 18, 50; 89, 4; 132,10; 132, 17 ecc.

Sono parole forti, inconfondibili nella loro alleanza messianica con la Casa di Davide, tuttavia sono anche piene di sfaccettature esplosive, che in pratica dettarono il corso degli eventi a Gerusalemme. Collegate a ciò c’erano anche le vicissitudini del profeta Elia.Elia, soprannominato il Tisbita dal nome della sua città natale nel distretto di Galaad, era un profeta biblico, che viveva e operava nel regno di Israele (dopo la divisione dalla Giudea) nel IX secolo a.C., durante il regno del re Acab e della sua sposa cananea, la regina Gezebele. Fedele al suo nome ebraico, Eli-Yahu –“Yahweh è il mio Dio” – era in costante conflitto con i sacerdoti e con i “portavoce” del dio Baal cananeo (“il Signore”), del quale Gezebele promuoveva il culto. Dopo un periodo di isolamento in un luogo nei pressi del Giordano, dove gli venne ordinato di diventare “Uomo di Dio”, gli venne dato un “mantello” con poteri magici, e fu in grado di compiere miracoli in nome di Dio. Il primo miracolo di cui ci giunge notizia (I Re, capitolo 17) fu quando non fece mai esaurire un pugno di farina e un po’ di olio, gli unici alimenti rimasti a una povera vedova. In seguitonfece risorgere il figlio di lei,morto di malattia. Nel corso di un confronto con i profeti del dio Baal sul Monte Carmel, riuscì a far cadere un fuoco dal cielo. Fu l’unico caso, citato nella Bibbia, di un israelita che ritornava sul Sinai dai
tempi dell’Esodo: anche quando fuggì per mettersiin salvo dalla collera di Gezebele e dei sacerdoti di
Baal, un Angelo del Signore lo fece rifugiare in una grotta sul Sinai.

Di lui le scritture dicono che non morì, perché venne condotto in cielo a bordo di un turbine di vento per essere con Dio. La sua ascesa, così come è descritta con dovizia di particolari in 2 Re, capitolo 2, non fu un evento né improvviso, né inatteso; al contrario era stato programmato e organizzato in precedenza, tant’è che gli furono comunicati in anticipo il luogo e il tempo. La località designata si
trovava nella Valle del Giordano, sulla riva orientale del fiume. Quando fu il momento di recarvisi, lo
accompagnarono i suoi discepoli, con in testa Eliseo. Fece una sosta a Galgala (dove Giosuè compiva miracoli per grazia del Signore). Lì cercò di lasciare indietro i suoi compagni, ma loro proseguirono con lui fino a Betel; pur avendo chiesto loro di restare dove erano e di lasciarlo attraversare il fiume da solo, essi rimasero con lui fino all’ultimo, fino a Gerico, continuando a chiedere a Eliseo se era «vero che il Signore [oggi] avrebbe condotto Elia al cielo». Sulle rive del Giordano, Elia arrotolò il suo mantello miracoloso e percosse le acque, che si divisero, consentendogli di attraversare il fiume.
Gli altri discepoli rimasero lì dov’erano, ma Eliseo insistette per accompagnarlo, e attraversò insieme a lui. Mentre camminavano conversando,ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo. Eliseo guardava e gridava: «Padre mio, padre mio,cocchio d’Israele e suo cocchiere». E non lo vide più. (2 Re 2,11-12)

Scavi archeologici condotti a Tell Ghassul (“Bocca del Profeta”), un sito in Giordania, che
corrisponde alle descrizioni geografiche della narrazione biblica, hanno riportato alla luce dipinti murali che raffiguravano i “turbini di vento”, mostrati nella. È l’unico sito scavato sotto l’egida del Vaticano. (La mia ricerca relativa ai reperti, con la visita ai musei archeologici in Israele e in Giordania, al sito in Giordania e, infine,al Pontificio Istituto Biblico dei Gesuiti a Gerusalemme.
La tradizione ebraica sostiene che Elia, trasfigurato, un giorno tornerà quale messaggero per la redenzione finale del popolo di Israele, un araldo del Messia. La tradizione era già stata riportata nel V secolo a.C. dal profeta Malachia – l’ultimo dei profeti della Bibbia. Poiché la tradizione sosteneva che la grotta del Monte Sinai dove l’angelo condusse Elia era la stessa in cui Dio si era rivelato a Mosè, ci si aspettava che Elia ricomparisse all’inizio della festa della Pasqua ebraica,quando si commemora l’Esodo. A tutt’oggi, il Seder, la cena cerimoniale che dà il via alla festività della Pasqua, che dura sette giorni, richiede che si metta sul tavolo una coppa di vino per Elia, da
sorseggiare al suo arrivo; la porta è aperta per consentirgli di entrare e si recita un inno che esprime
la speranza che ben presto lui annuncerà il “Messia, il figlio di Davide”. (I bambini di tradizione
cristiana credono che Babbo Natale scivoli giù dal camino e porti loro i doni, mentre i bambini di
tradizione ebraica sanno che, pur se non visto, Elia è entrato, e ha bevuto un sorso di vino.) La
tradizione vuole che “la Coppa di Elia” sia stata abbellita e impreziosita fino a diventare un calice
di squisita fattura artistica, un calice che viene usato solo ed esclusivamente alla cena pasquale per il rituale di Elia.



L’ultima cena di Gesù era appunto questa cena pasquale, così ricca di tradizione. Pur mantenendo
l’impressione di scegliere il proprio sommo sacerdote e re, la Giudea divenne a tutti gli effetti una colonia romana, governata prima dai quartier generali in Siria, poi dai governatori locali. Il
governatore locale, chiamato procuratore, si assicurò che gli Ebrei scegliessero un Ethnarch (“Capo del Consiglio ebraico),affinché fungesse da Sommo Sacerdote del tempio, e inizialmente anche un “Re degli Ebrei” (non Re di Giudea, in quanto paese), una persona gradita a Roma. Dal 36 al 4 a.C. il re fu Erode, discendente degli Edomiti convertitosi al giudaismo, scelto da due generali romani (legati al nome di Cleopatra): Marco Antonio e Ottaviano. Erode lasciò un’eredità di strutture monumentali,inclusi anche l’ampliamento del Monte del Tempio e la fortezza di Masada, sul Mar Morto;obbedì anche ai desideri del governatore diventando di fatto vassallo di Roma. Fu in una Gerusalemme ampliata e abbellita da costruzioni asmonee ed erodiache – straripante di pellegrini in occasione della Pasqua – che,secondo le datazioni accettate oggi, nel 33 a.C. fece il suo ingresso Gesù di Nazareth. In quel periodo gli Ebrei potevano avere solo autorità religiosa, un consiglio di settanta anziani chiamati i Sanhedrin; non c’era più un re ebraico; il paese, che non era più uno stato
ebraico, bensì una provincia romana, era governato da Ponzio Pilato, arroccato nella Cittadella Antonia che si trovava accanto al tempio. Crescevano intanto le tensioni fra il popolo ebraico e i Romani, padroni della terra, e sfociarono in una serie di rivolte sanguinose a Gerusalemme.

Ponzio Pilato, arrivato a Gerusalemme nel 26 d.C.,non fece altro che peggiorare le cose portando in città dei legionari con le loro insegne montate su aste e monete che recavano incise le immagini vietate nel tempio; gli Ebrei che facevano resistenza venivano impietosamente condannati alla
crocifissione ed erano talmente numerosi che il luogo dell’esecuzione venne ribattezzato Golgota:
“luogo dei teschi”. Gesù era già stato a Gerusalemme: «I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero» (Luca 2, 41- 43). Quando Gesù vi arrivò questa volta (con i suoi discepoli), la situazione non era certamente quella che ci si aspettava, di sicuro non quella promessa dalle profezie. Gli Ebrei devoti – come lo era certamente Gesù, – erano attaccati all’idea della redenzione, della salvezza da parte di un Messia, e il concetto di fondo era il legame speciale ed eterno fra Dio e la Casa di Davide. Era espresso in maniera particolarmente enfatica nel Salmo 89 (20-38) in cui Yahweh, parlando in visione ai suoi fedeli, disse: Ho innalzato un eletto tra il mio popolo. Ho trovato Davide, mio servo,con il mio santo olio l’ho consacrato ...Egli mi invocherà:

"Tu sei mio padre,mio Dio e roccia della mia salvezza. Io lo costituirò mio primogenito,il più alto tra i re della terra. Gli conserverò sempre la mia grazia,la mia alleanza gli sarà fedele. Non violerò la mia alleanza,non muterò la mia promessa. In eterno durerà la sua discendenza,il suo trono davanti a me quanto i Giorni del Cielo."

Il riferimento ai “Giorni del Cielo” non era forse un indizio, un collegamento fra la venuta di un
Salvatore e la vaticinata Fine dei Giorni? Non era il momento di vedere il compimento delle profezie?

E così fu che Gesù di Nazareth, ora a Gerusalemme con i suoi dodici discepoli, decise di prendere in mano le cose:se la salvezza richiede un Consacrato della Casa di Davide, lui, Gesù, sarebbe stato quel Consacrato! Il suo nome ebraico – Yehu-shuah (Giosuè) – significava salvatore di Yahweh; ed era anche della Casa di Davide, così come richiedeva la tradizione per il Messia, “il Consacrato”. I
primi versi del Nuovo Testamento, nel Vangelo secondo Matteo, recitano: «Genealogia di Gesù Cristo,figlio di Davide, figlio di Abramo». 

Poi, lì e in altri punti del Nuovo Testamento, viene data la genealogia di Gesù attraverso le
generazioni: quattordici generazioni da Abramo a Davide; quattordici generazioni da Davide all’esilio di Babilonia; e quattordici generazioni fino a Gesù. Le nostre fonti per gli eventi che seguirono sono i Vangeli e gli altri libri del Nuovo Testamento. Sappiamo che le “testimonianze oculari” vennero scritte molto tempo dopo gli eventi;sappiamo che la versione codificata è il risultato di scelte operate durante una convocazione indetta dall’imperatore romano Costantino tre secoli dopo;sappiamo che i manoscritti “gnostici” come i documenti di Nag Hammadi o i Vangeli di Giuda danno versioni diverse che la Chiesa aveva buoni motivi per sopprimere; sappiamo anche – è un fatto
accertato – che all’inizio esisteva una Chiesa di Gerusalemme guidata dal fratello di Gesù, solo ed
esclusivamente per i fedeli ebrei, che fu assorbita,sostituita e infine eliminata dalla Chiesa di Roma, che si rivolgeva ai Gentili. Tuttavia noi seguiremo la versione “ufficiale” perché lega gli eventi della vita di Gesù a Gerusalemme ai precedenti secoli e millenni. Per prima cosa dobbiamo eliminare
qualsiasi dubbio – qualora esista – sulla presenza di Gesù a Gerusalemme nei giorni della Pasqua e che “l’Ultima Cena” fu, in realtà, un Seder. Matteo 26,2, Marco 14, 1 e Luca 22, 1 riferiscono le parole che pronuncia Gesù ai suoi discepoli al loro arrivo a Gerusalemme: «Voi sapete che fra due giorni è Pasqua»; «Mancavano intanto due giorni alla Pasqua»; «Si avvicinava la festa degli Azzimi,chiamata Pasqua».

I tre vangeli, negli stessi capitoli, affermano che Gesù disse ai suoi discepoli di recarsi in una certa
abitazione, dove sarebbero stati in grado di celebrare la cena di Pasqua che dava il via alla festa.
L’altro elemento da tenere in considerazione è Elia, l’araldo del Messia (Luca 1, 17 ha persino citato alcuni versetti importanti del libro del profeta Malachia). Secondo i Vangeli, le persone che udirono dei miracoli compiuti da Gesù – miracoli che erano così simili a quelli compiuti dal profeta Elia – si chiedevano se Gesù fosse in realtà Elia. Senza negare,Gesù sfidò i suoi discepoli
più fidati: «E voi chi dite che io sia?». E Pietro rispose: «Tu sei il Cristo» (Marco 8, 28-29). Se è così, dove era allora Elia, che doveva comparire per primo? Gesù rispose che Elia era già venuto. E lo interrogarono:«Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?» Ed egli rispose:«Sì, prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa ...Orbene, io vi dico che Elia è già venuto. (Marco 9, 11-13)

Si trattava di un’affermazione forte. Infatti, se Elia era ritornato sulla Terra, («è già venuto»),
soddisfacendo i prerequisiti per la venuta del Messia, allora doveva presentarsi al Seder e bere
dalla coppa di vino! Come richiedevano le tradizioni, la Coppa di Elia, colma di vino, era stata posta sul tavolo dove Gesù e i suoi discepoli avrebbero celabrato il Seder. La cena cerimoniale è descritta in Marco,capitolo 14. Celebrando la cena, Gesù prese il pane azzimo (ora chiamato Matzoh) e lo benedisse, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli. «Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti» (Marco 14, 23).

Quindi, senza dubbio, la Coppa di Elia era lì,tuttavia Da Vinci scelse di non raffigurarla. In questo
dipinto dell’Ultima Cena,che si basava sui passaggi del Nuovo Testamento,Gesù non tiene in mano la
coppa e questa non è nemmeno posata sul tavolo. Vi è invece un inspiegabile vuoto alla destra di Gesù e il discepolo alla sua destra si sta scostando come per permettere a una persona invisibile di inserirsi fra di loro. Da Vinci, esperto teologo, implicava forse che Elia – invisibile – era entrato attraverso le finestre aperte, alle spalle di Gesù, e aveva portato via la sua coppa? Il dipinto suggerisce forse il ritorno di Elia? Era arrivato l’araldo che avrebbe preceduto il Re Consacrato
della Casa di Davide?




Questa ipotesi è confermata dall’episodio in cui Gesù, arrestato, viene portato davanti al governatore romano, che gli chiede: «Sei tu il re dei Giudei?» E Gesù gli risponde: «Tu lo dici» (Matteo 27, 11). Era inevitabile che venisse pronunciata la condanna a morte per crocifissione. Quando Gesù sollevò la coppa di vino e pronunciò la benedizione, disse ai suoi discepoli, secondo il Vangelo di Marco (14, 24): «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza». Se queste furono le sue parole esatte, di sicuro non intendeva dire che avrebbero dovuto bere il vino trasformato in sangue – una grave violazione a una delle proibizioni più sacre del giudaismo sin dai tempi remoti, “perché il sangue è l’anima”. Ciò che disse (o intendeva dire) era che il vino in questa coppa, la Coppa di Elia, era un’alleanza, una conferma della sua discendenza.

Da Vinci raffigurò in maniera convincente questo dettaglio, facendo sparire la coppa,presumibilmente portata via da Elia. Nel corso dei secoli la coppa scomparsa è stato uno dei soggetti favoriti degli scrittori. Le storie poi si sono trasformate in leggende: l’hanno cercata i Crociati; l’hanno trovata i
Cavalieri Templari; è stata portata in Europa... lan coppa è diventata un calice; era il calice che
rappresentava il Sangue Reale – Sang Real, in francese, diventando il San Greal, il Santo Graal.
O è vero forse il contrario, e cioè che non ha mai lasciato Gerusalemme? Il giogo e la repressione
di Roma degli Ebrei in Giudea – sempre più intensi – sfociarono nella più grande ribellione nei
confronti di Roma; ci vollero i suoi migliori generali e le migliori legioni, nonché ben sette anni di combattimento per sconfiggere la piccola Giudea e raggiungere Gerusalemme. Nel 70 d.C.,dopo un assedio prolungato e cruenti corpo a corpo, i Romani sfondarono le difese del tempio e il generale Tito ordinò di bruciare il tempio. Pur se la resistenza continuò altrove per altri tre anni, la grande rivolta ebraica era terminata. I Romani, in trionfo, erano così esultanti da commemorare la vittoria
con una serie di monete che annunciavano al mondo Judaea Capta – Giudea Catturata – ed eressero un arco per commemorare la vittoria a Roma, dove ritraevano il saccheggio degli oggetti rituali del tempio.

Sacco di Gerusalemme, rilievo dall'Arco di Tito a Roma


Ma in ogni anno d’indipendenza, le monete ebraiche erano state incise con la scritta “Anno Uno”,
“Anno Due” ecc… “per la libertà di Sion”,utilizzando come decoro i frutti della terra.
Inspiegabilmente, le monete degli anni due e tre recavano incise l’immagine di un calice ...
Il Santo Graal si trovava forse ancora a Gerusalemme?

Moneta del 69 d.C. (risalente quindi alla rivolta antiromana) con la scritta in ebraico "Sshekel Israel" (שקל ישראל), rinvenuta a Gerusalemme nella zona del Muro Occidentale



sabato 30 settembre 2017

LA CADUTA DI SHULGI, FIGLIO DI UR-NAMMU, E LA RIPARTIZIONE DELLA QUARTA REGIONE

    Il disastroso XXI secolo a.C. si aprì con la morte tragica e prematura di Ur-Nammu, avvenuta nel 2096 a.C. Culminò con una calamità senza precedenti voluta dagli stessi dèi nel 2024 a.C. L’intervallo era di settantadue anni: esattamente il ritardo precessionale di un grado; e se si trattò di semplici coincidenze, allora le possiamo ritenere una serie di “coincidenze” decisamente ben coordinate…

Shulgi
    A seguito della morte tragica di Ur-Nammu, sul trono di Ur salì suo figlio, Shulgi. Poiché non fu in grado di proclamare lo status di semidio, nelle iscrizioni affermò di essere nato comunque sotto auspici divini: lo stesso dio Nannar aveva fatto sì che venisse concepito nel tempio di Enlil a Nippur attraverso l’unione di Ur- Nammu e della somma sacerdotessa di Enlil, così «da concepire un “piccoloEnlil”, un bambino idoneo al potere sovrano e al trono». Questa era un’affermazione da non
sottovalutare dal punto divista genealogico. 

      Lo stesso Ur-Nammu, come detto in precedenza, era “divino per due terzi”, poiché sua madre era una dea. Anche se non viene citato il nome della somma sacerdotessa, il suo status fa intuire che anche lei era di stirpe divina, perché veniva scelta come EN.TU la figlia di un re; e i re di Ur, a cominciare dalla prima dinastia, discendevano da semidèi.
È importante anche che lo stesso Nannar facesse sì che l’unione avvenisse nel tempio di Enlil a Nippur; come detto in precedenza, fu sotto il regno di Ur -Nammu che, per la prima volta, il sacerdozio di Nippur venne associato al sacerdozio di un’altra città – in questo caso a quello di Ur.

    Buona parte degli avvenimenti di quel tempo che ebbero come teatro Sumer e zone limitrofe è stata raccolta dai “formulari di data”, iscrizioni annuali, per scopi commemorativi ma anche commerciali, in cui ogni singolo anno del regno di un re veniva contrassegnato dall’avvenimento principale di quell’anno. Abbiamo maggiori informazioni nel caso di Shulgi perché ha lasciato ai posteri iscrizioni sia brevi che lunghe, nonché poesie e canzoni d’amore.

    Queste iscrizioni indicano che Shulgi, subito dopo essere asceso al trono – forse sperando di evitare lo stesso fato del padre sul campo di battaglia – ne cambiò le politiche militari. Lanciò una spedizione nelle province più esterne (inclusi anche i “paesi ribelli”) armato di proposte di commercio, offerte di pace e di matrimonio con le sue figlie. Ritenendosi successore di Gilgamesh, le sue rotte seguirono le due mete del famoso eroe: la penisola del Sinai (dove si trovava il porto spaziale) a sud e il Corridoio dell’Atterraggio a nord.

     
    Rispettando la sacralità della Quarta Regione, Shulgi costeggiò la penisola e rese omaggio agli dèi ai suoi confini, in un luogo descritto come il «luogo grande e fortificato degli dèi». Spostandosi a nord-ovest del Mar Morto, si fermò per adorare il «Luogo degli Oracoli Brillanti» – Gerusalemme – e lì eresse un altare agli «dèi che giudicano» (un epiteto di solito attribuito a Utu/Shamash).

     Giunto al «Luogo coperto di neve» a nord, eresse un altare e offrì dei sacrifici. Dopo aver visitato i siti legati allo spazio, percorse la Mezzaluna Fertile – la rotta per il commercio e la migrazione, che si estendeva formando un arco in direzione est-ovest, determinata dalla morfologia del terreno e dalle fonti di acqua; proseguì quindi verso sud, nella pianura del Tigri e dell’Eufrate, fino alle terre meridionali di Sumer. 

     Quando Shulgi fece ritorno a Ur, aveva ogni motivo per pensare di aver portato agli dèi e alla gente “Pace nel nostro tempo” (per usare un’analogiamoderna). Gli dèi gli garantirono il titolo di “Sommo sacerdote di Anu, Sacerdote di Nannar”. Divenne amico di Utu/Shamash e ottenne le attenzioni personali di Inanna/Ishtar (vantandosi nelle canzoni d’amore che lei, nel suo tempio, gli concedeva la sua vulva). 

   
Amar-Sin nel museo del Louvre a Parigi
     Ma, mentre Shulgi abbandonava gli affari di stato per i piaceri personali, i disordini nelle “terre ribelli” continuavano. Impreparato per affrontare azioni militari, Shulgi chiese le truppe ai suoi alleati elamiti, offrendo in sposa al re una delle sue figlie e come dote la città sumera di Larsa. A ovest venne lanciata una grande spedizione militare contro le “città peccatrici”, che impiegava queste truppe elamite; gli eserciti raggiunsero il Luogo Fortificato degli dèi al confine della Quarta Regione.

     Shulgi, nelle sue iscrizioni, si vantava delle vittorie ma, in realtà, costruire un muro fortificato per proteggere Sumer dalle incursioni straniere che provenivano da occidente e da nord ovest. I formulari di data lo chiamavano il Grande Muro Occidentale, e gli studiosi ritengono che corresse dall’Eufrate al Tigri, a nord dell’attuale ubicazione di Baghdad, bloccando di fatto agli invasori la strada alla fertile pianura racchiusa fra i due fiumi. 

     Fu una misura difensiva che precedette di circa 2000 anni la costruzione della Grande Muraglia cinese – eretta con la stessa finalità.
   Nel 2048 a.C. gli dèi, guidati da Enlil, ne avevano abbastanza dei fallimenti di Shulgi e della sua dolce vita. Stabilendo che «non aveva eseguito gli ordini divini» decretarono per lui la morte di un peccatore. 

Ninmah/NIN.HAR.SAG
    
    
     Non sappiamo di che morte si trattò, ma è un fatto storicamente assodato che quello stesso anno venne rimpiazzato sul trono di Ur da suo figlio Amar-Sin, del quale sappiamo – grazie alle iscrizioni – che lanciò una spedizione militare dopo l’altra – per sedare una rivolta a nord, per combattere un’alleanza di cinque re a occidente.
 
   

     Come in tanti altri casi, ciò che stava accadendo aveva cause che affondavano le proprie radici in tempi e avvenimenti di un passato remoto. Le “terre ribelli”, pur se in Asia e, quindi, nei domini delle terre enlilite di Sem, figlio di Noè, erano abitate da diversi “cananei”, figli della Canaan descritta nella Bibbia che, pur se discendevano da Cam (e quindi appartenendo all’Africa), occuparono una fascia delle terre di Sem (Genesi, capitolo 10).

   
   
     Che le “Terre dell’Occidente” lungo la costa del Mediterraneo fossero un territorio più o meno disputato è messo in evidenza da antichi testi egizi che parlavano dell’amaro litigio che vedeva contrapposti Horus e Seth e che terminò in battaglie aeree fra di loro sul Sinai e sulle stesse terre contese.  
 
     Vale la pena di notare che nelle loro spedizioni militari per sottomettere e punire le “terre ribelli” a occidente, sia Ur-Nammu, sia Shulgi raggiunsero la penisola del Sinai, ma si astennero dall’entrare nella Quarta Regione.


       Il luogo al quale tutti anelavano era TIL-MUN, “la Terra dei Missili”– il sito del porto spaziale post diluviano degli Anunnaki. Quando terminarono le Guerre della Piramide, la Quarta Regione, sacra, venne affidata alle mani neutrali di Ninmah (ribattezzata NIN.HAR.SAG – “Signora delle Cime montuose”), ma il comando vero e proprio del porto spaziale venne messo nelle mani di Utu/Shamash (qui mostrato nella sua uniforme alata, che comanda gli Uomini Aquila del porto spaziale.

    Questo, comunque, cambiò con l’intensificarsi della lotta per la supremazia.







Z.SITCHIN

giovedì 28 settembre 2017

LE PROFEZIE ACCADICHE, LA TERRIBILE ARMA DI ERRA

Non c’è da meravigliarsi se queste profezie babilonesi o pro-Marduk puntavano un dito accusatore contro i mali di Sumer e Akkad (e anche dei loro alleati Elam, gli Hatti, e i Paesi del mare) e definivano gli occidentali Amurru, ossia “strumenti della punizione divina”. Vengono citati i “centri di culto” enliliti: Nippur, Ur ,Uruk, Larsa, Lagash, Sippar e Adad, che sarebbero stati attaccati, saccheggiati, i loro templi abbandonati.


Gli dèi enliliti vengono descritti come “confusi” («incapaci di dormire»). Enlil invoca Anu, ma ignora il suo consiglio (alcuni traduttori interpretano la parola come “ordine”) di emettere un editto misharu – un ordine “per rimettere a posto le cose”.
Enlil, Ishtar e Adad saranno costretti a cambiare il potere sovrano a Sumer e Akkad. I “riti sacri” verranno trasferiti al di fuori di Nippur. Nei cieli, “il grande pianeta” farà la sua comparsa nella costellazione dell’Ariete. Prevarrà la parola di Marduk. «Sottometterà le Quattro Regioni, tutta la Terra tremerà nell’udire il suo nome […]. Dopo di lui suo figlio sarà re e diventerà il padrone di tutta la Terra

In certe profezie, alcune divinità sono oggetto di predizioni specifiche: «nascerà un re», racconta ad esempio un testo facendo riferimento a Inanna/Ishtar, «rimuoverà la dea protettrice di Uruk da Uruk stesso e la farà dimorare in Babilonia […]. Lui decreterà i riti di Anu a Uruk». Vengono
menzionati in maniera esplicita gli Igigi: «Verranno riprese le offerte regolari per gli Igigi, che erano cessate», afferma ad esempio una profezia.

Come nel caso delle profezie egizie, la maggior parte degli studiosi è convinta anche che le “profezie accadiche” siano “pseudo profezie” o testi post aventum – ossia scritte molto tempo dopo gli eventi “predetti”; ma, come abbiamo avuto occasione di notare in riferimento ai testi egizi, dire che gli avvenimenti non erano stati profetizzati solo perché si erano già avverati, serve solo a confermare che gli avvenimenti si verificarono (che fossero o meno previsti), e questo è ciò che ci interessa di più.
Per noi che crediamo alle profezie, significa solo che queste si avverarono.

Quindi, ci fa correre un brivido lungo la schiena questa predizione (presente in un testo conosciuto con il nome di Profezia“B”):

La terribile arma di Erra
verrà a giudicare
le nazioni e i popoli.

Una profezia agghiacciante, ma prima che giungesse al termine il XXI secolo a.C. il dio Erra, “l’Annientatore” (un epiteto di Nergal), venne effettivamente a «giudicare le nazioni e i popoli», scagliò le armi atomiche e causò un cataclisma che tramutò le profezie in triste realtà.



Z. SITCHIN