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sabato 1 ottobre 2016

TILMUN: LA TERRA DELLE NAVICELLE A RAZZO


Le avventure di Gilgamesh nella sua ricerca dell'immortalità sono certamente alla base delle numerose storie e leggende che formatesi nel corso dei millenni, hanno come protagonisti re ed eroi partiti anch'essi alla ricerca dell'eterna giovinezza. Come tra mandano i racconti mitologici, in qualche regione della Terra doveva esservi un luogo dove l'uomo poteva raggiungere gli dèi ed evitare l'offesa della morte. Quasi 5.000 anni fa, Gilgamesh di Uruk si era rivolto a Utu (Shamash): 

Nella mia città gli uomini muoiono; il mio cuore è rattristato. L'uomo muore, il mio cuore è pieno di angoscia... Anche l'uomo più alto non può raggiungere il Cielo... O Utu, Voglio raggiungere quella terra; vieni in mio aiuto... Nel luogo in cui gli Shem sono stati innalzati, Lascia che anch'io innalzi il mio Shemì.

Come abbiamo visto, lo Shem, anche se in genere il termine viene tradotto con "fama" (grazie alla quale si è ricordati), non era altro che una navicella a razzo: Enoch sparì nel nulla sulla sua "fama" quando fu trasportato verso il Cielo. Cinquecento anni dopo Gilgamesh, in Egitto, il re Teti rivolse un'implorazione molto simile: 

Gli uomini muoiono, Non hanno alcuna Fama. (O dio), Prendi il re Teti, Conduci il re Teti in cielo, che il re Teti non muoia sulla Terra fra gli uomini.
 
La meta di Gilgamesh era Tilmun, il luogo in cui erano state costruite le navicelle spaziali. Chiedersi dove egli si diresse per cercane Tilmun è come chiedersi dove andò Alessandro, che si credeva un faraone e figlio di un dio. E cioè significa domandarsi: in quale punto della Terra si trovava il Duatì È certo, infatti, che tutte queste destinazioni non erano, in realtà, che un unico luogo. E la regione nella quale essi speravano di trovare la Scala che porta al Cielo era in realtà la penisola del Sinai, come dimostreremo una volta per tutte. Alcuni studiosi ritengono che il Libro dei Morti contenga pre cisi riferimenti alla effettiva geografia dell'Egitto, e che quindi l'immaginario viaggio del faraone si compisse lungo il Nilo, dai templi dell'Alto Egitto a quelli del Basso Egitto. I testi antichi, però, parlano chiaramente di un viaggio oltre i confini dell'Egitto: il faraone si dirige verso est, non verso nord; e quando attraversa il Lago delle Canne e il deserto che si trova al di là di esso, egli si lascia dietro non soltanto l'Egitto, ma anche tutta l'Africa: grande rilievo, infatti, viene dato ai pericoli  reali e di tipo "politico"  che si potevano incontrare passando dalle regioni di Horus alle "Terre di Seth", in Asia. Quando i faraoni del Regno Antico fecero scrivere i Testi delle Piramidi, la capitale egizia era Menfi, mentre il centro religioso era Eliopoli, poco a nord est di Menfi. Da queste due città una strada in direzione est portava a una serie di laghi ricchi di canne e di giunchi. Più in là erano il deserto, il passo, e la penisola del Sinai: nei cieli che sovrastavano questa regione si era svolto lo scontro finale tra Horus e Seth, tra Zeus e Tifone. È possibile che il viaggio del faraone verso l'oltretomba lo avesse in realtà portato fino alla penisola del Sinai; questa ipotesi ,è confermata dal fatto che Alessandro non solo aveva imitato i faraoni, ma aveva anche volutamente compiuto lo stesso percorso degli Israeliti quando fuggirono dall'Egitto guidati da Mosè. Come nel racconto biblico, il luogo di partenza era l'Egitto. Da qui si arrivava poi al "Mar Rosso"  la barriera di acqua che si aprì perché gli Israeliti potessero attraversarlo. Anche nelle storie di Alessandro si incontra una barriera d'acqua, ed essa viene sempre chiamata Mar Rosso. Come nel racconto dell'Esodo, anche Alessandro cercò di far attraversare il fiume a piedi dal suo esercito: in una versione si racconta che egli fece costruire una strada rialzata; in un'altra, invece, egli si sarebbe affidato solo alle sue preghiere In ogni caso, anche se le versioni riportano conclusioni differenti i soldati nemici furono sommersi dall'impeto delle acque propno come gli Egizi che inseguivano gli Israeliti. Questi ultimi, nella loro fuga, si imbatterono in un popolo nemico, gli Amaleciti e lo vinsero; anche in una versione cristiana delle storie di Alessandro i nemici annientati «raccogliendo le acque del Mar Rosso e rovesciandole su di loro» erano chiamati «gli Amaleciti». Una volta attraversate le acque  la traduzione letterale del termine biblico Yam Suff è "Mare/Lago delle Canne"  cominciava il viaggio attraverso il deserto, verso una montagna sacra Non a caso, il punto estremo, la montagna raggiunta da Alessandro, si chiamava Mishas  la montagna di Mosè, che in ebraico si dice Moshe. Là Mosè incontrò un angelo che gli parlò tra le fiamme (il roveto ardente); un evento simile si ritrova anche nelle storie di Alessandro. Questi paralleli si moltiplicano se prendiamo in esame il racconto di Mosè e del pesce contenuto nel Corano. Nella parte del Corano dedicata a Mosè il luogo in cui si trovano le Acque della Vita era «la confluenza di due fiumi». Proprio nel punto in cui il fiume di Osiride si divideva in due affluenti il faraone trovava l'accesso al regno sotterraneo. Anche nelle storie di Alessandro il luogo cruciale si trovava alla confluenza di due correnti sottenanee: lì la «pietra di Adamo» si illuminò e degli esseri divini raccomandarono ad Alessandro di ritornare indietro. C'è poi una tradizione, raccolta anche dal Corano, secondo cui Alessandro era chiamato "Quello dei due corni" e identificato con Mosè  il richiamo è al passo biblico in cui, dopo che Mosè ebbe parlato con il Signore sul monte Sinai, il suo volto si era fatto raggiante e aveva emesso dei "corni" (letteralmente, raggi) di luce. L'Esodo biblico ebbe come sfondo la penisola del Sinai. Se consideriamo tutte le analogie e gli indizi trovati, possiamo giustamente concludere che Alessandro, Mosè e i faraoni si diressero tutti verso la penisola del Sinai quando partirono dall'Egitto volgendo a est. Come dimostreremo, era questa anche la meta di Gilgamesh. Per raggiungere Tilmun nel suo secondo e definitivo viaggio, Gilgamesh salpò in una «imbarcazione di Magan», un'imbaicazione egizia. Partendo dalla Mesopotamia, egli non poteva che navigare lungo le coste del Golfo Persico. Quindi, doppiando la  penisola arabica, sarebbe dovuto entrare nel Mar Rosso . Come indica il nome dell'imbarcazione, egli avrebbe dovuto risalire il Mar Rosso dirigendosi verso l'Egitto. Ma la sua meta non era l'Egitto, era Tilmun. Forse aveva intenzione di sbarcare sulle sponde occidentali del Mar Rosso, in Nubia? O forse su quelle orientali, in Arabia? O più a nord, nella penisola del Sinai? (Si veda la cartina, fig. 2 ) Ma Gilgamesh, e questa è per noi una fortuna, dovette fare i conti con uno spiacevole imprevisto: appena cominciato il viaggio, la sua barca venne affondata da un dio guardiano. Non si erano ancora allontanati molto da Sumer, che Enkidu (fu la sua presenza a provocare l'affondamento della barca) cominciò a implorare di far ritorno a Uruk, a piedi. Ma Gilgamesh era deciso a raggiungere Tilmun, e iniziò un lento viaggio via terra diretto alla sua meta. Se la sua destinazione fosse stata sulle sponde del Mar Rosso, egli avrebbe attraversato la Penisola arabica; al contrario, si diresse a nordovest. Questo è un dato certo; infatti, . dopo aver attraversato un deserto e scalato desolate montagne, la prima traccia di civiltà che incontrò fu un «mare che giaceva in basso». C'era una città lì vicino e una locanda alla periferia. La «donna della locanda» lo avvertì che il mare che vedeva e che voleva attraversare era il «Mare delle acque della morte». Come i cedri del Libano avevano costituito il solo punto di riferimento per scoprire la prima meta di Gilgamesh, allo stesso modo il «Mare delle acque della morte» ci serve come unico indizio per individuare i luoghi del suo secondo viaggio. Nel Vicino Oriente è sempre esistita un'unica distesa d'acqua con tali caratteristiche ed è chiamata ancora così: Mar Morto. È veramente un «mare che giace in basso»; si tratta infatti della più bassa distesa d'acque sulla Terra (circa 400 metri sotto il livello del mare). Le sue acque sono così sature di sale e di minerali che non è possibile alcuna forma di vita, animale o vegetale. La città che dominava il Mare delle acque della morte era circondata da una cinta di mura; il suo tempio era dedicato a Sin, il dio Luna. Fuori dalla città c'era una taverna, la cui locandiera fece entrare Gilgamesh, offrendogli ospitalità e dandogli informazioni. Non possono sfuggire le misteriose analogie con un famoso brano della Bibbia. Dopo aver peregrinato per quarantanni nel deserto, gli Israeliti entrarono nella terra di Canaan. Provenendo dalla penisola del Sinai, essi percorsero la sponda orientale del  Mar Morto fino a quando raggiunsero il punto in cui il Giordano si getta nel Mar Morto. Mosè, guardando la pianura dall'alto di una collina, poteva vedere  proprio come Gilgamesh  le acque tremolanti del «mare che giaceva in basso». Nella pìanura, sull'altra riva del Giordano, sorgeva una città: Gerico Quella città era un ostacolo per gli Israeliti che volevano arrivare alla terra di Canaan; essi allora mandarono due spie che ne studiassero i sistemi di difesa. Ospitati da una donna che aveva una locanda vicino alle mura della città, quegli uomini ottennero da lei informazioni e indicazioni. Il nome che gli ebrei diedero a Gerico è Yeriho, che letteralmente significa "la Città della Luna"  cioè la città dedicata a Sin, dio Luna... Si tratta, a nostro avviso, proprio della stessa città a cui arrivò Gilgamesh quindici secoli prima dell'Esodo. Ma Gerico esisteva già attorno al 2900 a.C, quando iniziò l'epopea di Gilgamesh? Gli archeologi sono concordi nell' affermare che Gerico fu costruita prima del 7000 a.C, e che fu un fiorente centro urbano dal 3500 a.C. circa; quindi essa esisteva già quando arrivò Gilgamesh. Dopo essersi riposato e aver ritrovato le forze, Gilgamesh organizzò il suo viaggio. Egli si trovava all'estremità settentrionale del Mar Morto; si informò quindi dalla donna della locanda se era possibile arrivare dall'altra parte per mare, invece che fare tutto il giro via terra. Se avesse dovuto arrivarci via terra, avrebbe percorso lo stesso tragitto degli Israeliti  anche se in direzione opposta, perché Gilgamesh voleva arrivare nella regione dalla quale gli Israeliti partirono. Quando il barcaiolo, Urshanabi, alla fine lo traghettò sull'altra sponda, possiamo immaginare che Gilgamesh sia sbarcato all'estremità meridionale del Mar Morto  il più vicino possibile alla penisola del Sinai. Da lì egli doveva seguire «una via normale»  una strada che era comunemente usata dalle carovane  «verso il Grande Mare, che è lontano». Di nuovo, i termini usati dalla Bibbia ci danno precise indicazioni geografiche; infatti il Grande Mare era, nella terminologia biblica, il Mare Mediterraneo. Viaggiando nel Negev, l'arida regione meridionale di Canaan, Gilgamesh doveva dirigersi verso ovest, cercando «i due segnali di pietra». Come gli aveva detto Urshanabi, in quel punto doveva compiere una curva e raggiungere la città chiamata Itla, poco distante dal Grande Mare. Oltre Itla, nella Quarta Regione degli dèi, si trovava la zona riservata. Itla era una "Città degli dèi" o una città degli uomini?  Tutte e due, come indicano i fatti tramandati da una frammentata  versione ittita dell'Epopea di Gilgamesh. Era una «città resa  sacra nel senso che in essa o nelle sue vicinanze venivano e sogiornavano diverse divinità. Anche gli uomini, però, potevano andarci; le strade  infatti indicate da segnali tradali. Non solo Gilgamesh si fermò lì, e si cambiò gli abiti; lì si procurò anche le pecore che ogni giorno offriva in sacrificio agli dèi. Di questa città si parla nell'Antico Testamento. Essa sorgeva nel luogo in cui la parte meridionale di Canaan confina con la penisola del Sinai, una specie di ingresso alla pianura centrale della penisola. IL nome indicava che si trattava di una città sacra: Kadesh ("La Santificata"). Per distinguerla da una città omonima (che,  non a caso, era situata nelle vicinanze di Baalbek) veniva chiamata Kadesh-Bamea (nome che, derivando dal sumerico, avrebbe potuto significare "Kadesh dei pilastri di pietra splendente"). Nell'età dei patriarchi, faceva parte delle terre di Abramo, che «viaggiò fino al Negev, e si stabilì fra Kadesh e Shur». Noi conosciamo la città, per il nome e per la funzione, anche  grazie ai racconti cananei sulle divinità, gli uomini e la ricerca dell'immortalità. Danel, per esempio, chiese al dio El un legittimo , erede, perché suo figlio potesse costruire in sua memoria una stele  commemorativa a Kadesh. In un altro testo ugaritico si narra di  come un figlio di El chiamato Shibani ("II Settimo"),  dal quale  forse ebbe nome la città biblica di Beer-Sheba ("II Pozzo del Settimo") - «avesse innalzato una (colonna) commemorativa nel deserto di Kadesh». Sia Charles Virolleaud sia Rene Dussaud, che sulle pagine della rivista Syria diedero le prime traduzioni e spiegazioni dei testi ugaritici, arrivarono effettivamente alla conclusione che il  luogo in cui erano ambientati i numerosi racconti epici «era la  regione fra il Mar Rosso e il  Mediterraneo», cioè la penisola del Sinai. Il dio Ba'al, che amava pescare nel Lago Sumkhi, andava a caccia nel «deserto di Alosh», una regione che anche nell'iconografia è sempre associata alla  palma da dattero. 
Virolleaud e Dussaud hanno stabilito che si tratta di un'indicazione geografica che collega i luoghi dei testi ugaritici con la narrazione biblica dell'Esodo: gli Israeliti, secondo Numeri 33, viaggiarono da Marah (il luogo delle acque amare) e Elim (l'oasi delle palme da dattero) fino ad Alosh, È possibile trovare ancora altre indicazioni, che collocano El e le divinità più giovani negli stessi luoghi del racconto biblico dell'Esodo, in un testo che gli studiosi hanno intitolato La nascita degli dèi benevoli e belli. I primissimi versi ambientano l'azione nel «deserto di Suffim»  che non può che essere un deserto confinante con lo Yam Suf ("Mare delle Canne") dell'Esodo: Chiamo gli dèi benevoli e belli, figli del Principe. Li porrò nella Città dell'Ascensione e del Viaggio, nel deserto di Suffim. I testi cananei offrono un ulteriore indizio. Nel complesso essi si riferiscono alla più importante delle divinità come a "El", il supremo, il più alto: un titolo generico, più che un nome personale. Nel testo appena citato, tuttavia, El si identifica con Yerah e chiama la sua sposa Nikhal. "Yerah" in semitico significa "Luna"  il dio meglio conosciuto come Sin, mentre "Nikhal" è l'equivalente di NIN.GAL; cioè il nome sumerico della sposa del dio Luna. Gli studiosi hanno proposto molte ipotesi sull'origine del nome della penisola, Sinai. Una volta tanto, una delle più accreditate è stata quella che dava la spiegazione più ovvia  cioè che, come indica lo stesso nome, essa «apparteneva a Sin». Ricordiamo che la falce di luna  era il simbolo della divinità nel cui territorio si trovava la Via Alata e che il centro principale della zona centrale del Sinai, la fertile località chiamata Nakhl, porta ancora il nome della sposa di Sin. Possiamo dunque concludere con sicurezza che la "Regione di Tilmun" era la penisola del Sinai. Un'analisi completa di fattori quali geografia, topografia, geologia, clima, flora e storia della penisola del Sinai potrà confermare questa conclusione e chiarire il ruolo del Sinai nelle vicende degli dèi e degli uomini. Secondo i testi mesopotamici Tilmun si trovava alla "bocca" di due diverse masse d'acqua. La penisola del Sinai, che ha una  forma simile a quella di un triangolo capovolto, inizia proprio dove il Mar Rosso si divide in due bracci  il golfo di Suez a ovest e il golfo di Elat (golfo di Aqaba) a est. In effetti, se rovesciamo le pitture egizie che raffigurano la Terra di Seth, dov'era il Duat, possiamo vedere rappresentata schematicamente una penisola della stessa forma di quella del Sinai (fìg. 105).
I testi parlavano della «montuosa Tilmun». In effetti la penisola del Sinai è formata da una parte meridionale con montagne alte, un altopiano centrale e una pianura a nord (circondata da montagne), che si estende fino alle coste del Mediterraneo attraverso una serie di colline arenose. Da tempo immemorabile la striscia costiera ha costituito un "ponte" tra l'Asia e l'Africa: gli Egizi lo utilizzarono per invadere Canaan e la Fenicia e per sfidare gli Ittiti. Sargon di Akkad affermava di aver raggiunto e «lavato le sue armi» nel Mediterraneo; «tre volte circondai le terre del mare»  le regioni lungo le coste del Mediterraneo -; «la mia mano conquistò Tilmun». Sargon II, re dell'Assiria  affermava di aver conquistato la regione che si  estendeva «da Bit-Yakhin sulla costa del Mare Salato fino ai confini di Tilmun». Il nome «Mare Salato» è stato tramandato fino a oggi come nome ebraico del Mar Morto  un'ulteriore conferma che Tilmun si trovava vicino al Mar Morto. Molti re assiri parlano del Ruscello d'Egitto come di un punto di riferimento geografico nelle loro spedizioni in Egitto. Sargon II nomina il Ruscello dopo aver descritto la conquista di Ashdod, la città filistea sulla costa del Mediterraneo. Esarhaddon, che regnò qualche tempo dopo, dichiarava con orgoglio: «Ho calpestato Arza al Ruscello d'Egitto; ho messo in catene il suo re Asuhili. ... Ho imposto tributi a Qanayah, re di Tilmun». Il nome "Ruscello d'Egitto" è identico a quello usato nella Bibbia per indicare il vasto ed esteso Sinai, uadi (fiume poco profondo che corre solo nella stagione delle piogge), oggi chiamato Uadi El-Arish. Assurbanipal, che succedette a Esarhaddon sul trono assiro, affermava di «aver imposto il giogo della sua signoria da Tiro, sul Mare Superiore (Mediterraneo) fino a Tilmun che sorge sul Mare Inferiore» (il Mar Rosso). È evidente, dunque, che sia la geografia sia la topografia di Tilmun corrispondono perfettamente alla penisola del Sinai. A parte le variazioni annuali, secondo gli studiosi il clima della penisola nei diversi periodi storici è rimasto lo stesso fino a oggi: una stagione di piogge irregolari che dura da ottobre sino a maggio, mentre il resto dell'anno è completamente privo di precipitazioni. A causa delle scarse precipitazioni, la penisola nel suo complesso può essere considerata un'area desertica (meno di 25 centimetri di pioggia all'anno). Eppure le alte cime rocciose del sud sono piene di neve in inverno, e nella fascia costiera settentrionale il livello delle acque rimane al di sotto del livello del suolo solo per pochi centimetri. Gli uadi sono caratteristici di gran parte della penisola. Nella parte meridionale i brevi piovaschi danno origine a corsi d'acqua che si dirigono a est (verso il golfo di Elat), e soprattutto a ovest, verso il golfo di Suez; è in questa zona che si trova la maggior parte dei pittoreschi uadi, profondi e ricchi di oasi verdeggianti, simili ai canyon. Il grosso dell'acqua dovuta alle piogge, tuttavia, defluisce verso nord e si getta nel Mare Mediterraneo, attraverso lo Uadi El-Arish e i suoi innumerevoli affluenti, i quali, se si osserva una cartina geografica, sembrano i vasi sanguigni di un cuore gigante. In questa parte del Sinai, le profondità degli uadi  che formano questa rete possono variare da alcuni centimetri ad alcuni metri, mentre la larghezza può variare da pochi metri a qualche chilometro dopo un'abbondante precipitazione. Anche nella stagione piovosa le precipitazioni sono irregolari; acquazzoni improvvisi si alternano a lunghi periodi di siccità. Di conseguenza anche durante la stagione delle piogge o nel periodo immediatamente successivo non necessariamente c'è abbondanza di acqua, e darla per scontata può essere pericoloso, proprio questo errore devono aver compiuto gli Israeliti quando lasciarono l'Egitto verso la metà di aprile e si addentrarono nel deserto del Sinai qualche settimana dopo: essi non trovarono l'acqua che si aspettavano di trovare, cosi Dio dovette interve-nire due volte, per mostrare a Mosè le rocce da cui far scaturire l'acqua. I beduini (i nomadi del luogo), come d'altra parte ogni viaggiatore esperto della regione, possono ripetere il miracolo, se il terreno che forma il letto dello uadi è quello giusto. Infatti il segreto sta nel fatto che in molti punti il letto roccioso del fiume si trova sopra uno strato di terreno argilloso che assorbe le acque non appena queste filtrano tra le rocce. Con un po' di esperienza e di fortuna, scavando nel letto di uno uadi completamente asciutto si può trovare dell'acqua anche solo pochi centimetri sotto la superficie. È possibile che in realtà fosse questo artificio dei nomadi il gran miracolo compiuto da Dio? Scoperte recenti nella regione del Sinai gettano una nuova luce sull'argomento. Gli studiosi israeliani di idrologia, in collaborazione con l'Istituto di Scienze Weizmann, hanno scoperto che nelle profondità del terreno del Sinai centrale, come in alcune zone del deserto del Sahara e in alcuni deserti della Nubia, esiste dell'"acqua fossile": sono le tracce di laghi preistorici, di un'altra era geologica. Queste enormi riserve sotterranee, che secondo gli studiosi basterebbero a rifornire una popolazione numerosa quanto il popolo di Israele per almeno cento anni, si estendono per circa 15.540 chilometri quadrati in un'ampia fascia che inizia vicino al canale di Suez e arriva sotto la superficie dell'arido Negev, in Egitto. Anche se rimane in media circa 900 metri sotto la superficie rocciosa, l'acqua è sub artesiana e per la pressione sale fino a circa 300 metri sotto la superficie. Le perforazioni effettuate dagli Egiziani nella pianura settentrionale (a Nakhl) per trovare petrolio hanno toccato proprio questa riserva d'acqua. Perforazioni successive hanno confermato questo fatto incredibile sotto il terreno si trova una landa desertica; sotto ancora, alla portata degli strumenti moderni, si trova un lago di acqua pura e gorgogliante. Può essere che i Nefilim, con la loro tecnologia da era spaziale, non lo sapessero? Forse era questa, invece che un piccolo ruscello sul letto asciutto di uno uadi, l'acqua che scaturì dopo che Mosè aveva colpito la roccia, come gli aveva indicato Dio? Prendi il bastone con il quale hai compiuto i miracoli in Egitto, il Signore disse a Mosè; mi vedrai al di sopra di una roccia; colpiscila con il bastone, «e da essa scaturirà dell'acqua, e il tuo popolo potrà bere»  acqua a sufficienza per tutto un popolo e per il suo bestiame. Perché si conoscesse la grandezza di Yahweh, Mosè doveva condurre con sé alcuni testimoni; e il miracolo si compì «davanti agli occhi degli anziani di Israele». Un racconto sumerico che riguarda Tilmun riporta un fatto del tutto simile. Esso narra le difficoltà causate dalla mancanza di acqua: i raccolti andavano a male, il bestiame non aveva cibò né acqua, la gente si faceva sempre più silenziosa. Ninsikilla, la sposa di Enshag, signore di Tilmun, si rivolse supplichevole al padre Enki: 

La città che tu hai dato ... Tilmun, la città che tu hai dato ... Non ha acqua nei fiumi... Non hanno acqua per bagnarsi le fanciulle; Non gorgoglia acqua nella città.

Cercando una soluzione, Enki pensò che l'unica via d'uscita fosse quella di far emergere le acque sotterranee. Con ogni probabilità esse si trovavano a profondità molto maggiori di quelle che si sarebbero potute raggiungere scavando un normale pozzo, Nel piano di Enki gli strati di roccia dovevano essere scavati da un missile sparato dai cieli.

II padre Enki rispose a Ninsikilla, sua figlia: «Lascia che il divino Utu trovi la sua posizione nei cieli. Lascia che attacchi un missile al suo "petto" e dall'alto lo diriga verso la terra ... Dalla sorgente da cui provengono le acque della Terra, lascia che ti porti la dolce acqua dalla terra».

Con queste istruzioni, Utu/Shamash fece emergere l'acqua dalle sorgenti sotterranee:

Dopo aver stabilito la sua posizione nei cieli, Utu si attaccò al "petto" un missile, Dall'alto lo diresse verso la terra... Lasciò andare il missile dall'alto dei cieli. Dalle pietre cristalline fece scaturire l'acqua; Dalla sorgente da cui provengono le acque della Terra egli le portò la dolce acqua, dalla terra. 

Un missile sparato dal cielo poteva penetrare nel terreno e fare in modo che sgorgasse acqua potabile? Prevenendo lo sconcerto dei suoi lettori, l'antico scriba alla fine del racconto assicura: «Fu realmente così». Come raccontano i testi, il miracolo funzionò: Tilmun divenne, infatti, una terra «di campi ricchi di messi e di poderi che forniscono grano»; la città di Tilmun «divenne il centro portuale di quella zona, il luogo dei moli e dei pontili per l'ormeggio». Le analogie che collegano Tilmun al Sinai vengono in tal modo confermate da due elementi: innanzitutto, l'esistenza di una riserva d'acqua sotterranea, molto al di sotto della superficie rocciosa; in secondo luogo, la presenza, nelle immediate vicinanze, di Utu/Shamash (il comandante del porto spaziale). La penisola del Sinai può anche rendere conto di tutti i prodotti per, i quali Tilmun era celebre. Tilmun era ricca di pietre preziose del tipo dei lapislazzuli azzurrognoli per i quali i Sumeri andavano pazzi. Si sa per certo che i faraoni egizi si procuravano sia i turchesi che un minerale (malachite) blu-verde dalle regioni sud-occidentali del Sinai. La più antica zona di estrazione dei turchesi è detta ora Uadi Magharah - lo Uadi delle grotte; in questa regione furono scavati tunnel nelle pareti rocciose del canyon formato dallo uadi, dove si inoltravano i minatori per estrarre faticosamente il turchese. In un periodo successivo, si fecero scavi anche in un luogo oggi chiamato Serabit-el-Khadim. A Uadi Magharah sono state rinvenute alcune iscrizioni egizie che datano alla Terza dinastia (2700-2600 a.C); probabilmente fu proprio allora che gli Egizi iniziarono a stabilire dei presidi e a occupare le cave in modo continuativo.
Le scoperte archeologiche, come anche le pitture fatte eseguire dai primi faraoni e raffiguranti nomadi asiatici sconfitti e catturati , confermano agli studiosi che inizialmente gli Egizi si limitarono a fare razzie nelle antiche miniere impiantate dagli uomini delle tribù semite. Il nome egizio del turchese, infatti, mafka-t (per il quale il Sinai si chiamava la "Terra di Mafkat"), deriva da un verbo semitico che significa "scavare" o "estrarre intagliando". Queste zone di estrazione si trovavano nella regione della dea Hathor, conosciuta sia come "Signora del Sinai" che come "Signora di Mafkat". Era una grande divinità dei tempi più antichi, una delle prime divinità celesti degli Egizi, che la soprannominarono "La Mucca" e la rappresentavano appunto con le corna di una mucca . Nella scrittura geroglifica il suo nome, HatHor, era indicato con il disegno di un falco racchiuso in un quadrato, secondo gli studiosi esso significa "casa di Horus", dato che anche Horus è stato rappresentato come un falco. Tuttavia il nome significava letteralmente "casa del falco", il che conferma le nostre affermazioni sulla posizione e sulle funzioni della Regione dei Missili. Nell'Enciclopedia Britannica leggiamo che «dalla penisola del Sinai si ricavava il turchese prima del quarto millennio a.C, grazie a una delle prime grandi operazioni di scavo e di estrazione». In quel tempo la civiltà sumerica era ancora agli albori, e per quella egizia mancavano ancora quasi mille anni; chi, allora, avrebbe potuto organizzare l'attività di estrazione? Secondo gli Egizi fu Thoth, il dio della conoscenza. In questo, come nell'assegnazione a Hathor della regione del Sinai, gli Egizi seguivano la tradizione dei testi sumerici, secondo i quali il dio che presiedeva all'attività di estrazione degli Anunnaki era Enki, il dio della conoscenza; secondo quegli stessi testi, Tilmun era assegnata, nel periodo che precedette il Diluvio, a Ninhursag, sorella di Enki e di Enlil.
Ninhursag, in gioventù, era bellissima e svolgeva tra i Nefilim il ruolo di capo infermiera; nella vecchiaia, invece, venne soprannominata "La Mucca" e, oltre che come dea della palma da dattero, era rappresentata con le corna di una mucca. Le somiglianze fra Ninhursag e Hathor e fra i loro rispettivi domini sono talmente evidenti che altre spiegazioni sarebbero superflue. Il Sinai costituiva anche una ricca fonte di rame, ed è certo che, per procurarselo, gli Egizi adottarono un unico metodo: le razzie. Per questo, essi dovevano penetrare fino al cuore della penisola. Un faraone della Dodicesima dinastia (il tempo di Abramo) ci ha lasciato questi commenti alle proprie imprese: «Raggiunse con le proprie gambe i confini dei paesi stranieri; esplorò le valli misteriose, arrivò ai confini dell'ignoto». Egli si vantava che i suoi uomini non avessero perso una sola cassa del bottino conquistato. Recenti spedizioni nella regione del Sinai, effettuate dagli studiosi israeliani, hanno trovato numerose prove che dimostrano  come «nel periodo del Regno Antico in Egitto, nel terzo millennio a.C, il Sinai fosse densamente abitato da tribù semite che si dedicavano all'estrazione del rame e del turchese e che resistettero alle incursioni egizie» (Beno Rothenberg, Sinai Explorations 1967-1972). «Possiamo affermare con certezza che esisteva un'industria metallurgica piuttosto attiva. ... Ci sono cave di rame, insediamenti di minatori, strutture per l'estrazione: essi sono sparsi un po dappertutto, dalle zone occidentali del sud del Sinai fino all'estremità orientale di Elat, sulla punta del golfo di Aqaba.» Elat, che ai tempi dell'Antico Testamento era conosciuta con il nome di Etzion-Gaber, era veramente un fiorente centro metallurgico. Circa venti anni fa, Nelson Glueck riportò alla luce a Timna, appena a nord di Elat, le cave di rame del re Salomone. Il minerale grezzo veniva portato a Etzion-Gaber, dove veniva fuso e poi raffinato in «uno dei più grossi, se non il più grosso centro metallurgico che sia esistito» nei tempi antichi . Ancora una volta i ritrovamenti archeologici quadrano perfettamente con i testi biblici e mesopotamici. Esàrhaddon, re dell'Assiria, si vantava così: «Ho imposto tributi a Qanayah, re di Tilmun». I Queniti sono menzionati nell'Antico Testamento come abitanti della parte meridionale del Sinai, e il loro nome si-gnifica letteralmente «lavoratori di metalli, esperti di metallurgia». La tribù con la quale Mosè si imparentò nella sua fuga dall'Egitto al Sinai era proprio quella dei Queniti. RJ. Forbes {The Evolution ofthe Smith) ha dimostrato che il termine biblico Qain ("fabbro") derivava dal termine sumerico KIN ("forgiatore"). Il faraone Ramses III, che regnò nel secolo successivo all'Esodo biblico, narrò le scorrerie da lui compiute nelle abitazioni di questi fabbri e il saccheggio della città del rame, Timna-Elat: Ho distrutto il popolo di Seir, delle tribù degli Shasu; ho saccheggiato le loro tende, i loro beni e anche il loro bestiame, senza fine. Furono legati e portati prigionieri, come tributo all'Egitto.. Li ho donati agli dèi, come schiavi nei loro templi. Ho mandato i miei uomini nelle regioni antiche, fino alle grandi cave di rame. Le loro galere li hanno portati, altri viaggiarono via terra con i loro asini. Non era mai stata udita cosa simile prima, da quando era iniziato il regno dei faraoni. Le cave erano ricche di rame; diecimila uomini lo caricarono sulle galere, che furono mandate verso l'Egitto e arrivarono intatte. Il rame fu portato e ammucchiato sotto la loggia del palazzo, in numerosi lingotti, centomila, simili al colore dell'oro tre volte raffinato. Ho permesso a tutto il popolo di venirlo a vedere, come una meraviglia. Gli dèi avevano condannato Enkidu a trascorrere il resto della sua vita nelle cave di Tilmun; Gilgamesh, da parte sua, elaborò un piano per noleggiare una «barca d'Egitto» e portarvi il suo amico  perché infatti la Terra delle Miniere e la "Regione dei Missili" erano tutte e due parti di una stessa regione. La nostra identificazione combacia quindi perfettamente con i dati che ci vengono dall'antichità. Prima di proseguire nella ricostruzione degli avvenimenti storici e preistorici, è importante dimostrare la nostra teoria, che Tilmun fosse il nome dato dai Sumeri alla penisola del Sinai. Questa non è la teoria sostenuta finora dagli studiosi; e anzi noi dovremo analizzare i loro opposti punti di vista e mostrare perché essi sono caduti in errore. Una scuola di pensiero, seguita ancora oggi e della quale uno dei primi esponenti fu P.B. Cornwall (On thè Location of Tilmun), identifica Tilmun (che talvolta è scritta "Dilmun") con l'isola di Bahrein nel Golfo Persico. Tale ipotesi si fonda principalmente sull'iscrizione lasciata da Sargon II di Assiria, nella quale egli dice che fra i sovrani costretti a pagargli dei tributi era «Uperi, re di Dilmun, la cui dimora è posta come un pesce, lontana trenta ore doppie, nel mezzo del mare nel quale sorge il Sole». Secondo l'interpretazione che viene comunemente data a queste parole, Tilmun sarebbe un'isola; gli studiosi che sostengono questa teoria identificano il «mare nel quale sorge il Sole» con il Golfo Persico, concludendo quindi che l'iscrizione di Sargon II si riferisce a Bahrein. Questa interpretazione presenta, tuttavia, diversi lati oscuri. Innanzitutto, poteva ben essere che non tutta la regione, ma solo l'omonima capitale di Tilmun fosse su un'isola in mezzo al mare: i testi, infatti, non lasciano alcun dubbio sull'esistenza di una terra chiamata Tilmun e di una città con lo stesso nome. In secondo luogo, altre iscrizioni assire che descrivono alcune città situandole «nel mezzo del mare» si riferiscono in realtà a città situate sulla costa di una baia o di un promontorio, mai su un'isola (per esempio, Arvad sulla costa del Mediterraneo). Inoltre, se il «mare nel quale sorge il Sole» indica un mare a est della Mesopotamia, non può essere il Golfo Persico, perché esso si estende a sud, e non a est, della Mesopotamia. Bahrein, poi, si trova troppo vicino alla Mesopotamia per essere a una distanza pari al doppio di trenta ore di navigazione: la città è infatti a circa 480 chilometri a sud dei porti mesopotamici e in sessanta ore di navigazione, anche senza fretta, si può coprire una distanza molto maggiore. Un altro problema che si incontra identificando Tilmun con Bahrein riguarda i prodotti per i quali quest'ultima era famosa. Anche al tempo di Gilgamesh non tutta la regione di Tilmun costituiva un'area riservata; c'era infatti una zona, come si è già visto, dove i condannati lavoravano nelle miniere, buie e piene di polvere, estraendo il rame e le pietre preziose per le quali Tilmun era celebre. Legata per lungo tempo ai Sumeri da rapporti culturali e commerciali, Tilmun forniva loro alcuni tipi particolari di legname, mentre le zone coltivate  citate in precedenza  producevano pregiati tipi di cipolle e di datteri, esportati nelle diverse zone del mondo antico. Bahrein non aveva niente di tutto questo, a parte qualche "dattero comune". Per venire a capo della questione, la scuola che sostiene l'identificazione con Bahrein ha elaborato una complessa soluzione. Geoffrey Bibby {Lookingfor Dilmun ), insieme ad altri, ipotizza che Bahrein fosse un punto di trasbordo, dove le imbarcazioni cariche di prodotti provenienti da altre zone più distanti facevano scalo e scaricavano le merci; qui, poi i famosi mercanti sumeri prendevano i prodotti e li portavano, con un ultimo viaggio, fino ai porti di Sumer; in tal modo, sempre secondo tale teoria, quando gli scribi sumeri annotavano la provenienza delle merci, scrivevano "Dilmun", ma intendevano Bahrein. Ma perché delle imbarcazioni che avevano percorso grandi distanze avrebbero dovuto rinunciare a compiere l'ultimo breve viaggio verso l'effettiva destinazione in Mesopotamia, e al contrario affrontare lavoro e costi maggiori per scaricare le merci a Bahrein? Tale ipotesi, inoltre, è in piena contraddizione con precise affermazioni di alcuni sovrani di Sumer e di Akkad, secondo i quali le navi di Tilmun attraccavano nei porti delle loro città in mezzo a imbarcazioni provenienti da altri paesi.
Ur-Nanshe, un re di Lagash vissuto circa due secoli dopo che Gilgamesh era divenuto re della vicina Uruk, sostenne che «le navi di Tilmun... mi hanno portato del legname come tributo». Possiamo individuare il nome Tilmun nell'iscri-zione da lui lasciata , nel pittogramma che sta per "missile". Sargon, primo sovrano di Akkad, si gloriava del fatto che «nel molo di Akkad faceva ormeggiare navi provenienti da Meluhha, da Magan e da Tilmun». È evidente che le navi portavano i prodotti di Tilmun diretta-mente ai porti propriamente detti della Mesopotamia, com'era logico ed economicamente conveniente. Allo stesso modo, i testi antichi parlano di esportazioni dirette dalla Mesopotamia a Tilmun. Un'iscrizione narra di una spedizione di frumento, formaggio e orzo in grani da Lagash a Tilmun (2500 a.C. circa), ma non è fatto alcun cenno a eventuali scali su un'isola. Samuel N. Kramer {Dilmun, thè "Land of thè Living" ) uno dei principali oppositori di questa teoria, ha sottolineato il fatto che i testi mesopotamici descrivono Bahrein come «una terra lontana»,raggiungibile non senza rischi e pericoli di ogni genere. È ovvio che queste descrizioni non corrispondono a un'isola vicina, che si può raggiungere con una tranquilla navigazione sulle acque immobili del Golfo Persico. Kramer ha inoltre dato grande importanza al fatto che i diversi testi provenienti dalla Mesopotamia collocavano Tilmun vicino a due masse d'acqua, piuttosto che vicino o in mezzo ad un unico mare. I testi di Akkad situavano Tilmun ina pi narati  «alla foce delle due acque sgorganti»: dove cioè hanno inizio due bacini d'acqua. Basandosi su un'ulteriore affermazione, secondo la quale Tilmun era la regione «nella quale sorge il Sole», Kramer giunse alla conclusione che, prima di tutto, Tilmun era una regione e non un'isola e, poi, che essa doveva trovarsi a est di Sumer, perché è a oriente che sorge il Sole. Cercando a est un luogo nel quale si incontrano due corsi d'acqua egli potè trovare solo un punto verso sud-est, dove il Golfo Persico confina con l'Oceano Indiano. Egli propose quindi il Baluchistan, o qualche altro luogo vicino al fiume Indo. Le perplessità di Kramer derivavano dal fatto ben noto che molti testi sumerici e accadici che elencano paesi e popoli non collegano però Tilmun a territori orientali come Elam o Aratta. Al contrario, essi considerano insieme in quanto regioni confinanti Meluhha (Nubia/Etiopia), Magan (Egitto) e Tilmun. La vicinanza tra l'Egitto (Magan) e Tilmun è spiegata in modo particolareggiato alla fine del testo di "Enki e Ninhursag", nel quale la nomina di Nintulla come «signore di Magan» e di Enshag come «signore di Tilmun» ottiene la benedizione delle due divinità. Essa risulta evidente anche da un altro testo molto importante, un'autobiografia di Enki, che descrive le azioni da lui compiute dopo il Diluvio allo scopo di aiutare il genere umano nella sua opera di civilizzazione; ancora una volta, Tilmun è elencata vicino a Magan e Meluhha: 


Le regioni di Magan e di Tilmun levarono gli occhi verso di me. Io, Enki, ormeggiai la barca di Tilmun alla costa, Caricai la barca di Magan molto in alto. La ricca barca di Meluhha trasporta oro e argento. 

Se però accettiamo l'ipotesi della vicinanza di Tilmun all'Egitto, come possiamo spiegare le affermazióni secondo cui Tilmun era «nel luogo in cui sorge il Sole»  cioè (secondo gli studiosi) a est di Sumer, e non a ovest (come invece è il Sinai)? La risposta è semplice: i testi non dicono affatto questo. In realtà, infatti, essi non dicono «dove sorge il Sole», ma «dove Shamash ascende»  e qui sta il punto. Tilmun non si trovava affatto a est; essa era però certamente il luogo in cui Utu/Shamash (il dio che aveva come simbolo celeste il Sole, e non il Sole stesso) si innalzava al cielo con la sua navicella spaziale. Le parole dell'epopea di Gilgamesh sono molto chiare: Egli arrivò alla montagna di Mashu, Dalla quale di giorno osservava gli Shem quando partono e quando entrano... Gli uomini del razzo sorvegliano il suo cancello... essi osservano Shamash quando sale e quando scende. Si trattava del luogo nel quale era stato condotto Ziusudra: Nella Terra dell'Attraversamento nella Tilmun montuosa  nel luogo nel quale Shamash ascende , essi lo fecero abitare. E fu così che Gilgamesh  il quale, poiché gli era stato negato di salire su uno Shem, tentava solo di parlare con il suo antenato Ziusudra  si diresse al monte Mashu a Tilmun  il monte di Moshe (Mosè) nella penisola del Sinai. I moderni studiosi di botanica sono rimasti molto colpiti dalla varietà della flora vivente nella penisola: sono state infatti rinve nute più di mille specie di piante, dagli alberi fino ai cespugli più piccoli, molte delle quali vivono unicamente in questi luoghi. Dove si trova dell'acqua  come nelle oasi, sotto la superficie del terreno nelle dune della costa, o nel letto degli uadi  alberi e ce spugli crescono incredibilmente robusti, dato che si sono bene adattati al tipo particolare di clima e alle caratteristiche idrografi che del Sinai. II settore nord-orientale della regione potrebbe, in effetti, essere stato il luogo di produzione delle tanto amate cipolle. Il nome con cui indichiamo oggi la varietà con il lungo stelo verde, scalogno, ricorda quello del porto dal quale questa prelibatezza era trasportata per mare fino in Europa: Ascalon, sulla costa me diterranea, appena a nord del Ruscello d'Egitto. Una delle specie che si sono adattate alle condizioni particolari della regione del Sinai è l'acacia, che adegua il suo elevato lasso di traspirazione crescendo solamente nei letti degli uadi, dove può sfruttare l'umidità presente al di sotto della superficie fino a molti metri di profondità; in questo modo, l'albero dell'acacia può vivere fino a quasi dieci anni anche in totale assenza di pioggia. Il legname che se ne ricava è pregiato; secondo l'Antico Testamento, l'Arca dell'Alleanza e altri elementi del tabernacolo erano fatti con questo tipo di legno. Potrebbe trattarsi dello stesso legno pregiato importato dai re sumeri per i loro templi. Una presenza costante nel Sinai è quella delle tamerici  alberi dall'aspetto simile a quello dei cespugli che vivono ai bordi degli uadi durante tutto l'anno, visto che le loro radici arrivano in profondità nel terreno e che sono in grado di crescere anche dove l'acqua è salina e salmastra. Soprattutto dopo inverni piovosi, i boschetti di tamerici si riempiono di granellini bianchi di sapore dolce, formati dalla secrezione di piccoli insetti che vivono sulle piante. I beduini chiamano questa sostanza ancor oggi con il nome con il quale è indicata nella Bibbia, manna. Nei tempi antichi, tuttavia, Tilmun era legata soprattutto alla palma da dattero, che rappresenta tuttora la specie più importante dal punto di vista economico. Essa richiede pochissime cure e fornisce ai beduini frutta (datteri); la polpa e il nocciolo servono come nutrimento per i cammelli e per le capre, il tronco viene utilizzato nelle costruzioni e come legna da ardere, i rami sono usati come coperture, la fibra per produrre funi e nella tessitura. Da alcuni documenti della Mesopotamia sappiamo che in passato questi datteri venivano anche esportati da Tilmun. Essi erano così grossi e gustosi che le ricette per i pasti degli dèi di Uruk (la città di Gilgamesh) specificavano che «ogni giorno dell'anno, in tutti i quattro pasti quotidiani, dovevano essere offerte alle divinità 108 misure di datteri comuni, e di datteri della regione di Tilmun, come fichi e uva passa». La città più vicina e più antica sulla strada che dal Sinai conduceva in Mesopotamia era Gerico, che nella Bibbia era indicata come «Gerico, la città dei datteri». Sappiamo che la palma da dattero è stata adottata come simbolo nelle religioni dei paesi medioorientali, per indicare l'uomo dell'antichità e i suoi dèi. Il salmista biblico promise: «il Giusto fiorirà come una palma da dattero». Il profeta Ezechiele, nella visione del tempio di Gerusalemme ricostruito, lo vide decorato con una successione di «cherubini e palme da dattero ... in modo tale che una palma fosse tra un cherubino e l'altro e due palme fossero ai lati di ogni cherubino»,
Ezechiele era ben abituato alle rappresentazioni mesopotamiche del tema dei cherubini e delle palme da dattero, poiché a quel tempo egli era tra gli esuli che i Babilonesi avevano condotto via con la forza dalla Giudea . Insieme al disco alato (l'emblema del Dodicesimo Pianeta), il simbolo che più degli altri era rappresentato da tutte le antiche nazioni era l'Albero della Vita. Nel suo Der Alte Orient Felix von Luschau già nel 1912 mostrò che i capitelli delle colonne ioniche greche (fig. 110 a), come quelli delle colonne egizie (fig. 110 b), erano in realtà rappresentazioni stilizzate dell'Albero della Vita, con la stessa forma di una palma da dattero (fig. 110 c), e confermò le ipotesi precedenti, secondo le quali il Frutto della Vita dei racconti leggendari ed epici non era altro che una qualche specie particolare di dattero. Il tema della palma da dattero come simbolo di vita si trova addirittura nell'Egitto musulmano, per esempio nelle decorazioni della splendida moschea del Cairo (fig. 110 d). Molti studi importanti, come De Boom des Levens en Schrift en Historie di Henrik Bergema e The King and thè Tree of Fig Ufe in Ancient Near Eastern Religion di George Widengren, arrivano alla conclusione che l'idea di un albero simile, nato in una dimora degli dèi, si è diffuso dal Vicino Oriente in tutte le regioni della Terra, diventando un elemento comune a tutte le religioni, di qualunque paese.
 
La fonte di tutte queste rappresentazioni e credenze erano i documenti sumerici riguardanti la Terra del Vivente, Tilmun, Dove la donna anziana non dice «sono vecchia», Dove l'uomo anziano non dice «sono vecchio». I Sumeri, maestri nei giochi di parole, chiamarono la Regione dei Missili TIL.MUN; il termine tuttavia potrebbe anche significare la "Terra del Vivente", dato che TIL voleva anche dire "vita". In sumerico "Albero della Vita" si diceva GISH.TIL, ma GISH indicava anche un oggetto fatto e lavorato dall'uomo, cosi che GISH.TIL potrebbe anche significare "il veicolo verso la vita"  cioè una navicella spaziale. Anche nelle espressioni artistiche si trovano talvolta degli uomini-aquila che rendono onore non a una palma da dattero ma a un razzo .

Queste argomentazioni si fanno ancora più stringenti se osser-viamo che anche nell'arte religiosa degli antichi Greci Yomphalos era associato alla palma da dattero. Un'antica pittura greca di Delfi mostra la riproduzione deH'omphalos al di fuori del tempio di Apollo proprio accanto a una palma da dattero .
Poiché in Grecia non crescono queste specie di alberi, si trattava evidentemente di una riproduzione, probabilmente in bronzo. Il legame tra Vomphalos e la palma doveva riferirsi a un simbolismo elementare e ben conosciuto, visto che rappresentazioni simili si ritrovano anche riferite ad altri centri greci dedicati agli oracoli. In precedenza abbiamo visto che gli omphalos fungevano da legame tra il Duat e i centri degli oracoli greci, egizi, nubiani e cananei; ora troviamo anche questa "pietra dello splendore" collegata alla palma da dattero  l'albero della Terra del Vivente. In effetti, i testi sumerici che contengono illustrazioni dei cherubini riportano anche questa formula magica: Tengo nelle mie mani l'albero scuro di Enki; L'albero rivelatore, la grande arma verso il cielo, Quell'albero io tengo nelle mie mani; Tengo nelle mie mani la palma, il grande albero degli oracoli. Una pittura mesopotamica mostra una divinità che tiene in una mano la «palma, il grande albero degli oracoli» , e dona questo frutto della vita a un re che si trova al posto dei «quattro dèi». Abbiamo già visto di che cosa si tratta nei testi e nelle rappresentazioni dell'antico Egitto: erano le divinità dei quattro punti cardinali, situati vicino alla Scala che conduce al Cielo nel Duat. E abbiamo anche visto  che la Porta del Cielo per i Sumeri era contrassegnata dalla palma da dattero.
Non vi sono più dubbi a questo punto: l'obiettivo dell'antica ricerca dell'immortalità era un porto spaziale, che doveva trovarsi in qualche punto della penisola del Sinai.

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