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domenica 2 ottobre 2016

LA MONTAGNA SFUGGENTE


I Nefilim avevano stabilito il loro porto spaziale postdiluviano in qualche luogo della penisola del Sinai. E sempre qui, in qualche luogo della stessa penisola, i mortali almeno pochi eletti, con la benedizione del loro dio  si erano potuti avvicinare ad una certa montagna. Qui gli uomini uccello che stavano di guardia ordinarono ad Alessandro «Torna indietro!, perché la terra sulla quale ti trovi appartiene solo a Dio»; qui, il Signore ordinò a Mosè «Non ti avvicinare, perché la terra che calpesti è sacra»; qui, infine, gli uomini-aquila sfidarono Gilgamesh con i loro raggi potenti, senza sapere che egli non era un semplice mortale. I Sumeri chiamarono questa montagna dell'incontro monte MA.SHU  il monte della Chiatta Suprema. Nelle storie di Alessandro essa viene chiamata monte Mushas  la montagna di Mosè. La sua natura e la sua funzione, oltre il nome, suggeriscono che si trattava della stessa montagna che, dopo il Diluvio, aveva rappresentato il punto di riferimento per il ritorno dei Nefilim sulla Terra. A questo punto dobbiamo porci una domanda: è lecito affermare che la via d'accesso alla Terra (il porto spaziale) si trovava nella penisola del Sinai e corrispondeva al monte dell'Esodo, il "monte Sinai", che sulle cartine della penisola è chiaramente indicato come la vetta più alta fra tutte le montagne rocciose del Sinai meridionale? L'Esodo degli Israeliti dall'Egitto viene ricordato solennemente ogni anno da trentatré secoli con la celebrazione della cosiddetta Pasqua ebraica. I testi storici e religiosi degli ebrei sono ricchi di riferimenti all'Esodo, al lungo vagare nel deserto, all'alleanza stretta sul monte Sinai. Al popolo ebraico è stata sempre ricordata la Teofania, quando cioè l'intera nazione di Israele vide il Signore Yahweh splendente di tutta la sua gloria sulla montagna sacra; eppure la posizione della montagna fu taciuta, per paura che si tentasse di farne un luogo di culto. Non vi è traccia nella Bibbia, di nessuno che abbia tentato di tornare a visitare il monte Sinai, con una sola eccezione, quella del profeta Elia Circa quattro secoli dopo l'Esodo, egli si salvò la vita uccidendo i sacerdoti di Ba'al sul monte Carmelo; fuggendo verso il monte Sinai, si perse nel deserto, ma un angelo mandato dal Signore lo rianimò e lo trasportò in una grotta della montagna. Oggi, così almeno sembra, non c'è bisogno di essere guidati da nessun angelo per trovare il monte Sinai. Il pellegrino di oggi, come d'altra parte fecero i pellegrini dei secoli passati, si dirige al monastero di Santa Caterina , così chiamato dal nome di Caterina d'Egitto, martirizzata, il cui corpo fu trasportato dagli angeli sulla cima della montagna vicina, che porta anch'essa il nome della santa. 

All'alba, dopo essersi fermati per la notte, i pellegrini iniziano a scalare il Gebel Mussa ("monte Mosè", in arabo). E la cima meridionale di un grosso massiccio, che con i suoi quasi 3.000 metri di altezza svetta a sud del monastero: è questo il monte Sinai "tradizionale", al quale sono associati sia la Teofania che la consegna delle Leggi . Scalare la cima richiede molto tempo e presenta difficoltà, visto che si tratta di salire per circa 760 metri. Esiste un sentiero, fatto di circa 4.000 scalini ricavati dai monaci lungo il fianco occidentale del massiccio, ma una via più facile, più lunga di qualche ora, ha inizio nella valle che si trova fra il massiccio stesso e una montagna che non a caso prende il nome da Jetro, suocero di Mosè; questo sentiero sale gradatamente lungo il versante orientale fino a congiungersi all'altro sentiero per gli ultimi 750 gradini. Secondo la tradizione tramandata dai monaci, fu proprio nel punto in cui le due vie si uniscono che Elia incontrò il Signore. Una cappella cristiana e un tempio musulmano, entrambi di piccole dimensioni e in uno stile molto essenziale, segnano il luogo preciso in cui il Signore diede a Mosè le Tavole delle Leggi. Una grotta li accanto viene venerata come la "cavità nella rupe" nella quale il Signore trasportò Mosè quando gli passò accanto, come è narrato nel Libro dell'Esodo 33, 22. Un pozzo che si trova sul Sentiero di Discesa è considerato quello dal quale Mosè trasse l'acqua per abbeverare il gregge del suocero. A qualsiasi fatto che in qualche modo riguardi il monte Santo la tradizione dei monaci associa quindi un luogo preciso sulla cima del Gebel Mussa e nei dintorni. Da questa cima si possono scorgere alcune delle altre vette che costituiscono il complesso montuoso del quale questo monte fa parte. Esso, sorprendentemente, sembra più basso di molte cime vicine! Anzi, a difesa della leggenda di Santa Caterina, i monaci hanno posto una scritta nella costruzione principale che recita: 

Altitudine   1.527 metri
monte Mosè   2.304 metri
monte Santa Caterina    2.614 metri 

È evidente che non il Gebel Mussa, ma il monte Santa Caterina è il più alto  in effetti è la cima più alta della penisola  e quindi fu scelto a ragione dagli angeli per nascondervi il corpo della santa; tuttavia, si rimane perplessi all'idea che contrariamente alle antiche credenze  Dio abbia condotto i Figli di Israele in questa zona impervia, imponendo loro il proprio potere e le proprie Leggi da una montagna che non era la più alta della regione. Dio aveva forse sbagliato montagna? Nel 1809 lo scienziato svizzero Johann Ludwig Burckhardt giunse nel Vicino Oriente per conto dell'Associazione inglese per la promozione dell'attività di esplorazione delle regioni interne dell'Africa. Poiché studiava le abitudini arabe e musulmane, egli si mise in testa un turbante, si vestì come un arabo e cambiò il proprio in nome in quello di Ibrahim Ibn Abd Allah  Abramo Figlio del Servo di Allah. In questo modo, fu libero di viaggiare in regioni fino ad allora proibite agli infedeli, e potè scoprire antichi templi egizi ad Abu Simbel e la città di pietra dei Nabatei, Petra, in Transgiordania. Il 15 aprile 1816 egli partì su un cammello dalla città di Suez, all'estremità del golfo di Suez. Il suo obiettivo era quello di ripercorrere la via dell'Esodo, e quindi di individuare il vero monte Sinai. Seguendo il cammino che presumibilmente avevano percorso gli Israeliti, egli viaggiò verso sud lungo la costa occidentale della penisola; in questa zona le montagne si innalzano a circa 15/20 chilometri dalla costa, creando una pianura costiera desertica e interrotta, qua e là, da alcuni uadi e da un paio di sorgenti termali, tra cui una particolarmente apprezzata dai faraoni. Proseguendo verso sud, Burckhardt annotò le caratteristiche geografiche e topografiche, e le distanze. Confrontò le condizioni e i nomi dei luoghi con le descrizioni e i nomi delle diverse tappe dell'Esodo, come si trovano nella Bibbia. Nel punto in cui termina la pianura, di origine calcarea, la natura ha formato una fascia sabbiosa che separa quell'altopiano dalla zona di arenaria nubiana e che serve come una specie di strada di attraversamento del Sinai. Lì lo studioso si diresse verso la regione interna e dopo un po' voltò a sud verso il nucleo montuoso di granito, raggiungendo il monastero di Santa Caterina da nord (come succede oggi a chi arriva in aereo). Alcune sue osservazioni conservano ancor oggi un notevole interesse. Egli vide che in quella zona si producevano ottimi datteri; i monaci erano soliti mandarne grossi cesti al sultano di Costantinopoli, come tributo annuale. Essendo amici dei beduini di quella regione, essi lo invitavano alla festa che ogni anno si celebrava in onore di "San Giorgio"; lo chiamavano "El Khidher", il Sempreverde! Burckhardt salì sui monti Mussa e Santa Caterina e visitò la zona in lungo e in largo. Fu impressionato in modo particolare dal monte Umm Shuntar  più basso del monte Santa Caterina di appena 55 metri  che si innalza un po' più a sud-ovest rispetto al gruppo formato dal Mussa e dal Santa Caterina. Da lontano, la cima abbagliava «con un colore bianco, il più brillante che si possa immaginare», dovuto a un fenomeno non comune, la presenza di particelle di mica nelle rocce granitiche; si creava così «uno stridente contrasto tra la superficie scura dell'ardesia e del granito rosso» delle parti più basse della montagna e la zona circostante. La cima aveva inoltre la particolarità di offrire una vista senza ostacoli, sia sul golfo di Suez («si vedeva distintamente el-Tor»), sia sul golfo di Aqaba (golfo di Elat). Burckhardt trovò scritto in alcuni testi del convento che Umm Shumar era un importante centro di insediamento di monasteri; nel corso del XV secolo «carovane di asini carichi di grano e di altre provvigioni passavano regolarmente qui vicino provenendo dal convento e dirigendosi a el-Tor, dato che questa è la strada più vicina che conduca a quel porto». Egli ritornò passando attraverso lo Uadi Feiran e la sua oasi, la più grossa del Sinai. Dove lo uadi lascia il territorio montuoso e arriva alla fascia costiera Burckhardt salì su un'imponente montagna, che supera i 2.072 metri  il monte Serbai, uno dei più alti dell'intera penisola. Qui trovò resti di templi e di iscrizioni lasciate dai pellegrini. Ulteriori ricerche stabilirono che il centro monastico più importante del Sinai, durante la maggior parte dei secoli, si trovava presso lo Uadi Feiran, vicino al Serbai  e non al Santa Caterina. Quando Burckhardt pubblicò i risultati delle sue ricerche (Travels in Syria and thè Holy Land), le sue conclusioni destarono molta sorpresa fra gli studiosi e nel mondo religioso. Egli affermava che il vero monte Sinai non era il monte Mussa, ma il monte Serbai! Incuriosito dai libri di Burckhardt, il conte francese Leon de Laborde esplorò il Sinai nel 1826 e nel 1828; i suoi contributi più importanti sulla conoscenza di quella regione (Commentaire sur l'Exode) furono le sue particolareggiate cartine e i suoi raffinati disegni. Nel 1839 de Laborde fu imitato dall'artista scozzese David Roberts, i cui magnifici disegni, nei quali alla precisione si unì una ricca immaginazione, suscitarono grande interesse in un'epoca in cui non era ancora stata inventata la fotografia. Successivamente, il viaggio più importante nel Sinai fu quello intrapreso dall'americano Edward Robinson assieme a Eli Smith; come già Burckhardt, essi partirono su un cammello dalla città di Suez, armati del suo libro e delle cartine di de Laborde. Partiti all'inizio della primavera, impiegarono tredici giorni per raggiungere il monastero di Santa Caterina. Qui, Robinson fece un'analisi approfondita delle leggende tramandate dai monaci, e scoprì che a Feiran c'era veramente una comunità monastica superiore, talvolta guidata da vescovi, alla quale il Caterina e diverse altre comunità monastiche del Sinai meridionale erano subordinate. Inoltre, dai racconti e dai documenti, egli scoprì che le montagne Mussa e Santa Caterina non avevano alcuna importanza per i fedeli nei primi secoli dell'era cristiana e che la supremazia del convento di Santa Caterina ebbe origine solo nel XVII secolo, quando le altre comunità monastiche, prive di fortificazioni, caddero prigioniere di invasori e di saccheggiatori. Esaminando le tradizioni arabe, egli capì che i nomi biblici "Sinai" e "Horeb" erano del tutto sconosciuti ai beduini del posto; furono i monaci del convento di Santa Caterina ad assegnarli per primi ad alcune montagne. Allora Burckhardt aveva ragione? Robinson (Biblical Researches in Palestine, Mount Sinai and Arabia Petraea) trovò delle difficoltà considerando il tragitto che secondo Burckhardt gli Israeliti avrebbero compiuto per raggiungere il Serbai, e quindi non appoggiò la nuova teoria; ma condivise le perplessità riguardo al monte Mussa, e preferì indicare un'altra montagna lì vicina. La lunga tradizione che identificava il monte Sinai con il monte Mussa era forse sbagliata: questa possibilità costituiva una sfida alla quale il grande egittologo e fondatore della scienza archeologica, Karl Richard Lepsius, non potè resistere. Attraversò il golfo di Suez con una piccola nave, sbarcando poi a el-Tor ("II Toro"), la città portuale nella quale i pellegrini cristiani diretti al Santa Caterina e al monte Mosè erano soliti sbarcare anche prima che i musulmani ne facessero un'importante tappa e un centro per la purificazione sulla rotta che dall'Egitto conduce alla Mecca. Nelle vicinanze sorgeva l'imponente montagna Umm Shumar, che Lepsius tentò a più riprese di mettere a confronto con il Mussa o con il Serbai; ma dopo estese ricerche e dopo aver esplorato tutta la zona, egli tornò al punto essenziale della questione: Mussa o Serbai? Le sue scoperte vennero pubblicate nei volumi Discoveries in Egypt, Ethiopia and thè Peninsula of Sinai 1842-1845 e Letters from Egypt, Ethiopia and Sinai; quest'ultimo conteneva, tradotto dal tedesco, il testo integrale delle sue relazioni al sovrano di Prussia, sotto il cui patronato aveva compiuto il viaggio. Lepsius espresse dei dubbi sul monte Mussa non appena raggiunse la zona: «La lontananza di quel territorio, la sua distanza dalle strade di comunicazione più battute e la sua posizione in una zona di alte catene montuose», egli scriveva, «rendevano quel luogo particolarmente adatto ai singoli eremiti; ma per le stesse ragioni esso risultava impraticabile per un vasto numero di per-sone». Egli era certo che le centinaia di migliaia di Israeliti non avrebbero potuto sopravvivere fra le cime desolate del monte Mussa per il lungo tempo (quasi un anno) che gli Israeliti passarono presso il monte Sinai. Inoltre, continuava, le tradizioni dei monaci risalivano al massimo al VI secolo d.C, perciò non avevano alcun valore in queste ricerche. Il monte Sinai, sottolineava, era situato in una pianura desertica ed era infatti anche chiamato nelle Scritture monte Horeb, la montagna dell'Aridità; il Mussa era invece in mezzo ad altre montagne e non in un'area desertica. Desertica era invece dall'altra parte, la fascia costiera davanti al monte Serbai  ed era abbastanza ampia da ospitare la moltitudine degli Israeliti quando videro la Teofania; lo Uadi Feiran lì vicino era l'unico elemento che potesse mantenere in vita gli uomini e il bestiame per un anno. Inoltre, solo il desiderio di possedere «questa valle, l'unica fertile» avrebbe potuto giustificare l'attacco degli Amaleciti (a Rephidim, un passaggio vicino al monte Sinai); vicino al monte Mussa non c'era alcun luogo fertile per cui valesse la pena di combattere. Inizialmente Mosè giunse al monte in cerca di nuovi pascoli per il suo gregge; potè trovarli a Feirah, ma non sul desolato monte Mussa. Appurato dunque che non si trattava del monte Mussa, come verificare che si trattasse davvero del monte Serbai? Oltre alla "giusta" posizione a Uadi Feiran, Lepsius trovò altre prove concrete. Nella sua vivace descrizione della montagna, egli scrisse di aver trovato sulla cima «una profonda conca, attorno alla quale le cinque cime del Serbai si uniscono a semicerchio a formare una corona torreggiante». Al centro di questa valle egli rinvenne le rovine di un antico convento. Era proprio in quel punto della conca che, secondo Lepsius, la «Gloria del Signore» si era manifestata, ben visibile a tutti gli Israeliti (radunati nella pianura verso ovest). Per quanto riguardava poi i dubbi che Robinson aveva sollevato sul tragitto compiuto nell'Esodo verso il Serbai, così come lo aveva stabilito Burckhardt, Lepsius ipotizzò in alternativa una deviazione, in modo da risolvere il problema. La pubblicazione dei risultati a cui era giunto il celebre Lepsius metteva in discussione i dati tradizionalmente accettati per due aspetti: egli, infatti, negava risolutamente l'identificazione del monte Sinai con il monte Mussa, avanzando invece la proposta del monte Serbai, e rifiutava la via dell'Esodo che fino ad allora era data per scontata. Le polemiche infuriarono per quasi un quarto di secolo e altri studiosi diedero dei contributi, in particolare Charles Fòster (The Historical Geography of Arabia; Israel in thè Wilderness) e William H. Bartlett (Forty Days in thè Desert on thè Track of thè Israelites). Essi aggiunsero ipotesi, diedero conferme, agitarono nuovi dubbi. Nel 1868 il governo britannico si unì al Fondo per l'esplorazione della Palestina inviando nel Sinai una spedizione su vasta scala. Oltre alle ricerche geodetiche e alle rilevazioni geografiche, lo scopo era quello di stabilire una volta per tutte il percorso seguito nell'Esodo e la posizione del monte Sinai. Il gruppo era i guidato dai capitani Charles W. Wilson e Henry Spencer Palmer, dei Genieri Reali; ne faceva parte il professore Edward Henry ,  Palmer celebre studioso di antichità orientali e arabe . La relazione ufficiale della spedizione (Ordnance Survey of thè Peninsula of Sinai) fu abbondantemente commentata dai due Palmer, in lavori separati.  Alcuni studiosi si recarono in precedenza nel Sinai per brevi  esplorazioni, soprattutto durante la primavera. La spedizione di Wilson e dei Palmer partì da Suez l'11 novembre 1868 per fare  ritorno in Egitto il 24 aprile 1869 , rimanendo quindi nella penisola dall'inizio dell'inverno fino alla seguente primavera.  In questo modo, una delle prime scoperte fu che la regione a  sud montuosa, ha un clima molto rigido in inverno e che,  quando nevica, il passaggio diventa difficoltoso, se non addirittura impossibile. Le vette più alte, come il Mussa e il Santa Caterina, rimangono coperte di neve per molti mesi invernali. Gli Israeliti  che mai avevano visto la neve in Egitto  erano rimasti in questa regione per un anno; eppure, nella Bibbia non c'è alcun accenno alla neve né ad un clima particolarmente freddo.  Mentre il capitano Palmer  fornì dei dati sulle scoperte archeologiche e storiche (abitazioni primitive, presenza degli Egizi, iscrizioni nel primo alfabeto conosciuto), il professor E.H. Palmer ebbe il  compito  di riassumere le conclusioni   finali del gruppo circa il percorso e il monte. Nonostante lunghe esitazioni, il gruppo rifiutò l'identificazione con il Serbai e si dichiarò a favore di quella con il Mussa, ma con un aggiustamento. Visto che davanti al monte Mussa non esisteva una valle abbastanza ampia nella quale gli Israeliti potessero stabilirsi e assistere alla Teofania, Palmer ipotizzò questa soluzione: il vero monte Sinai non era la cima meridionale del massiccio (Gebel Mussa), ma piuttosto quella settentrionale, Ras-Sufsafeh, che guarda verso «la vasta pianura di Er-Rahah, dove potevano accamparsi non meno di due milioni di Israeliti». Contro l'antica tradizione, egli concludeva, «siamo costretti a rifiutare» l'identificazione del Gebel Mussa con il monte della consegna delle Leggi.Ben presto altri studiosi criticarono, confermarono o modificarono le teorie del professor Palmer. Non passò molto tempo prima che venissero proposte altre cime meridionali di quel gruppo montuoso da identificare con il monte Sinai e che venissero ipotizzati altri percorsi. Ma la parte meridionale del Sinai era davvero l'unica zona in cui si poteva cercare? Ancora nell'aprile del 1860 il Journal of Sacred Literature ("Giornale di letteratura religiosa") pubblicava un'ipotesi rivoluzionaria, che cioè il monte Santo non si trovasse affatto nel Sinai meridionale, ma dovesse essere cercato nell'altopiano centrale. L'anonimo studioso precisava che il nome, Badiyeth el-Tih, era di per sé significativo: esso voleva infatti dire "il Deserto dell'Er-rante", e i beduini del posto spiegano che proprio lì passarono i Figli di Israele. L'articolo suggeriva come vero monte Sinai una certa cima del el-Tih. Così, nel 1873 un noto geografo e linguista, Charles T. Beke (che esplorò e tracciò sulla cartina le sorgenti del Nilo) partì «alla ricerca del vero monte Sinai». Le sue indagini stabilirono che il monte Mussa prendeva il nome da un certo monaco Mussa vissuto nel quarto secolo, famoso per la sua devozione e i miracoli compiuti, e non dal Mosè della Bibbia; e che le rivendicazioni sul monte Mussa avevano avuto inizio solo a partire dal 550 d.C. circa. Egli precisò, inoltre, che lo storico ebreo Giuseppe Flavio (che scrisse la storia del suo popolo per i Romani dopo la caduta di Gerusalemme nel 70 d.C.) descrisse il monte Sinai come la vetta più alta dell'intera regione, il che escludeva sia il Mussa che il Serbai. Beke si chiese anche come poteva essere che gli Israeliti si fossero diretti a sud anche solo per un po', passando attraverso i presidi egizi nelle zone di scavo. È questa una delle domande rimaste senza risposta. Charles Beke non sarà ricordato come l'uomo che finalmente trovò il vero monte Sinai: come si capisce già dal titolo (Discoveries of Sinai in Arabia and Midian), egli giunse alla conclusione che il monte era un vulcano che si trovava da qualche parte a sud-ovest del Mar Morto. Egli ebbe tuttavia il merito di porre molte domande che prepararono il campo a innovative riflessioni sulla posizione del monte Sinai e sul percorso dell'Esodo. La ricerca del monte Sinai nella parte meridionale della penisola era strettamente legata ai concetti di "passaggio a sud" e di "percorso verso sud" dell'Esodo. Stando a questi presupposti, i pigli di Israele attraversarono letteralmente il Mar Rosso (da ovest a est) in corrispondenza dell'estremità del golfo di Suez, o attraversando il golfo stesso. Una volta passati, essi erano fuori dell'Egitto e si trovavano sulle sponde occidentali della penisola del Sinai; allora camminarono verso sud lungo la fascia costiera, finché ad un certo punto si diressero verso l'interno e raggiunsero il monte Sinai (come d'altra parte aveva fatto Burckhardt). Quella del passaggio a sud era in effetti una tradizione profondamente radicata e verosimile, rafforzata da diversi racconti leggendari. Secondo le fonti greche, ad Alessandro il Grande era stato detto che gli Israeliti avevano attraversato il Mar Rosso all'estremità del golfo di Suez e proprio in quel punto egli tentò di attraversare il mare allo stesso modo. Il secondo grande conquistatore del quale si sa che tentò di compiere la stessa impresa è Napoleone, nel 1799.I suoi genieri stabilirono che nel punto estremo del golfo si forma una piccola insenatura, a sud della quale si trova la città di Suez, e che qui esiste uno spartiacque sotterraneo, largo circa 183 metri,, che unisce le due sponde. La gente del posto attraversa audacemente in quel punto quando c'è bassa marea e l'acqua arriva alle spalle; se soffia un forte vento da est, il fondo è quasi completamente asciutto. I genieri mandati da Napoleone individuarono per lui il luogo adatto e il momento giusto per ripetere l'impresa dei Figli di Israele. Un subitaneo cambiamento della direzione del vento, tuttavia, provocò un improvviso ritorno delle acque, che ricoprirono la striscia di terra con più di due metri d'acqua in pochi minuti. Il grande Napoleone riuscì a scamparla appena in tempo. Questi tentativi servirono a convincere gli studiosi dell'Ottocento che il miracoloso passaggio era veramente avvenuto dove finisce il golfo di Suez: il vento giusto poteva davvero creare un sentiero asciutto e un improvviso cambiamento del vento poteva veramente far affogare un esercito immediatamente dopo. Dalla parte opposta del golfo, quella del Sinai, si trovava un luogo chiamato Gebel Murr ("la Montagna Amara") e vicino ad esso un altro, chiamato Bir Murr ("il Pozzo Amaro"), che sembra proprio corrispondere a Marah, il luogo delle acque amare al quale arrivarono gli Israeliti dopo il passaggio. Ancora un po' più a sud si trova l'oasi di Ayun Mussa  "la Sorgente di Mosè"' non si tratta forse della tappa successiva, Elim, ricordata per le sue ricche sorgenti e le sue numerose palme da dattero? Quindi l'idea del passaggio a sud sembrava ben combaciare con la teoria del percorso verso sud, indipendentemente dal punto esatto in cui successivamente gli Israeliti avevano cambiato direzione e si erano diretti verso le regioni interne. Questa ipotesi corrispondeva anche alle teorie allora in voga sull'antico Egitto e sulla schiavitù degli Israeliti. Il cuore storico dell'Egitto è la regione di Eliopoli-Menfi e perciò si credeva che gli Israeliti deportati come schiavi fossero obbligati a lavorare nella costruzione delle vicine piramidi di Giza. Da lì partiva una strada che portava a est quasi in linea retta, verso la punta estrema del golfo di Suez e la penisola del Sinai. Quando però le ricerche archeologiche iniziarono a tracciare un preciso quadro storico e fornirono un'accurata cronologia, si vide che le grandi piramidi erano state costruite circa quindici secoli prima dell'Esodo  più di mille anni prima che gli ebrei addirittura giungessero in Egitto. Pertanto, un numero sempre maggiore di studiosi propendeva a credere che i faticosi lavori di scavo e di costruzione ai quali sappiamo che gli Israeliti furono costretti riguardassero piuttosto la creazione di una nuova capi-tale, voluta dal faraone Ramses II nel 1260 a.C. circa: si chiamava Tanis ed era situata nella parte nord-orientale del delta. Si pensò quindi che la zona in cui si trovavano gli Israeliti  la terra di Goshen  dovesse essere a nord-est piuttosto che nella zona centrale dell'Egitto. La costruzione del canale di Suez (1859-1869), per la quale si accumularono quantità di dati topografici, geologici, climatici, ecc, confermò l'esistenza di una fenditura naturale che in una precedente era geologica poteva aver unito il Mare Mediterraneo a nord e il golfo di Suez a sud. Quella striscia si era poi ritirata per diversi motivi, lasciando dietro di sé una serie di specchi d'acqua: il lago Manzaleh, stagnante e paludoso, i laghetti Ballali e Timsah e il Grande e Piccolo Lago Amaro, fra loro collegati. Tutti questi laghi potrebbero essere stati di dimensioni maggiori ai tempi dell'Esodo, quando il golfo di Suez probabilmente si insinuava più profondamente nell'interno. Gli scavi archeologici che completarono la serie dei dati forniti dagli ingegneri confermò l'esistenza in passato di due "canali di Suez", entrambi navigabili, che collegavano il centro dell'Egitto uno con il Mediterraneo, l'altro con il golfo di Suez. Seguendo il corso degli uadi naturali o di rami in secca del Nilo, essi portavano acqua "dolce" che veniva bevuta o era utilizzata per l'irrigazione. I ritrovamenti confermarono che in epoche precedenti ci fu veramente una barriera d'acqua quasi senza interruzione, che costituiva il confine orientale dell'Egitto. Gli ingegneri che lavorarono alla costruzione del canale di Suez nel 1867 prepararono questo grafico  di una sezione nord-sud dell'Istmo: esso evidenzia la presenza di quattro creste di terreno più alto che devono aver costituito il passaggio da e per l'Egitto attraverso la barriera di acqua .

Numerose strade, attraverso queste vie di accesso, collega-vano l'Egitto con l'Asia passando per la penisola del Sinai. Bisogna tenere bene in mente che il fatto di attraversare il Mar Rosso (o il Mare o Lago delle Canne) non era stato previsto: si verificò solo dopo che il faraone ebbe cambiato idea riguardo agli Israeliti e dopo che il Signore ebbe ordinato loro di lasciare il deserto che già avevano raggiunto e di «stabilirsi vicino al mare». Perciò all'inizio essi uscirono dall'Egitto attraverso uno dei passaggi comuni, ma quale? Secondo De Lesseps, capo costruttore del canale, essi avrebbero utilizzato la via C , a sud del lago di Tim-sah. Altri, per esempio Olivier Ritter  dagli stessi identici dati trassero la conclusione che si trattasse del passaggio D. Nel 1874 l'egittologo Heinrich Karl Brugsch, intervenendo al Congresso Internazionale degli Orientalisti, individuò i luoghi principali collegati alla schiavitù degli Israeliti e all'Esodo nella regione nord-orientale dell'Egitto; era evidente, disse, che il logico punto di passaggio fosse quello più a nord  il passaggio A.
 
A conti fatti, la teoria di un passaggio a nord aveva quasi un secolo quando la illustrò Brugsch, dato che era stata proposta  già nel 1796 e poi da altri svariati studiosi. Ma, come riconobbero anche i suoi avversali, Brugsch presentò questa teoria con una «serie stupefacente e affascinante di prove secondo lui schiaccianti tratte dai monumenti egizi». Il testo della relazione fu pubblicato l'anno seguente con il titolo L'Exode et les Monuments Egyptiens. Nel 1883 Edouard H. Naville  identificò Vithom, la città dove gli Israeliti lavoravano come schiavi, in un punto a ovest del lago Timsah. Questa e ulteriori scoperte, insieme ad altre prove fornite da altri studiosi (come quella di George Ebers in Durch Gosen zum Sinai), stabilirono che la zona in cui si insediarono gli Israeliti si estendeva dal lago Timsah verso ovest, e non verso nord. Goshen non si trovava all'estremo nord-est dell'Egitto, ma era vicino al punto centrale della barriera di mare. H. Clay Trumbull  diede quella che da allora è considerata da tutti gli studiosi la corretta individuazione di Succoth, il punto da cui ebbe inizio l'Esodo: era un centro come altri nel quale si riunivano le carovane a ovest del lago Timsah e il passaggio B era il più vicino. Ma questo passaggio non fu utilizzato, come si legge nel Libro dell'Esodo, 13, 17-18: «Quando il faraone lasciò partire il popolo, Dio non lo condusse per la strada del paese dei Filistei, benché fosse più corta ... Dio guidò il popolo per la strada del deserto Yam Suff». Quindi, ipotizzò Trumbull, gli Israeliti andarono a finire al passaggio D e, inseguiti dal faraone, attraversarono le acque all'estremità del golfo di Suez. Mentre il XIX secolo volgeva al termine, ci fu una vera e propria "gara" tra gli studiosi per dire l'ultima parola sull'argomento. Le opinioni dei "meridionalisti" vennero energicamente riassunte da Samuel C. Bartlett : il punto di passaggio era a sud, la strada portava a sud, il monte Sinai era nel sud della penisola . Con identica forza, studiosi come Julius Wellhausen , e Anton Jerku  sostennero la tesi del passaggio a nord, che implicava che il monte Sinai fosse a nord. Uno dei loro argomenti più efficaci (che oggi è generalmente accettato da tutti gli studiosi) è che Kadesh Barnea, dove gli Israeliti vissero per la maggior parte dei quarant'anni in cui rimasero nella penisola, non era una tappa casuale, ma una destinazione prevista dell'Esodo. Essa è stata identificata con sicurezza con la fertile regione dell'Ain-Kadeis ("Sorgente di Kadesh") e con le oasi di Ain-Qudeirat, nel Sinai nord-orientale. Secondo quanto si legge nel Libro del Deuteronomio (1,2), Kadesh-Barnea si trovava a «undici giorni» dal monte Sinai. Quindi Kittel, Jerku e altri studiosi dello stesso parere pensarono che il vero monte Sinai fosse una delle cime nelle vicinanze di Kadesh-Barnea. Negli ultimi anni del secolo H. Holzinger  tentò un compromesso: il passaggio era nel punto C, la strada portava verso sud. Ma gli Israeliti si diressero verso l'interno molto prima di raggiungere la zona delle miniere presidiata dagli Egizi. La strada da loro seguita attraversava l'altopiano di el-Tih, "il Deserto dell'Errante". Quindi essi svoltarono verso nord attraverso la piatta Pianura Centrale, dirigendosi a un monte Sinai situato nel nord. All'inizio del XX secolo le ricerche e le discussioni fra gli studiosi si concentrarono sul problema del percorso seguito durante l'Esodo. L'antica strada costiera, che i Romani chiamavano Via Maris  "la strada del mare"  aveva inizio a el-Qantara (segnata con A sulla cartina della fig. ). Anche se attraversava zone coperte da dune sabbiose, il suo corso era fortunatamente costellato da pozzi di acqua, e le palme da datteri che miracolosamente spuntavano da quell'arida sabbia fornivano i loro frutti durante la stagione e per tutto l'anno una gradita ombra. La seconda strada, quella che inizia a Ismailiya (B), corre quasi parallela a quella costiera, più a sud di circa 30/50 chilometri, e attraversa dolci colline e qualche rara e bassa montagna. I pozzi sono scarsi e il livello dell'acqua sotterranea è molto profondo rispetto alla superficie, sabbiosa e ricca di arenaria; per raggiungere quell'acqua i pozzi devono essere scavati per diversi metri. Chi viaggia  anche oggi, anche in macchina (al posto dell'antico sentiero c'è una strada lastricata)  si accorge subito di trovarsi in un vero e proprio deserto. Fin dai tempi antichi, la via del mare fu preferita dagli eserciti che avevano dei rinforzi navali; la strada più interna, anche se più difficoltosa, era utilizzata da chi cercava di salvarsi (o di non farsi vedere) dalle forze navali o costiere. Il passaggio C poteva portare o alla strada È, o alle due strade parallele che dal passaggio D arrivavano fino a una catena montuosa nella Pianura Centrale del Sinai. La natura del terreno, arido e piatto, della Pianura Centrale esclude la presenza di profondi letti fluviali. In occasione delle piogge invernali, alcuni uadi si riempiono e si gonfiano, assumendo l'aspetto di piccoli laghi  laghi nel deserto! L'acqua straripa subito, ma una parte filtra sotto la superficie attraverso la ghiaia e l'argilla che costituiscono il letto degli uadi; è in questi punti che, se si scava, si può letteralmente far sgorgare l'acqua dal terreno. La strada più settentrionale che parte dal passaggio D conduceva, attraverso il passo Giddi, e oltre il margine montuoso della Pianura Centrale, a Beersheba, Hebron e Gerusalemme. La strada più meridionale, attraverso il passo Mitla, è chiamata con nome arabo Darb el Hajj  "strada dei pellegrini". Questa fu la prima strada che utilizzarono i pellegrini musulmani per recarsi dall'Egitto alla città santa di La Mecca in Arabia. Partendo da un punto vicino alla città di Suez, essi attraversavano una fascia desertica e valicavano le montagne attraverso il passo Mitla; quindi percorrevano la Pianura Centrale fino all'oasi di Nakhl , nella quale erano state costruite una piccola fortezza, locande per i pellegrini e vasche d'acqua. Da lì essi si dirigevano a sud-est raggiungendo Aqaba, all'estremità del golfo di Suez, da dove proseguivano lungo la costa araba fino a La Mecca.

Quale di queste quattro strade  le "strade" della Bibbia avevano preso gli Israeliti? Nella tesi del passaggio a nord presentata da Brugsch, si dava molto rilievo all'affermazione biblica secondo cui non era stata presa la «via della terra dei Filistei», anche se era vicina. La Bibbia continuava spiegando in questo modo: «Perché Dio pensava: "Altrimenti il popolo, vedendo imminente la guerra, potrebbe pentirsi e tornare in Egitto" ». E stato supposto che questa «via della terra dei Filistei» fosse la strada costiera (che iniziava al passaggio A la strada preferita dai faraoni per le loro spedizioni militari e i loro commerci, e che fu munita dagli Egizi di fortini e di presidi. All'inizio del secolo, A.E. Haynes, un capitano dei Genieri Reali, compì degli studi sulle strade del Sinai e le risorse d'acqua sotto l'egida del Fondo per l'esplorazione della Palestina. Nella sua relazione pubblicata su The Route of thè Exodus egli rivelò una familiarità stupefacente non solo con le scritture bibliche, ma anche con i lavori di studiosi precedenti, come quelli del rev. F.W. Holland (che si recò nel Sinai cinque volte) e del generale maggiore Sir C. Warren (che dedicò particolare attenzione al problema dell'approvvigionamento di acqua nel "Deserto dell'Errante" della Pianura Centrale). Il capitano Haynes si concentrò sulla questione della strada che non era stata presa. Se non era una via comoda e logica per raggiungere la destinazione degli Israeliti, perché menzionarla come una valida alternativa? Egli precisò che Kadesh-Barnea ormai accettata come meta prefissata dell'Esodo  in realtà sorgeva vicino alla strada costiera. Perciò, secondo lui, anche il monte Sinai, che si trovava sulla strada che portava a Radesti, doveva trovarsi relativamente vicino alla stessa strada costiera, che fosse questa o no la rotta presa dagli Israeliti. Secondo il capitano Haynes, non potendo prendere la strada costiera A «probabilmente Mosè pensò» di guidare gli Israeliti direttamente a Kadesh attraverso il passaggio B, effettuando una sosta presso il monte Sinai. Ma l'inseguimento da parte degli Egizi e il passaggio del Mar Rosso potrebbero averlo costretto ad una deviazione sulle strade C o D. In effetti, la Pianura Centrale era veramente il "Deserto dell'Errante". Nakhl era un centro importante vicino al monte Sinai, appena prima o appena dopo; il Sinai doveva trovarsi a circa 160 chilometri da Kadesh-Barnea, il che, secondo Haynes, equivaleva alla distanza biblica di «undici giorni». La sua scelta cadde sul monte Yiallaq, una montagna calcarea «di dimensioni quasi impressionanti, che si estende come un enorme cirripede» sul bordo settentrionale della Pianura Centrale - «esattamente a metà strada tra Ismailiya e Kadesh». Il nome, che Haynes scriveva Yalek, «ricorda da vicino l'antico Amalek, nel quale il prefisso Am significa "terra di"».Negli anni seguenti, la teoria secondo la quale gli Israeliti attraversarono la Pianura Centrale trovò nuovi sostenitori. Alcuni come Raymond Weill, accettarono l'ipotesi che il monte Sinai si trovasse vicino a Kadesh; secondo altri come Hugo Gressmann,gli Israeliti si sarebbero diretti da Nakhl non a nord-est, ma a sud-est, verso Aqaba. Altri studiosi  Black, Buhl, Cheyne, Dillmann, Gardiner, Gràtz, Guthe, Meyer, Musil, Petrie, Sayce, Stade  espressero opinioni diverse. Dato che ormai erano stati esauriti tutti gli argomenti ricavati dalle Scritture o dalle rilevazioni geografiche, sembrò che solamente una prova sul campo potesse dare una soluzione definitiva. Ma come si poteva ripetere l'Esodo? A risolvere il problema ci pensò la prima guerra mondiale (1914-1918); infatti il Sinai divenne ben presto il campo di una grande battaglia tra gli Inglesi da una parte e i Turchi con i loro alleati tedeschi dall'altra. In ballo c'era il canale di Suez. I Turchi non persero tempo e attraversarono la penisola del Sinai, mentre gli Inglesi si ritirarono rapidamente dai loro centri militari e amministrativi di El-Arish e Nakhl. Poiché non erano in grado di avanzare nella "via del mare", sempre per il vecchio motivo che il Mediterraneo era controllato dalla marina nemica (cioè inglese), i Turchi riunirono circa 20.000 cammelli che portassero acqua e approvvigionamenti per un eventuale attraversamento del canale sulla strada B verso Ismailiya. Nelle sue memorie il comandante turco, Djemal Pasha (Memones of a Turkish Statesman, 1913-1919), spiegò che «il grosso problema, dal quale dipende tutto nelle difficili operazioni militari nel deserto del Sinai, è quello dell'acqua. Tranne che nella stagione delle piogge, sarebbe impossibile attraversare questo territorio desolato con una spedizione di circa 25.000 uomini». Il suo attacco fu respinto. A quel punto furono gli alleati tedeschi a prendere in mano la situazione. Poiché erano forniti di automezzi, essi preferirono avanzare attraverso la Pianura Centrale, dura e piatta. Con l'aiuto di ingegneri idraulici scoprirono le sorgenti sotterranee e scavarono un sistema di pozzi lungo le loro linee di comunicazione e di avanzamento; tuttavia fallì anche l'attacco da loro sferrato nel 1916. Quando, nel 1917, gli Inglesi passarono all'offensiva, avanzarono naturalmente lungo la direttrice costiera; raggiunsero la vecchia linea di separazione a Rafah nel febbraio 1917 e in pochi mesi occuparono Gerusalemme. Le memorie della battaglia del Sinai scritte dal generale in. glese A.P. Wavell  hanno un certa importanza per l'argomento che stiamo esaminando, innanzitutto perché il generale ammette che l'Alto Comando inglese era convinto che i nemici non avrebbero potuto trovare acqua nella Pianura Centrale per più di 5.000 uomini e 2.500 cammelli. La versione tedesca degli avvenimenti è illustrata nel volume Sinai scritto da Theodor Wiegand e dal comandante generale F. Kress von Kressenstein. L'impresa militare è descritta sullo sfondo di dettagli sul tipo di terreno, sul clima, sulla presenza di risorse d'acqua, sulla storia, che dimostra, tra l'altro, una grande familiarità con le precedenti ricerche in materia. Non sorprende che le conclusioni dei militari tedeschi fossero analoghe a quelle dei militari inglesi: attraverso le montagne di natura granitica della regione meridionale non potevano essere condotte colonne di soldati, né un gran numero di uomini o di bestie. Dedicando un capitolo speciale alla questione dell'Esodo, Wiegand e von Kressenstein affermarono che «la regione di Gebel Mussa non può essere presa in considerazione per l'individuazione del monte Sinai». Essi credevano che quest'ultimo si dovesse identificare con «il monumentale Gebel Yallek»  ripetendo quanto già detto dal capitano Haynes. Oppure, aggiungevano, come già hanno ipotizzato Guthe e altri studiosi tedeschi, potrebbe forse trattarsi del Gebel Maghara, che sorge esattamente davanti allo Gebel Yallek, sulla parte settentrionale della strada B. Proprio uno dei militari inglesi, che fu governatore del Sinai dopo la prima guerra mondiale, durante la lunga durata della sua carica acquisì una conoscenza della penisola superiore, probabilmente, a quella di chiunque altro l'abbia preceduto. Nel suo Yesterday and Today in Sinai, anche C.S. Jarvis scrisse che non c'era nessuna strada che gli Israeliti (anche se erano meno di 600.000, come aveva suggerito W.M.F. Petrie) con il loro bestiame avrebbero potuto prendere, e che certamente non potevano sopravvivere per più di un anno in quella «massa sbriciolata di puro granito» del Sinai meridionale. Alle vecchie argomentazioni egli ne aggiunse di nuove. Era già stato ipotizzato che la manna utilizzata al posto del pane fosse il deposito commestibile, resinoso e bianco, dalla forma simile a quella delle bacche, lasciato da piccoli insetti che si nutrivano dei cespugli di tamerici. Nel sud del Sinai ci sono poche tamerici, mentre sono abbondanti al nord. Il secondo punto riguardava le quaglie, che fornirono la carne. Questi uccelli migrano dai loro luoghi originali, la Russia meridionale, la Romania e l'Ungheria, per svernare nel Sudan (a sud dell'Egitto); in primavera tornano verso nord. Ancora oggi, i beduini catturano facilmente gli uccelli stanchi non appena questi, dopo un lungo volo, giungono sulla costa mediterranea. Le quaglie non arrivano nel Sinai meridionale; e se ci arrivassero, non potrebbero volare sopra le alte cime di quella zona. L'intera vicenda dell'Esodo, proseguiva Jarvis, si era svolta nel Sinai settentrionale. Il "Mare delle Canne" era la Palude Serbonica (Bardatoti in arabo) dalla quale gli Israeliti marciarono verso sud/sud-est. Il monte Sinai era il Gebel Hallal  «un colossale massiccio calcareo alto più di 600 metri, che svetta isolato al centro di una vasta pianura alluvionale». Egli spiegava che il nome arabo del monte significava "II legittimo", come si addice alla montagna della consegna delle Leggi. Negli anni che seguirono, le ricerche più interessanti in materia furono quelle condotte da studiosi dell'Università Ebraica di Gerusalemme e da altri istituti ebraici di studi superiori in quella che allora era la Palestina. Completando la loro profonda conoscenza della Bibbia ebraica e di altre scritture con accurate inda-gini condotte direttamente nella penisola, si trovarono ben poche conferme alla tradizione che voleva il monte Sinai nelle regioni meridionali. Haim Bar-Deroma  accettò l'ipotesi del passaggio a nord ma sostenne che la strada portò poi gli Israeliti verso sud, attraverso la Pianura Centrale, fino ad un monte Sinai di natura vulcanica, in Transgiordania. Tre celebri studiosi  E A. Theilhaber, J. Szapiro e Benjamin Maisler  accettarono l'ipotesi di un passaggio a nord attraverso le secche della Palude Serbonica. Secondo loro, El-Arish era la verdeggiante oasi di Elim e il monte Hallal era il monte Sinai. Anche Benjamin Mazar, in diversi scritti e nel suo Atlas Litkufat Hatanach espresse lo stesso parere. Zev Vilnay, uno studioso della Bibbia che percorse a piedi la Palestina letteralmente da un capo all'atro (Ha'aretz Bamikra), si dichiarò anch'egli per lo stesso tragitto ,e per lo stesso monte. Yohanan Aharoni , accettando la possibilità di un passaggio a nord affermò che gli Israeliti si diressero verso Nakhl nella Pianura Centrale, ma che poi procedettero verso un monte Sinai che si trovava nella regione meridionale. Poiché il dibattito continuava a monopolizzare gli interessi del mondo scientifico e teologico, divenne chiaro che il punto principale che rimaneva irrisolto era questo: il passaggio non poteva essere avvenuto a nord perché a nord non esisteva alcuno specchio d'acqua; d'altra parte, una serie di elementi contrastava con la possibilità che il monte Sinai potesse trovarsi a sud. Questa difficoltà fece sì che l'attenzione degli studiosi e dei ricercatori si concentrasse sul solo possibile compromesso: la Pianura Centrale della penisola del Sinai. Negli anni Quaranta M.D. Cassuto (Commentary on thè Book of Exodus e altri scritti) rese più semplice accettare questa ipotesi dimostrando come la cosiddetta "strada che non era stata presa" («la via della terra dei Filistei») non fosse quella che a lungo si era creduto, ovvero la strada lungo la sponda del mare, ma quella più interna, la B. Perciò, l'attraversamento all'altezza del passaggio C che portava a sud-est verso la Pianura Centrale combaciava perfettamente con il racconto biblico, senza che fosse necessario ipotizzare un ulteriore spostamento nel sud della penisola. La lunga occupazione del Sinai da parte di Israele, conse-guente alla guerra con l'Egitto del 1967, aprì la penisola a una quantità di studi e ricerche senza precedenti. Archeologi, storici, geografi, topografi, geologi, ingegneri analizzarono la regione da un punto all'altro. Di grande interesse si sono dimostratele esplorazioni della squadra guidata da Beno Rothenberg (Sinai Explorations 1967-1972 e altre relazioni di viaggio), in genere effettuate con il patrocinio dell'Università di Tei Aviv. Nella fascia costiera settentrionale, molti luoghi antichi rivelavano che questa zona aveva sempre rappresentato una sorta di "ponte naturale". Nella Pianura Centrale del Sinai settentrionale non fu trovato nessun luogo di insediamento permanente, ma solo semplici accampamenti, che dimostravano che si trattava semplicemente di una zona di passaggio. Segnate sulla cartina, queste zone formavano «una linea che chiaramente univa il Negev all'Egitto, e che doveva essere interpretata come la direzione delle migrazioni preistoriche attraverso il "Deserto dell'Errante" (el-Tih)». Contro questa nuova interpretazione delle antiche vicende delle quali fu teatro il Sinai, uno studioso di geografia biblica dell'Università Ebraica, Menashe Har-El, elaborò una nuova teoria (Massa'ei Sinai). Dopo aver riesaminato tutti i punti della questione, egli individuò la striscia di terra sommersa  che si estende dal Grande al Piccolo Lago Amaro. È poco profonda, quanto basta per attraversarla se il vento spazza via l'acqua; era proprio qui che era avvenuto il passaggio degli Israeliti. Poi essi avevano seguito la via normale che portava a sud; superando Marrah (Bir Murrah) ed Elim (Ayun Mussa), arrivarono sulle sponde del Mar Rosso e vi si accamparono. A questo punto la teoria di Har-El offriva lo spunto più originale: dopo aver viaggiato lungo il golfo di Suez, gli Israeliti non si diressero esattamente a sud. Essi infatti proseguirono solo per circa 32 chilometri verso la foce dello Uadi Sudr, e ne seguirono la valle fino alla Pianura Centrale, attraversando Nakhl e proseguendo verso Kadesh-Barnea. Har-El identificò il monte Sinai con il monte Sinn-Bishr, che con i suoi 579 metri si innalza all'ingresso dello uadi nella valle; lo studioso ipotizzò inoltre che la battaglia contro gli Amaleciti si fosse veramente svolta nella regione costiera del golfo di Suez. Tale ipotesi è stata respinta dagli esperti militari di Israele, che ben conoscono il terreno e la storia militare del Sinai. Ma allora, dov'era il monte Sinai? Dobbiamo considerare ancora una volta le prove che ci vengono dall'antichità. Nel suo viaggio verso l'oltretomba, il faraone andava verso est. Attraversando la barriera d'acqua, egli si dirigeva verso un passo nelle montagne; quindi raggiungeva il Duat, una valle di forma ovale circondata da montagne. La "Montagna della Luce" si trovava dove il Fiume di Osiride si divideva in più affluenti. Le rappresentazioni pittoriche  mostravano il Fiume di Osiride che scorre in una regione coltivata, riconoscibile per i contadini che vi lavoravano. Abbiamo trovato qualcosa di simile nelle rappresentazioni assire. Dobbiamo ricordare che i re assiri arrivarono nel Sinai dalla parte opposta a quella da cui giunsero i re egizi: da nord-est, attraverso Canaan. Uno di loro, Esarhaddon, fece incidere su una stele una specie di cartina di viaggio della sua ricerca della "Vita" . Essa mostra la palma da dattero  il simbolo del Sinai una zona coltivata simboleggiata dall'aratro; un "monte santo". Nella parte superiore si vede Esarhaddon presso il tempio della Suprema Divinità, vicino all'Albero della Vita, affiancato al disegno di un toro  proprio la stessa immagine (il "vitello d'oro") che gli Israeliti avevano innalzato ai piedi del monte Sinai.
Tutto ciò non indica i rilievi rocciosi, aspri e aridi, del Sinai meridionale. Piuttosto, fa pensare al Sinai settentrionale e all'importante Uadi El-Arish, il cui vero nome significa Ruscello del Contadino. È tra i suoi affluenti, in una valle circondata da montagne, che si trovava il monte Sinai. C'è un unico luogo con queste caratteristiche in tutta la peni-sola. Le considerazioni di natura geografica e topografica, i testi
storici, le rappresentazioni pittoriche  tutto indica la Pianura Centrale nella parte settentrionale del Sinai. Anche E.H. Palmer, che si spinse fino a inventare la svolta di Ras-Sufsafeh per sostenere che il monte Sinai si trovava a sud, sapeva dentro di sé che un deserto che si estende a perdita d'occhio, e non una cima più alta in un mare di montagne rocciose, era il luogo della Teofania e del cammino degli Israeliti. «L'idea che si ha comunemente del Sinai», scrisse nel libro The Desert of thè Exodus «anche oggi, sembra essere quella di una montagna isolata raggiungibile da ogni direzione, che svetti molto in alto su una sterminata pianura di sabbia. Anche la stessa Bibbia, se non la leggiamo alla luce delle scoperte mo-derne, certamente favorisce un'idea simile. ... In essa si allude sempre al monte Sinai come se fosse isolato e inconfondibile al centro di una piatta pianura desertica.» In effetti esiste una «piatta pianura desertica» di questo tipo nella penisola del Sinai, ammetteva lo studioso, ma non è sabbiosa: «Anche nelle zone [della penisola] che più si avvicinano alla nostra idea di deserto  un oceano di terra, i cui soli limiti sono costituiti dall'orizzonte o da una barriera di lontane colline la sabbia è un'eccezione, e il terreno assomiglia più a una strada compatta di ghiaia che a una spiaggia morbida e soffice». Era la descrizione della Pianura Centrale. Per lui, l'assenza di sabbia disturbava l'immagine del "deserto"; per noi, invece, la sua compatta superficie di roccia significava che essa era perfetta per il porto spaziale dei Nefilim. E se il monte Mashu indicava la via d'accesso al porto spaziale, doveva essere situato nelle sue vicinanze. Generazioni di pellegrini si sono dunque dirette a sud inutilmente? La venerazione delle montagne meridionali ebbe inizio solo con il cristianesimo? La scoperta da parte degli archeologi che in cima a queste montagne vi erano antichi templi, altari e altri elementi per il culto sembra escluderlo; e le numerose iscrizioni e incisioni nella roccia (compreso il simbolo dei candelabri degli ebrei), lasciate da pellegrini di fedi diverse e nel corso di numerosi millenni, te-stimoniano un culto che risale ai primi insediamenti umani in questa regione. Si vorrebbe quasi che ci fossero due "monti Sinai", corrispondenti uno alla tradizione, uno all'oggettività dei fatti, e in effetti anche simili ipotesi non sono nuove: già prima dei tentativi comuni di individuare il monte Sinai, effettuati negli ultimi due secoli, gli studiosi della Bibbia e i teologi si erano chiesti se i diversi nomi biblici del monte Santo non indicassero davvero l'esistenza, in origine, di due montagne sacre, e non una sola. Fra questi nomi c'era «monte Sinai» (la montagna del o nel Sinai), cioè la montagna della consegna delle Leggi; «monte Oreb» (la montagna della o nella siccità); «monte Paran», citato nel Libro del Deuteronomio come la montagna del Sinai dalla quale Yahweh era apparso agli Israeliti; e la «montagna degli dèi», dove per la prima volta il Signore si era rivelato a Mosè. Si può individuare la posizione geografica corrispondente a due dei nomi appena citati: Paran era il territorio desertico vicino a Kadesh-Barnea e forse si trattava del nome biblico della Pianura Centrale; il «monte Paran», quindi, doveva essere lì. Gli Israeliti si erano diretti proprio verso quel monte. Tuttavia la montagna dove Mosè incontrò per la prima volta il Signore, «la montagna degli dèi», non poteva trovarsi troppo lontano dal territorio di Madian, perché «Mosè stava pascolando il gregge di Jetro, suo suocero, sacerdote di Madian; e guidando il gregge al di là del deserto, giunse alla montagna degli dèi, l'Oreb». I Madianiti abitavano nel Sinai meridionale, lungo il golfo di Aqaba, nelle zone in cui si lavorava il rame; «la montagna degli dèi» doveva dunque trovarsi da qualche parte in un deserto lì vicino, nel Sinai meridionale. Nella zona sono stati rinvenuti dei sigilli sumerici sui quali è raffigurata l'apparizione di una divinità a un pastore. Essi mostrano il dio che si manifesta in mezzo a due montagne , e dietro di lui un albero a forma di razzo  forse lo Sneh ("roveto ardente") del racconto biblico.

La presenza di due montagne in una scena pastorale si accorda bene con i riferimenti, frequenti nella Bibbia, al Signore come a El Sbaddai  Dio delle Due Cime. In questo modo si pone ancora una distinzione fra il monte della consegna delle Leggi e la montagna degli dèi: uno era un monte isolato in una pianura desertica, l'altro sembra fosse costituito da due cime, tutte e due sacre. Anche i testi ugaritici collocano una «montagna dei giovani dèi» nelle vicinanze di Kadesh, e le due vette di El e Asherah -Shad Elim, Shad Asherah u Rahim - nel sud della penisola. Fu in questa regione, a mebokh naharam («Dove iniziano i due corsi d'acqua»), kerev apheq tehomtam («Vicino alla fenditura dei due mari») che El si ritirò in vecchiaia  probabilmente i testi descrivono l'estremità meridionale della penisola del Sinai. Arriviamo così alla conclusione che c'era un monte d'ingresso sul perimetro del porto spaziale nella Pianura Centrale e che nell'estremo sud della penisola c'erano due cime, che svolgevano anch'esse un preciso ruolo negli arrivi e nelle partenze dei Nefilim: erano, per così dire, le due coordinate.

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