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lunedì 26 settembre 2016

LA STORIA DI "GILGAMESH": IL RE CHE NON VOLEVA MORIRE


II primo caso di ricerca dell'immortalità di cui si abbia notizia ci è raccontato da fonti sumeriche e riguarda un sovrano di molto, molto tempo fa, che chiese al suo divino padre di lasciarlo entrare nella "terra dei viventi". Su questo strano sovrano, gli antichi scribi lasciarono racconti epici, nei quali si diceva che 

Segrete cose egli ha visto; ciò che è nascosto all'uomo, egli lo scoprì. Portò anche notizie del tempo prima del Diluvio; Compì il lungo viaggio con grande fatica e tra mille difficoltà. Quindi ritornò, e sopra una colonna di pietra scolpì la sua fatica. 

Di quell'antico racconto sumerico restano oggi meno di due righe, eppure noi lo conosciamo per intero grazie alle traduzioni che ne fecero i popoli che vennero dopo i Sumeri nel Vicino Oriente: Assiri, Babilonesi, Ittiti, Hurriti. Tutti parlano e riparlano di questo racconto, e le tavolette d'argilla sulle quali tali versioni erano scritte  alcune intatte, altre danneggiate, molte  frammentate tanto da essere praticamente illeggibili  hanno consentito agli studiosi di mettere insieme piano piano i vari pezzi del mosaico fino ad arrivare a una ricostruzione pressoché completa. Al centro delle nostre conoscenze sull'argomento vi sono dodici tavolette in lingua accadica, che facevano parte della biblioteca di Assurbanipal a Ninive. Il primo ad accorgersi di esse fu George Smith, il cui lavoro al British Museum di Londra consisteva nelì'estrarre e catalogare le decine di migliaia di tavole e frammenti di tavole che arrivavano al Museo dalla Mesopotamia. Un giorno gli   cadde l'occhio su un testo alquanto frammentario che sembrava raccontare la storia del Diluvio. Non vi erano dubbi: quei testi in scrittura cuneiforme, provenienti dall'Assiria, narravano proprio la storia di un re che andò a cercare l'eroe del Diluvio e che sentì da lui un racconto in prima persona di ciò che era accaduto ! Con comprensibile entusiasmo, i direttori del Museo mandarono George Smith sul luogo degli scavi per cercare i frammenti mancanti. Smith, in effetti, ebbe fortuna e ne trovò abbastanza da poter ricostruire il testo e azzardare la sequenza delle tavolette. Nel 1876 egli dimostrò definitivamente che si trattava, come recitava il titolo, del Racconto caldeo del Diluvio; dalla lingua e dallo stile concluse poi che «era stato composto a Babilonia verso il 2000 a.C». Inizialmente George Smith lesse il nome del re che era andato in cerca di Noè come Izdubur e ipotizzò che si trattasse del re eroe biblico Nimrod. Per un certo periodo, dunque, gli studiosi credettero che il racconto si riferisse effettivamente al primo, potente re e parlavano del testo in dodici tavole come dell'Epopea di Nimrod. Altri ritrovamenti e ricerche ulteriori fecero però capire che il racconto aveva un'origine sumerica e che il nome corretto del protagonista era GIL.GA.MESH. Da altri testi storici  compresi gli elenchi reali sumerici  si ebbe la conferma che costui era sovrano di Uruk, la biblica Erech, intorno al 2900 a.C. UEpopea di Gilgamesh, come viene oggi chiamato questo antico testo letterario, ci porta dunque indietro di circa 5.000 anni. Occorre conoscere la storia di Uruk per cogliere fino in fondo la portata del racconto. Confermando le parole della Bibbia, le testimonianze storiche sumeriche riferirono anche che nel periodo successivo al Diluvio, la sovranità  cioè le dinastie reali cominciò davvero a Kish, e che poi si trasferì a Uruk in seguito alle ambizioni di Irnini/Ishtar, che non aveva alcuna intenzione di starsene nel suo territorio lontano da Sumer. Uruk, inizialmente, era solo il luogo dove sorgeva un recinto sacro, all'interno del quale stava un grande ziggurat chiamato E.AN.NA ("casa di An") sormontato da una dimora (tempio) in onore di An, "Signore del Cielo". Nelle rare occasioni in cui An visitava la Terra, dimostrava sempre una certa preferenza perlrnini. A lei concesse il titolo di IN.AN.NA ("amata di An")   i pettegoli insinuavano che fosse amata in modo più che platonico  e la sistemò nell'Eanna, che, quando lei non c'era, restava vuoto. Ma che cosa c'era di bello in una città senza gente, un dominio senza  nessuno da dominare? Non molto lontano, verso sud, sulle coste del Golfo Persico, Ea viveva a Eridu in semi isolamento, prendendosi cura degli affari umani, dispensando conoscenza e civiltà al genere umano. Elegante e profumata, Inanna fece visita a Ea, che era un suo prozio; questi, ubriaco ed estasiato da lei, le concesse ciò che essa voleva: fare di Uruk il nuovo centro della civiltà sumerica, la sede della sovranità al posto di Kish. Per portare a termine i suoi grandiosi progetti, che in ultima analisi miravano a farla entrare nel circolo ristretto dei dodici Grandi Dèi, Inanna/Ishtar si fece aiutare da suo fratello Utu/Shamash. Mentre nei giorni prima del Diluvio i matrimoni misti tra i Nefilim e le figlie dell'uomo suscitavano l'ira degli dèi, dopo il Diluvio la pratica non venne più osteggiata. E così avvenne che l'alto sacerdote del tempio di An fosse, a quel tempo, un figlio di Shamash e di una donna mortale. Ishtar e Shamash lo consacrarono re di Uruk, dando inizio alla prima dinastia di re sacerdoti. Secondo gli elenchi dei re sumerici, egli regnò per 324 anni, mentre suo figlio, «colui che costruì Uruk», regnò per 420 anni. Quando salì al trono Gilgamesh, quinto sovrano della dinastia, Uruk era già un fiorente centro sumerico, più importante dei centri vicini e legato da rapporti commerciali con regioni lontane. Discendente, da parte di padre, del grande dio Shamash, Gilgamesh era considerato «per due terzi dio e per un terzo umano», in virtù anche del fatto che sua madre era la dea NIN.SUN . Perciò gli venne accordato il privilegio di far precedere al suo nome il prefisso "divino". Orgoglioso e sicuro di sé, Gilgamesh fu all'inizio un re sostanzialmente benevolo e coscienzioso, impegnato a costruire bastioni difensivi per la città o ad abbellire il recinto del tempio.
Ma più approfondiva la conoscenza delle storie di dèi e uomini, più diventava filosofico e irrequieto. Anche nelle occasioni di festa, il suo pensiero correva sempre più spesso alla morte: avrebbe egli potuto, in virtù dei suoi due terzi divini, vivere quanto i suoi antenati semi-dèi, oppure per la lunghezza della sua vita avrebbe prevalso il suo terzo umano? Angustiato, si confidò con Shamash:

Nella mia città gli uomini muoiono. L'uomo perisce; oppresso è il mio cuore ... L'uomo, anche il più alto, non può arrivare al cielo; L'uomo, anche il più grande, non può coprire la terra.

«Dovrò anch'io scrutare da sopra il muro?» domandò a Shamash; «avrò anch'io lo stesso destino?» Evitando una risposta diretta  che forse neanche lui conosceva Shamash tentò di far accettare a Gilgamesh il suo destino, qualunque esso fosse, e di fargli godere la vita finché poteva:

Quando gli dèi crearono il genere umano, ad esso assegnarono la morte, e la vita tennero per sé.

Perciò, disse Shamash, Pensa a riempirti la pancia, Gilgamesh; Stai allegro giorno e notte! Ogni giorno, fa' che sia una festa; giorno e notte, danza e gioca! Indossa abiti freschi e puliti, lavati il corpo e la testa con acqua pura. Bada al piccolo che tiene la tua mano, lascia che la tua sposa delizi il tuo cuore; perché questo è il destino dell'umanità.

Ma Gilgamesh non voleva accettare il suo destino. Non era egri forse per due terzi divino e solo per un terzo umano? Perché, allora, doveva essere la sua parte mortale, quella minoritaria, a de-terminare il suo destino? Da quel momento non ebbe più pace, né di giorno né di notte, e per cercare di rimanere giovane prese a intrufolarsi nelle coppie appena sposate, pretendendo di avere rapporti con la sposa prima dello sposo.

Poi, una notte, ebbe una visione che considerò un presagio. Corse da sua madre per dirle ciò che aveva visto, affinchè ella interpretasse il presagio: 

Madre mia, durante la notte, diventato forte e vigoroso, vagavo senza meta. Nel mezzo [della notte] mi apparvero dei presagi. Una stella diventava sempre più grande nel cielo. L'opera di Anu scendeva verso di me! 

«L'opera di Anu» che scendeva dal cielo cadde sulla Terra vicino a lui, continuò a raccontare Gilgamesh: 

Cercai di sollevarla, ma era troppo pesante per me. Cercai di scuoterla; non riuscii né a muoverla né ad alzarla. 

Mentre cercava di smuovere l'oggetto, che doveva essere pe-netrato alquanto profondamente nel terreno, vide arrivare frotte di persone, nobili e gente comune, tutti attirati e incuriositi da questo strano fatto: «Tutta Uruk si radunò attorno ad esso». Degli «eroi»  uomini molto forti  diedero una mano a Gilgamesh nel tentativo di estrarre dal terreno l'oggetto che era caduto dal cielo: «Gri eroi afferrarono la parte inferiore, io tirai quella superiore». Sebbene i testi non descrivano bene l'oggetto, non si trattava certamente di un meteorite informe, ma di un oggetto costruito con cura, degno di essere chiamato l'opera del grande Anu in persona. Sembra che l'autore del testo sapesse che il lettore non aveva bisogno di ulteriori dettagli, probabilmente perché conosceva bene l'oggetto definito «opera di Anu» oppure la sua raffi-gurazione, forse come quella che si vede su un antico sigillo cilindrico . 
Il testo di Gilgamesh ne definisce la parte inferiore, quella afferrata dagli eroi, con il termine "gambe".L'oggetto aveva però altre parti distinguibili ed era anche possibile entrarvi, come risulta chiaro dal seguito della narrazione di Gilgamesh sugli eventi di quella notte:

Strinsi con forza la parte posteriore, ma non riuscii né a smuoverne il coperchio né a sollevarne la parte sopraelevata ... Con una fiamma, allora, ruppi il suo coperchio ed entrai nel profondo di esso. "La parte mobile che tira verso l'esterno" la sollevai e la portai a te.

Gilgamesh era sicuro che l'aspetto di quell'oggetto fosse un presagio degli dèi riguardante il suo destino; ma sua madre, la dea Ninsun, dovette disilluderlo: ciò che scendeva dal cielo come una stella, disse, annunciava l'arrivo di un «coraggioso compagno capace di salvare; un amico è venuto da te ... è il più potente di quella terra ... e non ti lascerà mai. Questo è il significato della tua visione». Ninsun sapeva di chi stava parlando. All'insaputa di Gilgamesh, infatti, e in risposta alle preghiere della gente di Uruk affinchè facessero qualcosa per distrarre l'irrequieto Gilgamesh, gli dèi fecero venire a Uruk un uomo selvaggio, che tenesse impegnato Gilgamesh in incontri di lotta. Questa specie di "uomo dell'età della pietra" si chiamava ENKI.DU ("una creatura di Enki") e fino a quel momento aveva vissuto in luoghi impervi e deserti, tra gli animali simili a lui, «bevendo il latte delle creature selvatiche». Nelle raffigurazioni pittoriche appariva sempre nudo, con barba e capelli irsuti, spesso in compagnia dei suoi amici animali.
Per "domarlo", i nobili di Uruk chiamarono una prostituta, e facendo l'amore con lei, Enkidu, che fino a quel momento non aveva conosciuto che la compagnia di animali, ritrovò a poco a poco il suo elemento umano. Poi la donna portò Enkidu a un ac-campamento posto fuori dalla città, dove egli fu educato alla parola e ai modi di Uruk. Infine i nobili lo istruirono sulle abitudini di Gilgamesh e gli dissero: «Tieni a freno Gilgamesh, dagli pane per i suoi denti!». Il primo incontro avvenne di notte, quando Gilgamesh lasciò il suo palazzo e cominciò a vagare per le strade in cerca di avventure amorose. Enkidu lo incontrò per la strada e gli sbarrò il passo. «Si lanciarono l'uno contro l'altro, tenendosi stretti come tori.» Durante il combattimento sbatterono con violenza contro i muri e contro le porte, finché «Gilgamesh piegò il ginocchio»: la lotta era dunque finita, lo straniero aveva vinto. Sfogata la sua furia, Gilgamesh fece per andarsene. Solo allora Enkidu gli si rivolse e Gilgamesh ricordò le parole di sua madre. Eccolo, dunque, il suo nuovo «coraggioso amico». «Si scambiarono un bacio e strinsero amicizia.» Quando i due divennero amici inseparabili, Gilgamesh cominciò a rivelare a Enkidu la sua paura di dover morire. All'udire queste parole, gli occhi di Enkidu si riempirono di lacrime, «il suo cuore era in angoscia e amaramente egli singhiozzava». Quindi disse a Gilgamesh che forse c'era una via d'uscita per aggirare il suo destino: introdursi a forza nella dimora segreta degli dèi. Qui, se Shamash e Adad fossero stati dalla sua parte, gli dèi avrebbero potuto accordargli lo status divino al quale aveva diritto. La. dimora degli dèi, continuò Enkidu, si trovava «nella montagna del cedro»: per caso egli l'aveva scoperta mentre vagava per quelle terre con altre bestie selvatiche. A guardia di essa, però, stava un terribile mostro chiamato Huivawa:

L'ho trovata, amico mio, tra le montagne mentre vagavo con gli animali selvatici. Per molte leghe si estende la foresta: Io vi sono andato fin nel mezzo. [Là sta] Huwawa; il suo ruggito è come un fiume, la sua bocca è un fuoco, il suo respiro è morte ... Il custode della Foresta di cedri, il Guerriero Ardente, è potente e mai riposa ... Di sorvegliare la Foresta di cedri, terrorizzando i mortali, il dio Enlil lo ha incaricato. 

Proprio il fatto che Huwawa avesse come primo dovere quello di impedire che i mortali entrassero nella foresta di cedri convinse più che mai Gilgamesh della necessità di arrivare a quel luogo, perché era certamente là che avrebbe potuto trovare gli dèi e sfuggire al suo destino mortale:

Chi, amico mio, può salire fino al cielo? Solo gli dèi, passando dal luogo sotterraneo di Shamash. Ogni uomo ha i giorni contati; tutto ciò che fa non è che vento. Persino tu hai paura della morte, malgrado la tua forza eroica. Perciò, lasciami andare, lasciami salire, e fa' che la tua bocca possa dirmi: «Avanti, non aver paura!». 

Era quésto, dunque, il piano: andare al «luogo sotterraneo di Shamash», nella montagna del cedro, per poter poi «salire fino al cielo» come fanno gli dèi. Anche il più alto degli uomini, aveva detto prima Gilgamesh, «non può arrivare fino al cielo». Ora, però, egli sapeva dov'era quel luogo dal quale si poteva sarire,al cielo. Cadde allora in ginocchio e pregò Shamash: «Lasciami andare, o Shamash! Le mie mani sono unite in preghiera ... al Luogo dell'Attcrraggio, da' ordine ... Estendi su di me la tua protezione!». Le righe di testo che contenevano la risposta di Shamash sono, purtroppo, andate perdute; sappiamo solo che «quando Gilgamesh vide il presagio ... lacrime gli scorrevano sul volto». Sembra di capire che gli fu dato il permesso di andare avanti, ma a suo rischio e pericolo. Gilgamesh decise comunque di proseguire e di affrontare Huwawa anche senza l'aiuto del dio. «Se dovessi fallire», disse, «la gente mi ricorderà: "Gilgamesh, diranno, contro il feroce Huwawa è caduto". Ma se avrò successo, otterrò uno Shem, il veicolo con il quale si raggiunge l'eternità.» Quando videro Gilgamesh ordinare armi speciali con le quali combattere Huwawa, gli anziani di Uruk cercarono di dissuaderlo. «Sei ancora giovane, Gilgamesh», gli dissero; «vale la pena di rischiare la morte quando hai certamente ancora tanti anni di vita davanti? Ciò che vuoi raggiungere, neanche tu lo conosci.» Dopo aver raccolto tutte le informazioni disponibili sulla foresta di cedri e sul suo guardiano, misero in guardia Gilgamesh: 

Abbiamo sentito dire che Huwawa è costruito in maniera spaventosa; chi potrà fronteggiare le sue armi? È una lotta impari con Huwawa, che è un motore d'assedio. 

Ma Gilgamesh si limitò a «guardarsi intorno, sorridendo al suo amico». Tutto questo discorso  il mostro meccanico, il «motore d'assedio costruito in maniera spaventosa»  non faceva che rafforzare la sua convinzione che esso fosse in effetti controllabile, attraverso opportuni comandi, dagli dèi Shamash e Adad. Decise dunque di farsi aiutare da sua madre: se non era riuscito a lui di ottenere il sostegno di Shamash, forse lei ci sarebbe riuscita. «Aggrappandosi l'uno all'altro, mano nella mano, Gilgamesh ed Enkidu al Grande Palazzo si avviano, per andare da Ninsun, la grande regina. Gilgamesh si slanciò avanti appena entrato nel palazzo: «O Ninsun [disse] ... un viaggio lungo e faticoso ho intrapreso, fino al luogo di Huwawa; una battaglia incerta devo ora affrontare, e sentieri sconosciuti mi attendono. O madre mia, prega tu Shamash perché mi sia benevolo!». Per il bene che voleva a suo figlio, «Ninsun andò nella sua camera, indossò un abito che ben si addiceva al suo corpo e una collana che le adornava il petto ... poi si mise la tiara». Alzò quindi le mani e pregò Shamash, attribuendo a lui la responsabilità di questo viaggio: «Perché», domandò retoricamente, «mi hai dato un figlio come Gilgamesh, con un cuore che non trova mai pace? Sei stato tu, adesso, a mettergli in testa questa idea di un lungo viaggio fino al luogo di Huwawa!». Invocò quindi la sua protezione sopra Gilgamesh 

Fino a quando avrà raggiunto la foresta di cedri fino a quando avrà ucciso il feroce Huwawa, fino al giorno in cui ritornerà. 

Quando la gente sentì dire che, malgrado tutto, Gilgamesh aveva deciso di andare in ogni caso al Luogo dell'Atterraggio, «gli si fecero tutti intorno» e gli augurarono successo. Gli anziani della città diedero consigli più pratici: «Fai andare avanti Enkidu: lui conosce la strada ... Colui che va avanti salva il compagno!».Anch'essi, poi, invocarono la protezione di Shamash: «Che Shamash esaudisca il tuo desiderio; che ciò che la tua bocca ha detto, i tuoi occhi possano vederlo; possa egli aprire per te la via sbarrata, dischiudere la strada perché tu vi passi, la montagna perché tu la attraversi!». Ninsun disse poche parole di saluto. Rivolta a Enkidu, gli chiese di proteggere Gilgamesh; «anche se non sei nato dal mio grembo, io ora ti adotto come figlio», gli disse; «abbi cura del re come fosse tuo fratello ! ». Quindi pose il suo simbolo attorno al collo di Enkidu. E i due partirono per la loro pericolosa impresa. La quarta tavoletta dell'Epopea di Gilgamesh è dedicata al viaggio dei due amici verso la foresta di cedri; purtroppo, però, la tavoletta è così frammentaria che, sebbene ne siano stati trovati frammenti paralleli in lingua ittita, non è possibile mettere insieme un testo organico. Ciò che è evidente, comunque, è che il loro viaggio li portò molto lontano, in direzione ovest. Di tanto in tanto, Enkidu cercava di convincere Gilgamesh a rinunciare all'impresa: Huwawa, diceva, è in grado di sentire una mucca muoversi a 60 leghe di distanza; la sua voce riverbera dal «luogo in cui si sale» fino a Nippur; «la debolezza si impadronisce» di chiunque si avvicini alle porte della foresta. Torniamo indietro, lo implorava. Ma Gilgamesh non ne voleva sapere.

Alla montagna verde, alfine, i due arrivarono. Se ne stavano lì, in piedi, senza parlare, e scrutavano la foresta; osservavano gli alti cedri finché trovarono l'ingresso della foresta. Laddove Huwawa era solito muoversi vi era un sentiero: le tracce portavano diritto, verso una luminosa galleria. Essi guardavano la Montagna del Cedro, dimora degli dèi, il crocevia di Ishtar. 

Stanchi e spaventati, i due si addormentarono, ma nel mezzo della notte vennero svegliati. «Sei tu che mi hai toccato?» Gilgamesh domandò a Enkidu. «No», rispose questi. Si erano appena riassopiti quando Gilgamesh svegliò di nuovo Enkidu. Aveva avuto una spaventosa visione, gli disse, senza sapere se dormiva o era sveglio:

Nella visione, amico mio, il terreno vacillava, Io scendevo sempre più, avevo i piedi intrappolati... C'era una luce accecante! All'improvviso apparve un uomo; era il più bello che io abbia mai visto ... Mi tirò da sotto il terreno franato, mi diede acqua da bere, e il mio cuore si calmò. Poi sentii i piedi di nuovo saldi per terra.

Chi era quest'uomo così bello, che tirò. Gilgamesh da sotto il terreno franato? Che cos'era questa luce accecante che accompagnava la frana? Enkidu non sapeva rispondere; stanco, tornò a dormire. Ma la tranquillità della notte venne scossa ancora una volta:

Nel mezzo della notte si interruppe il sonno di Gilgamesh. Egli si riscosse e disse al suo amico: Amico mio, sei tu che mi hai chiamato? Sono sveglio? Mi hai forse toccato? Perché sono così scosso? Mi è passato vicino qualche dio? Perché ho le membra tanto intorpidite?

Enkidu rispose di nuovo che non era stato lui a svegliare Gilgamesh; e allora, era stato davvero qualche dio passato lì vicino? Perplessi ma stanchi, i due si riaddormentarono, ma ancora una volta vennero svegliati. Ecco come Gilgamesh descrive ciò che vide:

Ebbi una visione davvero spaventosa! il cielo strideva, la terra tuonava. Anche se ormai era quasi l'alba, scese una profonda oscurità. Improvvisamente si vide un lampo, una fiammata potente. Le nuvole si gonfiarono, pioveva morte! Poi la luce svanì, il fuoco si spense. E di tutto ciò che era caduto restò solo cenere.

Gilgamesh non poteva non essersi accorto che ciò a cui aveva assistito era l'ascesa di una "camera celeste": il terreno che vibra méntre i motori si accendono tuonando; le nuvole di fumo e polvere che avvolgono il luogo, oscurando il cielo dell'alba; la luce prodotta dai motori in azione, vista attraverso le spesse nuvole; e infine  mentre il velivolo si alzava  il bagliore che piano piano scompare. Davvero una «visione spaventosa»! Eppure essa non fece che incoraggiare Gilgamesh a proseguire, poiché confermava che in effetti era finalmente arrivato al Luogo dell'Attcrraggio. Al mattino i due amici cercarono di penetrare nella foresta, stando attenti a evitare «gli alberi che uccidono come armi». Enkidu trovò la porta di cui aveva parlato a Gilgamesh; ma appena provò ad aprirla, fu ricacciato indietro da una forza invisibile. Per dodici giorni rimase là, completamente paralizzato. Quando potè di nuovo muoversi e parlare, si lamentò con Gilgamesh: «Non addentriamoci nel cuore della foresta». Ma Gilgamesh aveva buone notizie per il suo amico: mentre quest'ultimo giaceva in preda allo choc, lui  Gilgamesh  aveva trovato una galleria. Dai suoni che si sentivano provenire dall'interno, Gilgamesh era certo che essa era collegata «alla zona da cui partono parole di comando». «Avanti, amico mio», spronò Enlddu, «non startene lì fermo, awiamoci insieme!»  E in effetti Gilgamesh aveva ragione, poiché i testi sumerici affermano che Dopo essersi spinto nel profondo della foresta, la segreta dimora degli Anunnaki egli aprì. L'entrata del tunnel era nascosta (o forse semplicemente invasa) da un groviglio di alberi e arbusti e chiusa da terra e rocce. «Mentre Gilgamesh tagliava gli alberi, Enkidu scavava» la terra e le rocce. Ma proprio quando erano sul punto di aprirsi un yarco, furono sopraffatti dal terrore: «Huwawa udi il rumore e si arrabbiò», e si portò sulla soglia per vedere chi si era intrufolato nella sua dimora. Aveva un aspetto «possente, denti come quelli di un drago, un volto come quello di un leone; si muoveva come un'enorme onda di piena». Particolarmente terrificante era il suo «raggio radiante», che proveniva dalla fronte e «distruggeva alberi e arbusti». A questa forza mortale «nessuno poteva sfuggire». Un sigillo sumerico raffigurava un dio, Gilgamesh ed Enkidu accanto a,un robot meccanico, che era senza dubbio «il mostro dai raggi mortali» di cui parla il testo epico .
Dai frammenti di testo sembra di capire che Huwawa poteva chiudersi in «sette corazze», ma quando arrivò sulla scena «ne aveva addosso soltanto una, le altre sei non c'erano ancora». Approfittando di questa circostanza, i due amici cercarono di tendergli un'imbo-scata, ma quando il mostro si girò verso di loro i raggi mortali provenienti dalla sua fronte tracciarono una scia di distruzione. La salvezza venne dal cielo, appena in tempo. Vedendoli in dif-ficoltà, «dal cielo parlò loro il divino Shamash». Non cercate di scappare, consigliò loro; piuttosto, «avvicinatevi a Huwawa». Quindi Shamash fece levare un turbine di vento «che colpì gli occhi di Huwawa» e neutralizzò i suoi raggi. Svaniti questi, fu facile immobilizzare Huwawa, poiché egli «non sa camminare in avanti né muoversi all'in dietro». I due, quindi, poterono attaccarlo senza difficoltà: «Enkidu colpì il guardiano, Huwawa, e lo gettò a terra. Per due leghe i cedri risuonarono», tanto pesante e immensa fu la caduta del mostro. Poi Enkidu gli assestò il corpo mortale. Eccitati per la vittoria ma esausti, i due si fermarono a riposare presso un fiume. Gilgamesh si spogliò per lavarsi. «Si tolse i suoi abiti logori, ne indossò di puliti; si avvolse un mantello attorno al corpo e lo tenne fermo con una fusciacca.» Non c'era bisogno di correre: la via verso la «segreta dimora degli Anunnaki» era ormai libera. Non sapeva, il poveretto, che il fascino di una donna avrebbe ben presto mandato in rovina la sua vittoria...
Quel luogo, come il racconto aveva già precisato in precedenza, era il "crocevia di Ishtar", e si diceva che la dea stessa andasse avanti e indietro, da questo Luogo dell'Attcrraggio. Anche lei, come Shamash, deve aver osservato la battaglia  forse dalla sua aerea ("alata") Camera Celeste, che vediamo incisa su un sigillo ittita.Avendo visto Gilgamesh nudo nell'acqua, «la radiosa Ishtar levò un occhio alla bellezza di Gilgamesh». Gli si avvicinò, senza far parola di ciò che aveva in mente: Vieni, Gilgamesh, sii il mio amante! Concedimi il frutto del tuo amore. Sii il mio uomo, e io sarò la tua donna! Gli promise carri d'oro, un magnifico palazzo, la supremazia su altri re e principi, e in tal modo credeva di aver adescato una volta per tutte Gilgamesh. Ma questi le rispose che non aveva nulla da dare a lei, una dea, in cambio di tutto ciò che lei gli aveva promesso. Quanto poi al suo "amore", quanto sarebbe durato? Prima o poi, disse, si sarebbe sbarazzata di lui come «di una scarpa divenuta piccola per il piede del suo proprietario». E, dopo aver elencato uno per uno i nomi di tutti coloro con i quali ella si era intrattenuta, le voltò le spalle. Furiosa per questo offensivo rifiuto, Ishtar chiese ad Anu di lasciare che il "Toro del Cielo" colpisse Gilgamesh. Attaccati da questo mostro del cielo, Gilgamesh ed Enkiclu dimenticarono la loro missione e cominciarono a correre per sal-varsi la vita. Per aiutarli a tornare a Uruk, Shamash fece in modo «che essi percorressero in tre giorni la distanza che altrimenti avrebbero coperto in un mese e mezzo». Arrivati, però, alla periferia di Uruk, presso il fiume Eufrate, il Toro del Cielo li raggiunse. Gilgamesh riuscì ad arrivare in città per chiamare rinforzi, mentre Enkidu rimase da solo fuori dalle mura della città ad affrontare il mostro. Quando il Toro del Cielo "sbuffò", si aprirono nella terra degli squarci larghi al punto da poter contenere duecento uomini ciascuno. Enkidu cadde dentro uno di questi, ma quando il Toro del Cielo si girò, sgusciò fuori rapidamente e uccise il mostro. Che cosa fosse esattamente questo Toro del Cielo, non è chiaro. Il termine sumerico  GUD.AN.NA - potrebbe anche significare "attaccante di Anu", cioè un suo "missile". Affascinati dall'episodio, gli artisti antichi raffiguravano spesso Gilgamesh o Enkidu mentre combattevano con un toro vero, sotto l'occhio vigile di Ishtar nuda (e talvolta Adad) (fig. a). Ma dal testo dell'Epopea appare chiaro che l'arma di Anu era un oggetto metallico equipaggiato con due arnesi perforatori (le "corna"); si tratta di una specie di "toro" meccanico che compare in alcune raffigurazioni antiche nell'atto di scendere dal cielo (fig. b).
Sconfitto il Toro del Cielo, Gilgamesh «chiamò a raccolta tutti gli artigiani, gli armaioli» perché vedessero il mostro meccanico e lo portassero via. Poi, trionfanti, lui ed Enkidu andarono a rendere omaggio a Shamash. Ma «Ishtar, nella sua dimora, levava alto il suo pianto». All'interno del palazzo, Gilgamesh ed Enkidu si riposavano dopo la lunga notte di festeggiamenti. Nella dimora degli dèi, intanto, gli dèi supremi stavano ascoltando il lamento di Ishtar. E Anu disse a Enlil: «Poiché hanno ucciso il Toro del Cielo, e hanno ucciso anche Huwawa, quei due devono morire». Ma Enlil disse: «Che Enkidu muoia, dunque, ma lasciamo vivere Gilgamesh». Fu Shamash, questa volta, a intercedere: tutto era stato fatto con il suo aiuto; perché, allora, doveva morire «l'innocente Enkidu»? Mentre gli dèi decidevano, Enkidu giaceva inerte, privo di conoscenza. Stanco e preoccupato, Gilgamesh «misurava i passi avanti e indietro dal giaciglio» sul quale era disteso Enkidu; amare lacrime gli scorrevano sulle guance. Per quanto fosse afflitto per il suo amico, però, il suo pensiero tornava sempre allo stesso punto: sarebbe toccato anche a lui, un giorno, starsene lì disteso, in attesa della morte? Dopo tutti i suoi sforzi, avrebbe fatto an-che lui la fine di un mortale? Nel frattempo, gli dèi riuniti in assemblea avevano raggiunto un compromesso. La sentenza di morte per Enkidu era stata commutata in la-vori forzati a vita nelle miniere: qui, dunque, egli avrebbe passato il resto dei suoi giorni. Per far eseguire la sentenza e condurlo alla sua nuova casa, fu detto a Enlddu, due emissari «vestiti come uccelli, con tanto di ali» gli sarebbero apparsi. Uno di loro, «un giovane dal volto scuro, che come un uomo-uccello ha il volto», lo avrebbe trasportato nella terra delle miniere: 

Sarà vestito come un'Aquila; Con il braccio ti condurrà. «Seguimi» [dirà]; e ti condurrà alla casa dell'oscurità, la dimora posta sotto terra; la dimora che nessuno può lasciare dopo esservi entrato, una strada senza possibilità di ritorno. Una casa i cui abitanti sono privati della luce, e vivono con la polvere in bocca; la terra è il loro cibo. 

La scena è raffigurata su un antico sigillo cilindrico, dove si vede un essere alato (un "angelo") che porta Enkidu per un braccio . All'udire la sentenza riguardante il suo amico, Gilgamesh ebbe un'idea. Non lon tano dalla terra delle miniere, aveva sentito dire, vi era la Terra dei Viventi, cioè il luogo dove gli dèi avevano portato gli esseri umani che avevano rice vuto il dono dell'eterna giovinezza! Era «la dimora dei progeni tori che i grandi dèi avevano consacrato con le acque purifica taci». Qui, dividendo con gli dèi cibo e bevande, vivevano Principi nati per la corona che avevano governato nei giorni passati; Come Anu ed Enlil, essi mangiavano carni speziate e bevevano acqua fresca attinta dagli otri degli dèi. Non poteva essere proprio il posto in cui era stato portato anche l'eroe del Diluvio, Ziusudra/Utnapishtim, il posto da cui Etana «era asceso al cielo»? E fu così che «il Signore Gilgamesh verso la Terra dei Viventi rivolse la mente». Annunciò al redivivo Enkidu che lo avrebbe accompagnato per una parte almeno del suo viaggio, spiegandogli: 

O Enkidu, anche l'uomo più potente avvizzisce e va incontro alla fine predestinata. [Perciò] in quella Terra vorrei entrare, vorrei prepararmi uno Shem. Nel luogo in cui si innalzano gli Shem anch'io vorrei innalzare il mio. 

Tuttavia, passare dalla terra delle miniere a quella dei viventi non era cosa che un mortale potesse decidere da sé. Tanto gli anziani di Uruk quanto la dea sua madre cercarono di fargli capire nel modo più convincente possibile che era necessario ottenere prima il permesso di Utu/Shamash: 

Se in quella terra vuoi entrare, informa Utu, informa Utu, l'eroe Utù! Quello è territorio di Utu; la terra delimitata dai cedri è territorio di Utu. Informa Utu! 

Messo in guardia così risolutamente, Gilgamesh seguì il consiglio, offrì un sacrificio a Utu e chiese il suo consenso e la sua protezione:  

Utu, nella tua terra vorrei entrare; sii mio alleato ! Nella terra delimitata dai cedri vorrei entrare; sii mio alleato! Nei luoghi in cui sono stati elevati gli Shem fa' che io possa innalzare il mio! 

Inizialmente, Utu/Shamash fu in dubbio se concedere a Gilgamesh tale privilegio. Poi, cedendo ai suoi lamenti e alle sue preghiere, lo avvertì che sarebbe passato per una regione arida e desolata: «la polvere delle strade sarà la tua casa, il deserto sarà il tuo giaciglio ... spine e rovi ti feriranno i piedi... la sete asciugherà le tue guance». Non riuscendo a dissuadere Gilgamesh, gli disse ancora che «il luogo dove sono stati innalzati gli Shem» è circondato da sette montagne e i passi sono sorvegliati da terribili «esseri potenti» che possono lanciare «un fuoco ardente» o «un tuono che non si può respingere». Alla fine, però, Utu dovette rinunciare: «le lacrime di Gilgamesh accettò come offerta, ed ebbe compas-sione di lui». Ma «il signore Gilgamesh si comportò in maniera superfi-ciale»: piuttosto che affrettarsi sulla strada via terra, egli progettò di compiere quasi tutto il viaggio molto più comodamente, via mare; poi, una volta toccata terra, Enkidu sarebbe andato alla terra delle miniere e lui (Gilgamesh) avrebbe proseguito per la Terra dei Viventi. Scelse dunque 50 giovani rematori che li accompagnassero e subito mise mano ai preparativi: per prima cosa fece tagliare e portare da Uruk legni speciali per costruire la barca MA.GAN - una «barca d'Egitto»; poi i fabbri di Uruk costruirono armi resistenti. Alla fine, quando tutto fu pronto, par-tirono. Ridiscesero il Golfo Persico, progettando senza dubbio di circumnavigare la penisola arabica e poi dirigersi verso l'Egitto attraverso il Mar Rosso. Ma l'ira di Enlil non si fece attendere. Non era stato detto a Enkidu che un giovane «angelo» lo avrebbe preso per un brac-, ciò e lo avrebbe condotto alla terra delle miniere? E come mai, allora, se ne era andato allegramente con Gilgamesh, e con 50 uomini armati, su una nave reale? Al crepuscolo, Utu  che forse li aveva visti partire con grande pena - «se ne andò sdegnoso, a testa alta». Le montagne costiere, in lontananza, «si fecero scure, l'ombra si diffuse sopra di esse». «Sopra le montagne» c'era qualcuno che - come Huwawa era in grado di emettere raggi «ai quali nessuno può sfuggire». «Come, un toro se ne stava sulla grande casa della Terra»  una specie di faro, a quanto sembra. Questo uomo terribile deve aver minacciato la nave e i suoi passeggeri, perché Enkidu venne sopraffatto dalla paura. «Torniamo a Uruk», continuava a ripetere. Ma Gilgamesh non lo stava neanche a sentire; anzi, diresse la nave verso la costa, deciso a combattere con quel mostruoso sorvegliante  «quell'uomo, se è un uomo, oppure un dio, sia quel che sia». Fu allora che si abbattè la catastrofe. La vela cadde e, come spinta da una mano invisibile, la barca si capovolse e tutto ciò che vi era dentro affondò. In qualche modo Gilgamesh ed Enkidu riuscirono a nuotare fino a riva. Quando guardarono in acqua, videro la nave affondata con tutti i membri dell'equipaggio ancora al loro posto, talmente fermi e composti da sembrare vivi anche nella morte: 

Dopo che era affondata, nel mare era affondata, la notte in cui la barca-Magan era affondata, dopo che la barca, destinata al Magati, era affondata all'interno di essa, come creature ancora vive, erano seduti coloro che erano nati da un ventre di donna. 

I due amici trascorsero la notte sulla spiaggia sconosciuta, discutendo su quale strada prendere. Gilgamesli era ancora deciso a raggiungere «la terra», mentre Enkidu pregava di ritornare «alla città», a Uruk. Ben presto, però, una grande debolezza invase Enkidu; con appassionata amicizia Gilgamesli lo esortò a tenersi legato alla vita: «Mio caro, debole amico» gli diceva con grande affetto, «ti porterò alla terra». Ma «alla Morte, che non conosce distinzione», nessuno può sfuggire. Per sette giorni e sette notti Gilgamesh vegliò Enkidu, «finché dal suo naso non cadde un verme». Allora se ne andò e cominciò a vagare senza meta: «Per il suo amico, Enkidu, Gilgamesh piange amaramente mentre vaga per la foresta ... con un morso allo stomaco, temendo la morte, egli vagava per la foresta». Eccolo, dunque, nuovamente preoccupato per il suo destino: «temendo la morte» si domandava: «Quando muoio, non sarò anch'io come Enkidu?». Poi prevalse nuovamente la sua determinazione a scrollarsi di dosso il suo destino. «Dovrò infilare la testa sotto terra e dormire per tutta l'eternità?» domandò a Shamash. «Fa' che i miei occhi possano cogliere il Sole, fa' che si riempiano di luce!» E dirigendo la sua corsa là dove il Sole sorge e tramonta, «verso la Mucca Selvatica, verso Utnapishtim figlio di Ubar-Tutu si incamminò». Percorse strade mai battute da anima viva, senza incontrare nessuno e procurandosi il cibo con la caccia. «Quali montagne abbia scalato, quali fiumi abbia attraversato, nessuno lo sa», annotava tristemente l'antico scriba. Alla fine, come sappiamo da versioni trovate a Ninive e in siti archeologici ittiti, Gilgamesh arrivò vicino a delle abitazioni. Era giunto a una regione consacrata a Sin, il padre di Shamash.Quando arrivò, di notte, presso un passo montano, Gilgamesh vide dei leoni e si spaventò: Levò la testa verso Sin e pregò: «Al luogo dove gli dèi ringiovaniscono, i miei passi sono diretti... ti prego, preservami tu!» «Come fosse notte, egli cadde addormentato, ma si svegliò per un sogno» che interpretò come un presagio di Sin, secondo il quale avrebbe «gioito nella Vita». Incoraggiato dal sogno, Gilgamesh «come una freccia scese tra i leoni»: la sua battaglia con i leoni è stata immortalata in pitture non solo mesopotamiche, ma di tutte le terre antiche, persino dell'Egitto.
Allo spuntar del Sole, Gilgamesh attraversò un passo di montagna. Sotto di sé vide uno specchio d'acqua, come un grande lago, «mosso da lunghi venti»; accanto al lago vi era una vasta pianura all'interno della quale stava una città «tutta chiusa», cinta di mura, quindi. Qui stava «il tempio dedicato a Sin». Fuori dalla città, vicino al lago, Gilgamesh avvistò una locanda; avvicinandosi di più, vide la «locandiera, Siduri», che aveva in
mano una coppa di zuppa dorata. Al vedere Gilgamesh, essa fu presa da uno spavento terribile: «È vestito di pelli... ha il corpo tutto a brandelli e il volto di un viandante che viene da lontano» Senza esitare, «gli chiuse la porta in faccia e sbarrò il cancello». Con molta fatica Gilgamesh riuscì a convincerla della sua vera identità e delle sue buone intenzioni, parlandogli delle avventure che aveva vissuto e di ciò che stava cercando. Dopo che Siduri gli ebbe permesso di riposarsi e rifocillarsi, Gilgamesh fu preso di nuovo dall'ansia di ripartire. Qual è la strada migliore per ar-rivare alla Terra dei Viventi? domandò a Siduri. Doveva fare il giro del lago e avventurarsi per desolate montagne, o poteva prendere una scorciatoia attraverso il lago? 

Ti prego, locandiera, dimmi qual è la via ... Quali i punti di riferimento? Dimmi, ti prego, come posso riconoscerla! Se è possibile, attraverserò il mare; altrimenti, farò rotta tra le aspre montagne. 

La scelta, tuttavia, non era così semplice, perché il lago che vedeva era in realtà il "mare della morte": 

La locandiera gli disse, disse a Gilgamesh: «II mare, Gilgamesh, è impossibile da attraversare, da molto tempo non arriva nessuno dal mare. Il valente Shamash lo attraversò ma, a parte lui, chi può farlo? Laborioso è il suo attraversamento, desolato il percorso; Aride sono le Acque della Morte che esso racchiude. Come farai, allora, Gilgamesh, ad attraversare il mare?». 

Poiché Gilgamesh era ammutolito, Siduri parlò di nuovo, rivelandogli che poteva esservi, dopo tutto, un modo per attraversare il mare delle Acque della Morte:  

Gilgamesh, c'è Urshanabi, barcaiolo di Utnapishtim. Lui ha ciò che galleggia, Nelle barche di legno raccoglie quello che deve. Va', che egli veda il tuo volto. Se è giusto, ti farà attraversare; se non è giusto, tornatene indietro. 

Gilganiesh seguì le istruzioni e trovò Urshanabi il barcaiolo. Dopo aver molto discusso su chi fosse, come fosse arrivato fin lì dove volesse andare, venne ritenuto degno dei servigi del nocchiero. Con l'aiuto di bastoni spinsero avanti la barca e in tre giorni «si lasciarono dietro la strada di un mese e mezzo» (il tempo» cioè, che avrebbero impiegato viaggiando via terra). Alla fine arrivarono a TIL.MUN, la Terra dei Viventi. E adesso, da che parte doveva andare? Ai dubbi di Gilgamesh rispose Urshanabi: devi arrivare a una montagna, gli disse; «il suo nome è Mashu». Le istruzioni di Urshanabi ci sono giunte attraverso la versione ittita dell'Epopea, di cui alcuni frammenti sono stati rinvenuti a Boghazkoy e in altri siti ittiti. Da questi frammenti (ricomposti da Johannes Friedrich: Die hethitischen. Bruchstukes des Gilgamesh-Epos) sappiamo che a Gilgamesh venne detto di andare e seguire «una strada diritta» che conduce verso «il Grande Mare, che è lontano». Come punti di riferimento, doveva cercare due «colonne di pietra» che, disse Urshanabi, «mi portano sempre a destinazione». Poi doveva girare e raggiungere una città chiamata Itla, sacra al dio che gli Ittiti chiamavano Ullu-Yah ("quello delle vette"?), e doveva ottenere la benedizione di quel dio prima di poter proseguire. Seguendo le indicazioni, Gilgamesh arrivò a Itla, da dove, in lontananza, sembrava di vedere il Grande Mare. Qui Gilgamesh mangiò e bevve, si lavò e si rese finalmente presentabile come si addice a un re. Poi venne ancora.una volta Shamash in suo aiuto, consigliandogli di presentare delle offerte e Ulluyah. Portando Gilgamesh davanti al Grande Dio  pregò Ulluyah di accettare le sue offerte e «concedergli la vita». Ma Kumarbi, un altro dio ben noto dai racconti ittiti, si oppose con tutte le sue forze: non si può dare l'immortalità a Gilgamesh, disse.
Accortosi, a quanto sembra, che non gli avrebbero concesso uno Shem, Gilgamesh tentò un'altra strada: poteva almeno in-contrare il suo antenato Utnapishtim? Mentre gli dèi discutevano sulla decisione da prendere, Gilgamesh (forse con l'aiuto di Shamash) lasciò la città e cominciò ad avanzare verso Monte Mashu, fermandosi ogni giorno per offrire sacrifici a Ulluyah. Dopo sei giorni, arrivò al Monte: era davvero il luogo degli Shem: II nome della montagna è Mashu. Al monte di Mashu egli arrivò; dove ogni giorno si vedevano gli Shem partire e arrivare. Per la sua funzione, il monte doveva essere collegato sia ai cieli lontani sia agli abissi della Terra: In alto, alla Banda Celeste è collegato; in basso, al Mondo Inferiore è legato. Vi era una strada per entrare nella montagna; ma l'ingresso, la "porta", era sotto stretta sorveglianza: Uomini-razzo sorvegliano la porta. Emanano un terrore spaventoso, il loro sguardo è morte. Il loro faro terrificante spazza le montagne. Essi guardano Shamash quando sale e scende. Alcuni reperti iconografici mostrano esseri alati o uomini-toro divini (fig. a, b, c) che utilizzano un arnese circolare da cui si dipartono dei raggi: potrebbero essere antiche raffigurazioni del «faro terrificante che spazza le montagne». «Quando Gilgamesh vide la luce accecante, si protesse il volto; quindi, dopo essersi ricomposto, si avvicinò a quegli uomini-razzo.» Uno di essi, vedendo che i raggi colpivano Gilgamesh
gridò al suo compagno: «Colui che sta arrivando ha nel suo corpo carne divina!». Sembra dunque di capire che i raggi potevano colpire o uccidere gli esseri umani, ma erano del tutto innocui per gli dèi; I guardiani diedero dunque a Gilgamesh il permesso di avvi-cinarsi, gli chiesero chi fosse e come mai si trovasse all'interno di questa zona riservata. Egli descrisse le sue origini in parte divine e spiegò che era venuto «in cerca della Vita»; voleva, disse, in-contrare il suo antenato Utnapishtim:

Per parlare con Utnapishtim, mio antenato, sono venuto colui che si è unito alla congrega degli dèi. Della vita e della morte voglio chiedergli.

«Nessun mortale ha mai ottenuto questo», dissero le due guardie. Senza farsi intimidire, Gilgamesh invocò Shamash e spiegò che egli era per due terzi dio. Le lacune nelle tavolette ci impediscono di sapere ciò che avvenne dopo, ma alla fine gli uomini-razzo informarono Gilgamesh che gli era stato accordato il permesso: «La porta della Montagna è aperta per te!». (La "Porta del Cielo" è un motivo iconografico alquanto frequente sui sigilli cilindrici del Vicino Oriente: essa era quasi sempre rappresentata come una porta alata, a forma di scala, che conduce all'Albero della Vita; talvolta vi sono dei serpenti a sorvegliarla.
Gilgamesh entrò, seguendo «la strada presa da Shamash».  suo viaggio durò dodici beru (ore doppie); per la maggior parte del tempo «non riuscì a vedere niente né davanti né indietro»: forse aveva gli occhi bendati, poiché il testo insiste sul fatto che «per lui non c'era alcuna luce». Nell'ottava ora doppia, urlò dalla paura; nella nona, «sentì un vento da nord colpirlo in volto»; all'undicesimo beru finalmente albeggiò. Infine, al termine della dodicesima ora doppia, «tornò nella luce». Poteva di nuovo vedere, quindi, e quello che vide era straordinario. C'era «un recinto che sembrava fatto apposta per gli dèi», dove «cresceva» un giardino fatto tutto di pietre preziose! Per quanto mutilate, le righe del testo ci danno un'idea della magnificenza di quel luogo: 

Come frutti ha corniole e rampicanti troppo belli da contemplare. Il fogliame è di lapislazzuli; E uva, troppo rigogliosa da guardare, di... pietra è fatta ... I suoi... di pietre bianche ... Nelle sue acque, pure canne ... di pietre-sasu; Come un Albero della Vita e un Albero della ... sono fatti di pietre An-Gug. 

E la descrizione proseguiva su questo tono. Pieno di meraviglia e di curiosità, Gilgamesh camminava per il giardino: si trovava certamente in un finto "Giardino dell'Eden"! Non sappiamo che cosa sia avvenuto dopo, perché un'intera colonna della nona tavoletta è troppo mutilata per essere leggibile. Che fosse, comunque, in un giardino artificiale, o da qualche altra parte, alla fine Gilgamesh incontrò Utnapishtim. La sua prima reazione nel vedere quest'uomo «dei giorni del passato» fu di osservare quanto essi si assomigliavano: 

Gilgamesh disse a lui, a Utnapishtim "colui che sta lontano": «Quando ti guardo, Utnapishtim, [vedo] che non sei affatto diverso; è quasi come se io fossi te ...» Subito dopo, però, Gilgamesh venne al punto: Dimmi, come hai fatto a unirti al gruppo degli dèi nella tua ricerca della Vita?

In risposta a questa domanda, Utnapishtim disse a Gilgamesh: «Ti rivelerò, o Gilgamesh, una cosa nascosta, un segreto degli dèi ti dirò» Il segreto era il Racconto del Diluvio: quando lui, Utnapishtim, regnava a Shuruppak, gli dèi decisero di lasciare che il Diluvio annientasse il genere umano; allora Enki, in gran segreto, sii disse di costruire uno speciale sommergibile e di prendere a bordo la sua famiglia e «il seme di ogni essere vivente». Un navigatore fornito da Enki diresse l'imbarcazione verso il Monte Ararat. Quando le acque cominciarono a calare, egli scese dalla barca per compiere sacrifici: allora tutti gli dèi, che mentre infuriava il Diluvio erano rimasti a bordo della loro navetta spaziale in orbita attorno alla Terra, scesero anch'essi sul Monte Ararat, attratti dal profumo di carne arrostita. Alla fine atterrò anche Enlil, furioso al vedere che, malgrado il giuramento che tutti avevano prestato, Enki aveva permesso all'umanità di sopravvivere. Quando la sua collera si esaurì, tuttavia, Enlil vide i vantaggi di questa sopravvivenza  continuò Utnapishtim  e fu allora che concesse a lui la vita eterna: 

Enlil andò dunque a bordo della nave. Tenendomi la mano, mi condusse a bordo. Poi prese a bordo mia moglie  facendola salire col ginocchio al mio fianco. Messosi quindi fra di noi, ci toccò la fronte e ci benedisse: «Finora, Utnapishtim è stato un essere umano; da questo momento, Utnapishtim e sua moglie staranno fra noi come dèi. Lontano abiterà l'uomo Utnapishtim, alla bocca del fiume d'acqua».

E così avvenne, concluse Utnapishtim, che egli fu portato alla dimora lontana, per vivere in mezzo agli dèi. Ma come potrebbe avvenire per Gilgamesh? «Ora, però, chi radunerà gli dèi in assemblea, affinchè tu possa trovare quella Vita che vai cercando?» All'udire il racconto, Gilgamesh capì che soltanto gli dèi riuniti in assemblea potevano decretare la vita eterna e che lui da solo non avrebbe mai potuto ottenerla; la delusione fu così forte che lo fece svenire. Per sei giorni e sette notti rimase privo di conoscenza. Utnapishtim disse sarcasticamente a sua moglie: «Eccolo qua l'eroe che cerca la vita eterna; si dissolve nel sonno come vapore!». Per tutto il tempo in cui rimase addormentato,essi si occuparono di Gilgamesh, per tenerlo in vita, «affinchè? egli potesse tornare sano e salvo per la via dalla quale era arrivato, e ripassare dal cancello attraverso il quale era entrato pei, ritornare alla sua terra». Venne chiamato il nocchiero Urshanabi per riportare indietro ' Gilgamesh. Ma all'ultimo momento, quando Gilgamesh era pronto per partire, Utnapishtim gli svelò un altro segreto. Anche se non poteva evitare la morte, gli disse, poteva quanto meno rimandarla, procurandosi la pianta segreta che gli stessi dèi mangiano per restare giovani per sempre! 

Utnapishtim disse a lui, a Gilgamesh: «Sei venuto fin qui, tra fatiche e tormenti. Che cosa posso darti, prima che tu torni alla tua terra? Ti svelerò, o Gilgamesh, una cosa nascosta: Un segreto degli dèi ti dirò: C'è una pianta, la cui radice è come un cespuglio spinoso. Le sue spine si abbarbicheranno alle tue mani, ma se la tua mano riuscirà a prendere la pianta, nuova vita troverai». 

La pianta, come si può capire dal testo successivo, cresceva , sott'acqua: 

Non appena Gilgamesh ebbe sentito queste cose, aprì il tubo dell'acqua. Si legò ai piedi pietre pesanti che lo portarono giù, nel profondo dell'acqua; ' Finalmente vide la pianta. La prese e se la avvolse attorno alle mani. Quindi tolse le pietre pesanti dai suoi piedi e tornò da dove era venuto. 

Ritornando con Urshanabi, Gilgamesh gli disse trionfante: 

Urshanabi, questa pianta è unica tra tutte le piante: con essa un uomo recupera tutto il suo vigore! La porterò alla città di Uruk, la taglierò e la mangerò. Diamole il nome "L'Uomo diventa giovane nella vecchiaia!". Di questa pianta io mangerò, e alla mia gioventù ritornerò.

Un sigillo cilindrico sumerico, datato al 1700 a.C. circa e che illustra alcune scene del racconto epico, mostra (a sinistra) un Gilgafliesh seminudo e scarmigliato che combatte contro due leoni; destra, Gilgamesh mostra a Urshanabi la pianta dell'eterna giovinezza. Un dio, al centro, tiene in mano uno strano arnese o arma a forma di spirale.

II Fato, però, ci mise il suo zampino, come tutte le volte che, nel corso dei secoli e dei millenni a seguire, qualcuno partì alla ricerca della pianta della giovinezza. Mentre Gilgamesh e Urshanabi «si preparavano per la notte, Gilgamesh vide una sorgente d'acqua fresca e scese in essa per fare il bagno». 
Ed ecco la catastrofe: «Un serpente sentì l'odore della pianta, si avvicinò e la portò via....» Gilgamesh si sedette e pianse, calde lacrime gli scorrevano sulle guance. Prese la mano di Urshanabi, il barcaiolo. «Per chi hanno lavorato le mie mani? Per chi ho versato il sangue del mio cuore? Per me stesso, non ho ottenuto alcun privilegio; al serpente ho offerto un privilegio ...» Vi è poi un altro sigillo cilindrico che illustra la tragica fine della storia: con la porta alata sullo sfondo, Urshanabi guida la barca mentre Gilgamesh  combatte con il serpente. Non avendo trovato l'immortalità, egli è ora perseguitato dall'Angelo della Morte . 
E fu così che, per generazioni a seguire, gli scribi copiarono e tradussero, i poeti recitarono e i cantastorie raccontarono la vicenda di questa prima, inutile ricerca dell'immortalità, l'epopea di Gilgamesh. Ecco come la storia cominciava: 

Voglio raccontare a tutta la gente di colui che vide la Galleria; di colui che conosce i mari fatemi raccontare la storia. Egli visitò anche ... (?), ciò che nessuna conoscenza poteva vedere, tutte le cose ... cose segrete egli vide, ciò che è nascosto all'uomo egli lo scoprì. Portò anche notizie del tempo che precedette il Diluvio. Compì un viaggio lontano, tra mille fatiche e difficoltà. Ritornò, e sopra una colonna di pietra incise tutte le sue fatiche. 

Ed ecco come finiva, secondo gli elenchi sumerici ufficiali dei re: 

II divino Gilgamesh, figlio di un essere umano, alto sacerdote del recinto del tempio, regnò 126 anni. Urlugal, figlio di Gilgamesh, regnò dopo di lui. 


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