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venerdì 9 settembre 2016

IN CERCA DEL PARADISO


Ci fu un'epoca - ci dicono gli antichi testi - in cui l'immortalità era a portata di mano per il genere umano. Era un'età dell'oro, in cui l'uomo viveva con il suo creatore nel Giardino dell'Eden: l'uomo si prendeva cura dei frutti di quel meraviglioso giardino, mentre Dio passeggiava e si godeva la brezza del pomeriggio. «E il Signore Dio fece sbocciare dal terreno ogni albero che è piacevole alla vista e buono da mangiare; e l'Albero della Vita si trovava nel giardino, e anche l'Albero della Conoscenza del bene e del male. E un fiume nasceva dall'Eden e irrigava il frutteto, e da qui esso si divideva in quattro correnti principali: il nome del primo è Pison ... del secondo Gibon ... del terzo Tigri... e il quarto fiume è l'Eufrate.» Adamo ed Èva avevano il permesso di mangiare i frutti di tutti gli alberi, eccetto quelli dell'Albero della Conoscenza. Tentati dal Serpente, però, una volta ne mangiarono. Il Signore, allora, cominciò a porsi il problema della loro immortalità:

Allora il Signore Yahweh disse: 
«Ecco, Adamo è diventato come uno di noi 
e conosce il bene e il male; 
E ora non potrebbe egli allungare la mano 
e arrivare anche all'Albero della Vita,
e mangiarne, e vivere per sempre?» 
E il Signore Yahweh cacciò Adamo 
dal Giardino dell'Eden. ... 
Ed Egli pose a oriente del Giardino dell'Eden 
i Cherubini e la Spada Fiammeggiante che gira, 
a guardia della strada che conduceva all'Albero della Vita.

E così l'uomo fu scacciato dall'unico posto dove avrebbe potuto avere l'immortalità a portata di mano; ciò nonostante, da quel momento non ha mai cessato di ricordarla, di desiderarla e di cercare di raggiungerla. Fin dall'espulsione dal Paradiso, vi sono stati eroi che hanno compiuto imprese al limite dell'impossibile per andare in cerca dell'immortalità; un piccolo gruppetto di essi riuscì addirittura quasi a intravederla, ma anche tanta gente semplice pensò di averla incontrata. Con il passare del tempo, la ricérca del Paradiso divenne sempre più confinata nella sfera individuale, ma agli inizi di questo millennio essa fu invece lanciata come sfida nazionale da parte di regni potenti. Il Nuovo Mondo fu scoperto  almeno così ci è stato fatto credere  quando degli esploratori cominciarono a cercare una nuova rotta marittima per arrivare all'India e alle sue ricchezze. È la verità, ma non tutta la verità; perché ciò che Ferdinando e Isabella, re e regina di Spagna, desideravano di più era di trovare la Fonte dell'Eterna Giovinezza: una fontana magica le cui acque nascevano da una sorgente del Paradiso e perciò avevano il potere di ringiovanire i vecchi e di mantenere giovani per sempre. Non appena Colombo e i suoi uomini misero piede in quelle che tutti ritenevano essere le isole al largo dell'India (le "Indie occidentali"), organizzarono subito l'esplorazione delle nuove terre in cerca della leggendaria fontana le cui acque «ringiovanivano i vecchi». Gli "Indiani" catturati venivano interrogati, persino sotto tortura, perché rivelassero agli Spagnoli qual era il luogo segreto in cui si trovava questa meravigliosa fontana.. Si distinse in queste ricerche Ponce de Leon, un soldato di professione e awenturiero che divenne poi governatore della parte dell'isola di Hispaniola oggi chiamata Haiti e di Portorico. Nel 1511 egli assistette all'interrogatorio di alcuni Indiani catturati, i quali, nel descrivere la loro isola, parlavano di perle e di varie altre ricchezze, ed esaltavano le meraviglie dell'acqua. Vi è una sorgente, dicevano, alla quale aveva bevuto un isolano «dolorosamente oppresso dalla vecchiaia» e, dopo aver bevuto, se ne era tornato a casa «con tutta la sua forza di uomo e aveva ripreso tutte le funzioni virili, prese moglie un'altra volta e generò dei figli». Ponce de Leon, che era abbastanza anziano anche lui, ascoltava con crescente entusiasmo e finì per convincersi che ciò di cui gli Indiani parlavano era la fontana miracolosa le cui acque avevano il potere di far ringiovanire. Il fatto, poi, che un vecchio, dopo aver bevuto quell'acqua, fosse tornato forte e virile, avesse preso di nuovo moglie e generato altri figli, era l'aspetto più determinante di tutto il racconto. Infatti, in tutti i dipinti che ornavano le pareti della corte di Spagna, come delle corti di tutta Europa, ogni volta che l'autore voleva rappresentare una scena d'amore o una allegoria a sfondo sessuale, includeva nella scena una fontana: è il caso, per esempio, del famoso dipinto L'amore sacro e l'amor profano di Tiziano, che forse vide la luce proprio nel periodo in cui gli Spagnoli erano alle prese con la loro ricerca nelle Indie. Come tutti sapevano, nei quadri la fontana rappresentava appunto l'atto dell'amore; le sue acque rendevano possibili «tutte le attività virili» attraverso il dono dell'eterna giovinezza.


Ciò che Ponce de Leon riferì a re Ferdinando è riportato dallo storico ufficiale di corte, Peter Martyr de Angleria. Come si legge nella sua opera Decades de Orbe Novo [Decadi del Nuovo Mondo], gli Indiani originali delle isole di Lucayos o Bahamas avevano rivelato l'esistenza di «un'isola ... in cui vi è una sorgente perenne di acqua corrente di una tale virtù miracolosa che se un vecchio ne beve, magari con l'aiuto di una dieta, ritorna giovane». Molte ricerche, come La Fontana della Giovinezza di Ponce de Leon: storia di un mito geografico di Leonardo Olschki, hanno accertato che «la Fontana della Giovinezza era l'espressione più popolare e caratteristica delle emozioni e delle aspettative che animavano i conquistatori del Nuovo Mondo». Uno dei più "animati" in questo senso era proprio re Ferdinando di Spagna. Perciò, dopo aver sentito il racconto di Ponce de Leon, non perse tempo. Gli concesse subito un documento ufficiale (datato 23 febbraio 1512) che autorizzava una spedizione dall'isola di Hispaniola verso nord e ordinò che Ponce de Leon fosse assistito dalle navi e dai marinai migliori, affinchè potesse scoprire senza indugio l'isola di "Beininy" (Bimini). Il re pose una sola condizione: «che dopo aver raggiunto l'isola e scoperto che cosa vi era su di essa, mene manderai immediatamente un resoconto». Nel marzo 1513, Ponce de Leon partì in direzione nord, per cercare l'isola di Bimini. La scusa ufficiale per la spedizione era la ricerca di «oro e altri metalli»; il vero scopo era invece quello di trovare la Fontana dell'Eterna Giovinezza. I marinai se ne resero conto subito, non appena arrivati alle Bahamas, che si rivelarono essere non una sola isola, ma centinaia di isole: una dopo l'altra, essi dovettero perlustrarle da cima a fondo, con l'ordine di cercare non l'oro, ma una qualche strana fontana. Ogni volta che ne trovavano una, provavano ad assaggiare l'acqua che usciva da essa, ma senza alcun risultato. Il giorno di Pasqua - "Pasca de Flores in spagnolo" - fu avvistata una lunga linea costiera, che Ponce de Leon chiamò "Florida". Navigando lungo la costa e attraccando di continuo, la squadra di esploratori setacciò giungle e foreste e bevve l'acqua di tutte le sorgenti perenni; ma nessuna sembrava compiere il miracolo sperato. Il fallimento della missione, comunque, non alterò affatto la convinzione che la Fontana fosse proprio là: doveva soltanto essere scoperta. Furono interrogati altri Indiani. Alcuni parevano stranamente giovani per l'età che dicevano di avere. Altri raccontavano leggende che confermavano l'esistenza della Fontana. Una di queste leggende (che possiamo leggere in Creation Myths of Primitive America di J. Curtin) racconta che quando Olelbis, "Colui che siede in alto", stava per creare il genere umano, mandò due incaricati sulla Terra perché costruissero una scala che collegasse la Terra al Cielo. A metà della scala dovevano allestire un luogo di riposo, con una piscina di pura acqua potabile. Sulla cima della scala dovevano creare due fontane: una per bere e l'altra per lavarsi. Quando un uomo o una donna invecchieranno, disse Olelbis, se saliranno fino alla sommità della scala, berranno l'acqua e si laveranno con essa, torneranno giovani. La convinzione che la fontana esistesse davvero da qualche parte sull'isola era talmente forte che nel 1514 - l'anno dopo l'infruttuosa missione di Ponce de Leon - Peter Martyf (nella sua Seconda Decade) informò papa Leone X scrivendogli quanto segue: A 325 leghe di distanza da Hispaniola dicono che vi sia una terra chiamata Boyuca, alias Ananeo, la quale, secondo coloro che ne hanno esplorato l'interno, possiede una fontana talmente straordinaria che chi beve ad essa riacquista la giovinezza. Che Vostra Santità non pensi che ciò venga detto a cuor leggero o che solo poche persone ne siano a conoscenza, perché, anzi, tutto il regno ne parla, e alcuni di coloro che hanno diffuso questa notizia, ritenendola assolutamente veritiera, sono tra i più distinti del popolo per saggezza e fortuna.Ponce de Leon concludeva la sua lettera affermando che ciò che egli doveva cercare era una sorgente collegata a un fiume, magari attraverso un tunnel sotterraneo. Se la fontana si trovava su un'isola, nasceva forse da un fiume della Florida? Nel 1521 la Corona spagnola mandò di nuovo in missione Ponce de Leon, questa volta in Florida. Non vi sono dubbi riguardo al vero obiettivo di questo viaggio: pochi decenni dopo, infatti, lo storico spagnolo Antonio de Herrera y Tordesillas di-chiarava nella sua Historia General de las Indias: «Egli [Ponce de Leon] andò in cerca della Fontana Sacra, tanto rinomata tra gli Indiani, come pure del fiume le cui acque facevano ringiovanire i vecchi». Il suo obiettivo, quindi, era quello di cercare la sorgente di Bimini e il fiume in Florida, di cui gli Indiani di Cuba e Hispaniola «dicevano che i vecchi che si lavavano con quell'acqua ritornavano giovani». Invece dell'eterna giovinezza, Ponce de Leon trovò la morte a causa della freccia di un indiano. E anche se, sul piano individuale, è probabile che la ricerca di un elisir di lunga vita non sarà mai abbandonata del tutto, si arrestarono invece le missioni organizzate e patrocinate dal re. Fu dunque tutto inutile? Ferdinando, Isabella, Ponce de Leon e tutti gli uomini che andarono per mare e morirono alla ricerca della Fontana, furono davvero dei pazzi incoscienti che credevano alle favole, come bambini? No, per come la vedevano loro. Le Sacre Scritture, le credenze pagane e i racconti documentati dei grandi navigatori: tutto concordava nell'affermare che vi era davvero un posto, le cui acque (o il nettare dei fiori) poteva assicurare l'immortalità attraverso l'eterna giovinezza. Circolavano ancora, a quell'epoca, antichi racconti di origine celtica che parlavano di un luogo segreto, una fontana segreta, un frutto o un'erba segreta che avrebbe allontanato per sempre la morte da chiunque l'avesse scoperto. Vi era la dea Idunn, che viveva presso un ruscello sacro e che custodiva delle mele magiche: quando un dio invecchiava, andava da lei a mangiare una mela, e così riacquistava subito la giovinezza. "Idunn", in effetti, significava "di nuovo giovane", e le mele che essa custodiva erano chiamate "l'Elisir degli dèi". Non potrebbe trattarsi di un'eco della leggenda di Eracle (Èrcole) e delle sue dodici fatiche? Una sacerdotessa del dio Apollo, dopo avergli predetto tali fatiche durante un responso oracolare, lo aveva anche rassicurato così: «Quando tutto sarà compiuto, tu diverrai uno degli Immortali». Proprio a questo fine, la penultima delle fatiche di Èrcole era quella di prendere e riportare dalle Esperidi le divine mele d'oro. Le Esperidi - "Figlie della Terra della sera" - abitavano agli estremi limiti della Terra. Quanto ai Greci e ai Romani, non si sono forse lasciati dietro anche loro storie di uomini divenuti immortali? Il dio Apollo consacrò il corpo di Sarpedonte, facendolo vivere per diverse generazioni. La dea Afrodite diede a Faone una pozione magica, grazie alla quale egli divenne un giovane attraente «che risvegliava l'amore nel cuore di tutte le donne di Lesbo». E il piccolo Demofonte, al quale la dea Demetra aveva dato dell'ambrosia, sarebbe certamente divenuto immortale se sua madre - ignara dell'identità di Demetra - non lo avesse strappato via da lei. Vi era poi Tantalo, che aveva acquistato l'immortalità mangiando alla tavola degli dèi e rubando da essa il nettare e l'ambrosia. Poiché però egli uccise suo figlio per servire la sua carne come cibo agli dèi, per punizione venne scacciato e confinato in una terra piena di frutti squisiti e dolcissimi, ai quali però egli era condannato a non poter mai arrivare. (Il dio Ermes riportò alla vita il figlio assassinato.) Ulisse, infine, al quale la ninfa Calypso aveva offerto l'immortalità in cambio della promessa di stare con lei per sempre, aveva rinunciato all'immortalità per poter tornare a casa da sua moglie. E non c'era poi la vicenda di Glauco, un mortale, un semplice pescatore, che divenne un dio marino? Un giorno egli vide che uno dei pesci che aveva pescato, venendo in contatto con una pianta, tornò alla vita e guizzò nell'acqua. Glauco allora avvicinò anch'egli quella pianta alla bocca e si tuffò nell'acqua nello stesso punto in cui era saltato il pesce; da quel momento gli dèi del mare Oceano e Teti lo ammisero tra loro e lo trasformarono in una divinità. Il 1492, l'anno in cui Colombo partì dalla Spagna per mare, fu anche l'anno in cui l'occupazione musulmana della Penisola Iberica terminò con la resa dei Mori a Granada. Per tutti i quasi otto secoli in cui musulmani e cristiani si erano combattuti per il predominio sulla penisola, l'interazione tra le due culture fu immensa, e il racconto contenuto nel Corano (il libro sacro dei musulmani) del Pesce e della Fontana della Vita era ben noto a musulmani e cattolici in egual misura. Il fatto che fosse praticamente identico alla leggenda greca di Glauco il pescatore fu presa come una conferma della sua autenticità. Fu questa una delle ragioni per cui si cercò questa leggendaria Fontana in India, la terra che Colombo aveva cercato di raggiungere e aveva creduto di aver raggiunto. La parte del Corano in cui si trova il racconto è la diciottesima Sura. Essa parla di Mosè, l'eroe biblico dell'Esodo degli Israeliti dall'Egitto: egli era stato chiamato a essere un Messaggero di Dio, ma per poter adempiere a questa funzione doveva essere istruito, per quella conoscenza che ancora gli mancava, da un misterioso "Servo di Dio". Accompagnato solo da un attendente, Mosè doveva cercare questo enigmatico "insegnante" con l'aiuto di un'unica traccia: doveva portare con sé un pesce morto, che a un certo punto si sarebbe tuffato in acqua e sarebbe scomparso; quello era il punto in cui avrebbe incontrato il suo maestro. Dopo lunghe e vane ricerche, l'attendente di Mosè gli suggerì che forse era meglio fermarsi e rinunciare. Ma Mosè volle insistere, dicendo che non avrebbe rinunciato finché non avesse trovato «il punto di congiunzione di due correnti». E in effetti fu proprio qui che il miracolo avvenne, ma i due non se ne accorsero:

Ma quando raggiunsero il punto di giunzione, si dimenticarono del Pesce, che prese il suo corso nella corrente, come in un tunnel.

Dopo aver viaggiato ancora per un po', Mosè disse al suo attendente: «È meglio mangiare il nostro pasto». Ma l'attendente rispose che il Pesce se n'era andato.

«Quando siamo arrivati sulla roccia, 
hai visto quello che è successo? 
Io, in realtà, non ricordavo più nulla del Pesce, 
Satana mi ha fatto dimenticare di dirtelo: 
esso ha preso il suo corso nella corrente, 
in un modo meraviglioso». 
E Mosè disse:  
«È proprio questo che stavamo cercando».

Il racconto del Corano (vedi fìg. sotto ) del pesce morto che tornò alla vita, si gettò nell'acqua e arrivò al mare percorrendo un tunnel, andava al di là della corrispondente leggenda greca, poiché si riferiva non a un semplice pescatore, ma addirittura al venerato Mosè. Inoltre, l'avvenimento era presentato non come una scoperta fortuita, ma come un fatto specificamente voluto dal Signore, il quale sapeva dove si trovavano le Acque della Vita  acque che si potevano riconoscere proprio attraverso la resurrezione di un pesce morto.
Devoti cristiani quali erano, il re e la regina di Spagna devono aver accettato alla lettera la visione descritta nel Libro dell'Apocalisse, quella di «un puro fiume di Acqua della Vita, limpido come cristallo, che usciva dal trono di Dio. ... Nel mezzo del suo corso e su entrambi i lati del fiume, vi era l'Albero della Vita, con dodici tipi diversi di frutti». Avranno certamente creduto alla promessa: «Io darò a colui che ha sete acqua della Fontana dell'Acqua della Vita» - «Gli darò da mangiare il frutto dell'Albero della Vita che sta nel mezzo del Paradiso di Dio». E certa-mente conoscevano le parole del salmista biblico:


Tu dai loro da bere 
acqua della tua Corrente di Eternità; 
perché con te sta la Fontana della Vita.

Senza dubbio, dunque, come attestano anche le Sacre Scritture, la Fontana della Vita, o Corrente di Eternità, esisteva davvero; l'unico problema era dove e come trovarla. La diciottesima Sura del Corano sembrava offrire qualche indizio importante. Essa raccontava anzitutto i tre paradossi che il Servo di Dio, finalmente trovato, aveva mostrato a Mosè. Quindi passava a descrivere altri tre episodi: il primo riguardava, una visita a una terra dove il Sole tramonta; il secondo, a una terra dove il Sole sorge  a oriente, dunque; il terzo, infine, a una terra che stava al di là della seconda, dove il mitico popolo di Gog e Magog, di cui parla anche la Bibbia, stava provocando danni terribili alla Terra. Per porre fine al tragico dissidio tra i due, il protagonista del racconto, chiamato Dual'karnain ("Possessore delle due corna") riempì con blocchi di ferro lo spazio compreso tra due montagne scoscese e vi versò sopra piombo fuso, creando una barriera di proporzioni tali che neanche i potenti Gog e Magog sarebbero stati in grado di scalarla. Una volta separati, i due non avrebbero più potuto recare danno alla Terra. Il termine Karnain, in arabo così come in ebraico, significa sia "doppie corna" sia "doppi raggi": perciò i tre episodi che seguivano immediatamente il racconto dei Misteri di Mosè potrebbero benissimo riferirsi anch'essi a Mosè, il cui viso «era avvolto da raggi» - emanava, cioè, radiazioni - dopo che egli era sceso dal Monte Sinai dove aveva incontrato il Signore faccia a faccia. E invece nel Medioevo le credenze popolari attribuivano tanto l'epiteto "Karnain" quanto i tre viaggi di cui abbiamo parlato ad Alessandro Magno, il re macedone che nel IV secolo a.C. conquistò gran parte del mondo antico, arrivando fino in India. Tale interscambiabilità tra Mosè e Alessandro, nell'immaginario popolare, era dovuta ad antiche tradizioni riguardanti le conquiste e le avventure di Alessandro Magno: a lui, infatti, si attribuivano non soltanto gesta eroiche nella.terra di Gog e Magog, ma anche l'identico episodio di un pesce morto che era tornato alla vita quando Alessandro e il suo cuoco avevano trovato la Fontana della Vita! I resoconti delle avventure di Alessandro che circolavano in Europa e nel Vicino Oriente in epoca medioevale si basavano sui presunti scritti dello storico greco Callistene di Olinto. Questi ricevette da Alessandro l'incarico di celebrare le sue imprese e i suoi trionfi nella spedizione asiatica, ma, avendo offeso il re, morì in prigione e i suoi scritti misteriosamente scomparvero. Parecchi secoli dopo, tuttavia, cominciò a circolare in Europa un testo latino che aveva fama di essere una traduzione degli scritti originali di Callistene; gli studiosi definiscono questo testo "pseudoCallistene". Per molti secoli si è creduto che le molte traduzioni delle gesta di Alessandro che circolavano in Europa e nell'area medio-orientale derivassero tutte da questo pseudoCallistene latino. In seguito, però, si scopri che ne esistevano altre versioni parallele in molte lingue  tra cui ebraico, arabo, persiano, siriano, armeno ed etiope e almeno tre versioni in greco. Tutte queste versioni, alcune delle quali composte ad Alessandria nel n secolo a.C, mostravano qualche differenza qua e là, ma nel complesso le analogie erano talmente numerose che senza dubbio facevano pensare a una fonte comune, forse proprio gli scritti dello pseudo-Callistene, oppure, come talvolta si è detto, copie delle lettere di Alessandro a sua madre Olimpia e al suo maestro Aristotele. Le miracolose avventure che vogliamo prendere in esame co-minciano al termine della conquista dell'Egitto da parte di Ales-sandro. Dal testo non è chiaro in quale direzione si mosse il Macedone, né è certo che gli episodi siano raccontati secondo un preciso ordine cronologico e geografico. Uno dei primissimi episodi, tuttavia, può servire a spiegare la confusione che a livello popolare si faceva tra Alessandro e Mosè: sembra infatti che Alessandro abbia tentato di lasciare l'Egitto come aveva fatto Mosè, separando le acque e portando i suoi seguaci ad attraver-sare a piedi il mare. Arrivato al mare, Alessandro decise di dividere le acque costruendovi in mezzo un muro fatto di piombo fuso, e i suoi operai «continuarono a gettare piombo e materia fusa sull'acqua finché la struttura affiorò in superficie. Quindi vi costruì sopra una torre e una colonna, sulla quale fece inci-dere la propria immagine, con la testa ornata da due corna». E sul monumento fece scrivere: «Chiunque passerà in questo posto volendo andare al di là del mare, sappia che sono stato io a fermarlo». Avendo così arrestato le acque, Alessandro e i suoi uomini cominciarono ad attraversare a piedi il mare. A titolo precauzio-nale, però, mandarono avanti alcuni prigionieri; appena questi arrivarono alla torre posta in mezzo al mare, «le onde del mare travolsero [i prigionieri] e il mare li inghiottì e perirono tutti. ... Quando Colui dalle Doppie Corna vide tutto ciò, fu preso da una terribile paura della potenza del mare» e rinunciò al tentativo di emulare Mosè. Desideroso, tuttavia, di scoprire l'"oscurità" dall'altra parte del mare, Alessandro fece parecchie deviazioni di rotta, durante le quali si dice che visitò le sorgenti del fiume Eufrate e quelle del Tigri, studiando da lì «i segreti dei cieli, le stelle e i pianeti». Lasciando indietro le sue truppe, Alessandro ritornò verso la Terra dell'Oscurità e arrivò a una montagna chiamata Mushas, che si trovava sul limitare del deserto. Dopo parecchi giorni di marcia, vide «un sentiero diritto senza mura, e senza parti alte o basse». Lasciò quei pochi, fidati compagni che gli erano rimasti e procedette da solo. Dopo aver viaggiato dodici giorni e dodici notti, «vide lo splendore di un angelo»; avvicinatosi, vide che l'angelo era «una fulgida fiamma» e capì che era arrivato alla «montagna che circonda tutto il mondo». L'angelo era sorpreso almeno quanto Alessandro. «Chi sei tu, e per quale ragione sei qui, o mortale?» domandò, meravigliato che Alessandro fosse riuscito «a penetrare nel profondo dell'oscurità, dove nessun altro uomo era mai arrivato». Alessandro rispose che era stato Dio stesso a guidarlo e a dargli la forza per «arrivare in questo luogo, che è il Paradiso». Per convincere il lettore che era in effetti il Paradiso, e non l'Inferno, questo luogo che si raggiungeva attraverso un passaggio sotterraneo, l'antico autore introduce un lungo dialogo tra l'angelo e Alessandro su questioni riguardanti Dio e l'uomo. Quindi l'angelo invitò Alessandro a tornare dai suoi amici, ma egli continuò a chiedere risposte ai misteri riguardanti Cielo e Terra, Dio e l'uomo. Alla fine Alessandro disse che sarebbe partito solo se gli fosse stato concesso qualcosa che nessun uomo aveva mai ottenuto prima. A malincuore, «l'angelo gli disse: "Ti dirò una cosa per la quale tu potrai vivere e non morire". Colui dalle doppie corna rispose: "Di', dunque". E l'angelo gli disse:

"Nella terra d'Arabia, dove Dio ha posto l'oscurità più profonda, è nascosto il tesoro di questa conoscenza. Là vi è la fontana dell'acqua che è chiamata 'Acqua della Vita'; e chiunque beve di essa, anche una piccola goccia, non morirà mai"».

L'angelo parlò poi di altri poteri magici attribuiti alle Acque della Vita, come «il potere di volare per i cieli, come vola un angelo». Che cosa si poteva volere di più? Alessandro chiese ansiosamente: «In quale parte della Terra si trova questa fontana?» «Domandalo a quegli uomini che sono eredi di questa conoscenza», fu l'enigmatica risposta dell'angelo. Quindi egli diede ad Alessandro un grappolo d'uva perché lo desse da mangiare alle sue truppe. Tornato dai suoi compagni, Alessandro raccontò loro l'avventura e diede a ognuno di essi un acino d'uva. Ma «ogni volta che ne staccava uno dal grappolo, ne cresceva subito un altro al suo posto». E cosi un solo grappolo bastò a dare da mangiare a tutti i soldati e anche agli animali. Quindi Alessandro cominciò a far domande a tutti gli uomini istruiti che trovava. «Avete mai letto nei vostri libri che Dio ha fissato un luogo di oscurità in cui è nascosta la conoscenza, e che là si trova anche la Fontana che è chiamata "Fontana della Vita"?» Secondo le versioni greche egli dovette arrivare agli estremi limiti della Terra per trovare la persona che sapesse rispondergli; le versioni etiopi sostengono invece che "il saggio" si trovava proprio là, tra le sue truppe. Si chiamava Matun e conosceva le antiche scritture. Quel luogo, disse, «si trova vicino al Sole quando sorge sul lato destro». Alessandro, che dopo queste enigmatiche parole ne sapeva meno di prima, si mise nelle mani della sua guida. I due, dunque, si avviarono verso un Luogo di Oscurità. Dopo aver viaggiato a lungo, Alessandro, stanco, mandò avanti Matun perché cercasse la strada giusta. Per aiutarlo a vedere nel buio, gli diede una pietra che gli era stata data tempo addietro in circostanze miracolose da un re antico che viveva tra gli dèi: una pietra che Adamo aveva portato via dal Paradiso quando se n'era andato, e che era più pesante di qualunque altra sostanza sulla Terra. Ad un certo punto Matun, che pure procedeva con grande accortezza, si perse. Allora si fermò e appoggiò per terra la pietra magica; al contatto col suolo, questa emise un bagliore, una luce che consentì a Matun di vedere, lì vicino a lui, una sorgente. Egli non sapeva ancora di aver trovato la Fontana della Vita. La versione etiope descrive così gli avvenimenti che seguirono:

Egli aveva con sé un pesce seccato e poiché aveva molta fame, scese con esso verso l'acqua, per lavarlo e prepararlo per la cottura. ... Ma appena il pesce toccò l'acqua, fuggì via nuotando.

Al vedere ciò, Matun si strappò via le vesti e si tuffò in acqua dietro il pesce, per vedere se nell'acqua esso era risuscitato. Accortosi dunque che si trattava della "Fontana dell'Acqua della Vita", Matun si lavò in quelle acque e ne bevve abbondante-mente. Quando uscì dall'acqua, non aveva più fame né alcuna esigenza terrena, poiché era diventato El-Khidr - "il Sempre-verde" - colui che sarà giovane per sempre. Tornato all'accampamento, Matun non disse niente della sua scoperta ad Alessandro (che la versione etiope chiama "Colui dalle doppie corna"). Ad un certo punto Alessandro decise di riprendere la ricerca e si sforzò di individuare la strada giusta nell'oscurità. All'improvviso vide la pietra (che Matun si era lasciato indietro) «che brillava nel buio; ora aveva due occhi, che emanavano raggi di luce». Alessandro capì che era sulla strada giusta e si slanciò in avanti, ma fu fermato da una voce che lo rimproverò per la sua crescente ambizione e gli predisse che invece della vita eterna avrebbe presto finito per assaggiare la polvere. Terrorizzato, Alessandro ritornò dai suoi compagni e dalle truppe e rinunciò alla ricerca. Secondo alcune versioni, fu un uccello dalle sembianze umane che parlò ad Alessandro e lo costrinse a tornare indietro dopo che egli aveva raggiunto un posto «nell'entroterra con zaffiri, smeraldi e giacinti». In una presunta lettera di Alessandro a sua madre erano invece due gli uomini-uccello che lo avevano spinto a desistere.Nella versione greca dello pseudo-Callistene era stato Andrea, il cuoco di Alessandro, a lavare il pesce seccato presso una sorgente «le cui acque brillavano di luce». Appena il pesce toccò l'acqua, tornò in vita e sgusciò dalle mani del cuoco. Accortosi di ciò che aveva trovato, il cuoco bevve un po' di quell'acqua e ne prese altra in una boccia d'argento; tuttavia non disse a nessuno della sua scoperta. Quando Alessandro (che in questa versione era accompagnato da 360 uomini) riprese la ricerca, raggiunse un luogo che era chiaramente illuminato, sebbene non si vedessero né il Sole, né la Luna o le stelle. Qui due uccelli con fattezze umane gli sbarrarono la strada. «Torna indietro!», ordinò ad Alessandro uno di loro, «perché la terra su cui stai appartiene solo a Dio. Torna indietro, o disgraziato, perché sulla Terra di colui che è benedetto tu non puoi mettere piede!» Tremanti di paura, Alessandro e i suoi uomini fecero dietro front, ma prima di lasciare quel luogo, pre-sero come ricordo qualcuna delle pietre che trovarono per terra. Dopo diversi giorni di marcia, uscirono finalmente dalla Terra della Notte Eterna, e quando raggiunsero la luce, videro che i "sassolini" che avevano preso erano in realtà perle, pietre preziose e pepite d'oro. Solo allora il cuoco raccontò ad Alessandro del pesce che era tornato in vita, ma non gli rivelò che egli stesso aveva bevuto dell'Acqua della Vita e che ne aveva attinto e portato via un po'. Alessandro, furioso, lo percosse e lo scacciò dall'accampamento. Ma il cuoco non aveva alcuna intenzione di andarsene da solo, perché si era innamorato di una figlia di Alessandro. Rivelò dunque a lei il suo segreto e le diede un po' di quell'acqua da bere. Quando Alessandro lo scoprì, scacciò anche lei: «Sei diventata immortale, un essere divino», le disse; «perciò non puoi più abitare tra gli uomini; va' a vivere nella Terra dei Benedetti». Quanto al cuoco, Alessandro lo gettò in mare con una pietra attorno al collo; ma invece di annegare, egli diventò il demone marino Andrentic. «E così»  ci dice il testo  «finisce la storia del cuoco e della vergine». Per gli istruiti consiglieri di re e regine dell'Europa medioevale, le diverse versioni non facevano che confermare sia l'antichità sia l'autenticità della leggenda di Alessandro e della Fontana della Vita. Ma dove si trovavano queste magiche acque? Si trovavano forse ai confini dell'Egitto, nella penisola del Sinai, la regione che fece da sfondo alle attività di Mosè? O erano più vicine alle sorgenti del Tigri e dell'Eufrate, da qualche parte a nord della Siria? Alessandro arrivò agli estremi limiti della Terra - in India - proprio alla ricerca di questa Fontana, oppure intraprese queste ulteriori campagne di conquista quando fu costretto a tornare indietro? Mentre gli studiosi medioevali cercavano di risolvere l'enigma, la comparsa di nuove opere di matrice cristiana sull'argomento cominciò a far pendere la bilancia dalla parte dell'India. Una composizione latina intitolata Alexandri Magni Inter ad Paradisum, un sermone siriaco su Alessandro del vescovo Jakob di Sarug, la Recensione di Josippon in armeno  insieme al racconto del tunnel, degli uccelli con sembianze umane, della pietra magica collocavano la Terra dell'Oscurità o la Montagna dell'Oscurità agli estremi rimiti della Terra  in India, appunto. Qui, secondo alcuni di questi scritti, Alessandro navigò sul fiume Gange, che altro non era che il fiume Pison del Paradiso, e fu proprio qui che egli giunse alle Porte del Paradiso. A gettare nuova luce sull'argomento arrivò poi una fonte ina-spettata. Nell'anno 1145, il vescovo tedesco Ottone di Freislng riportò nella sua opera Chronicon un'epistola davvero sorpren-dente. Egli sosteneva che il papa aveva ricevuto una lettera da un re cristiano dell'India, di cui fino a quel momento non si conosceva nemmeno l'esistenza; in questa lettera il re avrebbe af-fermato che il Fiume del Paradiso si trovava davvero all'interno del suo regno. Il vescovo Ottone di Freising citava come intermediario, attraverso cui il papa avrebbe ricevuto la lettera, il vescovo Ugo di Gebal, una cittadina sulla costa mediterranea della Siria. Il re si chiamava Gianni il Vecchio, ma, essendo un prete, era noto soprattutto come Prete Gianni. Si dice che discendesse in linea di-retta dai Magi che erano andati a visitare Gesù Bambino appena nato. Egli aveva sconfitto i re musulmani di Persia e aveva dato vita a un fiorente regno cristiano ai limiti estremi della Terra. Alcuni studiosi moderni considerano tutta questa storia una pura invenzione concepita a scopo di propaganda. Altri, invece, ritengono che quella che arrivò alle orecchie del re fu una versione distorta di avvenimenti che stavano realmente accadendo. A quel tempo il mondo cristiano, che cinquantanni prima aveva lanciato le Crociate contro il dominio musulmano sull'area medio-orientale (compresa la Terra Santa), aveva subito una pesante sconfitta a Edessa (1144). Ora, però, l'impero musulmano doveva fronteggiare la pressione dei Mongoli provenienti dalle lontane regioni orientali, che nel 1141 avevano sconfitto il sultano Sanjar. Dopo aver raggiunto le città costiere mediterranee, la notizia arrivò, trasfigurata, anche al papa, prendendo la forma delle eroiche gesta di un re cristiano impegnato a sconfiggere i musulmani dall'altra parte. Se la ricerca della Fontana della Giovinezza non fu tra i motivi ispiratori della Prima Crociata (1095), sembra proprio che fosse tra quelli delle Crociate successive. Infatti, non appena il vescovo Ottone riferì dell'esistenza di Prete Gianni e del Fiume del Paradiso che stava nel suo regno, il papa riesumò in fretta e furia la vecchia idea delle Crociate e due anni dopo, nel 1147, l'imperatore Corrado di Germania, accompagnato da altri re e nobili, partì per la Seconda Crociata. Mentre la fortuna di queste iniziative procedeva a fasi alterne, l'Europa venne di nuovo attraversata dalle parole di Prete Gianni e dalle sue promesse di aiuto. Secondo i cronisti del tempo, Prete Gianni mandò nel 1165 una lettera all'imperatore di Bisanzio, a quello del Sacro Romano Impero e ad altri re minori esprimendo loro l'intenzione di andare in Terra Santa con il suo esercito. Di nuovo il suo regno veniva descritto in termini esaltanti, come si addice al luogo in cui si trova il Fiume  o, meglio, le Porte - del Paradiso. L'aiuto promesso, però, non arrivò mai. Nessun varco si aprì tra l'Europa e l'India e,  i Crociati erano ormai finiti, irrimediabilmente sconfitti per mano dei musulmani. Anche quando i crociati alternavano momenti di gloria a rapide ritirate, la fede nell'esistenza, in India, delle Acque del Paradiso andava rafforzandosi e diffondendosi sempre più. Una nuova versione popolare delle gesta di Alessandro Magno aveva cominciato a diffondersi tra gli accampamenti e nelle piazze cittadine. Chiamata il Romanzo di Alessandro, essa era, come oggi sappiamo, un'opera apologetica di due poeti francesi, che si erano basati sulla versione latina dello pseudo-Callistene e su altre "biografie" dell'eroe macedone. I cavalieri del tempo, i guerrieri, la gente del popolo che si ritrovava a bere nelle taverne non si preoccupava certo di chi fossero gli autori: tutti si limitavano a godersi la vivida rappresentazione - per di più in una lingua che ben comprendevano -delle avventure di Alessandro in terre lontane. Fra queste vi era il racconto delle tre fontane meravigliose: una faceva ringiovanire i vecchi; la seconda concedeva l'immortalità e la terza resuscitava i morti. Le tre fontane, spiegava il Romanzo, si trovavano in terre diverse, poiché nascevano la prima dal Tigri e dall'Eufrate nell'Asia occidentale, la seconda dal Nilo in Africa e la terza dal Gange in India. Erano questi i quattro fiumi del Paradiso e, per quanto scorressero in regioni diverse, proveni-vano tutti da un'unica sorgente: il Giardino dell'Eden  proprio come affermava la Bibbia. Quella che Alessandro e i suoi uomini avevano trovato, rac-contava il Romanzo, era la prima, la Fontana della Giovinezza. E come un dato di fatto sosteneva che 56 compagni d'armi di Alessandro, di età alquanto avanzata, «ritrovarono l'aspetto dei trent'anni dopo aver bevuto alla Fontana della Giovinezza». Via via che le varie traduzioni del Romanzo diffondevano in lungo e in largo il racconto dell'episodio, esso si fece sempre più speci-fico su questo punto: bevendo alla Fontana, i soldati ritrovarono non solo l'aspetto esteriore, ma anche la forza e la virilità della loro gioventù. Ma come si faceva ad arrivare a questa Fontana, se la strada per l'India era bloccata dai musulmani infedeli? In più occasioni i papi hanno cercato di comunicare con questo misterioso Prete Gianni, «l'illustre e magnifico re delle Indie e diletto figlio di Cristo». Nel 1245, papa Innocenzo IV mandò il frate Giovanni da Pian del Carpini, attraverso il sud della Russia, dal re dei Mongoli, o Khan, pensando che i Mongoli fossero ne-storiani (una branca della Chiesa ortodossa d'oriente) e che il Khan fosse Prete Gianni. Nel 1254, il re-sacerdote armeno Haithon viaggiò in incognito attraverso la Turchia orientale verso l'accampamento del capo dei Mongoli nella Russia meridionale. Durante il viaggio, ci dicono le cronache, attraversò le coste del Mar Caspio chiamate "Porte di Ferro": la vicenda sembrava avere molte analogie con l'impresa di Alessandro Magno, che aveva versato del metallo fuso per chiu-dere un passo montano; tutto ciò non faceva che rafforzare l'idea che fosse davvero possibile raggiungere le Porte del Paradiso. A questi e altri inviati di papi o re si aggiunsero ben presto avventurieri privati, come i fratelli Niccolo e Maffeo Polo e il figlio del primo, Marco Polo (1260-1295), e il cavaliere tedesco Gugliemo di Bodensele (1336), tutti alla ricerca del regno di Prete Gianni. Mentre i loro resoconti di viaggio tenevano alto l'interesse della Chiesa e delle varie Corti, fu ancora una volta un'opera di carattere popolare a risvegliare l'attenzione della massa su questo argomento. L'autore si presenta da sé nel testo: «Io, John Maundeville, Cavaliere», nato nella città inglese di St. Albans, che «passai il mare nell'anno del Signore 1322». Scrivendo 34 anni dopo la fine dei suoi viaggi, Sir John spiegava che in essi «avevo tracciato la strada per la Terra Santa e per Gerusalemme; e anche per le terre del Gran Khan e di Prete Gianni: la strada per l'India e per diversi altri Paesi, dove vi erano molte e strane meraviglie». Al capitolo 27, dal titolo "Della proprietà reale di Prete Gianni", il libro {I viaggi di Sir John Maundeville, Cavaliere) afferma:

L'imperatore, Prete Gianni, possiede un territorio molto esteso e ha molte nobili città e cittadine nel suo regno, e molte isole davvero grandi. Poiché infatti l'India è divisa in tante isole, dalle grandi correnti che scendono dal Paradiso. ... Questa terra è piena di ogni bene e ricchezza. ... Nella terra di Prete Gianni vi sono moltissime cose e pietre preziose tanto grandi che con esse si costruiscono vassoi, piatti, coppe, ecc.

Sir John proseguiva descrivendo il Fiume del Paradiso:

In quel paese si trova il mare chiamato Mare Ghiaioso. ... A tre giorni di viaggio da quel mare vi sono grandi montagne, dalle quali corre un grande fiume che discende dal Paradiso, ed esso è pieno di pietre pre-ziose, senza una goccia d'acqua, e scorre nel deserto, da una parte, e dove termina forma il Mare Ghiaioso.

Al di là del Fiume del Paradiso vi era «una grande isola, lunga e larga, chiamata Milsterak», che era un vero paradiso terrestre. Essa aveva «il giardino più bello che si potesse immaginare, con alberi carichi di ogni varietà di frutti, ogni tipo di pianta profu-mata e dotata di grandi proprietà». Questo paradiso, afferma Sir John, possiede sale e camere meravigliose, che servono ad accogliere ogni tipo di divertimento amoroso: tutto, qui, è opera di un uomo ricchissimo e demoniaco. Dopo aver acceso l'immaginazione (e l'ingordigia) del lettore con i racconti su pietre preziose e altre ricchezze, Sir John puntava ora ai desideri sessuali degli uomini. «Quel luogo», scriveva, era «pieno delle più belle damigelle che si potessero trovare al di sotto dei 15 anni, e anche dei più avvenenti fanciulli di quell'età, e tutti erano riccamente abbigliati con vesti d'oro; ed egli diceva che erano angeli». L'uomo demoniaco, poi, fece costruire tre belle e nobili fontane, tutte circondate con blocchi di diaspro e cristallo, ornate d'oro, pietre preziose e grandi perle d'Oriente. E fece poi un condotto sotterraneo, in modo che dalle tre fontane, secondo il suo volere, scendesse da una latte, dall'altra vino e dall'ultima miele. E il posto lo chiamò Paradiso.In esso quell'uomo astuto attirava «bravi cavalieri, valorosi e nobili», e dopo averli intrattenuti per un po', li convinceva ad andare a uccidere i suoi nemici; e li esortava a non aver paura della morte, perché, se anche fossero stati uccisi, sarebbero poi risuscitati e tornati giovani:

Dopo morti sarebbero venuti in questo Paradiso e sarebbero tornati all'età delle damigelle, e con esse avrebbero potuto giocare. Dopodiché egli li avrebbe posti in un Paradiso ancora più bello, dove avrebbero visto con i loro occhi il Dio della Natura, in tutta la sua maestà e beatitudine.

Ma questo, precisava John Maundeville, non era il vero Para-diso di cui parla la Bibbia. Quello, infatti, si dice al capitolo 301, si trovava al di là delle-isole e delle terre attraverso cui era passato Alessandro Magno. La strada'per arrivare a quel luogo portava molto più a oriente, verso due isole ricche di miniere d'oro e d'argento, «dove il Mar Rosso è separato dall'Oceano Indiano»:

Al di là di quella terra, delle isole e del deserto su cui regna Prete Gianni, andando sempre diritto verso est, non si trovano che montagne e grandi rocce; là è la regione dell'oscurità, dove nessun uomo può vedere, né di giorno né di notte. ... E quel deserto, quel luogo di oscurità si estende dalla costa fino al Paradiso Terrestre, dove vennero posti Adamo, nostro primo antenato, ed Èva.

È da qui che nascevano le acque del Paradiso:

Nel punto più alto del Paradiso, esattamente nel mezzo, vi è una sorgente dalla quale nascono quattro correnti, che attraversano terre lontane: la prima è chiamata Pison, o Gange, e corre attraverso l'India, o Emlak: in questo fiume si trovano molte pietre preziose e molta sabbia d'oro. Il secondo fiume è il Nilo, o Gyson, che attraversa l'Etiopia e poi l'Egitto. Il terzo, il Tigri, corre attraverso l'Assiria e la Grande Armenia. E il quarto è chiamato Eufrate e attraversa la Media, l'Armenia e la Persia.

Nel confessare che egli non era mai stato nel biblico Giardino dell'Eden, John Maundeville spiegava: «Nessun uomo mortale può avvicinarsi a quel luogo senza una speciale grazia di Dio; perciò di quel posto non so dire di più». Nonostante questa ammissione, circolavano molte versioni di questo testo, tradotte in varie lingue dall'originale inglese, in cui il cavaliere avrebbe detto «Io, John de Maundeville, ho visto la Fontana e ho bevuto tre volte quell'acqua con il mio compagno d'armi, e da quando ho bevuto mi sento bene». Il fatto che invece, nella versione inglese, Maundeville si lamentasse di soffrire di gotta reumatica e di sentirsi vicino alla fine dei suoi giorni non aveva molta importanza: la gente continuava ad ascoltare a bocca aperta queste storie meravigliose. E poco importa anche che gli studiosi moderni ritengano che «Sir John Maundeville, Cavaliere» sia in realtà un medico francese che non viaggiò mai, ma che molto astutamente si limitò a mettere insieme un diario di viaggio sulla base degli scritti di altri, di persone che, loro sì, si erano assunte il rischio e l'impegno di viaggiare in lungo e in largo per il mondo. Parlando dei motivi e dei sogni che avevano ispirato le grandi esplorazioni per merito delle quali si era giunti anche alla scoperta dell'America, Angel Rosenblat (La Primera Vision de America y Otros Estudios) così affermava: «Alla fede nell'esistenza di un Para-diso terrestre era associato anche un altro desiderio di natura mes-sianica (o faustiana): quello di trovare la Fontana dell'Eterna Giovinezza. Tutto il Medio Evo l'ha sognata. Nelle raffigurazioni del Paradiso Perduto, l'Albero della Vita divenne via via prima la Fontana della Vita, poi ancora un Fiume o una Fonte di Giovinezza». Quanto alla motivazione dei viaggi, essa era data anzitutto dalla convinzione che «la Fontana della Vita provenisse dall'India ... una Fontana che curava tutte le malattie e assicurava l'immortalità. John Maundeville l'aveva davvero trovata nel suo viaggio in India ... nel regno cristiano di Prete Gianni». Andare in India alla ricerca delle acque provenienti dal Paradiso divenne «un simbolo dell'eterno desiderio umano di piacere, gioventù e felicità». Con le rotte di terra bloccate dai nemici, i regni cristiani d'Europa cercarono una via per mare verso l'India. Con Enrico il Navigatore, a metà del XV secolo, il Portogallo si impose come la potenza più forte nella gara che vedeva tutti impegnati a rag-giungere l'Oriente navigando attorno all'Africa. Nel 1445, il navigatore portoghese Dinas Dias raggiunse le bocche del fiume Senegal e, avendo bene in mente il vero scopo del viaggio, riferì che «si dice che esso nasca dal Nilo, uno dei più gloriosi fiumi della Terra, che proviene dal Giardino dell'Eden e dal Paradiso terrestre». Dopo di lui, altri si spinsero fino al Capo di Buona Speranza, la punta estrema del continente africano, finché, nel 1499, Vasco da Gama e la sua flotta circumnavigarono l'Africa e raggiunsero l'agognata meta: l'India. E tuttavia a vincere la gara non furono i Portoghesi, ai quali pure va il merito di aver lanciato l'Era delle Scoperte. Fu infatti un navigatore di origine italiana, Cristóbal Colón (Cristoforo Colombo) che, dopo aver studiato con attenzione le antiche mappe e gli scritti di tutti coloro che avevano viaggiato sempre verso est, concluse che invece, procedendo verso ovest, si sarebbe potuta raggiungere l'India con una rotta molto più breve di quella seguita dai Portoghesi. Cercando uno "sponsor", arrivò alla corte di Ferdinando e Isabella, portando con sé una versione latina piena di appunti del libro di Marco Polo (che lo accompa-gnerà anche nel suo primo viaggio). Forse Colombo utilizzò anche gli scritti di John Maundeville, che già un secolo e mezzo prima spiegava che procedendo sempre verso est, si arrivava a ovest, «a causa della forma sferica della Terra ... perché nostro Signore ha fatto la Terra rotonda». . Nel gennaio 1492, Ferdinando e Isabella sconfissero i Mori e li scacciarono dalla Penisola Iberica. Non fu forse un segno divino che la Spagna fosse riuscita laddove i crociati avevano fallito? Il 3 agosto dello stesso anno Colombo partì per mare, all'om-bra della bandiera spagnola, per cercare una via occidentale verso le Indie. Il 12 ottobre, avvistò la terra, e da quel momento fino alla sua morte, nel 1506, egli fu certo di essere giunto nelle isole che facevano parte del leggendario territorio di Prete Gianni. Due decenni più tardi, Ferdinando investì Ponce de Leon di una missione ufficiale di esplorazione geografica, ordinandogli di trovare senza indugio le acque capaci di ringiovanire. Gli Spagnoli pensavano così di imitare Alessandro Magno; non sapevano che in realtà stavano seguendo tracce che portavano molto più indietro nel tempo.



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