Cerca nel blog

domenica 11 settembre 2016

IL VIAGGIO DEL FARAONE VERSO L'OLTRETOMBA


Le avventure di Alessandro e la sua ricerca degli antenati immortali contengono senza dubbio elementi che sembrano ripetere le loro esperienze: caverne, angeli, fuochi sotterranei, cavalli fiammeggianti e Carri di Fuoco. È altrettanto chiaro, però, che nei secoli che precedettero l'era cristiana, Alessandro  o i suoi biografi, o tutti e due - credevano che se si voleva ottenere l'immortalità, si dovevano emulare i faraoni egiziani. Per questo la presunta parentela semidivina di Alessandro si attribuiva a una complicata storia d'amore tra sua madre e una divinità egizia, piuttosto che all'associazione con un dio greco locale. È un fatto storicamente accertato, non una semplice leggenda, che Alessandro ritenne necessario, dopo aver rotto le linee difensive persiane in Asia Minore, non perseguire il nemico persiano, ma andare direttamente in Egitto: qui egli cercò una conferma alle sue presunte "radici" divine e da qui diede inizio alla ricerca delle Acque della Vita. Mentre gli Ebrei, i Greci e altri popoli dell'antichità tramandavano racconti che riservavano a pochi eletti la possibilità di sfuggire al destino mortale per volontà divina, gli antichi Egizi tramutarono questo privilegio in un diritto. Non un diritto universale, certo, né un diritto limitato unicamente a chi si era distinto per onestà e rettitudine; bensì un diritto che spettava a ogni re egizio, il faraone, per il solo fatto di essersi assiso sul trono d'Egitto. La ragione di ciò, secondo le tradizioni dell'antico Egitto, è che i primi sovrani di quella terra non erano uo-mini ma dèi. In tempi immemorabili, secondo le tradizioni egizie, alcuni «Dèi del Cielo» erano scesi sulla Terra provenienti dal Disco Celeste. Quando l'Egitto fu inondato dalle acque, «un dio molto potente che era venuto [sulla Terra] in epoca antichissima» arrivò in Egitto e lo sollevò, letteralmente, dallo strato di acqua e fango, arginando le acque del Nilo e compiendo un'immensa opera di recupero e bonifica del terreno (per questo l'Egitto venne poi chiamato "la Terra Sollevata"). 
Questo antico dio si chiamava Ptah - "Lo sviluppatore" - ed era considerato un grande scienziato, esperto di ingegneria e architettura, una specie di "capo artigiano" degli dèi, che aveva anche dato una mano nella creazione dell'uomo. Nelle rappresentazioni iconografiche il suo bastone spesso somigliava alle bacchette graduate che i topografi moderni utilizzano per la misurazione dei campi . Gli Egizi credevano che alla fine Ptah si fosse ritirato a sud, da dove avrebbe continuato a controllare le acque del Nilo mediante un sistema di chiuse installate all'interno di una grotta segreta, nei pressi della prima cataratta del Nilo (il luogo dell'attuale Diga di Assuan). Prima, però, di lasciare l'Egitto, costruì la sua prima città sacra e la chiamò An, in onore del dio dei Cieli (si tratta della biblica On, che i Greci chiamarono Heliopolis). Qui egli pose, in qualità di primo sovrano divino dell'Egitto, suo figlio Ra (così chiamato in onore del Globo Celeste). Ra, uno dei grandi «Dèi del Cielo e della Terra», fece costruire uno speciale tempio ad An, in cui era custodito il Ben-Ben  un "oggetto segreto" con il quale si diceva che Ra fosse sceso sulla Terra dal cielo. Col tempo Ra divise il regno tra i due dèi fratelli Osiride e Seth, ma tale suddivisione non funzionò: Seth cercava continuamente di rovesciare e uccidere il fratello. Non fu facile, ma alla fine, con l'astuzia, riuscì a far entrare Osiride in una bara, che poi prontamente sigillò e gettò in mare. Iside, sorella e moglie di Osiride, riuscì a ritrovare la bara, che nel frattempo era arrivata alle coste dell'attuale Libano. Liberò il corpo del suo sposo e lo tenne nascosto mentre andava a chiedere l'aiuto di qualche altra divinità che potesse riportarlo in vita. Ma Seth scoprì il cadavere e lo tagliò a pezzi, gettandoli poi qua e là per tutta la regione.


Con l'aiuto di sua sorella Nephtys, Iside riuscì ancora una volta a ritrovare e a rimettere insieme tutti i pezzi (a eccezione del fallo), riportando così in vita Osiride. Da quel momento il redivivo Osiride visse nell'Aldilà tra gli altri dèi celesti. Di lui gli scritti sacri affermano: 

Egli entrò nelle Porte Segrete, La gloria dei Signori dell'Eternità, Al passo con colui che brilla all'orizzonte, sulla strada di Ra. 

Il posto di Osiride sul trono d'Egitto fu preso da suo figlio Horus. Quando questi nacque, sua madre Iside lo nascose tra i canneti del Nilo (proprio come fece, secondo la Bibbia, la madre di Mosè) affinchè Seth non lo trovasse. Ma il bambino fu morso da uno scorpione e morì. Senza perdere tempo, la dea sua madre andò a chiedere aiuto a Thoth, un dio dotato di poteri magici; costui, che stava nei cieli, scese immediatamente sulla Terra con la "Barca degli Anni Astronomici" di Ra e contribuì a riportare in vita Horus. Con il passare degli anni, Horus cominciò a insidiare il trono a Seth: ne derivò una lotta senza esclusione di colpi, che ebbe come scenario i cieli. Horus attaccava Seth da un Nar, un termine che nelle antiche lingue medioorientali significava "colonna ardente di fuoco". Su reperti iconografici dell'epoca predinastica questo carro celeste era raffigurato come un oggetto lungo e cilindrico con una coda a forma di ciminiera e una parte anteriore dalla quale scaturivano dei raggi, una sorta di sottomarino celeste . Sulla parte frontale il Nar aveva due fari o "occhi" che, secondo i racconti egizi, cambiavano colore dal blu al rosso.


Vi erano alti e bassi in queste battaglie, che duravano diversi giorni. Horus lanciò contro Seth, dall'esterno del suo Nar, una speciale fiocina che colpì Seth facendogli perdere i testicoli; ciò  non ebbe altro effetto che renderlo ancora più pazzo di rabbia. Nella battaglia finale, sopra la penisola del Sinai, Seth scagliò una lingua di fuoco contro Horus e questi perse un "occhio". Vista la situazione, i grandi dèi convocarono un concilio: dopo una certa indecisione, il Signore della Terra stabilì di concedere l'Egitto a Horus, dichiarandolo erede legittimo nella linea di successione Ra-Osiride. (Da quel momento, Horus venne raffigurato quasi sempre con gli attributi di un falco, mentre Seth assunse l'aspetto di una divinità asiatica, simboleggiata dall'asino,  il tipico animale da soma dei nomadi.L'accesso di Horus al trono unificato delle Due Terre (Alto e Basso Egitto) rappresentò per tutta la storia egizia il momento in cui la sovranità aveva ottenuto il suo collegamento divino, in virtù del quale ogni faraone fu sempre ritenuto un successore di Horus, colui che occupava il trono di Osiride. Per ragioni che non conosciamo, al regno di Horus fece seguito un periodo di caos e di declino: quanto sia durato questo periodo, nessuno lo sa. Infine, verso il 3200 a.C, comparve una "stirpe dinastica" e un uomo di nome Menes salì al trono dell'Egitto di nuovo riunito. Fu allora che gli dèi diedero all'Egitto quella forma di civiltà che oggi chiamiamo "religione". La forma di regno cominciata con Menes continuò per 26 dinastie di faraoni, fino alla conquista persiana del 525 a.C. e poi ancora attraverso l'epoca greca e romana (al tempo della famosa regina Cleopatra). Menes, il primo faraone, scelse un punto verso la metà del corso del Nilo, poco a sud di Eliopoli, e qui costruì la capitale del regno riunificato. Ricalcando ciò che aveva fatto Ptah, egli fece costruire Menfi sopra una collinetta artificiale sulle rive del Nilo e dedicò i suoi templi a Ptah. Menfi rimase il centro politico e religioso dell'Egitto per più di mille anni. Intorno al 2200 a.C, però, l'Egitto conobbe un periodo di grandi rivolgimenti; nemmeno gli studiosi sanno spiegarne la causa: alcuni ritengono che degli invasori provenienti dall'Asia abbiano sopraffatto la regione, ridotto la popolazione in schiavitù e cancellato il culto degli dèi fino a quel momento dominanti. Quel poco di indipendenza che l'Egitto riuscì a mantenere restò limitata all'Alto Egitto (cioè alle meno accessibili regioni dell'estremo sud). Quando venne ripristinato l'ordine (circa 150 anni dopo), il potere politico-religioso  ovvero gli attributi della sovranità  arrivò da Tebe, una città antica ma fino a quel momento rimasta nell'ombra, che si trovava nell'Alto Egitto, sulle rive del Nilo. Il suo dio si chiamava Amen - "Colui che è nascosto" - ed era quello stesso Dio Ammone di cui Alessandro era andato alla ricerca ritenendolo il suo vero padre. Come divinità suprema, era adorato con il nome di Amen-Ra, "il Ra nascosto"; e non è chiaro se si trattasse dello stesso Ra di cui abbiamo parlato prima, questa volta in qualche modo invisibile o "nascosto", oppure se era una divinità diversa. I Greci chiamavano Tebe Diospolis, "la città di Zeus", poiché equiparavano Ammone alla loro divinità principale, Zeus. Fu dunque ancora più facile per Alessandro presentarsi come figlio di Ammone; e fu a Tebe che egli si recò in tutta fretta dopo aver ricevuto il favorevole responso oracolare di Ammone presso l'oasi di Siwa. Qui, a Tebe e nelle vicinanze (i luoghi delle odierne località di Karnak, Luxor, Dierel-Bahari), Alessandro potè vedere i maestosi santuari e monumenti dedicati ad Ammone  impressionanti ancora oggi, anche se ormai vuoti e molto mutilati. A costruirli furono soprattutto i faraoni della Dodicesima Dinastia, uno dei quali doveva essere quel "Sesonchusis" che, 1.500 anni prima di Alessandro, si era messo alla ricerca delle Acque della Vita. Uno dei templi più imponenti era quello fatto costruire dalla regina Hatshepshut, ritenuta anch'essa figlia del dio Ammone. Queste presunte parentele divine non erano affatto inusuali. Il faraone, infatti, godeva già di uno status divino per il solo fatto di occupare il trono di Osiride, ma talvolta questa condizione veniva ulteriormente amplificata dall'affermazione di essere figlio o fratello di questa o quella divinità. Di solito gli studiosi danno a queste asserzioni un valore puramente simbolico, ma alcuni faraoni egizi, come tre sovrani della Quinta Dinastia, affermarono di essere effettivamente, fisicamente, figli del dio Ra, concepiti quando egli ingravidò la moglie dell'alto sacerdote nel suo stesso tempio. Nel caso di altri re, la discendenza da Ra veniva attribuita ad artifici più sofisticati. Si diceva, per esempio, che Ra stesso assumesse le sembianze del faraone regnante, in modo da poter intrattenersi con la regina: l'erede al trono, in tal modo, poteva asserire di essere mdavvero figlio di Ra. A parte i casi di presunta discendenza diretta da Ra, tuttavia, ogni faraone era considerato anche dal punto di vista teologico l'incarnazione di Horus e quindi, per estensione, il figlio del dio Osiride. Egli, dunque, era ammesso di diritto alla vita eterna, nello stesso modo in cui vi era arrivato Osiride: mediante la resurrezione dopo la morte, nell' Oltretomba. Era proprio questo circolo, composto da dèi e faraoni assimilati a dèi, che Alessandro anelava di raggiungere. Il concetto nel quale si credeva era che Ra e gli altri dèi immortali potessero vivere per sempre perché riuscivano costantemente a ringiovanire: i nomi dei faraoni erano per esempio "Colui che ripete la nascita" o "Ripetitore di nascita". Per ringiovanire, gli dèi dovevano prendere il cibo e la bevanda nella loro dimora: perciò non si poteva ottenere la vita eterna se non si andava nella dimora degli dèi e non si prendeva un po' del loro nutrimento. Nelle antiche preghiere si chiedeva agli dèi di condividere con il defunto re il loro cibo divino: «Prendi con te questo re, che egli possa mangiare ciò che tu mangi e bere ciò che tu bevi, e» che possa vivere dove tu vivi». Più specificamente, leggiamo in un testo trovato nella piramide del re Pepi: 

Da' il tuo nutrimento a questo re Pepi un po' del tuo nutrimento eterno e della bevanda che dura per sempre. 

Il faraone defunto sperava di ottenere tale nutrimento eterno nel regno celeste di Ra, sulla "stella imperitura". Qui, in un mistico "campo delle offerte" o "campo della vita", cresceva la "Pianta della Vita". Un testo della piramide di Pepi I lo descrive mentre passa davanti a guardie dall'aspetto di "uccelli piumati" e si reca a incontrare degli emissari di Horus. Con loro Si recò al Grande Lago presso il quale si trovano i Grandi Dèi. I Grandi della Stella Imperitura danno a Pepi la Pianta della Vita per mezzo della quale essi vivono cosicché anch'egli possa vivere con loro.

Alcune raffigurazioni egizie mostrano il defunto (talvolta con sua moglie) in questo Paradiso Celeste, nell'atto di bere dalle Acque della Vita nelle quali cresce l'Albero della Vita con i suoi frutti a loro volta dispensatori di vita (i datteri della palma).


La destinazione celeste era il luogo di nascita di Ra, al quale egli era tornato quando aveva lasciato la Terra. Anche Ra veniva fatto costantemente ringiovanire o "risve-gliare" con un certo elisir che la Dea delle Quattro Giare gli somministrava periodicamente. Il re, dunque, sperava che anche a lui la dea versasse un po' di quell'elisir e con esso «rinfrescasse il suo cuore alla vita». Era in queste acque, chiamate "Acque della Giovinezza", che Osiride fu ringiovanito, e perciò vi era la promessa che anche per il defunto re Pepi Horus avrebbe «concesso una seconda stagione di giovinezza», che avrebbe «rinnovato la sua giovinezza nelle acque che si chiamano "Acque della Giovinezza"». Risorto a nuova vita nell'Oltretomba, addirittura ringiovanito, il faraone conduceva una vita paradisiaca: «II suo posto è tra gli dèi; la sua acqua è vino, come quello di Ra. Quando Ra mangia, ne da anche a lui; quando Ra beve, beve con lui». E, con un tocco di psicoterapia da XX secolo, il testo aggiunge: «Dorme a sonno pieno ogni giorno ... se la passa meglio oggi che ieri». Il faraone non sembrava molto preoccupato del fatto che, per ottenere l'immortalità, dovesse prima morire. Come sovrano supremo delle Due Terre d'Egitto, cercava di godersi la vita terrena il più possibile, con la prospettiva, ancora più piacevole, di risorgere un giorno tra gli dèi. Inoltre, era soltanto il suo corpo terreno che doveva essere imbalsamato e posto nella tomba; gli Egizi, infatti, credevano che ogni persona possedesse un Ba, simile a ciò che noi chiamiamo "anima", che saliva al cielo come un uccello dopo la morte; e un Ka - variamente tradotto come "doppio", "spirito ancestrale", "essenza", "personalità" - che era la forma con la quale il faraone entrava nell'Aldilà. Samuel Mercer, nella sua introduzione ai Testi delle Piramidi, concludeva che il Ka rappresentava la personificazione di un dio in un mortale. Il concetto, in altre parole, implicava l'esistenza nell'uomo di un elemento divino che poteva riacquistare la vita nell'Aldilà. Il fatto, però, che il re defunto avesse la possibilità di raggiungere l'Aldilà non significava affatto che fosse una cosa facile: egli doveva attraversare una strada lunga e piena di difficoltà e doveva sottostare a un lungo cerimoniale di preparazione prima di poter intraprendere il viaggio. » La divinizzazione del faraone cominciava con la sua purificazione, che preludeva all'imbalsamazione (mummificazione), in modo che il morto assomigliasse a Osiride con tutte le membra legate assieme. Una volta imbalsamato, il faraone veniva poi portato con una processione funeraria fino a una struttura che terminava a forma di piramide, di fronte alla quale vi era una colonna di forma ovale.

All'interno di questo tempio funerario, si compivano i riti sacerdotali che servivano a far accettare il faraone nell'Aldilà alla fine del viaggio. Le cerimonie, che nei testi funerali egizi vengono chiamate "Apertura della Bocca", si svolgevano con la supervisione di un sacerdote Shem, spesso raffigurato con una pelle di leopardo addosso . Gli studiosi ritengono che il rituale consistesse proprio, in senso letterale, nell'apertura della bocca della mummia o di una statua del faraone morto, attuata dal sacerdote con l'aiuto di un oggetto di rame o di ferrp. È chiaro, tuttavia, che la cerimonia aveva prima di tutto un valore simbolico: la "bocca" era l'accesso ai Cieli che si apriva davanti al re defunto. La mummia, infatti, a quel punto era ormai stretta da una benda a molti strati e sul volto aveva la maschera d'oro dei morti: l'apertura della bocca, quindi, non poteva che essere simbolica. L'atto, anzi, era rivolto non al defunto, ma agli dèi, affinchè "aprissero la bocca" e consentissero al faraone di raggiungere la vita eterna. Il sacerdote si rivolgeva in modo particolare all' "Occhio" di Horus, quello che egli aveva perduto nella battaglia con Seth, affinchè facesse "aprire la bocca" e il re potesse così farsi strada «tra gli Splendenti, ed essere ammesso tra loro». Sulla base dei testi e anche di numerosi reperti archeologici, sappiamo che la tomba terrena (e quindi, in linea di principio, solo temporanea) del faraone aveva sul lato destro una falsa porta, che sembrava tale ma in realtà non si apriva. Attraverso questa porta di solida pietra si credeva che il faraone, ormai purificato, con tutte le membra serrate insieme e "la bocca aperta", passasse per salire al cielo, dopo essersi scrollato di dosso la polvere terrena. Secondo il testo di una piramide che descriveva passo per passo il processo di resurrezione, il faraone non poteva passare da solo attraverso il muro di pietra: «Tu stai presso la porta che ferma la gente», diceva il testo, finché «colui che è a capo del dipartimento» - un messaggero divino preposto a questo compito - «viene da te. Questi ti prende per un braccio e ti porta al cielo, da tuo padre». Così, aiutato dal messaggero divino, il faraone usciva dalla sua tomba, attraverso la falsa porta. E il sacerdote prorompeva nel canto: «II re si avvia al Cielo! Il re si avvia al Cielo!».
Il re si avvia al Cielo ! 
Il re si avvia al Cielo ! 
Sopra il vento, sopra il vento. 
Nessuno intralcia il suo viaggio, 
nessuno può trattenerlo. 
Il re va diritto per la sua strada, figlio degli dèi. 
Il suo pane sarà quello dell'alto, quello di Ra. 
La sua offerta verrà dai Cieli. 
Il re è colui "che ritorna".
Ma prima che il defunto re potesse arrivare al Cielo per mangiare e bere con gli dèi, doveva intraprendere un viaggio difficile e irto di pericoli, fino a una terra chiamata Neter-Khert, "la terra degli dèi della montagna". Il suo simbolo geroglifico, talvolta, era dato dal simbolo di dio (Neter) , per raggiungere quella terra, il faraone doveva attraversare un lungo e tortuoso Lago delle Canne. Le acque paludose si potevano attraversare soltanto con l'aiuto di un "traghettatore divino", ma prima che costui accompagnasse il faraone dall'altra parte, lo interrogava sulle sue origini: che cosa gli faceva pensare di aver il diritto di passare di là? Era forse il figlio di un dio o di una dea? Al di là del lago, dopo un deserto e una catena di monti, sorvegliato a vista da vari dèi guardiani, sorgeva il Duat, una magica «dimora per salire alle stelle», il cui nome e la cui localizzazione sono stati a lungo oggetto di discussione tra gli studiosi. Alcuni, infatti, lo vedono come una sorta di dimora degli spiriti, dove il re doveva andare proprio come aveva fatto Osiride. Altri, invece, lo identificano con gli Inferi, e in effetti esso viene spesso raffigurato come un mondo sotterraneo fatto di gallerie, caverne, pozze di acqua in ebollizione, sinistri lampi di luce, porte che si aprono da sole, e abitato da dèi invisibili e uccelli a guardia delle sale. Questa magica terra era divisa in dodici parti e si attraversava in dodici ore.Un'ulteriore causa di perplessità riguardo al Duat era data dal fatto che, nonostante la sua natura terrestre (lo si raggiungeva dopo aver attraversato un passo montano) o addirittura sotterranea, nella scrittura geroglifica il suo nome era rappresentato da una stella unita a un falco , o semplicemente con una stella all'interno di un cerchio , chiaro indice di un'associazione celeste. Il fatto è che  come sappiamo dai Testi delle Piramidi, che narravano la vita del faraone, la sua morte, resurrezione e il suo trasferimento nell'Oltretomba  il problema dell'uomo era ricondotto alla sua incapacità di volare come fanno gli dèi. Vi è un testo, per esempio, che sintetizza in due frasi questo problema e la relativa soluzione: «Gli uomini vengono sepolti, gli dèi, invece, si involano. Fa', dunque, che questo re voli al Cielo, [che stia] in mezzo agli dèi suoi fratelli». Un'iscrizione sulla piramide di re Teti esprimeva appunto la speranza del faraone e la sua preghiera agli dèi con queste parole:

Gli uomini cadono, 
non hanno Nome. 
Prendi il re Teti per le braccia 
e portalo al cielo, 
che egli non muoia sulla Terra tra gli uomini.

A fatica il re doveva quindi raggiungere il "Luogo Nascosto" e attraversare labirinti sotterranei finché non fosse riuscito a trovare un dio che portasse l'emblema dell'Albero della Vita e un altro dio che fosse il "Messaggero del Cielo". Questi dèi gli avrebbero aperto i cancelli segreti e lo avrebbero condotto presso l'Occhio di Horus, una Scala Celeste su cui egli sarebbe salito  un oggetto che poteva cambiare colore fino al blu e al rosso quando gli veniva "data forza". Dopodiché, tramutato egli stesso in un dio falco, egli sarebbe volato in alto verso l'eterno Oltretomba, sulla Stella Imperitura. Là, sarebbe stato lo stesso Ra ad accoglierlo:

Le porte del Cielo sono aperte per te;
le porte del freddo luogo sono aperte per te. 
Là troverai Ra in piedi, ad aspettarti. 
Egli prenderà la tua mano 
e ti porterà al Duat, il Tempio del Cielo; 
ti metterà sul trono di Osiride. ... 
E tu starai là con il sostegno e l'equipaggiamento di un dio ... 
tra gli eterni, sulla Stella Imperitura.

Gran parte di ciò che oggi sappiamo sull'argomento deriva dai Testi delle Piramidi: migliaia di versi scolpiti in rilievo o dipinti, nella scrittura geroglifica dell'antico Egitto, che furono ritrovati su pareti, passaggi e gallerie delle piramidi di cinque faraoni (Unas, Teti, Pepi I, Merenra e Pepi II) che regnarono in Egitto dal 2350 a.C. al 2180 a.C. circa. Il merito di aver esaminato e catalogato tutti questi testi va a Kurt Sethe, che scrisse Die altaegyptischen Piramidentexte, un'opera che resta ancora oggi il maggior punto di riferimento sulla materia, insieme al corrispondente inglese The Pyramid Texts di Samuel A. B. Mercer. Le migliaia di versi che compongono i Testi delle Piramidi sembrano all'apparenza nient'altro che un miscuglio di formule slegate e ripetitive, preghiere agli dèi ed esaltazioni del re. Per dare un senso a tutto questo materiale, gli studiosi hanno elaborato complesse teorie riguardanti presunti slittamenti teologici nell'antico Egitto, un conflitto e poi una fusione tra una "religione solare" e una "religione del cielo", delle quali sarebbero stati sacerdoti prima Ra, poi Osiride, e cosi via, partendo sempre dal presupposto che abbiamo a che fare con una materia che è andata accumulandosi nel corso dei millenni. E Per coloro che vedono tutta questa massa di versi come espressione di mitologie primitive, trasposizioni dell'immaginario di un popolo che tremava per la paura quando soffiava il vento o si sentiva rimbombare un tuono e che chiamava "dèi" questi fenomeni, per costoro i versi restano più misteriosi e confusi che mai. Ma gli antichi scribi, come ormai tutti gli studiosi riconoscono, trassero questi versi da antiche scritture, che, a quanto sembra, dovevano essere organiche, complete e del tutto comprensibili. Iscrizioni posteriori trovate su sarcofagi e bare, come pure su papiri (e in questo caso accompagnate da illustrazioni) dimostrano effettivamente che tutti questi versi, espressioni e capitoli (che portano titoli del tipo "Capitolo di coloro che ascendono") erano tratti dal Libro dei Morti, il quale a sua volta recava titoli come "Ciò che sta nel Duat", "II libro delle Porte", "II libro delle due vie". Gli studiosi ritengono che anche questi "libri" fossero in realtà elaborazioni di due fondamentali opere precedenti: antichi scritti che avevano a che fare con il viaggio celeste di Ra e una fonte posteriore che parlava del meraviglioso Oltretomba di coloro che si erano uniti a Osiride risuscitato: una dimora celeste dove si mangiava, si beveva e si godeva delle gioie coniugali. (Alcuni versi di questi testi erano addirittura riportati su talismani, che avevano lo scopo di assicurare a chi li indossava «l'unione con donne di giorno o di notte» e la capacità di suscitare ogni volta «il desiderio delle donne».) Le teorie accademiche, però, lasciano senza spiegazione tutti gli aspetti magici delle informazioni offerte dai testi. Che dire, per esempio, dell'Occhio di Horus, presentato come un oggetto indipendente da lui, un oggetto all'interno del quale il re può entrare e che cambia tonalità fino al blu e al rosso quando gli viene "data forza"? Che dire dei traghetti che oggi definiremmo "a propulsione automatica", delle porte che si aprono da sole, degli dèi invisibili il cui volto irradia una luce? Negli Inferi, che dovrebbero essere abitati solo da spiriti, compaiono invece «traverse che fanno da  ponte» e «cavi di rame». E infine, l'aspetto più strano di tutti: come mai, se la trasfigurazione del faraone dovrebbe portarlo al mondo sotterraneo, quello degli Inferi, i testi sostengono invece che «il re si avvia al Cielo» Si dice poi che il re segue la strada degli dèi, che attraversa un lago come un dio aveva fatto prima di lui, che usa una barca proprio come aveva fatto il dio Ra, che sale «equipaggiato come un dio», esattamente come Osiride, e così via. Si affaccia allora una domanda: non potrebbe darsi che questi testi non riflettessero semplici fantasie primitive  la mitologia  bensì una sorta di resoconto di un viaggio simulato, in cui il defunto faraone ripeteva ciò che avevano già fatto gli dèi? Non potrebbe essere che i testi, sostituendo il nome di un dio con quello del re, fossero copie di scritture molto più antiche che avevano a che fare non con i viaggi dei faraoni, ma con i viaggi degli dèi? Uno dei primi grandi studiosi di egittologia, Gaston Maspero (L'Archeologie égyptienne e altre opere), basandosi su prove anche grammaticali, ipotizzò che i Testi delle Piramidi datassero dagli albori della civiltà egizia, forse addirittura prima che si potesse scriverli in forma geroglifica. J. H. Breasted, più recentemente (Development ofReligion and Thought in Ancient Egypt), è arrivato alla conclusione che «tale materiale più antico esisteva davvero, che noi lo possediamo oppure no». Nei testi egli trovò informazioni sulle condizioni della civiltà e su avvenimenti che confermano la veridicità di quei testi come fonti di dati storici e non di fantasie. «Per uno che abbia un po' di immaginazione», egli afferma, «quei testi sono pieni di illustrazioni di quel mondo da tempo svanito del quale sono un riflesso.» Presi nel loro complesso, i testi e le successive rappresentazioni pittoriche ci parlano di un viaggio verso un regno che comincia sulla terra, prosegue sotto terra e termina con un'apertura verso quel cielo attraverso il quale gli dèi  e i re che li imitavano   venivano lanciati in alto . È da qui che nasce quella commistione tra luogo fisico sotterraneo e funzione celeste che, come abbiamo visto, caratterizza il segno geroglifico che indica l'Oltretomba.


Naturalmente anche gli antichi Egizi sapevano benissimo che non poteva essere il corpo mummificato del defunto re a compiere materialmente il viaggio; era invece il suo Ka (Doppio) che percorreva (anzi, ripercorreva) un itinerario reale, e che attra-versava luoghi reali, non astratti. Ma allora, se i testi riflettono un mondo che era davvero esistito e se il percorso che il faraone compiva nel suo viaggio verso l'immortalità era reale, perché non pensare che qualcuno lo abbia davvero compiuto in epoca preistorica? Proviamo a seguire queste tracce, mettiamoci anche noi in viaggio lungo la Rotta degli dèi....

Nessun commento:

Posta un commento