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giovedì 29 settembre 2016

IL LUOGO DELL'ATTERRAGGIO


È sui monti del Libano che si trovano le più grandi rovine di un tempio romano  non a Roma, come ci aspetteremmo. Esse appartengono a un grandioso tempio dedicato a Giove, il più grande mai costruito nell'antichità per onorare un dio. Per quattro secoli, chi governò a Roma fece di tutto per glorificare questo posto, pur tanto lontano, costruendo strutture monumentali. Imperatori e generali venivano qui in cerca di responsi oracolari, per indagare sul loro destino; i legionari romani cercavano tutti di essere distaccati qui; devoti e curiosi compivano pellegrinaggi per vedere il tempio con i loro occhi: era davvero una delle meraviglie del mondo antico. Alcuni audaci europei, che nei loro viaggi rischiarono anche la vita, riferirono di aver visto queste rovine: il primo fu Martin Baumgarten, nel gennaio 1508. Due secoli dopo, nel 1751, l'esploratore Robert Wood visitò il luogo insieme all'artista James Dawkins: a parole e con schizzi i due rinverdirono la memoria di quegli antichi resti: «Quando paragoniamo queste rovine ... a quelle delle molte città che abbiamo visitato in Italia, Grecia, Egitto e Asia, non possiamo fare a meno di riconoscere che esse rappresentano il più ardito progetto architettonico che sia mai stato tentato» più ardito ancora, per certi versi, di quello delle grandi piramidi d'Egitto. Ciò che Wood e il suo compagno di viaggio avevano visto era una vasta area in cui la cima della montagna, i templi e i cieli si fondevano quasi a formare un unico elemento . Il luogo si trova tra i monti del Libano, laddove essi si dividono a formare una valle piatta tra la catena del Libano a ovest e quella dell'Anti-Libano a est; dove i due fiumi che cono-sciamo dall'antichità, il Litani e l'Oronte, si riversano nel Mare Mediterraneo.
Le rovine erano quelle di imponenti templi romani che erano stati costruiti su una grande piattaforma orizzontale, creata artificialmente a circa 1.200 m sul livello del mare. Il recinto sacro era circondato da un muro, che serviva sia a tenere ferma la piattaforma, sia a proteggere e a isolare la zona. Tutta quest'area, di forma pressoché squadrata, misurava circa 50 chi-lometri quadrati. Situata in modo da sovrastare le montagne circostanti e da controllare ogni via d'accesso alla valle da nord e da sud, l'area sacra mancava volutamente dell'angolo nord-occidentale, come si può vedere nella veduta aerea contemporanea . Con questo taglio ad angolo retto veniva a crearsi una vasta area rettangolare che, da nord, lasciava libera la visuale verso ovest. Era proprio in quest'angolo che sorgeva l'enorme tempio dedicato a Giove, costruito su colonne che erano tra le più alte (circa 20 metri) e larghe (2,3 metri di diametro) dell'antichità. Queste colonne sostenevano una sovrastruttura riccamente decorata (architrave), alta quasi 5 metri, sopra la quale si trovava un tetto inclinato che rendeva ancora più alta la sommità del tempio. Il tempio romano vero e proprio non era che la parte più occidentale (e più antica) di un santuario quadripartito dedicato a Giove, che si pensa che i Romani abbiano cominciato a costruire subito dopo aver occupato quella regione, nel 63 a.C.




Disposta lungo un asse est-ovest leggermente inclinato (fig. 91 b) si trovava anzitutto una monumentale via d'accesso (A): essa era formata da una grande scala e da un portico sopraelevato sostenuto da dodici colonne, nelle quali si trovavano dodici nicchie fatte per contenere i dodici dèi olimpici. Si entrava poi in un cortile anteriore (B) di forma esagonale, unico nell'architettura romana; attraversato questo, si accedeva a un altro vasto cortile (C) nel quale sorgeva un altare di proporzioni monumentali: circa 18 metri di altezza per una base di oltre 20 metri per lato. All'estremità occidentale di questo cortile sorgeva la vera e propria casa del dio (D). Di proporzioni colossali, essa stava sopra un podio che si trovava circa 5 metri sopra il livello del cortile: in totale essa svettava di circa 12 metri sopra il livello della piattaforma di base.



Da qui partivano poi le alte colonne, l'architrave e il tetto che, tutti insieme, formavano un vero e proprio "grattacielo dell'antichità". Dalla monumentale scala d'accesso fino al muro di cinta occidentale il santuario si estendeva in lunghezza per oltre 30 metri; al suo confronto, sembravano quasi scomparire altri due templi: uno (E), che in realtà era molto grande, dedicato a una divinità maschile (Bacco, secondo alcuni, ma più probabilmente Mercurio); l'altro (F), un piccolo tempietto rotondo, posto a sud-est, dedicato a Venere. Una squadra archeologica tedesca che esplorò il sito (fig. 92) e ne studiò la storia per ordine del Kaiser Guglielmo II, che aveva visitato quel luogo nel 1897, potè ricostruire la struttura del recinto sacro e mettere a punto un plastico di come questo antico complesso di templi, scalinate, portici, portali, colonne, cortili e altari doveva apparire al tempo dei Romani. Un parallelo con l'Acropoli di Atene può dare un'idea delle dimensioni di questa piattaforma libanese e dei suoi templi. 



Il complesso di Atene (fig. 93) è situato su un terrazzamento oblungo e a gradini lungo meno di 300 metri e largo 120. Lo splendido Partenone (tempio di Atena) che tuttora domina l'area un tempo sacra e tutta la piana di Atene misura 90 x 30 metri, meno ancora, dunque, del tempio di Mercurio/Bacco presso il sito archeologico libanese.



Dopo aver visitato le rovine, l'archeologo e architetto Sir Mortimer Wheeler scrisse due decenni fa: «I templi ... non devono nulla della loro qualità a contributi moderni come il cal-cestruzzo. Sono semplicemente formati dalle pietre più grandi mai conosciute nel mondo, e alcune delle loro colonne sono le più alte dall'antichità ... Abbiamo di fronte l'ultimo grande monumento ... del mondo ellenico». E davvero esso apparteneva al mondo ellenico, poiché né gli storici né gli archeologi riescono a trovare alcuna ragione che spieghi una costruzione così mastodontica fatta dai Romani, in un luogo tanto remoto e in una provincia così poco importante, se non il fatto che quel luogo era considerato sacro dai Greci che li avevano preceduti. Gli dèi ai quali i tre templi erano dedicati  Giove, Venere e Mercurio (o Bacco)  erano i corrispondenti romani degli dèi greci Zeus, sua sorella Afrodite e suo figlio Ermes (o Dioniso). I Romani consideravano il sito e il suo grandioso tempio come l'attestazione suprema della potenza e della supremazia di Giove. Chiamandolo Iove (eco dell'ebraico Yehovah?), essi iscrissero sul tempio e sulla sua statua principale le iniziali divine I.O.M.H., acronimo di Iove Optimus Maximus Heliopolitanus: Giove Ottimo Massimo l'Eliopolitano. Quest'ultimo appellativo di Giove derivava dal fatto che, sebbene il grande tempio fosse dedicato al dio supremo, si credeva che il luogo in se stesso fosse stato una sorta di luogo di riposo di Helios, il dio Sole che attraversava i cieli sul suo carro veloce. Questa credenza fu trasmessa ai Romani dai Greci, dai quali essi trassero anche il nome di quel luogo: Eliopoli. In che modo i Greci siano arrivati ad attribuirgli questo nome, nessuno può dirlo con assoluta certezza; alcuni ritengono che sia stato Alessandro Magno. E tuttavia la venerazione dei Greci nei riguardi di questo luogo deve avere radici ben più antiche e profonde, dal momento che Romani lo hanno onorato costruendo proprio qui il più maestoso dei monumenti, e qui cercavano i responsi oracolari concernenti il loro destino. Come altro possiamo spiegare il fatto che, «in termini di estensione, peso delle pietre, dimensioni dei singoli blocchi e quantità di incisioni, questo recinto sembra proprio non avere rivali nel mondo greco-romano» (John M. Cook, The Greeks in Ionia and thè East)ì In effetti, quel luogo e la sua associazione con determinate divinità risale a tempi ancora anteriori. Gli archeologi ritengono che potrebbero esservi stati fino a sei templi in quel sito, costruiti prima dell'epoca romana; ed è certo che tutti i templi che i Greci  come i Romani dopo di loro  hanno costruito qui poggiavano su fondamenta molto anteriori, sotto il profilo sia architettonico sia religioso. Non dimentichiamo che Zeus (Giove per i Romani) arrivò a Creta dalla Fenicia (l'attuale Libano), attraversando il Mediterraneo dopo aver rapito la bella figlia del re di Tiro. Anche Afrodite arrivò in Grecia dall'Asia occidentale. E dalle stesse terre Dioniso   il giramondo, al quale era dedicato il secondo tempio (o forse qualcun altro), portò con sé la vite e l'arte di produrre il vino. Consapevole delle radici antiche di questo culto, lo storico romano Macrobio così affermava (Saturnalta,!, 23) . Anche gli Assiri adoravano il sole sotto il nome di Giove, lo chiamavano Zeus Helioupolites, e gli dedicavano importanti riti nella città di Eliopoli. ... Che tale divinità sia a un tempo Giove e il Sole è evidente sia dalla natura del suo rituale sia dal suo aspetto esteriore. ... Per capire come si è arrivati a identificarlo proprio con questa divinità, dobbiamo partire dalle credenze assire riguardo al potere del sole (dio). Essi hanno dato il nome di Adad a colui che veneravano come divinità massima e suprema. ... La presa che quel luogo esercitò per millenni sulle credenze e sull'immaginario popolare si manifesta, indirettamente, anche nella sorte che, con l'avvento del cristianesimo, fu riservata a quel complesso religioso. Quando Macrobio scrisse le parole sopra riportate, verso il 400 d.C, Roma era ormai cristiana e quel luogo era da tempo oggetto di una sistematica distruzione. Non appena Costantino il Grande (306-337 d.C.) si convertì al cristianesimo, fermò tutti i lavori di sistemazione e di mantenimento di quella zona e avviò invece un'opera di conversione di quel luogo in un'area sacra cristiana. Nel 440 d.C, secondo un cronista, «Teodosio distrusse i templi dei Greci; egli trasformò in una chiesa cristiana il tempio di Eliopoli, quello di Ba'al Helios, il grande Ba'al-Sole del famoso Trilithon». Sembra che Giustiniano (525-565) abbia portato alcune delle colonne di granito rosso a Costantinopoli, la capitale bizantina, per costruirvi la chiesa di Hagia Sophia. Tutti questi sforzi di cristianizzare quel luogo incontrarono ripetuti tentativi di opposizione da parte della popolazione locale. Quando poi i Mori conquistarono la regione nel 637, trasformarono i templi romani e le chiese cristiane che stavano sopra l'enorme piattaforma in una enclave musulmana. Dove un tempo era stato adorato Zeus-Giove, venne costruita una moschea per adorare Allah. Gli studiosi moderni hanno cercato di gettare nuova luce su questo antichissimo culto esaminando reperti archeologici provenienti da luoghi vicini. Uno dei principali è Palmira (la biblica Tadmor), un antico centro carovaniero sulla via che da Damasco portava in Mesopotamia. Da questi studi, Henry Seyrig (La Triade Héliopolitaine) e Rene Dussaud (Temples et Cultes fiéliopolitaines) sono giunti alla conclusione che, attraverso le varie epoche, era sempre stata adorata una triade di base: essa era capeggiata dal Dio del Tuono e comprendeva poi la Vergine Guerriera e l'Auriga Celeste. È dunque un fatto ormai assodato che la triade greco-romana aveva un'origine semitica più antica, che a sua volta derivava dal pantheon sumerico. La triade più antica era capeggiata, a quanto sembra, da Adad, che ottenne in sorte da suo padre Enlil - il dio principale di Sumer - «le terre montuose del nord». Ishtar costituiva l'elemento femminile della triade. Dopo aver visitato la regione, Alessandro Magno fece coniare una moneta in onore di Ishtar/Astarte e Adad; la moneta reca inciso il suo nome in scrittura ebraico-fenicia . 
Il terzo membro della triade era l'Auriga Celeste, Shamash, il comandante degli astronauti preistorici. I Greci lo onorarono (come Elios) erigendone una statua colossale sopra il tempio principale , che lo raffigurava alla guida del suo carro, trainato da quattro veloci cavalli. Ma dagli autori del Libro di Enoch sappiamo invece che la sua velocità non dipendeva dai cavalli: «II carro di Shamash», vi si legge, «era guidato dal vento». Esaminando tradizioni e credenze dei Greci e dei Romani, siamo ritornati a Sumer, passando per Gilgamesh e la sua ricerca dell'immortalità nella foresta dei cedri, presso il «crocevia di Ishtar». Come gli era stato detto, anche se il luogo si trovava nel territorio di Adad, era anche sotto la giurisdizione di Shamash. Ed eccoci dunque alla triade originaria: Adad, Ishtar, Shamash. Siamo per caso arrivati anche al Luogo dell'Attcrraggio? Che i Greci conoscessero bene l'epica avventura di Gilgamesh, pochi studiosi oggi lo mettono in dubbio. Nella loro «ricerca sulle origini della conoscenza umana e sulla sua trasmissione attraverso il mito» [Hamlet's Mill), Giorgio de Santillana e Hertha von Deschend sostengono che «Alessandro era una copia di Gilgamesh». Ma anche prima, nei racconti storici di Omero, l'eroe Ulisse aveva già seguito orme analoghe. Naufragati dopo essersi recati alla dimora di Ade, negli Inferi, i suoi uomini arrivarono a un luogo dove «mangiarono il bestiame del dio Sole» e per questo furono uccisi da Zeus. Ulisse, invece, avuta salva la vita, vagò fino a raggiungere 1'«isola di Ogigia»  un luogo remoto che esisteva fin da prima del Diluvio. Qui la dea Calypso, «che lo ospitò in una caverna e gli diede da mangiare, voleva che egli la sposasse, nel qual caso lo avrebbe reso immortale, in modo che egli non sarebbe mai invecchiato». Ma Ulisse rifiutò le sue profferte  proprio come Gilgamesh aveva rifiutato l'amore di Ishtar. Henry Seyrig, che come direttore delle Antichità di Siria dedicò tutta la vita allo studio della vasta piattaforma e del suo significato, scoprì che i Greci usavano praticare qui «riti misterici, in cui l'Aldilà era considerato uno stato di immortalità umana, in una sorta di identificazione con la divinità ottenuta mediante l'ascesa (verso il cielo) dell'anima». Egli concluse dunque che i Greci associavano effettivamente questo luogo ai tentativi umani di raggiungere l'immortalità. Possiamo azzardare l'ipotesi che fosse proprio questo il luogo tra le montagne dei cedri in cui Gilgamesh era andato la prima volta con Enkidu, la Cresta di Zaphon di Ba'al? Per poter dare una risposta definitiva, dobbiamo prima osservare un po' più da vicino le caratteristiche fisiche del posto. Scopriremo così che Greci e Romani costruirono i loro templi su una piattaforma pavimentata che esisteva da tempi molto più antichi  una piattaforma composta da larghi, spessi blocchi di pietra accostati l'uno all'altro con tanta perfezione che nessuno, fino a questo momento, è riuscito a penetrarvi all'interno e a esaminare le camere, gallerie, caverne e altre strutture che sono nascoste sotto la pietra. Che tali strutture sotterranee esistessero realmente è dimostrato non solo dal fatto che altri templi greci avevano celle e grotte sotterranee, al di sotto del pavimento visibile. Georg Ebers e Hermann Guthe {Palàstina in Bili una Wort) affermavano, un secolo fa, che gli Arabi del posto entravano nelle rovine «presso l'angolo sud-orientale, attraverso un lungo passaggio a volta si-mile a un tunnel ferroviario sotto la grande piattaforma» (fig. 95). «Due di queste grandi volte corrono parallele l'una all'altra, da est a ovest, e sono collegate da una terza volta che le attraversa ad angolo retto, da nord a sud.»
Appena entrati nel tunnel, si ritrovavano avvolti nella più totale oscurità, interrotta qua e là solo da una misteriosa luce verde proveniente da strane «finestre allacciate». All'uscita della galleria, lunga circa 140 metri, si trovavano sotto il muro settentrionale del Tempio del Sole, «che gli Arabi chiamano Dar-as-saadi  Casa della suprema beatitudine». Gli archeologi tedeschi sostennero che la piattaforma sembrava poggiare su volte gigantesche, ma la loro principale preoc-cupazione fu quella di ricostruire e tracciare anzitutto uno schizzo della sovrastruttura. Fu una successiva missione archeologica francese, guidata da Andre Parrot negli anni Venti, a confermare l'esistenza del labirinto sotterraneo, anche se non fu comunque possibile penetrare nelle sue parti più nascoste. Quando infine si riuscì a bucare lo spesso strato di pietre, si trovarono le prove che esistevano effettivamente delle strutture al di sotto di esso.I templi erano stati costruiti su una piattaforma alta, a seconda dell'andamento del terreno, fino a 9 metri, pavimentata con pietre lunghe da 3 a 9 metri, larghe quasi 3 e spesse 2. Nessuno si è ancora preso la briga di calcolare quanta pietra sia stata trasportata e lavorata per formare questa struttura, ma è probabile che la quantità sia tale da far scomparire, al confronto, la Grande Piramide d'Egitto. Chiunque sia stato l'artefice di questa mastodontica costruzione, deve aver posto particolare attenzione all'angolo nord-occidentale, dove era collocato il tempio di Giove/Zeus. Questo poggiava su una struttura sopraelevata, fatta di strati sovrapposti di enormi pietre e concepita senza dubbio per sostenere un peso notevole. Sul lato sud, dove si trovano tuttora sei delle colonne del tempio, si vedono chiaramente  gli strati di pietra: intervallati a pietre relativamente piccole vi sono blocchi di pietra lunghi fino a 6 metri. Gli strati inferiori del podio si estendono poi a formare una sorta di terrazzamento al di sotto del tempio: le pietre, qui, sono ancora più gigantesche.

Dimensioni molto maggiori avevano i blocchi di pietra che costituivano il lato ovest del podio. Come si può vedere dallo sche-matico disegno messo a punto dalla squadra archeologica tedesca, la base più larga e gli strati superiori del podio erano composti da blocchi di pietra davvero enormi, del peso stimato di circa 500 tonnellate l'uno (teniamo presente, per avere un termine di paragone, che le pietre più grandi della Grande Piramide d'Egitto pesano circa 200 tonnellate). Eppure neanche questi blocchi di granito erano i più grandi utilizzati dagli antichi costruttori del podio. Sembra incredibile, infatti, ma lo strato centrale  situato circa 6 metri sopra la base del podio - era composto da pietre ancora più grandi, «gigantesche», «colossali», «enormi», le definiscono gli studiosi moderni. Gli storici antichi lo chiamavano Trilithon  la Meraviglia delle Tre Pietre. Lì, infatti, fianco a fianco, stanno ancora oggi tre blocchi di pietra di cui non si conosce l'eguale in tutto il mondo: di forma precisa e perfettamente corrispondente l'una all'altra, ciascuna delle tre pietre di granito  è lunga più di 18 metri e larga dai 3 ai 4 metri, e pesa oltre 1.000 tonnellate!



Le pietre della piattaforma e del podio venivano estratte sul po-sto; Wood e Dawkins mostrano una di queste cave  nel loro schizzo panoramico. Ma i giganteschi blocchi venivano tagliati e modellati presso un'altra cava, posta circa 1.200 metri a sud-ovest del recinto sacro. È proprio qui che ci si imbatte in qualcosa di ancora più incredibile del Trilithon. Parzialmente sepolta nel terreno c'è un'altra colossale lastra di granito, evidentemente lasciata sul posto da chiunque l'abbia estratta. Pefettaniente intagliata e modellata, collegata al terreno roccioso solo da una striscia sottile alla base, essa è lunga la bellezza di 21 metri e ha una base di circa 4 per 5 metri. Una persona che vi salisse sopra  sembrerebbe una mosca sopra un iceberg! Il peso stimato di questo enorme blocco di pietra supera le 1.200 tonnellate.

Quasi tutti gli studiosi ritengono che questa lastra avrebbe dovuto essere trasportata, come le sue tre sorelle, all'area sacra ed essere forse utilizzata per estendere il terrazzamento del podio sul lato nord. Ebers e Guthe riportano una teoria secondo la quale nello strato sotto il Trilithon non vi sarebbero due lastre più piccole, ma un'unica pietra simile a quella trovata presso la cava che, avendo subito una spaccatura o qualche altro danno, avrebbe poi assunto l'aspetto di due pietre accostate. Dovunque dovesse essere posta questa pietra colossale, essa sta a testimoniare l'immensità e unicità della piattaforma e del podio che si trovano tra i monti del Libano. Il fatto sconvolgente è che anche ai giorni nostri non esistono carrucole o altri meccanismi che possano sollevare un peso di 1.000-1.200 tonnellate, per non parlare di come sia stato possibile trasportare per monti e valli un oggetto di tali dimensioni e collocarlo precisamente nella posizione voluta, parecchi metri sopra il livello del terreno. Eppure, in un'epoca remota, qualcuno, in qualche modo, è riuscito nell'impresa... Ma chi? Secondo le tradizioni locali il luogo esisteva dal tempo di Adamo e dei suoi figli, i quali, dopo l'espulsione di Adamo ed Èva dal Giardino dell'Eden, vivevano nella regione delle montagne dei cedri. Adamo, raccontano queste leggende, abitava nella zona dell'attuale Damasco, e morì poco lontano. Fu suo figlio Caino a costruire un rifugio sopra la Cresta dei Cedri dopo aver ucciso Abele. Il patriarca maronita del Libano riferì il seguente racconto: «La roccaforte sul Monte Libano è la più antica costruzione del mondo. Caino, figlio di Adamo, la costruì nell'anno 133 dalla Creazione, durante un attacco di furiosa follia. Diede a essa il nome di suo figlio Enoch e la popolò di giganti che il Diluvio punì per la loro iniquità». Dopo il Diluvio, il luogo venne rico struito dal biblico Nimrod, che cercava così di salire al cielo. La Torre di Babele, secondo tali leggende, non si trovava a Babilo nia ma in Libano, sopra la grande piattaforma. » Un certo d'Arvieux, un viaggiatore del XVII secolo, scrisse nei suoi Mémoires (Parte II, cap. 26) che secondo gli abitanti di quel luogo, sia ebraici che musulmani, un antico manoscritto trovato sul posto rivelava che «Dopo il Diluvio, quando Nimrod regnava sul Libano, egli inviò dei giganti a ricostruire la fortezza di Baalbek, così chiamata in onore di Ba'al, il dio dei Moabiti, adoratori del dio Sole». L'associazione tra quel luogo e il dio Ba'al nell'epoca successiva al Diluvio è un indizio importante. In effetti, non appena finita la dominazione greco romana, la popolazione locale abbandonò il nome ellenistico di Eliopoli e riesumò il vecchio nome semitico con il quale la città è conosciuta ancora oggi: Baalbek. Sul significato preciso di questo nome le opinioni sono diverse: molti ritengono che esso significhi "la valle di Ba'al", ma dalla disposizione sillabica, oltre che da alcuni riferimenti talmu-dici, ci sembra di poter concludere che esso indicasse piuttosto "'ilpianto di Ba'al". Ripensiamo ai versi conclusivi dell'epopea ugaritica, che narrano della sconfitta di Ba'al nel suo combattimento con Mot, la scoperta del suo corpo senza vita, la sua sepoltura da parte di Anat e Shepesh in una grotta sulla Cresta di Zaphon:

E trovarono Baal, a terra, caduto; il potente Baal è morto; il principe, Signore della Terra, è spirato.... Anat piange tutte le sue lacrime; nella valle beve le lacrime come fossero vino. A voce alta chiama la Torcia degli Dèi, Shepesh: «Porta il potente Baal, ti prego, portalo da me». E Shepesh, la Torcia degli Dèi, la ascolta, prende il potente Baal e lo poggia sulla spalla di Anat. Ed ella lo porta alla Roccaforte di Zaphon; tra le lacrime, lo seppellisce, ponendolo nelle viscere della terra.

Queste leggende locali, che come tutte le leggende racchiudono un'eco di eventi antichissimi, ma reali, concordano nell'affermare l'estrema antichità di quel luogo, attribuendone la costruzione a "giganti" e collegandola agli eventi del Diluvio, oltre che a Ba'al: la sua funzione sarebbe quella di una "Torre di Babele"  un luogo dal quale «salire al cielo». Quando pensiamo alla grande piattaforma, alla sua struttura e localizzazione, alla funzione dell'immenso podio fatto per sostenere pesi enormi, continua a comparirci davanti agli occhi la raffigurazione della moneta di Biblo  un grande tempio, un'area sacra cinta di mura, un podio di struttura possente, e sopra la "camera volante" a forma di razzo. Ci tornano alla mente anche le parole e le descrizioni del «luogo nascosto» nell'Epopea di Gilgamesh: il muro insormontabile, la porta che uccide chiunque la tocchi, la galleria che conduce al «recinto dal quale vengono pronunciate parole di comando», la «dimora segreta degli Anunnaki», il mostruoso guardiano con la sua «scia radiante». A questo punto non abbiamo più dubbi: Baalbek corrisponde alla Cresta di Zaphon di Ba'al, la meta del primo viaggio di Gilgamesh. Il fatto che Baalbek venisse definito «il crocevia di Ishtar» significa che, quando vagava per i cieli, la dea poteva andare e ve-nire da quel "Luogo dell'Attcrraggio" ad altri luoghi di atterraggio sulla Terra. Analogamente, il fatto che Ba'al abbia cercato di installare sulla Cresta di Zaphon «un meccanismo che emette parole, una pietra che bisbiglia» implica l'esistenza, da qualche altra parte, di analoghe unità di comunicazione: «II Cielo con la Terra fa comunicare, i mari con i pianeti». Vi erano dunque altri posti della Terra che potevano servire come luoghi di atterraggio per le navicelle degli dèi? Oltre quelle poste sulla Cresta di Zaphon, vi erano altre "pietre che bisbigliano"? Il primo indizio è proprio il nome "Eliopoli": evidentemente i Greci credevano che Baalbek fosse, in qualche modo, una "città del dio sole" come la sua omonima in Egitto. Anche l'Antico Te-stamento riconosceva l'esistenza di due Beth-Shemesh ("Casa di Shamash"): una a nord, l'altra a sud {On, nome biblico dell'Eliopoli egiziana). Quest'ultima era, come disse il profeta Geremia, il luogo delle «Case degli dèi d'Egitto», il posto dove sorgevano gli obelischi egiziani. La Beth-Shemesh settentrionale, invece, si trovava in Libano, non lontano da Beth-Anath ("Casa di Anat"); il profeta Amos la identifica con il luogo dove sorgono i «palazzi di Adad ... la casa di colui che ha visto El». Al tempo di Salomone, i domini di questo re comprendevano gran parte di Siria e Libano, e tra i luoghi in cui egli aveva fatto erigere grandiosi edifici figuravano Baalat ("il luogo di Ba'al") e Tamar ("il luogo delle palme"); la maggior parte degli studiosi identifica questi luoghi con Baal bek e Palmira. Le opere degli storici greci e romani sono piene di riferimenti ai legami tra le due Eliopoli. Parlando del pantheon egiziano di dodici dèi, lo storico greco Erodoto citava anche un «Immortale che gli Egizi veneravano come "Èrcole"». 
Egli faceva risalire le origini del culto di questo Immortale alla Fenicia, poiché «aveva sentito dire che in quel luogo vi era un tempio in onore di Èrcole, oggetto di grande culto». In quel tempio egli vide due colonne. «Una era di oro zecchino, l'altra di smeraldi, fulgida e brillante di notte.» Queste sacre "colonne del Sole"  "Pietre degli dèi"  si ritrovano raffi gurate su monete fenicie, del periodo successivo alla conquista della regione da parte di Alessandro Erodoto, poi, ci da un'altra informazione: delle due pietre, una era fatta del materiale che è il miglior conduttore di elettricità (oro), l'altra di una pietra preziosa (smeraldo) che è oggi utilizzata per le comunicazioni laser e che emanava uno strano fulgore, come di radiazioni ad alta intensità. Tutto questo non somigliava forse all'attrezzatura allestita da Ba'al, che i Cananei definivano "pietre di splendore"? Lo storico romano Macrobio, parlando proprio del legame tra la Eliopoli fenicia (Baalbek) e la sua controparte egizia, parla anch'egli di una pietra sacra, e sostiene che «un oggetto» in onore del dio del Sole Zeus Helioupolites fu portato da sacerdoti egizi dalla Eliopoli egizia alla Eliopoli del nord (Baalbek). «L'oggetto» aggiunge Macrobio, «viene ora adorato con riti assiri invece che egiziani.» Altri storici romani precisarono anche che le "pietre sacre" adorate dagli "Assiri" e dagli Egizi erano di forma conica. Secondo Quinto Curzio, un oggetto di questo genere si trovava presso il tempio di Aminone all'oasi di Siwa. «Ciò che là viene adorato come un dio», scrive Quinto Curzio, «non ha la forma con cui di solito si rappresentano gli dèi. Il suo aspetto assomiglia molto di più a un umbilicus, composto da uno smeraldo e da altre gemme incastonate.» L'oggetto conico venerato a Siwa venne poi citato da EL. Griffith parallelamente all'annuncio, sul Giornale di archeologia egizia (1916), della scoperta di un omphalos conico presso la città nubia di Napata, dove si trovavano anche delle piramidi.Questo «monumento meroitico unico» fu rinvenuto da George A. Reisner della Harvard University nella parte più interna del locale tempio di Aminone, il più meridionale dei templi egiziani dedicati a questo dio. 
Il termine greco omphalos, come anche il latino umbilicus, indica una pietra conica che i popoli antichi, per motivi che gli studiosi non conoscono, ritenevano avesse contrassegnato "il centro della Terra". Come si ricorderà, il tempio di Aminone presso l'oasi di Siwa era la sede dell'oracolo che Alessandro si affrettò a consultare al suo arrivo in Egitto. E secondo la testimonianza sia di Callistene, lo storico di Alessandro, sia del romano Quinto Curzio, l'«oggetto» venerato in quella località era proprio un omphalos fatto di pietre preziose. Il tempio del dio Aminone nella Nubia, dove Reisner scoprì  omphalos si trovava presso Napata, antica capitale dei domini delle regine di Nubia. C'è forse un legame con la strana visita di Alessandro, perennemente in cerca dell'immortalità, alla regina Candace? Ed era una pura coincidenza il fatto che, ricercando i segreti della longevità, il re persiano Cambise (come riferisce Erodoto) mandò i suoi uomini in Nubia, presso il tempio dove era conservata la «Tavola del Sole»? All'inizio del primo millennio a.C. una regina di Nubia  la regina di Saba  compì un lungo viaggio per recarsi a Gerusalemme, dal re Salomone. Secondo le leggende che circolavano a Baalbek egli avrebbe abbellito quella località del Libano in onore della regina. È possibile, dunque, che essa avesse intrapreso quel viaggio lungo e pericoloso solo per verificare di persona la proverbiale saggezza di Salomone, oppure dobbiamo pensare che il suo veiro obiettivo fosse quello di consultare l'oracolo di Baalbek - la biblica «Casa di Shemesh»? In effetti, pare proprio di essere in presenza di qualcosa di più di semplici coincidenze; e ci si affaccia alla mente una domanda: se tutti questi centri oracolari contenevano sempre un omphalos, non può darsi che fosse Yomphalos stesso la fonte dell'oracolo? La costruzione (o ricostruzione) sulla Cresta di Zaphon di una rampa di lancio e di una piattaforma di attcrraggio per Ba'al non fu la causa della sua fatale lotta con Mot: a scatenarla fu piuttosto il suo tentativo clandestino di allestire una "Pietra dello Splendore", cioè un'attrezzatura che poteva comunicare con il cielo come con altri luoghi della Terra e che era anche Una pietra che bisbiglia; gli uomini non capiranno i suoi messaggi, le moltitudini della Terra non comprenderanno. Se riflettiamo su quella che pare essere la doppia funzione della Pietra di splendore, il messaggio segreto di Ba'al ad Anat diviene immediatamente chiaro: quello stesso oggetto che gli dèi usavano per comunicare tra loro era anche l'oggetto da cui provenivano i responsi oracolari richiesti da re ed eroi! In un approfondito studio sull'argomento, Wilhelm H. Roschcr {Omphalos) dimostrò come il termine che le lingue di ceppo germanico utilizzano per indicare queste pietre oracolari  navel in inglese, nobel in tedesco, ecc.  deriva dal sanscrito nabh, che significa "emanare a forza". Non è una semplice coincidenza, dunque, che nelle lingue semitiche l'espressione naboh significasse "predire" e nabih "profeta". Tale corrispondenza di significati risale, senza dubbio, alla lingua sumerica, in cui NA.BA(R) significava "Pietra lucente che spiega". Dall'esame degli scritti antichi emerge una vera e propria rete di questi siti oracolari. Erodoto  che riferì con estrema precisione (Libro II, 29) l'esistenza dell'oracolo meroitico di Giove-Ammone  affermò anche che i «Fenici», che avevano fondato l'oracolo di Siwa, fondarono anche il più antico centro oracolare della Grecia, quello di Dodona  una località di montagna situata nella Grecia nord-occidentale (in prossimità dell'attuale confine con l'Albania). A questo proposito, egli racconta un episodio di cui aveva sentito parlare durante la sua visita in Egitto, secondo il quale «un giorno i Fenici portarono via da Tebe (in Egitto) due donne sacre ... una di esse fu venduta in Libia (Egitto occidentale), l'altra in Grecia. Furono proprio queste donne a fondare i primi oracoli nei due paesi». Questa versione, scrive Erodoto, l'aveva sentita dai sacerdoti egizi di Tebe. A Dodona, invece, circolava un'altra versione: «due colombe nere volarono via un giorno dall'egizia Tebe» e andarono a posarsi una a Dodona, l'altra a Siwa; in entrambe le località furono allora fondati centri oracolari in onore di Giove, che a Dodona i Greci chiamavano Zeus, mentre a Siwa gli Egizi chiamavano Artimone. Lo storico romano Silico Italico (primo secolo d.C), oltre ad affermare che Annibale consultava regolarmente l'oracolo di Siwa durante le sue guerre contro Roma, attribuiva anch'egli al volo delle due colombe da Tebe la fondazione dei centri oracolari nel deserto di Libia (Siwa) e nella greca Caonia (Dodona). Diversi secoli dopo, il poeta greco Nonnos, nella sua opera principale, Dionysiaca, descriveva gli oracoli di Siwa e Dodona come luoghi gemelli, in comunicazione l'uno con l'altro: 

Eccola, la nuova voce che risponde, la voce di Zeus di Libia! La sabbia assetata inviò un oracolo alla colomba di Caonia [ = Dodona]. 

Quanto a F.L. Griffith, la scoperta dell1'omphalos in Nubia gli ricordò un altro centro oracolare della Grecia. La forma conica del'omphalos di Nubia, egli scrisse, «riprendeva esattamente quella di omphalos presso l'oracolo di Delfi». Delfi, sede dell'oracolo più famoso di tutta la Grecia, era dedicata ad Apollo ("Quello della pietra") e le sue rovine rappresentano tuttora una delle maggiori attrattive turistiche della zona. Anche qui, come a Baalbek, l'area sacra era composta da una piattaforma costruita sul fianco di una montagna, posta anch'essa di fronte a una vallata che formava una specie di imbuto verso le coste del Mare Mediterraneo. Molte fonti affermano che l'oggetto più sacro di Delfi era appunto un omphalos; esso si trovava inserito in una base apposita nella parte più interna del tempio di Apollo, accanto a una statua del dio (su quest'ultimo punto, però, non tutte le testimonianze concordano). In un locale sotterraneo, nascosto alla vista di tutti coloro che venivano a consultare l'oracolo, una sacerdotessa, in uno stato quasi di "trance", rispondeva alle domande di re ed eroi pronunciando enigmatiche parole  parole che erano dettate dal dio, ma che provenivano dall'omphalos. L'originale del sacro omphalos è miste riosamente scomparso, forse in occasione di una delle numerose guerre o invasioni straniere che interessarono la regione. Du rante una campagna archeologica, però, ne venne scoperta una copia in pietra, eretta forse al tempo dei Romani fuori dal tempio, e che oggi si trova al Museo di Delfi . 

Anche lungo la via sacra  che conduceva al tempio qualcuno, in un'epoca imprecisata, collocò un semplice omphalos in pietra per segnare il punto preciso in cui per la prima volta si era fatto sentire l'oracolo di Delfi, prima che fosse costruito il tempio.Sulle monete che circolavano a Delfi si vedeva Apollo seduto su questo omphalos ; e quando la Fenicia cadde in mano ai Greci, anch'essi continuarono a rappresentare Apollo seduto sull'omphalos "assiro". Molto spesso, però, le pietre oracolari erano raffigurate in coppia, poste su un'unica base, come nel caso della .



Come mai fu scelta proprio Delfi come sede dell'oracolo, e perché proprio lì fu posto Vomphalos? Secondo la tradizione, quando Zeus volle individuare dove si trovava il centro della Terra, liberò due aquile ai due estremi opposti del mondo; vo-lando l'una verso l'altra, le due aquile si incontrarono a Delfi, e per questo venne eretta una struttura in pietra, un omphalos ap-punto, per contrassegnare quel luogo. Lo storico greco Strabone afferma che sopra Vomphalos di Delfi si trovavano infatti due sta-tue a forma di aquila. Raffigurazioni di omphalos affiancati oppure sormontati da aquile si ritrovano in tutta l'arte greca.Secondo alcuni studiosi non si tratterebbe di aquile, ma di piccioni viaggiatori, i quali, data la loro capacità di ritrovare la strada da un determinato punto, simboleggiavano forse una sorta di misurazione della distanza tra un centro della Terra e un altro. Le leggende greche affermano che Zeus trovò rifugio a Delfi durante le sue battaglie aeree con Tifone, proprio in quella zona simile a una piattaforma dove poi sarebbe stato costruito il tempio di Apollo. Il tempio di Ammone a Siwa conteneva non soltanto corridoi sotterranei, tunnel misteriosi e passaggi segreti all'interno delle spesse mura, ma anche un'area riservata ampia circa 52 x 55 metri, circondata da mura possenti, al cui interno vi era una specie di piattaforma di solida pietra. Questi stessi componenti strutturali, compresa la piattaforma, si ritrovano in tutti i luoghi che sono associati alle "pietre che bisbigliano". Se ne deve dunque concludere che tutte queste aree, come quella più grande di Baalbek, fossero sia "luoghi di attcrraggio" sia "centri di comunicazione"? Non ci meraviglia più, a questo punto, trovare le pietre sacre, accompagnate dalle due aquile, raffigurate anche in scritti sacri egizi ; 
e molti secoli prima che i Greci incominciassero a costruire templi attorno ai loro centri oracolari, un faraone egizio fece raffigurare sulle sue piramidi un omphalos con i due uccelli appollaiati. Il faraone era Seti I, il quale visse nel XIV sec. a.C; ed è proprio sulla sua piramide, nella raffigurazione del dominio di Seker, il "dio nascosto", che abbiamo visto Vomphalos più antico . Era il mezzo di comunicazione con il quale i messaggi - «parole» - «erano pronunciati ogni giorno da Seker». Avevamo individuato in Baalbek la meta del primo viaggio di Gilgamesh; seguendo poi i "fili" che portavano alle "bisbigliatati" Pietre dello Splendore, siamo arrivati al Duat. Era questo il luogo dove i faraoni cercavano di arrivare all'Aldilà attraverso la Scala che porta al Cielo. Era questo, a nostro parere, il luogo verso cui Gilgamesh, nella sua ricerca della vita eterna, diresse i suoi passi nel suo secondo viaggio.

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