Cerca nel blog

mercoledì 14 settembre 2016

GLI DEI CHE VENNERO SUL PIANETA TERRA (Seconda Parte - 2/3)


Vi era un luogo, in Egitto, che i locali chiamavano Ta Neter, cioè "luogo, terra degli dèi". Esso corrispondeva al piccolo stretto posto all'estremità meridionale del Mar Rosso, quello che oggi è chiamato Bab-el-Mandeb; è proprio attraverso questo stretto che le imbarcazioni che recavano l'insegna NTR e che avevano a bordo gli dèi «ornati di corna» erano arrivate in Egitto. Gli Egizi chiamavano il Mar Rosso "Mare di Ur". Il termine Ta Ur significava "terra straniera dell'est". Henri Gautier, che compose il Dictionnaire des Noms Géographiques a partire da tutti i nomi di località menzionati nei testi geroglifici, precisò che il segno geroglifico per Ta Ur «era un simbolo che designava un elemento nautico ... Il segno significa che "Devi andare con una barca verso sinistra"». Se guardiamo una carta geografica dell'antichità , vediamo che, dopo aver oltrepassato lo stretto di Bab-el-Mandeb provenendo dall'Egitto, se si girava verso sinistra ci si dirigeva verso la penisola arabica e il Golfo Persico. Vi sono poi altri indizi  Ta Ur letteralmente significa "terra di Ur" e il nome Ur non era affatto sconosciuto: qui, infatti, era nato Abramo, il patriarca degli ebrei. Discendente di Sem (Shem), figlio maggiore di Noè (l'eroe biblico del Diluvio), egli era nato  nella città di Ur, in Caldea; «e Terah prese Abramo suo figlio, e Lot il figlio di Haran, figlio di suo figlio, e Sarah sua nuora, moglie di Abramo; e partirono da Ur dei Caldei, per andare nella Terra di Canaan». Quando, all'inizio del XIX secolo, archeologi e linguisti cominciarono ad alzare il velo sulla storia e sulle testimonianze scritte dell'antico Egitto, Ur era nota solo per essere stata citata nell'Antico Testamento; la Caldea, invece, era ben conosciuta: era infatti il nome con cui i Greci chiamavano Babilonia, l'antico regno meso-potamico. Lo storico greco Erodoto, che visitò l'Egitto e Babilonia nel V secolo a.C, trovò numerose analogie tra le usanze degli Egizi e quelle dei Caldei. Nel descrivere il recinto sacro del dio supremo Bel (che egli chiamava Giove Belo) nella città di Babilonia e la sua grande torre, egli scrisse che «sulla cima della torre c'è un grande tempio, e dentro vi è un enorme giaciglio, riccamente adornato, con una tavola d'oro da un lato. Non vi è alcuna statua in quel luogo, e nessuno vi abita di notte, a parte una donna che i Caldei - i sacerdoti di questo dio - affermano essere stata scelta dalla divinità per sé ... Essi dicono anche ... che il dio in persona viene in questa camera e dorme su quel giaciglio. E una storia simile a quella che raccontano gli Egizi, di ciò che avviene nella loro città, Tebe, dove una donna è solita passare la notte nel tempio del Giove tebano [Aminone]». Via via che gli studiosi del XIX secolo andavano scoprendo nuovi aspetti della storia dell'Egitto e riempivano i vuoti lasciati dai reperti iconografici con gli scritti degli storici greci e romani, due fatti si facevano sempre più evidenti. Il primo è che la civiltà e la grandezza degli Egizi non erano affatto un fiore isolato sboc-ciato in un deserto culturale, ma facevano parte di una fase di sviluppo complessivo che interessò tutto il mondo antico. Il se-condo, invece, è che i racconti biblici riguardanti altre terre e regni, città fortificate e rotte commerciali, guerre e accordi di pace, migrazioni e insediamenti, non soltanto corrispondevano a verità, ma erano anche precisi e accurati. Nuova luce, per esempio, le testimonianze egizie gettarono sugli Ittiti, per secoli conosciuti soltanto da brevi citazioni nella Bibbia, e rivelatisi invece potenti nemici dei faraoni. E chi di una pagina di storia totalmente sconosciuta  una importante battaglia avvenuta a Kadesh, nel nord della regione di  Canaan, tra esercito egiziano e legioni ittite provenienti dall'Asia Minore - si ritrovarono non solo nei testi, ma anche in raffigurazioni pittoriche sulle pareti dei templi. E si scoprì anche un risvolto politico personale della faccenda, poiché il faraone finì per sposare la figlia del re ittita, nello sforzo di consolidare la pace tra i due popoli. Filistei, "Popolo del Mare", Fenici, Hurriti, Amorriti  tutti popoli e regni la cui esistenza, fino a quel momento, era attestata solo dall'Antico Testamento  cominciarono a emergere come realtà storielle via via che gli scavi archeologici progredivano in Egitto e pian piano si estendevano ad altre terre citate dalla Bibbia. Più grandi di tutti sembravano essere stati gli antichissimi imperi di Assiria e Babilonia; ma dov'erano i loro magnifici templi, o altre tracce della lqro grandiosità? E dov'erano le loro testimonianze scritte? Tutto ciò che i grandi esploratori avevano raccontato della "terrà tra i due fiumi", la vasta pianura tra il Tigri e l'Eufrate, era l'esistenza di tante "collinette", tumuli di terra: tells in arabo e in ebraico. In assenza di pietre e rocce, anche le più maestose strutture dell'antica Mesopotamia erano state costruite con mattoni fatti di fango, che il tempo, le guerre e le intemperie avevano facil-mente ridotto in mucchi di terra. Invece che strutture monumentali, queste terre restituivano occasionali reperti piccoli, oggetti artigianali e tavolette d'argilla incise con segni che parevano a forma di cuneo. Nel 1686, un esploratore di nome Engelbert Kampfer visitò Persepoli, l'antica capitale dei re persiani con i quali Alessandro aveva combattuto. Da alcuni reperti che trovò sul posto, com-preso il sigillo reale di Dario , egli copiò segni e simboli

in quella strana scrittura cuneiforme, credendo che si trattasse di semplici decorazioni. Quando poi si fece strada l'idea che quelle fossero in realtà delle iscrizioni, nessuno sapeva in quale lingua fossero scritte, né come decifrarle. Come nel caso dei geroglifici egizi, anche per la scrittura cuneiforme la chiave per la comprensione fu un'iscrizione trilingue, trovata incisa sulla roccia di un'impervia zona montuosa, in un luogo della Persia chiamato Behistun. Nel 1835, un mag-giore dell'esercito britannico, Henry Rawlinson, riuscì a copiare l'iscrizione e quindi a decifrarne il testo e poi le relative lingue. Si scoprì allora che le tre lingue dell'iscrizione erano l'antico persiano, l'elamita e l'accadico. Quest'ultimo era la lingua madre di tutte le lingue semitiche; e fu attraverso la conoscenza dell'ebraico che gli studiosi poterono leggere e comprendere le iscrizioni mesopotamiche degli Assiri e dei Babilonesi. Spinto da tali scoperte, nel 1840 Henry Austen Layard, un inglese di origine parigina, si recò a Mosul, nel nord-est dell'Iraq (che allora faceva parte dell'impero turco-ottomano). Qui egli fu ospite di William E Ainsworth, il cui testo Researches in Assyria, Baby Ionia and Chaldea (1838) - insieme con altre testimonianze precedenti e con piccoli ritrovamenti di Claudius J. Rich {Memoir on thè Ruins ofBàbylon)  non soltanto accese l'immaginazione di Layard, ma gli fece anche ottenere il supporto scientifico e monetario del British Museum e della Royal Geographical Society. Molto esperto sia dei riferimenti biblici sia dei classici greci, Layard trovò più volte tracce di un racconto che un ufficiale di Alessandro avrebbe fatto riguardo a. un luogo, in quella zona, «con piramidi e resti di una città antica» - una città, dunque, le cui rovine erano considerate antiche persino al tempo di Alessandro! I suoi amici del posto gli mostrarono i vari tells della zona, indizio che dovevano esservi antiche città sepolte sotto di essi. Ma il suo entusiasmò esplose quando raggiunse un luogo chiamato Birs Nimrud. «Per la prima volta vidi il grande tumulo conico di Nimrud stagliarsi contro il limpido cielo della sera», scrisse in seguito nella sua Autobiografia. «L'impressione che mi fece è di quelle che non si possono dimenticare.» Stava forse parlando della piramide sepolta vista dall'ufficiale di Alessandro? Senza dubbio, comunque, quel luogo era collegato al biblico Nimrod, «il potente cacciatore per grazia di Dio», che diede impulso ai regni e alle città reali della Mesopotamia (Genesi, 10): 
E l'inizio del suo regno: Babele ed Erech e Akkad, tutte nella Terra di Shin'ar, al di fuori di quella terra vi fu Ashur, dove venne costruita Ninive - una città di ampie strade; e Khalah, e Ressen. 
Con l'aiuto del maggiore Rawlinson, che nel frattempo era divenuto console britannico a Baghdad, Layard tornò nel 1845 a Mosul per dare inizio agli scavi presso la sua amata Nimrud. Ma qualunque cosa egli avesse cercato  e trovato  non potè comunque fregiarsi del titolo di primo archeologo moderno in Mesopotamia. Due anni prima, infatti, Paul-Emile Botta, con-sole francese a Mosul (con il quale Layard si era incontrato e aveva stretto amicizia), aveva compiuto degli scavi presso un tumulo a nord di Mosul, dall'altra parte del fiume Tigri. I nativi chiamano quel luogo Khorsabad; dalle iscrizioni cuneiformi si scoprì che esso corrispondeva a Dur-Sharru-Kin, l'antica capitale del biblico Sargon, re di Assiria. A dominare questa grande città, con i suoi palazzi e templi, era in effetti una piramide a sette piani, ovvero uno ziggurat.

Sulla scia delle scoperte di Botta, Layard cominciò a scavare nella zona che aveva prescelto, dove credeva che avrebbe trovato Ninive, la capitale assira citata nella Bibbia. In realtà il sito si rivelò essere il centro militare assiro chiamato Kalhu (la biblica Khala), ma i tesori che vennero alla luce valsero comunque lo sforzo compiuto. Tra essi vi è un obelisco fatto costruire da re Shalmaneser II, sul quale egli elencava, tra coloro che dovevano pagargli un tributo, «Jehu, figlio di Omri, re di Israele».
I ritrovamenti assiri, dunque, confermavano ora la veridicità storica dell'Antico Testamento. Layard, sempre più entusiasta, nel 1849 cominciò a scavare presso un tumulo posto dall'altra parte di Mosul, sulla riva orientale del Tigri. Il luogo, che i locali chia-mavano Kuyunjik, era in effetti Ninive - la capitale fondata da Sennacherib, il re assiro il cui esercito era stato sgominato dall'angelo del Signore mentre assediava Gerusalemme (Re, 2-18). Dopo di lui, Ninive fu anche capitale di Esarhaddon e Assurbanipal. I tesori artistici di quella città oggi conservati al British Museum di Londra costituiscono tuttora la parte più impressionante dell'intero complesso dei reperti assiri. A mano a mano che il ritmo degli scavi si faceva più intenso e che squadre di archeologi pro-venienti da altre nazioni si univano al nucleo originario, tutte le città assire e babilonesi citate nella Bibbia (con una sola eccezione di scarsa importanza) vennero portate alla luce. Ma più i musei di tutto il mondo si riempivano di antichi tesori, più appariva evidente che i reperti più importanti erano i più semplici, e cioè le piccole tavolette d'argilla  alcune delle quali potevano addirittura stare nel palmo di una mano  sulle quali Assiri, Babilonesi e altri popoli dell'Asia centrale avevano scritto contratti commerciali, sentenze giudiziarie, registrazioni di matrimoni ed eredità, elenchi geografici, dati matematici, formule mèdiche, leggi e regolamenti, biografie dei re  insomma, ogni aspetto della vita quotidiana di società avanzate e altamente civilizzate. Questi popoli ci hanno lasciato anche una grande eredità letteraria, fatta di racconti epici, racconti sulla Creazione, proverbi, scritti filosofici, canzoni d'amore, ecc. Non mancano le trattazioni di argomento celeste: elenchi di stelle e costellazioni, informazioni sui pianeti, tavole astronomiche; e ancora elenchi di divinità con i relativi attributi, compiti, funzioni e relazioni familiari; a capo di queste divinità stava un gruppo di dodici Grandi Dèi, «Dèi del Cielo e della Terra», ai quali erano associati i dodici mesi, le dodici costellazioni dello zodiaco e dodici membri del nostro sistema solare. Come sappiamo da riferimenti contenuti nelle iscrizioni stesse, le lingue di questi popoli derivavano dall'accadico, e ciò non faceva che confermare il racconto biblico, secondo cui Assiria e Ba-bilonia (che apparvero sulla scena storica verso il 1900 a.C.) furono precedute da un regno chiamato Akkad. Esso fu fondato da Sharru-Km - "il sovrano giusto" - , che noi chiamiamo Sargon I, intorno al 2400 a.C. Furono ritrovate anche alcune delle sue iscrizioni, nelle quali egli si vantava dell'ampiezza del suo impero, che, per grazia del suo dio Enlil, si estendeva dal Golfo Persico al Mar Mediterraneo. Egli chiamava se stesso «re di Akkad, re di Kish»; e proclamava di aver «sconfitto Uruk, abbattuto le sue mura ... [fu] vittorioso in battaglia contro gli abitanti di Ur». Molti studiosi ritengono che Sargon I fosse il biblico Nimrod e che dunque i versi biblici si riferissero a lui e a una capita chiamata Kish (o Kush, secondo la grafia biblica), dove esiste una forma di sovranità anche prima di Akkad. E Kush generò Nimrod; ed egli fu il primo uomo potente di quella terra ... E l'inizio del suo regno: Babele ed Eredi e Akkad, tutte nella terra di Shin'ar. A sud-est di Babilonia fu scoperta la città reale di Akkad; sud-est di quest'ultima venne poi scoperta anche l'antica città Kish. In realtà, più gli archeologi si muovevano in direzione su est, nella piana tra i due fiumi, più antichi erano i luoghi che venivano alla luce. In una località oggi chiamata Warka venne fondata la città Uruk, la biblica Erech, che Sargon  affermò di aver sconfitto. Per trovarla, gli archeologi dovettero passare dal  corrispondente terzo millennio a.C. a quello del quarto millennio a.C. ! Qui essi rinvennero prime forme conosciute di ceramica lavorata nei forni; un pavimento e strutto con blocchi di pietra calcarea, il più antico del suo genere; il primo ziggurat (piramide a gradini) e le prime testinimonianze scritte del mondo,testi con numerose iscrizioni  e sigilli cilindrici con incisioni, e fatti passare su uno strato di argilla bagnata, lascivano un'impronta permanente.


Ancora più a sud, fu trovata anche Ur  il luogo di nascita di Abramo  su quella che era anticamente la linea costiera del Golfo Persico. Era un grande centro commerciale, sede di un grande ziggurat e capitale reale di molte dinastie. Questa parte meridionale della Mesopotamia, la più antica, era forse la biblica Terra di Shin'ar, il luogo in cui avvennero gli eventi della Torre di Babele? Uno dei più importanti ritrovamenti operati in Mesopotamia  fu la biblioteca di Assurbanipal a Ninive, che conteneva più di 25.000 tavolette ordinate per argomento. Sovrano di grande cultura, Assurbanipal raccolse tutti i testi su cui potè mettere le mani, e inoltre incaricò i suoi scribi di co-piare e tradurre testi che altrimenti non sarebbero stati disponi-bili. Su molte tavolette lo scriba stesso aveva scritto «copie di testi antichi». Un gruppo di 23 tavolette, per esempio, termiriava con la postilla: «ventitreesima tavoletta; lingua di Sumer non cambiata». Lo stesso Assurbanipal affermava in un'iscrizione: II dio degli scribi mi ha concesso in dono la conoscenza della sua arte. Sono stato iniziato ai segreti della scrittura. So anche leggere le complicate tavolette in sumerico. Comprendo le enigmatiche parole incise nella pietra fin dai giorni prima del Diluvio. Nel 1853 Henry Rawlinson suggerì alla Royal Asiatic Society la possibilità che esistesse una lingua sconosciuta precedente a quella accadica, precisando che i testi assiri e babilonesi utilizzavano spesso parole prese in prestito da una lingua ignota, specie in materia religiosa o scientifica. Nel 1869 Jules Oppert, in occasione di una riunione della Società Francese di Numismatica e Archeologia, propose che ve-nisse riconosciuta l'esistenza di tale lingua antica e del popolo che la parlava e la scriveva. Gli Akkadi chiamavano i loro predecessori Sumeri e parlavano della terra di Sumer. Era, in effetti, la biblica terra di Shin'ar. Era la terra il cui nome  Sumer  letteralmente significava "terra degli osservatori"; ed era proprio l'egizia Ta Neter, la "terra di coloro che osservano", la terra dalla quale gli dèi erano arrivati in Egitto.

Di fronte alla grandiosità e all'antichità della civiltà egizia quale era venuta rivelandosi attraverso la documentazione archeologica, gli studiosi non poterono fare a meno di ammettere, pur con difficoltà, che la civiltà (nell'accezione occidentale del termine) non era cominciata né a Roma né in Grecia. È possibile, ora, compiere un ulteriore passo avanti e affermare, come gli Egizi stessi avevano suggerito, che civiltà e religione cominciarono non in Egitto, ma nel sud della Mesopotamia? Nel secolo che segui le prime scoperte mesopotamiche, divenne più che mai evidente che era proprio a Sumer che la moderna Civiltà (quella con la "C" maiuscola) era cominciata. Fu là, infatti, poco dopo il 4000 a.C. - quasi 6.000 anni fa! - che tutti gli elementi fondamentali di una civiltà avanzata sorsero d'im-provviso, come dal niente e senza un'apparente motivazione. Non c'è quasi aspetto della nostra civiltà e cultura che non affondi le proprie radici a Sumer: città, alti edifici, strade, piazze del mercato, granai, banchine, scuole, templi; metallurgia, medicina, chinirgia, manifattura tessile, alta cucina, agricoltura, irrigazione; l'uso dei mattoni, l'invenzione del forno; la prima ruota, i primi carri; navi e navigazione; commercio internazionale; pesi e misure; sovranità, leggi, tribunali, giurie; scrittura e annotazione di eventi; musica, note, strumenti musicali, danza; animali domestici e zoo; e ancora guerre, artigianato e prostituzione. E soprattutto: la conoscenza e lo studio dei cieli, e degli dèi «che dal Cielo in Terra eran venuti». Vi è un aspetto, tuttavia, che deve essere ben chiaro: né gli Akkadi né i Sumeri avevano mai chiamato "dèi" questi visitatori venuti sulla Terra. È solo attraverso il successivo paganesimo che il concetto di esseri divini o dèi è filtrato nella nostra lingua e nel nostro pensiero. Quando qui utilizziamo questo termine, lo facciamo solo perché è ormai entrato nell'uso comune. Gli Akkadi chiamavano questi individui Ilu  "coloro che sono in alto"  da cui deriva l'ebraico, biblico El. Cananei e Fenici li chiamavano Ba'al, "signore". Ma all'origine di tutte queste religioni, i Sumeri li chiamavano DIN.GIR, "i giusti delle navicelle spaziali". Nell'antica scrittura pittografica dei Sumeri (che in seguito si stilizzò e diede origine alla scrittura cuneiforme) i termini DIN e GIR erano scritti . Quando i due simboli sono uniti, l'elemento appuntito o GIR - che ha la forma di un modulo di comando conico-piramidale  si inserisce perfettamente nel foro del DIN, rappresentato come un razzo multipiano, e l'insieme assomiglia in modo impressionante alla navicella a razzo nel silo sotterraneo raffigurata sulla tomba egizia di Huy.

Da tutta una serie di fonti sumeriche  racconti cosmologici e poemi epici; testi che fungevano da autobiografie degli dèi, con le loro funzioni, i rapporti reciproci e i centri di culto; cronologie e storie raccolte sotto il nome di Liste Reali, e una miriade di altri testi, iscrizioni e disegni  abbiamo ricostruito un quadro complessivo di. ciò che avvenne in epoca preistorica, e di come tutto cominciò. Questa storia prende avvio in un'epoca primordiale, quando il nostro sistema solare era ancora giovane. Fu allora che un grande pianeta apparve nello spazio più esterno e venne attirato nel sistema solare. I Sumeri chiamavano  questo pianeta invasore NIBIRU, cioè "pianeta dell'attraversamento"; i Babilonesi, invece, lo chiamavano Marduk. Quando, nel suo percorso, passò vicino ai pianeti più esterni, Marduk curvò la sua orbita, fino ad entrare in collisione con uno dei vecchi membri del sistema solare, un pianeta chiamato Tiamat. Nello scontro, i satelliti di Marduk spaccarono Tiamat a metà: la parte inferiore fu ridotta in pezzi, che diedero origine alle comete e alla fascia degli asteroidi  il "bracciale celeste" di frammenti planetari che orbita tra Giove e Marte. La parte superiore di Tiamat e il suo satellite' principale vennero invece gettati in una nuova orbita, a formare la Terra e la Luna. Lo stesso Marduk, rimasto intatto, fu attratto in una vasta or-bita ellittica attorno al Sole, che lo porta a ripassare nel luogo della "battaglia celeste" tra Giove e Marte ogni 3.600 anni.

Fu così che il sistema solare finì per avere dodici membri  il Sole, la Luna (che i Sumeri consideravano a tutti gli effetti un corpo celeste autonomo), i nove pianeti che noi conosciamo, e un altro, il dodicesimo: Marduk.

Nessun commento:

Posta un commento