Cerca nel blog

venerdì 2 settembre 2016

AVVENTURE SULLA MONTAGNA SFUGGENTE


La necessità di verificare sul posto le formazioni in cima al presunto monte Sinai mi portò, col trascorrere del tempo, ad avventure rocambolesche. Per circa vent’anni, i miei ripetuti sforzi si sono scontrati con la politica internazionale: affari di stato nei quali, pur non volendo assolutamente entrare, continuavo, mio malgrado a cozzare. Il mio viaggio aereo alla penisola del Sinai era stato reso possibile “grazie” alla guerra del 1967 fra Israele ed Egitto. Il mio ritorno successivo, nel 1979, fu sollecitato dal processo di pace fra i due paesi e dalle condizioni del trattato di pace per il ritiro graduale degli Israeliani dalla penisola del Sinai. mCiò che non sapevo a quei tempi, era che, mentre mi trovavo in Israele cercando di ottenere un elicottero per tornare sul Sinai, vi era qualcun altro – in Egitto – che stava progettando un volo analogo. Quel qualcuno altri non era se Anwar Sadat, il presidente dell’Egitto in persona. I suoi progetti, però, erano focalizzati sul Monte Mussa, accanto al monastero di Santa Caterina, vale a dire il Monte Sinai “tradizionale”. Tuttavia, le sue intenzioni e il suo volo ebbero ripercussioni di non poco peso sui miei progetti e sulle Earth Chronicles Expeditions. Il Presidente Sadat, infatti, considerava la firma storica del trattato di pace fra Israele ed Egitto quale spunto per un unico evento ecumenico. Propose, infatti, che sia lui, sia il primo ministro Menachem Begin di Israele, sia ancora il presidente USA Jimmy Carter (dunque un musulmano, un ebreo e un cristiano) si recassero sul Sinai per firmare il trattato ai piedi del «Monte Sinai, dove il Signore consegnò a Mosè i Dieci Comandamenti.» La cerimonia si svolse, invece, nel marzo 1979 sul prato della Casa Bianca a Washington. Come gesto di apertura, Israele accettò di modificare la linea del ritiro entro dicembre 1979, così che il Monte e il monastero potessero essere consegnati agli egiziani ben prima dell’aprile del 1982, come previsto in origine dal trattato. E fu così che non appena gli Israeliani se ne andarono, gli egiziani, su ordine di Sadat, dettero il via, accanto al monastero, alla costruzione di un Villaggio della Pace, al cui interno doveva trovarsi una «casa di adorazione multiculturale, luogo di incontro tra religioni diverse». Il presidente Sadat vi giunse in elicottero per presenziare di persona alla cerimonia. Quando lo venni a sapere, mi dissi: Forse potrei coinvolgere Sadat nelle mie ricerche e ottenere da lui l’elicottero? Per quanto folle possa sembrare, andai avanti con questa idea. Non appena fu pubblicato il libro Le astronavi del Sinai, l’editore, St. Martin’s Press, ne inviò una copia in omaggio al presidente Sadat; la lettera di accompagnamento (firmata da Thomas L. Dunne, direttore editoriale) appoggiava le mie teorie «a proposito delle piramidi e della ricerca dell’immortalità». Non so se il presidente Sadat abbia mai ricevuto il libro, certo è che non ho mai ricevuto alcuna risposta. Non ero ancora pronto a rinunciare all’idea, così trovai un’altra strada per raggiungere Sadat. Fra gli ammiratori che mi aveva procurato la pubblicazione de Il pianeta degli dèi, vi era un conoscente dell’ambasciatore egiziano a Washington, sua eccellenza Ashraf A. Ghorbal. Su mia richiesta gli inviò mdue copie di Le astronavi del Sinai: una per lui e una per il presidente Sadat. Lo scopo era ben chiaro:

«Il signor Sitchin», scriveva il mio lettore, «ha la necessità di recarsi in elicottero su di un determinato monte che si trova nell’area di Nakhl».
 
L’ambasciatore ci rispose assicurandoci che il libro e la richiesta sarebbero stati inoltrati direttamente al presidente, al Cairo. Anche in questo caso, però, non so se il libro e la richiesta abbiano mai raggiunto Sadat, assassinato nell’ottobre del 1981 da fanatici islamici che si opponevano al Trattato di Pace con Israele. Quando, nell’aprile 1982, la penisola del Sinai venne consegnata agli egiziani, mi fu chiaro che, a partire da quel momento, l’unico modo per raggiungere il Monte sarebbe stato passando per l’Egitto. Mi misi in contatto con tour operator e con agenzie che si stavano specializzando nei viaggi nella terra dei faraoni e venni a sapere che non erano stati ancora concessi permessi turistici per visitare il Sinai, che era, infatti, ancora una zona militare, alla quale si poteva avere accesso solo muniti di speciali permessi. Da tempo ero membro della Israel Exploration Society; a quel punto mi iscrissi anche all’American Research Center in Egitto (ARCE), nella speranza che mi potessero fornire un qualche aiuto. In occasione di uno dei loro incontri a New York mi presentarono il dottor Mohamed Ibrahim Bakr, presidente della Egyptian Antiquities Organization, il quale mi promise il proprio appoggio, ma non ottenni nulla. Il direttore dell’ARCE al Cairo fece qualche discreta indagine, alla fine delle quali mi suggerì di recarmi di persona al Cairo per cercare di ottenere il permesso per il volo in elicottero. Per assicurarmi la più alta percentuale di successo portai con me una serie di lettere di raccomandazione. Una di queste era addirittura di un ex ministro di Sadat, al suo fianco al momento dell’attentato. Un’altra era di Zahi Hawass (ai tempi Ispettore Capo delle piramidi di Giza, e ora capo del Consiglio Supremo delle Antichità) che si trovava in quel periodo all’University Museum di Philadelphia e che aveva letto entrambi i miei libri. Il viaggio, dopo tutti quegli estenuanti preparativi, si concretizzò nel novembre 1984: a quasi sette anni esatti dal primo, memorabile viaggio al Monte. Quando giunsi al Cairo insieme a mia moglie venimmo accolti calorosamente da tutti coloro con i quali eravamo stati in contatto; tutti mi promisero il loro aiuto per ottenere il permesso per il volo in elicottero. Mentre aspettavamo che i loro sforzi producessero dei risultati, facemmo un giro completo di tutte le attrazioni turistiche dell’Egitto. Purtroppo, però, anche i miei amici ricevettero come unica risposta che la mia destinazione – un monte al centro della penisola del Sinai – non era inclusa nella lista dei luoghi di interesse archeologico. Venne detto loro di rivolgersi direttamente al Ministro della Cultura, che, però, in quel periodo era assente. Poiché non potevo più trattenermi al Cairo, feci ritorno a New York, e continuai nei miei sforzi, ma inutilmente. Fra il 1984 e il 1992 tornai più volte al Cairo, per svolgere le ricerche per i miei libri e per cercare di ottenere il tanto sospirato permesso. Nel 1992, finalmente, gli egiziani avevano allentato le restrizioni di viaggio nella penisola e avevano addirittura ripreso ad ampliare le località turistiche nel Sinai fondate dagli israeliani. Uno spiraglio mi lasciava sperare nella concessione del permesso per il volo in elicottero. Ma c’era un problema: a causa di alcune restrizioni, imposte alle forze militari in base al trattato di pace con Israele, solo i militari avevano il permesso di sorvolare il Sinai (così, almeno, mi fu riferito). La visita del 1992, tuttavia, fu l’inizio di una concatenazione di eventi positivi che culminarono nel famigerato volo in elicottero. Nel corso di una conferenza internazionale, organizzata dalla Power Places Tours, feci un intervento al Mena House Hotel (sede dei negoziati di pace fra Israele ed Egitto, situato proprio accanto alle Piramidi di Giza). Era presente fra il pubblico anche un loro concorrente, Abbas Nadim, un egiziano esperto di turismo, trasferitosi poi negli Stati Uniti, dove ha fondato la sua compagnia, la Vision & Travel Tours. Nadim mi contattò in seguito negli Stati Uniti e mi invitò a unirmi a qualcuno dei suoi tour e delle sue conferenze. Gli dissi che ciò che mi interessava veramente era di partecipare solo persone che avevano letto i miei libri e che, dunque, condividevano i miei interessi. «Nessun problema», mi rispose. «Dove vuole andare? Ho i migliori contatti in Egitto.» «Nel Sinai», gli dissi a bruciapelo. «Posso procurarmi qualsiasi tipo di fuoristrada», replicò. «Buon per lei», risposi. «A me serve un elicottero.» Mi promise che si sarebbe informato. Sapevo che non sarebbe riuscito a cavare un ragno dal buco, perché gli elicotteri privati non potevano volare nel Sinai. Invece, con mia grande sorpresa, Abbas Nadim mi richiamò e mi disse: «Ho l’elicottero!» Programmammo così un viaggio in Egitto che doveva toccare i siti “classici”, più altri di mia scelta, per poi addentrarsi nella penisola del Sinai. Chiamammo il tour «Sulle tracce dell’Esodo» e si sarebbe svolto in primavera, proprio nello stesso periodo dell’anno in cui avvenne l’Esodo. A bordo di un pullman avremmo raggiunto Nakhl, nella pianura centrale. Lì, un elicottero mi avrebbe aspettato per condurmi in cima al monte, esaudendo il mio desiderio. Era la primavera del 1994. Si iscrisse al viaggio un gruppo di miei fedeli lettori. Visitammo il Museo del Cairo, le piramidi di Giza, le altre piramidi, l’oasi di el-Fayum, Karnak, Luxor, la Valle dei Re. Abbas Nadim continuava a rassicurarmi che tutto era a posto per quanto riguardava l’elicottero. Rientrati al Cairo, lo sentii impegnato in una serie di telefonate concitate. «C’è forse qualche problema con l’elicottero?», gli chiesi preoccupato. «Assolutamente no», disse. «È tutto ok.» Il giorno previsto partimmo a bordo del pullman. Ci dissero che eravamo il primo gruppo di turisti in un autobus civile ad avere il permesso di raggiungere il Sinai, non attraverso i ponti regolari che attraversano il Canale di Suez, ma attraverso il tunnel che gli egiziani avevano costruito in gran segreto sotto il canale stesso, in preparazione di un attacco alle postazioni israeliane nel 1973 . Fu un’esperienza triste per me e questa sensazione mi accompagnò anche quando – una volta entrati nel Tunnel del Canale scortati dai militari – ci venne dato il permesso di fare dietro front e di visitare le rovine delle postazioni di difesa israeliane sulla riva orientale del Canale, meglio note come la linea Bar-Lev . Shohana, una giovane donna che partecipava al tour, era un ex-soldato dell’esercito israeliano di stanza proprio lì. «Mi sono iscritta a questo viaggio», mi disse, «proprio per rivedere questo posto».




Quel luogo era stato testimone di un passato molto amaro: il fatto che lei lo potesse rivedere ora, sotto il controllo egiziano, era di buon auspicio per tempi migliori. Questi sentimenti continuarono ad accompagnare sia me che lei, mentre viaggiavamo lungo il Mitla Pass, scenario di cruente battaglie sia nel passato recente, sia in quello più remoto: quello dell’Esodo. Veicoli militari distrutti e bruciati erano ancora lì, lungo il passo, pur se in numero minore rispetto a quelli che mostravano le foto aeree della battaglia . Quasi ovunque, lungo la strada, c’erano ancora cartelli con su scritto: “Attenzione - mine”. Alcune ore dopo aver lasciato il Cairo raggiungemmo finalmente Nakhl (o Nakhla, come la chiamavano gli egiziani). L’avevo già sorvolata nel 1977, ma era decisamente cambiata, ora era più simile a una città: lungo le strade polverose le auto si mescolavano a cammelli e asini. Ci fermammo davanti a un edificio non meglio identificato, al margine della piazza del mercato: il ristorante della città, ci comunicò l’autista. Avevamo fame, sete, eravamo stanchi e ci solleticava l’idea di un buon pasto. Le scelte sicure erano pita (una focaccia schiacciata), formaggio e uova sode, con tè dolce o bevande in bottiglia raffreddate in una tanica d’acqua.


«Dov’è l’elicottero?», chiesi ad Abbas. «Sta arrivando, sta arrivando», mi rassicurò. «Intanto mangiamo qualcosa.» Chiesi a uno dei membri del gruppo, Harvey Hagman – redattore del Washington Times, che aveva portato una videocamera – di sedersi al mio fianco. Gli rivelai in gran segreto che stavo per imbarcarmi su di un elicottero con il quale avrei sorvolato una montagna dove avevo intenzione di atterrare per esaminare alcune strutture interessanti. Gli confidai anche di essere convinto che quella montagna era il vero Monte Sinai. Gli chiesi se voleva accompagnarmi, come testimone. Accettò con entusiasmo. Circa un quarto d’ora dopo Abbas entrò trafelato nel ristorante e mi disse: «Venga, venga, il taxi sta aspettando!». Lo seguii di corsa, accompagnato da Harvey. «Quale taxi?», gli urlai. «L’elicottero non può arrivare a Nakhla», rispose. «Hanno mandato il taxi per portarci all’elicottero.» Con ancora in mano la pita e il formaggio, salii a bordo del taxi accompagnato da Abbas e Harvey; il taxi non era altro che una vecchia auto con autista. Presi posto accanto a lui, mentre gli altri due sedettero sui sedili posteriori. Il taxi si diresse verso sud, correndo lungo una strada asfaltata: eravamo l’unico veicolo in transito, in entrambe le direzioni. Abbas e l’autista si scambiarono alcune frasi in arabo. «Siamo in ritardo, speriamo di farcela», disse Abbas. Gli scoccai un’occhiata feroce. L’autista schiacciò l’acceleratore: vidi il tachimetro schizzare al massimo; sembrava quasi che volassimo, come se la macchina si fosse sollevata dall’asfalto. Il viaggio sembrava non finire mai. «È certo che avremo l’elicottero?», chiesi ad Abbas. Fu proprio allora che, all’improvviso, scorgemmo in lontananza quello che sembrava un campo di aviazione con un elicottero in attesa. Il taxi fece alcuni giri e si fermò sulla piazzola asfaltata, proprio accanto all’elicottero. Volevo scattare una foto accanto al veicolo, come diciassette anni prima a Tel Aviv. «No foto! No foto!», sbraitò un uomo di mezza età, in piedi vicino all’elicottero. «Presto, dobbiamo partire!», proseguì in inglese. «È molto tardi!» Il pilota era già seduto al posto di comando. Salii e mi sedetti accanto a lui. Gli altri tre: Abbas, Harvey e l’uomo sconosciuto, presero posto dietro. Il pilota mi si presentò in inglese dicendomi solo il nome, un nome tedesco. Mi porse un casco e delle cuffie. Il rumore del motore ci consentiva di parlare solo attraverso le cuffie. Mi chiese di mostrargli la destinazione sulla cartina aerea. Gliela indicai e decollammo. Era il mio primo volo in elicottero ed è una sensazione completamente diversa dal volo in aereo, grande o piccolo che sia. Non solo senti, ma vedi che sotto di te c’è il vuoto, che sei sospeso in aria e che potresti cadere se una forza invisibile smettesse di trattenerti in alto… Il disagio mi impedì di godermi l’emozione di essere sul punto di vedere il Sinai da un posto d’osservazione così privilegiato; fortunatamente il volo non durò a lungo. Sorvolammo Nakhl e la sua piazza principale a quota sufficientemente bassa da distinguere le persone, i veicoli e i cammelli. Non vidi, però, il nostro pullman.
Mi voltai e con la mano disegnai un punto interrogativo ad Abbas che, di rimando, mi fece segno che era tutto ok. Il pilota voleva sapere dove dirigersi e non era facile indicargli la direzione perché il paesaggio è diverso da come lo si vede su di una cartina geografica. Tirai fuori le mie carte e gli indicai il monte. Dopo alcuni minuti di volo lo avvistammo. «Si abbassi e gli giri intorno», dissi al pilota. Speravo di riconoscere i contorni curvi che si vedono nelle mie prime foto scattate diciassette anni prima, quando ci eravamo diretti verso la struttura chiara. Mi chiesi se saremmo stati in grado di localizzare il luogo, se l’oggetto bianco sarebbe stato ancora là. «E se non c’è più?», pensai fra me e me. «E se non posso più dimostrare che era là?» Poi pensai che, se l’oggetto luminoso era scomparso, era la prova che si trattava di un UFO atterrato e poi decollato. Ma… e se non fossi riuscito a localizzarlo? Ora due (o tre) persone avrebbero testimoniato che in cima al monte non c’era proprio nulla… Questi foschi pensieri si dissolsero all’improvviso allorché scorsi la struttura simile a un UFO. «Eccola!», urlai al pilota, mentre scattavo foto in rapida successione. La indicai anche alle persone alle mie spalle, che non riuscivano a sentirmi. «Scendiamo lì!», urlai al pilota. «Atterriamo lì accanto!» Mi guardò con aria perplessa. «Non possiamo atterrare, non abbiamo più tempo!», mi rispose di rimando. Mi tolsi la cuffia e mi voltai verso Abbas. «Il pilota si rifiuta di atterrare!», gli urlai. «Dobbiamo atterrare!» Mi udì anche l’uomo che non si era presentato. Guardò l’orologio e parlò ad Abbas in arabo, sembrava agitato. «Non possiamo!», mi disse Abbas. «Ma dobbiamo!», gli risposi. Era fiato sprecato. Il pilota aveva già virato e ci stavamo allontanando dalla cima della montagna. Schiumavo rabbia. «Cosa diavolo succede?», urlai ad Abbas. Si chinò in avanti per farsi sentire. «L’elicottero deve essere a Ras Sudr a una certa ora!» «Non c’è più tempo, Zecharia; ti spiego tutto.» Da quando gli israeliani avevano trovato il petrolio al largo della costa del Sinai, il piccolo e tranquillo villaggio di Ras Sudr, sulla costa del Mar Rosso, si era legato all’estrazione petrolifera. Erano state costruite piattaforme in mare aperto, da lì il petrolio veniva trasferito sulla terraferma per mezzo di oleodotti; era stato costruito perfino un porto per l’attracco petroliere di piccola stazza. Gli egiziani, con l’aiuto delle compagnie petrolifere europee, tenevano in vita l’attività. Ras Sudr – il villaggio, non il campo degli operai addetti all’attività petrolifera  – era la località dove il nostro gruppo avrebbe trascorso la notte, una sosta fra Nakhl e la tappa successiva.In brevissimo tempo avvistammo la costa del Mar Rosso, una vista stupenda che non ero, però, dell’umore giusto per apprezzare. Davanti a noi si scorgevano chiaramente le strutture per l’estrazione del petrolio e i campi degli operai. L’elicottero volava sempre più basso, seguendo una strada di cemento costruita dagli israeliani, coperta per la maggior parte da sabbia portata dal vento. Il pilota vide un pezzo pulito di strada e vi fece atterrare l’elicottero. Non appena toccò terra, urlò: «Tutti fuori!». Io i miei due compagni e l’uomo che non si era presentato, balzammo sulla strada. Ero sbalordito. Quando i rotori si fermarono e potemmo parlare, Abbas avanzò verso di me. Lo fissavo con uno sguardo assassino. Sospinse verso di me l’uomo che non si era presentato. «Questo è il signor tal-dei-tali – non ricordo il nome – proprietario della compagnia di elicotteri», mi disse Abbas. «Le spiegherà.» Fu lì, nel bel mezzo di niente – circondati da dune di sabbia, accanto all’elicottero – che venni a sapere i retroscena di quell’avventura. L’unico modo che aveva Abbas Nadim di procurarmi un elicottero era di trovare un complice che l’aiutasse a imbrogliare un po’ le carte. Questo elicottero faceva servizio navetta per le compagnie petrolifere, trasportando il personale da Ras Sudr ad altri due impianti: sulla costa del Sinai e a Suez City. Abbas aveva pagato il proprietario per un volo con elicottero vuoto, per prelevare delle persone a Ras Sudr e a portarle a Suez City (in cima al Golfo di Suez). Ma anziché seguire la rotta consueta, lungo la costa, avevano organizzato una deviazione, per consentirmi di vedere la montagna. Poiché, però, eravamo partiti tardi, l’elicottero non aveva potuto atterrare, in quanto doveva assolutamente arrivare a Ras Sudr a una certa ora. Scossi la testa incredulo. «Non c’era alcun altro modo per avere un elicottero», mi disse Abbas. Sapevo che diceva il vero, perché anch’io ci avevo provato, invano. «Ma perché ci siamo fermati qui?», chiesi. «Perché l’elicottero non ci porta al villaggio o al campo degli operai?» Rispose il proprietario della compagnia. «Perché nessuno sa cosa ho fatto», ammise. «Non ho il permesso di trasportare nessuno, eccezion fatta per gli impiegati della compagnia. Se vi porto al campo, mi chiederanno: “Chi sono queste persone?”» «Perché non ci porta al villaggio dove possiamo trovare una sistemazione per la notte?», gli suggerii. «No, gli abitanti farebbero la spia. C’è una grande casa lì davanti», disse puntando il dito. «Andate lì, vi riporteranno al villaggio». Le pale dell’elicottero iniziarono a girare. «È incredibile», esclamai indignato. «Non ci posso credere! Se non altro le foto possono provare che non è stato un sogno, un miraggio del deserto!» Sarebbe troppo lungo raccontare le peripezie che seguirono. Vi basti sapere che riuscimmo a riunirci al gruppo solo a notte fonda. Il pullman aveva portato il gruppo da Nakhl alla località prevista per la notte. Abbas sapeva che non saremmo mai riusciti a raggiungere il gruppo a Nakhl, così aveva fatto in modo che il suo assistente, il suo direttore al Cairo, portasse il gruppo in pullman fino al villaggio di Ras Sudr, senza aspettare il nostro ritorno. Ma anche loro avevano avuto la loro parte di avventura: l’autista del pullman, anziché seguire la strada asfaltata, cercando una scorciatoia, si era perso… La mattina seguente fu stupenda. Qualcuno andò a nuotare nel Mar Rosso. Ci dirigemmo poi verso sud, fermandoci alle sorgenti di acqua termale dei faraoni e, passando da Wadi Firan, giungemmo fino al Monastero di Santa Caterina. Ci fermammo a dormire al Villaggio della Pace che aveva voluto Sadat, e fu così che, ancora una volta, le nostre strade si incrociarono. Il mattino seguente alcuni salirono fino al Monte Mussa. Nel pomeriggio visitammo il monastero e feci notare il cartello che dice che il Monte Mussa, alias il Monte Sinai, è più basso rispetto al Monte Santa Caterina . Perché allora avevo portato lì il gruppo se il vero Monte Sinai non era quello? Per non lasciar loro nessun dubbio. Per tutte le ragioni elencate prima, questo monte non poteva essere lo stesso testimone dell’Esodo. Ma posso dire di avere avuto la prova definitiva che il monte nei pressi di Nakhl era il vero Monte Sinai? No, anche se avevo ora due testimoni oculari, Harvey e Abbas, che confermarono di aver visto in cima alla montagna un oggetto rotondo, simile a un UFO. Avevo anche nuove foto, questa volta a colori; purtroppo, però, non ero ancora riuscito a scendere sulla montagna e a verificare di persona. «Dovremo organizzare un nuovo tour e un nuovo giro in elicottero!», dissi ad Abbas. «Inshallah [Se Dio vuole]», disse sorridendo. «No Inshallah», replicai. «Mi devi un elicottero!»
                 ----------------------------------------------------------------------------------
Più tardi, quello stesso anno, Abbas mi telefonò comunicandomi delle belle notizie: le autorità egiziane, riconoscendo il potenziale turistico del Sinai stavano allentando le restrizioni. Alcune compagnie stavano programmando dei tour in elicottero: ora era possibile avere i permessi. Poco tempo dopo mi disse che era sicuro di poter avere un elicottero per un volo privato; approfittando della pace fra Israele e Giordania ebbe una brillante idea: «Organizziamo un tour della pace», disse. «Israele, Egitto, Giordania (e Sinai centrale).» Mi piaceva l’idea. «Ci sono dei posti in Giordania che desidero visitare», gli dissi. «Come il Monte Nebo, dove morì Mosè e il luogo dove Elia venne condotto in cielo.» «Ci sono siti come Petra e Jerah», replicò lui. Iniziammo così a programmare un itinerario che li comprendesse tutti. Elencando tutti i siti classici (un must per coloro che visitano per la prima volta questi paesi), più i luoghi che volevo vedere io, più il volo in elicottero, la lunghezza del viaggio divenne ingestibile. Concordando con me che Israele, con tutti i suoi siti archeologici e religiosi, meritava un tour a parte, Abbas ridusse il Tour della Pace a Egitto, Sinai e Giordania. Mentre studiavamo gli itinerari, una delle domande chiave era da dove far partire il volo in elicottero. Abbas mi disse che poteva procurarsi un elicottero da Taba, dove il Taba Hilton Hotel aveva un eliporto funzionante. Taba, una spiaggia sabbiosa sulla costa del Golfo di Eilat (conosciuto anche come il Golfo di Aqaba) si trova proprio a sud di Eilat. Fu lì che gli israeliani avevano costruito un hotel quale parte integrante dello sviluppo turistico: un molo per barche con fondo in vetro, uno sport club, un osservatorio sottomarino, un acquario e, infine, il Taba Hotel. Il tutto serviva a valorizzare il magnifico panorama sul golfo, le barriere coralline e i pesci colorati del Mar Rosso. Dopo la firma del trattato di pace fra Israele ed Egitto, gli egiziani pretesero che il confine internazionale non passasse a sud dell’albergo, bensì a nord, così che l’albergo potesse restare in territorio egiziano. Dopo anni di discussioni, negoziati e compromessi, nel corso dei quali ciascun paese produsse vecchie cartine e documenti britannici e ottomani, un tribunale internazionale si pronunciò a favore dell’Egitto che, a sua volta, affidò l’albergo alla catena dell’Hilton. Il 6 febbraio 1995, dopo una settimana in Egitto, un pullman portò il nostro gruppo al Sinai. In serata ci fermammo al Taba Hilton. Il programma prevedeva che l’elicottero prelevasse me ed Abbas al mattino seguente alle 6 e ci riportasse in albergo entro le 8 di quella stessa mattina, in tempo per raggiungere il gruppo intento a fare colazione e unirci alle attività previste per il giorno (un gita ai canyon di roccia rossa, visita alle antiche miniere di rame, un giro in barca nel golfo e una nuotata fra le barriere coralline). Quando arrivammo l’albergo ci parve fin troppo affollato. Mia moglie ed io ci ritirammo nella nostra stanza. Le finestre davano su di un recinto di filo spinato a pochi metri da noi: il nuovo confine internazionale con Israele. Non era una vista piacevole. Pochi minuti dopo squillò il telefono. Era Abbas, aveva bisogno di parlarmi urgentemente. Lo incontrai nell’atrio. Portava cattive notizie. Il mattino seguente non avremmo avuto l’elicottero: l’albergo ospitava un meeting internazionale e lo spazio aereo era chiuso. Facemmo alcune domande e venimmo a sapere che Ronald Brown, ministro del commercio degli U.S.A. che – nel tentativo di radicare la pace nell’area grazie al commercio e all’attività economica – aveva fatto la spola fra Egitto, Israele e Giordania e aveva deciso poi di incontrare i rappresentanti del commercio di Egitto, Israele, Giordania e Palestina prima di fare rientro negli Stati Uniti. Con un breve preavviso era stato indetto un meeting di due giorni. La sede, inutile a dirsi, era proprio il Taba Hilton Hotel. Durante la permanenza del ministro, per ragioni di sicurezza, erano stati sospesi tutti i voli non governativi. Notai allora che l’albergo pullulava di giovani con i capelli tagliati a spazzola, muniti di auricolari, che indossavano abiti blu scuro e camicie bianche. Non era difficile immaginare chi fossero. Individuai il capo della sicurezza americano e gli spiegai chi ero, l’importanza delle mie ricerche, i miei contatti con i media, e tutte le altre ragioni per cui il mio volo del mattino seguente avrebbe dovuto essere autorizzato. La sua risposta fu perentoria: «Lo faccia fra due giorni». Parlandone con Abbas, gli dissi di essere disposto a ritardare di due giorni la partenza. «Che il gruppo prosegua pure nel tour programmato», proposi. «Vi raggiungerò ad Amman, in Giordania.» Su mia insistenza chiamò il direttore della compagnia di elicotteri. La risposta fu che non era possibile, perché nei giorni seguenti l’elicottero era già prenotato per altri voli. Mia moglie cercava di consolarmi. «Ci andrai un’altra volta», disse con fare rassicurante. Non ci credevo e, infatti, a tutt’oggi, non c’è stata un’altra possibilità. Ho visto ciò che ho visto, e le mie foto mostrano esattamente ciò che vedete. È la prima volta che le condivido con i miei lettori. La struttura rotonda e bianca è un oggetto meccanico? È un UFO? Oppure è una formazione naturale, scolpita da vento e pioggia? Se mi fosse possibile scegliere, opterei per la prima soluzione, anche se, più probabilmente, si tratta della seconda. Ma non è possibile trovare una spiegazione naturale per l’ingresso perfettamente circolare della grotta nel promontorio dalla forma strana, con le aperture a intervalli regolari e la cima “ritoccata”. Il mistero continua ad avvolgere il Monte Sfuggente.

Nessun commento:

Posta un commento