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domenica 21 agosto 2016

TROVARE ATLANTIDE SENZA NEMMENO CERCARLA


Per quanto affascinante sia la leggendaria Atlantide, sono riuscito a resistere all’impulso di unirmi alla folta schiera di persone che si sono messe sulle sue tracce. Una volta, però, che mi trovavo in prossimità di uno dei numerosi presunti siti della città, proposi al gruppo che accompagnavo di recarci a dare un’occhiata. Perché no? Una volta terminate le ricerche, però, non solo ci eravamo convinti che la città scomparsa era realmente esistita, ma avevamo trovato anche affascinanti prove di viaggi transatlantici avvenuti migliaia di anni fa. Per chi non avesse familiarità con l’argomento ecco un breve resoconto della storia di Atlantide: in due dei suoi scritti, Platone, filosofo e scienziato di Atene (428-348 a.C.) narra di Atlantide, un regno idilliaco situato su di un’isola, la cui capitale (o unica città) era di struttura circolare, con un porto al suo centro e canali concentrici, scavati nella terraferma. Sul punto più alto della città si trovava un tempio dedicato a Poseidone, dio dei mari; le sue mura di cinta e i suoi bastioni erano ricoperti di oro. L’oro era ovunque; l’isola era anche ricca di rame e di stagno. Il primo a regnarvi fu Poseidone in persona, poi dieci dei suoi figli ereditarono il regno e se lo spartirono. Le attività commerciali e l’influenza della città si estesero a macchia d’olio, raggiungendo luoghi molto distanti. Poi, in una notte sventurata, una catastrofe di proporzioni apocalittiche colpì la città. Un’eruzione vulcanica scosse l’isola dalle sue viscere, la fece esplodere e sprofondare sui fondali dell’oceano. Le informazioni riportate nei dialoghi di Platone, Timeo e Crizia, erano, però, di seconda mano. La fonte era infatti Solone, filosofo-statista vissuto molto tempo prima di Platone, che avrebbe ascoltato il racconto di Atlantide dai sacerdoti egizi mentre era in visita in quel paese. I sacerdoti gli narrarono che quegli avvenimenti risalivano a 9.000 anni prima e che i superstiti di Atlantide, salvatisi a bordo di navi, avevano portato la civiltà in Egitto. Platone raccontò che Atlantide si trovava «al di là delle colonne di Ercole», il che significa al di là dello Stretto di Gibilterra, laddove il Mediterraneo si fonde con l’Oceano Atlantico. Pur se questo non escludeva l’ubicazione di Atlantide in un qualsiasi punto del pianeta, radicò la teoria che Atlantide sorgesse al centro dell’oceano Atlantico, in particolare dopo la pubblicazione nel 1882, del libro di I.T.T. Donnelly, Atlantis: The Antediluvian World. Nel XX secolo i ricercatori che hanno studiato i contorni della dorsale medio atlantica – che corre sul fondo dell’oceano da nord a sud – e ne hanno scandagliato i fondali, non hanno trovato alcun luogo idoneo ad accogliere i resti di Atlantide. Per questo motivo l’attenzione degli studiosi si era spostata dall’Atlantico e dalle terre alle sue spalle (le Americhe e il Lontano Oriente) al Mediterraneo e alle isole greche. Ed è per la stessa ragione che era stata accettata la data del 9500 a.C., più vicina alla data del racconto di Solone. Gli archeologi hanno stabilito che la civiltà minoica, che precedette quella micenea, nacque nell’isola di Creta e fiorì sulle isole adiacenti nell’età del bronzo, ma terminò bruscamente alla metà del II millennio a.C. Nel 1860 per la costruzione del Canale di Suez venne utilizzato materiale vulcanico (pomice) proveniente dall’isola di Thira. Ben presto gli studiosi si resero conto che la gran quantità di materiale vulcanico era la prova di un’esplosione di proporzioni catastrofiche verificatasi su Thira, che fu causa di terremoti, tsunami e oscurò i cieli. Questa devastante eruzione venne collegata all’improvviso declino della civiltà minoica. E di lì a collegare Thira e il suo destino alla leggenda di Atlantide, il passo fu davvero breve. La catastrofe di Thira – la cui data fu, in un primo momento, stabilita intorno al 1250 a.C. – attirò l’interesse di studiosi di altre discipline, come ad esempio esperti della Bibbia, perché le conseguenze dell’eruzione avrebbero potuto benissimo farsi sentire fino in Egitto, spiegando, almeno in parte, l’ondata di calamità che si abbatté su quel paese prima dell’Esodo 
Fu così che, nel 1996, una Earth Chronicles Expedition, che aveva come meta la Grecia e Creta, incluse nel proprio itinerario anche l’isola greca di Santorini, precedentemente chiamata Thira. In fin dei conti, pur se Atlantide era al di fuori della sfera delle mie ricerche, l’Esodo ne era, invece, un punto focale. Partendo dalla Grecia si poteva tranquillamente raggiungere Santorini/Thira e poi Creta a bordo di uno dei tanti traghetti di linea. Noi, invece, optammo per i piccoli aerei che fanno la spola con le isole, che oltre a velocizzare i tempi, ci avrebbero consentito di osservare l’isola dall’alto. Purtroppo imparammo presto a nostre spese che la maggiore frequenza dei voli si scontrava con una minore puntualità dei voli stessi. In passato l’isola di Santorini (dal nome della sua patrona, Sant’Irene) si chiamava anche Kallisti (Isola Bella) e Strongulee (Isola Circolare). Entrambi i nomi si adattano perfettamente all’isola, sia per la sua bellezza, sia per la sua peculiare forma circolare. Oggi l’isola è quanto resta di un’isola ben più grande. Da qualsiasi prospettiva la si guardi (dall’aria, dalle cartine, da un punto panoramico in cima alla montagna o facendo una passeggiata in auto lungo il perimetro dell’isola) se ne intuisce facilmente la forma originaria . L’eruzione vulcanica non ha avuto luogo al centro dell’isola, ma ne ha squarciato il versante occidentale. Il varco apertosi nell’enorme cratere ha consentito l’ingresso del mare, che ora lo riempie completamente. L’esplosione ha lasciato intatta la parte orientale dell’isola, dandole forma di una falce di luna. Nella parte occidentale resta una fascia stretta di terra asciutta e montuosa, lungo la quale corre una strada panoramica. Di quel versante restano solo due isolotti: Thirassia e la piccola Aspronisi. La lingua di terra e i due isolotti completano l’anello intorno alla laguna del cratere: la circonferenza complessiva dell’isola è di circa 64 chilometri. Una delle maggiori attrazioni turistiche e scientifiche, situata sulla parte principale orientale dell’isola, è rappresentata dagli scavi di una città chiamata Akrotiri che – come Pompei – fu sepolta dal materiale eruttivo. I turisti possono camminare lungo le strade riportate alla luce, visitare gli edifici quasi intatti, esaminare strumenti e reperti dell’età del bronzo. Quasi ovunque sono ancora in piedi grandi vasi in terracotta per le provviste, esattamente com’erano al momento dell’eruzione.
Alcune pitture murali dai colori brillanti sono sopravvissute alla catastrofe; lo stile e i colori sono identici a quelli trovati a Creta, patria della civiltà minoica (fig. 21). Alcuni degli affreschi, che raffigurano sia navi passeggeri che navi da carico, confermano la vocazione marinara dell’isola.
Ma poiché la calamità colpì all’improvviso l’isola, se Thira fosse davvero l’Atlantide di Platone e di Solone, sarebbe stato logico trovare, fra i resti delle botteghe e delle abitazioni sepolte, le testimonianze di una straordinaria ricchezza. Invece non è così. Le pareti, anche se splendidamente affrescate, non sono rivestite d’oro, come narra, invece, la leggenda di Atlantide. Sull’isola, forse, ci saranno stati dei giacimenti di rame, ma certo non di stagno, né di altri minerali preziosi. È chiaro che l’isola, pur avendo un forte legame con la civiltà minoica, non ne era il centro. Atlantide, ricca e potente, sarebbe stata dunque al margine e non al centro del regno? Tutte le prove raccolte e confermate dalla nostra visita indicavano che Santorini/Thira non era la leggendaria Atlantide. La sua eruzione, però, avrebbe potuto in qualche modo essere collegata ai fenomeni associati con l’Esodo degli Israeliti dall’Egitto? La risposta dipende, in buona parte dalle datazioni. Se, come ritengono alcuni, sia l’eruzione di Thira, sia l’Esodo, si verificarono intorno al 1250 a.C., allora è possibile ipotizzare un certo legame. Se, invece, come indicano alcuni revisionisti, l’eruzione di Thira si verificò fra il 1500 e il 1450 a.C., allora ci troviamo di fronte a uno scarto di due secoli; se, tuttavia, come io, personalmente, ritengo, anche l’Esodo si verificò intorno al 1450 a.C., possiamo ipotizzare che i due episodi furono contemporanei. Nei miei libri (in particolare in Guerre atomiche al tempo degli dei), collegando fra di loro le cronologie bibliche, mesopotamiche ed egizie, ero giunto alla conclusione che l’Esodo ebbe inizio intorno al 1433 a.C., una data che si discosta di poco da quella a cui sono giunti numerosi altri studiosi. Nel 1986 il dottor Hans Goedicke, della Johns Hopkins University, creò notevole scompiglio nel mondo accademico annunciando che, una recente lettura di un’iscrizione egizia, lo aveva indotto a concludere che l’Esodo si verificò nel 1477 a.C. (una data molto vicina a quella che avevo determinato io, come gli feci notare in una lettera). Inoltre, lui metteva in relazione il famoso evento dell’apertura delle acque del Mar Rosso e la sua chiusura che inghiottì, con ondate gigantesche, l’esercito egizio, proprio con l’eruzione di Thira e con l’immenso tsunami che si produsse nel Mediterraneo orientale. Come già detto, altre ricerche sulla catastrofe di Thira, prima e dopo le scoperte del dottor Goedicke, collocavano l’eruzione fra il 1550 e il 1450 a.C. Momentaneamente, quindi, sono state accantonate sia la teoria che identifica Thira con Atlantide, sia quella che mette in relazione l’esplosione di Thira all’Esodo.
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La visita a Thira fu dunque improduttiva in merito alle storie di Atlantide e dell’Esodo? Niente affatto. Ebbe il pregio di creare nella mia mente quella che potrei definire una sorta di “file” su Atlantide. E proprio questo nuovo interesse ci consentì di fare un’affascinante scoperta sull’isola di Creta, nostra successiva destinazione. Questa scoperta – è bene dirlo – non provò né, tanto meno smentì, l’esistenza di Atlantide, mi dette però la certezza che, in un tempo remoto del nostro passato – stiamo parlando di un’epoca antica, ma ancora storica – popoli del Vecchio Mondo riuscirono a raggiungere il Nuovo Mondo. Anche se la leggenda di Atlantide sembrava suggerire che solo gli Atlantidei erano giunti ad est fino ai paesi del Mediterraneo, non precludeva l’ipotesi che avessero compiuto viaggi anche nell’altra direzione: dal Mediterraneo al Nuovo Mondo, le «terre al di là delle Colonne d’Ercole». Se ciò corrispondeva al vero, allora questi viaggiatori avrebbero potuto riportare in patria la notizia dell’esistenza di una città d’oro, circondata dalle acque. Se così fosse, allora Atlantide non sarebbe un mito o una leggenda, bensì una realtà. E a questa conclusione sono giunto dopo aver visitato Creta. Come tutti i turisti, scegliemmo di fermarci in uno dei magnifici hotel della capitale dell’isola, Iraklion, sul versante mediterraneo. E da lì, proprio come tutti i turisti, ci recammo a visitare le rovine di Cnosso, l’antica capitale cretese in epoca minoica. La maggiore attrazione archeologica sono senza dubbio gli scavi del palazzo  del famoso re Minosse (da cui prende nome la civiltà “minoica”). A Minosse sono collegate numerose leggende di divinità, di semidei, di uomini e di “uomini-toro”. Cnosso deve buona parte della propria fama a sir Arthur Evans, che ne iniziò gli scavi ai primi del 1900. Vennero alla luce palazzi, magazzini, templi, edifici residenziali, monumentali strutture a colonne e una ricchezza di affreschi parietali dai colori ancora intatti e brillanti, testimoni di sei secoli di vita cretese.
Il giorno successivo, a differenza della maggior parte dei turisti, ci recammo al Museo Candia di Iraklion, dove sono conservati molti dei tesori e dei reperti scoperti sull’isola. Mentre la guida ufficiale del tour compiva il giro di routine, portando i visitatori a vedere la sezione dei gioielli, io mi attardai a esaminare gli oggetti in mostra meno “famosi”, collocati su tavolini, ricoperti da una lastra di vetro. In particolare esaminai i cilindri, i sigilli e altre incisioni. In realtà ero alla ricerca di un oggetto ben preciso: un sigillo cilindrico sul quale era raffigurato una sorta di razzo nei cieli, che sovrastava una processione di guerrieri, carri ed altri esseri fantastici . Il reperto non era esposto, pur se avevo con me una copia dell’illustrazione e una chiara indicazione sul fatto che il sigillo, scoperto a Creta, si trovava al museo. Quando chiesi insistentemente delle spiegazioni, mi venne risposto che, con tutta probabilità, si trovava ad Atene.
Deluso dal fatto di non aver trovato il sigillo, spostai l’attenzione su altri importanti reperti in mostra: le tavolette di terracotta, redatte con due scritture simili, eppure sostanzialmente diverse, chiamate semplicemente “Lineare A” e “Lineare B” . Il Lineare B è stato in parte decifrato: è una scrittura semi-sillabica, semi-alfabetica usata dagli Achei (i primi abitanti della Grecia continentale); mentre il Lineare A rimane più misterioso, pur se, negli anni ’60 il professor Cyrus Gordon dimostrò che si trattava di una lingua semitica nord-occidentale, forse fenicia.
Questo avrebbe confermato quanto attestano i miti cretesi o greci, secondo i quali la civiltà minoica nacque sull’isola di Creta quando Zeus vide Europa, figlia di un re della Fenicia, che giocava con le sue ancelle vicino al mare. Invaghitosi di lei, si trasformò in un toro insolitamente mansueto e la raggiunse sulla spiaggia, dove si distese. Quando la fanciulla, per gioco, gli salì in groppa, lui si rialzò e la rapì. Attraversando a nuoto il Mediterraneo la condusse sull’isola di Creta, dove si rivelò alla ragazza e si unì a lei. Dalla loro unione nacquero tre figli, uno dei quali era appunto Minosse, il famoso re di Creta. In questo modo la mitologia conferma che le prime forme di scrittura erano, in sostanza, una derivazione del semitico-fenicio. Su Creta venne trovato anche un terzo testo, dalle misteriose iscrizioni. Si tratta del famoso Disco di Festo, in terracotta, inciso su entrambi i lati . Venne scoperto nel 1908 fra le rovine di un palazzo a Festo, sulle sponde meridionali dell’isola. Il contesto archeologico del ritrovamento gli attribuiva la stessa età del Lineare A, vale a dire il 1700-1500 a.C. In quel periodo gli scribi “scrivevano” su tavolette di argilla umida utilizzando degli stilo. Ma osservando il Disco di Festo salta subito all’occhio una sua peculiarità: l’iscrizione sembra realizzata con l’aiuto di caratteri mobili: un metodo di stampa inventato da Johann Gutenberg ben 3.200 anni dopo!
I pittogrammi del Disco di Festo – fatte poche eccezioni – non somigliano ad alcun segno delle scritture lineari cretesi. I 242 segni incisi sulle due facce sono stati eseguiti con 45 punzoni, dal che gli studiosi sono giunti alla conclusione che non si tratta di una scrittura alfabetica. Alcuni dei segni mostrano una certa – sia pur vaga – analogia con i geroglifici egizi (dati dall’unione di pittogrammi e segni sillabici) o con i segni della scrittura ittita. Poiché i sigilli a stampo (in cui diverse parole – o nome o titolo – erano predisposte per essere incise nell’argilla umida), erano in uso in Mesopotamia, alcuni ricercatori ritennero che il Disco e la sua scrittura fossero originari di Sumer. Tutti gli studiosi concordano sul fatto che il Disco non è originario di Creta, ma che vi venne portato in un momento successivo. Da dove? Da chi? E di che lingua si tratta? Mentre riguardavo il materiale del briefing in previsione del tour uno dei segni, in particolare, attirò la mia attenzione.
E mentre ero intento ad osservare attentamente il Disco nella sua vetrinetta ad Iraklion, ebbi la certezza di aver già visto quel segno: era la prova di un legame con l’antico Egitto e con Chichén Itzá, l’antica metropoli maya nella penisola dello Yucatán in Messico! Il segno era quello della testa di un guerriero che indossa un elmetto piumato. Si tratta del segno ripetuto più di frequente, secondo solo al segno di un uomo che cammina. Appare all’inizio di segmenti, come se fosse il soggetto di un’affermazione. La maggior parte delle volte si trova accanto a ciò che sembra uno scudo; e se le iscrizioni vanno lette cominciando dalla parte inferiore sinistra , allora su entrambe le facce del Disco iniziano con questo simbolo, come per dire: «questa è la storia dei guerrieri che si misero in viaggio verso…».
Compare diverse volte anche il pittogramma di una nave, quindi è possibile ipotizzare che si tratti della narrazione di una spedizione marittima. Ed è proprio in un contesto analogo che avevo già visto le immagini di questi guerrieri: in Egitto, sulle mura del tempio di Medinet-Habu, dove Ramsete III immortalò scene di una battaglia contro invasori che venivano dal mare . Gli Egizi li chiamavano “Popoli del Mare”, oppure Peleshet, un nome sostanzialmente identico al nome biblico Plishti, vale a dire i Filistei che avevano attraversato il Mediterraneo in nave per insediarsi sulla costa mediterranea di Canaan.
Nelle raffigurazioni egizie le navi degli invasori sono ben diverse da quelle autoctone e sono praticamente identiche a quelle presenti sul Disco. Mentre è dubbia la provenienza di questi invasori, la loro raffigurazione sul Disco stesso e sui monumenti egizi del XIII secolo a.C. fa intendere che, nel II millennio a.C., essi solcavano regolarmente il Mediterraneo. Questa conclusione era senza ombra di dubbio, la più facile da trarre. La domanda successiva, e anche la più importante, era: fin dove si spinsero questi marinai con l’elmetto piumato? Superarono le Colonne d’Ercole e arrivarono nell’Atlantico? Raggiunsero Atlantide, riportando in patria notizia della sua esistenza e le descrizioni che sono giunte fino a noi? La mia scoperta degli stessi guerrieri con elmetti piumati a Chichén Itzá, dall’altro lato del mondo, fornisce la risposta a queste domande. Chichén Itzá era un grande centro maya nella penisola dello Yucatán, in Messico. Si crede che il primo insediamento in quella regione risalga al I millennio a.C.; intorno al 450 d.C. il luogo divenne la principale città sacra maya. La sua storia, i suoi monumenti (il più famoso dei quali è la piramide a gradini di Kukulkan), e il suo osservatorio sono descritti nel mio libro Gli dei dalle lacrime d’oro. Ciò che non viene citato nel libro è che nel corso di una delle mie numerose visite al sito decisi di ignorare il cartello che vietava l’ingresso e, spostando le travi in legno che impedivano l’accesso, salii fino alla struttura nota come Tempio del Giaguaro. Il mio interesse era rivolto agli affreschi che ricoprivano le pareti dell’edificio. Quelli al piano terra, che si vedono dall’esterno, sono quelli che hanno dato il nome all’edificio. Ma ero curioso di vedere anche i dipinti che si trovavano al piano superiore (interdetto al pubblico), in quanto gli schizzi riportati nei testi sembravano mostrare la scena di una battaglia alla quale prendevano parte alcuni guerrieri con elmetti piumati. Quando mi introdussi al piano superiore e osservai i dipinti con i loro magnifici colori, vidi confermate le mie ipotesi. L’affresco riproduceva un’acerrima battaglia fra i guerrieri maya e degli invasori che ne attaccavano un insediamento . Non vi era alcun dubbio: nell’affresco questi ultimi indossavano elmetti piumati. Era indiscutibile la somiglianza fra i Popoli del Mare ritratti in Egitto e i simboli dei guerrieri sul Disco di Festo.
Il Disco era, quindi, la prova che la storia di Atlantide poteva davvero essere giunta nel Mediterraneo, importata dall’altro capo del mondo. Ma chi erano questi invasori? Quando arrivarono? E da dove? Secondo il Popol Vuh, libro dei miti maya, e secondo le tradizioni orali riportate dai cronisti spagnoli giunti nella penisola dello Yucatán, le leggende maya – o ciò che di esse era rimasto – narravano di un invasore o di un colonizzatore chiamato Votan. Era il capo del popolo della Terra di Can, giunto a bordo di navi sulle coste della penisola dopo aver attraversato i mari.
Il suo emblema era il serpente e chiamò l’insediamento Nachan. Nachan significa “Città dei Serpenti”. Alcuni studiosi vedono nel nome Can una versione di Canaan; Nachan, inoltre, è molto simile all’ebraico “nachas” che, guarda caso, significa proprio serpente. Chichén Itzá si trova all’interno della penisola dello Yucatán. Si ritiene che vi fossero alcuni approdi sulle coste, nei pressi di un sito chiamato Dzibilchatun, sul versante settentrionale della penisola, sul Golfo del Messico. Archeologi della Tulane University e della rivista National Geographic hanno attribuito ai resti una datazione che oscilla fra il 2000 e il 1000 a.C. Si tratta di una data perfettamente compatibile con il periodo in cui abbiamo notizia dei Popoli del Mare e dei Filistei citati dalla Bibbia (verso il 1500 a.C.). Possiamo quindi ipotizzare che marinai provenienti dalle isole o dai paesi del Mediterraneo viaggiarono ripetutamente (Votan fece quattro viaggi) al di là delle Colonne d’Ercole fino al Golfo del Messico e alla Mesoamerica. Ecco una domanda intrigante: è possibile che la scrittura pittografica del Disco di Festo sia quella dei Popoli del Mare, o dei popoli di “Atlantide”? Poiché in nessun altro paese del Mediterraneo sono venuti alla luce altri esempi di questa scrittura, la logica suggerisce che si tratti di una scrittura proveniente da altre terre. È dunque possibile che i marinai del Mediterraneo raggiunsero un regno nel Nuovo Mondo, e che ritornarono portando con sé non solo storie che lo riguardavano, ma anche oggetti che ne provassero l’esistenza, come ad esempio, un disco con un messaggio redatto nella lingua di quel paese? Fu così allora che le visite a Thira e in seguito a Creta mi fecero riflettere su Atlantide. E su come, probabilmente, gli antichi marinai con elmetti piumati avrebbero potuto portare in Grecia e in Egitto la notizia della mitica città, pur se non ne erano andati espressamente alla ricerca. Nel prossimo capitolo vi racconterò di come, nel passato storico, era possibile compiere tali viaggi. Io e miei compagni, infatti, trovammo in Mesoamerica le prove che quella terra era stata visitata da numerosi stranieri provenienti dal mare.
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Poscritto:
L’enigma del Disco di Festo è ancora insoluto. Come avevo fatto notare al direttore del Museo di Istanbul, l’unicità di un reperto non è un requisito sufficiente per far dubitare della sua autenticità. Come ho sottolineato in questo capitolo, l’analogia di alcuni dei suoi simboli (o pittogrammi) con le raffigurazioni egizie e quelle mesoamericane dei “Popoli del Mare” merita uno studio ben più approfondito di quanto non sia stato fatto finora. Così, quando giungemmo a Creta, suggerii al tour operator di includere nel programma anche una visita a Festo. Mi rispose che non ne valeva la pena: si trattava di una Cnosso in miniatura e, inoltre, arrivare fin lì avrebbe comportato una bella deviazione in macchina. «Poiché sono a Creta», gli risposi, «e non so se e quando mai ci tornerò, voglio vedere il luogo dove è stato riportato alla luce il Disco». Fu così che inserimmo nel programma una visita di un’ora a Festo, un sito archeologico raramente visitato, che si trova sulla costa meridionale di Creta. Chi lo conosceva disse che un’ora sarebbe stata più che sufficiente per vederlo tutto. Affermare che Festo è una Cnosso in miniatura è, a dir poco, generoso. Non sono stati eseguiti restauri e non sono rimasti in piedi resti di edifici con squisite pitture murali. Si sale sulla collina e si scorgono solo rovine e resti di strutture in pietra. Elena, la nostra guida, era un’ottima archeologa, molto preparata. Le chiesi se era in grado di indicarmi il luogo esatto in cui era stato trovato il Disco (chiamato di “Festo” in onore della città). Mi indicò la zona delle fucine. Ci condusse ai resti di una struttura in pietra e ad alcune buche. «Fucine?», le chiesi. Le guide affermavano, infatti, che in questa località i re minoici venivano a trascorrere l’estate (o forse l’inverno?). «È molto interessante», le dissi. «Efesto, il dio del fuoco, fabbro degli dei, non era forse lo stesso dio che i Romani chiamavano Vulcano? Il suo nome, dunque, indicherebbe un legame con questo luogo, con Festo?» Mi rispose che, sì, in effetti non si poteva escludere un legame, ma che, a dire il vero, non aveva mai sentito parlare di questa ipotesi. Riunii il gruppo e raccontai loro della conversazione avuta con Elena. Se quella era la zona delle fucine, allora la cittadina non era soltanto una residenza reale, bensì un’importante città commerciale e industriale, che faceva parte di una complessa catena di centri industriali e commerciali nel Mediterraneo, impegnati nella produzione e nel commercio di rame e bronzo. «Sparpagliamoci e cerchiamo di scoprire qualcosa», suggerii. «Cercate il colore verde, indicatore della presenza di rame. E cercate condotte, perché il processo di produzione richiede la presenza di acqua. Tenete gli occhi bene aperti per scovare qualsiasi indizio.» Trovammo colorazioni verdi e tracce di minerale di rame. Trovammo condotte per l’acqua. Trovammo pendii artificiali lungo i quali si sarebbero potuti far scivolare grandi lingotti di rame o di bronzo, fino a raggiungere la vicina costa. Ma, soprattutto, trovammo iscrizioni. Qua e là fra le rovine i miei compagni trovarono un pezzo di pietra squadrata (usata per le costruzioni) con inciso un segno sopra. Distogliendo la nostra attenzione dal rame, ci lanciammo alla ricerca dei segni di scrittura, controllando ogni sasso. Eravamo arrivai ai resti di strutture in pietra, allineate lungo quella che, un tempo, doveva essere stata una strada. Sembrava che le strutture fossero botteghe di mercanti, poiché la fila di edifici sembrava essere stata suddivisa in aree rettangolari, ciascuna dotata di un proprio ingresso. Su alcune delle pietre a ridosso degli ingressi vi erano dei segni, forse pittogrammi? Controllammo all’interno delle “botteghe”: vi erano soltanto delle lastre di pietra rotte, completamente ricoperte di sporcizia e terreno. «Qualcuno mi può dare dell’acqua?», chiesi. Una persona si fece avanti offrendo la propria bottiglia. Versai l’acqua sulla pietra per ripulirla e ai nostri occhi comparve un’incisione . In ogni bottega esaminammo altre pietre e, su ognuna di esse, trovavamo iscrizioni, l’indizio più importante per decifrare il passato. La guida restò sbalordita quanto noi. Scattammo numerose foto. Ricopiammo tutti i segni sulla carta. Trascorremmo a Festo ben tre ore – non una – come avevamo programmato. Fu uno degli aspetti più eccitanti di quel viaggio della Earth Chronicles Expeditions che avevo chiamato “Sulle orme della mitologia”. Non stavamo semplicemente studiando ciò che altri avevano scoperto prima di noi, noi stessi stavamo facendo delle scoperte.
Cancellammo la visita alle località a sud di Creta, prevista per quello stesso giorno e ci dirigemmo, invece, in un ristorante sul mare dove, in realtà, eravamo attesi un’ora prima, ma che ci servì comunque un ottimo pasto a base di pesce. Osservando i simboli disegnati su carta, notai che non somigliavano né al Lineare A, né al Lineare B; la guida mi dette ragione. «Ma allora che scrittura è?», mi chiesero. Esitai, prima di rispondere: «Per quanto incredibile possa sembrare, alcuni segni sembrano i primi pittogrammi sumeri». «Sumeri?», esclamarono tutti all’unisono. «Sì», confermai. «Sembra impossibile, ma è proprio così.» Rientrati in albergo, due membri del gruppo si dedicarono a un compito che avevo assegnato loro: «Mettete in ordine i numerosi segni che abbiamo copiato e riproducete ogni simbolo su di un singolo foglio». Lina J., un’esperta di linguistica che aveva con sé un computer e Barry B., un esperto informatico, ebbero il loro bel daffare. Alla sessione serale di briefing, mostrarono agli altri ciò che avevano scoperto : vi erano venti simboli diversi. «Pur senza aver sotto mano i miei libri sono in grado di dirvi che vedo equivalenti dei pittogrammi sumeri, i precursori della scrittura cuneiforme: uno significa “grano”, uno “stoffa” e l’altro ancora “miele”. Un segno somiglia a un’unità di capacità, un altro significa “abito”. È come se il proprietario di ciascuna bottega avesse indicato direttamente all’ingresso, o su di una pietra lì accanto, il simbolo della merce che vendeva!.»
Promisi al gruppo che avrei continuato la ricerca a casa e che li avrei tenuti informati. Tornato a New York fui in grado di confermare quelle prime conclusioni. Inoltre sembrava che quella scrittura – precedente al Lineare A e al Lineare B – fosse composta anche da pittogrammi, alcuni dei quali molto simili a quelli che avevamo trovato a Festo. Indirizzai una relazione al Direttore delle Antichità a Creta e all’American Schools of Archaeology ad Atene. Nessuno si è mai preso la briga di rispondere. Perciò ho pensato che sarebbe stato più facile divulgare le scoperte fatte a Festo in questo poscritto.

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