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lunedì 29 agosto 2016

L’UFO NELLA SINAGOGA SEPOLTA


Trovarsi all’interno di una sinagoga che è stata sepolta circa 2.000 anni fa è un’esperienza, a dir poco, insolita e inquietante. Trovare al suo interno la raffigurazione di un angelo che si libra nei cieli a bordo di una camera celeste – un UFO – lascia di stucco. E che tutto ciò si sia verificato a Damasco, la capitale di un paese che è nemico giurato di Israele è, a dir poco, bizzarro. Questo episodio risale alla fine dell’estate del 1998, quando visitai la Siria insieme a un gruppo delle Earth Chronicles Expeditions. La storia inizia non a Damasco, bensì a circa 450 chilometri più a est, sulle rive del Fiume Eufrate, in un sito antico chiamato Dura (“La città fortificata”). Sin dalla notte dei tempi Dura era una città carovaniera e un porto fluviale, crocevia di persone e merci provenienti dalla Mesopotamia e da altri paesi orientali, dirette al Mediterraneo e agli altri paesi a occidente. I primi documenti storici che la riguardano risalgono al 300 a.C. e la collocano nel regno di Seleuco Nicanore, il diadoco di Alessandro che assunse il controllo delle regioni asiatiche alla morte di quest’ultimo. A partire da quel momento la città venne ribattezzata Dura-Europos, forse in onore del luogo di nascita di Seleuco, Europos, in Macedonia. Un secolo dopo, quando Roma aveva ormai assunto il ruolo di potenza imperiale, Dura-Europos divenne il suo avamposto più orientale. Fiorente centro commerciale, era una preda ambita da molti, ma tutt’altro che facile da catturare: a est era protetta dal Fiume Eufrate, molto ampio in quel punto; a nord e a sud era protetta da gole profonde ed estese; ad ovest da massicce mura difensive . Poiché i Parti e poi i Sassanidi provenienti dalla Persia/Iran continuavano a minacciare le legioni romane, i difensori di Dura-Europos rafforzarono i bastioni della città utilizzando una tecnica davvero insolita: riempirono tutti gli edifici lungo le mura occidentali della città con sabbia del deserto, creando una difesa massiccia che avrebbe dovuto rendere inespugnabile la fortificazione. Tuttavia, nel 256 d.C. orde di Sassanidi riuscirono a catturare la città e la rasero al suolo. Le sue rovine giacquero abbandonate e dimenticate fino alla fine della prima guerra mondiale, quando una compagnia di soldati britannici giunse in quel luogo. Scavando per creare una posizione fortificata fra le rovine che spuntavano dal terreno, scoprirono (come riferisce la notizia dell’epoca) «alcuni antichi affreschi parietali in ottimo stato di conservazione.» La notizia raggiunse l’archeologo James Henry Breasted, che stava ispezionando dei siti antichi in Iraq, selezionando quelli che meritavano uno scavo approfondito. Col trascorrere del tempo, la French Academy e la Yale University unirono le proprie forze per condurre campagne di scavi negli anni ’20 e ’30. Scoprirono una città paragonabile a Pompei: antichissime abitazioni ed edifici pubblici sepolti, in questo caso non dall’eruzione vulcanica, bensì dalla sabbia del deserto.


Gli scavi estensivi rivelarono che Dura-Europos era una città cosmopolita, dove i residenti locali e i soldati di guarnigione si mescolavano a commercianti e a viaggiatori di diverse religioni che provenivano da paesi diversi. A giudicare dalle raffigurazioni e dalle iscrizioni in greco, aramaico, latino, palmireno, iraniano e in altre lingue, la città aveva templi o luoghi dove venerava un gran numero di divinità: i templi erano dedicati a Zeus e ad Artemide; a Bel e al dio della Luna; alla triade cosmica di Palmyra; ad Aphlad, dio dei Parti e al dio iraniano Mithra (nel cui tempio si trovava un bassorilievo che raffigurava la leggenda dell’uccisione del toro celeste; . Vi erano persino una sinagoga ebraica e un luogo di culto cristiano.


Ma la sezione della città che si era conservata meglio era quella in cui i suoi difensori, circa 1.800 anni prima, avevano sepolto con la sabbia del deserto gli edifici situati lungo le mura occidentali. Una volta riportati alla luce e ripuliti fu possibile ammirare in tutto il loro splendore gli affreschi che ne decoravano le pareti. La sinagoga della città, che era stata ampliata , si trovava ad appena un isolato dalla porta principale della città e fu, perciò, uno degli edifici completamente sepolto dalla sabbia . Di conseguenza, quando gli archeologi la rimossero, risultò quasi completamente intatta la parete della sinagoga dove erano conservati i Rotoli della Legge (la Torah), mentre la parte superiore dei due muri laterali era crollata diagonalmente. Le pareti, come scoprirono gli addetti agli scavi, erano state utilizzate come tele per affreschi in colori brillanti che illustravano gli avvenimenti principali e ritraevano i personaggi più famosi dell’Antico Testamento: le storie dei Patriarchi, dell’Esodo; scene dei Libri dei Giudici e dei Re, nonché del Libro di Ester nelle sue versioni meno antiche. Influenzati dallo stile grecoromano, gli artisti ignorarono il divieto di riprodurre immagini antropomorfe e ritrassero i personaggi, abbigliati secondo la foggia dell’epoca.
Prendendo tutte le possibili precauzioni gli affreschi furono rimossi – sia per conservarli, sia per metterli a disposizione degli studiosi – e trasferiti al Museo Nazionale di Damasco. Purtroppo, però, come avemmo modo di scoprire io e il mio gruppo, non vennero esposti in nessuna delle gallerie del museo. Solo dopo una certa insistenza da parte nostra, fummo condotti in un’ala remota dove, all’angolo di un cortile aperto, vi era una vecchia casa non meglio identificata, con due porte d’ingresso di altezza ridotta. «È lì», disse la guida. Quando entrammo nella casa, restammo letteralmente di stucco. Ci trovammo ad osservare gli antichi dipinti all’interno della ricostruzione della sinagoga: le pareti e i relativi affreschi erano stati rimessi al loro posto; erano stati rimessi al loro posto anche i pavimenti e i sedili di pietra alla base delle pareti
stesse. Fu un’esperienza davvero suggestiva; per un po’ restammo tutti lì, impietriti e ammutoliti, come se fossimo diventati noi stessi parte integrante di quelle pareti. Ci volle un po’ di tempo (probabilmente non più di una manciata di minuti, che pure ci sembrarono un’eternità) perché ci scuotessimo e potessimo fare ritorno alla realtà. Iniziammo a muoverci all’interno della sinagoga: ci avvicinavamo alle pareti per osservare più da vicino gli affreschi, oppure ci allontanavamo per cogliere la visione d’insieme di quest’antica opera d’arte. Passato il primo momento di rispetto reverenziale, iniziammo a riconoscere i vari personaggi: Mosè davanti al roveto, dove la Presenza Divina si intuiva solo dalla Mano di Dio . Suo fratello Aronne, identificabile grazie al nome, redatto in greco. Scene tratte dall’Esodo mostravano gli Israeliti e gli Egizi, ciascun gruppo riconoscibile grazie alla diversa foggia degli abiti. Il re David era raffigurato in diversi pannelli; la storia della Bibbia che narra dei Filistei che avevano portato al loro tempio l’Arca dell’Alleanza appena catturata, solo per vedere le statue dei loro dei cadere davanti ad essa . Altri pannelli raffiguravano i miracoli compiuti dal profeta Elia. Gli episodi collegati al profeta Ezechiele erano raffigurati su pannelli posti l’uno accanto all’altro, come strisce di fumetti; anche lì, come in altri dipinti, l’intervento divino era stato raffigurato mostrando solo la Mano Divina che sovrasta la scena.
Il muro occidentale, quasi completamente intatto, conteneva una serie di pannelli che raffiguravano gli episodi biblici più salienti. Al centro, su di una piattaforma rialzata, alla quale si accedeva salendo alcuni gradini, si trovava una nicchia ad arco incassata nel muro per contenere la Torah. La nicchia era affiancata da due colonne e gli affreschi che la circondavano dovevano conferire l’illusione della tridimensionalità. Sulle colonne e la nicchia ad arco, i dipinti raffiguravano quella che si presume sia la facciata del Tempio a Gerusalemme. Lì accanto si potevano vedere la Menorah, i candelabri del Tempio e altri simboli dei rituali ebraici. La scena che si trova a sinistra della riproduzione della facciata del Tempio (a destra dell’osservatore posto di fronte al muro) raffigurava la storia della prova di Abramo. Dio, infatti, gli ordinò di condurre suo figlio Isacco al Monte Moriah e lì di sacrificarlo come prova della fede cieca in un unico dio. Ma, mentre Abramo era in procinto di sgozzare il figlio, un angelo del Signore apparve all’improvviso dai cieli e gli ingiunse di fermarsi. Ma leggiamo direttamente le parole della Bibbia:

Poi Abramo stese la mano
e prese il coltello per immolare suo figlio.
Ma l’angelo del Signore
lo chiamò dal cielo e gli disse:
«Abramo, Abramo!».
Rispose: «Eccomi!».
L’angelo disse:
«Non stendere la mano contro il ragazzo
e non fargli alcun male!
Ora so che tu temi Dio
e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio».
Allora Abramo alzò gli occhi
e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio
Abramo andò a prendere l’ariete
e lo offrì in olocausto invece del figlio. (Genesi 22)

Man mano che il gruppo si spostava per osservare i dipinti più significativi o migliori da fotografare, mi spostai verso il muro settentrionale, danneggiato. Uno dei suoi affreschi, che si era mantenuto intatto solo in parte a causa del crollo diagonale del muro stesso, mostrava la visione notturna di Giacobbe, di angeli che salivano e scendevano lungo una scala che collegava la terra al cielo. (Genesi, 28) Questa descrizione estremamente semplice, che risale a 2.000 anni fa, mi ha ricordato di come, da bambini, eravamo soliti disegnare la scena durante l’ora di religione. Sorrisi, divertito: qui, nella capitale della Siria, atavico nemico dello stato di Israele, era conservata una raffigurazione di Giacobbe, nipote di Abramo, il cui nome venne trasformato in Israe-El, dopo aver lottato con un angelo, dando così origine al nome di Israele. (Genesi, 32) A volte, nel corso di conferenze, ho usato proprio la storia del sogno di Giacobbe per rispondere a chi mi chiedeva se credevo negli UFO. Rispondevo allora: «Immaginate che la porta di questa sala si spalanchi e all’improvviso vi faccia irruzione un giovane che grida: “Ascoltate! Devo raccontarvi quello che mi è appena capitato!”. Eccitato e senza fiato ci racconta che era partito a piedi dalla sua città natale ed era diretto a un’altra distante, per trovare una sposa. Al calar della sera, stanco, si era coricato in un campo. Nel bel mezzo della notte era stato risvegliato da rumori e da luci abbaglianti. Ancora mezzo addormentato, mezzo accecato dalle luci, aveva visto un UFO sospeso a mezz’aria; aveva visto una scala che toccava terra, lungo la quale salivano e scendevano alcuni dei suoi occupanti. Aveva visto una sagoma, in piedi all’ingresso, o al portello, stagliarsi contro la luce che proveniva dall’interno: forse era il comandante dell’equipaggio. In preda al terrore il giovane svenne. Quando tornò in sé l’UFO era scomparso, il comandante era scomparso, la scaletta era scomparsa ed erano scomparsi anche tutti i membri dell’equipaggio, come se si fosse trattato solo di un sogno. Tuttavia il giovane insiste: “L’ho visto anche dopo essermi svegliato; ho persino udito il comandante che mi parlava. È tutto vero!”». «A questo punto», chiedo di solito al pubblico, «dobbiamo credere alle parole del giovane? Ci sta prendendo in giro, si è trattato di un sogno, oppure ancora ha visto davvero un UFO e i suoi occupanti?». La mia risposta, invariabilmente, è: «Io non ho dubbi: si è trattato di un incontro ravvicinato con un UFO, così come ce lo racconta la Bibbia. È la storia della visione di Giacobbe; solo che Giacobbe è sicuro di aver incontrato Dio, perché gli era ben nota l’identità di coloro che aveva incontrato: si trattava dei Malachim, tradotti come “angeli”, ma che letteralmente significano “emissari” di Elohim. Elohim, a sua volta, viene tradotto come “dio”, al singolare, ma in realtà, è un nome collettivo che significa “esseri divini”».

Mentre mi trovavo all’interno della sinagoga riportata alla luce a Dura-Europos, mi chiesi come era stato dipinto il veicolo divino nella parte dell’affresco andata distrutta. Fu in quel preciso momento che qualcuno esclamò: «Venite a vedere qui!», indicando una sezione sulla parete occidentale, che raffigurava la Prova di Abramo. La scena  mostrava la successione degli eventi: l’altare di pietra, la legna per l’olocausto, Isacco sull’altare, Abramo che brandisce il coltello sacrificale, l’ariete impigliatosi nel cespuglio e la mano di Dio che indica l’intervento divino. Ma c’era anche un ulteriore elemento nella raffigurazione, quello che aveva fatto prorompere in esclamazioni il nostro compagno di viaggio: l’altro protagonista della storia, l’Angelo del Signore, era ritratto come una figura antropomorfa, in piedi davanti all’ingresso di una struttura ovale . Non è una tenda e non è una casa (perché noi sappiamo come erano fatte le case dell’epoca). Nel dipinto l’Angelo è raffigurato in alto, nel cielo, da dove chiamò Abramo: è proprio accanto alla Mano di Dio. Tutti noi, contemporaneamente, pensammo la stessa cosa: questo affresco, vecchio di millenni, raffigurava forse ciò che a quei tempi veniva identificato come un Carro Divino, e che noi, oggi, chiamiamo un UFO, vale a dire un oggetto volante non identificato?

Nelle rappresentazioni artistiche ebraiche l’angelo di questo episodio biblico è antropomorfo, con ali. Ma in questo caso, in una raffigurazione più antica di circa 2000 anni e, dunque, più vicina all’evento stesso, l’angelo è all’interno di una “camera celeste”.

Quella sera, dopo essere rientrati in albergo, suggerii al gruppo di esaminare alcune delle illustrazioni del mio libro Le astronavi del Sinai, dove sono ritratte le camere celesti degli antichi dèi. La più pertinente era quella del Ben-Ben, la Barca Celeste a bordo della quale giunse sulla Terra Ra, il grande dio egizio. Il modello in scala, in pietra , mostrava chiaramente il comandante dell’equipaggio in piedi davanti all’apertura o al portello ed è straordinariamente simile a quello di Dura-Europos. Nel mio libro era presentato accanto all’immagine di un vecchio modello del modulo di comando usato dalla NASA.


Questa, e altre illustrazioni presenti all’interno del libro, evidenziano una straordinaria somiglianza con il dipinto di Dura-Europos; eravamo tutti convinti di aver visto, sulla parete della sinagoga, la raffigurazione di un UFO.
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La storia di Dura-Europos e dei suoi affreschi non sarebbe completa se non raccontassi anche della successiva visita al sito stesso e ai suoi dintorni. Poiché sono sempre stato fermamente deciso a visitare con i miei occhi gli antichi siti e i reperti dei quali parlavo nei miei libri, insistetti sul fatto che l’itinerario in Siria includesse anche Mari e Dura- Europos, che raramente fanno parte dei tour, perché decisamente fuori mano.


Partimmo da Aleppo e ci dirigemmo verso est, disegnando un grande semicerchio; raggiungemmo l’Eufrate e proseguimmo in direzione sud-est seguendo il corso del fiume, attraversandolo più volte fino a raggiungere Deir-ez-Zur, una zona commerciale che si vanta di essere il centro dell’industria petrolifera della Siria. Alloggiammo al Furat Cham Palace Hotel, un albergo davvero sontuoso che faceva un gran sfoggio di marmi. Situato nella periferia della città, veniva pubblicizzato come l’hotel dove soggiornano tutti i dirigenti delle maggiori compagnie petrolifere. (Mi ricordo che ai tempi mi chiedevo che necessità avessero i dirigenti delle compagnie petrolifere internazionali di venire qui, visto che i pochi pozzi petroliferi del paese – a est dell’Eufrate – non riescono a essere competitivi sul mercato internazionale. Ebbi la risposta nel corso della guerra in Iraq del 2003: un oleodotto che correva lungo il fiume faceva arrivare petrolio iracheno di contrabbando, che poi la Siria esportava come se lo avesse estratto dai propri pozzi). Pur se Dura-Europos è più vicina a Deir-er-Zur, ci dirigemmo prima verso Mari; e solo dopo quella memorabile visita tornammo verso nord, fino alle rovine di Dura-Europos che, svuotate della sabbia e delle pitture parietali, erano ben misere: restavano solo le rovine della fortificazione della città, di alcune mura e colonne, il tutto in pessimo stato di conservazione. Le pavimentazioni c’erano ancora. Una guardia in moto spuntò dal nulla, armata di un fucile, sparando a casaccio come per esercitarsi (ma, in realtà, per convincerci della necessità di dargli una sostanziosa mancia, cosa che facemmo senza farci pregare). Con il suo aiuto trovammo l’esatta ubicazione della sinagoga. Non era rimasto molto da vedere. Nemmeno la più fervida fantasia e gli schizzi che avevo con me furono di aiuto. Ma almeno mi fu chiaro il significato delle Lamentazioni della Bibbia, quando si piangeva una città che, un tempo, era stata piena di vita e che era stata poi abbandonata. Eppure è proprio in luoghi come Mari e Dura-Europos – e non negli scavi che si trovano nel bel mezzo di una città brulicante di vita – che si toccano con mano le alterne sorti della fortuna. Il mattino seguente mi alzai di buon’ora; i miei compagni dormivano ancora tutti. Uscii sulla grande terrazza dell’albergo che sovrasta il fiume. Presi una sedia e mi sedetti in un punto dal quale potevo osservare bene l’ansa del fiume: era un panorama tale da mozzare il fiato. Riflettevo sulle immagini dell’UFO e di Abramo presenti nella sinagoga di Dura-Europos. Quando la famiglia di Abramo lasciò Ur, nella Mesopotamia meridionale, per spostarsi ad Aran, (ora nella Turchia sud-orientale nei pressi del confine con la Siria), dovette necessariamente attraversare il fiume Eufrate in un qualche punto… Nel XXI secolo a.C. Mari era un porto fluviale; poi lo divenne Dura-Europos; ora lo è Deir-ez-Zur. Fu forse qui, allora, in questo dimenticato tratto del fiume che passò il mio antenato nel corso del suo viaggio verso l’unico Dio? E lì, da solo sulla terrazza sull’Eufrate, riuscii a percepire la storia e l’antichità con una intensità tale che non scorderò mai.
 

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