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domenica 28 agosto 2016

LA DEA CHE SCORRAZZAVA NEI CIELI


Il desiderio di visitare Mari era nato nel momento stesso in cui avevo posato per la prima volta gli occhi sulla statua della dèa ritrovata fra le sue rovine. Ne avevo vista una foto quando conobbi un gruppo di archeologi francesi che, negli anni ’30, erano impegnati nello scavo dell’antico sito di Mari sul fiume Eufrate. Grazie ai loro resoconti sapevo che la squadra era composta da soli uomini; rimasi quindi sorpreso nel vederli raggruppati intorno a una bella donna, con lo stesso atteggiamento deferenziale che si mostra nei confronti di un importante personaggio . Strano, pensai. Fu solo quando osservai una seconda volta la foto che mi resi conto che la donna era, in realtà, una statua a grandezza naturale e di tale squisita fattura da sembrare vera.


Grazie alle liste dei re sumeri sappiamo che Mari era la decima capitale a rotazione dell’entità politica-religiosa meglio nota come Sumer e Accadia, che fiorì in Mesopotamia . Gli archivi reali di tavolette di argilla indicano che questa città – che alla fine del IV millennio a.C. era soltanto un centro per la costruzione di barche e un punto di traghettamento del fiume – nel III millennio a.C. si trasformò in un grande centro di commercio internazionale, e tale rimase fino al 1761 a.C., quando fu attaccata e distrutta dal re babilonese Hammurabi. La sua fama e la sua gloria caddero allora nell’oblio, i suoi resti ricoperti dalla sabbia sospinta dal vento. Come spesso accade, fu per puro caso che alcuni nomadi di passaggio notarono delle rovine spuntare dalla sabbia. Questa notizia richiamò degli archeologi. Scavando per sei anni, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939, gli archeologi francesi, sotto la guida di André Parrot, riportarono alla luce i resti di una capitale di notevoli dimensioni, il cui palazzo principale era il più grande mai ritrovato nell’antico Vicino Oriente. Statue di re e di governatori – di qualità artistica pari a quella dell’antica Grecia, ma che erano più antiche di oltre mille anni – ne recavano incisi i nomi in una scrittura cuneiforme molto chiara . Più di 20.000 tavolette d’argilla con iscrizioni ritrovate negli archivi reali indicavano che si trattava della perduta città di Mari e ne testimoniavano l’importanza economica, politica e militare che si spingeva ben oltre le terre lungo il fiume Eufrate. La corrispondenza reale con la potente Assiria, a nordest, con i capi beduini a sud, e con città stato come Ebla a nord-ovest (un luogo i cui resti e archivi furono riportati alla luce a decenni di distanza dalla scoperta di Mari), erano la prova tangibile dell’importanza della città nel XIX e XVIII secolo a.C.



L’opulenza che traspariva dai resti confermava i rapporti con i sovrani di altri paesi. Il palazzo principale era composto da più di trecento stanze, che coprivano un’area di quasi due ettari . Vi era un tempio a gradoni (uno ziqqurat) e templi a più sale; tutto il recinto sacro era circondato da mura nelle quali erano stati montati cancelli che si aprivano e chiudevano con un meccanismo ingegnoso, molto simile a quello odierno.


I registri erano tenuti nel palazzo, nei templi e in speciali sale riservate agli scribi. Ovunque statue, statuine, sigilli cilindrici e altre raffigurazioni artistiche delle divinità di Mari, nonché dei suoi dignitari, dei soldati, dei cittadini, dei mercanti e dei contadini.


Tutti questi reperti confermavano l’elevato livello di sviluppo e di ricchezza di una città che era in grado di finanziare l’arte e che apprezzava l’eleganza . Di particolare importanza, sia storica, sia culturale, sono i magnifici affreschi colorati, dipinti su di uno strato di intonaco bianco passato con maestria sulle pareti di mattoni di argilla, che si trovano, in particolare, nel palazzo principale.


Incorniciati da immagini di acque correnti e di alberi di palma, gli affreschi raffiguravano scene in cui erano presenti divinità e re , nonché il leggendario Toro dei Cieli, e una raffigurazione enigmatica di ciò che gli archeologi hanno chiamato “Il Guardiano Celeste”: l’immagine di un uomo che si staglia contro il cielo stellato.


Le iscrizioni, le statue e gli affreschi principali nel palazzo reale e nei resti dei templi mostrano, senza ombra di dubbio che, nella seconda fase della grandezza di Mari, la principale divinità era la dea che i Sumeri chiamavano Inanna e i popoli semiti-accadici chiamavano Ishtar. Ma questa dea non era una figura remota, da venerare a distanza: prendeva parte attiva alle vicende di Mari. Squisiti dipinti parietali all’interno del palazzo la mostrano intenta a guidare una cerimonia nella quale era lei a investire i nuovi re, uno dei quali si chiamava Zimri-Lim, “un cantore degli dèi” , donandogli i simboli del potere regale. Gli scavi, ripresi negli anni ’50 e ’70, hanno confermato che i palazzi e i cortili erano vere e proprie gallerie d’arte, ragion per cui vennero estesi anche alle parti sacre e residenziali della città. Non vi erano dubbi sul fatto che la statua che aveva catturato la mia attenzione era quella di Inanna/Ishtar. Ma, in mancanza di un’iscrizione che la identificasse al di là di ogni ragionevole dubbio, venne chiamata «la dèa con un vaso». Fotografie della statua vennero inserite in alcuni libri di testo sulla storia dell’arte del Vicino Oriente. Le foto la riprendevano sempre, invariabilmente, di fronte, con il vaso fra le mani, da qui l’origine del nome. Le foto mostrano il suo abito trasparente e un elmetto (un copricapo, direbbero gli archeologi) adornato da un paio di corna, caratteristica distintiva delle divinità nelle raffigurazioni del Vicino Oriente.


Al di là dell’eccezionale qualità artistica della statua, realizzata in un’epoca così remota, e della bellezza della dèa che da essa traspare, sembrava che non celasse altri misteri o enigmi. Ma se si riesce a trovare una delle rare fotografie che ne riprendono il retro, si notano dei particolari davvero sconcertanti. Da questa prospettiva, infatti, il copricapo si rivela essere un elaborato casco; le “corna” divine, che si curvano ai lati della testa si trasformano in auricolari, o almeno vi somigliano. Sopra la blusa di tessuto trasparente, il torace della dea è attraversato da due cinghie parallele che si uniscono dietro e reggono, dietro il collo, una strana scatola di forma rettangolare, strettamente legata all’elmetto per mezzo di un laccio orizzontale. La scatola doveva contenere qualcosa di molto pesante, perché sulle spalle della dea vi sono due grandi spalline che fungono da sostegno. Ad accrescere ulteriormente il peso della scatola vi è anche un tubo legato alla base da un morsetto circolare che corre quasi lungo tutta l’altezza della statua.


Nei rari casi in cui viene fornita una spiegazione, si ipotizza che il tubo venisse utilizzato dai sacerdoti per produrre una sorta di effetto magico: versando l’acqua alle spalle della statua, l’acqua sarebbe poi sgorgata dal vaso, creando l’illusione che la dea rispondesse alle preghiere di lunga vita con un getto delle acque della vita. Ai miei occhi, tutta questa attrezzatura – casco, cuffie auricolari, scatola di strumentazioni, tubo – sembrava piuttosto l’equipaggiamento di un pilota o di un astronauta. Numerosi testi parlano della passione di Inanna/Ishtar per il volo. L’Epica di Gilgamesh, il famoso re di Uruk, narra di come, a bordo della camera celeste, lei osservava i suoi sforzi per raggiungere il Luogo dell’Atterraggio degli dei. Fu lei che volle Sargon come re di Accadia, dopo essere atterrata con la sua camera celeste nel suo campo (e averne apprezzato le prestazioni amorose). Un testo sumero racconta di come Inanna si prese gioco del prozio Enki e gli rubò i ME – tavolette in miniatura che contenevano le formule divine della civiltà – e poi fuggì a bordo della sua barca del cielo. Inni a lei dedicati narrano di come «scorrazzasse felice nei cieli come un uccello con le ali.» Una sua raffigurazione in Assiria la ritrae come pilota con il casco; spesso era raffigurata come Dea Alata . Una lista contenuta in un famoso testo sumero, che descrive i sette oggetti che la dea indossava in preparazione di un lungo volo è particolarmente importante al fine di interpretare nella giusta ottica il corredo della statua: lo shugarra che lei metteva sulla testa; i «pendenti misuratori» alle orecchie; catene di pietre blu attorno al collo; «pietre gemelle» sulle spalle; «cinghie che le stringevano il petto e la pala», un abito che le avvolgeva il corpo. Fra le mani reggeva un cilindro d’oro. Sembrava che il testo descrivesse esattamente gli oggetti presenti sulla statua di Mari; ma per esserne certo, avevo bisogno di fotografie più precise e dettagliate. La statua era conservata al Museo Archeologico di Aleppo, in Siria. Così scrissi al museo chiedendo di inviarmi delle foto che, ovviamente, ero pronto a pagare, insieme ad altri, eventuali costi aggiuntivi. A dire il vero non mi aspettavo una risposta; invece, con mia grande sorpresa, nel giugno del 1975 ricevetti una lettera molto cortese, firmata dal direttore, Nazem Djabri. (Djabri si premurò di affrancare la busta con una serie di francobolli che ritraevano la statua, e io ho conservato la busta). Nella lettera mi informava che il museo aveva in consegna la statua della «Dea con un Vaso», che avrebbe fatto scattare delle foto e che me le avrebbe inviate a un costo x per foto. Vi era qualche altro reperto che mi interessava, al museo? Dopo alcuni scambi epistolari, nei mesi che seguirono ricevetti non solo le foto della dèa, ma anche di numerosi altri reperti. Ne restituii una parte e pagai le foto che mi interessavano. Ingrandimenti delle foto e dei disegni mi convinsero del fatto che la statua raffigurava Inanna/Ishtar come dèa volante, che il tubo era parte integrante dell’attrezzatura di volo e che non serviva affatto per far sgorgare l’acqua. Avrei preferito poter osservare di persona la statua, ma nel periodo immediatamente successivo alla guerra in Medio Oriente ciò era impossibile. Così, in base alle foto che avevo fra le mani, inclusi una dissertazione sulla statua nel mio primo libro, Il pianeta degli dei (1976). Ebbi poi una splendida idea: se non potevo andare io dalla statua, sarebbe stato possibile far venire la statua da me? L’editore del libro, Sol Stein, della Stein & Day, convenne con me che sarebbe stata un’ottima pubblicità fare il tour degli Stati Uniti con la statua al mio fianco. Scrissi perciò al direttore del museo. Mi rispose che la statua non poteva lasciare la Siria, ma che lui – guarda caso – ne aveva una riproduzione esatta, che avrebbe potuto spedire negli Stati Uniti se fosse stato lui ad accompagnarla. Inviò anche delle foto, dalle quali emerse che la copia era di pessima qualità; inoltre il concetto di fondo della campagna pubblicitaria era “l’autenticità”: una dèa di 4.000 anni fa, così come è stata scoperta dagli archeologi con tanto di casco, cuffie auricolari, scatola nera, tubo eccetera, eccetera. La statua non è mai venuta da me. Ho dovuto aspettare più di venti anni per avere l’opportunità di vederla, ma, alla fine, ci sono riuscito.


Nel 1998, dopo grandi preparativi e grazie alle notizie dalle quali trapelava una rara situazione di calma politica e militare, mi resi conto che si era creata una sorta di “finestra” e che mi si presentava l’opportunità di recarmi in Siria. Perciò, con l’aiuto di Abbas Nadim e del suo Travel & Tours, la Earth Chronicles Expedition organizzò un viaggio unico e irripetibile, chiamato «Siria Plus». Il tour era il più completo del paese che si potesse programmare e il “Plus” era una destinazione da sogno: le rovine colossali di Baalbek, in Libano. Nella tarda serata del settimo giorno giungemmo ad Aleppo, seconda città della Siria; il suo centro commerciale cosmopolita si chiama Halab in arabo, e così viene chiamato anche nelle iscrizioni cuneiformi che risalgono al II millennio a.C. Le principali divinità adorate nell’antichità erano Adad (Ishkur in sumero, figlio minore di Enlil) e Ishtar (Inanna in sumero, nipote di Adad). Il tumulo dove si trovavano i templi a loro dedicati era stato utilizzato dai successivi conquistatori per erigere i propri templi, chiese e moschee. Sull’altura dove sorge la cittadella i resti risalgono prevalentemente al XII secolo d.C. Il mattino successivo ci recammo di buon ora al museo di Aleppo. Chiesi del dottor Nazem Djabri, ma né le guardie, né gli impiegati all’ingresso lo conoscevano. Lo ricordavano solo gli impiegati più anziani, infatti era stato sostituito da un nuovo direttore. Chiesi di poterlo incontrare, ma mi dissero che quel giorno «non c’era». Se si esclude una scolaresca, eravamo l’unico gruppo di turisti all’interno del disordinato museo. Ci mettemmo in fila per osservare la statua. Il cuore batteva forte quando ci avvicinammo alla magnifica pietra calcarea bianca della statua. Io e tutti gli altri la osservammo, ne fissammo a lungo il volto, le girammo intorno per esaminarla da tutti i lati, salimmo sulle sedie per sbirciare in cima al tubo, dove si presumeva venisse versata l’acqua e scattammo un gran numero di foto. Alle guardie che protestavano, mostrai il permesso avuto a Damasco che ci autorizzava a esaminare e a fotografare qualsiasi museo o sito in Siria. La guida ufficiale del museo descriveva la statua come «dèa della fertilità», spiegando che «fra le mani teneva un vaso inclinato dal quale, grazie a un sistema di condutture all’interno della statua stessa, si poteva far defluire l’acqua lungo la sua gonna decorata con “scaglie di pesce”.» Noi, però, non riuscimmo a trovare l’apertura attraverso la quale versare l’acqua. Senza dubbio l’idea che l’acqua potesse sgorgare dal vaso che la dèa teneva in mano era stata originata dalle raffigurazioni che si trovano su alcuni degli affreschi di Mari, dove alcune dee tengono fra le mani vasi dai quali sgorgano effettivamente le acque della vita . Ma quelle dee non erano equipaggiate di tutto punto come lo era, invece, la statua. Inoltre, la dea di Mari, scolpita in una pietra calcarea (quindi tenera) non mostrava segni di erosione laddove avrebbe dovuto scorrere l’acqua. Persino le prime relazioni archeologiche notavano questo particolare. Per quanto esaminammo la statua, nulla del suo equipaggiamento (casco, cuffie auricolari, scatola…) poteva far pensare a una «dèa della fertilità». Per me e per coloro che erano con me, lei era ed è La dèa che scorrazzava nei cieli, un essere in carne ed ossa, la divinità di cui ci narrano le storie degli Anunnaki. Trascorremmo ancora alcune ore al museo, ammirando le collezioni di civiltà estinte. I reperti più belli provenivano proprio da Mari: vi erano statue dei suoi amministratori e dei suoi re; dei nobili e delle donne squisitamente abbigliati e acconciati; incisioni su avorio che mostravano soldati, contadini, mercanti; e gli stessi temi venivano ripetuti in ciò che restava delle squisite pitture parietali. In un successivo briefing avrei parlato di alcune delle sculture, delle informazioni contenute nelle tavolette di argilla e del significato dei sigilli cilindrici. Il passo successivo era la visita del sito di Mari.
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Per raggiungere Mari viaggiammo seguendo una rotta a semicerchio, partendo dalla Siria nordoccidentale in direzione sudest. Il sito, infatti, si trova proprio in quella zona. La strada segue per la maggior parte del tempo il corso tortuoso della riva occidentale del fiume Eufrate, ma a volte – a causa delle condizioni della strada o a soste necessarie – lo attraversava e ne seguiva la riva orientale per poi tornare sulla riva occidentale. Raggiungendo la moderna città di Deir-er-Zur, prendemmo alloggio nel lussuoso Cham Palace Hotel. Nella sessione serale di briefing parlai nuovamente di ciò che avevamo visto sia nei musei di Damasco, sia di Aleppo, che era importante per quanto avremmo visto il giorno seguente. Feci notare al gruppo che la regione nella quale ci trovavamo, sulla riva orientale dell’Eufrate, era quella dove scorreva il fiume Khabur, suo affluente. Fu lì che il profeta Ezechiele, esiliato dai Babilonesi insieme ad altri nobili, ebbe la visione del Cocchio Divino. Il mattino seguente, proseguendo nel nostro itinerario verso sud, continuavamo ad essere gli unici turisti. Sulla sinistra, all’imboccatura di una strada sporca, un cartello tutto arrugginito, sul quale era raffigurata la dèa, ci annunciava che eravamo arrivati a Mari. Filmammo a lungo l’evento. Raggiungemmo le rovine dopo un breve tragitto che ci portava nel punto dove, un tempo, scorreva il fiume (nel corso dei millenni il suo alveo si è spostato a est). La parola “rovine”, in questo caso è usato in maniera impropria. In altri siti archeologici – non soltanto in Siria, ma anche in Turchia al nord, in Giordania ed Israele a sud, nel Libano a est e in Egitto, Grecia e Creta (per quanto distanti) – i palazzi e i templi erano stati eretti utilizzando pietre. Qui, invece, in questa capitale (la più occidentale del regno di Sumer), vennero utilizzati mattoni di fango, così come era consuetudine anche nelle altre grandi città di Sumer: Ur, Uruk, Nippur, ecc. Le costruzioni, esposte alle intemperie, erano quasi tutte crollate. Qui, a Mari, i resti dei palazzi reali e dei templi sacri sorsero a nuova vita quando gli archeologi li scoprirono, come dimostrano le foto scattate all’epoca, conservate fra i rapporti di scavo . Ma una volta esposti agli agenti atmosferici, inesorabile era ripresa l’erosione. Per salvare almeno una parte di quello che era stato riportato alla luce, le autorità siriane avevano costruito una sorta di tetto di protezione sulla sezione principale del grande palazzo di Mari. Un sentiero portava dal piano terra fino all’area scavata sotto il tetto in plexiglas. Seguendo questo o quel corridoio, come in un labirinto, ci ritrovammo in alcune delle 300 e più stanze, sale, e cantine del palazzo. Le pareti intonacate, che un tempo erano superbamente affrescate, erano ormai spoglie. Spezzava il cuore rendersi conto che bastava semplicemente toccare una di quelle pareti per far polverizzare i mattoni di fango.


Quando lasciammo la zona coperta e riemergemmo alla luce del sole, le rovine si stendevano a perdita d’occhio. La città antica ricopriva un’area molto più vasta di quanto si potrebbe immaginare. Qua e là dei gradini conducevano a un edificio che ormai non esisteva più. Qua e là dei gradini conducevano a una struttura non ancora riportata alla luce o a una che era stata nuovamente sepolta da terreno e sabbia. Qua e là spuntavano cocci di vasellame; alcuni li raccolsero, una sorta di cimelio. Eccezion fatta per il suono delle nostre voci, nemmeno un alito di vento disturbava il profondo silenzio che regnava in quel posto. All’ingresso del sito vi era una sorta di capannone piuttosto grande, con un tavolo e alcune panche. La guardia ci disse che potevamo sederci lì, all’ombra. E lì ci fermammo a mangiare il pranzo al sacco che ci avevano preparato in albergo. Alcuni tornarono indietro per scattare altre foto; la maggior parte di noi non riusciva a contenere l’emozione di essere davvero a Mari. Avevamo fatto bene, pensai, a visitare il museo prima ancora del sito, altrimenti avremmo associato a quel luogo solo il ricordo di rovine polverose. Colsi l’opportunità per fare una precisazione. Chi era già stato con me a Troia? Alcuni alzarono la mano. Lì, dissi, la lezione era che la scoperta della città e dei suoi reperti provava la veridicità dei racconti di Omero: era esistita la città, era esistito il re Priamo, vi erano eroi e semidei; perché, dunque, non avremmo potuto accettare anche che gli dèi erano personaggi reali e non personaggi mitologici? Noi siamo qui, a Mari. E possiamo dunque essere certi che questa città sia esistita. Le tavolette d’argilla nell’archivio reale ne elencano i re, e ne abbiamo visto alcune statue al museo. Abbiamo visto raffigurazioni degli abitanti della città e gli archeologi sono convinti che siano effettivamente esistiti. E abbiamo visto anche la statua di una dèa. Ma quando si arriva a questo punto, gli studiosi si fermano e dicono: gli dèi erano un mito, erano solo il frutto dell’immaginazione… Vi racconterò ora – proseguii – di ciò che è scritto su alcune delle tavolette. Durante la prima fase della grandezza di Mari, prima della decadenza di Sumer e Accadia, la principale divinità venerata in questo luogo era chiamata Dagan; un epiteto nel locale dialetto che la maggior parte degli studiosi attribuisce a Enlil, mentre alcuni credono che sia un altro nome per Adad. Nella seconda fase, che inizia più di un secolo dopo il declino di Sumer, la divinità principale era Ishtar; Dagan – che si era ritirato (sì, proprio ritirato) in una città adiacente chiamata Terqa, vi fece erigere una casa-tempio. Intorno al 1790 a.C. Hammurabi ascese al trono di Babilonia, dove la principale divinità era Marduk. Le tavolette conservate negli archivi reali rivelano che, in un primo momento, Babilonia mantenne rapporti amichevoli con Mari, traendo benefici dalla sua ricchezza e dalla sua abilità commerciale. Ma poi iniziò a minacciare sia la città, sia le sue rotte commerciali. Le schermaglie si trasformarono in una guerra che culminò nel 1760 a.C. con il sacco della città. I documenti in argilla giunti fino a noi rivelano che, all’inizio, il dio Dagan veniva consultato dai sovrani di Mari per intercessione di una sacerdotessa-oracolo che viveva nel suo tempio. Ma verso la fine, quando i re di Mari cercarono di pacificare Babilonia, anziché di combatterla, come aveva consigliato Dagan, i re iniziarono a trascurare il dio. Un giorno, quando un viaggiatore si fermò al tempio di Dagan a Terqa, il dio parlò e disse: 

«Perché hanno smesso di consultarmi? Perché non sono più informato delle battaglie?». Il viaggiatore riferì le parole del dio al governante di Terqa, che, a sua volta, le riferì al re di Mari. La tavoletta in questione è stata riportata alla luce fra le rovine dell’archivio reale di Mari.
 
«Non ci stai prendendo in giro, vero?». Chiese qualcuno. «No», risposi. «Trovare nei libri il testo delle tavolette con la corrispondenza che riguarda il dio Dagan.» E, dopo un attimo di silenzio, aggiunsi: «Nessuno scrittore di fantamitologia, penso, sarebbe riuscito ad inventarsi l’episodio di un dio che, ritiratosi dalla vita pubblica, si lamenta di non essere più consultato». Mari, ancora più di Troia, forniva la prova concreta dell’esistenza degli antichi dèi.

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