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mercoledì 31 agosto 2016

COME GIUSEPPE SALVÒ L’EGITTO




Questa è una storia complessa i cui ingredienti, apparentemente, non hanno alcun nesso logico: una storia della Bibbia, un problema vecchio di 3.800 anni, sogni enigmatici di un faraone, potere politico negli anni ’60 e un ingegnere americano che visse nell’Ottocento; il loro comun denominatore è il mio antenato Giuseppe. Tutto ciò mi indusse a includere – nel corso di un viaggio in Egitto – una località al di fuori dei consueti itinerari turistici, per scovare la prova di un’incredibile impresa di ingegneria idraulica e per confermare una nuova svolta alla narrazione biblica di come Giuseppe salvò l’Egitto. La storia di Giuseppe in Egitto, che inizia nel capitolo 37 della Genesi, è piena di aspetti affascinanti, drammatici e misteriosi. Venduto in schiavitù dai fratellastri gelosi di lui a causa dei sogni inquietanti che faceva, finì col diventare il servo del consigliere del faraone in Egitto. Poiché era «di bell’aspetto» la moglie del consigliere «gettò gli occhi su di lui»; ma quando lui ne rifiutò le profferte amorose, lei lo accusò di aver tentato di sedurla e per questo fu messo in prigione. Lì divenne famoso per la sua abilità nell’interpretare i sogni. E così, quando il faraone fece una serie di sogni che nessuno dei suoi indovini riusciva a comprendere, Giuseppe fu condotto da lui. Quando gli venne riferito che il sogno riguardava sette vacche magre che divoravano sette vacche grasse, e sette spighe che spuntavano da un solo stelo, piene e belle, inghiottite da sette spighe secche e vuote, Giuseppe spiegò che stavano per venire sette anni di grande abbondanza in tutto il paese, seguiti da altrettanti anni di carestia. Colpito dalle sue parole, il faraone nominò Giuseppe viceré d’Egitto. Giuseppe mise in atto un piano per conservare il grano nei sette anni di abbondanza, così da averlo negli anni di carestia. E fu così che, quando per sette anni «ci fu carestia in tutti i paesi, in tutto l’Egitto c’era il pane». Io sono cresciuto in Medio Oriente e non mi convinceva affatto quella soluzione. Quando, nel corso della seconda guerra mondiale, i generi alimentari furono razionati, avevo potuto constatare con i miei occhi che non vi è alcun modo per conservare a lungo il cibo in quel clima torrido (meno che mai per quattordici anni: a partire dal primo anno di abbondanza per finire all’ultimo anno della carestia). Al posto di grano commestibile, si sarebbero inesorabilmente trovati chicchi marci, mangiati dagli scarafaggi e pieni di vermi. E non parliamo poi dell’assenza di pioggia. L’Egitto, come si sa, è dono del Nilo. Lo impara ben presto qualsiasi turista che – lasciato il Cairo o Luxor – si reca in qualsiasi altro sito archeologico. Dopo circa un chilometro e mezzo si ritrova in pieno deserto. Volando dal Cairo a Luxor, si vede chiaramente che tutto il paese dipende da quel nastro di acqua che la attraversa: il Nilo. I canali di irrigazione distribuiscono le acque, fonte di vita, lungo le sue rive; altrove il paesaggio è solo un deserto arido giallo-marrone. Il Nilo, uno dei fiumi più lunghi del mondo, nasce in Etiopia e nel Sudan meridionale e sfocia nel Mediterraneo. Le sue acque aumentano di volume dopo la stagione delle piogge alle sorgenti, creando le piene annuali, seguite da periodi di portata ridotta. Ma negli anni ’60, quando il presidente egiziano Gamal Nasser coinvolse le superpotenze per costruire una diga nel punto in cui il fiume entra in Egitto, emerse un’altra peculiarità delle acque del Nilo. Si notò che lo schema delle precipitazioni alle sorgenti era tale che, non solo vi sono delle piene annuali, ma che aumentano e diminuiscono ciclicamente ogni sette anni. La diga (che fu poi completata nel 1971) avrebbe creato una riserva immensa – in realtà un lago – in grado di contenere le piene e di rilasciarle gradatamente quando diminuisce la portata. Questa informazione relativa al ciclo di sette anni mi sembrò particolarmente importante. Sembrava corroborare l’elemento di base della storia dell’ascesa al potere di Giuseppe, da schiavo a viceré d’Egitto: i sette anni di abbondanza seguiti dai sette anni di carestia. All’improvviso mi resi conto che se il problema di Giuseppe, all’epoca, era la regolazione delle acque, anche la soluzione avrebbe dovuto avere a che fare necessariamente con l’acqua. La discussione nei media del motivo per cui si rendeva necessaria la costruzione della diga – il ciclo di sette anni – mi ha offerto il primo indizio per comprendere l’elemento della storia che non mi convinceva affatto, vale a dire come conservare il cibo per quattordici anni. Il problema che si trovava ad affrontare Giuseppe era non quello di conservare il grano, bensì di conservare l’acqua! Le scoperte che ho fatto, le devo a un ingegnere, nonché inventore americano, Francis Cope Whitehouse, di Rochester, N.Y. Esaminando vecchi resoconti e ritagli di giornale nella Public Library di New York, che parlavano dei problemi di acqua dell’Egitto, venni a sapere che un secolo prima, nel 1860 circa, gli inglesi – che allora governavano l’Egitto – avevano studiato vari modi per regolare la fornitura d’acqua del paese. Fra gli esperti invitati a studiare il problema e a offrire soluzioni c’era Francis Cope Whitehouse. Per svolgere al meglio il lavoro, aveva viaggiato lungo il Nilo ed era rimasto affascinato dai resti di antichi canali di irrigazione. La sua curiosità lo fece spingere fino a una grande e lussureggiante zona agricola che si trovava a poco meno di 100 chilometri a sud-ovest di Menfi, antica capitale dell’Egitto. Lì, nel bel mezzo del deserto, si trovava l’area che in arabo si chiama El-Fayum. Si potrebbe definire un’oasi nel deserto, ma è un’oasi davvero molto grande che, anziché avere una fonte o un pozzo, ha addirittura un grande lago, il lago Qarun. Questa zona incredibilmente fertile si trova in una depressione naturale, quasi al di sotto del livello del mare.Ed era proprio questo il dettaglio che incuriosiva Whitehouse: da dove pescava le acque questo lago, in una zona assolutamente arida, distante 40-50 chilometri dal Nilo? Esaminando il lago e le sue sponde, Whitehouse scoprì i resti di antiche dighe, di moli e di altre strutture monumentali. Rientrato al Cairo, compì alcune ricerche fra le documentazioni geografiche, sia recenti, sia antiche. Ben presto scoprì che le cartine geografiche dell’Egitto medievale – che si basavano su cartine redatte da Tolomeo di Alessandria – mostravano che, in quel periodo, la depressione di el- Fayum conteneva non uno, ma addirittura due laghi: un lago grande, il Karun e uno ancora più grande, il lago di Meride. Nell’aprile 1883 Whitehouse si presentò alla Khedivial Geographical Society al Cairo e fece scoppiare la bomba: aveva trovato la soluzione dell’enigma di el-Fayum negli scritti di Erodoto (storico e geografo del XV secolo a.C.). In quel luogo – così scriveva Erodoto – c’era un enorme lago artificiale che si era formato ai tempi del faraone Meride. Era un lago talmente grande che «il perimetro del lago misura 3.600 stadi, una lunghezza pari all’intero sviluppo costiero egiziano». Whitehouse citò anche gli scritti di altri storici: Diodoro, Strabone, Plinio e Mutianus, per dimostrare che non solo in epoca greca, ma anche in quella romana, era ben noto a tutti che la depressione di el- Fayum era, in realtà, un enorme lago artificiale. Rappresentava la migliore fonte di pesce in Egitto e la serie di villaggi che sorgevano lungo le sue coste erano il granaio d’Egitto. Ma questo non fece altro che infittire ulteriormente il mistero. Se la depressione naturale di el-Fayum era stata usata per creare un lago artificiale, chi era stato il suo progettista, e come si manteneva costante il livello delle sue acque? Whitehouse trovò il primo indizio negli scritti di Erodoto: «L’acqua del lago non è di sorgente (quella zona è terribilmente arida) ma vi è stata portata dal Nilo mediante un canale». Nel giugno 1883 Whitehouse si presentò alla Society of Biblical Archaeology a Londra per annunciare le altre sue scoperte. Affermò, infatti, che esisteva ancora in parte il canale che aveva alimentato l’antico lago di Meride. Era un canale artificiale che collegava la depressione di el-Fayum con il Nilo; gli Arabi lo chiamano ancora Bahr Yousof , “Il canale di Giuseppe”. L’annuncio alla Society fu seguito da una serie di conferenze e di opuscoli nei quali Whitehouse mostrava un’infaticabile dedizione alla divulgazione della propria scoperta: e cioè che era stato Giuseppe, il patriarca ebreo, ad aver ideato, progettato ed eseguito questa colossale opera di ingegneria idraulica. Compiendo esaustive ricerche, Whitehouse scoprì e pubblicò che gli storici arabi non solo attribuivano il progetto a Giuseppe, ma spiegavano anche l’etimologia del nome. Gi altri visir del faraone, invidiosi del potere di Giuseppe, convinsero il faraone a raddoppiare le difficoltà del progetto lasciandogli solo mille giorni per portarlo a termine. Contro ogni previsione, Giuseppe riuscì in ciò che i suoi detrattori ritenevano impossibile. Scavò canali di alimentazione e creò il lago artificiale nei mille giorni concessigli, Alf Yum, in arabo. Fu così che il luogo fu conosciuto come il luogo dei mille giorni, Alf Yum, Al (o el-) Fayum. Whitehouse – personaggio controverso – morì nel 1911. E perciò venne dimenticata la sua scoperta, che non solo aveva attribuito al patriarca ebreo grandi capacità ingegneristiche, ma che ne aveva anche provato l’esistenza: l’opera idraulica che porta il suo nome e le leggende che circondano la sua impresa.
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Nel secolo che è trascorso dalle rivelazioni di Whitehouse, le scoperte archeologiche hanno consentito l’identificazione di monumenti, di sovrani, di dinastie, di siti e di cronologie. Utilizzando questi dati per sincronizzare l’Età dei Patriarchi ebrei con la cronologia mesopotamica, sono giunto a determinare il 1870 a.C. quale anno di nascita di Giuseppe (i dettagli sono riportati nel mio libro Guerre atomiche al tempo degli dei). Poiché, secondo la Genesi (41, 46) Giuseppe aveva trent’anni quando il faraone gli affidò l’incarico di preparare il paese alla carestia, il progetto prese il via nel 1840 a.C. L’unico modo per verificare i risultati di Whitehouse era riuscire a trovare la risposta a queste domande: chi era il faraone all’epoca? Aveva un qualche legame verificabile con el-Fayum e il suo lago? Fui piacevolmente sorpreso – per non dire meravigliato – nello scoprire che il faraone dell’epoca, Amenemhet III, della XII dinastia del Medio Regno, salì al trono nel 1842 a.C. I documenti che lo riguardano gli attribuiscono esplicitamente la costruzione di opere idrauliche e di canali di irrigazione nella zona di Fayum. La costruzione di un lago artificiale era collegata a lui da due statue colossali poste al centro del lago stesso. Fu sotto il suo regno che la zona di Fayum divenne il granaio d’Egitto, particolarmente rinomata per i suoi ortaggi, per la frutta e il pesce.


Questa statua del faraone che lo ritrae a mò di Sfinge, ha una insolita criniera composta da pesci . Le prove antiche che andavo via via raccogliendo, continuavano ad indicare Amenemhet III, come il faraone che aveva incaricato Giuseppe di salvare il paese, e il Fayum con il suo lago, come geniale soluzione al problema. Ulteriori ricerche rivelarono anche che questo faraone costruì non una, ma addirittura due piramidi, una accanto a quella del padre e degli altri predecessori della dodicesima dinastia a Dashur  e l’altra nei pressi del lago artificiale nei pressi di Hawara . Quest’ultima venne descritta dagli storici romani, perché era accanto a un «labirinto di innumerevoli camere sotterranee collegate fra di loro, che potevano servire da magazzino.» E fu così che, quando nel 1994 la Earth Chronicles Expedition progettò un viaggio in Egitto, dedicai un giorno intero alla visita di Dashur e di el-Fayum. Dovevo assolutamente vedere con i miei occhi le piramidi di Amenemhet III, il “labirinto”, il lago e il “Canale di Giuseppe”. La visita, però, si rivelò tutt’altro che semplice. Le piramidi di Dashur, compresa la famosa piramide curva e la piramide rossa di altri sovrani del Medio Regno, si trovavano in una zona militare inaccessibile. Ottenemmo un permesso speciale per entrare nella zona attraverso un preciso check-point e per un po’ girovagammo scattando numerose foto, fino a quando un veicolo militare ci sbarrò la strada. Al suo interno un ufficiale sbraitava, accusandoci di aver ripreso foto di installazioni militari (che peraltro non avevamo visto). Stava per sbatterci in prigione, confiscare le macchine fotografiche, espellerci dall’area e imporci altre punizioni poco gradevoli. La nostra brava guida, Abbas Nadim – un egiziano che si era stabilito a Los Angeles e che aveva fondato la Vision Travel & Tours – riuscì a calmare l’ufficiale. Non ci avrebbe arrestato, non ci avrebbe confiscato gli apparecchi, ma dovevamo lasciare in tutta fretta la zona e sparire a bordo del pullman.


Guidammo lungo alcune strade asfaltate, mentre altre erano completamente sterrate e correvano o attraversavano canali di irrigazione fino a el-Fayum. Quanto più ci avvicinavamo, tanto più ci lasciavamo alle spalle il deserto e tanto più aumentavano la vegetazione rigogliosa e i campi coltivati. Il nostro obiettivo era la città principale o centrale di el-Fayum, chiamata Medinet (“città”) el-Fayum (vedi cartina, . Man mano che ci avvicinavamo, notammo che la strada asfaltata correva lungo un canale decisamente largo: stavamo percorrendo Bahr Yusef, il Canale di Giuseppe. In quello che sembrava il centro di una città, girava lentamente un enorme mulino ad acqua, che sollevava e distribuiva le acque portate dal canale . Lì accanto c’era un ristorante con una terrazza ombreggiata, luogo ideale per il pranzo, per riposarci un po’ e per scattare foto. Girovagai un po’, camminai lungo il canale, passando più volte da una sponda all’altra lungo un ponticello. Era una sensazione esilarante: eccomi qua, a verificare di persona che esisteva per davvero un canale progettato dal patriarca Giuseppe. Ero convinto che Whitehouse aveva ragione nell’ipotizzare che fu proprio lui, Giuseppe, a creare il lago artificiale. Era giunto il momento di verificare l’identità del faraone che aveva vissuto ai tempi di Giuseppe. Era giunto il momento di visitare la piramide di Amenemhet. Ma né la nostra guida, né l’autista sapevano come arrivarci. E nemmeno le persone all’interno del ristorante: nessuno sembrava conoscere la strada. Credemmo di avere la soluzione a portata di mano quando una macchina della polizia si fermò, con un gran stridore di freni, davanti al nostro gruppo che si stava godendo un quanto mai meritato riposo. L’ufficiale responsabile ci fece un mucchio di domande: chi eravamo, perché eravamo lì, chi aveva autorizzato la nostra gita al el-Fayum? Ancora una volta ci volle tutta la paziente opera diplomatica di Abbas per calmare il poliziotto. Ed ecco il risultato. Prima le brutte notizie: dovevamo andarcene immediatamente e fare ritorno al Cairo. Ed ecco le buone: il poliziotto sapeva dove si trovava la piramide, ragion per cui ci avrebbe accompagnati fin lì, scortandoci lungo il viaggio di ritorno. Nel frattempo era giunta un’altra macchina della polizia e, così, ci rimettemmo in viaggio scortati da ben due macchine della polizia, una davanti e una dietro al pullman.


Per circa mezz’ora attraversammo una zona agricola fertile, poi raggiungemmo una fila di alberi che segnava il “confine” fra il verde della campagna e l’aridità del deserto. Il lago, un tempo molto più grande, si era ridotto e il deserto aveva reclamato il terreno. La strada divenne accidentata e sconnessa. Ma poi, in lontananza, scorgemmo un tumulo piramidale ergersi sulla pianura: era proprio la piramide che stavamo cercando. Guidando lungo la strada sconnessa arrivammo a circa 400 metri dalla struttura: lì l’ufficiale ordinò al pullman di fermarsi. «Potete scattare alcune foto da qua, ma poi dovete tornare direttamente al Cairo.» «Non ha senso», dissi ad Abbas Nadim. «Il gruppo deve visitare la piramide», riferì lui al poliziotto. Seguirono delle trattative. Alla fine il gruppo ebbe il permesso di scendere e di guardarsi intorno, ma senza allontanarsi, mentre io e un altro compagno fummo autorizzati ad avvicinarci alla piramide.


Scelsi di portare con me Harvey H., caporedattore di un famoso quotidiano di Washington D.C., perché era un ottimo fotografo. Mentre ci avvicinavamo alla piramide, notammo che sul terreno del grande campo che vi arrivava, vi erano numerose depressioni circolari, resti del “labirinto” oppure aperture delle sue camere sotterranee. La piramide era molto simile a quelle di Dahshur, ma costruita con mattoni di fango e rivestita di lastre di calcare, molte delle quali mancavano. Con mia grande sorpresa incontrammo una guardia, che indossava il tradizionale caffetano lungo. Sapeva parlare un po’ di inglese. Io sapevo parlare un po’ di arabo e ci aiutammo con la lingua universale dei gesti. Mi confermò che quella era davvero la piramide di Amenemhet III ad Hawara. Gli chiesi se potevo entrare. «No», mi rispose. «L’ingresso è allagato.» Allagato? Io ed Harvey sbirciammo all’interno. Effettivamente, dopo alcuni gradini che scendevano nelle viscere della piramide, si vedeva l’acqua. Come poteva essere? La piramide si trovava a circa 32 chilometri dal lago, e a una distanza ancora maggiore dalla linea di alberi che marcava la presenza dell’acqua sotterranea. «Da dove proviene l’acqua?», gli chiesi. «Da Bahr Yusef», rispose e mi spiegò che la piramide è collegata al Canale di Giuseppe da un canale sotterraneo. «L’acqua va e viene, a seconda delle stagioni?», chiesi. «No», replicò la guardia. «L’acqua è sempre lì.» Era una scoperta davvero sensazionale il fatto che la piramide costruita dal faraone che aveva legato la propria fama ad el-Fayum fosse collegata al Canale di Giuseppe. Nessun libro ne parla. Era la prova definitiva che stavo cercando per dimostrare la teoria rivoluzionaria che Giuseppe salvò l’Egitto non immagazzinando scorte di grano (cosa che comunque faceva anno dopo anno), bensì di acqua.
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La storia di Giuseppe in Egitto è solo un capitolo della storia dei patriarchi ebrei narrata dalla Bibbia: è un collegamento fra le generazioni di Abramo, Isacco e Giacobbe (padre di Giuseppe) e gli eventi successivi che riguardano l’Esodo e Mosè. Come racconta la Bibbia, la carestia che seguì i sette anni di abbondanza era diffusa in tutto il Vicino Oriente «e da tutti i paesi venivano in Egitto per acquistare grano.» Fra di loro vi erano anche Giacobbe e i suoi figli, fratelli di Giuseppe. Il drammatico incontro fra Giuseppe, diventato molto potente, sposato alla figlia del sommo sacerdote di Ptah, e i suoi fratelli è riportato nel Libro della Genesi; loro non lo riconobbero, ma lui riconobbe loro. Perdonandoli per il male che gli avevano fatto, Giuseppe disse loro di portare anche il padre. E Giacobbe «e con lui tutti i suoi discendenti; i suoi figli e i nipoti, le sue figlie e i nipoti, tutti i suoi discendenti egli condusse con sé in Egitto». Ecco come gli Israeliti giunsero in Egitto, soggiornandovi per quattro secoli, fino a quando un faraone «che non aveva conosciuto Giuseppe» decretò che gli Israeliti rappresentavano una minaccia, li ridusse in schiavitù e dette il via alla catena di eventi che culminò nell’Esodo, guidato da Mosè. Ecco ora una domanda interessante: Mosè, un ebreo, adottato in fasce dalla figlia del faraone e cresciuto come un principe egizio, fuggì sul Sinai dopo aver ucciso un egizio che maltrattava gli schiavi ebrei. Pascolando un gregge di pecore, si trovava nei pressi del «Monte di Elohim» quando udì la voce del Signore che gli affidò il compito di guidare gli Israeliti fuori dal paese d’Egitto fino alla terra che era stata promessa alla stirpe di Abramo. Nel corso dell’Esodo il Signore dette ai figli d’Israele i Dieci Comandamenti e venne costruita l’Arca dell’Alleanza, che conteneva le Tavole delle Leggi. Dopo questa premessa, ecco dunque la domanda: Tutti questi grandi eventi storici e religiosi si sarebbero verificati ugualmente anche se Giuseppe non fosse stato venduto dai fratelli e condotto in schiavitù in Egitto? Questa domanda mi è stata posta spesso insieme a un’altra domanda: «Come era iniziata la mia passione per i Sumeri, per le antiche civiltà, per Nibiru e gli Anunnaki?». La risposta che davo a volte – pur se lunga – è che tutto ebbe inizio quando – ai tempi della scuola – studiai l’Antico Testamento nella sua lingua originale, l’ebraico. La nostra classe iniziò a studiare il capitolo 6 della Genesi, che racconta di Noè e del Diluvio. Il capitolo inizia con alcuni versetti davvero enigmatici, che affermano che il periodo che precedette il Diluvio era quando «c’erano sulla Terra i giganti». Alzai allora la mano e chiesi all’insegnante: «Perché dice “giganti”, quando la parola ebraica Nefilim, significa “coloro che dai cieli sono scesi sulla terra?”». Anziché ricevere i complimenti per il mio acume linguistico, fui rimproverato aspramente: «Sitchin, stia zitto!», ordinò l’insegnante. «Non metta in dubbio la Bibbia.» Io, a dire il vero, non stavo affatto mettendo in dubbio la Bibbia; al contrario, stavo esprimendo il bisogno di comprenderla accuratamente. Fu così che iniziai a chiedermi chi erano i Nefilim, perché erano citati in quei versi come i figli (plurale) di Elohim (plurale di “dei”). Il passo successivo fu lo studio della mitologia, delle civiltà antiche, di quella sumera e dei loro scritti e, infine, i miei libri. Più di una volta mi è stato chiesto cosa sarebbe successo se l’insegnante, anziché zittirmi, mi avesse incoraggiato? Avrei nutrito lo stesso interesse, avrei compiuto ugualmente quel cammino culminato poi nella stesura dei miei libri? Ovviamente non posso saperlo. Ma posso rispondere alla domanda a proposito di Giuseppe e dei suoi fratelli. Quando lui rivelò loro la sua identità, loro temettero per la propria vita per il male che gli avevano fatto. Ma lui disse: «No, non abbiate paura, perché quanto è accaduto era destinato». Faceva tutto parte del disegno divino: andare in Egitto prima di loro, diventare vicerè d’Egitto, preparare il cibo per l’imminente carestia. In questo modo suo padre Giacobbe e la sua famiglia sarebbero potuti sopravvivere. Quando i fratelli di Giuseppe fecero ritorno a Canaan e raccontarono al proprio padre che Giuseppe era ancora vivo e gli riferirono il suo messaggio, di trasferirsi, cioè, tutti in Egitto, Giacobbe esitò. Ma Elohim «disse a Giacobbe in una visione notturna […] Non temere di scendere in Egitto perché laggiù io farò di te un grande popolo. Io scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare». Così rassicurato Giacobbe e la sua famiglia si recarono in Egitto e, come promesso, quando giunse il momento, vennero tutti condotti fuori dal paese. Era predestinato anche il mio percorso di studi? Non avrei, dunque, potuto ricevere un elogio al posto di un rimprovero, perché la predestinazione richiedeva un rimprovero da parte del maestro? Forse, inconsciamente, è questo il motivo per cui mi sono recato in Egitto e ho voluto esaminare le opere idrauliche di Giuseppe e il motivo per cui ho proseguito nella mia ricerca del vero Monte Sinai.
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Alcuni poscritti:
Rientrati al Cairo scoprimmo che la polizia egiziana stava scacciando i turisti dalla campagna perché vi era la minaccia concreta di un attentato terroristico. Rientrati a New York studiai il resoconto del grande egittologo Sir Flinders Petrie sulla piramide di
Hawara. Lui faceva notare che la base dell’ingresso era riempita di fango e acqua: il fango non era altro che i mattoni disciolti, ma non si chiese da dove provenisse quell’acqua. Scoprì anche un altro tratto peculiare di questa piramide: le camere interne (probabilmente le camere sepolcrali) si raggiungevano attraverso dei gradini nascosti che non scendevano, bensì salivano all’interno della piramide stessa, sopra il livello dell’ingresso. Ritengo che i costruttori della piramide edificarono deliberatamente queste camere segrete sopra il livello dell’acqua dal che si deduce che furono proprio loro a portare l’acqua. Il legame fra Giuseppe e Amenemhet era perciò tanto antico quanto la piramide stessa.

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