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martedì 26 luglio 2016

L'EPICA DELLA CREAZIONE SUMERA


 
L’Epica sumera della Creazione, in origine, era composta da sei tavolette (analogamente ai sei giorni della Creazione nella Bibbia). Nella Bibbia, il settimo giorno Dio si riposò e ammirò quanto aveva fatto. La revisione babilonese dell’Epica culminava con l’aggiunta di una settima tavoletta interamente dedicata alla glorificazione di Marduk, conferendogli cinquanta nomi – un atto che simboleggiava la sua attribuzione del rango di 50 che, fino a quel momento, era stato appannaggio di Enlil (e al quale sarebbe dovuto succedere Ninurta). Cominciando con il suo nome tradizionale MAR.DUK (“Figlio del Luogo Puro”), i nomi – in alternanza sumera e accadica – gli garantivano epiteti che variavano da “Creatore di tutte le cose” a “Signore che dette forma ai Cieli e alla Terra” e altri titoli relativi alla battaglia celeste con Tiamat e alla creazione della Terra e della Luna: “Supremo fra tutti gli dèi”, “Colui che assegna i compiti agli Igigi e agli Anunnaki” e loro comandante: “il dio che mantiene la vita… il dio che resuscita i morti,” “Signore di tutte le terre”, il dio “le cui decisioni e la cui benevolenza sostengono l’umanità, il popolo che lui ha creato”, “Colui che concede la coltivazione”, che fa sì che le piogge arricchiscano i raccolti, assegna i campi e “raccoglie abbondanza” per gli dèi e per il popolo. Alla fine gli venne garantito il nome NIBIRU, “Colui che attraverserà Cielo e Terra”: Il Kakkabu che brilla nel cielo … Colui che attraversa senza sosta l’Oceano Profondo Che “Attraversamento” sia il suo nome! Possa tenere il corso delle stelle nel cielo, possa essere un buon pastore per gli dèi, come fossero sue pecore. «Con il titolo “Cinquanta” i grandi dèi lo proclamarono; lui il cui nome è “Cinquanta” gli dèi hanno reso supremo», afferma in conclusione il testo. Quando veniva completata la lettura delle sette tavolette – lettura che durava tutta la notte – i sacerdoti che celebravano il servizio rituale facevano le seguenti dichiarazioni prescritte: Che vengano ricordati i Cinquanta Nomi […] Che li discutano il saggio e l’erudito. Che il padre li reciti al proprio figlio, che ascoltino i pastori e gli allevatori. Che esultino in Marduk, l’Enlil degli dèi, il suo ordine è fermo, il suo decreto inalterabile; nessun dio può cambiare ciò che pronuncia la sua bocca. Quando Marduk appariva alla vista del popolo, era abbigliato in abiti magnificenti che oscuravano i semplici abiti di lana degli antichi dèi di Sumer e Akkad. Pur se Marduk era un dio invisibile in Egitto, la sua venerazione e la sua accettazione presero rapidamente piede. Un inno a Ra-Amon che glorificava il dio con una gamma di nomi, di reminiscenza dei Cinquanta Nomi accadici, lo definiva «Signore degli dèi che lo pongono al centro dell’orizzonte» – un dio celeste – «che aveva fatto tutta la Terra» nonché un dio sulla Terra «che creò l’umanità e gli animali, che creò gli alberi da frutto, fece la terra e dette vita al bestiame» – un dio «per il quale si celebra il sesto giorno». Sono evidenti le analogie tra la Creazione del testo mesopotamico e quella nella Bibbia. 
Secondo queste espressioni di fede, sulla Terra, in Egitto, Ra/Marduk era un dio invisibile perché la sua dimora principale era altrove; un lungo inno faceva riferimento a Babilonia quale luogo dove gli dèi sono in giubilo per la sua vittoria (tuttavia gli studiosi presumono che il riferimento non sia alla Babilonia mesopotamica, bensì a una città in Egitto con quello stesso nome). Nei cieli era “invisibile” perché “distante nel cielo”, perché andava “al di là dell’orizzonte”, nell’alto dei cieli. Il simbolo regnante dell’Egitto – un disco alato – di solito con due serpenti ai lati – viene comunemente spiegato come Disco del Sole perché “Ra era il Sole”; ma in realtà era il simbolo ubiquitario di Nibiru del mondo antico  ed era Nibiru a essere diventato una “stella” distante e invisibile.  Poiché Ra-Marduk era fisicamente assente dall’Egitto, era in Egitto che la sua Religione delle Stelle si esprimeva nella sua forma più chiara. Lì Aten, la “Stella dei Milioni di Anni” che rappresentava Ra/Marduk nel suo aspetto celeste, divenne l’Invisibile perché era “distante nei cieli”, perché era andata “al di là dell’orizzonte”. Nelle terre degli Enliliti non fu altrettanto facile la transizione alla nuova era di Marduk e alla nuova religione. 
 
Per prima cosa, la Mesopotamia meridionale e le terre occidentali che erano sulla traiettoria del vento venefico dovettero riprendersi dal suo devastante impatto. La calamità che colpì Sumer non fu tanto – come ricorderete – l’esplosione nucleare in sé, quanto il vento radioattivo che seguì. Le città erano state svuotate dei loro abitanti e degli animali, ma erano fisicamente intatte. Le acque erano avvelenate, ma le inondazioni dei due grandi fiumi vi posero presto rimedio. Il suolo assorbì il veleno radioattivo e ci mise di più a sanarsi; ma col tempo migliorò e fu così possibile tornare ad abitare e a ripopolare lentamente le terre desolate. Il primo sovrano amministrativo nel devastato sud di cui ci giunge notizia era un exgovernatore di Mari, una città a nord-ovest, sul fiume Eufrate. Apprendiamo che «non era di seme sumero»; il suo nome, Ishbi-Erra, era infatti un nome semitico. Stabilì il suo quartier generale nella città di Isin e da lì sorvegliò gli sforzi per far risorgere le altre città, ma il processo era lento, difficile e a volte caotico. I suoi sforzi vennero proseguiti anche da numerosi successori che avevano anche loro nomi semitici, della cosiddetta “Dinastia di Isin”. Impiegarono quasi un secolo per riportare Ur alla vita, il centro economico di Sumer, e alla fine Nippur, il cuore religioso tradizionale del paese; ma questo processo sfociò in sfide da parte di altri sovrani locali: Sumer, dunque, rimase frammentata, una nazione piegata. Anche la stessa Babilonia, pur se fuori dalla traiettoria diretta del Vento del Male, aveva bisogno di un paese rivitalizzato e ripopolato se voleva innalzarsi alledimensioni e allo status imperiale; per un bel po’ di tempo non riuscì a ottenere la grandezza della profezia di Marduk. Dovette trascorrere più di un secolo fino a quando, nel 1900 a.C. circa, venne instaurata sul suo trono una dinastia formale, che gli studiosi hanno chiamato Prima Dinastia di Babilonia. Tuttavia ci volle ancora un altro secolo prima che salisse al trono un re che dette a Babilonia lo splendore profetizzato; il suo nome era Hammurabi, passato alla storia per il codice di leggi da lui promulgato – leggi incise su di una stele di pietra, riportata alla luce dagli archeologi (ora esposta al Louvre di Parigi). Dovettero trascorrere ancora due secoli prima che si realizzasse in pieno la visione profetica di Marduk su Babilonia. Le scarne prove del periodo successivo alla calamità – alcuni studiosi fanno riferimento al periodo successivo al crollo di Ur come all’Alto Medioevo della Mesopotamia – lasciano ipotizzare che Marduk consentì ad altri dèi (anche ai suoi avversari) di prendersi cura della ripresa e del ripopolamento dei loro antichi centri di culto, ma nutriamo dubbi sul fatto che questi accolsero realmente il suo invito. Si parla di una ripresa a Ur da parte di Ishbi-Erra, ma non vi sono tracce del ritorno a Ur di Nannar/Sin e Ningal. Si ha notizia della presenza occasionale di Ninurta a Sumer, in particolare con riferimento al suo presidio da parte di truppe di Elam e Gutium, ma non vi è notizia del ritorno – suo o della sua adorata sposa Bau – alla loro amata Lagash. Gli sforzi compiuti da Ishbi- Erra e dai suoi successori per ristabilire i centri di culto e i templi culminò – dopo settantadue anni – a Nippur, ma non vi è traccia del fatto che Enlil e Ninlil ripresero la residenza in quel luogo. Dove erano andati? Può essere interessante scoprire cosa avesse programmato per loro Marduk. (Nel frattempo Marduk era diventato il Dio Supremo e affermava di avere il diritto di imporre ordini a tutti gli Anunnaki.) Prove testuali e di altra natura che risalgono a quel periodo mostrano che l’ascesa di Marduk alla supremazia non pose fine al politeismo, ossia alla venerazione di più divinità. Al contrario, la sua supremazia si fondava sul politeismo proprio perché, per essere il dio supremo, era necessaria la presenza di altri dèi. Marduk, in sostanza, intendeva una forma di politeismo in cui un solo dio dominava sugli altri, costretti ad assoggettarsi al suo controllo; nella parte non danneggiata una tavoletta babilonese riportava la seguente lista di attributi assegnati a Marduk: Ninurta è Marduk della zappa Marduk- Nergal è dell’attacco- Zababa è Marduk del combattimento- Enlil è Marduk della signoria e consiglio- Sin è Marduk, colui che illumina notte- Shamash è Marduk della giustizia- Adad è Marduk delle piogge. Gli altri dèi rimasero, e rimasero anche i loro attributi – ma solo quelli che Marduk aveva garantito loro. Lui acconsentì a che continuasse la loro adorazione; il nome del sovrano/amministratore ad interim nel sud, Ishbi/Erra (“Sacerdote di Erra”, ossia di Nergal) è una conferma di questa sua politica tollerante. Ma ciò che Marduk realmente si aspettava, era che gli altri dèi andassero a stare con lui nella Babilonia che lui sognava: divini prigionieri in gabbie dorate. Nella sua autobiografica Profezia, Marduk indicava chiaramente le sue intenzioni in merito agli altri dèi, avversari inclusi: avrebbero dovuto risiedere vicino a lui, nel recinto sacro di Babilonia. Cita in maniera esplicita i santuari o i padiglioni destinati a Sin e Ningal, dove avrebbero risieduto «insieme ai loro tesori e averi». I testi che descrivono Babilonia mostrano che, in accordo con i desideri di Marduk, nel recinto sacro di Babilonia vi erano anche tempietti-residenza dedicati a Ninmah, Adad, Shamash e persino a Ninurta (e gli scavi archeologici ivi condotti lo confermano). Quando, alla fine, Babilonia – sotto Hammurabi – assurse a potenza imperiale, il suo tempio-ziggurat toccava il cielo; il grande re della profezia sedeva sul suo trono; ma gli altri dèi non si raccolsero nel suo recinto sacro, straripante di sacerdoti. Non vi fu la manifestazione della Nuova Religione. Guardando la stele di Hammurabi, sulla quale era inciso il suo codice di leggi , vediamo il re nell’atto di ricevere le leggi proprio da Utu/Shamash: secondo la lista sopracitata, le sue prerogative di dio della Giustizia erano diventate appannaggio di Marduk; e la prefazione iscritta sulla stele invocava Anu ed Enlil – colui al quale Marduk aveva presumibilmente sottratto il titolo di “signoria e consiglio” – come gli dèi ai quali aveva sottratto gli attributi: 
Nobile Anu, Signore degli dèi colui che dal cielo scese sulla Terra, ed Enlil, Signore del Cielo e della Terra colui che determina i destini della regione, fissarono per Marduk, il primogenito di Enki, le funzioni di Enlil su tutto il genere umano. Questi riconoscimenti del continuo potere degli dèi enliliti, a due secoli di distanza dell’inizio dell’era di Marduk, riflettono lo stato oggettivo delle cose. Questi dèi non erano venuti per rinchiudersi nel suo recinto sacro. Lontani da Sumer, alcuni scelsero di stabilirsi insieme ai loro seguaci in terre lontane, nei quattro angoli del mondo; altri rimasero nelle vicinanze, incitando i loro fedeli – vecchi e nuovi – a riprendere il conflitto con Marduk. Il concetto che Sumer, come patria, non esisteva più è espresso chiaramente nelle istruzioni date ad Abram di Nippur – alla vigilia dell’olocausto nucleare – di “semitizzare” il proprio nome in Abramo (e quello di sua moglie Sarai in Sarah) e di stabilirsi in Canaan. Abramo e sua moglie non erano i soli sumeri ad aver bisogno di un nuovorifugio. La calamità nucleare innescò migrazioni di una portata sconosciuta fino a quel momento. La prima ondata fu di persone che si allontanavano dalle terre colpite; l’aspetto più significativo e di maggiore durata fu la dispersione dei superstiti di Sumer in terre lontane dal paese stesso. La successiva ondata di immigranti, invece, fu verso quella terra abbandonata, provenendo, a più riprese, da tutte le direzioni. Qualunque direzione presero questi flussi migratori, i frutti di duemila anni di civiltà sumera furono assorbiti dagli altri popoli. A dire il vero, pur se Sumer come entità fisica venne schiacciata, le conquiste della sua civiltà sono giunte fino a noi: basti pensare al calendario di dodici mesi o guardare l’orologio diviso secondo il sistema sessagesimale sumero (ossia su base sessanta) o guidare un’auto che viaggia su ruote. La prova di una vasta diaspora sumera – con la sua lingua, la sua scrittura, i suoi simboli, le sue abitudini, la sua conoscenza astronomica, le sue credenze e le sue divinità – assume numerose forme.

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