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venerdì 24 giugno 2016

NERGAL,L'EPOPEA DI ERRA E ABRAMO E I MALACHIM







Dopo la calamità che causò la morte di un numero infinito di persone e la desolazione di Sumer, Nergal dettò a uno scriba fidato la propria versione degli eventi, cercando di uscirne “pulito”. Questo lungo testo è conosciuto con il nome di Epopea di Erra, perché fa riferimento a Nergal con l’epiteto di Erra (l’Annientatore) e a Ninurta come Ishum (“Colui che fa bruciare”). Possiamo mettere insieme la storia aggiungendo a questo testo ulteriori informazioni che reperiamo da altre fonti sumere, accadiche e bibliche. Scopriamo così che non appena venne presa la decisione, Nergal si precipitò al dominio africano di Gibil per trovare e recuperare le armi, senza attendere Ninurta. Per sua sfortuna Ninurta aveva saputo che Nergal non aveva tenuto fede al patto che riguardava i limiti all’uso delle armi, e che le avrebbe usate in maniera indiscriminata per sistemare faccende personali. «Distruggerò il figlio e lascerò che il padre lo seppellisca; poi ucciderò il padre e farò in modo che nessuno lo seppellisca», aveva detto Nergal. Mentre i due discutevano, vennero a sapere che Nabu si stava preparando all’attacco: «Partì dal suo tempio per schierare tutte le sue città; si diresse verso il Grande Mare; entrò nel Grande Mare e sedette su di un trono che non era il suo». Nabu non soltanto stava convertendo le città orientali, ma stava conquistando anche le isole del Mediterraneo imponendosi come loro sovrano. Negal/Erra sostenne allora che non bastava distruggere il porto spaziale: bisognava distruggere anche Nabu e le città che si raccoglievano intorno a lui. Con questi due obiettivi Nergal e Ninurta presero in considerazione un altro problema: la distruzione del porto spaziale avrebbe messo in allarme Nabu e i suoi seguaci, inducendoli alla fuga. Riesaminando i propri obiettivi trovarono una soluzione: si sarebbero divisi. Ninurta avrebbe attaccato il porto spaziale; Nergal avrebbe attaccato le vicine “città peccatrici”. Ma subito dopo aver raggiunto questo accordo Ninurta ci ripensò; insistette sulla necessità di avvisare non solo gli Anunnaki che si trovavano nelle infrastrutture spaziali, ma anche alcuni popoli: «Valoroso Erra,» disse rivolgendosi a Nergal, «vuoi tu distruggere il giusto insieme all’ingiusto? Vuoi tu distruggere coloro che hanno peccato contro di te insieme a coloro che non ti hanno fatto niente?». Nergal/Erra, così affermano i testi antichi, si convinse: «La parola di Ishum piacque a Erra come olio pregiato». E fu così, che una mattina i due, spartendosi le sette armi nucleari, partirono per la missione estrema: Allora l’eroe Erra incalzò Ishum Ricordandogli le sue parole. E anche Ishum si mise in azione, in ossequio alla parola data, ma col cuore oppresso dall’angoscia. I testi che abbiamo a disposizione ci riferiscono persino l’identità di coloro che colpirono i diversi bersagli: «Ishtum diresse i suoi passi al Monte più Alto» (grazie all’epica di Gilgamesh sappiamo che il porto spaziale si trovava dietro questo monte). «Ishum alzò la sua mano: ed ecco il monte crollò […]. Ciò che si innalzava verso Anu per essere lanciato avvizzì, la sua faccia svanì, il luogo fu desolato». In un’unica esplosione nucleare, la mano di Ninurta annientò il porto spaziale e le sue infrastrutture. Il testo antico descrive anche ciò che fece Nergal: «Desiderando emulare Ishtum, Erra seguì la Strada dei Re e distrusse le città della valle, le città si tramutarono in desolazione». I suoi obiettivi erano stati le “città peccatrici” i cui sovrani avevano formato l’alleanza contro i Re dell’Est, la pianura a sud del Mar Morto. E fu così che nel 2024 a.C. vennero fatte esplodere armi nucleari nella penisola del Sinai e nella vicina pianura del Mar Morto, radendo al suolo il porto spaziale e le Cinque Città. Sorprendentemente (ma solo fino a un certo punto se Abram e la sua missione a Canaan vengono considerati sotto quest’ottica), è in questo evento apocalittico che si fondono le narrazioni bibliche e i testi mesopotamici. Grazie ai testi mesopotamici che fanno riferimento a questi tristi fatti sappiamo che, come richiesto, gli Anunnaki di guardia al porto spaziale erano stati preavvisati: «I due [Nergal e Ninurta] istigati a commettere il male, gettarono da parte i suoi guardiani; gli dèi di quel luogo lo abbandonarono – i suoi custodi salirono alla cupola del cielo». Ma mentre i testi mesopotamici sostengono che i due «insieme fecero fuggire gli dèi, che si misero in salvo dalla distruzione», non fanno capire se anche i popoli delle città maledette erano stati avvisati in anticipo. In questo caso, però, è la Bibbia a fornire i dettagli mancanti: leggiamo infatti nella Genesi che sia Abram che suo nipote Lot erano stati davvero avvisati in anticipo – non altrettanto gli altri residenti delle “città peccatrici”. La storia della Bibbia, oltre a gettare luce sugli aspetti “distruttori” di questi eventi, contiene dettagli che chiariscono alcuni aspetti in merito agli dèi e alle loro relazioni, in particolare con Abram. La storia ha inizio nel capitolo 18 della Genesi, quando Abram, ormai novantanovenne, seduto all’ingresso della sua tenda, nell’ora più calda del giorno, «alzò gli occhi» e vide che «tre uomini stavano in piedi presso di lui». Pur se vengono descritti come Anashim, ossia “uomini”, avevano tuttavia qualcosa di insolito, perché Abram si precipitò fuori dalla tenda e si prostrò al suolo – definendosi loro servo – lavò loro i piedi e offrì loro del cibo. I tre uomini, si evince in seguito, erano esseri divini. Quando partirono, il loro capo – identificato come il Signore Dio – decise di rivelare ad Abram qual era la loro missione: stabilire se Sodoma e Gomorra erano davvero città peccatrici, al punto tale da giustificarne la distruzione. Mentre due dei tre proseguirono verso Sodoma, Abram si avvicinò e si rivolse al Signore con parole identiche a quelle del testo mesopotamico: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio?» (Genesi 18, 23). Ciò che segue è una incredibile contrattazione fra Dio e l’uomo. «Forse ci sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?», chiese Abram a Dio. Ricevuta risposta positiva proseguì poi imperterrito: «Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». E proseguì poi scendendo a quaranta, trenta… fino a dieci. «Poi il Signore, come ebbe finito di parlare con Abram se ne andò e Abram ritornò alla sua abitazione.» Gli altri due esseri divini (la continuazione della storia nel capitolo 19 li chiama Malachim, letteralmente “emissari”, ma in genere tradotti come “angeli”) giunsero a Sodoma in serata. Gli eventi di quella notte, purtroppo, confermarono senza ombra di dubbio la scelleratezza e il peccato di quella città; fu così che all’alba i due esortarono Lot, nipote di Abram, a fuggire insieme alla sua famiglia, perché «il Signore sta per distruggere la città». La famiglia esitava e chiese ancora un po’ di tempo; uno degli “angeli” accordò loro il permesso di ritardare la distruzione fino a quando Lot e la sua famiglia non si fossero messi al sicuro nelle montagne. «E Abram andò di buon mattino al luogo dove si era fermato davanti al Signore; contemplò dall’alto Sodoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace.» Abram aveva novantanove anni; poiché era nato nel 2123 a.C., quell’episodio si colloca nel 2024 a.C.

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