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sabato 7 maggio 2016

ZECHARIA SITCHIN:ANUNNAKI;"COSTRUIAMOCI UNA CITTÀ E UNA TORRE, LA CUI CIMA TOCCHI IL CIELO"


È estremamente significativo il fatto che, nella sua testimonianza su Sumer e sulla civiltà sumera, la Bibbia abbia scelto di sottolineare proprio l’episodio della costruzione di un collegamento spaziale, meglio noto come la storia della “Torre di Babele”:
Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono.
Si dissero l’un l’altro:
«Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco».
Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento.
Poi dissero: 
«Venite, costruiamoci una città e una torre,la cui cima tocchi il cielo».
----(Genesi 11, 2-4)----
Ecco come la Bibbia ricorda il tentativo più audace – da parte di Marduk – di affermare la propria supremazia creando una propria città nel cuore dei domini enliliti e, come se non bastasse, di costruirvi il proprio porto spaziale con una propria torre di lancio. Nella Bibbia questo luogo è chiamato Babel, Babilonia. Questa narrazione è notevole sotto diversi aspetti. Conferma, in primo luogo, l’insediamento nella pianura del Tigri e dell’Eufrate dopo il Diluvio, quando il suolo si era prosciugato quel tanto da consentire la ripresa della vita. La Bibbia chiama correttamente la nuova terra Sennaar, il termine ebraico per definire Sumer, e ci fornisce un indizio importante sulla provenienza dei nuovi coloni: dalla regione montuosa a oriente. Riconosce che fu lì che ebbe inizio la prima civiltà urbana dell’uomo, con la costruzione di città. Annota correttamente (e spiega) che in quella terra, dove il suolo era formato da strati di fango essiccato e dove non esistono rocce, la gente usava mattoni di fango, che induriva cuocendoli nei forni, così da usarli al posto delle pietre. Fa anche riferimento all’uso di bitume quale malta – e si tratta di un’informazione davvero singolare, che deve far riflettere, perché il bitume è un derivato naturale del petrolio: sgorgava dal terreno nella Mesopotamia meridionale, mentre era del tutto assente nella Terra di Israele. Gli autori di questo capitolo della Genesi, dunque, erano ben informati sulle origini e sulle innovazioni proprie della civiltà sumera; riconoscevano anche l’importanza dell’episodio della “Torre di Babele”. Come nel caso della creazione di Adamo e della narrazione del Diluvio, raggrupparono le diverse divinità sumere nel plurale Elohim o in un supremo e onnipotente Yahweh, tuttavia trascurarono di modificare il fatto che un gruppo di divinità disse:
«scendiamo e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro» (Genesi 11, 7).
I testi sumeri, e in seguito quelli babilonesi, testimoniano la veridicità della narrazione biblica e contengono ulteriori dettagli che legano quell’episodio alle relazioni logore fra gli dèi che nell’8650 a.C. circa, dopo il Diluvio, innescarono ben due “Guerre della Piramide”. Gli accordi per la “Pace sulla Terra” lasciarono quello che un tempo era stato l’Edin nelle mani degli enliliti, in ottemperanza alle decisioni di Anu, Enlil e persino Enki. Questo accordo, però, non venne mai accettato da Marduk/Ra. E fu così che, quando le Città dell’Uomo vennero attribuite agli dèi nell’ex Edin, Marduk sollevò la domanda: «E a me?». Pur se Sumer era il cuore dei territori enliliti e le sue città erano “centri di culto” di Enlil, vi era un’eccezione: a sud di Sumer, al limitare della zona paludosa, c’era Eridu, ricostruita dopo il Diluvio esattamente nello stesso luogo in cui era stato creato il primo insediamento di Ea/Enki. Fu per volere di Anu, quando la Terra venne spartita fra i clan rivali di Anunnaki, che Enki ottenne definitivamente la supremazia su Eridu. Intorno al 3460 a.C. Marduk decise di poter estendere il privilegio di suo padre e di poter avere, quindi, una sua città nel cuore delle terre enlilite. I testi venuti alla luce non spiegano il motivo per cui Marduk scelse quel luogo specifico sulle rive del fiume Eufrate, ma la sua ubicazione ci fornisce un indizio: si trovava proprio fra la Nippur ricostruita (Centro di controllo della missione prima del Diluvio) e Sippar, anch’essa ricostruita (il porto spaziale degli Anunnaki antidiluviano); quindi Marduk, probabilmente, aveva in mente una città che potesse servire a entrambi gli scopi. Una mappa successiva di Babilonia, disegnata su di una tavoletta d’argilla  la raffigura come “Ombelico del Mondo” – analogamente al titolo originario attribuito a Nippur. Il nome accadico che Marduk dette al luogo, Bab-Ili, significa “Porta degli dèi”, ossia un luogo dal quale gli dèi potevano ascendere e discendere, dove la principale struttura sarebbe stata una «torre la cui cima tocchi il cielo»: una rampa di lancio! La storia narrata nella Bibbia è molto simile alle antecedenti versioni mesopotamiche, che riportano il misero fallimento di questo tentativo di creare un impianto spaziale “non autorizzato”. Pur se frammentati, i testi mesopotamici (tradotti per la prima volta da George Smith nel 1876) mettevano bene in chiaro che l’iniziativa di Marduk fece montare su tutte le furie Enlil, che “ordinò” di lanciare un attacco notturno per distruggere la torre.
I testi egizi raccontano che l’inizio del potere sovrano in Egitto (nel 3110 a.C. circa) venne preceduto da un periodo di caos, che durò ben 350 anni. È questo lasso di tempo che ci induce a datare l’episodio della Torre di Babele al 3460 a.C. circa: infatti la fine di quel periodo caotico segnò il ritorno di Marduk/Ra in Egitto, l’espulsione di Thoth e l’inizio della venerazione di Ra. Sconfitto, ma non domo, Marduk non cessò mai di esercitare il proprio dominio sui siti spaziali che fungevano da “Legame Cielo-Terra” – legame fra Nibiru e la Terra – o, in alternativa, di creare una struttura aerospaziale propria. Poiché, alla fine, Marduk riuscì a raggiungere il proprio obiettivo a Babilonia, ecco sorgere una domanda interessante: perché fallì nel 3460 a.C.? La risposta, altrettanto interessante, è che fu un problema di tempistica. Un testo ben noto riportava una conversazione fra Marduk e suo padre, Enki, nella quale uno sconsolato Marduk chiedeva al padre in cosa aveva mancato. E la risposta fu che il suo errore era stato il non prendere in considerazione che il Tempo Celeste era l’Era del Toro, l’era di Enlil. Molte fra le migliaia di tavolette venute alla luce nel Vicino Oriente fornivano informazioni sulle associazioni fra mesi e divinità. Nel complesso calendario di Nippur, che partiva dal 3760 a.C., il primo mese, Nissanu, era l’EZEN (periodo di festeggiamenti) per Anu ed Enlil (in un anno bisestile con un tredicesimo mese lunare, l’onore era ripartito fra i due). La lista degli dèi “venerati” mutava con il trascorrere del tempo, così come cambiava la composizione del pantheon supremo dei Dodici. Le associazioni dei mesi cambiavano anche di luogo in luogo, non solo nelle diverse nazioni ma, a volte, anche in relazione al dio della città. Sappiamo, ad esempio, che il pianeta che chiamiamo Venere fu inizialmente associato a Ninmah e, in seguito, a Inanna/Ishtar. Pur se questi cambiamenti rendevano difficile comprendere quale divinità era legata per via celeste a una determinata città, alcune associazioni zodiacali si possono chiaramente dedurre dai testi o dalle raffigurazioni. Enki (chiamato all’inizio E.A., “Colui la cui casa è l’acqua”) era associato al Portatore d’Acqua, quindi all’Acquario  e, inizialmente, anche se non in via definitiva, anche ai Pesci. La costellazione dei “Gemelli” deve senza dubbio il suo nome agli unici due gemelli divini nati sulla Terra, ossia ai figli di Nannar/Sin: Utu/Shamash e Inanna/Ishtar.
La costellazione della Vergine (anche se è più esatto dire “la Fanciulla”) – che come il pianeta Venere, probabilmente deve il suo nome a Ninmah – venne poi ribattezzata AB.SIN “Il cui padre era Sin”, e si poteva attribuire solo a Inanna/Ishtar. L’Arciere o il Difensore, il “Sagittario”, coincideva in numerosi testi o inni a Ninurta, Arciere Divino, guerriero e difensore del proprio padre. Sippar, la città di Utu/Shamash, non più luogo di un porto spaziale dopo il Diluvio, ai tempi sumeri era considerata il centro della Legge e della Giustizia, e la sua divinità era considerata il Capo supremo della Giustizia della nazione (in seguito persino dai Babilonesi); è certo che i piatti della Giustizia, la “Bilancia”, rappresentavano la sua costellazione. Abbiamo poi i soprannomi che mettono in relazione il coraggio, la forza o le caratteristiche di una divinità con quelle di un animale di cui si aveva timore: Enlil, si affermava testo dopo testo, era il Toro. Veniva raffigurato su sigilli cilindrici, su tavolette astronomiche e nell’arte. Alcuni dei più pregiati oggetti d’arte venuti alla luce nelle tombe reali di Ur erano teste di toro in bronzo, in argento o in oro, con incastonate pietre preziose. Senza dubbio, la costellazione del Toro onorava e simboleggiava Enlil. Il suo nome, GUD.ANNA, significava “Toro del Cielo” e i testi che parlano di un “Toro del Cielo” legavano Enlil e la sua costellazione a uno dei luoghi più esclusivi della Terra. Si trattava di una zona chiamata Luogo dell’Atterraggio – ed è proprio lì che si trova ancora oggi una delle strutture più sorprendenti della Terra, che comprende anche una torre di pietra per raggiungere il cielo. Numerosi testi antichi, inclusa la Bibbia ebraica, descrivono o fanno riferimento all’unica foresta di cedri alti e maestosi di cui siamo a conoscenza, che si trova in Libano. Nell’antichità si estendeva per chilometri e chilometri, circondando un luogo unico: una vasta piattaforma in pietra costruita dagli dèi quali primo luogo sulla Terra legato al cielo, prima di stabilire sia i loro centri, sia veri e propri porti spaziali.Come affermavano i testi sumeri, si trattava dell’unica struttura sopravvissuta al Diluvio, che proprio dopo quell’evento cataclismico poteva fungere da base per le operazioni degli Anunnaki; da lì riportarono in vita le terre devastate dando il via all’agricoltura e alla pastorizia. Quel luogo, chiamato “Luogo dell’Atterraggio” nell’Epica di Gilgamesh, era la destinazione finale del re in cerca dell’immortalità; apprendiamo proprio da questa storia che fu lì, nella sacra Foresta dei Cedri, che Enlil teneva il GUD.ANNA – il “Toro del Cielo”, simbolo dell’Era del Toro di Enlil.
Gli eventi che ebbero come teatro la foresta sacra avrebbero influenzato non poco la storia delle relazioni fra uomini e dèi. L’epica ci racconta che il viaggio alla Foresta dei Cedri e al suo Luogo dell’Atterraggio ebbe inizio a Uruk, la città che Anu donò alla nipote Inanna (il suo nome significa infatti “l’amata di Anu”). Nel III millennio a.C. il suo re era Gilgamesh. Non si trattava di un uomo qualunque: sua madre, infatti, era la dea Ninsun, membro della famiglia di Enlil. Questo faceva di Gilgamesh non un semplice semidio, bensì un essere per “due terzi” divino. Invecchiando, iniziò a riflettere sulla vita e sulla morte e si chiese se, essendo divino per due terzi, avrebbe potuto ottenere l’immortalità. Perché, mai, infatti, avrebbe dovuto «scrutare da sopra il muro» come un qualsiasi mortale?, chiese alla propria madre. Questa convenne con lui, ma gli spiegò anche che l’apparente immortalità degli dèi altro non era che la longevità dovuta al lungo periodo orbitale del loro pianeta. Per avere quella stessa longevità avrebbe dovuto unirsi agli dèi su Nibiru; e per farlo, avrebbe dovuto recarsi al luogo dove atterrano e decollano le navicelle spaziali. Pur se messo in guardia dai pericoli del viaggio, Gilgamesh era ben determinato a partire. («Se fallisco,» disse, «almeno verrò ricordato come colui che ha comunque tentato.») Per volere della madre venne creato Enkidu, un doppio artificiale (letteralmente il suo nome significava “fatto da Enki”), che sarebbe stato suo compagno e guardiano. Le loro avventure narrate nelle dodici tavolette dell’Epica e ripetute nelle successive versioni si possono seguire nel libro Le astronavi del Sinai. Si trattava infatti, non di un viaggio, bensì di due : uno fino al Luogo dell’Atterraggio nella Foresta dei Cedri, l’altro al porto spaziale nella penisola del Sinai dove – stando alle descrizioni egizie  – le navicelle spaziali venivano collocate in una sorta di sili sotterranei. Nel primo viaggio fino alla Foresta dei Cedri in Libano (nel 2860 a.C. circa), i due vennero assistiti dal dio Shamash, padrino di Gilgamesh, e il viaggio fu relativamente rapido e facile. Dopo aver
raggiunto la foresta, videro con i propri occhi, durante la notte, il lancio di un razzo. Ecco come lo descrisse Gilgamesh:
Ebbi una visione davvero spaventosa!
Il cielo strideva, la terra tuonava.
Anche se ormai era quasi l’alba, scese una profonda oscurità.
Improvvisamente si vide un lampo, una fiammata potente.
Le nuvole si gonfiarono, pioveva morte. 
Poi la luce svanì,il fuoco si spense.
E di tutto ciò che era caduto, restò solo cenere.
Terrorizzati, ma ancora irremovibili, il giorno successivo Gilgamesh ed Enkidu scoprirono l’ingresso segreto usato dagli Anunnaki, ma non appena vi entrarono vennero attaccati da una sorta di guardiano robot armato di raggi di morte e di fuoco radiante. Riuscirono a uccidere il mostro e si rilassarono presso un torrente, pensando di non trovare più ostacoli sul loro cammino. Ma si sbagliavano; infatti, quando penetrarono nella Foresta di Cedri, comparve una nuova minaccia: il Toro del Cielo.

Sfortunatamente la sesta tavoletta dell’Epica è troppo danneggiata nel punto in cui sono descritte la creatura e la battaglia che seguì. Le sezioni leggibili dicono chiaramente che i due compagni dovettero fuggire a gambe levate per aver salva la vita, inseguiti fino a Uruk dal Toro del Cielo. Fu lì che Enkidu riuscì a ucciderlo. Il testo ridiviene leggibile nel punto in cui Gilgamesh, imbaldanzito, «strappò via la coscia» del toro e «chiamò a raccolta i fabbri e gli armieri» di Uruk affinché ammirassero l’immensità delle corna del toro. Il testo dice che erano “artificiali” – «ricoperte di lapislazzuli spessi due dita. Trenta libbre a testa era il loro peso». Fino a quando non verrà alla luce un’altra tavoletta che svelerà ciò che è scritto nella parte mancante, non sapremo mai con certezza se il simbolo celeste di Enlil nella Foresta dei Cedri era un selezionato toro in carne e ossa, adornato di oro e pietre preziose, oppure una creatura robotica, un mostro artificiale. Ciò che sappiamo di sicuro è che, quando venne ucciso,«Ishtar, nella sua dimora, levava alto il suo pianto» che raggiunse Anu nei cieli. L’episodio fu talmente grave che Anu, Enlil, Enki e Shamash formarono un consiglio divino per giudicare i due compagni e per valutare le conseguenze di quell’atto (ma alla fine venne punito solo Enkidu). L’ambiziosa Inanna/Ishtar aveva tutte le ragioni per levare alto un lamento: era stata violata l’invincibilità dell’Era di Enlil e la stessa Era era stata simbolicamente accorciata strappando via la coscia del toro. Da fonti egizie – incluse raffigurazioni pittoriche in papiri astronomici  sappiamo che il simbolismo dell’uccisione non sfuggì a Marduk: stava a significare che anche nei cieli l’Era di Enlil era diventata più breve.
Il tentativo di Marduk di creare un’infrastruttura spaziale alternativa non
piacque agli Enliliti; esistono prove del fatto che Enlil e Ninurta volessero creare infrastrutture proprie all’altro capo del mondo, nelle Americhe, nei pressi delle miniere di oro postdiluviane. La loro assenza, unitamente all’uccisione del Toro del Cielo, dette il via in Mesopotamia a un periodo di instabilità e di confusione, rendendo il paese vulnerabile alle incursioni delle nazioni confinanti. I Gutiani prima e gli Elamiti poi giunsero da oriente; da occidente giunsero popoli di lingua semitica. Ma, mentre gli orientali veneravano le divinità enlilite, esattamente come i Sumeri, gli Amurru (“occidentali”) erano diversi. Lungo le rive del “Mare Superiore” (il Mediterraneo), nelle terre dei Cananei, i popoli veneravano le divinità enkite dell’Egitto. Là si trovavano i semi delle Guerre Sante intraprese – forse ancora oggi – “in nome di Dio”, solo che i popoli adoravano ciascuno diverse divinità nazionali… Fu Inanna ad avere un’idea brillante, che potremmo definire una tattica: “se non puoi combatterli, alleati”. Un giorno, mentre viaggiava nei cieli a bordo della sua Camera Celeste – questo episodio risale al 2360 a.C. circa – notò un uomo di bell’aspetto che giaceva addormentato in un giardino. A lei piacevano molto gli uomini, e quell’uomo in particolare. Lui era un occidentale, che parlava una lingua semitica. Come scrisse in seguito nelle sue memorie, non sapeva chi fosse suo padre, ma sapeva che sua madre era un’Entu, una sacerdotessa del dio, che lo aveva deposto in un cesto di vimini, trasportato dalla corrente del fiume fino a un giardino curato da Akki, l’Irrigatore, che lo aveva allevato come fosse stato figlio suo. L’eventualità che l’uomo, forte e di bell’aspetto, potesse essere il figlio di un dio bastò a Inanna per raccomandarlo agli altri dèi: questo Amurru avrebbe dovuto essere il successivo re del paese. Quando gli dèi concessero la propria approvazione, lei gli attribuì il nome di Sharrukin, titolo antico e prediletto dei re sumeri.Poiché, però, non discendeva dalle stirpi regali sumere precedentemente riconosciute, non poteva salire al trono in nessuna delle vecchie capitali e, quindi, venne creata appositamente per lui una nuova città, una nuova capitale. Venne chiamata Agade, “Città dell’Unione”. I nostri testi di storia chiamano questo re Sargon I o Sargon il Grande; e “accadico” la sua lingua semitica. Il suo regno, che aggiungeva all’antica Sumer le province settentrionali e nordoccidentali, venne chiamato Sumer e Akkad. Sargon non perse tempo a compiere la missione per la quale era stato scelto: riportare sotto controllo le “terre ribelli”. Inni rivolti a Inanna (a partire da quel momento conosciuta dagli Accadi con il nome di Ishtar), la descrivevano nell’atto di dire a Sargon che sarebbe stato ricordato «per la distruzione dei paesi ribelli, massacrandone i popoli, facendo scorrere sangue nei suoi fiumi». Le spedizioni militari di Sargon vennero annotate e glorificate nei suoi annali reali; i suoi successi riassunti nelle Cronache di Sargon con queste parole:
Sharru-kin, re di Agade, salì al potere nell’era di Ishtar.
Non aveva rivali, né avversari ed estese il suo carismatico potere su tutti i Paesi.
Attraversò il mare a est, conquistò il Paese dell’ovest in tutta la sua estensione.
Questi versi glorificanti stanno a significare che il Luogo dell’Atterraggio, il luogo sacro legato allo spazio, che si trovava nel cuore del «Paese dell’ovest», venne catturato e soggiogato in nome di Inanna/Ishtar, ma non senza trovare opposizione. Persino i testi scritti che glorificano Sargon affermano che «quando lui era vecchio, tutte le province si rivoltarono contro di lui». Gli annali che riportano gli avvenimenti visti dalla prospettiva di Marduk, rivelano che lo stesso Marduk condusse una feroce controffensiva:
A causa del sacrilegio che Sargon aveva così commesso,
il grande signore Marduk montò in collera …
Da est a ovest allontanò le genti da Sargon;
e per punirlo fece in modo che egli non potesse mai avere pace.

È necessario sottolineare che Sargon controllava solo uno dei quattro siti postdiluviani legati allo spazio: il Luogo dell’Atterraggio nella Foresta dei Cedri . A Sargon succedettero, per breve tempo, sul trono di Sumer e Akkad due dei suoi figli, ma il suo vero successore in spirito e coraggio fu un suo nipote, Naram-Sin. Il suo nome significava “favorito di Sin”, ma gli annali e le iscrizioni che riguardano il suo regno e le sue campagne militari dimostrano che, in realtà, era il favorito di Ishtar. I testi e le descrizioni riportano che Ishtar incoraggiò il re a cercare fama e grandezza attraverso incessanti conquiste e l’annientamento dei suoi nemici, e lo assisteva attivamente sul campo di battaglia. Le raffigurazioni della dèa, che fino a quel momento erano solite ritrarla come una seducente dèa dell’amore, iniziarono a mostrarla come una dèa della guerra, armata di tutto punto.
Le guerre avevano un obiettivo ben preciso: contrastare le ambizioni di Marduk catturando tutti i siti legati allo spazio per conto di Inanna/Ishtar. L’elenco delle città conquistate o soggiogate da Naram-Sin indicano che non solo raggiunse il Mediterraneo – assicurandosi il controllo del Luogo dell’Atterraggio – ma anche che si diresse verso sud per invadere l’Egitto. Una tale incursione nei domini degli Enkiti non aveva precedenti e, da un’attenta lettura dei documenti, capiamo che poteva verificarsi solo perché Inanna/Ishtar aveva stretto una scellerata alleanza con Nergal, fratello di Marduk che, a sua volta, aveva sposato la sorella di Inanna. L’incursione in Egitto significava anche entrare e attraversare la Regione Sacra e neutrale della penisola del Sinai, dove si trovava il porto spaziale – un’ulteriore infrazione all’antico Trattato di Pace. Con arroganza, Naram-Sin si attribuì il titolo di “Re delle quattro regioni”… Ci sembra quasi di udire le proteste di Enki. Leggiamo testi che riportano gli ammonimenti di Marduk. Era molto di più di quanto potesse perdonare persino la leadership degli Enliliti. Un lungo testo, noto con il nome di Maledizione di Agade, racconta la storia della dinastia accadica, e afferma, senza mezzi termini, che la sua fine giunse «dopo che la fronte di Enlil si accigliò». E così la «parola di Ekur» – la decisione di Enlil dal suo tempio a Nippur – fu di porre fine a tutto ciò. «La parola dell’Ekur fu sopra Agade»: la città avrebbe dovuto essere distrutta e cancellata dalla faccia della Terra. La fine di Naram-Sin giunse intorno al 2260 a.C. circa; i testi di quel periodo riportano che truppe di Gutium, una terra a oriente, fedeli a Ninurta, furono lo strumento della collera divina; Agade non venne mai ricostruita, mai più venne abitata; a dire il vero, la città reale non è mai nemmeno stata ritrovata. La saga di Gilgamesh, all’inizio del III millennio a.C., e le incursioni militari dei re accadici alla fine di quello stesso millennio, forniscono uno spaccato molto chiaro degli avvenimenti di quel periodo: gli obiettivi erano i luoghi legati allo spazio. Gilgamesh voleva ottenere la longevità degli dèi, i re fedeli a Ishtar volevano invece la supremazia. Senza dubbio fu il tentativo di Marduk con la Torre di Babele a rendere importante il controllo dei siti legati allo spazio; come vedremo, infatti, quel controllo ha dominato buona parte (se non la maggior parte) di ciò che si verificò in seguito. La fase accadica di guerra e pace sulla Terra non fu priva di aspetti celesti o “messianici”. Nelle sue cronache, i titoli di Sargon seguivano la consuetudine: “capo dei custodi di Ishtar, re di Kish, grande Ensi di Enlil”; ma lui si chiamava anche “sacerdote consacrato di Anu”. Fu la prima volta che fece la sua comparsa in una descrizione antica la consacrazione a opera di un dio – che è poi esattamente ciò che significa “Messia”. Marduk, nelle sue affermazioni, metteva in guardia dall’arrivo di stravolgimenti e di fenomeni cosmici:
Il giorno si trasformerà in notte;
la corrente dei fiumi sarà deviata,
distrutti saranno i paesi, periranno i popoli.
Con il senno di poi, prendendo in considerazione analoghe profezie presenti nella Bibbia, appare evidente che, alla vigilia del XXI secolo a.C., uomini e dèi attendevano la venuta di un’Apocalisse.

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