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domenica 6 settembre 2015

L'EPICA DELLA CREAZIONE (parte 1/2)



Su molti degli antichi sigilli cilindrici gli archeologi hanno trovato, sopra le figure degli dèi o degli uomini, dei simboli che rappresentano corpi celesti. Un sigillo accadico del III millennio a.C, oggi conservato al Vorderasiatische Abteilung del Museo di Stato di Berlino (catalogato con la sigla VA/243) raffigura i corpi celesti in maniera molto diversa dalle solite rappresentazioni: essi, infatti, non si presentano singolarmente, bensì come un gruppo di undici globi che circondano una grande stella a raggi. Si tratta chiaramente di una raffigurazione del sistema solare così come lo concepivano i Sumeri: un sistema composto da dodici corpi celesti (figura 99).
Di solito il nostro sistema solare viene schematicamente rappresentato come una linea di pianeti che si estendono a partire dal Sole, con distanze progressivamente crescenti. Se però raffiguriamo i pianeti non con una linea, ma uno dopo l'altro in un cerchio (da Mercurio, il più vicino, a Venere, alla Terra e così via), ne risulta un'immagine più o meno simile a quella presentata nella figura 100 (tutti i disegni sono schematici e non in scala; le orbite planetarie nei disegni che seguono non sono ellittiche, ma circolari, per facilità di presentazione).
Se ora diamo un'occhiata a un ingrandimento del sistema solare raffigurato sul sigillo VA/243, noteremo che i "puntini" che circondano la stella sono in realtà dei globi che, nell'ordine e nella forma, richiamano quelli del sistema solare riprodotti nella figura 100. Il piccolo Mercurio è seguito dal più grande Venere; la Terra, grande come Venere, è accompagnata dalla piccola Luna. Proseguendo in senso antiorario, si vede Marte,più piccolo della Terra ma più grande della Luna o di Mercurio (figura 101). Vi è quindi un altro pianeta, a noi sconosciuto, molto più grande della Terra e tuttavia più piccolo di Giove e Saturno, che sono posizionati dopo di lui. Ancora più in là, altri due pianeti sembrano corrispondere perfettamente a Urano e Nettuno; infine c'è anche il piccolo Plutone, che però non si trova dove lo collochiamo oggi (dopo Nettuno), ma piuttosto tra Saturno e Urano. In sostanza, dunque, il sigillo sumerico, che tratta la Luna come vero e proprio corpo celeste, mostra tutti i pianeti che anche noi conosciamo oggi, con le esatte dimensioni e nell'ordine giusto (ad eccezione di Plutone). Esso, però, che risale a circa 4.500 anni fa, ci dice anche che esisteva - o era esistito - un altro grande pianeta tra Marte e Giove. Si tratta, come dimostreremo, del Dodicesimo Pianeta, il pianeta dei Nefilim.
Se questa mappa celeste sumerica fosse stata scoperta due secoli fa, gli astronomi avrebbero concluso che i Sumeri erano assolutamente disinformati, tanto da immaginare addirittura che vi fossero altri pianeti al di là di Saturno. Oggi, però, sappiamo che tali pianeti - Urano, Nettuno e Plutone - esistono realmente, e che quindi i Sumeri non erano poi così disinformati. È lecito, allora, ritenere che si siano inventati anche il resto - ciò che noi non conosciamo - o non è più corretto pensare che abbiano saputo dai Nefilim che la Luna era un membro del sistema solare a tutti gli effetti, che Plutone era situato vicino a Saturno, e che esisteva un Dodicesimo Pianeta tra Marte e Giove? Prima delle varie missioni di esplorazione sulla Luna compiute dalle navette spaziali statunitensi "Apollo", si credeva che la Luna non fosse altro che una specie di "palla ghiacciata"; nella migliore delle ipotesi, si sarebbe trattato di un frammento di materia staccatosi dalla Terra quando questa era ancora una massa informe e che, se non fosse stato per l'impatto di milioni di meteoriti che lasciarono ampi crateri
sulla sua superficie, sarebbe stato un anonimo pezzo di materia, poi solidificatosi, senza vita e senza storia, destinato a seguire per sempre la Terra. I dati inviati dai satelliti, però, cominciarono a poco a poco a mettere in discussione tale convinzione: si accertò che la struttura chimica e minerale della Luna era alquanto diversa da quella della Terra, abbastanza da mettere in dubbio la teoria della "scissione". Gli esperimenti condotti sulla Luna dagli astronauti americani e le analisi su campioni di suolo lunare hanno stabilito con certezza che la Luna, che oggi è sterile e inaridita, un tempo era un "pianeta vivo". Come la Terra, essa è fatta a strati, il che significa che si è progressivamente solidificata dall'originario stato fluido. Come la Terra, poi, anch'essa genera calore, ma mentre sulla Terra il calore deriva dai materiali radioattivi, "cotti" all'interno di essa a una pressione enorme, il calore della Luna sembra derivare da materiali radioattivi posti in prossimità della superficie. Tali materiali, però, sono troppo pesanti perché si possa pensare che siano affiorati da soli: ma allora, che cosa li ha portati tanto vicino alla superficie? Il campo gravitazionale della Luna appare alquanto irregolare, come se enormi pezzi di materia pesante (come il ferro) si fossero depositati non all'interno del suo nucleo, bensì sparsi qua e là. Ma quale processo - viene da chiedersi - o quale forza ha determinato questo fenomeno? Vi sono prove che attestano che le antiche rocce della Luna erano magnetizzate e che i campi magnetici furono modificati o invertiti. Tutto questo è avvenuto per qualche sconosciuto processo interno, o a causa di una imprecisata influenza esterna? Gli astronauti dell'Apollo 16 trovarono sulla Luna delle rocce (chiamate "brecce") che derivavano dalla frantumazione della roccia solida e dalla sua rifusione in seguito a un improvviso e violento calore. Quando e come tali rocce si frantumarono, per poi rifondersi? Altri materiali della superficie lunare sono ricchi di potassio e fosforo radioattivi, elementi rari che sulla Terra si trovano solo a grandi profondità. Mettendo insieme tutte queste scoperte, gli scienziati si sono convinti che la Luna e la Terra, formatesi più o meno con gli stessi elementi e nello stesso periodo, si sono sviluppate come corpi celesti separati. Secondo eminenti studiosi della NASA, la Luna si sarebbe evoluta "normalmente" per i suoi primi 500 milioni di anni. Poi (come riportato su «The New York Times»): «Il periodo di maggiori cataclismi si verificò 4 miliardi di anni fa, quando corpi celesti delle dimensioni di grandi città o piccoli stati andarono a cozzare contro la Luna, formando ampi bacini e alte montagne. Le enormi quantità di materiali radioattivi lasciati da tali collisioni cominciarono a riscaldare la roccia posta sotto la superficie, sciogliendone grandi masse e provocando la fuoriuscita di torrenti di lava attraverso le fratture della superficie. L' Apollo 15 trovò nel cratere Ziolkovsky una frana sei volte maggiore di qualunque frana della Terra. L’ Apollo 16 scoprì che la collisione che aveva creato il Mare del Nettare aveva fatto cadere detriti in un raggio di mille miglia. L'Apollo 11 atterrò presso una scarpata otto volte più alta di qualunque scarpata terrestre, evidentemente provocata da un terremoto otto volte più violento di qualunque terremoto mai verificatosi sulla Terra». Le convulsioni che seguirono questo evento cosmico durarono per circa 800 milioni di anni, finché - 3,2 miliardi di anni fa - la Luna assunse la struttura e la superficie che ancora oggi la caratterizzano. I Sumeri erano dunque nel giusto quando rappresentavano la Luna come un pianeta autonomo a tutti gli effetti. E, come vedremo, ci hanno anche lasciato un testo che descrive la catastrofe cosmica della quale parlano gli esperti della NASA. Il pianeta Plutone è stato chiamato "l'enigma". Mentre le orbite attorno al Sole compiute dagli altri pianeti si discostano solo di poco da un cerchio perfetto, la deviazione ("eccentricità") di Plutone è tale che la sua orbita attorno al Sole è la più estesa ed ellittica di tutte. Inoltre, mentre gli altri pianeti ruotano intorno al Sole più o meno sullo stesso piano, Plutone è fuori squadra di ben 17 gradi. A causa di queste due strane caratteristiche della sua orbita, Plutone è l'unico pianeta che interseca l'orbita di un altro pianeta, Nettuno. Per le sue dimensioni, Plutone apparterrebbe piuttosto alla categoria dei "satelliti": con un diametro di poco più di 5.500 km, non è molto più grande di Tritone, un satellite di Nettuno, o di Titano, uno dei dieci satelliti di Saturno. Proprio per queste sue strane caratteristiche, si è ipotizzato che esso possa aver cominciato la sua vita come satellite e che poi sia in qualche modo sfuggito al suo padrone e si sia messo in orbita attorno al Sole per conto suo. E, come vedremo, è proprio ciò che avvenne - almeno secondo i testi sumerici. Ed eccoci ora al cuore della nostra ricerca sugli eventi celesti primordiali: l'esistenza del Dodicesimo Pianeta. Per quanto strano possa sembrare, gli astronomi moderni non ignorano il problema e sono alla ricerca di prove che un tempo esistesse davvero questo "fantomatico" pianeta tra Marte e Giove. Verso la fine del XVIII secolo, prima ancora della scoperta di Nettuno, diversi astronomi dimostrarono che «i pianeti erano posti a determinate distanze dal Sole in base a qualche legge precisa». Tale legge, individuata poi nella cosiddetta Legge di Bode, convinse gli astronomi che avrebbe dovuto esservi l'orbita di un pianeta dove invece non c'era, e cioè tra Marte e Giove. Spronati da questi calcoli matematici, gli astronomi cominciarono a esaminare i cieli proprio nella zona dove
avrebbe dovuto essere questo "pianeta mancante". Il 1° gennaio del 1800, l'astronomo italiano Giuseppe Piazzi scoprì, all'esatta distanza indicata, un piccolo pianetino (meno di 800 km di diametro) che chiamò Cerere. Quattro anni dopo il numero di tali asteroidi ("piccoli pianeti") era salito a quattro; oggi, sono stati contati circa 3.000 asteroidi che ruotano attorno al Sole in quella che viene chiamata "la fascia degli asteroidi". Si tratta senza dubbio dei frammenti di un pianeta andato in frantumi, un pianeta che gli astronomi russi hanno chiamato Phayton ("carro"). Gli astronomi sono certi che tale pianeta esistesse effettivamente, ma non ne sanno spiegare la scomparsa. Forse si è trattato di un'auto-esplosione? Ma allora i pezzi avrebbero dovuto volare in tutte le direzioni e non rimanere tutti in un'unica fascia. Se è stata invece una collisione con un altro pianeta, dove si trova adesso questo secondo pianeta? È andato anch'esso in frantumi? Ma, anche messi tutti insieme, i frammenti che ruotano attorno al Sole non bastano nemmeno a formare un solo pianeta, figuriamoci due! Inoltre, se gli asteroidi rappresentano i frammenti di due pianeti, avrebbero dovuto mantenere una rotazione assiale distinta, e invece hanno tutti la stessa, il che indica che appartengono tutti allo stesso corpo celeste. Come ha fatto, allora, ad andare in frantumi il pianeta mancante, e che cosa lo ha mandato in pezzi?
Le risposte a tutte queste domande ci vengono fornite dall'antichità. Essere riusciti a decifrare, circa un secolo fa, i testi trovati in Mesopotamia ha significato scoprire, in modo del tutto inaspettato, che lì, in Mesopotamia, esistevano opere letterarie che non soltanto corrispondevano, ma addirittura precedevano alcune parti delle Sacre Scritture. Die Kielschriften und das alte Testament di Eberhard Schrader diede il via, nel 1872, a una valanga di libri, articoli, conferenze e dibattiti che durarono per almeno mezzo secolo. Vi era stato dunque un legame, in un'epoca imprecisata, tra Babilonia e la Bibbia? Babel und Bible, «Babele e la Bibbia», titolavano provocatoriamente gli autori. Tra i testi scoperti da Henry Layard fra le rovine della Biblioteca di Assurbanipal a Ninive, ve ne era uno che raccontava la Creazione in maniera non dissimile da come la raccontava il libro della Genesi. I frammenti di tavolette, rimessi insieme e pubblicati per la prima volta da George Smith nel 1876 (The Chaldean Genesis, «La Genesi dei Caldei»), dimostrarono che esisteva effettivamente un testo accadico, scritto in antico babilonese, che narrava come una certa divinità creò il Cielo e la Terra e tutto ciò che stava sulla Terra, compreso l'Uomo. C'è una vasta letteratura, oggi, che mette a confronto il testo mesopotamico con il racconto biblico. L'opera della divinità babilonese, se non si compì in sei giorni, occupò quanto meno lo spazio di sei tavolette, e, come il dio biblico il settimo giorno si era riposato e aveva contemplato compiaciuto la propria opera, così la settima tavoletta era dedicata all'esaltazione della divinità babilonese e della sua impresa. A ragione, dunque,L.W. King intitolò il suo autorevole testo sull'argomento Le sette tavole della creazione. Chiamato oggi Epica della Creazione, il testo babilonese era identificato un tempo con le sue prime parole, Enuma Elish («Quando nell'alto»). Il racconto biblico della Creazione comincia con la creazione del Cielo e della Terra; il testo mesopotamico è invece una vera cosmogonia, che tratta eventi primordiali e ci riporta al principio dei tempi:

Enuma elish la nabu shamatnu
Quando nell'alto il Cielo non aveva ancora un nome
 
Shaplitu ammatum shunta la zakrat
E in basso, anche il duro suolo [la Terra] non aveva nome

Fu allora, ci dice il racconto, che da due corpi celesti primordiali ebbe origine una serie di "dèi" celesti. Quando tali esseri celesti aumentarono, cominciarono a fare una grande confusione, disturbando il Padre primordiale. Il suo fedele messaggero lo incitò a trattare con severità i giovani dèi, ma questi si allearono contro di lui e lo derubarono dei suoi poteri creativi. La Madre primordiale, allora, cercò di vendicarsi, ma il dio che aveva guidato la rivolta contro il Padre primordiale fece una nuova proposta: invitiamo il suo giovane figlio a unirsi all'assemblea degli dèi e diamogli la supremazia, affinché sia proprio lui, da solo, ad andare a combattere contro il "mostro" che la loro madre si era rivelata essere. Ottenuta la supremazia, il giovane dio - Marduk, secondo la versione babilonese - affrontò la madre e, dopo una feroce battaglia, la sconfisse e la divise in due parti: con una parte fece il Cielo, con l'altra la Terra. Quindi fissò un ordine preciso nei cieli, assegnando a ogni dio celeste una posizione permanente. Sulla Terra creò le montagne, i mari e i fiumi, le stagioni e la vegetazione. Sul modello della dimora celeste fece costruire sulla Terra Babilonia e il suo alto tempio, poi diede a tutti, dèi e uomini, compiti, comandamenti e rituali da seguire. Gli dèi allora proclamarono Marduk divinità suprema e gli attribuirono i "cinquanta nomi", cioè le prerogative e il rango numerico della massima sovranità. Quando poi vennero alla luce altre tavolette e frammenti, divenne evidente che questo non era un semplice testo letterario, bensì la più sacra opera storico-religiosa di Babilonia, che veniva letta come parte dei rituali del Nuovo Anno. La versione babilonese, che mirava a propagandare la supremazia di Marduk, faceva di lui l'artefice della Creazione, ma diverse prove dimostrano che in realtà quest'opera epica rappresentò una magistrale operazione religioso-politica, con la quale si cercò di adattare alle "esigenze di stato" antichi racconti sumerici, che avevano come protagonisti Anu, Enlil e Ninurta. Comunque si chiamino gli attori di questa rappresentazione divina, ciò che è certo è che essa è antica quanto la civiltà sumerica. Molti studiosi la considerano una sorta di opera filosofica - la versione più antica dell'eterna lotta tra bene e male - oppure un'allegoria dell'avvicendarsi di inverno ed estate, alba e tramonto, morte e risurrezione.

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