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mercoledì 30 settembre 2015

L'ATTERRAGGIO SULLA TERRA:La mappa stellare sumera che rappresenta il viaggio del dio "ENLIL" (2a e ultima parte)

Una tavoletta d'argilla rinvenuta tra le rovine della Biblioteca Reale di Ninive. Come molte altre tavole, è senza dubbio una copia assira di un più antico originale sumerico. A differenza degli altri documenti, però, questo è un disco di forma circolare; e, sebbene alcuni dei segni cuneiformi che reca incisi siano perfettamente conservati, quei pochi studiosi che si sono presi la briga di tentarne una decifrazione hanno finito per considerarlo "il più sconcertante documento mesopotamico". Nel 1912, L.W. King, allora curatore della parte di Antichità Assire e Babilonesi del British Museum di Londra, fece una copia precisa del disco, che risulta diviso in otto segmenti. La parte che ci è giunta intatta reca incise forme geometriche che non compaiono su nessun altro oggetto, disegnate e tracciate con notevole precisione: frecce, triangoli, linee che si intersecano e persino un'ellisse, cioè una curva di carattere geometrico-matematico che si riteneva sconosciuta ai popoli dell'antichità:
La strana e misteriosa targa d'argilla fu portata per la prima volta all'attenzione della comunità scientifica in occasione di un rapporto presentato alla British Royal Astronomical Society il 9 gennaio 1880. R.H.M. Bosanquet e A.H. Sayce, in una delle prime conferenze sull'astronomia babilonese, la definirono un planisfero (cioè la riproduzione di una superficie sferica su un piano) e annunciarono che alcuni dei segni cuneiformi «fanno pensare a misurazioni... sembrano avere qualche significato tecnico». I molti nomi di corpi celesti che appaiono negli otto segmenti del disco ne attestano indiscutibilmente il carattere astronomico. Bosanquet e Sayce erano particolarmente interessati ai sette "punti" che comparivano in uno dei segmenti: essi pensavano che potesse trattarsi di una rappresentazione delle fasi lunari, se non fosse per il fatto che questi punti si trovavano accanto a una linea che citava la "stella delle stelle" DIL.GAN e un corpo celeste chiamato APIN. I due studiosi, dunque, non riuscirono a fornire una spiegazione che andasse al di là di una corretta lettura dei valori fonetici dei segni cuneiformi e si limitarono a concludere che il disco era in realtà un planisfero celeste. Quando la Royal Astronomical Society pubblicò un disegno del planisfero, J. Oppert e P. Jensen fornirono una nuova, più accurata lettura dei nomi di alcune stelle e pianeti. Il Dr. Fritz Hommel, scrivendo su una rivista tedesca nel 1891, («Die Astronomie der Alten Chaldaer») attirò l'attenzione sul fatto che ciascuno degli otto segmenti del planisfero formava un angolo di 45°, dal che egli concludeva che la figura
rappresentava una mappa completa dei 360° dei cieli e che il punto focale indicava una certa localizzazione "nel cielo babilonese". Le cose rimasero a questo punto finché Ernst F. Weidner, dapprima in un articolo pubblicato nel 1912 (Zur Babylonischen Astronomie in «Babyloniaca») e poi nel suo famoso testo Handbuch der Babylonischen Astronomie (1915) analizzò in dettaglio la tavoletta, ma finì per concludere che non aveva alcun senso. La sua perplessità era dovuta al fatto che, mentre le forme geometriche e i nomi di stelle e pianeti scritti all'interno dei vari segmenti erano leggibili o comprensibili (anche se non se ne coglieva il significato e la funzione), le iscrizioni lungo le linee (disposte ad angoli di 45° l'una dall'altra) erano del tutto prive di senso. Vi era sempre una serie di sillabe ripetute nella lingua assira della tavoletta. Si leggeva per esempio:

lu  bur  di  lu  bur  di  lu  bur  di
bat  bat  bat  kash  kash  kash  kash  alu  alu  alu  alu

Weidner concluse che la targa aveva un carattere sia astronomico che astrologico e che veniva usata come tavola magica per gli esorcismi, così come molti altri testi in cui si trovavano serie di sillabe ripetute. E con questo mise a tacere ogni ulteriore interesse nei confronti di questo eccezionale reperto. Le iscrizioni della tavoletta, però, assumono un valore completamente diverso se tentiamo di leggerle non come segniparole assire, ma come sillabe-parole sumeriche, dal momento che la tavoletta riproduce senza dubbio una copia assira di un originale sumerico più antico. Consideriamo uno dei suoi segmenti (che identificheremo con il numero I):

na na naa naa na nu (lungo la linea discendente)
sha sha sha sha sha sha (lungo la circonferenza)
sham sham bur bur Kur (lungo la linea orizzontale)

questa serie di sillabe apparentemente prive di senso acquistano immediatamente significato se le interpretiamo alla luce delle parole-sillabe sumeriche:
Il documento si rivela così essere una mappa di rotta, che illustra la via per la quale il dio Enlil "andava per i pianeti" e include alcune istruzioni operative. La linea inclinata a 45° sembra indicare la linea di discesa di una nave spaziale da un punto "alto alto alto alto", attraverso "nubi di vapore" e una zona più bassa priva di vapore, verso un punto dell'orizzonte, dove cielo e terra si incontrano. Nei pressi della linea dell'orizzonte, si dà istruzioni agli astronauti di "regolare regolare regolare" gli strumenti in vista dell'avvicinamento finale; poi, via via che si accostano al terreno, si accendono "razzi razzi" per rallentare la navetta, che tuttavia deve ancora sollevarsi ("salita") prima di atterrare perché deve passare sopra un territorio montuoso o impervio ("montagna montagna"). I dati che questo segmento ci fornisce si riferiscono chiaramente a un viaggio spaziale compiuto da Enlil in persona. Il disegno è composto da due triangoli collegati da una linea che forma un angolo. La linea rappresenta una rotta, dal momento che l'iscrizione che l'accompagna afferma a chiare lettere che "il dio Enlil passava per i pianeti". Il punto di partenza è il triangolo a sinistra, che rappresenta le regioni più lontane del sistema solare; l'area di arrivo è invece quella sulla destra, dove tutti i segmenti convergono verso il punto di atterraggio. Il triangolo a sinistra, con la base aperta, è simile a un segno già conosciuto della scrittura pittografica del Vicino Oriente, che significa "il dominio del sovrano, la terra montuosa". Il triangolo a destra è invece individuato dall'iscrizione shu-ut-il Enlil ("Via del dio Enlil"); l'espressione, come già sappiamo, indica i cieli settentrionali della Terra. La linea angolata, dunque, collega quello che riteniamo essere il Dodicesimo Pianeta - "il dominio del sovrano, la terra montuosa" - con i cieli terrestri. La rotta passa tra due corpi celesti: Dilgan e Apin. Alcuni studiosi hanno avanzato l'ipotesi che questi fossero nomi di stelle lontane o di parti di costellazioni, ma il significato dei nomi stessi porta a escludere tale possibilità: DIL.GAN vuol dire infatti, letteralmente, "la prima stazione"; e APIN, "dove viene stabilita la rotta giusta". Il significato dei nomi indicherebbe quindi stazioni intermedie, punti da oltrepassare. Tendiamo perciò ad accreditare l'opinione di illustri studiosi come Thompson, Epping e Strassmaier che identificavano Apin con il pianeta Marte. In questo caso la mappa acquista un significato ben chiaro: la rotta tra il Pianeta della Sovranità e i cieli terrestri passava tra Giove ("la prima stazione") e Marte ("dove viene stabilita la rotta giusta"). Questo tipo di terminologia, che legava i nomi descrittivi dei pianeti al loro ruolo nel viaggio spaziale dei Nefilim, corrisponde perfettamente ai nomi e agli epiteti contenuti nella lista dei sette pianeti Shu. Quasi a confermare ulteriormente le nostre conclusioni, l'iscrizione che afferma che quella era la rotta di Enlil compare al di sotto di una fila di sette punti: i sette pianeti che vanno da Plutone alla Terra. È naturale, allora, che gli altri quattro corpi celesti, quelli della "zona di confusione", appaiano separati, al di là dei cieli settentrionali della Terra e della fascia celeste. Che si tratti di una mappa spaziale e di una sorta di manuale di volo risulta evidente anche dagli altri segmenti che sono giunti intatti fino a noi. Proseguendo in senso antiorario, la parte leggibile del successivo frammento riporta l'iscrizione: "prendere prendere prendere trasmettere trasmettere trasmettere completare completare". Nel terzo segmento, dove si vede una parte della insolita ellisse, le iscrizioni leggibili comprendono tra l'altro "kakkab SIB.ZI.AN.NA... inviato di AN.NA... divinità ISHTAR", e l'interessante espressione: "Divinità NI.NI supervisore della discesa". Nel quarto segmento, che sembra contenere direttive su come stabilire la destinazione prendendo come punto di riferimento un determinato gruppo di stelle, la linea di discesa è specificamente identificata con la linea del cielo: la parola cielo è ripetuta undici volte sotto la linea stessa. Il segmento rappresenta forse una fase del volo più vicina alla Terra, al luogo dell'atterraggio? Potrebbe essere questo il senso della scritta che compare sopra la linea orizzontale: "colline colline colline colline cima cima cima cima città città città città". L'iscrizione centrale dice: "kakkab MASH.TAB.BA [Gemelli] il cui incontro è stabilito: kakkab SIB.ZI.AN.NA [Giove] fornisce conoscenza". Sembra davvero che i vari segmenti indichino una sequenza successiva di avvicinamento, tanto che si ha quasi la sensazione di condividere l'eccitazione dei Nefilim a mano a mano che si avvicina il porto spaziale sulla Terra. Il segmento successivo, che di nuovo identifica la linea di discesa con "cielo cielo cielo", annuncia anche:

nostra luce nostra luce nostra luce
cambio cambio cambio cambio
osservare sentiero e terreno elevato
...terra piatta...

La linea orizzontale contiene per la prima volta dei numeri:

razzo salire planare
40 40 40
40 40 20 22 22

La linea superiore del successivo segmento non dice più "cielo cielo", ma "canale canale 100 100 100 100 100 100 100". Si distingue inoltre una sorta di schema in questo segmento che ci è giunto, purtroppo, molto danneggiato. Lungo una delle linee è incisa la parola "Ashshur", che può significare "Colui che vede" o "vedente". Il settimo segmento è troppo lacunoso per fornirci altre informazioni; le poche sillabe che riusciamo a distinguere significano "lontano lontano... vista vista", e l'istruzione è "premere". L'ottavo e ultimo segmento, però, è quasi completo. Linee direzionali, frecce e iscrizioni indicano un percorso tra due pianeti. Le iscrizioni di "sollevare montagna montagna" rivelano quattro serie di croci, due volte con la scritta "carburante acqua cereali" e due volte "vapore acqua cereali". Questo segmento ha a che fare con i preparativi del volo verso la Terra o con lo stoccaggio degli alimenti per il viaggio di ritorno verso il Dodicesimo Pianeta? Propendiamo per la seconda ipotesi, poiché la linea con la freccia che punta verso il luogo dell'atterraggio sulla Terra termina, all'altra estremità, con un'altra "freccia" rivolta nella direzione opposta e recante la scritta "Ritorno".
Quando Ea fece in modo che "Adapa prendesse la via del Cielo" e Anu lo scoprì, disse:

Perché Ea, a un umano indegno
ha svelato il piano Cielo-Terra
rendendolo superiore agli altri,
facendo per lui uno Shem?

Nel planisfero che abbiamo appena decifrato, ciò che vediamo è proprio una mappa di questa rotta, del "piano Cielo- Terra": con segni e parole i Nefilim ci hanno illustrato la rotta tra il loro pianeta e il nostro. Alcuni testi antichi che trattano delle distanze tra corpi celesti ci risultano assolutamente incomprensibili e inspiegabili a meno che non li interpretiamo nell'ottica di viaggi spaziali dal Dodicesimo Pianeta. Uno di questi testi, rinvenuto tra le rovine di Nippur e databile a circa 4.000 anni fa, è oggi conservato nella Collezione Hilprecht all'Università di Jena, in Germania. O. Neugebauer (The Exact Sciences in Antiquity, «Le scienze esatte nell'antichità») accertò che la tavoletta era senza dubbio una copia di un originale precedente; essa fornisce le proporzioni delle distanze celesti a cominciare da quella tra Luna e Terra e proseguendo poi nello spazio fino a sei altri pianeti.
La seconda parte del testo sembra fornire le formule matematiche per risolvere un certo problema interplanetario, stabilendo (secondo alcune interpretazioni):

40  4  6  40 x 9  è  6  40
13 kasbu 10 ush mul SHU.PA
eli mul GIR sud
40  4  20  6  40 x 7  è  5  11  6  40
10 kasbu 11 ush 6+ gar 2 u mul GIR tab
eli mul SHU.PA sud

Non c'è pieno accordo, tra gli studiosi, sull'interpretazione da dare alle misurazioni contenute in questa parte del testo (il custode della Collezione Hilprecht di Jena mi ha recentemente scritto una lettera suggerendomi una nuova lettura dei dati). È chiaro, comunque, che quelle che sono qui misurate sono le distanze da SHU.PA (Plutone). Soltanto i Nefilim, che attraversavano le orbite planetarie, avrebbero potuto elaborare tali formule, anche perché soltanto loro avevano bisogno di questi dati. Occorreva infatti tener conto del fatto che tanto il loro pianeta quanto il nostro erano in continuo movimento e che perciò essi dovevano dirigersi non dove stava la Terra al momento del decollo, ma nel punto in cui essa si sarebbe trovata al momento dell'atterraggio. Si potrebbe dire che i Nefilim mettevano a punto le loro traiettorie proprio come fanno gli scienziati moderni quando progettano missioni verso la Luna o altri pianeti. La navicella veniva probabilmente lanciata dal Dodicesimo Pianeta in direzione dell'orbita stessa del pianeta dei Nefilim, ma molto prima del suo arrivo in vicinanza della Terra. Basandosi su questo e su una miriade di altri fattori, Amnon Sitchin, studioso di ingegneria aeronautica, ha individuato due possibili traiettorie per la navetta spaziale. La prima prevedeva il lancio della navicella dal Dodicesimo Pianeta prima che questo raggiungesse il suo apogeo (il punto più lontano); in questo caso non occorreva molta energia e la navetta non doveva tanto cambiare rotta quanto rallentare. Mentre il Dodicesimo Pianeta (che possiamo considerare come un veicolo anch'esso in moto nello spazio, anche se di dimensioni enormi) proseguiva nella sua grande orbita ellittica, la navicella seguiva una sua orbita ellittica molto più breve e raggiungeva la Terra molto in anticipo rispetto al Dodicesimo Pianeta. Questa prima rotta presentava vantaggi e svantaggi per i Nefilim. Dal momento che la durata di tutte le cariche e le altre attività dei Nefilim sulla Terra veniva quasi sempre misurata sulla base di un'orbita completa (un anno per i Nefilim, corrispondente, come abbiamo già visto, a 3.600 anni terrestri), possiamo dedurre che essi preferissero la seconda alternativa, quella di un viaggio breve e di una permanenza nei cieli della Terra in coincidenza con l'arrivo del Dodicesimo Pianeta stesso. In questo caso il lancio della navetta spaziale (C) doveva avvenire quando il Dodicesimo Pianeta si trovava circa a metà strada nel suo percorso di ritorno dall'apogeo. Poiché la velocità del pianeta stesso aumentava rapidamente, la navicella aveva bisogno di motori potenti per superare il proprio pianeta e arrivare sulla Terra (D) alcuni anni terrestri prima che vi giungesse il Dodicesimo Pianeta.
Sulla base di complessi dati tecnici, oltre che di indizi contenuti nei testi mesopotamici, pare che i Nefilim adottassero per le loro missioni sulla Terra lo stesso metodo utilizzato dalla NASA per quelle sulla Luna: quando la navetta spaziale si avvicinava al pianeta al quale era diretta (Terra), si metteva in orbita attorno ad esso senza atterrare; quindi dall'astronave veniva sganciato un veicolo più piccolo che procedeva al vero e proprio atterraggio. Per quanto difficile fosse l'atterraggio, il decollo dalla Terra doveva esserlo certamente di più. La navetta più piccola doveva raggiungere quella più grande, la quale a sua volta doveva accendere i suoi motori e accelerare al massimo per raggiungere il Dodicesimo Pianeta, mentre questo passava il perigeo tra Giove e Marte alla sua massima velocità orbitale. Il Dr. Sitchin ha calcolato che vi erano tre punti, nell'orbita dell'astronave attorno alla Terra, che si prestavano a una spinta in direzione del Dodicesimo Pianeta; a seconda del punto prescelto, i Nefilim avevano la possibilità di raggiungere il Dodicesimo Pianeta in un periodo compreso tra 1,1 e 1,6 anni terrestri. Per avvicinarsi, atterrare e ripartire dalla Terra erano necessari terreni adatti, una guida dalla Terra stessa e un perfetto coordinamento con il proprio pianeta. Come vedremo, i Nefilim potevano disporre di tutto ciò.

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