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domenica 27 settembre 2015

L'ATTERRAGGIO SULLA TERRA : Il viaggio spaziale dei Nefilim dal loro pianeta alla Terra rappresentato dalle 7 stazioni della processione di Marduk (1a parte)


Di tutto l'universo, finora, noi abbiamo messo piede soltanto sulla Luna e abbiamo mandato sonde automatiche a esplorare i pianeti più vicini a noi. Al di là dei nostri "vicini", però, lo spazio interplanetario e quello interstellare sono ancora al di fuori del raggio d'azione dei nostri mezzi di osservazione, anche dei più piccoli. Il Dodicesimo Pianeta, invece, con la sua orbita tanto estesa, sarà sicuramente servito ai Nefilim come "osservatorio viaggiante", portandoli attraverso le orbite di tutti i pianeti più esterni e consentendo loro di osservare per primi anche gran parte del sistema solare. Non stupisce, allora, che quando arrivarono sulla Terra, molte delle conoscenze che portarono con sé riguardavano l'astronomia e la matematica celeste. I Nefilim, "Dèi del Cielo" sulla Terra, insegnarono all'uomo a guardare in su, a osservare i cieli - proprio come Yahweh ordinò ad Abramo di fare. E non c'è da stupirsi neppure quando constatiamo che anche i più antichi e rozzi disegni e sculture recavano simboli celesti di costellazioni e pianeti; e che quando si doveva rappresentare o invocare le divinità, si usava una sorta di "segno stenografico" del loro simbolo celeste. Invocando i simboli celesti ("divini") l'uomo non era più solo: quei simboli mettevano in comunicazione la progenie terrestre con i Nefilim, la Terra con il Cielo, l'umanità con l'universo. Alcuni di questi simboli, poi, fornivano anche, a nostro avviso, informazioni che potevano riferirsi solo a viaggi spaziali verso la Terra.Tra le antiche fonti troviamo innumerevoli testi ed elenchi che trattano dei corpi celesti e della loro associazione con varie divinità. L'abitudine degli antichi di assegnare diversi epiteti sia ai corpi celesti sia alle divinità ha tuttavia reso talvolta difficile l'identificazione; anche nei casi in cui questa era già accertata, come per esempio per Venere/Ishtar, il quadro veniva confuso dai cambiamenti intervenuti nel pantheon: Venere, infatti, anticamente era associata a Ninhursag. Per fare un po' di chiarezza, alcuni studiosi, come E.D. Van Buren (Symbols of the Gods in Mesopotamian Art, «Simboli degli dèi nell'arte mesopotamica»), raccolsero e suddivisero gli 80 e più simboli di dèi e corpi celesti visibili su sigilli cilindrici, sculture, stele, bassorilievi, pitture murali e soprattutto sui cippi confinari (kudurru in accadico), dove essi sono in genere riprodotti con molta chiarezza e precisione. Una volta classificati i simboli, appare evidente che, oltre ad alcune delle più note costellazioni meridionali o settentrionali (come il Serpente di mare per la costellazione dell'Idra), essi rappresentavano sia le dodici costellazioni dello zodiaco, sia i dodici Dèi del Cielo e della Terra sia i dodici membri del nostro sistema solare. Il kudurru innalzato da Melishpak, re di Susa  raffigura per esempio i dodici simboli dello zodiaco e i simboli dei dodici Dèi astrali. Una stele eretta dal re assiro Esarhaddon mostra il sovrano, con in mano la Coppa della Vita, rivolto verso i dodici Dèi principali del Cielo e della Terra. Quattro di essi stanno sopra altrettanti animali: di questi si possono facilmente identificare Ishtar sul leone e Adad che tiene in mano il fulmine. Altri quattro dèi sono rappresentati dagli oggetti che costituiscono i loro attributi specifici, come il dio della guerra, Ninurta, simboleggiato dal bastone con la testa a forma di leone. Gli ultimi quattro dèi sono raffigurati come corpi celesti: il Sole (Shamash), il Globo Alato (il Dodicesimo Pianeta, la dimora di Anu), la falce di Luna e, per ultimo, un simbolo formato da sette piccoli cerchi (figura 116).
Sebbene in un'epoca più tarda la falce di Luna fosse associata al dio Sin, vi sono inconfutabili prove che anticamente essa fosse il simbolo di una divinità anziana e barbuta, uno di quelli che possiamo davvero definire "gli antichi dèi" di Sumer. Circondato spesso da rivoli d'acqua, questo dio era certamente Ea. La falce di Luna era associata anche alla scienza della misurazione e dei calcoli, della quale Ea era il divino maestro. Ed era giusto che al dio dei mari e degli oceani, Ea appunto, venisse associata come controparte celeste proprio la Luna, che determina il moto delle maree. Ma qual era il significato dei sette cerchiolini? Molti indizi fanno pensare che si tratti del simbolo celeste di Enlil. Una scultura raffigurante la Porta di Anu (il Globo Alato) con a fianco Ea ed Enlil (cfr. figura 87), rappresenta questi ultimi con la falce di Luna e i sette piccoli cerchi. Alcune delle più chiare raffigurazioni di simboli celesti che vennero meticolosamente copiate da Sir Henry Rawlinson (The Cuneiform Inscriptions of Western Asia, «Le iscrizioni cuneiformi dell'Asia occidentale») assegnano una posizione preminente a un gruppo di tre simboli, che rappresentano Anu e i suoi due figli: in queste raffigurazioni Enlil era simboleggiato sia dai sette cerchi sia da una "stella" a sette punte. L'elemento centrale della rappresentazione celeste del dio Enlil sembra dunque essere il numero sette (talvolta veniva inclusa anche la figlia, Ninhursag, rappresentata dallo strumento per tagliare il cordone ombelicale) (figura 117).
Gli studiosi non hanno saputo spiegarsi un'affermazione di Gudea, re di Lagash, il quale disse che "il 7 celeste è 50". Ogni tentativo di soluzione basato su calcoli matematici non servì a raggiungere lo scopo; noi, però, azzardiamo un'ipotesi molto semplice: Gudea voleva dire che il corpo celeste che è "sette" rappresenta il dio che è "cinquanta"; in altre parole, Enlil, il cui "numero di rango" era 50, aveva come controparte celeste il settimo pianeta. Qual era, dunque, il settimo pianeta, il pianeta di Enlil? Ripensiamo per un attimo ai testi che parlano dei primissimi tempi, quelli in cui gli dèi scesero sulla Terra e, mentre Anu rimase sul Dodicesimo Pianeta, i suoi due figli, giunti sulla Terra, tirarono a sorte per stabilire le rispettive aree di dominio: a Ea fu data la "sovranità sul Profondo", mentre a Enlil toccò il dominio della Terra. A questo punto tutto è ormai chiaro: il pianeta di Enlil era la Terra. Era proprio la Terra, per i Nefilim, il settimo pianeta. Nel febbraio del 1971 gli Stati Uniti lanciarono nello spazio una navetta spaziale automatica, che doveva compiere la missione più lunga mai effettuata fino ad allora. Essa viaggiò per 21 mesi, passò Marte e la fascia degli asteroidi e si diresse, secondo uno schema rigidamente prefissato, verso Giove. Poi, come gli scienziati della NASA avevano previsto, l'immensa forza gravitazionale di Giove "afferrò" la navetta e la scagliò nello spazio esterno. Gli scienziati del Pioneer 10, prevedendo che un giorno la navetta potesse venir attratta dalla forza gravitazionale di un altro "sistema solare" e scontrarsi con qualche altro pianeta dell'universo, legarono alla navetta una placca di alluminio con un "messaggio" inciso (figura 118).
Il messaggio è scritto in una lingua pittografica, fatta di segni e simboli non molto diversi da quelli usati nella prima forma di scrittura pittografica di Sumer. Esso cerca di spiegare a chiunque trovi la placchetta le caratteristiche generali del nostro pianeta e dei suoi abitanti: fornisce indicazioni sulla differenziazione tra maschio e femmina e sulla forma e dimensioni dei terrestri in rapporto alla navetta spaziale; indica poi i due elementi base del nostro mondo e la localizzazione del nostro pianeta in rapporto a una determinata sorgente interstellare di emissioni radio. Rappresenta poi il nostro sistema solare come un Sole con nove pianeti, specificando che la navetta proviene dal terzo pianeta di questo Sole. La nostra astronomia si basa infatti sul presupposto che la Terra sia il terzo pianeta - e in effetti è così se si comincia a contare dal centro del sistema, cioè dal Sole. Ma se qualcuno si avvicinasse al nostro sistema solare dall'esterno, incontrerebbe come:
-primo pianeta Plutone,
-come secondo Nettuno, 
-come terzo Urano - non la Terra. 
-Il quarto sarebbe Saturno; 
-il quinto Giove; 
-il sesto Marte. 
-E la Terra sarebbe il settimo. 
Soltanto i Nefilim, giunti sulla Terra dopo essere passati vicino a Plutone, Nettuno, Urano, Saturno, Giove e Marte, potevano considerare la Terra come "il settimo" pianeta. Anche se, a titolo puramente accademico, volessimo affermare che gli abitanti dell'antica Mesopotamia erano in grado di calcolare la posizione della Terra non partendo dal Sole, ma dal limite esterno del sistema solare, ne dovremmo concludere che questi popoli antichi sapevano dell'esistenza di Plutone, Nettuno e Urano. E dal momento che non potevano aver scoperto da soli questi pianeti più esterni, è evidente che l'informazione doveva esser venuta loro dai Nefilim.Da qualunque presupposto si parta, quindi, la conclusione è la stessa: soltanto i Nefilim potevano sapere che esistevano dei pianeti al di là di Saturno e che perciò la Terra - se si comincia a contare dall'esterno - è il settimo pianeta. La Terra non è l'unico pianeta la cui posizione numerica all'interno del sistema solare veniva rappresentata simbolicamente. Anche Venere - che è l'ottavo pianeta, subito dopo la Terra, contando dall'esterno - veniva raffigurata come una stella a otto punte. Lo stesso simbolo indicava anche la dea Ishtar, associata a Venere (figura 119).
Molti sigilli cilindrici e altri reperti grafici raffigurano Marte come sesto pianeta. Un sigillo raffigura il dio associato a Marte (in origine Nergal, poi Nabu), seduto su un trono al di sopra del quale campeggia come suo simbolo una "stella" a sei punte (figura 120). Gli altri simboli sul sigillo rappresentano il Sole (più o meno come lo disegneremmo oggi), la Luna e la croce, simbolo del "Pianeta dell'Attraversamento", il Dodicesimo Pianeta. In epoca assira, la posizione numerica del pianeta associato a una divinità veniva indicata con un numero corrispondente di simboli stellari posti a lato del trono del dio: una placca raffigurante Ninurta presentava, per esempio, quattro simboli stellari vicino al suo trono. Il pianeta corrispondente a Ninurta, Saturno, è infatti il quarto pianeta, sempre contando dall'esterno verso l'interno. Analoghe raffigurazioni sono state trovate per quasi tutti gli altri pianeti. Il principale evento religioso dell'antica Mesopotamia, la "Festa del Nuovo Anno", che durava dodici giorni, era carica di un simbolismo che aveva a che fare con l'orbita del Dodicesimo Pianeta, la struttura del sistema solare e il viaggio dei Nefilim verso la Terra. I rituali babilonesi per il Nuovo Anno costituivano la più documentata di queste "manifestazioni di fede", ma diverse prove dimostrano che i Babilonesi si limitarono a copiare tradizioni che risalivano alle origini della civiltà sumerica. A Babilonia la festa si svolgeva secondo un rigido e dettagliato rituale; ogni parte, ogni atto o preghiera aveva, secondo la tradizione, un significato specifico. Le cerimonie avevano inizio il primo giorno di Nisan, che era allora il primo mese dell'anno e che coincideva con l'equinozio di primavera. Per undici giorni, gli altri dèi celesti si univano a Marduk secondo un ordine prefissato; poi, il dodicesimo giorno, tutti gli altri dèi se ne tornavano alle rispettive dimore lasciando Marduk solo nel suo splendore. È evidente il parallelismo con l'apparizione di Marduk nel sistema solare, la sua "visita" agli altri undici membri del sistema solare e la separazione il dodicesimo giorno - in seguito alla quale il Dodicesimo Dio proseguiva da solo, come re degli dèi, ma separato da loro. Le Festività del Nuovo Anno richiamavano chiaramente il corso del Dodicesimo Pianeta. I primi quattro giorni, che corrispondevano al passaggio di Marduk vicino ai primi quattro pianeti (Plutone, Nettuno, Urano e Saturno), erano giorni di preparazione. Al termine del quarto giorno, il rituale segnava l'apparizione del pianeta Iku (Giove) nel raggio visivo di Marduk. Il Marduk celeste si avvicinava al luogo della battaglia celeste; simbolicamente, l'alto sacerdote cominciava a recitare l'Epica della Creazione, cioè il racconto della battaglia
celeste. La notte trascorreva insonne. All'alba del quinto giorno, terminato il racconto della battaglia celeste, il rituale imponeva la proclamazione, per dodici volte, di Marduk "Signore": ciò significava che dopo la battaglia celeste i membri del sistema solare erano diventati dodici. E infatti si procedeva a nominarli tutti, uno per uno, seguiti dalle dodici costellazioni zodiacali. Nel corso del quinto giorno il dio Nabu, figlio ed erede di Marduk, arrivava in barca dal suo centro di culto, Borsippa. Nel recinto del tempio di Babilonia entrava però solo al sesto giorno, perché ormai Nabu era entrato a far parte del pantheon babilonese dei Dodici e il pianeta a lui associato era Marte, il sesto pianeta. Secondo il Libro della Genesi «il Cielo e la Terra e tutta la loro schiera» furono creati in sei giorni. I rituali babilonesi che celebravano gli eventi celesti che portarono alla creazione della fascia degli asteroidi e della Terra si compivano anch'essi nei primi sei giorni di Nisan. Il settimo giorno i festeggiamenti si rivolgevano alla Terra. Anche se la documentazione che possediamo sui rituali del settimo giorno non è particolarmente abbondante, H. Frankfort (Kingship and the Gods, «La sovranità e gli dèi») ritiene che quel giorno si mettesse in scena una sorta di rappresentazione in cui gli dèi, Nabu per primo, rievocavano la liberazione di Marduk dalla sua prigionia nelle "Montagne della Terra inferiore". Poiché sono stati trovati dei testi che narrano con dovizia di dettagli le lotte tra Marduk e altri pretendenti al domino sulla Terra, possiamo supporre che gli avvenimenti del settimo giorno rievocassero appunto la lotta di Marduk per la supremazia sulla Terra (il "settimo" pianeta), le sue iniziali sconfitte, fino alla vittoria finale e alla conquista del potere. L'ottavo giorno dei festeggiamenti Marduk, vittorioso, riceveva dagli altri dèi i poteri supremi; quindi, il giorno seguente, tutti insieme - gli dèi, il re e il popolo - portavano Marduk in processione dalla sua casa, posta all'interno del sacro recinto della città, alla "casa di Akitu", in qualche punto fuori dalla città. Marduk e gli altri undici dèi restavano qui per tutto l'undicesimo giorno; infine, il dodicesimo, i vari dèi tornavano alle rispettive case e i festeggiamenti si chiudevano. Tra i molti aspetti della festa babilonese che rivelano la sua origine antica, sumerica, uno dei più significativi era quello della "casa di Akitu". Diversi studi, tra cui The Babylonian Akitu Festival («La festa babilonese di Akitu») di S.A. Pallis hanno accertato che questa casa compariva nelle cerimonie religiose a Sumer fin dal III millennio a.C. Il nucleo centrale della cerimonia era costituito da una processione sacra che vedeva il dio regnante lasciare la sua dimora o il tempio e recarsi, con diverse fermate, in un luogo ben conosciuto che si trovava fuori dalla città. Il viaggio veniva compiuto a bordo di una speciale imbarcazione, una "Nave Divina". Il re, quindi,dopo aver portato a termine felicemente qualunque missione lo attendesse alla Casa di A.KI.TI, ritornava in città sempre con la stessa Nave Divina, fra ali di folla che si congratulavano e festeggiavano. Il termine sumerico A.KI.TI (dal quale è derivato il babilonese akitu) significava letteralmente "costruire sulla vita della Terra"; e ciò, unito ai vari aspetti del misterioso viaggio, ci porta a concludere che la processione doveva simboleggiare il viaggio, rischioso ma poi coronato da successo, dei Nefilim dalla loro dimora al settimo pianeta, la Terra. Correlando i risultati di circa un ventennio di scavi nel sito dell'antica Babilonia con i testi rituali babilonesi, le équipes di studiosi coordinate da F. Wetzel e F.H. Weissbach (Das Hauptheiligtum des Marduks in Babylon) riuscirono a ricostruire il recinto sacro di Marduk, i caratteri architettonici del suo ziggurat e la Via della Processione, porzioni della quale furono ricostruite al Museo dell'Antico Medio Oriente di Berlino.
I nomi simbolici delle sette fermate, o stazioni, e gli epiteti attribuiti a Marduk in ognuna di esse erano dati in lingua sia accadica sia sumerica, a conferma tanto dell'antichità quanto dell'origine sumerica della processione e del suo simbolismo. La prima stazione di Marduk, presso la quale l'epiteto del dio era "Condottiero dei Cieli", si chiamava "Casa della santità" in accadico e "Casa delle fulgide acque" in sumerico. L'epiteto di Marduk alla seconda stazione è illeggibile, mentre la stazione stessa era chiamata "Dove il campo si separa". Il nome parzialmente mutilato della terza stazione cominciava con le parole «Ubicazione rivolta verso il pianeta...» e l'epiteto del dio qui diventava "Signore del fuoco scaturito". La quarta stazione si chiamava "Luogo sacro dei destini" e l'appellativo di Marduk era "Signore della tempesta delle acque di An e Ki". La quinta stazione sembrava meno turbolenta: si chiamava "la Strada" e Marduk diventava "Dove appare la parola del pastore". Navigazione più tranquilla anche verso la sesta stazione, denominata "La nave del viaggiatore"; qui l'epiteto di Marduk cambiava in "Dio della porta segnata". La settima stazione era Bit Akitu ("casa della costruzione della vita sulla Terra") e Marduk prendeva il titolo di "Dio della casa del riposo". A nostro avviso le sette stazioni della processione di Marduk rappresentavano il viaggio spaziale dei Nefilim dal loro pianeta alla Terra. La prima stazione, la "casa delle fulgide acque" rappresentava il passaggio vicino a Plutone; la seconda ("Dove il campo si separa") corrispondeva a Nettuno; la terza a Urano; la quarta - un luogo di tempeste celesti - a Saturno; la quinta, dove "la Strada" diventava più chiara, "dove appare la parola del pastore" era Giove; la sesta, "la nave del viaggiatore", era Marte. E la settima stazione era la Terra - la fine del viaggio, dove Marduk creava la "casa del riposo", che per il dio era "la casa della costruzione della vita sulla Terra". Cerchiamo ora di vedere il sistema solare con gli occhi dei Nefilim che si preparavano ad attraversare lo spazio per giungere sulla Terra. Esso appariva loro diviso in due parti. La zona di maggior interesse, ovviamente, era quella del volo, cioè lo spazio dei sette pianeti compresi tra Plutone e la Terra. La seconda parte, al di là della zona di navigazione, era composta da quattro corpi celesti: la Luna, Venere, Mercurio e il Sole. In astronomia, come nella genealogia divina, i due gruppi erano nettamente distinti. Dal punto di vista genealogico, Sin (la Luna) era il capo del gruppo dei "quattro". Shamash (il Sole) era suo figlio e Ishtar (Venere) sua figlia. Adad (Mercurio), fratello di Sin, era lo "zio", sempre in compagnia del nipote Shamash e - soprattutto - della nipote Ishtar. Gli altri "sette" erano sempre citati insieme nei testi che trattavano delle vicende divine e di quelle umane, oltre che degli eventi celesti. Erano "i sette che giudicano", "i sette inviati di Anu, il loro re", ed era proprio per loro che il numero sette aveva assunto un carattere di sacralità. Sette erano le "antiche città"; ogni città aveva sette porte; ogni porta aveva sette sbarre; nelle benedizioni si invocavano sette anni di abbondanza; nelle maledizioni, peste e carestia per sette anni; i matrimoni divini si festeggiavano con "sette giorni d'amore", e così via. In occasione di cerimonie solenni come quelle che accompagnavano le rare visite in Terra di Anu e della sua consorte, alle divinità che rappresentavano i sette pianeti si assegnavano determinate posizioni e vesti cerimoniali, mentre i "quattro" venivano trattati come un gruppo separato. Per esempio, antiche regole di protocollo stabilivano: «Le divinità Adad, Sin, Shamash e Ishtar siederanno nella corte fino all'alba». Anche nei cieli ogni gruppo se ne stava nella sua zona, e i Sumeri pensavano addirittura che vi fosse una sorta di "sbarra celeste" che teneva separati i due gruppi. "Un importante testo astro-mitologico", secondo A. Jeremias (The Old Testament in the Light of the Ancient Near East, «L'Antico Testamento alla luce dell'antico Medio Oriente») parla di un grande evento celeste, che sarebbe avvenuto quando i sette «si avventarono contro la sbarra celeste». In questo rivolgimento, dietro al quale sta forse un insolito allineamento dei sette pianeti, «essi si allearono con l'eroe Shamash [il Sole] e con il valente Adad [Mercurio]», il che significa, forse, che tutti esercitavano una forte spinta gravitazionale in una sola direzione. «Nel frattempo Ishtar, che cercava una gloriosa dimora con Anu,tentò di diventare regina del Cielo»: Venere, dunque, si stava in qualche modo spostando verso una "dimora più gloriosa". Gli effetti maggiori di questo sommovimento li sentì Sin [la Luna]. «I sette che non temono le leggi... avevano stretto d'assedio Sin dispensatore di luce», provocandone dunque l'oscuramento. Secondo il testo, poi, la comparsa del Dodicesimo Pianeta avrebbe salvato la Luna facendola di nuovo "brillare nei cieli". Il gruppo dei quattro si trovava invece in una regione celeste che i Sumeri chiamavano GIR.HE.A ("acque celesti dove i razzi si confondono"), MU.HE ("confusione di navicelle spaziali") o UL.HE ("fascia di confusione"). Queste strane espressioni acquistano un senso se pensiamo che i Nefilim consideravano i cieli del sistema solare dal punto di vista dei loro viaggi spaziali. Solo di recente gli ingegneri del Comsat (Communications Satellite Corporation) hanno scoperto che il Sole e la Luna "confondono" i satelliti e li mandano "fuori squadra"; i satelliti in orbita attorno alla Terra, infatti, possono essere "confusi" da una pioggia di particelle provenienti dal Sole o da modificazioni nella riflessione dei raggi infrarossi da parte della Luna. Anche i Nefilim sapevano che le loro navicelle entravano in una "zona di confusione" quando, passata la Terra, si avvicinavano a Venere, Mercurio e al Sole. Separati dal gruppo dei quattro dalla presunta barra celeste, i sette stavano in un'area del cielo che i Sumeri chiamavano UB e che era formata da sette parti chiamate in accadico giparu ("residenze notturne"). Non c'è dubbio che sia proprio questa l'origine dei "sette cieli" in cui credono i popoli medioorientali. Le sette "sfere" dell'ub formavano l'accadico kishshatu ("la totalità"). Il termine derivava dal sumerico SHU, che aveva in sé anche il concetto di "parte più importante", "supremo". I sette pianeti, perciò, erano talvolta chiamati "i sette fulgidi SHU.NU", cioè i sette "che stanno nella parte suprema".I testi sumerici, babilonesi e assiri trattano il gruppo dei sette molto più dettagliatamente dei quattro, elencandoli nell'ordine giusto e fornendoci tutti i loro nomi ed epiteti. Molti studiosi moderni, partendo dal presupposto che nell'antichità non si conoscessero i pianeti al di là di Saturno, hanno avuto qualche difficoltà a identificare correttamente i pianeti citati nei testi; alla luce delle nostre scoperte, però, tali difficoltà scompaiono e l'identificazione diviene relativamente semplice. Il primo che i Nefilim incontravano avvicinandosi al sistema solare era Plutone. Negli elenchi mesopotamici esso viene chiamato SHU.PA ("supervisore dello SHU"), il pianeta posto a guardia della via d'accesso alla "parte suprema" del sistema solare. In un testo astronomico si dice che su Shupa «il dio Enlil fissava il destino della terra [di Sumer]»: qui, cioè, il dio, al comando di una navicella spaziale, fissava la rotta verso il pianeta Terra e la regione di Sumer. Dopo Shupa veniva IRU ("cappio"), corrispondente a Nettuno. Qui, probabilmente, la navetta dei Nefilim cominciava l'ampia curva (a forma di "cappio", appunto) verso la sua meta finale. Un altro elenco citava il pianeta con il nome di HUM.BA, che significa "vegetazione di palude". Non potrebbe essere che, quando arriveremo a esplorare Nettuno, scopriremo che la sua associazione con le acque deriva proprio dalle paludi che vi vedevano i Nefilim? Urano, il successivo, veniva chiamato Kakkab Shanamma ("pianeta che è doppio"). Urano, infatti, è talmente identico a Nettuno per forma e dimensioni da sembrare addirittura il suo gemello. Un elenco sumerico lo cita con il nome di EN.TI.MASH.SIG ("pianeta della fulgida vita verdeggiante"). Forse anche Urano è (o era) un pianeta ricco di umida vegetazione? Al di là di Urano sta Saturno, un pianeta enorme, grande quasi dieci volte più della Terra, caratteristico per i suoi anelli, che si estendono per un diametro due volte superiore a quello del pianeta stesso. Con la sua forte attrazione gravitazionale e con i suoi misteriosi anelli, Saturno doveva rappresentare un grosso problema per i Nefilim e per le loro navette. Forse è per questo che il quarto pianeta veniva chiamato TAR.GALLU ("il grande distruttore"), ma anche KAK.SI.DI ("arma di equità") e SI.MUTU ("colui che per giustizia uccide"). In tutte le civiltà dell'antico Medio Oriente il pianeta rappresentava il castigatore degli ingiusti; ma questo concetto, e i nomi stessi del pianeta, erano solo espressione di paura o si riferivano a reali incidenti avvenuti nei cieli? I rituali di Akitu, come abbiamo visto, facevano riferimento a "tempeste delle acque" tra An e Ki il quarto giorno - cioè quando la navetta si trovava tra Anshar (Saturno) e Kishar (Giove). Un antichissimo testo sumerico, considerato fin dal suo rinvenimento, nel 1912, "un antico testo di magia", racconta invece con tutta probabilità un avvenimento realmente accaduto, cioè la perdita nello spazio di una navicella e dei suoi 50 passeggeri. Si dice infatti che Marduk, arrivato a Eridu, corse da suo padre Ea portandogli notizie terribili:
«È stato creato come un'arma;
si è avventato contro come morte...
Gli Anunnaki, che sono cinquanta,
ha colpito...
Lo SHU.SAR volante, dall'aspetto di uccello,
ha colpito al cuore».
Il testo non precisa il soggetto dell'azione, non dice chi fu a distruggere lo SHU.SAR (il "supremo cacciatore" volante) e i suoi 50 astronauti, ma da altri testi sappiamo che la paura di un pericolo celeste si riferiva sempre a Saturno. Passato Saturno, infatti, i Nefilim dovevano provare un certo sollievo mentre si avvicinavano a Giove. Il quinto pianeta era chiamato Barbaru ("splendente"), come pure SAG.ME.GAR ("il grande, dove vengono allacciate le tute spaziali"). Un altro nome di Giove, SIB.ZI.AN.NA ("vera guida nei cieli") allude probabilmente al fatto che Giove rappresentava una specie di punto di riferimento celeste nel viaggio verso la Terra: qui, infatti, la navetta doveva curvare, nel difficile passaggio tra Giove e Marte, per entrare nella zona pericolosa della fascia degli asteroidi. Sembra dunque che proprio a questo punto del viaggio i Nefilim indossassero le loro tute spaziali. Marte veniva chiamato UTU.KA.GAB.A ("luce messa alla porta delle acque"), un nome che richiama alla mente le descrizioni sumeriche e bibliche della fascia degli asteroidi come "bracciale" celeste che separa le "acque superiori" dalle "acque inferiori" del sistema solare. Più precisamente, Marte assumeva anche il nome di Shelibbu ("uno vicino al centro" del sistema solare). Una strana incisione rinvenuta su un sigillo cilindrico suggerisce che, appena passato Marte, la navicella dei Nefilim in viaggio verso la Terra stabiliva una comunicazione con il centro di "controllo della missione" posto sul nostro pianeta (figura 121).
L'oggetto centrale della figura è il simbolo del Dodicesimo Pianeta, il globo alato. Esso, tuttavia, appare alquanto diverso, più meccanico, più artificiale che naturale. Le ali somigliano molto ai pannelli solari di cui le navette americane si servono per convertire in elettricità l'energia solare. Inconfondibili sono poi le due antenne che fuoriescono dal globo. Il veicolo di forma circolare, con una specie di corona sulla testa e lunghe ali e antenne, si trova nei cieli, tra Marte (la stella a sei punte) e la Terra con la sua Luna. Sulla Terra, una divinità stende la mano in segno di saluto verso un astronauta che si trova ancora nei cieli, vicino a Marte. L'astronauta indossa un elmetto con visiera e una corazza; la parte inferiore
della sua tuta somiglia a quella di un "uomo-pesce" - un accorgimento che forse si rendeva necessario in caso di atterraggio d'emergenza nell'oceano; con l'altra mano l'astronauta risponde al saluto che gli giunge dalla Terra. E infine, proseguendo il viaggio, si arrivava alla Terra, il settimo pianeta. Nell'elenco dei "sette dèi celesti" la Terra si chiamava SHU.GI ("luogo di riposo dello SHU"). Il suo nome significava anche "terra alla conclusione dello SHU", della Suprema Parte del sistema solare - la destinazione finale del lungo viaggio attraverso lo spazio. Mentre nell'antico Medio Oriente il suono gi veniva talvolta trasformato nel più familiare ki ("Terra", "terraferma"), la pronuncia e la sillaba gi sono giunte attraverso i secoli fino a noi nel loro significato originario, proprio quello che attribuivano loro i Nefilim: geografia, geometria, geologia.. Nelle prime forme di scrittura pittografica il segno SHU.GI significava anche shibu ("il settimo"). E i testi astronomici spiegavano:
Shar shadi il Enlil ana Kakkab SHU.GI ikabbi
«Il Signore delle Montagne,
la divinità Enlil,
è identico al pianeta Shugi».
Chissà se, in un futuro più o meno lontano, qualcuno di un altro pianeta troverà e capirà il messaggio inciso sulla placca metallica attaccata al Pioneer 10! E se qualcuno, in un passato lontano, avesse mandato anche a noi un messaggio di questo genere, un messaggio contenente informazioni sull'ubicazione del Dodicesimo Pianeta e sulla rotta verso la Terra?.......

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