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domenica 5 luglio 2015

Stonehenge

L’idea che i calendari potessero essere fatti di pietra potrebbe sembrarci strana, ma nell’antichità era assolutamente logica. Uno di questi calendari, che pone ancora oggi numerosi problemi di comprensione, si chiama Stonehenge. È formato da giganteschi blocchi di pietra che troneggiano solitari su una landa battuta dal vento nella verde Inghilterra, a nord della città di Salisbury, 130 chilometri circa a sud-ovest di Londra. Quei resti rappresentano un enigma che ha assillato, e continua ad assillare, generazioni di studiosi e di semplici curiosi, un mistero che ancora oggi pone la sua sfida agli storici, agli archeologi, agli astronomi. Il mistero che quei megaliti portano in sé si perde nella nebbia del tempo, ed è proprio il tempo, a nostro avviso, la chiave per comprendere i loro segreti. Stonehenge è stato definito "il più importante monumento preistorico di tutta l’Inghilterra", e questo basta da solo a giustificare tutta l’attenzione che gli è stata tributata nel corso dei secoli, soprattutto in tempi recenti. È stato definito - almeno dagli studiosi britannici - come assolutamente unico, poiché "non vi è nulla di simile in nessun’altra parte del mondo" (R.J.C. Atkinson, Stonehenge and Neighbouring Monuments); e ciò può spiegare come mai un manoscritto del XVIII secolo, nel catalogare i monumenti antichi dell’Europa occidentale, elenchi oltre 600 opere su Stonehenge. In effetti Stonehenge è il più grande e il più complesso degli oltre 900 antichi cerchi di pietra, legno o terra presenti nelle Isole Britanniche, ed è anche il più grande e complesso d’Europa. Eppure, a nostro avviso, l’aspetto più importante non è solo, o non è tanto, la sua unicità, ma al contrario la sua analogia con alcuni monumenti di altre parti del mondo; è lo scopo che questo monumento doveva avere nel momento specifico in cui fu costruito che lo rende parte della nostra versione della storia dell’umanità. Ed è solo all’interno di quest’ottica più ampia che, ne siamo certi, si può arrivare a una soluzione plausibile di questo mistero. Anche a coloro che non hanno visitato Stonehenge sarà senz’altro capitato di vedere, in fotografie o documentari, le caratteristiche più evidenti di questo antico complesso: gli enormi blocchi di pietra, alti circa quattro metri, uniti a due a due, in cima, da altrettanto massicci blocchi di pietra orizzontali, a formare tante strutture autonome tripartite (triliti) disposte a semicerchio e circondate a loro volta da un cerchio di analoghi enormi megaliti, collegati anch’essi in cima da grossi blocchi orizzontali tagliati in modo da formare un anello continuo. E anche se alcuni megaliti mancano e altri sono caduti, l’impressione che se ne riceve e proprio quella di una barriera, una «siepe di pietra», come sembra dire il nome inglese.


All’interno di questo enorme anello di pietra vennero collocati altri massi più piccoli, di una caratteristica pietra grigio-azzurra, a formare un cerchio più piccolo e poi un altro semicerchio interno al primo. Anche in questo caso, non tutti i monoliti sono ancora in piedi: alcuni mancano del tutto, altri sono lì per terra, come giganti caduti. Ad accrescere l’alone di mistero del sito vi sono altre pietre gigantesche sparse qua e là, molte delle quali conosciute con soprannomi di origine incerta: vi è per esempio la Pietra Altare, un blocco di pietra arenaria blu-grigia alto quasi cinque metri semisepolto tra un altro monolite e uno dei massi orizzontali che fanno da copertura agli altri. Nonostante una considere-vole opera restaurativa, molta parte della passata gloria di questa struttura si è persa per sempre. Eppure gli archeologi sono riusciti a ricostruire, partendo da ciò che è tuttora in piedi, come doveva apparire in origine l’intera struttura. L’anello più esterno, quello fatto di colonne legate da strutture orizzontali curvate, constava di 30 colonne in pietra, di cui 17 sono ancora in piedi. All’interno di questo cerchio ve ne era un altro formato da monoliti più piccoli, 29 dei quali sono giunti fino a noi. All’interno di questo secondo anello vi erano poi 5 coppie di triliti, che sulle cartine sono numerati da 51 a 60 (le assi di pietra orizzontali hanno una numerazione separata, formata da 100 più il numero delle colonne che l’asse collega: per esempio, l’asse che collega le colonne 51-52 ha il numero 152). Il semicerchio più interno era formato da 19 monoliti (un gruppo dei quali numerato da 61 a 72) e all’interno di essi - e precisamente sull’asse dell’intero complesso di Stonehenge - vi era la cosiddetta Pietra Altare; nel complesso questi cerchi concentrici di pietra seguivano lo schema tracciato nella fig 1a. Quasi come se si volesse accentuare l’importanza della forma circolare, già molto evidente, gli anelli di pietra sono a loro volta circondati da un ampio e profondo fossato circolare che avvolge tutto il complesso di Stonehenge, con un diametro di circa 100 metri superiore a esso. Una parte di questo fossato venne scavata all’inizio del XX secolo e poi parzialmente riempita; le altre parti del fossato e i suoi alti argini di terra recano chiaramente i segni dell’azione dilavante della natura e dell’uomo nel corso dei millenni.
fig.1a
Il motivo dei cerchi concentrici torna anche sotto altre forme. A qualche metro di distanza dal fossato si trova un cerchio fatto di 56 fossi, profondi e perfettamente scavati nel terreno: i fossi vengono chiamati Buche di Aubrey dal nome dello studioso del XVII secolo che li scoprì, John Aubrey. Dopo aver studiato in lungo e in largo questi fossi, gli archeologi li hanno coperti con dischi di cemento, rendendo dunque estremamente visibile la loro forma circolare, specialmente dal cielo, Buche più irregolari, poi, vennero scavate in un’epoca imprecisata in due cerchi posti attorno ai due cerchi più piccoli di megaliti: oggi queste buche vengono contraddistinte dalle lettere Y e Z. A differenza di tutte le altre, due pietre sono state trovate posizionate ai lati opposti dell’argine interno del fossato; e un po’ più in giù lungo la linea delle Buche di Aubrey (senza peraltro farne parte) sono stati rinvenuti, a uguale distanza dalle due pietre, due tumuli di forma circolare, contenenti anch’essi delle buche. I ricercatori sono convinti che anche queste buche dovevano contenere dei monoliti, proprio come le prime due, e che tutte e quattro - chiamate Pietre di stazione e oggi contraddistinte dai numeri 91-94 - rispondevano a uno scopo specifico, diverso da tutti gli altri; infatti, se uniti da linee immaginarie, le quattro pietre formano un rettangolo perfetto, con probabili connotazioni astronomiche. Vi è poi un’altra grossa pietra, soprannominata Pietra dell’Uccisione, oggi caduta là dove il fossato presenta un’ampia apertura che doveva fungere da accesso ai (o dai) cerchi
concentrici di pietre, buche e terrapieni. Probabilmente la sua posizione di oggi non è quella originaria, e probabilmente essa non era sola, come dimostrano le altre evidenti buche nel terreno. L’apertura nel fossato è orientata esattamente verso nord-est, e conduce a (o viene da) una specie di strada, chiamata il Viale. Questa arteria è segnata da due fossati paralleli muniti di argini, che lasciano un evidente passaggio largo una decina di metri. La strada corre diritta per oltre 500 metri, poi si biforca a nord verso un grande terrapieno allungato chiamato Cursus, orientato perpendicolarmente al Viale, e a sud verso il fiume Avon. I cerchi concentrici di Stonehenge e il Viale che va verso nord-est (fig. 1b) ci forniscono un ragguardevole indizio circa lo scopo per cui Stonehenge fu costruito.
fig.1b
Che la direzione del Viale - il suo esatto orientamento a nord-est - non sia casuale diventa evidente quando ci accorgiamo che se tracciamo una linea che, dal centro del Viale, attraversi il centro dei cerchi dei monoliti in pietra e delle buche, tale linea rappresenterebbe l’asse dell’intera struttura (vedi fig. 8a). Sappiamo anche che l’asse venne orientato deliberatamente, dal momento che lungo questa linea immaginaria vennero collocate delle pietre di riferimento, di cui oggi restano purtroppo solo le buche che le contenevano. Una di esse, però, chiamata Pietra del Tacco, è ancora là, in piedi, muta testimone delle intenzioni dei costruttori e della funzione, indubbiamente astronomica, di quel sito.
L’idea che Stonehenge fosse un osservatorio astronomico attentamente pianificato, piuttosto che un luogo di culto pagano (un concetto espresso, per esempio, dal nome «Pietra dell’Uccisione», che fa pensare a sacrifici umani), non fu facile da accettare. Le difficoltà, anzi, crescevano invece che diminuire via via che si approfondivano le ricerche sul sito e che si spostava all’indietro la sua data di costruzione. Una fonte del XII secolo ("Historia regum Britanniae» di Goffredo di Monmouth) riferisce che l’"Anello dei Giganti» era "un gruppo di costruzioni in pietra che nessun uomo di quel tempo avrebbe mai potuto erigere e fu costruito per la prima volta in Irlanda con pietre portate dai giganti d’Africa". Fu allora, su consiglio del mago Merlino (che le leggende arturiane legavano anche al Sacro Graal) che il re di Vortigen trasferì le pietre e "le fece ricostruire in cerchio attorno a un sepolcro, esattamente nello stesso modo in cui erano disposte sul Monte Killaraus" in Irlanda. (Che questa leggenda medioevale abbia un nucleo di verità è confermato anche dalla scoperta, relativamente recente, che alcune delle pietre utilizzate a Stonehenge provengono dai Monti Prescelly, nel Galles sud-occidentale, e vennero in qualche modo trasportati per terra e per mare da una distanza di circa 400 chilometri - dapprima a un sito posto una ventina di chilometri a nord-est di Stonehenge, dove forse furono anche in questo caso disposti in cerchio, e poi finalmente a Stonehenge). Nel XVII e XVIII secolo, la costruzione venne attribuita ai Romani,poi ai Greci,
ai Fenici o ai Druidi; la nascita di Stonehenge, quindi, veniva collocata sempre più indietro, dal Medio Evo all’inizio dell’era cristiana e prima ancora. Di tutte queste varie teorie, quella concernente i Druidi ottenne un particolare successo a quell’epoca, soprattutto grazie alle ricerche e agli scritti di William Stukeley (Stonehenge, A Temple Restor’d To The British Druids, 1740). I Druidi erano la classe sociale più istruita degli antichi Celti, formata da sacerdoti-insegnanti. Secondo Giulio Cesare, che è la principale fonte di informazione riguardante i Druidi, essi si riunivano una volta all’anno in un luogo sacro per adempiere a riti segreti; compivano sacrifici umani; e tra gli argomenti che insegnavano ai nobili celti vi erano «i poteri degli dèi», le scienze della natura e l’astronomia. Sebbene nulla di ciò che gli archeologi hanno scoperto in quel sito riveli legami con i Druidi dell’epoca precristiana, i Celti in quel periodo erano già arrivati in quella regione, e non vi sono prove neanche del contrario: quindi non si può escludere che i Druidi si radunassero davvero presso quel «Tempio del Sole», anche se non avevano nulla a che fare con gli antichi costruttori del sito. Quanto ai Romani, anche se vi erano alcune legioni accampate nelle vicinanze, non è stata trovata alcuna prova che leghi Stonehenge ai Romani. Più interessante sembra il legame con i Greci e i Fenici. Lo storico greco Diodoro Siculo (I secolo a.C.) - un contemporaneo di Giulio Cesare - che aveva visitato l’Egitto, scrisse una storia del mondo antico in diversi volumi. Nei primi volumi trattò la preistoria di Egizi, Assiri, Etiopi e Greci, i cosiddetti «tempi mitici». Attingendo dagli scritti di storici precedenti, egli cita da un libro (oggi perduto) di Ecateo di Abdera in cui quest’ultimo affermava, verso il 300 a.C., che su un’isola abitata dagli Iperborei "vi sono un magnifico recinto sacro ad Apollo e un bellissimo tempio che è di forma sferica". Il nome, in greco, indicava un popolo proveniente dal lontano nord, da dove arriva il vento del nord (Boreas). Essi adoravano il dio greco (e poi romano) Apollo e perciò le leggende sugli Iperborei si intrecciarono con i miti riguardanti Apollo e la sua sorella gemella, la dea Artemide.
Secondo le leggende antiche, i gemelli erano figli di Zeus e di Leto, una Titanessa. Fecondata da Zeus, Leto cominciò a vagare per la Terra in cerca di un posto dove dare alla luce in pace i suoi figli sfuggendo alla collera di Era, la moglie ufficiale di Zeus; Apollo venne quindi associato al lontano Nord. Per i Greci e i Romani, il dio aveva doti divinatorie e profetiche, e percorreva tutto lo zodiaco con il suo carro. Se anche non attribuiamo alcun valore scientifico a tale leggendaria e mitologica connessione con la Grecia, resta il fatto che anche gli archeologi sembrano aver rilevato un legame di questo genere attraverso alcune scoperte archeologiche fatte nell’area di Stonehenge, che è piena di tombe, terrapieni e strutture varie di epoca preistorica. Tra questi antichi resti di costruzioni fatte dall’uomo troviamo il grande Cerchio di Avebury che, schematicamente rappresentato, assomiglia a un orologio moderno (fig. 2a, disegnata da William Stukeley) o agli ingranaggi delle ruote di un antico calendario Maya (fig. 2b). Ne fanno parte anche il lungo fossato che viene chiamato Cursus, una sorta di cerchio fatto con pioli di legno anziché di pietra (Woodhenge) e la prominente collina di Silbury - una collina conica artificiale di forma perfettamente circolare, con un diametro di oltre 15 metri - la più grande del suo genere in Europa (alcuni attribuiscono un significato anche al fatto che la collina si trova alla distanza di sei cosidette  «miglia megalitiche» da Stonehenge).
fig.2a

fig.2b
 
Le scoperte archeologicamente più importanti, in quest’area, sono (come spesso succede) quelle fatte all’interno di tombe, che sono sparse in tutta l’arca di Stonehenge. In esse gli archeologi hanno trovato pugnali di bronzo, asce e bastoni, ornamenti d’oro, ceramica decorata e pietre levigate. Molti di questi reperti rafforzarono l’opinione degli archeologi che il modo in cui a Stonehenge le pietre erano state lavorate e modellate indicava un influsso della civiltà minoica di Creta e di quella greco-micenea. Fu anche notato che alcuni dei sistemi di giuntura utilizzati a Stonehenge per tenere insieme i blocchi di pietra erano molto simili alle giunture utilizzate per le porte in pietra di Micene.
Tutto questo, secondo molti archeologi, portava a ipotizzare un legame con l’antica Grecia. Un’illustre rappresentante di questa scuola di studiosi fu Jacquetta Hawkes, la quale nel suo libro "Dawn of the Gods", parlando delle origini minoiche e micenee della civiltà greca, non poté fare a meno di dedicare una buona parte del capitolo «Sepolcri e Regni» a Stonehenge. Micene è situata nella parte sud-orientale della Grecia continentale, in quello che chiamiamo Peloponneso
(oggi separato dal resto della Grecia dall’artificiale Canale di Corinto), e rappresentò una sorta di ponte tra la più antica civiltà minoica dell’isola di Creta e la civiltà greca classica, cronologicamente posteriore. La città fiorì nel XVI secolo a.C. e i tesori rinvenuti nelle tombe dei suoi re rivelano contatti esterni, senza dubbio anche con le Isole Britanniche. "Proprio nello stesso momento in cui i re di Micene si elevavano verso nuove ricchezze e nuovo potere", scrive Jacquetta Hawkes, "un progresso pressoché analogo, anche se su scala più modesta, interessava anche il sud dell’Inghilterra. Anche qui un’aristocrazia guerriera assunse il predominio su un popolo di pastori e contadini e, grazie al commercio, cominciò a prosperare - e a essere sepolta con grande pompa. Nelle tombe sono stati trovati numerosi beni materiali che attestano i contatti di questa classe dirigente con il mondo miceneo". In realtà questi oggetti, aggiunge l’autrice, non erano particolarmente originali, e potrebbero essere considerati frutto di commercio o imitazione, se non fosse per "quell’evento unico - la costruzione del grande cerchio in pietra di Stonehenge". Non tutti i reperti archeologici, tuttavia, rivelano queste precoci «influenze» greche. Nelle tombe attorno a Stonehenge sono state trovate, per esempio, collane decorate e dischi di ambra tenuti insieme con chiusure d’oro secondo un metodo che era in uso in Egitto, ma non in Grecia. Queste scoperte fecero ipotizzare la possibilità che tutti questi manufatti fossero arrivati nel Sud-ovest dell’Inghilterra per importazione, e perciò non per opera dei Greci né degli Egizi, ma forse per opera di un popolo del Mediterraneo orientale dedito al commercio. I candidati più probabili erano i Fenici, i famosi navigatori-commercianti dell’antichità.
È un fatto storicamente accertato che i Fenici, partendo dai loro porti sul Mediterraneo, raggiunsero la Cornovaglia, nel Sud-ovest dell’Inghilterra - piuttosto vicino a Stonehenge - in cerca di stagno, che serviva a formare, con il morbido rame, il bronzo, un metallo decisamente più duro e resistente. Ma possiamo dimostrare che qualcuno di questi popoli, il cui commercio fiorì nel millennio tra il 1500 a.C. e il 500 d.C., si occupò di progettare e costruire Stonehenge, o anche solo di visitarlo? È evidente che la risposta dipende in primo luogo dalla datazione stessa di Stonehenge: la sua costruzione è cronologicamente compatibile con la presenza di uno di questi popoli? E se no, allora chi c’era in quel momento nell’Inghilterra meridionale a costruire Stonehenge?
In assenza di testimonianze scritte o di incisioni rappresentanti gli dèi del Mediterraneo (testimonianze che invece abbiamo per le divinità minoiche, micenee e fenicie) nessuno può rispondere alla domanda con certezza. La faccenda, però, si impose all’attenzione generale quando gli archeologi portarono alla luce a Stonehenge diversi tipi di resti di natura organica, come corna di animali ramificate e incise. Sottoposti alla datazione al radiocarbonio, i resti trovati nel Fossato risultarono appartenere a un periodo compreso tra il 2900 e il 2600 a.C., almeno mille anni, e probabilmente molti di più, prima che si possa pensare a un arrivo di navigatori provenienti dal Mediterraneo. Sempre attraverso la datazione al radiocarbonio, è stato possibile datare un pezzo di carbone rinvenuto in una delle Buche di Aubrey al 2200 a.C., un frammento di corna trovato vicino a uno dei triliti tra il 2280 e il 2060 a.C., e alcuni reperti trovati nel Viale tra il 2245 e il 2085 a.C.
Chi c’era, dunque, in un’epoca tanto remota, a progettare ed eseguire quel meraviglioso complesso in pietra? Secondo gli studiosi, almeno fino al 3000 a.C. la regione era abitata qua e là da piccoli gruppi sparsi di contadini e pastori che usavano la pietra per costruire i loro oggetti.
In un’epoca imprecisata dopo il 2500 a.C. arrivarono dall’Europa continentale nuovi gruppi, che conoscevano i metalli (rame e oro), usavano utensili d’argilla e seppellivano i loro morti in tumuli di forma rotonda; essi vennero soprannominati "Popolo dell’Alambicco», dalla forma dei recipienti che utilizzavano per bere. Verso il 2000 a.C. cominciò a comparire in quella regione il bronzo, e contemporaneamente si affermò una nuova popolazione, più ricca e più numerosa, conosciuta col nome di Popolo di Wessex, che allevava il bestiame, lavorava i metalli, commerciava con l’Europa occidentale e centrale e con il Mediterraneo. Ma verso il 1500 a.C. quest’epoca di prosperità si arrestò improvvisamente e cominciò un lungo periodo di decadenza, che durò per quasi un intero millennio e che trascinò con sé anche Stonehenge. A questo punto dobbiamo rispondere a questa domanda: è possibile che i contadini e i pastori nel Neolitico, il Popolo dell’Alambicco, o persino il Popolo di Wessex della prima Età del Bronzo, siano stati capaci di concepire e realizzare Stonehenge? O forse essi costituirono solo la forza di fatica, la manodopera per costruire un complesso meccanismo in pietra progettato da altre menti, dotate di una conoscenza scientifica più avanzata? Persino un’illustre esponente della teoria micenea, la già citata Jacquetta Hawkes, dovette ammettere che Stonehenge, "questo santuario, costruito con blocchi colossali eppure attentamente intagliati, tali da far sembrare le ciclopiche costruzioni di Micene alla stregua di case per bambini, è qualcosa di veramente unico in tutta l’Europa preistorica". Per rafforzare la sua teoria del legame con Micene e con i primi abitatori di stirpe anglosassone, essa avanzò l’ipotesi che "qualcuno dei signori locali che controllavano i pascoli della pianura di Salisbury e che forse, come Ulisse, possedevano dodici capi di bestiame possa aver avuto ricchezza e autorità sufficienti a tramutare quello che era un modesto santuario dell’Età della Pietra in una splendida e unica opera di architettura megalitica. In effetti si è sempre avuta l’impressione che l’opera sia stata concepita da un singolo individuo - spinto magari da manie di grandezza o da un’ossessione religiosa - ma poiché il progetto nel suo complesso e i metodi di costruzione appaiono molto più avanzati di qualsiasi altra costruzione precedente in quella regione, si è pensato che idee tratte da una tradizione più civilizzata possano aver avuto un qualche ruolo". Ma qual era, allora, questa «tradizione più civilizzata» che diede origine a questa struttura così complessa, che non trova eguali nell’Europa preistorica? La risposta non può che dipendere da un’accurata datazione di Stonehenge; e se, come suggeriscono i dati scientifici, quella struttura è uno o due millenni più antica rispetto a Micenei e Fenici, allora dobbiamo per forza cercare una fonte precedente per questa «tradizione civilizzata». Partendo da una datazione di Stonehenge al terzo millennio a.C., gli unici candidati possibili sono i Sumeri e gli Egizi. Quando venne progettata Stonehege,la civiltà sumerica,con le sue città,i suoi alti templi muniti di osservatori,
la scrittura e la conoscenza scientifica, erano già in auge da circa mille anni, e la monarchia egizia era già fiorente da diversi secoli. Per cercare una risposta migliore dobbiamo mettere insieme tutti i dati fin qui raccolti riguardo alle diverse fasi in cui Stonehenge, secondo le ultime ricerche, vide la luce.
Stonehenge cominciò la sua esistenza quasi senza pietre. È ormai opinione unanime che i primi elementi del complesso furono il Fossato con i relativi argini, un grande cerchio di terra con una circonferenza di 32 metri, largo 3 metri e mezzo e profondo quasi 2; date le dimensioni, per crearlo fu necessario scavare una considerevole quantità di terra (calcarea) e sistemarla in modo da formare due argini rialzati. All’interno di questo anello venne creato il cerchio delle 56 Buche di Aubrey.
La parte dell’anello rivolta a nord-est non era stata scavata, e costituiva la via d’accesso al cerchio. Ai lati di questo ingresso vi erano due porte di pietra, oggi perdute, che servivano anche come punti di riferimento per la Pietra del Tacco, che fu costruita sull’asse risultante. Questo grosso macigno naturale è conficcato per oltre un metro nel terreno, dal quale si eleva poi per quasi 5 metri, con un angolo di inclinazione di 24°. Presso l’apertura d’entrata vi sono una serie di buche che forse contenevano pali di legno mobili, con funzione di segnalatori, e sono perciò chiamate «Buche da postazione». Vi erano infine le quattro Pietre di Stazione, collocate in modo da formare un esatto rettangolo. Si completava così quello che chiamiamo Stonehenge I, ovvero l’anello di terra, le Buche di Aubrey, un asse di ingresso, sette pietre e alcuni pali di legno. Resti organici e arnesi in pietra associati a questa fase hanno portato gli studiosi a datare Stonehenge I a un periodo tra il 2900 e il 2600 a.C.; la data scelta dalle autorità britanniche è il 2800 a.C. Chiunque abbia costruito Stonehenge I, e per qualsiasi scopo lo abbia fatto, ne rimase soddisfatto e la struttura fu lasciata così per diversi secoli, almeno per tutto il periodo in cui la regione fu occupata dal Popolo dell’Alambicco.
Poi, verso il 2100 a.C., poco prima dell’arrivo del Popolo di Wessex (o forse in coincidenza con esso), cominciò a fervere l’attività attorno a Stonehenge, nella cui struttura originaria vennero inseriti i massi di pietra grigio-azzurra. Dovette essere davvero un’impresa trasportare queste pietre, che pesavano fino a quattro tonnellate ciascuna, attraverso terre, mari e fiumi per una distanza di circa 400 chilometri. Ancora oggi non sappiamo come mai furono scelte proprio queste particolari pietre, che dovettero essere trasportate così lontano e in così breve tempo, direttamente o solo con una breve sosta lungo la strada. Qualunque sia stato il tragitto seguito, si ritiene che a un certo punto le pietre siano state trasportate in prossimità del sito per via fluviale, sul fiume Avon, il che spiegherebbe come mai il cosiddetto Viale venne allungato di oltre 3 chilometri in questa fase per collegare Stonehenge con il fiume. Almeno 80 pietre grigio-azzurre (secondo alcuni 82) furono trasportate in questo modo. E probabile che 76 di esse fossero destinate a essere sistemate nelle buche che formavano i due cerchi concentrici contrassegnati da Q e R, 38 per cerchio; sembra inoltre che tali cerchi avessero delle aperture sui lati rivolti a ovest. Nello stesso periodo un masso di pietra molto più grande, isolato, venne sistemato all’interno dei cerchi esattamente sull’asse di Stonehenge: si tratta della Pietra Altare, che sta di fronte alla Pietra del Tacco verso nord-est. Ma quando i ricercatori controllarono l’allineamento e la posizione delle pietre più esterne, scoprirono con grande sorpresa che la Pietra del Tacco risultava, in questa Fase II, leggermente spostata verso est (verso destra, guardando dal centro del recinto); e, quasi per accentuare questa nuova linea di visuale, erano state disposte altre due pietre in fila davanti alla Pietra del Tacco. Per far posto a queste modifiche, l’ingresso del recinto era stato ampliato sul lato orientale (destro) riempiendo una parte del Fossato, e anche il Viale venne ampliato in quel punto. E così i ricercatori si accorsero che, a differenza di quanto pensavano, la principale innovazione di Stonehenge II non fu l’introduzione delle pietre grigio-azzurre, bensì l’introduzione di un nuovo asse, un asse un po’ più spostato a est rispetto al precedente. Se tra la prima e la seconda fase di Stonehenge erano passati oltre sette secoli, tra Stonehenge II e Stonehenge III trascorsero solo pochi decenni. Chiunque ci fosse a governare, decise di dare al complesso una funzione davvero monumentale: fu allora che dalle Dune di Marlboro, a circa 30 chilometri di distanza, vennero trasportate fin qui le pietre più grandi, che pesavano da 40 a 50 tonnellate ciascuna, e che dovevano essere messe in orizzontale sopra le altre. È opinione generalmente condivisa che le pietre trasportate in questa fase furono 77. Se già trasportare questi enormi massi deve essere stato molto laborioso, non meno impegnativo deve essere stato metterli in posizione idonea e dar loro la forma voluta. I blocchi di pietra avevano una curvatura precisa e si incastravano perfettamente nelle pietre sottostanti mediante pioli che fuoriuscivano dalla pietra e che andavano a infilarsi con estrema precisione nelle giunture tra un masso e l’altro. Come si sia riusciti in questa impresa, come si sia riusciti, nonostante la pendenza del luogo, a disporre tutte le pietre in un cerchio perfetto e sistemare blocchi enormi sopra altri megaliti disposti a due a due, davvero non lo sa nessuno. Sempre in quest’epoca venne rafforzato il nuovo asse sistemando due nuovi enormi blocchi di pietra che dovevano fungere da accesso, al posto degli altri. È possibile che la Pietra dell’Uccisione, poi caduta, fosse appunto una delle due nuove porte, Per far posto ai nuovi cerchi, fu necessario smantellare i due cerchi di pietre grigio-azzurre della Fase II. Diciannove di queste pietre vennero utilizzate per formare quello che oggi appare come un ovale aperto in fondo, e 59 dovevano forse essere disposte in due nuovi cerchi di buche (Y e Z) che circondavano il cerchio di megaliti sormontati. Il cerchio Y doveva contenere 30 pietre, 29 quello contrassegnato con Z. Alcune delle altre pietre delle 82 originarie dovevano forse servire come architravi o (come ritiene John E. Wood, "Sun, Moon and Standing Stones") per completare l’ovale. I cerchi Y e Z, però, non vennero mai finiti; le pietre grigio-azzurre vennero invece disposte a formare un unico grande cerchio, con un numero imprecisato di massi (60, secondo alcuni). Altrettanto incerto è il periodo in cui questo cerchio fu costruito - se contemporaneamente agli altri lavori oppure uno o due secoli dopo.
Alcuni ritengono che furono eseguiti anche altri lavori verso il 1100 a.C. Nel complesso, comunque, la struttura di Stonehenge come possiamo ancora oggi vederla fu progettata verso il 2100 a.C., eseguita nel secolo seguente e completata intorno al 1900 a.C. I moderni metodi di ricerca scientifica hanno dunque rafforzato le scoperte - davvero sorprendenti per il loro tempo (1880) - del famoso egittologo Sir Flinders Petrie, il quale datava Stonehenge al 2000 a.C. (Fu proprio Petrie a individuare il sistema di numerazione delle pietre tuttora in uso). Di solito negli studi sui siti antichi, i primi ad arrivare sono gli archeologi, seguiti poi da tutti gli altri - antropologi, studiosi di metallurgia, linguisti e altri esperti. Nel caso di Stonehenge, invece, furono gli astronomi ad aprire la strada.
E questo non solo perché le rovine sono visibili e non richiedono scavi, ma anche perché fin dall’inizio è apparso fin troppo chiaro che l’asse che dal centro della costruzione arrivava alla Pietra del Tacco passando per il Viale era rivolto "a nord-est, là dove il Sole sorge quando i giorni sono più lunghi" (per usare le parole di William Stukeley, 1740) - ovvero verso il punto del cielo in cui il Sole sorge al solstizio d’estate (intorno al 21 giugno). Stonehenge era dunque uno strumento per misurare il passaggio del tempo! Dopo due secoli e mezzo di progresso scientifico, questa conclusione è ancora valida. Tutti sono d’accordo nell’affermare che Stonehenge non era un luogo di residenza, né un sepolcro: era in sostanza una sorta di tempio con osservatorio, proprio come gli Ziggurat (piramidi a terrazze) della Mesopotamia e dell’antica America. E poiché era orientato verso il Sole quando questo sorge a metà dell’estate, lo si può anche definire un Tempio del Sole. Se partiamo da questo dato incontrovertibile, non ci si meraviglia più che gli astronomi continuino a condurre le ricerche su Stonehenge. Particolarmente importante è il contributo che, all’inizio di questo secolo, diede Sir Norman Lockyer, che condusse una ricerca completa su Stonehenge nel 1901 e confermò l’orientamento del solstizio d’estate nella sua opera "Stonehenge and Other British Stone Monuments". Poiché soltanto l’asse della struttura risponde a tale orientamento, alcuni ricercatori successivi cominciarono col tempo a domandarsi se tutte le altre, complesse strutture di Stonehenge - i vari cerchi, ovali, rettangoli, segnalatori - non potessero indicare altri fenomeni celesti osservabili da Stonehenge. Dopo molto discutere, fu solo nel 1963 che la cosa si impose all’attenzione della scienza, quando Cecil A. Newham scopri che in effetti alcuni allineamenti portavano a pensare che anche gli equinozi potevano essere osservati, e addirittura previsti, a Stonehenge. La sua scoperta senza dubbio più interessante (esposta dapprima in alcuni articoli e poi nel suo libro del 1964 "The Enigma of Stonehenge") fu però che Stonehenge deve essere stato anche un osservatorio lunare.
Egli basò la sua conclusione sull’esame delle quattro Pietre di Stazione e del rettangolo che esse formano (fig.3), e dimostrò anche che chiunque progettò Stonehenge sapeva bene dove costruirlo, perché tutti i rettangoli e gli allineamenti non potevano che essere nella posizione in cui effettivamente si trovano.
[Dall’alto a destra: Pietra del Tacco – Argini e Viale – Sorgere del Sole del Solstizio d’Estate – Rettangolo di "Pietre di Stazione" con a due vertici Tumuli e Fossati – Pietre di Aubrey]
 
Tutto questo fu accolto inizialmente con molti dubbi, perché l’osservazione della Luna è decisamente più complessa di quella solare. I movimenti della Luna (attorno alla Terra e insieme alla Terra attorno al Sole) non si ripetono su base annua, perché, tra le altre ragioni, la Luna ruota attorno alla Terra con un’orbita leggermente inclinata rispetto all’orbita della Terra attorno al Sole. Il ciclo completo, che si ripete solo ogni 19 anni, comprende otto punti di «arresto della Luna», come li chiamano gli astronomi, quattro maggiori e quattro minori. La possibilità che Stonehenge I - che presentava già tutti gli allineamenti di cui parlava Newham - fosse stata costruita per consentire la determinazione, o addirittura la predizione, di questi otto punti sembrava assolutamente inverosimile, visto
che a quel tempo gli abitanti dell’Inghilterra stavano appena uscendo dall’Età della Pietra. Si tratta di un’argomentazione più che valida, e in effetti nemmeno i più convinti sostenitori delle meraviglie astronomiche di Stonehenge hanno saputo fornire una risposta plausibile a questa obiezione: come poteva un popolo dell’Età della Pietra osservare i complicati movimenti lunari? Tra gli astronomi le cui ricerche confermarono le incredibili capacità di Stonehenge spicca Gerald S. Hawkins dell’Università di Boston. Scrivendo su prestigiose riviste scientifiche nel 1963, 1964 e 1965, egli annunciò le sue conclusioni fin dai titoli dei suoi articoli: "Stonehenge Decoded" (Stonehenge decodificato), "Stonehenge: A Neolitic Computer" (Stonehenge: un computer del Neolitico) e "Sun, Moon, Men and Stones" (Sole, Luna, Uomini e Pietre); agli articoli fecero poi seguito due libri, dal titolo "Stonehenge Decoded" e "Beyond Stonehenge". Con l’aiuto dei computer dell’università egli analizzò centinaia di linee di visuale a Stonehenge, collegandole alla posizione che il Sole, la Luna e le principali stelle occupavano nell’antichità, e concluse che gli orientamenti non potevano essere casuali. Hawkins attribuì grande importanza alle quattro Pietre di Stazione e al perfetto rettangolo che esse formano e dimostrò come le linee che collegavano pietre opposte (91 con 94 e 92 con 93) erano orientate verso i punti di maggior fermata, mentre quelle che collegavano le pietre diagonalmente erano orientate verso i punti di minor fermata della Luna, ovvero ai momenti della sua nascita e del suo tramonto. Insieme ai quattro punti corrispondenti ai movimenti del Sole, Stonehenge, secondo Hawkins, consente l’osservazione e la predizione di tutti e 12 i punti che segnano i movimenti del Sole e della Luna. La cosa che più lo affascinò fu il ripetersi del numero 19, che si ritrova in pietre e buche di tutti i cerchi: i due cerchi di 38 pietre grigio-azzurre di Stonehenge II "possono essere visti come due semicerchi di 19 ciascuno" (Stonehenge Decoded) e l’ovale di Sto-nehenge III era composto esattamente da 19 elementi. Si trattava di un evidente legame con la Luna, poiché al numero 19 corrisponde il cielo lunare che regola il principio dell’intercalazione. Ma il professor Hawkins si spinse anche più in là, e concluse che i numeri espressi dalle pietre e dalle buche nei vari cerchi indicavano addirittura la capacità di prevedere le eclissi. Poiché l’orbita della Luna non si trova esattamente sullo stesso piano dell’orbita della Terra attorno al Sole (la prima è infatti inclinata, rispetto alla seconda, di oltre 5°), l’orbita lunare attraversa quella della Terra attorno al Sole in due punti ogni anno. I due punti di intersezione ("nodi") sono di solito contrassegnati sulle cartine astronomiche con N e N’, e corrispondono al verificarsi dell’eclisse. A causa però delle irregolarità nella forma e del ritardo dell’orbita terrestre attorno al Sole, tali intersezioni nodali non ritornano esattamente nelle stesse posizioni celesti anno dopo anno, ma riappaiono a cieli di 18,61 anni. Il diciannovesimo anno corrispondeva dunque all’inizio e alla fine di un ciclo, e Hawkins postulò che lo scopo delle 56 Buche di Aubrey fosse quello di arrivare a un aggiustamento spostando tre segnalatori per volta all’interno del cerchio di Aubrey, dal momento che 18 2/3 x 3 = 56. E ciò a suo avviso, rendeva possibile la previsione delle eclissi della Luna come del Sole: anzi, egli concluse che la previsione delle eclissi era appunto lo scopo principale della costruzione e del progetto di Stonehenge. Stonehenge, annunciò, non era nient’altro che un brillante computer astronomico in pietra. L’idea che Stonehenge non fosse soltanto un «tempio del Sole», ma anche un osservatorio lunare incontrò inizialmente una grande resistenza. Tra i più illustri denigratori di questa teoria, i quali consideravano molti degli allineamenti lunari semplicemente casuali, vi era Richard J.C. Atkinson dell’University College di Cardiff, che condusse importanti scavi archeologici nel sito. E l’antichità stessa del sito era proprio la ragione per cui egli rigettava completamente l’ipotesi dell’osservatorio lunare, sostenendo che l’uomo del Neolitico in Inghilterra era assolutamente incapace di compiere simili imprese. Egli espresse le sue conclusioni con forza, addirittura con sarcasmo, in numerosi articoli della rivista "Antiquity", come "Moonshine on Stonehenge" (La luce della luna su Stonehenge), e nel suo libro "Stonehenge". La questione venne però capovolta da Alexander Thom ("Megalithic Lunar Observation"). Docente di ingegneria all’Università di Oxford, egli condusse a Stonehenge misurazioni molto accurate e arrivò a stabilire che la disposizione ovale delle pietre sormontate  era in effetti una forma ellittica che rappresentava, meglio di un cerchio, le orbite dei pianeti. Egli concordava con Newham sul fatto che Stonehenge fosse prima di tutto un osservatorio lunare, e non solo solare, e confermò che era stata costruita lì perché soltanto lì si potevano osservare con precisione le otto fasi lunari lungo le linee formate dal rettangolo che collegava le quattro Pietre di Stazione. Di questo acceso dibattito, condotto sulle pagine di importanti riviste scientifiche e in conferenze internazionali, tirò le somme C.A. Newham ("Supplement to the Enigma of Stonehenge and its Astronomical and Geometrical Significance") con queste parole: "Con l’eccezione dei cinque triliti, praticamente tutte le altre caratteristiche sembrano avere connessioni con la Luna". Anche secondo lui "le 56 Buche di Aubrey ruotano con gli otto principali allineamenti del sorgere e del tramontare della Luna". Dopo queste affermazioni, anche Atkinson dovette ammettere che "è ormai tempo che il pensiero archeologico convenzionale sia sottoposto a una drastica revisione" quanto allo scopo e alle funzioni di Stonehenge.
A confermare tali conclusioni pensò, negli anni Sessanta e Settanta, l’astronomo e matematico Sir Fred Hoyle. Egli sosteneva che gli allineamenti con le stelle e le costellazioni, già individuati da Hawkins, erano più casuali che voluti, ma concordava pienamente sugli aspetti lunari di Stonehenge I, e soprattutto sul ruolo delle 56 Buche di Aubrey e sulla disposizione rettangolare delle Pietre di Stazione ("Stonehenge - uno strumento per prevedere le eclissi" in "Nature" e "On Stonehenge"). Se però si affermava che il Cerchio di Aubrey poteva rappresentare una sorta di «calcolatore» per prevedere le eclissi (a suo parere questa funzione veniva assolta spostando in cerchio quattro elementi), Hoyle sollevò un’altra questione. Chiunque abbia concepito questo calcolatore - Hawkins lo chiamava un «computer» - doveva conoscere già da prima la precisa lunghezza dell’anno solare, del periodo orbitale della Luna e del ciclo di 18,61 anni; e l’uomo del Neolitico inglese non poteva affatto possedere una simile conoscenza. Cercando di spiegare come poteva essere comparsa nel Neolitico britannico questa avanzata conoscenza di astronomia e matematica, Hawkins ricorse alle antiche testimonianze dei popoli del Mediterraneo. Oltre ai riferimenti di Diodoro/Ecateo, egli citò anche Plutarco, il quale a sua volta citava (in Iside e Osiride) Eudosso di Cnido, l’astronomo-matematico dell’Asia Minore del IV secolo a.C., che aveva associato il «demone dio delle eclissi" con il numero 56. E se, in assenza di risposte dalla sfera umana, dessimo un’occhiata alla sfera superumana? Hoyle, da parte sua, arrivò alla conclusione che Stonehenge non era un semplice osservatorio, un luogo, cioè, da cui vedere soltanto ciò che accadeva in cielo; per lui si trattava di uno strumento per prevedere gli avvenimenti celesti e per essere in grado di osservarli in date predeterminate. Era anch’egli d’accordo sul fatto che "tali imprese intellettuali erano assolutamente al di là delle capacità dei contadini e pastori del Neolitico inglese", e così ipotizzò che "coloro che costruirono Stonehenge I arrivarono forse alle Isole Britanniche da fuori, cercando appositamente quell’allineamento rettangolare" (che si può osservare soltanto dalla posizione di Stonehenge, nell’emisfero settentrionale), "proprio come gli astronomi moderni vanno a cercare spesso lontano da casa i luoghi dove costruire i loro telescopi. Ci deve essere stato un vero Newton o Einstein al lavoro a Stonehenge," sentenziò Hoyle. Ma anche così, dov’era l’università in cui questo grande sapiente avrebbe appreso matematica e astronomia, dov’erano gli scritti senza i quali non poteva essersi accumulata e tramandata alcuna forma di conoscenza, e come poteva un unico genio progettare, eseguire e collaudare tale strumento di previsione celeste, quando, per la sola fase II, fu necessario un secolo intero? "Finora vi sono state solo 200 generazioni circa di storia, a fronte delle oltre 10.000 generazioni della preistoria", osservò Hoyle. Faceva tutto parte dell’"eclisse degli dèi", si domandò - ovvero della transizione da un’epoca in cui le genti adoravano divinità visibili, il Sole e la Luna, all’epoca "dell’invisibile Dio di Isaia"? Senza manifestare esplicitamente i propri pensieri, Hoyle diede una risposta riportando tutto il brano sugli Iperborei che Diodoro cita da Ecateo; verso la fine si afferma che, dopo che i Greci e gli Iperborei si furono scambiati visite "nei tempi più antichi":
Dicono anche che la Luna, vista da quest’isola, sembra essere molto vicina alla Terra, e sembra avere delle prominenze, come quelle della Terra, che sono visibili a occhio nudo. Si dice inoltre che il dio visiti l’isola ogni 19 anni, il periodo in cui si compie il ritorno delle stelle al luogo di partenza nei cieli; e per questa ragione i Greci chiamano il periodo di 19 anni «anno di Metone».
La naturalezza con cui, in epoca tanto lontana, si parlava non solo di cielo lunare di 19 anni, ma anche di "prominenze, come quelle della Terra" - caratteristiche della superficie terrestre come montagne e pianure - è senza dubbio sorprendente. Il fatto che gli storici greci attribuiscano la struttura circolare situata nella terra degli Iperborei al ciclo lunare descritto per la prima volta in Grecia dall’ateniese Metone sposta l’asse del problema di chi abbia costruito Stonehenge sull’antico Medio Oriente; e a questo puntano anche le conclusioni degli astronomi prima citati.
Ma già due secoli prima, William Stukeley aveva già cercato risposte in questa stessa direzione, verso il Vicino Oriente. Per far capire la concezione che egli si era fatto di Stonehenge, rifece il disegno che aveva visto su un’antica moneta del Mediterraneo orientale ,che rappresenta un tempio posto su una piattaforma sopraelevata. Questa stessa raffigurazione appare in forma ancora più chiara su un’altra moneta proveniente dalla città di Biblo, nella medesima area, una moneta che abbiamo riprodotto nel primo volume di questa serie. Vi è riprodotto un tempio antico con un razzo in un recinto di lancio.


 
Noi abbiamo identificato questo luogo con il Luogo dell’Atterraggio della tradizione sumerica, il luogo dove il re su-merico Gilgamesh vide alzarsi in volo un razzo.
Il luogo esiste tuttora: è la vasta piana tra le montagne dell’attuale Libano, a Baalbek, su cui sono ancora visibili le rovine del più grande tempio romano mai costruito. A sostenere la grossa piattaforma vi sono tre colossali blocchi di pietra che fin dall’antichità sono noti col nome di triliti.
Le risposte al mistero di Stonehenge vanno quindi ricercate in luoghi lontani da esso, ma in un lasso di tempo alquanto vicino. Stabilire il «quando», a nostro avviso, significa arrivare a capire non soltanto chi costruì Stonehenge I, ma anche perché furono costruite Stonehenge Iil rapido rifacimento di Stonehenge nel 2100-2000 a.C. ebbe a che fare con l’avvento di una Nuova Era, la prima Nuova Era dell’umanità di cui vi sia traccia storica.
Più conosciamo Stonehenge, grazie alla scienza moderna, più incredibile essa appare. In effetti, se non fosse per la visibilità fisica di megaliti e terrapieni, se in qualche modo essi fossero scomparsi, seguendo la stessa sorte di tanti altri monumenti distrutti dall’ingiuria del tempo o dalla mano dell’uomo, tutta la storia delle pietre che permettevano di contare il tempo, prevedere le eclissi e determinare i movimenti del Sole e della Luna sarebbe sembrata talmente improponibile per l’Inghilterra dell’Età del Bronzo, da essere fatalmente relegata nell’ambito del mito.
L’origine molto antica di Stonehenge, che si faceva anzi sempre più antica via via che progredivano gli studi sull’argomento, è ovviamente ciò che più turba gli scienziati; e sono soprattutto le date di costruzione ormai accertate per Stonehenge I e II + III ad aver condotto gli archeologi a parlare di probabili visitatori mediterranei, mentre altri eminenti studiosi hanno parlato di antiche divinità, come unica possibile spiegazione a questo mistero. Di tutta la serie di quesiti irrisolti riguardanti Stonehenge, infatti, il «quando» è quello che ha trovato la risposta più soddisfacente. Archeo-logia e fisica (attraverso le moderne tecniche di datazione al carbonio-14), alle quali si è poi aggiunta l’archeoastronomia, concordano sulle date: 2900-2800 a.C. per Stonehenge I, 2100-2000 a.C. per Stonehenge II e III.Il padre della scienza che abbiamo chiamato archeoastronomia,
anche se egli preferiva chiamarla astro-archeologia, perché questo nome rappresentava meglio il suo concetto di essa - fu senza dubbio Sir Norman Lockyer. La misura di quanto tempo impieghi la scienza istituzionale ad accettare le innovazioni ce la dà la data di pubblicazione dell’opera più importante di Lockyer, "The Dawn of Astronomy": essa venne data alle stampe nel 1894, oltre un secolo fa, quindi. Tornato da una visita in Oriente, nel 1890, egli osservò che, mentre delle antiche civiltà di India e Cina ci sono rimasti pochi monumenti ma molte testimonianze scritte che ci informano con certezza sulla loro età, è esattamente il contrario per Egitto e Babilonia: per queste "due civiltà di indefinita antichità" i monumenti abbondano, ma la data continua a rima-nere incerta (almeno al momento in cui Lockyer scriveva). Una delle cose che lo incuriosirono di più, scrisse, è che "a Babilonia, fin dall’inizio il segno per indicare Dio era una stella" e che analogamente in Egitto, nei testi geroglifici, tre stelle rappresentavano il plurale «dèi». Alcuni testi babilonesi incisi su tavolette d’argilla o mattoni di terracotta sembravano avere a che fare con cicli regolari di "luna e posizioni planetarie estremamente accurate". Pianeti, stelle e costellazioni zodiacali sono raffigurate sulle pareti di tombe e papiri egizi. Nel pantheon indù, egli osservò, troviamo tracce di un culto del Sole e dell’Alba nel nome del dio Indra (che significa «Il giorno portato dal Sole») e in quello della dea Ushas ("Alba»). A questo punto Lockyer si domandò: può l’astronomia essere di aiuto all’egittologia? Può contribuire a definire nel tempo l’origine della civiltà egizia e di quella babilonese? Se consideriamo i Rigveda indù e le iscrizioni egizie da un punto di vista astronomico, scrisse Lockyer, "rimaniamo colpiti dal fatto che in entrambi le prime forme di culto e le prime osservazioni erano sempre riferite all’orizzonte... E ciò valeva non soltanto per il Sole, ma anche per le stelle del Cielo". L’orizzonte, precisò, è "il luogo in cui il cerchio che limita la nostra visuale della superficie terrestre sembra incontrarsi con il Cielo". Un cerchio, in altre parole, in cui Cielo e Terra si incontrano e si toccano; ed è qui che i popoli antichi cercavano qualunque segno o presagio. Poiché il più regolare fenomeno osservabile all’orizzonte era il nascere e tramontare del Sole ogni giorno, è naturale che fosse questa la base delle antiche osservazioni astronomiche; a questa venivano poi collegati gli altri fenomeni (come la comparsa o i movimenti di pianeti e persino di stelle), che diventavano visibili all’orizzonte quando la Terra, ruotando, determinava la comparsa dell’alba all’orizzonte d’oriente, quei pochi momenti, cioè, in cui il Sole comincia a sorgere, ma il cielo è ancora abbastanza scuro perché si vedano le stelle. Un osservatore dell’antichità poteva facilmente vedere che il Sole sorge sempre a est e tramonta a ovest nel cielo, ma avrà anche notato che in estate il Sole sembra sorgere lungo un arco più alto che in inverno, e che le giornate sono più lunghe. Questo, come spiega la moderna astronomia, è dovuto al fatto che l’asse terrestre non è perpendicolare alla sua orbita attorno al Sole (l’Eclittica), ma è inclinato rispetto a essa (l’inclinazione è oggi di 23,5°). Ciò determina l’avvicendarsi delle stagioni e i quattro punti nell’apparente movimento del Sole su e giù per i cieli: i solstizi d’estate e d’inverno e gli equinozi di primavera e d’autunno (di cui abbiamo già parlato). Studiando l’orientamento dei templi più o meno antichi, Lockyer scoprì che quelli che chiamava «Templi del Sole» erano di due tipi: alcuni orientati secondo gli equinozi, altri secondo i solstizi. Sebbene il Sole sorga sempre a est e tramonti a ovest, è solo nel giorni degli equinozi che esso sorge in qualsiasi punto della Terra esattamente a est e tramonta esattamente a ovest, e perciò Lockyer definì quei templi «equinoziali» più universali di quelli il cui asse era orientato secondo i solstizi; infatti l’angolo formato dai solstizi settentrionale e meridionale (estate e inverno, per un osservatore dell’emisfero boreale) dipende dal punto in cui si trova l’osservatore, cioè dalla sua latitudine. Perciò i templi "solstiziali» avevano un carattere più «individuale», più specifico della loro localizzazione geografica (e anche della loro altitudine). Come esempi di templi equinoziali Lockyer citava il Tempio di Zeus a Baalbek, il Tempio di Salomone a Gerusalemme e la grande basilica di San Pietro in Vaticano tutti disposti lungo un preciso asse est-ovest. Riguardo a quest’ultima, egli parlò di studi sull’architettura della chiesa secondo i quali nell’antica basilica di San Pietro (cominciata sotto Costantino, nel IV secolo, e abbattuta all’inizio del XVI secolo), il giorno dell’equinozio di primavera "le grandi porte della veranda del quadriportico venivano aperte all’alba, e anche le porte orientali della chiesa; e quando il Sole sorgeva, i suoi raggi passavano attraverso le porte esterne, poi quelle più interne, e, penetrando fin dentro la navata, illuminavano l’Altare Maggiore". E, secondo Lockyer, "anche la chiesa attuale risponde ai medesimi criteri".Come esempio  di tempio solare «solstizlale» Lockyer citava il principale
«Tempio del Cielo» cinese, a Pechino, dove "il più importante di tutti i rituali osservati in Cina, il sacrificio compiuto all’aria aperta presso l’altare meridionale del Tempio del Cielo" aveva luogo proprio il giorno del solstizio d’inverno, il 21 dicembre. Anche la struttura di Stonehenge era per Lockyer orientata verso il solstizio d’estate.
Tutto questo, tuttavia, non era che un inizio, una sorta di preludio agli studi più importanti di Lockyer, quelli che eseguì in Egitto.

Fonte (Z.Sitchin)

 




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