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venerdì 24 luglio 2015

STELE DEL FARAONE MERNEPTAH CHE MENZIONA ISRAELE : LA BIBBIA SENZA SEGRETI



1 - Preambolo
"Ma certe letture in giovinezza viziano più che insistere nel gioco d'azzardo. Il Faust di Goethe, e Dostoevskij, più degli altri poi corrompono dentro, e rovinano l'abitudine alla noia: preliminare qualità d'ogni rapida e cauta carriera bancaria. E senza cautela, negli archivi e tra innumeri libri, così io lettore di Goethe e dell'Idiota, mai m'annoiavo e anzi mi perdevo..."
Così descrive Geminello Alvi, nel suo Dell'Estremo Occidente - Il Secolo Americano in Europa (Marco Nardi, Firenze, 1993; Adelphi, 1996 - un altro lavoro di cui sarà bene riparlare), l'incontro con quei libri che ti formano, ti cambiano dentro: sventurato chi non ha mai avuto la ventura di godere una siffatta esperienza, e nutrire successivamente la doverosa gratitudine. Voglio adesso descrivere ai lettori di Episteme uno di tali felici "incontri" nella mia vita di studioso (per fortuna non pochissimi, altrimenti sarei ancora lì, avvinto alla vulgata corrente, così nella scienza come nella storia): quello con il libro La Bibbia senza segreti, dell'ammiraglio Flavio Barbiero, un'opera che non esito a definire unica per quanto si riferisce al soggetto. Se infatti ritrovo echi simili all'interpretazione offerta dall'autore nel Dizionario Filosofico di Voltaire, alle voci "Abramo", "Genesi", "Mosè", etc., in detto scritto (e in altri affini) l'argomentazione sembra fondata più su un presupposto "personale", una sorta di generale avversione filosofico-psicologica individuale nei confronti di certe tematiche, e dell'uso che ne è stato fatto nel corso della storia (spesso in effetti a fini di sopraffazione, la famosa religione come "oppio dei popoli"). Nel lavoro di Barbiero, invece, ogni conclusione proviene da una chiara esposizione dei fatti, da una loro lucida analisi, eseguita utilizzando un metodo di ricerca assolutamente logico e razionale:
"Eppure [...] tutto a questo mondo ha una logica. Anche questo insieme di fatti apparentemente inesplicabili, quindi, deve rispondere a una sua logica ben precisa. Vediamola" (p. 279).Il dispiegamento di questo proposito nel corso dell'indagine storico-archeologica del Barbiero basterebbe da solo a giustificare ogni attenzione nei confronti delle sue tesi. Se qui arriverò a forme di incondizionato consenso, è perché i risultati raggiunti appaiono invero straordinari: essi contribuiscono all'edificazione di un quadro interpretativo così solidamente razionale, realistico, coerente, da scommettere che sia assolutamente vicino alla verità, salvo forse qualche marginale questione di dettaglio. Sulla base della sua interpretazione, che lo conduce a previsioni di incredibile precisione (un elemento di grande "scientificità" ed "onestà", in quanto tanto più delle affermazioni sono ben definite e circoscritte, tanto più esse sono verificabili ed eventualmente confutabili), l'autore è attualmente impegnato in una campagna di scavi archeologici, che potrebbe portare a uno dei più grandi ritrovamenti che siano mai stati effettuati, a conferma delle "ipotesi" illustrate nel libro. Di fronte a questa possibilità, non si può non sottolineare ancora una volta come non ci sarà da stupirsi se un tale risultato verrà raggiunto da un "dilettante", un outsider, tenuto conto dello stato comatoso in cui versa la nostra accademia, a causa dei numerosi "condizionamenti ideologici" dai quali non sa liberarsi. Del resto, è forse destino costante degli intellettuali il non saper resistere alla tentazione di porsi al comodo servizio del "potere", anche se è comunque sempre da essi (con maggiore probabilità da parte di coloro che sono, come nel caso presente, meno integrati) che originano i più grandi avanzamenti nel campo della conoscenza, quale quello che stiamo attualmente esaminando.Ma procediamo con ordine, cominciando prima di tutto con l'offrire ai lettori l'Indice, e poi ampi stralci, del testo in esame, poiché si tratta di un'opera oggi sostanzialmente irreperibile, a qualche anno di distanza dall'unica edizione, che non ha però "circolato" molto neanch'essa - uno di quei libri "scomodi", da "qualcuno" rapidamente rimossi dal mercato?! Si auspica naturalmente una nuova edizione di questo libro, accresciuta e corretta di quanto il Barbiero ha nel frattempo ulteriormente elaborato sull'argomento, oltre che riscontrato sul "campo". La sua lettura è raccomandata non soltanto a chi ha interesse specifico verso siffatti temi, ma anche a chiunque abbia attenzione nei confronti della storia in generale. In effetti, si può affermare senza alcuna esagerazione che gli eventi analizzati dal Barbiero hanno avuto fondamentale influenza (che non può dirsi cessata neppure ai nostri giorni, al contrario!) nello sviluppo di tutta la civiltà occidentale e islamica: "L'intera operazione fu condotta con un misto di genialità e di lungimiranza straordinarie e di spregiudicatezza e ferocia, che fanno di Mosè la figura più imponente e affascinante della storia. Il risultato finale fu che un'accozzaglia di tribù senza capo, senza religione né legge, attraverso un bagno di sangue e di terrore diventò un popolo che avrebbe riempito la storia della sua religione, dei suoi ideali e delle sue leggi" (p. 257).

Indice (pp. 1-467):
-Parte Prima - Ambientazione geografica e cronologica dei fatti biblici
1 - Ur dei Caldei
2 - L'età dei patriarchi
3 - La cronologia biblica

Parte seconda - Abramo
1 - Abramo il beduino
2 - Economia dei patriarchi
3 - Identità di Abramo
4 - Abramo in Egitto
5 - Jahweh, Elohim, El Elyon, Adonay, El Saddai
6 - Tare
7 - Gli apiru
8 - La razza di Abramo
9 - La guerra fra Sauhsha-tar e Tutmosi III
10 - Abramo in Palestina
11 - Abimelech
12 - L'investitura di Abramo
13 - Cronologia del primo periodo palestinese di Abramo
14 - La campagna contro i re siriani
15 - Agar
16 - Sodoma
17 - Distruzione di Sodoma
18 - Nascita di Isacco
19 - Seir
20 - I figli di Cheturà
21 - I figli di Nahor e Milcà
22 - Il sacrificio di Isacco
23 - Morte di Abramo
24 - Cronologia di Abramo
25 - Sequenza degli avvenimenti secondo la Genesi
     
Parte terza - Isacco e Giacobbe
1 - Isacco
2 - La benedizione di Giacobbe
3 - Per un piatto di lenticchie
4 - Giacobbe in Mesopotamia
5 - Storia di Esaù
6 - Rebecca e Debora
7 - La fuga da Harran
8 - Il ritorno in Palestina
9 - Mahanaim
10 - La lotta con l'angelo
11 - Giacobbe in Palestina
12 - Giuseppe
13 - Pramsess
14 - Cronologia dei patriarchi
15 - Considerazioni sul testo

Parte quarta - Mosè
1 - Gli Ebrei in Egitto
2 - I genitori di Mosè
3 - La famiglia egizia di Mosè
4 - L'esilio nel Sinai
5 - Mosè fa uscire gli Ebrei dall'Egitto
6 - Il passaggio del Mar Rosso
7 - Epoca dell'Esodo
8 - L'itinerario dell'Esodo
9 - La scalata al potere
10 - Il primo tentativo di conquista della Palestina
11 - La morte di Aronne e Mosè
12 - La conquista della palestina
13 - La topografia dell'Esodo
14 - Numero degli Ebrei dell'Esodo
15 - Il tempio-tenda
16 - Le tombe di Mosè e di Aronne
17 - La tutela del segreto

Parte quinta - Il libro della legge
1 - Il libro della Legge
2 - L'arca dell'allenza
3 - Eli, chi era costui?
4 - La famiglia di Mosè
5 - Il testamento di Mosè
6 - Il disegno politico di Mosè
7 - Sebuel il deuteronomista
8 - Il redattore
9 - Conclusioni

2 - Abramo
-2-1 La storia degli Ebrei comincia da Abramo: chi era costui?, e chi sono gli Ebrei? I risultati dell'affascinante investigazione indiziaria di Barbiero conducono a ritenere che Abramo non fosse affatto un pastore nomade, un modesto beduino di origine semita, bensì un ricco nobile Mitanni, vissuto a cavallo dei regni di Tutmosi II e Tutmosi III (ca. 1450), consegnato al Faraone d'Egitto insieme al nipote Lot come "ostaggio"; probabilmente un figlio dello stesso re Mitanni Saushsha-Tar (il biblico "Tare", Gs. 11,26). "Ebreo" proverrebbe da apiru, termine con cui gli egiziani designavano gli "ostaggi provenienti da potentati indipendenti (e cioè stranieri) con i quali si erano conclusi patti di alleanza o non belligeranza [...] Ostaggi 'forestieri' che venivano forniti di servi e armati e godevano indubbiamente di un regime di semilibertà e di considerazione superiore a quello dei normali ostaggi 'domestici'" (p. 59); "Sarebbero sopravvissuti invece, come popolo a sé stante, gli apiru di Mitanni, che ormai si identificavano con la sola tribù di Israele, a cui evidentemente il termine rimase, trasformandosi poco a poco in quello di 'ebrei'" (p. 61).Il testo dedica naturalmente ampio spazio alla discussione di questioni geografiche, per esempio quale città fosse, o dove bisogna pensare si trovasse, la famosa "Ur dei Caldei" (Gs. 11,31) - da non identificarsi, secondo l'autore, con la Ur che comunemente si crede, quella dei Caldei babilonesi, sul Golfo Persico - e cronologiche, queste ultime essenziali, qui e nel seguito, perché la ricostruzione di Barbiero colloca la vicenda di Abramo intorno al 1450, e quindi parecchi secoli dopo il comune 1800-1700 scelto invece dall'esegesi moderna. Sarebbe questa, secondo Barbiero, una datazione fondata su motivi esterni, per far tornare i conti con dati provenienti da una cornice storica errata (p. 19), oltre che da un grosso equivoco sul significato degli intervalli temporali indicati nel testo biblico, che induce a dilatare indebitamente la duranta degli eventi narrati. Le considerazioni portate a favore della tesi in parola sono estremamente acute e illuminanti: ne diamo qui di seguito un campione significativo, per di più assai godibile "logicamente". "Cominciamo col rilevare una singolare peculiarità del linguaggio impiegato nel Pentateuco. Nella lingua italiana esistono termini come 'un paio', 'alcuni', 'diversi', 'parecchi', 'molti' (giorni, soldi, uomini), che indicano grandezze indefinite, ma precise a sufficienza per gli scopi degli interlocutori. [...] Ad esempio, se uno dice: 'Sono stato assente qualche giorno', normalmente intende dire che la sua assenza è durata da quattro ad otto giorni, non di più, né di meno. Per indicare durate superiori, sempre indefinite, userà termini come 'diversi', 'parecchi', 'molti' e così via. [...] Qualcosa del genere deve necessariamente esistere anche nella lingua ebraica; ma non compare praticamente mai nel Pentateuco, dove le indicazioni di quantità sono sempre riportate con cifre numeriche. Un'ipotesi seducente e ragionevole è che quelle cifre che compaiono con frequenza eccessiva vengano impiegate con lo stesso significato da noi attribuito ai termini suddetti per indicare grandezze indefinite, ma comprese entro limiti di variabilità noti all'interlocutore. L'impiego di numeri precisi per indicare grandezze indefinite non è infrequente neppure nel linguaggio moderno [...] Pertanto quando nel testo del Pentateuco compare una cifra come 'tre', 'sette', 'quaranta', 'settanta' e 'quattrocento' ci si troverebbe di fronte a una quantità indefinita, ma compresa entro limiti più o meno noti al narratore. Da un esame accurato del contesto in cui compaiono i suddetti numeri, è possibile determinare in modo sufficientemente attendibile le reali quantità che essi starebbero ad indicare. Tutte le indicazioni e i passi del Pentateuco divengono infatti verosimili e coerenti se si suppone che esista la seguente corrispondenza:
tre = 'un paio': 2-3 (spesso anche 3 esatti)
sette = 'alcuni': 4-9 (spesso anche 7 esatti)
quaranta = 'diversi': 10-20
settanta = 'parecchi': oltre 20
quattrocento = 'molti': oltre 50.
Si potrebbe pensare che quando si incontrano numeri diversi da questi, si debbano interpretare come cifre esatte e attendibili; ma è immediato rendersi conto che non sempre è così. Le età dei patriarchi e di altri personaggi del Pentateuco, per esempio, sono chiaramente irragionevoli. Sono cifre casuali, prive di un reale contenuto informativo? Ad un esame approfondito risulta evidente che nessuna di esse è il frutto di una gratuita mania di esagerazione del redattore, ma piuttosto di suoi clamorosi errori di interpretazione. [...] A titolo di esempio vediamo come il redattore ha ottenuto la cifra di centoquarantasette anni per la vita di Giacobbe. Essa risulta dalla somma aritmetica delle seguenti cifre: 40 + 20 + 70 + 17 = 147. Ciascuna di queste cifre corrisponde alla durata di un ben determinato periodo della vita del patriarca, che può essere individuato con sicurezza sulla base del testo. [...] con l'ipotesi suesposta tutto diventa ragionevole e perfettamente chiaro e coerente. La durata della vita dei patriarchi viene ricondotta entro limiti accettabili e valutabili con sufficiente approssimazione; tutta la vicenda biblica assume così proporzioni temporali più 'umane'" (pp. 22-25).Naturalmente, una volta stabilite per questa via delle datazioni più affidabili, ottenute "basandosi unicamente su dati interni" al testo biblico (p. 28), si tratta di andare a verificare una serie di concordanze con altri eventi storici certi, per esempio con la cronologia egiziana, sulla quale esistono numerose informazioni, e Barbiero esegue questo compito con una cura che lascia infine pochi dubbi sull'attendibilità generale dei risultati a cui perviene. Terminiamo la presente sezione sottolineando una prima inaspettata conseguenza delle originali tesi esposte nell'opera che stiamo analizzando, e cioè che Abramo fosse di origine ariana, come la sua bella moglie Sara: carnagione chiara, capelli rossicci, caratteristiche somatiche riemergenti tra i suoi discendenti. Non si dimentichi infatti che Esaù era rosso, "tanto da meritarsi il soprannome di Edom, 'il Rosso' (Gs. 25,25)" (p. 63), e che più tardi Saul viene scelto come primo re di Israele esclusivamente sulla base del suo aspetto fisico. La Bibbia non specifica precisamente quale esso fosse, ma è certo che il suo "concorrente e successore, Davide, aveva i capelli fulvi. Samuele lo scelse, sembrerebbe, proprio sulla base di questo particolare fisico" (I Sam. 16,12 - pp. 63-64).

-2-2 Ricostruiti esattamente luoghi e periodi della vicenda, passiamo adesso all'aspetto soprannaturale che pervade il "testo sacro", almeno secondo il modo con cui milioni di persone sono state abituate a intenderlo (indotti quindi, se si vuole rifiutare tutta questa particolare "fenomenologia", in applicazione di uno stretto principio di razionalità, a relegare tale parte della narrazione nel regno della pura fantasticheria, o della metafora). Chi è il "personaggio", a cui si fa riferimento nel testo biblico con diversi appellativi, nei confronti del quale Abramo mostra tanta devozione e rispetto, colui che stringe patti di alleanza con il progenitore della stirpe di Israele, che quando è il caso gli rende giustizia come conseguenza della sua "fedeltà"?
"Jahweh disse ad Abramo: 'Io sono Jahweh; io ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti questa terra'" (Gs. 15,7); "In quel giorno Elohim fece una promessa ad Abramo. Gli disse: 'Io prometto di dare a te e ai tuoi discendenti questa terra che si estende dal fiume dell'Egitto fino al Gran Fiume, l'Eufrate'" (Gs. 15,7); "In quella stessa notte gli apparve Jahweh e gli disse: 'Io sono il tuo Dio. Non temere perché io sono con te e ti benedirò'" (Gs. 26,23), etc. (p. 80). Bene, la risposta di Barbiero è forte e chiara, e diversa dalle due con cui usualmente si ha a che fare. Da millenni infatti una scuola di pensiero ha ritenuto che si tratti della "prima presa di contatto di Dio con l'uomo da lui prescelto per dare origine al 'popolo eletto'" (p. 49). Una seconda, contrapposta alla prima in scontri che numerose volte sono arrivati anche alla violenza fisica, ha ritenuto al contrario di essere davanti a delle pure e semplici favole, all'edificazione di "miti fondatori" intesi a far presa, per finalità peraltro assai concrete, sulla componente irrazionalistica dell'essere umano. Secondo Barbiero invece, tenuto conto di tutta una serie di caratteristiche fisiche assai poco soprannaturali di questi misteriosi "personaggi" (il plurale è d'obbligo, visto che si avrà a che fare con individui differenti nel corso dei tempi), siamo banalmente in presenza di un modo di riferirsi al Faraone (identificabile, nel caso dei versi dianzi citati, in Tutmosi III), sovrano e Dio vivente in terra d'Egitto, del quale Abramo era un fedele vassallo, un affidabile apiru, dimostratosi degno di meritare la fiducia e la stima del suo "Signore". Barbiero dedica un intero capitolo, il V della seconda parte, a una precisa discussione dei diversi termini con i quali si allude nel testo biblico all'autorità regia (oltre a Jahweh, infatti, troviamo utilizzati pure Elohim, El Elyon, Adonay, El Saddai), impersonificata o dal Faraone vero e proprio, o da suoi legittimi rappresentanti, funzionari, o in qualche caso pure dei semplici "messaggeri", ovvero angeli: "'un angelo di Jahweh', cioè un personaggio di livello molto elevato nella gerarchia egizia" (p. 95). Ciò permette di dare un senso immediato a parole come quelle che Abramo rivolge al servitore incaricato di andare a cercar moglie per il proprio figlio Isacco: "Elohim stesso manderà il suo angelo dinanzi a te, perché tu possa trovare là una moglie per mio figlio" (Gs. 24,7 - p. 125). Questo tipo di interpretazione consente a Barbiero di "agganciare la saga biblica alla storia generale del Medio Oriente" (p. 52), e quindi di affrontare, e brillantemente risolvere, alcune questioni su cui "si sono scervellat[e] generazioni di studiosi" (p. 104). Per esempio, il significato da attribuire ai versi di Gs. 17,1: "Abramo aveva novanta anni quando Jahweh gli apparve e gli disse: 'Io sono El Saddai. Ubbidisci a me e agisci giustamente...'" (p. 104). El Saddai non sarebbe altro che un termine per designare l'erede al trono d'Egitto, che da un certo momento in poi deve essere considerato come vero e proprio coregnante con il vecchio Faraone ancora in vita (il che crea qualche problema in ordine a possibili sovrapposizioni di "cronologie" dinastiche, gli ultimi anni di regno dell'uno essendo computati anche come primi del regno dell'altro, questioni che pure il nostro autore affronta con molta consapevolezza critica). In questo stesso ambito di idee, Barbiero offre un'elegante soluzione al problema dei numerosi "sogni" a cui fa riferimento il testo della Genesi ("Di notte Jahweh apparve in sogno ad Abimelech e gli disse: '[...] restituisci la donna a quell'uomo [...]"), che dovrebbero essere tradotti come semplici "ordin[i] dat[i] direttamente, ma non di persona e neppure tramite un 'angelo'. Il mezzo alternativo più ovvio e naturale è quello della corrispondenza, molto usato dai faraoni della dinastia XVIII" (p. 83). Tesi che potranno apparire azzardate, nella loro estrema radicalità, e capaci forse perfino di offendere qualche "suscettibilità religiosa", ma che Barbiero illustra in modo assai convincente, sottolineando anche la corrispondenza con dati storici certi relativi al regno di Tutmosi III desumibili dagli Annali di Karnak (pp. 84 e segg.). Forniamo al lettore solo un paio di interessantissimi esempi. "per quanto possa sembrare incredibile, analizzando il testo degli Annali di Karnak si può stabilire con certezza che, nel quarantunesimo anno, Tutmosi III si fermò a Ebron ed ebbe rapporti con una popolazione che dalla Genesi risulta fosse confinante di Abramo. [...] Annali e Genesi ci consentono quindi di ricostruire con precisione e attendibilità gli avvenimenti di quell'anno, il quarantunesimo di Tutmosi III" (pp. 85 e 86); "La descrizione della distruzione di Sodoma fatta dalla Genesi è praticamente coincidente, tenuto conto del punto di osservazione, con quella della campagna militare effettuata da Amenofi II in Palestina nel suo nono anno di regno, per cui si deve ritenere che descrivano entrambi lo stesso fatto storico" (p. 103). Il Faraone in persona dovette infatti essere presente in Palestina nell'occasione appena menzionata, a condurre le operazioni militari, ed il suo incontro con Abramo alle querce di Mamré, mentre il sovrano ben in carne ed ossa è attorniato da personaggi di alto rango, è reso al seguente modo nel racconto della Genesi, tutto ispirato ad assoluta fisicità: "Abramo alzò gli occhi ed ecco che tre uomini stavano in piedi presso di lui, e appena li ebbe visti corse loro incontro dall'ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: 'Mio Signore, ti prego, se ho trovato grazia ai tuoi occhi non passare oltre dal tuo servo. Lasciate che vada a prendervi un po' di acqua per lavarvi i piedi e stendetevi sotto l'albero'" (Gs. 19,5 - p. 99).

3 - Isacco, Esaù e Giacobbe
Segnata ormai la strada, è facile per Barbiero andare avanti, trovando sempre ulteriori conferme del suo metodo di decodificazione, e del suo assunto principale, che cioè la narrazione biblica è una cronaca storica sostanzialmente realistica, dalla quale si possono trarre informazioni su dati di fatto, ovviamente se si è capaci di effettuare una lettura intelligente, e "maliziosa", del testo, individuandone eventuali abbellimenti, esagerazioni, aggiunte spurie, menzogne volontarie, semplici equivoci, etc.. Incontriamo così Sara e la sua sterilità; "Agar l'egiziana" (Gs. 15,1) e Ismaele; Isacco (l'episodio del celebre sacrificio richiesto da "Elohim" non sarebbe stato altro che una prova di fedeltà imposta dal neofaraone Tutmosi IV, successore di Amenofi II, ai suoi vassalli, test che Abramo superò brilantemente - pp. 122 e segg.); Esaù, Giacobbe, e la famosa controversia sulla primogenitura, che avrà qualche importanza nei futuri sviluppi della storia del popolo ebraico, visto che sarà proprio il conflitto tra i due gemelli la causa della migrazione di Giacobbe (Israele) e di tutta la sua tribù in Egitto, intorno al 1330, a seguito del figlio Giuseppe, il quale, diremmo oggi in termini moderni, aveva lì "fatto carriera", etc.. Naturalmente, anche nella ricostruzione di ciascuno di questi eventi il criterio di realistica verosimiglianza dispiegato da Barbiero nel corso della sua ricerca, la fa da padrone. Per esempio, una successione non era automatica, ma aveva bisogno di un'investitura ufficiale da parte del padre, oltre che di un ulteriore riconoscimento, una sorta di "sanzione", da parte dell'autorità regale, ed ecco così spiegate le tante "benedizioni di Jahweh", di cui abbonda il resoconto biblico. "In Genesi 25,11 si dice che 'dopo la morte di Abramo Jahweh benedisse Isacco'. Questa parola, 'benedizione', compare nella Genesi tutte le volte che c'è da assegnare qualche eredità: Isacco viene benedetto da Elohim dopo la morte di Abramo; Isacco a sua volta benedice Giacobbe prima di morire e nega la benedizione a Esaù, perché non ha più niente da dare; Giacobbe benedice i suoi figli prima di morire [...] Queste 'benedizioni', in pratica, appaiono essere dei veri e propri testamenti. Nel caso di Isacco, essendo unico erede legittimo, non c'è bisogno di una benedizione da parte di Abramo, ma essa viene data ugualmente da Elohim, ossia dal faraone: evidentemente ed ovviamente la successione doveva essere sanzionata dal faraone. E' presumibile che queste 'benedizioni' fossero costituite da un documento scritto che attestatava il diritto del suo detentore alla successione. Erano quindi non semplici invocazioni verbali del favore divino, ma qualcosa di assai più concreto e consistente" (pp. 145-146). Barbiero indaga anche con una certa profondità la questione della "vendita" del diritto di primogenitura, tramandata nel corso dei secoli come una storiella, ingenua e patetica, rabberciata in modo autonomo da anziani con scarsa fantasia, per tacitare la curiosità di ragazzi privi di uno sviluppato senso critico (p. 147):
"Dobbiamo considerare che tutto ciò che sappiamo sui patriarchi fu in un primo momento tramandato oralmente, fino a che qualcuno, ai tempi di Mosè, raccolse le tradizioni orali e le mise per iscritto. In tutto questo periodo le gesta dei padri venivano raccontate dagli anziani a un uditorio composto da figli, parenti e servi. Un uditorio interessatissimo a conoscere le proprie radici. Si può immaginare l'imbarazzo del narratore quando arrivava al punto chiave del suo racconto, quello che aveva avuto una influenza decisiva in tutta la storia successiva: l'investitura di Giacobbe da parte di Isacco [...] 'Perché Giacobbe, se il primogenito era Esaù?' Dalla risposta dipendeva la legittimità del primato di Israele rispetto a Edom; questione non secondaria ai tempi in cui i fatti venivano narrati".La stessa Bibbia spiega chiaramente, secondo Barbiero, il vero motivo che spinse Isacco a diseredare Esaù, il quale poi non accettò evidentemente la decisione del padre, e della madre: "Quando Esaù ebbe quarant'anni prese due mogli ittite [...] Questo fatto causò profonda amarezza a Isacco e Rebecca [...] Rebecca disse a Isacco: 'A causa delle donne ittite di Esaù ho perso il gusto di vivere. Se anche Giacobbe prende in moglie una del paese, una Ittita, preferisco morire!' Perciò Isacco chiamò Giacobbe, lo benedisse e gli diede quest'ordine: 'Non devi prendere in moglie una donna di queste parti. Va' dunque in Mesopotamia, alla casa di Betuel, tuo nonno materno, e prendi in moglie una ragazza di là [...] E Elohim ti benedirà [...] e darà a te la benedizione di Abramo...'" (Gs. 26, 34-35; 27,46; 28,1-4 - pp. 148-149). Gli Ittiti, altro che le lenticchie, nemici mortali del popolo Mitanni, che in effetti proprio intorno al 1350, segnarono la fine di quell'impero, allora retto dal suo ultimo re Tushratta. Comunque, la conseguenza di tutti questi "intrighi dinastici" di basso profilo, a causa della morte di Isacco sopraggiunta troppo presto, fu che "Esaù ebbe il sopravvento e Giacobbe fu costretto a fuggire dalla Palestina e a rimanere in esilio per ben venti anni". "Fuggito Giacobbe, Esaù evidentemente si impossessò dei domini di suo padre e se ne fece signore" (pp. 150 e 161). Una volta rientrato in Palestina, Giacobbe - assieme alle due mogli Lea e Rachele, le figlie di Labano - ritrova il fratello signore di Seir, "una regione semidesertica a sud-ovest del Mar Morto". Perché Esaù avrebbe abbandonato le ricche e fertili terre di Ebron la Bibbia non ce lo dice chiaramente, "Forse perché si trattò di fatti terribili o umilianti, che la tradizione o il redattore non hanno ritenuto di dover tramandare" (p. 163), fatti che comunque Barbiero riesce a ricostruire rivolgendosi ad altre fonti che ci forniscono notizie sugli eventi accaduti in quel periodo in quella parte di mondo, traendone una conferma ulteriore che il suo "metodo" funziona. E' interessante sottolineare l'esistenza di un reperto storico, un messaggio inviata al faraone Akenaton da un suo feudatario Suwardata, che si definisce "principe di Ebron", e si dichiara attaccato dagli apiru Ittiti, i quali si stavano impadronendo dei territori dei Mitanni, grazie alla debolezza della politica egizia del tempo. Per Barbiero non ci sono dubbi, "'Sw-rdt, principe di Ebron, è proprio lui, Esaù 'il Rosso'" (pp. 165-166), ed è una conclusione stupefacente, da cui consegue che riferimenti originali ad un personaggio biblico così importante sono rimasti disponibili, fatti salvi dalle intemperie dei secoli, per chi li sappia correttamente individuare. Esaù, nonostante le sue mogli ittite, dovette infine abbandonare Ebron, vuoi a seguito di una sconfitta militare, vuoi a seguito di accordi politici impostigli dall'alto, e mentre "si dissanguava nella guerra contro gli apiru ittiti, Giacobbe in Mesopotamia si dava da fare per accumulare figli e ricchezze" (p. 174). Un patrimonio ingente che non bisogna sottovalutare, per uno che era precipitosamente fuggito povero in canna, non avendo altro "che il suo bastone", quando aveva attraversato il Giordano per raggiungere Harran (Gs. 32,11 - p. 159). Comunque sia, quando il fratello rivale ritorna (probabilmente dietro suggerimento del partito egizio anti-ittita, mentre la fazione filo-ittita era stata al contrario nefasta per le fortune di Esaù), "Edom il Rosso" è ancora temibile, e assetato di vendetta nei confronti del "traditore" come il primo giorno. Sicché Giacobbe si rivolge al suo protettore dicendo: "O dio dei miei padri, dio di Abramo e dio di Isacco, El Saddai! [con ogni probabilità quindi l'avveduto Haremab, destinato a succedere al vecchio e malandato Ay, successore di Tutankamon] Tu mi hai detto: 'Ritorna al tuo paese, alla tua famiglia e io farò in modo che tutto ti vada bene [...] Renderò i tuoi discendenti numerosi come i granelli di sabbia del mare, che non si possono contare da quanti ce ne sono!'" (Gs. 32, 10-13 - p. 181); "Salvami dalla mano di mio fratello Esaù, perché ho paura di lui. Temo che egli venga e uccida me, le donne e i bambini" (Gs. 33,12 - p. 185). L'invocazione funziona, perché quando Esaù si presenta assai poco amichevolmente al campo di Giacobbe, accompagnato da quattrocento uomini armati, gli "angeli di Elohim" lo dissuadono a mettere in opera quell'atto di riparazione che aveva evidentemente intenzione di compiere. Si può aggiungere che tra questi "angeli" ce ne doveva essere uno particolarmente amico di Giacobbe, visto che combatté con lui per un'intera notte, fino all'aurora (Gs. 33, 24-28), e che al termine della lotta, ammirato dalla prestanza fisica del suo avversario, gli dice: "Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché hai conteso con Elohim e con gli uomini così che alla fine hai prevalso". Secondo il commento di Barbiero: "Era un'usanza tipica degli Egizi quella di dare un nome egizio ai forestieri che entravano nel Paese [...] Il cambio di nome, quindi, era associato ad un'autorizzazione a risiedere in suolo egiziano" (p. 189). Barbiero ci accompagna poi attraverso gli eventi che portarono infine alla migrazione del gruppo di Giacobbe in Egitto, i conflitti tra i suoi numerosi figli, i capostipiti delle famose 12, o 13, "tribù di Israele", la vendita di Giuseppe da parte dei fratelli, la nascita di Beniamino, etc., tutte storie ben note alla cultura occidentale, anche se, lette alla "luce" di questo libro, c'è veramente da meditare a fondo su come e quanto l'umana "ansia di credere" abbia potuto deformare nel corso dei secoli semplici (e modeste, oltre che meschine) cronache di proprietà terriere, esigenze di riconoscimenti di "nobiltà" e "purezza" della propria ascendenza, per accampare conseguenti concretissimi "diritti" su qualche pozzo, e un po' di bestiame!

4 - Mosè
-4-1 Se Barbiero si occupa, opportunamente, del testo biblico nella sua interezza (almeno per la parte che può dirsi "storica", e ad eccezione, comprensibile, dei primi 10 paragrafi della Genesi - probabilmente ispirati, o se si preferisce scopiazzati, da analoghe tradizioni di altre "culture"), naturalmente il personaggio principale della sua opera è Mosè, tanto che questo di cui ci stiamo occupando potrebbe dirsi un romanzo su Mosè, ovvero la sua prima vera autentica biografia. Del resto, l'autore non nasconde la sua "predilezione" per il personaggio, quando scrive:
"Gli Ebrei non avevano quindi la benché minima possibilità di fuggire, perché gli Egizi erano incomparabilmente più potenti e non era neppure concepibile allontanarsi senza il loro consenso, magari aprendosi la strada con le armi. Per andare dove, poi? La Palestina era ancora saldamente sotto il dominio egizio, e non era ipotizzabile, ai tempi di Mosè, una eclissi dell'impero. La Terra Promessa era dunque un sogno senza speranza finché non arrivò Mosè, l'uomo più straordinario della storia, che trovò il modo di realizzarlo" (p. 220). Ma chi era Mosè?, quali avvenimenti lo spinsero a seguire una strada tanto difficile, seppure infine così feconda di soddisfazioni? Nel Cap. II della parte IV Barbiero affronta questo problema, e l'analogo relativo al preteso suo "fratello" Aronne, che fu uno degli "amici" di Mosè "più intimi e fidati", "un 'nobile' poco più vecchio di lui. Intelligente ed ambizioso, ma caratterialmente debole, Aronne subì il fascino di quella personalità fortissima e tenebrosa [tanto da] esserne soggiogato" (p. 227).
Lasciamo parlare ancora l'autore.
"Senza alcun dubbio Mosè era intelligente, avido di sapere, acuto, dotato di una grande capacità di analisi e di sintesi [...] Mosè venne così a contatto con gli aspetti più intimi e segreti della civiltà egizia, con i retroscena politici e tutti i trucchi, le grandezze e le miserie dell'esercizio del potere. Capì la straordinaria importanza della religione, delle leggi e dell'organizzazione per il governo di un popolo. Apprese le tecniche più raffinate per imporre la propria autorità sugli uomini. Toccò con mano l'evidenza che i governanti erano uomini come lui; con le loro debolezze e meschinità di uomini; meno intelligenti di lui [...] [dal suocero Ietro, "un passabile stregone", presso il quale si era recato fuggiasco, in quanto ricercato per omicidio] Mosè dovette imparare tutti i trucchi del mestiere (Es. 4,1-17). Scoperse il tremendo potenziale della magia; il potere che la superstizione e l'occulto esercitano sulla mente degli uomini. E imparò a servirsene." (pp. 225 e 226). Barbiero individua anche due elementi psicologici fondamentali per chi voglia interpretare il travaglio della vita di Mosè. Prima di tutto, egli era balbuziente, difetto tanto più condizionante (assieme all'ascendenza "incerta") quanto più questi, con la sua straordinaria intelligenza, si sentiva superiore agli altri:
"Essere balbuzienti, a quell'epoca, era una vera e propria tragedia: risate, scherno e lazzi vari dovevano essere il pane quotidiano del povero Mosè. Si aggiunga che era un Ebreo dagli incerti natali e si può ben immaginare quali fossero le sue condizioni e le sue prospettive. Sono fattori normalmente sufficienti a distruggere la dignità di un uomo e farne un emarginato, un parià. Ma uniti a sensibilità acuta, quasi morbosa, e ad un'intelligenza vivissima, possono formare una miscela esplosiva e far scattare la molla dei più folli sogni di rivalsa" (p. 225). Ma l'ossessione fondamentale di Mosè, quella che ne condiziona tutti i futuri atti, è relativa alla propria sepoltura, problema che naturalmente concepisce nelle vesti di una persona la cui cultura, "aspirazioni e ambizioni dovevano essere molto più vicin[e] a quell[e] di un Egizio della sua epoca che non a quelli di un 'Ebreo' come oggi lo intendiamo":
"Quella del faraone, naturalmente, scavata nelle viscere della terra e il grande tempio funerario per i quali lavorava l'intero Egitto e in funzione dei quali il nostro funzionario spremeva tributi, manodopera, energie a non finire. Ma anche la tomba di famiglia del funzionario stesso, che sicuramente ambiva a una sepoltura degna del suo rango [Nota nel testo: 'L'importanza dell'oltretomba per gli Egizi fu tale da condizionare la loro esistenza. Non esisteva una separazione netta tra il mondo dei vivi e quello dei morti [..] Gli Egizi concepivano la morte come la separazione dell'elemento corporeo dai principi spirituali; la credenza più antica, che rimase sempre viva, era che l'anima avesse bisogno del corpo per sopravvivere e che in mancanza di questo sarebbe perita per sempre [...] Durante le dinastie dell'Antico Regno gli alti funzionari furono sepolti nelle mastabe allineate attorno alle piramidi e potevano, in tal modo, partecipare ai destini del sovrano [...] I poveri, naturalmente, dovevano accontentarsi di una fossa scavata nella sabbia', F. Cimmino, Vita quotidiana degli Egizi, Rusconi, Milano 1985, pp. 122-128]. Ad essa dedicava gran parte delle proprie energie e tutto il frutto delle proprie ruberie e malversazioni [...] Su un punto, in particolare, dobbiamo ritenere che [Mosè] fosse estremamente sensibile: quello della sua tomba. Tanto più che, secondo i costumi dell'epoca, lui non aveva diritto a una sepoltura: il suo cadavere sarebbe finito in pasto ai cani e agli avvoltoi, come si conveniva ad un figlio di nessuno" (p. 226).

4-2 L'Esodo
Dopo aver convenientemente delineato i punti fondamentali dello scenario nel quale bisogna inquadrare gli eventi, arriviamo alla più grande impresa di Mosè, la liberazione degli Ebrei d'Egitto, l'Esodo e la conquista della Terra Promessa, termini di riferimento concettuale e simbolico di cui tutta la cultura occidentale è stata in seguito pervasa (si ripensi per esempio all'invasione dell'America da parte inglese, concepita come occupazione di una nuova "Terra Promessa"), e lo è in certo modo tuttora: attuale situazione nel Medio Oriente docet.
Rientrato in città, alla morte di Ramsess II, dal suo periodo di esilio nel deserto (dove aveva coltivato, nel corso di "lunghe ore di solitudine", "solo con le sue capre, se stesso e il suo passato", i suoi "folli sogni di rivalsa" - pp. 227-228), Mosè iniziò i preparativi del piano che aveva concepito, d'intesa con il suocero Ietro ("Prepararono la messinscena sulla Montagna Sacra [...] tutto il repertorio di trucchi spettacolari e terribili che avrebbe consentito loro di colpire la fantasia degli Ebrei e di soggiogarli" - p. 229). Naturalmente Mosè aveva davanti a sé problemi assai difficili da risolvere: convincere gli Ebrei a lasciare l'Egitto, accettandolo come capo, prevedere ed annullare la probabile ostilità degli Egiziani alla loro partenza, etc., tutti compiti nei quali profonde il suo straordinario talento, e sul cui puntuale espletamento Barbiero ci informa in maniera ammirata, e vivacemente verosimile. Diamone un esempio, che ha quasi del comico. "Di fronte a quei preparativi di partenza [...] il governatore da cui dipendeva Israele cominciò a preoccuparsi. Non poteva certo permettere che gli Ebrei se ne andassero in massa, privando l'economia locale di uno dei suoi pilastri. Il faraone, come minimo, l'avrebbe destituito. Convocò i capi-tribù e chiese spiegazioni. Quelli negarono di voler abbandonare l'Egitto; carri, viveri, oro e preziosi vari servivano per un grande raduno nel deserto: 'Lasciaci andare per il cammino di tre giorni nel deserto: per sacrificare a Jahweh, nostro Dio, perché non ci colpisca con la peste o la spada' (Es. 5,3). Il visir nicchiava: 'Andate a sacrificare al vostro Dio nel paese' (Es. 8, 21). Impossibile: 'Non possiamo certo fare così, poiché è un abominio per gli egiziani se sacrifichiamo a Jahweh, nostro Dio; sacrificando un abominio ai loro occhi, non ci lapideranno forse? Andremo nel deserto a tre giorni di cammino per sacrificare a Jahweh, nostro Dio, come ci aveva detto' (Es. 8,22-23). Il visir chiese garanzie: lasciassero nel paese donne e bambini (Es. 10,11). Neanche parlarne: 'Andremo coi nostri giovani e i nostri anziani, andremo coi nostri figli e le nostre figlie, col nostro gregge e il nostro armento, perché è per noi una festa di Jahweh' (Es. 10,9). Lasciassero il bestiame (Es. 10,24). No: 'Anche i nostri greggi verranno con noi: non ne resterà un'unghia, perché da quello prenderemo per servire Jahweh e non sappiamo con che cosa servire Jahweh, finché non arriveremo laggiù' (Es. 10-25,26). Alla fine, dopo laboriose trattative, si accordarono: gli Ebrei potevano andarsene dove pareva loro, con quello che volevano; solo, avrebbero dovuto accettare la presenza di un forte contingente di truppe egizie, incaricate di sorvegliarli. A loro spese, naturalmente. Erano le condizioni previste e propugnate da Mosè" (pp. 232-233). Inizia così il viaggio nel deserto: migliaia di Ebrei, carri, animali, una colonna interminabile, sparpagliata per vari chilometri tutto intorno, un vasto agglomerato vivente che Mosè conduce con un "grande braciere pieno di bitume ardente. Sprigionava una 'colonna' di denso fumo, che poteva essere vista da chilometri di distanza e serviva da riferimento e guida durante la marcia. Di notte la posizione del braciere era segnalata dal bagliore delle fiamme (Es. 13,21)" (p. 234). Le truppe egizie seguono a distanza gli Ebrei, guidate anche loro dal braciere ardente, proprio ciò che Mosè voleva accadesse. Dopo un viaggio di un paio di settimane (Barbiero analizza anche il significato di un'unità di misura quale il "giorno di cammino"!), "Mosè piantò il campo sulla riva del Mar Rosso, di fronte alle secche [...] che in quel momento erano ben nascoste, essendo la marea al culmine" (p. 234), di cui lui solo, oltre qualche beduino, conosceva l'esistenza. Seguono tra le pagine più belle, e "mosse", dell'intero resoconto di Barbiero. Mosè sa che in un particolare giorno dell'anno, quando la marea si ritira, una sottile lingua di terra rimane libera dalle acque, e consente il passaggio sull'altra sponda. E' notte, e al buio, circondato dal suo popolo, è in attesa spasmodica del momento favorevole: a un suo cenno, gli Ebrei si precipitano nel Mar Rosso, "in colonne ordinate e silenziose, sospingendo avanti a sé le greggi" (p. 236). Le sentinelle egizie, accampate a breve distanza, avvertono forse qualcosa di diverso, il rumore prodotto dagli animali, ma il braciere è sempre lì immobile davanti a loro, "non c'era di che allarmarsi". Al primo chiarore, scorgono il campo degli Ebrei: "delle loro tende, dei carri e delle migliaia di capi di bestiame nessuna traccia [...] Cosa stava succedendo?". Il seguito della storia è noto. Le truppe risvegliate in gran fretta si precipitano all'inseguimento, ma Mosè ha previsto tutto, e osserva infine "sogghignando i cavalli che si dibatt[ono] nelle acque e i soldati che affond[ano], trascinati dalle loro armature. Il piano studiato così meticolosamente per anni, era riuscito [...] In cuor suo trionfava, gonfio d'orgoglio. E ne aveva di che: per la genialità e audacia della concezione, la complessità delle operazioni, la meticolosa pianificazione e l'esecuzione brillante e decisa, è un'impresa che non ha paragoni nella storia. Lui, figlio di genitori ignoti, balbuziente, ricercato per omicidio, armato soltanto della sua genialità e audacia, aveva osato sfidare il sovrano più potente dell'epoca, riuscendo a sottrargli un intero popolo [...] e ad annientare il meglio dell'esercito più potente del mondo [...] Nessuno riuscirà mai a fare qualcosa di paragonabile. Bastava un piccolo errore di calcolo, una mossa sbagliata, e l'avventura poteva trasformarsi in tragedia; mi piace pensare che non perdette neppure una capra!" (p. 237). Barbiero spinge l'accuratezza della sua ricostruzione fin quasi a determinare la data del memorabile evento con precisione. Siamo tra la fine di maggio e i primi di giugno, nel terzo o quarto anno del regno di Merneptah, quindi "in corrispondenza di una delle seguenti date: 1235, 1221 oppure 1213" (p. 402), che potrebbe essere addirittura stabilita con assoluta esattezza, visto che una delle famose "piaghe" da cui l'Egitto fu afflitto (a detta degli Ebrei, naturalmente, per volontà del loro Dio Jahweh) corrisponde con molta verosimiglianza a un'eclisse totale di sole, e gli Ebrei attraversarono il Mar Rosso circa un mese dopo. Un'eclissi totale di sole nella seconda o terza decade di maggio, quindi, verificatasi nell'alto Egitto, potrebbe permetterci di "ricavare con precisione e certezza la data assoluta del passaggio del Mar Rosso [...] di datare con precisione avvenimenti accaduti più di tremila anni fa [...] consentendoci fra l'altro di fissare una volta per tutte la cronologia egizia" (p. 402). Terminiamo questa sezione indicando un'altra delle non minori perle di cui è disseminata quest'opera: il problema del numero degli Ebrei dell'Esodo, e dei censimenti delle tribù di Israele (pp. 295 e segg.). "Mosè, prima di partire dal monte Horeb, fece un censimento (Nm. 1,1-47) e lo ripeté a distanza di anni, nella valle di Moab, prima dell'invasione della Palestina (Nm. 26,1-51). Più che di censimenti veri e propri, si trattò di un conteggio degli uomini abili alle armi, inquadrati nell'esercito, che risultarono rispettivamente 603.550 e 601.730. Sono cifre sproporzionate in quanto presuppongono una popolazione globale di almeno tre milioni di persone, del tutto irreale". La solita pretesa "mania di esagerazione" degli antichi, si chiede Barbiero, o non piuttosto il frutto di un nuovo equivoco interpretativo, simile a quello che è stato analizzato nella sezione 2-1? Questo secondo è ovviamente il caso, a ulteriore riprova che il testo biblico non è una "favola". Il fatto è che: "La parola ebraica per indicare le 'migliaia', elef, significa anche 'capo'", sicché quando si legge ad esempio che "I registrati della tribù di Ruben risultarono 46 elef e 500", non bisogna tradurre come 46.500, bensì come 500 soldati comuni, e 46 "capi", "ufficiali", "cioè i discendenti legittimi del capostipite di ciascuna tribù", "i quali possedevano collegialmente tutti i beni della tribù, mandrie e greggi, compresi i relativi pastori e le loro famiglie"! Non ci voleva poi molto, ma, si sa, neanche a far star ritto l'uovo di Colombo! Certo è che, ancora una volta (non è questo l'unico episodio di cui Episteme si dovrà occupare), i cosiddetti esperti, le legioni di filologi che di siffatti problemi si sono occupati nel corso dei secoli, non offrono un'immagine di sé molto brillante.

4-3 Bemidbar - La peregrinazione nel deserto
Sterminato il contingente egiziano destinato a sorvegliarli, gli Ebrei "poterono allontanarsi indisturbati nel deserto, verso il loro nuovo destino" (p. 242), ma i problemi naturalmente erano ben lungi dall'essere terminati, e riguardavano tanto l'ostilità dell'ambiente naturale e delle popolazioni che venivano ad incontrare, quanto questioni di "politica" interna. Barbiero ci guida in modo esemplare nell'analisi delle decisioni con cui Mosè affrontò, e risolse, le une e le altre, e dell'itinerario che il "popolo eletto" seguì nel corso delle sue peregrinazioni.
Cominciamo dalle questioni di natura politico-organizzativa.
"Mosè aveva sottratto al Faraone il popolo ebreo; ma era ben lungi dall'averlo acquisito per sé [...] il suo prestigio personale era alle stelle, ma ci voleva ben altro [...] Era un trovatello, senza arte né parte, senza beni. Serviva ancora come guida, essendo l'esperto locale. Ma si può stare certi che, una volta giunti a destinazione, ogni tribù se ne sarebbe andata per i fatti propri [...] Facevano i conti senza Mosè. Scattava la seconda parte del suo piano: impadronirsi del potere e creare una solida struttura organizzativa, che inquadrasse l'intero popolo di Israele. Fulcro dell'operazione fu la Montagna Sacra, dove aveva imparato le arti magiche. L'intera operazione fu condotta con un misto di genialità e di lungimiranza straordinari e di spregiudicatezza e ferocia, che fanno di Mosè la figura più imponente e affascinante della storia. Il risultato finale fu che un'accozzaglia di tribù senza capo, senza religione né legge, attraverso un bagno di sangue e di terrore diventò un popolo che avrebbe riempito la storia della sua religione, dei suoi ideali e delle sue leggi. Mosè, ovviamente, non guardava così lontano. Lui mirava soltanto a trasformare in nazione quell'insieme di tribù refrattarie ad ogni autorità e assumerne saldamente il controllo [...] Nessuno [...] avrebbe potuto farsi accettare come capo supremo del popolo ebreo. Nessuno che fosse di carne e ossa e non possedesse un poderoso esercito. Ma un Dio sì. Jahweh, il potente e terribile Dio dei padri, aveva deciso di dare al 'suo' popolo libertà, potenza e prosperità [...] Mosè, semplicemente, si pose in mezzo tra il popolo e Jahweh, quale unico portavoce del secondo verso il primo e viceversa. Dio gli comunicava il proprio volere e lui riferiva al popolo; senza colpa né responsabilità e, soprattutto, almeno in apparenza, senza potere [...] Per conferire con Dio Mosè saliva sulla Montagna sacra: lui solo era autorizzato a farlo, pena la morte (Es. 19,12). Tuoni, fulmini, fuoco e fumo testimoniavano all'atterrita popolazione, che stava ai piedi del monte, dei terribili eventi che si consumavano lassù... [Barbiero aggiunge in Nota: "Non c'è dubbio, invece, che lo spettacolo 'pirotecnico' fu organizzato dallo stesso Mosè, facendo largo uso di qualche sostanza incendiaria a base di zolfo. Tracce evidenti di un fuoco ad alta temperatura sono state rinvenute da Anati su Har Karkom, proprio sullo sperone che domina l'accampamento in cui dovevano trovarsi gli Ebrei]" (pp. 257-258). Risolto in tal modo un primo problema di "popolarità", conseguita anche attraverso il progetto, entusiasticamente accolto, di edificare un santuario perché Jahweh potesse abitare per sempre in mezzo al suo popolo prediletto (Es. 25,8), c'era naturalmente tra i capi chi non si lasciava proprio convincere. "Era un'opposizione ancora sotterranea, ma stava organizzandosi in modo pericoloso. Mosè corse ai ripari e decise di farla uscire allo scoperto. Architettò un piano davvero diabolico. Durante una sua ennesima assenza sul monte, che si prolungava oltre l'usuale, il fido Aronne finse di accettare di mettersi a capo di una congiura contro Jahweh [...] Mosè tornò dal monte sul più bello, nel pieno dei festeggiamenti (Es. 32,19). Finse sorpresa e uno sdegno terribile [...] I Leviti, naturalmente, si schierarono dalla sua parte [...] Un massacro: tutti quelli che si erano esposti, finendo nelle liste di proscrizione, furono uccisi. L'opposizione filo-egizia fu annientata [...] Pochi mesi dopo [...] Jahweh stesso prescelse [Aronne] fra dodici pretendenti, come suo sommo sacerdote (Nm. 17,1-9)" (pp. 259-260). Ma le avversità, come gli esami, non finiscono mai: invero, come ogni politico sa, se grandi ostacoli possono essere frapposti ai propri progetti dai nemici, non meno da sottovalutare sono quelli che possono provenire dai "compagni di partito". Fu proprio uno di questi, Cora, cugino di Aronne, uno degli anziani della tribù di Levi, ad investire Mosè in modo sprezzante: "Chi sei tu, che ti debba innalzare al di sopra della Congregazione di Jahweh?" (Nm. 16,3 - p. 260). "E' un flash che illumina all'improvviso uno dei lati più oscuri dell'intera vicenda di Mosè: come fosse riuscito, in Egitto, a convincere gli Ebrei a seguirlo in quella pazzesca avventura. Come stregone non era eccezionale: personaggi del genere, e di una scuola anche migliore, si sprecavano a quei tempi, in Egitto; e comunque erano sempre al servizio del potere, mai al potere [...] A quanto pare il grande colpo di genio, la chiave di volta dell'intero piano di Mosè, l'inizio di tutta la sua vicenda fu proprio questo: aveva fondato una società segreta [...] Con il fascino, i rituali e gli obiettivi, l'esercizio del potere innanzi tutto, delle società segrete di ogni tempo e luogo. I fondatori appartenevano alla tribù di Levi: Mosè, Aronne, Cora e gli altri capi delle famiglie levite; costituivano il consiglio direttivo della Congregazione. In seguito vennero fatti proseliti in tutte le altre tribù: personaggi che ambivano ad occupare o mantenere posizioni di potere nell'ambito del proprio gruppo [...] Era tutto previsto e definito fin dall'inizio. In sospeso doveva essere rimasto soltanto un piccolo particolare: il capo. Mosè era il promotore, l'ideologo, la mente della Congregazione; ma con quale diritto se ne arrogava la supremazia assoluta?" (pp. 260-261). Come precedentemente nel caso del "vitello d'oro", Mosè non esita ad agire in maniera immediata e radicale, senza esitazioni e pietà. "Si appellò al giudizio di Dio: si sarebbero trovati, l'indomani, nel tempio-tenda 'dinanzi a Jahweh' (Nm. 16,16) [...] Il nobile Levita giunse all'appuntamento sicuro di sé [...] Aveva probabilmente un qualche asso nella manica; ma non fece in tempo ad usarlo. Mosè lo precedette, vibrando un colpo micidiale: all'improvviso la terra si aprì sotto i piedi del malcapitato Cora, che precipitò in una voragine [...] Tutti gli altri suoi sostenitori furono avviluppati dalle fiamme e perirono bruciati" (p. 262) [in nota Barbiero aggiunge: "Mosè impiega spesso una mistura incendiaria micidiale, probabilmente a base di zolfo (il segreto di questa mistura era stato tramandato dai tempi di Amenofi II, che l'aveva impiegata per la distruzione di Sodoma e Gomorra)...]". L'esistenza di questa miscela la si ritrova secondo Barbiero anche in altri luoghi, per esempio là dove si racconta che: "Purtroppo la cerimonia fu funestata da un tragico incidente: i due figli maggiori [di Aronne], Nadab e Abiu, maneggiando una sostanza incendiaria (la stessa, certamente, che era servita a Mose' per i suoi trucchi sulla Montagna Sacra), commisero qualche imprudenza e morirono bruciati... (Lv. 10,1-5)" (p. 263). Superati i problemi sul fronte interno, non mancavano naturalmente quelli sul fronte esterno. Mosè sapeva bene di avere sotto il proprio controllo una "marmaglia di pastori male in armi" (p. 265), e cercava di evitare quindi ogni "contatto" con le popolazioni vicine, ma "un folto gruppo di teste calde [...] partì per proprio conto alla conquista della Palestina [...] Non fecero molta strada: furono attaccati dagli abitanti del luogo [...] e si dettero a precipitosa fuga [...] I superstiti tornarono al campo, a Cades, con la coda fra le gambe. Sconfitto, avvilito, decimato, il popolo ebreo mise momentaneamente da parte ogni velleità di conquista e si rassegnò penosamente a vivere ancora a lungo nel deserto" (p. 266). In tutto questo turbinare di eventi e di difficoltà, Mosè non dimentica mai, c'è da aspettarselo, la sua ossessione di buon "egizio", quella di avere una sepoltura degna di questo nome. I mezzi ovviamente non gli mancavano:
"Quando lasciarono l'Egitto gli Ebrei possedevano in grande quantità oro, argento, rame e altri materiali preziosi [...] Gran parte di questi materiali preziosi furono donati per la fabbricazione del tempio-tenda. Ma i rimanenti furono con buona probabilità rastrellati da Aronne e Mosè, con sistemi che andavano dalla imposizione di tasse e contributi a vario titolo (Nm. 31,50-54; Es. 33,6; eccetera), fino alla sottrazione fraudolenta. L'episodio del vitello d'oro, a esempio, ha tutta l'aria di un trucco. Scopo principale, si è visto, era quello di far uscire allo scoperto l'opposizione filoegizia e annientarla; parallelamente, però, consentì a Mosè ed Aronne di impadronirsi di una notevole quantità d'oro. Il vitello era stato fabbricato dallo stesso Aronne [...] [che] si era fatto consegnare perfino gli orecchini e i bracciali delle donne (Es. 32,2). Con che cosa abbia realmente fabbricato il vitello, tuttavia, non è dato sapere; certamente non con l'oro raccolto. Quando Mosè scese dal monte, infatti, ridusse l'idolo in polvere, che fece bere poi al popolo, sciolta nell'acqua: tutte operazioni impossibili se il vitello fosse stato realmente d'oro (Es. 32,20; Dt. 9,21)" (pp. 303-304). Ecco quindi un nuovo colpo di genio: da consumato statista senza scrupoli, Mosè si produce "in una delle sue più magistrali interpretazioni" (p. 266). E' Jahweh stesso a proclamare, infuriato, che: "nessuno di quella generazione di rammolliti senza fede avrebbe visto la Palestina; avrebbero vagato nel deserto, finché non fossero morti tutti; con le debite eccezioni, naturalmente: 'Io perdono come tu hai chiesto, ma tutti quegli uomini che hanno visto la mia gloria e i prodigi da me compiuti in Egitto e nel deserto e tuttavia mi hanno messo alla prova già dieci volte e non hanno obbedito alla mia voce, certo non vedranno il paese che io ho giurato di dare ai loro padri...' (Nm. 14,11-38)" (p. 266). Con un vero e proprio coup de théâtre, Mosè inserisce sé medesimo, ed Aronne, tra coloro della "vecchia guardia" che non sarebbero stati compresi nel numero dei privilegiati, e raggiunge così i suoi due scopi. Da un canto, avrà tutto l'agio per dedicarsi al progetto di costruire una tomba degna di un faraone, e di esservi poi effettivamente sepolto, con il fidato amico di sempre (non potevano certo correre il rischio di morire "lontano", seguendo eserciti in zona di guerra in Palestina, nel corso di operazioni pericolose: "Rischiava davvero di essere buttato, nudo come un verme, sotto un mucchio di sassi" - p. 281); dall'altro, il popolo viene costretto ad attendere per un "tempo sufficiente perché la nuova generazione subentrasse [...] a quella formatasi in Egitto, che si era dimostrata troppo pavida ed impreparata per intraprendere una guerra di conquista" (p. 273).

4-4 Il suicidio di Mosè ed Aronne
Abbiamo visto che Mosè, dopo aver "conquist[ato] il potere con determinazione e ferocia, passando sul cadavere di chiunque avesse tentato di contrastarlo" (p. 274), aveva ormai deciso di morire nel deserto del Sinai. "Qui, pertanto, doveva essere preparata la sua tomba. Non dimentichiamo che aveva vissuto nel Sinai per una quindicina d'anni, prima di tornare in Egitto, e aveva quindi avuto tutto il tempo di studiarne ogni segreto e di scoprire siti idonei dove costruirla. Non è escluso che l'avesse già individuata e in parte scavata" (pp. 276-277). Lasciamo il lettore al piacere della lettura del libro di Barbiero, per rinvenire insieme a lui tutti quegli "indizi" che lo conducono a una identificazione assai precisa della plausibile località in cui si trova tale tomba, "al centro della piana di Har Karkom" (p. 308), dal cui ritrovamento potrebbero davvero emergere reperti di valore storico, prima ancora che artistico, incalcolabile. Vediamo soltanto con quali considerazioni Barbiero tratta il problema del segreto, che deve naturalmente avere ossessionato il duce degli Ebrei. "La più grande preoccupazione di Mosè dovette essere quella di tutelare il segreto della propria tomba [...] Gli Ebrei erano lontani e non potevano accorgersi di nulla. Ma i Madianiti, che si spostavano nel proprio territorio al di fuori del controllo di Mosè, potevano aver notato quelle manovre ed essersi insospettiti [...] Prima o poi, inevitabilmente, avrebbero scoperto la tomba di Mosè e i suoi tesori [...] Come poteva essere evitata questa prevedibile conclusione? Mosè risolse il problema in modo sbrigativo e crudele: annientando i Madianiti [...] Il motivo ufficiale dell'eccidio è piuttosto fragile: vendicarsi di una donna madianita di facili costumi, già uccisa del resto, che aveva "traviato" un Ebreo (Nm. 25,6). Ridicolo! Il motivo vero doveva essere ben piu' serio [...] I Madianiti che abitavano nei pressi del monte Horeb furono massacrati; donne e bambini presi schiavi. Che i Madianiti non si aspettassero un attacco del genere da parte dei loro "fratelli" ebrei lo dimostra il fatto che non uno solo dei soldati di Fineas rimase ucciso in questa poco edificante impresa (Nm. 31,49) [...] Mosè corse incontro ansiosamente (Nm. 31,13) alla spedizione, al suo ritorno. Si adirò moltissimo quando vide che erano state risparmiate le donne e i bambini. Le donne maritate potevano essere state messe a parte di qualche segreto, dai loro uomini; come pure i ragazzi, curiosi e impiccioni, potevano sapere qualcosa. Non poteva correre rischi: ordinò di sterminare anche loro (Nm. 31,17). Furono risparmiate soltanto le bambine. Mosè fu un grande uomo; ma quale scia di sangue lasciò sul suo cammino". Una volta preparata la tomba, e garantitosi il segreto (di cui dovevano essere messi a parte solo uomini fidatissimi come il suo "delfino" Giosuè - "Doveva essere entrato nel gruppo dei fedelissimi di Mosè fin dai primi momenti, in Egitto; probabilmente era suo amico d'infanzia o di giovinezza (Nm. 11,28). Era intelligente e capace, ma soprattutto fidato...", p. 346), arriva finalmente il momento in cui è possibile per i due scegliere la propria "buona morte". Ma approfondiamo il modo con cui Barbiero esamina la questione. "Le circostanze della morte sia di Aronne sia di Mosè appaiono veramente strane e tali da giustificare i peggiori sospetti. Si direbbe che abbiano scelto loro il momento della propria morte, tanto è giunta opportuna per entrambi, nello stesso anno e, guarda caso, immediatamente prima che avesse inizio la conquista della Palestina. Toccò per primo ad Aronne [...] nel corso di una suggestiva cerimonia, durante la quale Aronne era vivo e vegeto e alla quale partecipò attivamente, Eleazaro ricevette le insegne di sommo sacerdote. Subito dopo Aronne morì [...] Esattamente sei mesi dopo tocco' a Mose' (Dt. 1,3). Lui fece le cose in modo piu' spettacolare: radunò il popolo nella valle di Moab, sulla riva del Giordano; tenne un lungo discorso, quello del testamento; di fronte a tutto il popolo passò le consegne e il potere al suo 'delfino' Giosuè, benedisse il popolo, annunciò la propria morte e si congedò. Poi salì sul monte Pisga, in vista di Gerico, ammirò la terra Promessa e... morì (Dt 34,1-8). Anche lui, come Aronne, rimase vispo e arzillo fino all'ultimo momento (Dt. 34,7). Anche lui venne sepolto ipso facto, lì vicino da qualche parte, non si sa bene come e dove (Dt. 34,5). Anche per lui gli Ebrei piansero per trenta giorni. Scaduti i trenta giorni di lutto, Giosuè dette immediatamente inizio alle operazioni per l'invasione della Palestina. Una morte davvero singolare e tempestiva. [...] Le morti sono avvenute entrambe sulla cima di un monte, alla presenza di pochissimi testimoni, e hanno colpito i due protagonisti quando erano perfettamente sani e in forze, al punto di salire sul monte con le proprie gambe" (pp. 277-280). Erano trascorsi quelli che la Bibbia indica con il termine generico di quaranta anni dall'inizio della straordinaria avventura che l'aveva visto ineguagliabile protagonista, e Mosè si congeda dal "popolo eletto" all'inizio della seconda fase del suo riscatto, probabilmente soddisfatto per essere riuscito a portare a compimento con tanto successo ogni piano. "Mosè aveva previsto tutto. Certamente l'unica cosa che non aveva previsto fu che la religione da lui fondata avrebbe avuto un tale successo universale da conquistare il mondo intero" (p. 346).

4-5 La conquista della Terra Promessa
Come abbiamo detto, trascorsi i giorni del lutto per la morte di Mosè, Giosuè aveva iniziato subito i preparativi per l'invasione della Palestina. Non si trovava più davanti a un popolo di mandriani imbelli:
"Era cambiato anche il popolo ebreo. La nuova generazione era ben diversa da quella nata e cresciuta in Egitto. S'era forgiata alla dura vita del deserto; alla scuola feroce dei beduini ostili. Era ben armata e addestrata. Soprattutto era disciplinata e compatta intorno ai propri capi supremi e alla nuova religione, e con la coscienza di avere Dio dalla propria parte" (p. 286). D'altro canto, anche il nuovo condottiero degli Ebrei "rivelò un genio militare sorprendente, tale da metterlo a fianco dei grandi generali della storia. Il piano di conquista era stato certamente messo a punto insieme allo stesso Mosè. L'esecuzione, però, fu tutta sua. Fu veramente all'altezza. Non per niente era stato scelto da Mosè!" (p. 286). Una prima esperienza militare rende gli Ebrei consapevoli della propria forza, e in un breve volgere di tempo (l'esegesi tradizionale la fa durare alcuni anni, ma tutto dovette aver luogo nel giro di pochi mesi) essi portano a termine la loro campagna vittoriosa. "Sihon, re di Esbon, invece, non concesse il transito sul proprio territorio; il suo popolo venne sterminato fino all'ultimo infante (Dt. 2,26-35). Stessa sorte subirono i Moabiti che abitavano il Paese ad oriente del Giordano. Il collaudo dello strumento di guerra messo a punto nei lunghi anni di permanenza nel deserto aveva dato esito favorevole: l'esercito ebreo si era rivelato invincibile sul campo. Finalmente poteva iniziare la tanto sospirata conquista [...] Primo atto: l'attraversamento del Giordano, il confine tanto a lungo proibito. Giosuè volle iniziare l'impresa, ripetendo, nel suo piccolo, l'exploit di Mosè: 'prosciugando' le acque del Giordano [il corso del fiume fu deviato dai "genieri" di Giosuè"] [...] Si rinnovò il miracolo del passaggio del Mar Rosso, con grande impressione ed emozione dell'intero popolo [...] Giosuè piantò il campo a Ghilgal, una località poco distante da Gerico. Da qui partirono le operazioni militari. La strategia adottata fu quella di affrontare i nemici uno alla volta, il più rapidamente possibile, in modo da evitare che si formassero leghe ed eserciti troppo potenti [...] Uno dopo l'altro ben trentun re furono uccisi, i loro popoli sterminati, le loro citta' distrutte" (pp. 285-287). In questa parte del libro si colloca la splendida ricostruzione realistica offerta da Barbiero (sulla base di un evento analogo raccontato da Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, V, 2, 4), del famoso episodio della caduta delle mura di Gerico. Un altro dei tanti "miracoli" attribuiti a un temibile Dio protettore, che per l'occasione aveva assunto però i panni di una squadra di "genieri", i quali, mentre "l'intero esercito, coi sacerdoti in testa, si dava da fare per distrarre gli abitanti della città, sfilando intorno alle mura per sei giorni consecutivi", scavavano e puntellavano sotto le fondamenta di un tratto di muro. La galleria veniva riempita di legna spalmata di pece e bitume, e, al momento opportuno, fiato alle trombe e via al fuoco. I puntelli consunti dal fuoco crollavano, e la galleria rovinava con il tratto di muro soprastante: "Gli Ebrei si precipitarono in massa nella breccia, prima che gli esterrefatti difensori potessero accorrere, e la città fu presa. Fu una carneficina orrenda. Tolta una famiglia di 'collaborazionisti' (Gs. 6,25), non venne lasciato vivo nemmeno un animale. La citta' fu saccheggiata e rasa al suolo". Tralasciamo altri simili esempi di efferatezza, particolare anche per quei tempi selvaggi e feroci, limitandoci ad informare il lettore del commento che offre Barbiero di quel modo impietoso di procedere (e che ha reso sempre numerosi passi dell'Antico Testamento di lettura poco piacevole per le coscienze più sensibili di intere generazioni di cristiani), pure perché importante allo scopo di fugare alcune perplessità che potrebbero sorgere nei confronti della ricostruzione fin qui delineata. "Durante la conquista della Palestina e subito dopo accaddero cose strane, che apparentemente sfuggono ad una spiegazione logica [...] Mosè aveva stabilito (Dt. 20,16), e Giosuè puntualmente eseguito, che le popolazioni di queste città fossero sterminate completamente, fino all'ultimo neonato. Non era una prassi normale; nemmeno in quei tempi feroci. La norma era di uccidere, sì, gli uomini d'arme; ma tutti gli altri, servi, donne e bambini, venivano risparmiati e fatti schiavi [...] Uccidere donne e bambini era un assurdo scempio, oltre che un'inutile crudeltà. Mosè doveva avere i suoi buoni motivi [...] Non va dimenticato che al momento della conquista la Palestina era ancora a tutti gli effetti una "provincia" egizia e il popolo d'Israele era da due secoli una componente dell'impero. Non è neppure pensabile che Mosè intendesse muovere guerra all'Egitto per strappargli una parte di territorio, o che volesse affrancare il popolo ebreo dalla sudditanza all'impero. Quello a cui poteva aspirare era recuperare gli antichi territori palestinesi di Israele, ma sempre nell'ambito e sotto l'autorità dell'impero egizio [...] Il nuovo faraone, non appena in grado di occuparsi delle faccende dell'impero, sarebbe stato ammansito con il pagamento di un fortissimo tributo e con le più ampie e sviscerate assicurazioni di fedeltà e sottomissione. Perché questo progetto potesse realizzarsi era necessario che la conquista fosse fulminea e che le popolazioni presenti nei territori conquistati fossero completamente sterminate. Da un lato per procurarsi le ricchezze con cui calmare il sovrano (e corrompere generali e funzionari), dall'altro per evitare che torme di profughi provocassero disordini a catena nel resto del paese e che postulanti a corte inducessero il sovrano a intervenire per ristabilire l'ordine precedente. Trovandosi invece di fronte al fatto compiuto, senza nessuno che protestava e con il suo bel tornaconto, il neofaraone non avrebbe mosso un dito" (pp. 342-345).

4-6 La redazione e la lingua della Bibbia
La "storia" estratta da Barbiero dalle pagine della Bibbia sta per volgere al termine. Gli Ebrei ritornati nella tanto a lungo agognata Terra Promessa riprendono i loro vecchi costumi. Giosuè non si fa nominare re, non fonda una capitale, non crea una burocrazia, un esercito permanente, tutte iniziative che avrebbero potuto mettere in allarme l'autorità egiziana, ma spartisce prudentemente "il territorio conquistato in tante piccole parti, con confini ben delimitati, e assegna una parte a ciascuna tribù, insediandovela libera e sovrana. Scioglie l'esercito. Disperde i Leviti, la classe dirigente del popolo ebreo, suddividendoli in piccoli gruppi presso le altre dodici tribù" (pp. 342-343). Quanto alla sua medesima persona, si ritira a vita privata, "nella città che si era riservata come feudo personale. Non si sentirà mai più parlare di lui, né di suoi discendenti" (p. 346). L'epopea del popolo eletto naturalmente prosegue, ancora documentata dalle pagine della Bibbia, ma dovranno passare un paio di secoli prima di arrivare all'epoca dei Re, di Saul e di David, di Salomone, e della costruzione del tempio di Gerusalemme, a modello di quello che Mosè aveva voluto fosse edificato nel deserto, sotto una tenda. Barbiero lascia gradatamente, quasi con riservatezza, il popolo ebreo alle sue successive vicende, ma non può non farne qualche cenno per ciò che concerne uno degli interrogativi fondamentali che l'intera sua ricerca solleva: "Alla luce della ricostruzione effettuata nei capitoli precedenti, il Pentateuco si è rivelato una cronaca storica straordinariamente precisa e attendibile. Sorge legittima una curiosità: chi l'ha scritto e quando?" (p. 315). Anche qui si tratta di una domanda non banale, che in genere gli studiosi moderni complicano terribilmente, inseguendo diversi autori, redazioni, tradizioni, sorte intorno a numerosi "santuari", e molteplici famiglie sacerdotali. Barbiero, ancora una volta, ci stupisce nella semplicità della sua risposta, nel coraggio di sciogliere il nodo di Gordio dell'erudizione. "Mosè conosceva la scrittura; mise per iscritto le sue leggi; teneva un 'diario' (Nm. 33,2). Non può essersi voluto separare dalle sue 'carte', dopo morto" (p. 309), e verosimilmente l'apertura della sua tomba, oltre che un'ingente ricchezza materiale, rivelerà questo tesoro ben più prezioso! E' chiaro che la ricostruzione della redazione del testo biblico (avvenuta ovviamente per gradi), offerta da Barbiero nelle sue pagine conclusive, è maggiormente complessa, a partire dalle carte che Mosè dettava con ogni evidenza al suo segretario e scriba Giosuè ("Giosuè risulterebbe essere il principale autore dei primi sei libri della Bibbia, scritti quasi interamente di suo pugno, vuoi sotto dettatura di Mosè, vuoi in modo autonomo [...] Lui consegnò a Ghersom [figlio di Mosè, "titolare" del santuario di Silo] l'archivio di stato prima di ritirarsi a vita privata", p. 409), per passare poi alle primitive versioni scritte unitarie di quei documenti ad opera di qualche immediato discendente della sua stessa famiglia, verosimilmente nel santuario appena citato, l'unico vero centro di culto dell'intero popolo ebreo, prima che il suo primato venisse contestato da altri simili "luoghi sacri", ed infine assunto da Gerusalemme. Tali documenti diventano presto l'archivio di stato del popolo di Israele, la sua memoria storica, il libro sacro, la sorgente di ogni legittimità, politica e religiosa, di ogni diritto di proprietà e di nobiltà, sicché non c'è da stupirsi che intorno ad essi ci sia stata parecchia "agitazione". Resta il fatto che, almeno da un certo punto in poi, "L'intervento del redattore sul 'materiale' di cui e' formata l'opera [siamo due generazioni circa dopo Mosè], [...] deve essere stato, tutto sommato, abbastanza trascurabile; ma fu comunque di estrema rilevanza perché, rimescolando involontariamente le varie carte e con piccolissimi interventi, riuscì a trasformare un testo di cronaca storica in un libro sacro, comprensibile soltanto alla luce della fede" (pp. 363-364).
Successivamente, "Zadok fu l'ultimo ad avere in mano quei documenti, prima che Davide li trasportasse a Gerusalemme, rendendoli sacri e inviolabili. Come pontefice di Saul non è da escludere che abbia avuto dal re l'incarico di curare una "edizione" ufficiale del Libro della Legge. Saul [...] fu indubbiamente un grande sovrano, abile e avveduto; doveva essersi reso conto dell'importanza di avere un testo scritto che legittimasse la religione e le leggi di stato e conseguentemente il potere regale" (p. 358). Fu subito dopo i primi re, ai tempi di Giosafat, che cominciarono a circolare "copie" del Libro della Legge a fini divulgativi, e quindi verosimilmente tradotte nella lingua parlata dal popolo, e cioè l'ebraico. Versioni che, avendo fini didattico-politici, è probabile fossero "addomesticat[e] e purgat[e] da quelle parti che, a giudizio dei sacerdoti dell'epoca, non era opportuno venissero rese di pubblico dominio, in quanto avrebbero potuto sollevare interrogativi imbarazzanti; pur senza che ci fosse una deliberata intenzione di falsificare l'originale, che rimaneva comunque sacro e inviolabile nel Sancta Sanctorum del tempio" (p. 365). Eventuali censure furono dovute, secondo Barbiero, dopo la scissione del regno, alla necessità di esaltare il primato religioso di Gerusalemme, e del regno di Giuda dove la città era situata, nei confronti delle analoghe pretese di superiorità del regno di Israele a nord, cui apparteneva Silo, e dove si trovavano ancora i santuari di Betel e di Dan (pp. 364 e segg.). Scomparsi i fogli originali conservati nell'Arca, probabilmente ai tempi di Manasse [re di Giuda, figlio di Ezechia, ca. 690/630 A.C.], sopravvissero soltanto tali esemplari "didattici", e soltanto uno di questi (redatto di conseguenza in ebraico) capitò nelle mani di Esdra, al tempo dell'esilio babilonese (VI secolo). Quando il "libro sacro" viene elaborato dal sacerdote (che pure non osò, secondo l'interpretazione di Barbiero, apportarvi variazioni significative, che erano state quindi tutte già effettuate nella copia in suo possesso), ecco che ne fu infine data la versione in aramaico, la lingua allora parlata correntemente dagli Ebrei (pp. 320 e 366). Se la detta ricostruzione smitizza alquanto già da sola l'intera questione della cosiddetta "lingua sacra" (sarebbe il cananeo, ovvero l'ebraico, oppure l'aramaico?, ancorché si trattasse di lingue "vicine", non coincidono strettamente), resta l'interessante domanda costituita dal chiedersi quale fosse la lingua originale in cui furono redatti i primi libri della Bibbia. Ancora una volta, Barbiero è molto deciso nella sua risposta, e con essa chiudiamo quest'ampia presentazione del suo lavoro, prima di passare ad alcune riflessioni finali. "Mosè era nato e cresciuto in Egitto ed era stato educato in casa egizia. Qui aveva imparato a leggere e scrivere; non sappiamo che lingua parlasse con gli Ebrei, ma certamente quando doveva mettere qualcosa per iscritto lo faceva con gli stessi caratteri e la stessa lingua usata dai suoi educatori. Può anche darsi che gli Ebrei d'Egitto parlassero una lingua propria che ignoriamo; ma è certo che dovevano comprendere perfettamente la lingua del Paese in cui vivevano da cento anni. Non c'è ragione, quindi, di pensare che Mosè e Giosuè abbiano impiegato una lingua diversa dall'egizio nello scrivere i loro documenti. Sebuel [figlio di Ghersom, figlio di Mosè] visse in una Palestina che faceva ancora parte, almeno nominalmente, dell'impero egizio; aveva imparato a leggere e scrivere da Mosè e Giosuè: è presumibile che abbia continuato a scrivere nella stessa lingua. Per quanto riguarda Eli [figlio di Sebuel, e quindi pronipote di Mosè], Samuele e gli altri non possiamo dire molto, se non che a quell'epoca la lingua corrente fra il popolo doveva essere ormai il cananeo, indicato poi come 'ebraico'. Per la massa del popolo la lingua in cui erano scritti i documenti dell'archivio di Eli doveva essere diventata incomprensibile. Ma certamente i sacerdoti avevano conservato la conoscenza di quella che ormai era una lingua 'sacra' e continuavano a scrivere nello stesso modo" (pp. 364-365). Ecco dunque risolto l'arcano: lingua sacra potrebbe essere considerata soltanto l'egizio, e dalla tomba di Mosè ed Aronne, situata nell'attuale Negev israeliano, nel cuore del deserto di Paran, presso l'altura di Har Karkom ("monte dello zafferano"), c'è da aspettarsi che escano fuori i veri rotoli della Bibbia originale, redatti in caratteri geroglifici, e risalenti ad oltre mille anni prima dei manoscritti di Qumran, il cui rinvenimento ha pure fatto tanto scalpore.

5 - Conclusione
Immagino si comprenda bene, adesso, perché il libro di Barbiero sia stato tanto fieramente avversato (al punto che ne è stata forse deliberatamente sabotata la diffusione?!). Comunque la si pensi in materia, è chiaro però che esso avanza un'ipotesi degna di essere ulteriormente vagliata, con tutti i mezzi (storici, archeologici, ma anche "logici") che la ricerca mette atualmente a disposizione. In attesa dei risultati della campagna di scavi ad Har Karkom, non si può certo sostenere che quella esposta nel libro sia più di una congettura, la quale appare comunque a priori oggetto di anatema da parte di chi tiene a preservare intatte le radici storiche del "sacro" nella civiltà occidentale, e le considerazioni di natura etica (e quindi pure socio-politica?!) che ad esse si accompagnano (si sono accompagnate). Siffatte preoccupazioni hanno indubbiamente un fondamento, ma bisognerebbe pure riflettere sui possibili risvolti negativi che possono conseguire dall'associazione di un'etica accettabile - perché probabilmente conforme ai dettati di un'intuizione universale - con una metafisica "incerta". Tanto per dire, non ci sarebbe più nulla di buono nei valori cosiddetti "cristiani", se essi non fossero autorevolmente avallati dall'essere il loro proponente un Dio? Come non si può trovare una contraddizione tra alcuni feroci passi dell'Antico Testamento, e appunto quei valori, quali vengono da secoli comunemente concepiti?Si è così abituati peraltro a leggere le stesse pagine, o altre successive ad esse collegate, caricandole di una quantità di significati allegorici "aggiunti", che in effetti tale "paradosso" sembra superabile, almeno per talune sensibilità. Vista la grande importanza del tema, lasciamo però spazio ad ulteriori commenti.
(Fonte  volta.alessandria.it -da Giuseppe Ricciotti, La Bibbia e le scoperte moderne, Sansoni, Firenze, 1957. / La bibbia senza segreti - Flavio Barbiero-Rusconi, Milano ,1988)

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