Cerca nel blog

venerdì 31 luglio 2015

LA NASCITA DELLO ZODIACO : "LO ZODIACO DEI SUMERI"

I Sumeri raggruppavano le stelle in dodici case,e nell'antichità, come oggi, il fenomeno era collegato al concetto di zodiaco. Il grande cerchio che la Terra disegnava nel suo moto attorno al Sole era suddiviso in dodici parti uguali, di trenta gradi ciascuna. Le stelle avvistate in ognuno di questi segmenti, o "case", vennero raggruppate in una costellazione, a ognuna delle quali venne attribuito un nome in base alla forma in cui sembravano disposte le stelle del gruppo. Poiché le costellazioni e le loro suddivisioni, e anche le singole stelle all'interno di ogni costellazione, sono giunte alla civiltà occidentale con nomi e descrizioni attinte dalla mitologia greca, per millenni si è pensato che fossero stati i Greci a elaborare tale sistema. Oggi appare chiaro, invece, che i primi astronomi greci si limitarono ad adottare nella loro lingua come nella mitologia un sistema astronomico già esistente, derivato dai Sumeri. Abbiamo già visto in che modo Ipparco, Eudosso e altri avessero ottenuto i dati di cui disponevano. Anche Talete, il primo astronomo greco davvero importante - colui che, si dice, avrebbe predetto l'eclissi totale di sole del 28 maggio 585 a.C, che fermò la guerra tra Lidi e Medi, ammise che le sue conoscenze derivavano da fonti mesopotamiche presemitiche - fonti, dunque, sumeriche. L'attuale termine "zodiaco" deriva dal greco zodiakos kylos ("cerchio di animali"), poiché, una volta raggruppate, le stelle sembravano assumere la forma di un leone, di una coppia di pesci, ecc. Ma queste forme e questi nomi immaginari erano stati in realtà una creazione dei Sumeri, i quali chiamavano le dodici costellazioni zodiacali UL.HE ("mandria luminosa"):
1. GU.AN.NA  ("toro celeste"), Toro.
2. MASH.TAB.BA  ("gemelli"), Gemelli.
3. DUB  ("pinze", "tenaglie"), Cancro.
4. UR.GULA  ("leone"), Leone.
5. AB.SIN  ("suo padre era Sin"), Vergine.
6. ZI.BA.AN.NA  ("fato celeste"), Bilancia.
7. GIR.TAB  ("che graffia e taglia"), Scorpione.
8. PA.BIL  ("difensore"), Sagittario.
9. SUHUR.MASH  ("pesce-capra"), Capricorno.
10. GU  ("signore delle acque"), Acquario.
11. SIM.MAH  ("pesci"), Pesci.
12. KU.MAL  ("abitatore dei campi"), Ariete.

Le rappresentazioni pittoriche dei segni dello zodiaco, così come i loro nomi, sono rimasti praticamente intatti fin dalla loro introduzione a Sumer (figura 93). Fino all'introduzione del telescopio, gli astronomi europei accettarono la classificazione tolemaica, che riconosceva solo 19 costellazioni nei cieli settentrionali. Nel 1925, invece, quando venne codificata la classificazione attuale, in quella che i Sumeri chiamavano la Via di Enlil erano state individuate 28 costellazioni. C'è ancora da stupirsi se gli antichi Sumeri, a differenza e ben prima di Tolomeo, furono in grado di riconoscere, identificare, raggruppare e denominare tutte le costellazioni dei cieli settentrionali? Dei corpi celesti presenti nella Via di Enlil, dodici erano considerati di Enlil - in una corrispondenza ideale con le dodici costellazioni zodiacali della Via di Anu. Analogamente, nella parte meridionale dei cieli - la Via di Ea - dodici costellazioni erano considerate di Ea; oltre a queste, ne erano state individuate molte altre, anche se non tutte quelle riconosciute oggi.
La Via di Ea rappresentò un enorme problema per gli assiriologi che si assunsero il gravoso compito di spiegare le
antiche concezioni astronomiche: se era senza dubbio difficile rapportarle alle conoscenze moderne, non era assolutamente facile neanche capire fino in fondo come doveva apparire il cielo millenni or sono. Da Ur o Babilonia gli astronomi mesopotamici potevano vedere solo poco più di metà dei cieli meridionali; tutto il resto era al di là dell'orizzonte. E tuttavia, se identificate correttamente, alcune delle costellazioni della Via di Ea si trovavano effettivamente al di là dell'orizzonte. Vi era però anche un problema più complesso: come conciliare l'esistenza stessa dei cieli meridionali con la concezione astronomica degli antichi popoli mesopotamici? Se infatti i Mesopotamici credevano (come i Greci in epoca più tarda) che la Terra fosse una massa posta sopra la caotica oscurità delle tenebre (l'Ade dei Greci), un disco piatto sul quale i cieli si sviluppavano a semicerchio, allora i cieli meridionali, cioè quelli dell'emisfero australe, non sarebbero dovuti esistere per nulla! Frenati dunque dalla convinzione che i popoli mesopotamici fossero legati a un concetto della Terra come massa piatta, gli studiosi moderni non potevano permettere che le loro conclusioni li portassero troppo al di sotto della linea equatoriale di divisione tra nord e sud. Eppure, come abbiamo visto, si è dimostrato che le tre "vie" sumeriche presupponevano che i cieli avvolgessero la Terra proprio come se questa fosse un globo, non un disco. Nel 1900 T.G. Pinches dichiarò alla Royal Asiatic Society di essere riuscito a ricostruire un completo astrolabio (letteralmente "catturatore di stelle") mesopotamico. Mostrò che si trattava di un disco circolare, diviso, come una torta, in dodici segmenti e tre anelli concentrici, per un totale di 36 parti. Nell'insieme il disegno appariva come una rosetta a dodici "foglie", ciascuna delle quali recava scritto il nome di un mese. Per comodità Pinches li contrassegnò con dei numeri da I a XII, a cominciare da Nisannu, il primo mese del calendario mesopotamico (figura 94).
Ognuna delle 36 parti conteneva anche un altro nome, con un piccolo cerchiolino posto sotto di esso, a indicare che si trattava del nome di un corpo celeste. Da allora quei nomi sono stati trovati in molti testi ed "elenchi di stelle" e senza dubbio rappresentano il nome di costellazioni, stelle o pianeti. Sotto il nome del corpo celeste, infine, in ognuna delle 36 parti compariva anche un numero. Nell'anello più interno, tali numeri sono compresi tra 30 e 60; in quello centrale, tra 60 (scritto come "1") e 120 ("2", ovvero, nel sistema sessagesimale, 2 x 60 =120), e nell'anello più esterno da 120 a 240 ("4", cioè 4 x 60 = 240). Che cosa rappresentavano tali numeri? Una cinquantina d'anni dopo Pinches, l'astronomo e assiriologo O. Neugebauer (A History of Ancient Astronomy: Problems and Methods, «Per una storia dell'astronomia antica: problemi e metodologie») non potè dire altro che «tutto il testo costituisce una sorta di schematica mappa celeste... in ciascuno dei 36 campi troviamo il nome di una costellazione e numeri semplici il cui significato non è ancora chiaro». Un illustre esperto della materia, B.L. Van der Waerden (Babylonian Astronomy: The Thirty-Six Stars, «Astronomia babilonese: le trentasei stelle»), riflettendo sull'apparente ritmo in base al quale i numeri sembravano salire e scendere, suggerì soltanto che tali numeri «dovevano avere qualcosa a che fare con la durata della luce del giorno». Nell'insieme, questo intricato problema si può risolvere solo se accantoniamo la convinzione che i popoli mesopotamici credessero in una Terra piatta, e riconosciamo invece che le loro conoscenze astronomiche non erano da meno delle nostre  e ciò non perché essi possedessero strumentazioni particolarmente sofisticate, ma perché la loro fonte di informazione erano i Nefilim. L'ipotesi che suggeriamo è che quegli strani numeri rappresentino i gradi dell'arco celeste, considerando come punto di partenza il Polo Nord, e che l'astrolabio sia in realtà un planisfero, cioè la rappresentazione di una sfera su una superficie piatta. Se è vero che i numeri aumentano e diminuiscono, è anche vero che quelli di segmenti opposti della Via di Enlil (per esempio Nisannu 50 e Tashritu 40) danno sempre come somma 90; quelli della Via di Anu danno 180; e quelli della Via di Ea danno 360 (per esempio Nisannu 200 e Tashritu 160). Sono cifre troppo familiari perché sia possibile fraintenderle; esse rappresentano certamente i segmenti di una circonferenza completa: un quarto (90 gradi), metà (180 gradi) e il cerchio completo (360 gradi). I numeri della Via di Enlil sono abbinati in modo tale da dimostrare che, per i Sumeri, i cieli settentrionali si estendevano per 60 gradi dal Polo Nord fino al confine con la Via di Anu, 30 gradi sopra l'Equatore. La Via di Anu era equidistante dall'Equatore, estendendosi per 30 gradi a nord e a sud di questo. Infine, ancora più a sud, e quindi più distante dal Polo Nord, stava la Via di Ea, cioè la parte della Terra e del globo celeste posta tra i 30 gradi sud e il Polo Sud (figura 95).

-A. La Via di Anu, la fascia celeste comprendente il Sole, i
pianeti e le costellazioni dello zodiaco.
-B. La Via di Enlil, i cieli settentrionali (dell'emisfero
boreale)
-C. La via di Ea, i cieli meridionali (dell'emisfero australe)

I numeri dei segmenti della Via di Ea danno un totale di 180 gradi in Addaru (febbraio-marzo) e Ululu (agosto-settembre). L'unico punto che, in qualunque direzione, dista sempre 180 gradi dal Polo Nord, è il Polo Sud, e questo si spiega solo se si ha a che fare con una sfera. La precessione è il fenomeno determinato dalla rotazione dell'asse nord-sud della Terra, che fa sì che il Polo Nord (quello rivolto verso la Stella polare) e il Polo Sud traccino due grandi cerchi nel cielo. L'apparente ritardo della Terra rispetto alle costellazioni ammonta a circa 50 secondi di arco all'anno, o un grado ogni 72 anni. Il grande cerchio - cioè il tempo che il Polo Nord terrestre impiega per tornare nella stessa posizione rispetto alla Stella polare - corrisponde dunque a 25.920 anni (72 x 360) ed è quello che gli astronomi chiamano il Grande Anno o Anno Platonico (perché sembra che anche Platone fosse a conoscenza del fenomeno). Il sorgere e il calare di vari astri ritenuti importanti nell'antichità e la determinazione precisa dell'equinozio di primavera (che coincideva con il Capodanno) erano legati alla casa zodiacale in cui avvenivano. Per il fenomeno della precessione, l'equinozio di primavera e gli altri fenomeni celesti, che accumulano ritardo di anno in anno, si trovavano così ritardati, ogni 2.160 anni, di un'intera casa zodiacale. Gli astronomi moderni continuano a utilizzare il "punto zero" ("il primo punto dell'Ariete") che segnava l'equinozio di primavera intorno al 900 a.C, ma in realtà quel punto si è ormai spostato nella casa dei Pesci. Verso il 2100 della nostra era l'equinozio di primavera si sarà ulteriormente spostato nella casa precedente, quella dell'Acquario; ed è proprio questo che si intende quando si afferma che stiamo per entrare nell'Era dell'Acquario (figura 96).
Poiché, dunque, lo slittamento da una casa zodiacale a un'altra impiega oltre due millenni per compiersi, per lungo tempo gli studiosi si sono domandati come e dove Ipparco avesse potuto apprendere il fenomeno della precessione nel II secolo a.C. Oggi è chiaro che lo aveva appreso da una fonte sumerica. Il professor Langdon scoprì che il calendario di Nippur, risalente circa al 4400 a.C, nell'Era del Toro, riflette la conoscenza della precessione e dello spostamento della casa zodiacale che era avvenuto 2.160 anni prima di allora. Il professor Jeremias, che confrontò i testi astronomici mesopotamici con quelli ittiti, riteneva anch'egli che le antiche tavole astronomiche contenessero la registrazione dello spostamento dal Toro all'Ariete, e concludeva che gli astronomi mesopotamici avevano previsto l'ulteriore slittamento dall'Ariete ai Pesci. Arrivando a queste stesse conclusioni, il professor Willy Hartner (The Earliest History of the Constallations in the Near East, «La più antica storia delle costellazioni nel Vicino Oriente») affermò che i Sumeri avevano lasciato numerose prove iconografiche su questo argomento. Quando l'equinozio di primavera avveniva nella casa zodiacale del Toro, il solstizio d'estate avveniva in quella del Leone. Hartner, dunque, puntò l'attenzione sul motivo ricorrente del combattimento tra un toro e un leone che appare in raffigurazioni sumeriche del periodo più antico, avanzando l'ipotesi che esse rappresentassero le omonime costellazioni viste da un osservatore che si trovava a 30 gradi di latitudine nord (a Ur, per esempio) verso il 4000 a.C. (figura 97).
Il fatto che i Sumeri attribuissero tanta importanza al Toro come prima costellazione è considerato da molti studiosi una prova non solo dell'antichità dello zodiaco - che risalirebbe dunque al 4000 a.C. circa - ma anche del periodo in cui sarebbe nata, pressoché d'improvviso, la civiltà sumerica. Il professor Jeremias (The Old Testament in the Light of the Ancient East, «L'Antico Testamento alla luce dell'antico Oriente») trovò delle testimonianze in base alle quali il "punto zero" zodiacalecronologico dei Sumeri si trovava esattamente tra il Toro e i Gemelli; da questo e da altri dati egli concluse che lo zodiaco fosse stato ideato nell'Era dei Gemelli, e cioè prima ancora che comparisse la civiltà sumerica. Una tavoletta sumerica conservata al Museo di Berlino (vAT.7847) elenca le costellazioni zodiacali cominciando da quella del Leone: ciò ci riporta indietro fino a circa l' 11000 a.C, all'epoca, cioè, in cui l'uomo cominciava appena a lavorare la terra. Il professor H.V. Hilprecht (The Babylonian Expedition of the University of Pennsylvania, «La spedizione babilonese dell'Università della Pennsylvania») si spinse ancora più in là. Dopo aver studiato migliaia di tavolette contenenti catalogazioni matematiche, egli concluse che «tutte le tavole di moltiplicazione e di divisione provenienti dalle biblioteche dei templi di Nippur e Sippar e dalla biblioteca di Assurbanipal [a Ninive] si basavano sul [numero] 12.960.000». Analizzando questo numero e il suo significato, egli concluse che poteva essere collegato solo al fenomeno della precessione, e che i Sumeri certamente erano a conoscenza del Grande Anno di 25.920 anni. Dobbiamo ammettere che si tratta di concetti di una tale ricercatezza che, per quei tempi, dovevano rasentare la fantascienza! Molti di essi, inoltre, non erano di alcuna utilità pratica a Sumer: a chi poteva interessare, per esempio, l'esatta localizzazione dell'equatore celeste, o le accurate e sofisticatissime misurazioni delle distanze interstellari? Eppure erano molti i testi che, mediante calcoli complicatissimi, cercavano di stabilire la distanza esatta tra i corpi celesti. Uno di questi testi, noto con la sigla AO.6478, elenca le 26 stelle maggiori visibili sulla linea che oggi chiamiamo Tropico del Cancro e ne stabilisce le distanze calcolandole in tre modi diversi. Il primo metodo si basa su un'unità di misura chiamata mana shukultu (letteralmente "misurato e pesato"). Si pensa che esso determinasse la distanza tra due stelle in termini di tempo, mediante un complicato meccanismo che metteva in relazione il tempo con il peso dell'acqua fuoriuscita. Il secondo metodo si fondava invece sui gradi di arco del cielo. L'intera giornata (giorno e notte) veniva divisa in dodici ore doppie. L'arco dei cieli era formato da un cerchio completo di 360 gradi. Perciò, un beru, o "ora doppia", rappresentava 30 gradi dell'arco dei cieli. In tal modo lo scorrere del tempo sulla Terra dava la misura della distanza in gradi tra due corpi celesti. Il terzo metodo di misurazione si chiamava beru ina shame ("lunghezza nei cieli") e, come puntualizzò F. Thureau-Dangin (Distances entre Etoiles Fixes, «Distanze tra stelle fisse»), forniva dati assoluti, a differenza degli altri due metodi, che si basavano invece sul raffronto con altri fenomeni. Un beru celeste, secondo Thureau-Dangin e altri studiosi, equivaleva a 10.692 metri odierni. La "distanza nei cieli" tra le 26 stelle risultava, in totale, di 655.200 "beru tracciati nei cieli". Il fatto che esistessero tre diversi metodi per misurare la distanza interstellare indica quanta importanza si attribuisse a questa materia. E tuttavia, chi mai, tra la gente di Sumer, poteva sentire il bisogno di interessarsi ad argomenti come questi, e chi sarebbe stato in grado di capire o di elaborare i complessi meccanismi di calcolo? La risposta possibile è una: solo i Nefilim avevano l'esigenza e la competenza necessaria per compiere queste complesse misurazioni astronomiche. Arrivati sulla Terra da un altro pianeta, capaci di compiere lunghi viaggi spaziali, essi erano gli unici che potevano possedere, all'alba della civiltà umana, la conoscenza astronomica che aveva richiesto millenni per evolversi, e soprattutto l'esigenza di insegnare agli uomini a copiare e a registrare meticolosamente tavole su tavole di distanze celesti, ordini e raggruppamenti di stelle, sorgere e calare del Sole, un complesso calendario Sole-Luna-Terra e tutto il resto della loro straordinaria conoscenza del Cielo e della Terra. Tutto ciò premesso, si può ancora credere che gli astronomi mesopotamici, guidati dai Nefilim, non conoscessero i pianeti al di là di Saturno, che non sapessero dell'esistenza di Urano, Nettuno e Plutone? È davvero possibile che la loro conoscenza del sistema solare, che possiamo considerare la "famiglia della Terra", fosse meno completa di quella di astri lontani, del loro ordine e delle loro distanze? Centinaia di testi giunti fino a noi dall'antichità elencano in maniera precisa e dettagliata i corpi celesti, ordinati in base alla loro posizione nel cielo, o al dio, al mese, alla terra o alla costellazione a cui erano associati. Uno di questi testi, analizzato da Ernst F. Weidner (Handbuch der Babylonischen Astronomie), è stato chiamato Il grande catalogo delle stelle: in esso sono elencate in cinque colonne decine di corpi celesti in relazione l'uno all'altro, ai mesi, ai paesi e alle divinità. Un altro testo elenca in modo impeccabile le stelle principali delle costellazioni zodiacali. Un altro testo ancora, identificato dalla sigla B.M.86378, ordinava (nella parte che ci è giunta) 71 corpi celesti a seconda della loro posizione nel cielo; e così via. Generazioni e generazioni di studiosi hanno cercato di mettere ordine in questa messe di testi, e in particolare di identificare in essi i pianeti del nostro sistema solare. I loro sforzi, però, come sappiamo, erano condannati all'insuccesso perché essi partivano dal presupposto che i Sumeri e i loro successori non sapessero che il sistema solare era eliocentrico, che la Terra non era che uno dei pianeti e che vi erano altri pianeti al di là di Saturno.Non considerando la possibilità che alcuni nomi dell'elenco di corpi celesti potessero riferirsi alla Terra stessa, e nel tentativo, invece, di applicarli tutti ai soli cinque pianeti che essi ritenevano noti ai Sumeri, gli studiosi pervennero a conclusioni confuse e contrastanti. Alcuni arrivarono
addirittura ad attribuire tale confusione non a se stessi, bensì ai Caldei, i quali, per qualche misteriosa ragione, avrebbero mischiato e scambiato i nomi dei cinque pianeti "conosciuti". I Sumeri attribuivano a tutti i corpi celesti (pianeti, stelle, costellazioni) il nome di MUL ("che brilla in alto nei cieli"). Anche il termine accadico kakkab serviva, presso i Babilonesi e gli Assiri, per designare in maniera generale qualsiasi corpo celeste. Ciò, naturalmente, non faceva che confondere ulteriormente le idee degli studiosi. Alcuni mul, tuttavia, venivano chiamati anche LU.BAD, un termine che chiaramente indicava i pianeti del nostro sistema solare. Sapendo che il termine greco che indica i pianeti significava letteralmente "vaganti", "vagabondi", gli studiosi hanno interpretato LU.BAD come "pecore vaganti", per l'unione di LU ("coloro che sono custoditi da un pastore") e BAD ("alto e lontano"). Ma adesso che abbiamo dimostrato che i Sumeri conoscevano bene la vera natura del sistema solare, converrà rivolgerci agli altri significati di BAD: "l'antico", "il fondamento", "quello dove sta la morte". Sono tutti epiteti che sembrano riferirsi al Sole: lubad, quindi, per i Sumeri non significava semplicemente "pecore vaganti", ma "pecore" delle quali il Sole era il pastore - i pianeti del sistema solare, dunque. Molti testi astronomici dell'area mesopotamica trattano della posizione e dei rapporti reciproci dei lubad: vi sono riferimenti a quelli che stanno "sopra" e a quelli "sotto", e Kugler ipotizzò, giustamente, che il punto di riferimento fosse la Terra stessa. Quasi sempre, però, dei pianeti si parlava nell'ambito di testi astronomici che avevano a che fare con MUL.MUL - un nome che lasciava molto perplessi gli studiosi. In mancanza di una soluzione migliore, l'opinione prevalente era che esso indicasse le Pleiadi, un gruppo di stelle nella costellazione zodiacale del Toro, attraverso il quale passava l'asse dell'equinozio di primavera (visto da Babilonia) intorno al 2200 a.C. I testi mesopotamici affermavano spesso che mulmul comprendeva sette LU.MASH (sette "vagabondi ben conosciuti") e gli studiosi hanno pensato che questi ultimi fossero le più brillanti fra le Pleiadi, che sono visibili a occhio nudo. Il fatto che in realtà, a seconda della classificazione utilizzata, queste stelle più brillanti siano sei o nove, e non sette, costituiva certamente un problema, ma, poiché non c'erano alternative, si preferì per il momento accantonarlo. Franz Kugler (Sternkunde und Sterndienst in Babel), che non era mai stato particolarmente convinto della soluzione delle Pleiadi, la escluse poi categoricamente quando, in un testo mesopotamico, trovò l'inequivocabile affermazione che mulmul comprendeva non soltanto "vagabondi" (pianeti), ma anche il Sole e la Luna: non era dunque possibile che il termine indicasse le Pleiadi. Nel tentativo di approfondire la questione, si imbatté poi in altri testi che affermavano a chiare lettere che "mulmul ulshu 12" ("mulmul è una fascia di 12"), dieci dei quali formavano un gruppo a sé stante. La nostra opinione è che il termine mulmul si riferisse al sistema solare e che la ripetizione della sillaba stesse a indicare il gruppo nel suo complesso, "il corpo celeste che comprende tutti i corpi celesti". Charles Virolleaud (L'Astrologie Chaléenne, «L'astrologia caldea») translitterò un testo mesopotamico (K.3558) che descrive i membri del gruppo mulmul o kakkabu/kakkabu. L'ultima riga del testo è esplicita:

Kakkabu/Kakkabu.
Il numero dei suoi corpi celesti è dodici.
Dodici sono le stazioni dei suoi corpi celesti.
Il totale dei mesi della Luna è dodici.

I testi, dunque, non lasciano dubbi: il mulmul - il nostro sistema solare - era composto da dodici membri. In realtà ciò non dovrebbe sorprenderci, poiché lo studioso greco Diodoro, spiegando le tre "vie" dei Caldei e il conseguente elenco di 36 corpi celesti, affermava che «di questi dèi celesti, dodici detengono la massima autorità; a ognuno di essi i Caldei assegnano un mese e un segno dello zodiaco». Ernst Weidner (Der Tierkreis und die Wege am Himmel) scoprì che, oltre alla via di Anu e alle sue dodici costellazioni zodiacali, alcuni testi parlavano anche della "via del Sole", composta anch'essa da dodici corpi celesti: il Sole, la Luna e altri dieci. La riga 20 della cosiddetta tavola TE affermava: «naphar 12 sheremesh ha.la sha kakkab.lu sha Sin u Shamash ina libbi ittiqu», che significa: «in totale, 12 membri [stanno nella fascia] a cui appartengono il Sole e la Luna, e dove orbitano i pianeti». A questo punto possiamo finalmente capire il significato che aveva per gli antichi il numero dodici. Il Grande Circolo degli dèi sumeri, e di tutti gli dèi olimpici dopo di loro, era formato esattamente da dodici membri: gli dèi più giovani non potevano entrarvi se qualcuno dei "vecchi" non si ritirava e, analogamente, ogni posto libero doveva essere subito riempito, perché il numero totale rimanesse sempre e comunque dodici. Il principale cerchio celeste, la via del Sole con i suoi dodici membri, costituiva il modello, e sulla base di esso anche le altre fasce celesti erano divise in dodici segmenti o contenevano dodici corpi celesti principali. Vi erano quindi dodici mesi in un anno, dodici ore doppie in un giorno. A ogni divisione di Sumer erano assegnati dodici corpi celesti come misura di buon augurio. Numerosi studi, come quello di S. Langdon (Babylonian Menologies and the Semitic Calendar, «I menologi babilonesi e il calendario semitico»), dimostrano che la divisione dell'anno in dodici mesi era, fin dall'inizio, legata ai dodici Grandi Dèi. Fritz Hommel (Die Astronomie der alten Chaldaer) e altri dopo di lui hanno poi dimostrato che i dodici mesi erano strettamente legati ai dodici segni zodiacali e che entrambi derivavano da dodici corpi celesti principali. Charles F. Jean (Lexicologie Sumérienne, «Lessicologia sumerica») scoprì infine un elenco sumerico di 24 corpi celesti, nel quale ogni costellazione zodiacale era abbinata a un membro del nostro sistema solare. In un lungo testo che F. Thureau-Dangin (Rituels Accadiens, «Rituali degli Accadi») considera un programma del tempio per la festività del Nuovo Anno, traspare in tutta la sua evidenza la considerazione quasi sacrale del numero dodici legata alla sua primaria funzione celeste. Il grande tempio, l'Esagila, aveva dodici porte. I poteri di tutti gli dèi celesti erano riversati su Marduk attraverso la recitazione, ripetuta dodici volte, del pronunciamento «Mio Signore, non è Lui il mio Signore?». Quindi veniva invocata dodici volte la misericordia del dio, e dodici volte quella della sua sposa. Il totale di 24 corrispondeva dunque alle dodici costellazioni zodiacali e ai dodici membri del sistema solare. Un cippo confinario di un re di Susa reca incisi 24 simboli di corpi celesti: i soliti dodici segni dello zodiaco più altri simboli che rappresentano i dodici membri del sistema solare e che corrispondono ad altrettante divinità astrali mesopotamiche, ma anche hurrite, ittite, greche e di tutti gli altri pantheon antichi (figura 98).
Anche se l'unità di conto più semplice e più utilizzata ai giorni nostri è il numero dieci, il dodici fu alla base di tutte le questioni celesti e divine per molto tempo, anche dopo che i Sumeri erano ormai scomparsi. I Titani greci erano dodici, come pure le tribù di Israele e le parti del magico pettorale dell'Alto Sacerdote israelita. Anche nella religione cristiana si fa sentire l'influsso di questo numero "celeste": gli apostoli di Gesù non erano forse dodici? Da dove proviene, allora, questo numero così potente? La
risposta è una sola: proviene dal cielo.Il sistema solare, infatti, includeva, oltre ai pianeti che conosciamo oggi, anche il pianeta di Anu, quello il cui simbolo - un corpo celeste radiante - indicava nella scrittura sumerica sia Anu stesso, sia il concetto generale di "divino". "Il kakkab dello Scettro Supremo è una delle pecore del mulmul', spiegava un testo astronomico. E quando Marduk usurpò la supremazia e sostituì Anu nel ruolo di divinità associata a questo pianeta, i Babilonesi dissero: «Il pianeta Marduk appare entro il mulmul». Nell'insegnare all'umanità la vera natura della Terra e dei cieli, i Nefilim informarono gli antichi sacerdoti-astronomi non solo dei pianeti che stavano al di là di Saturno, ma anche dell'esistenza del pianeta più importante, quello dal quale essi provenivano: Il "Dodicesimo Pianeta".

Nessun commento:

Posta un commento