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venerdì 24 luglio 2015

ESODO

L'Esodo (traslitterazione del greco Ἔξοδος = uscita; in ebraico יציאת מצרים = uscita dall'Egitto) è il principale evento descritto nell'omonimo libro della Bibbia. Secondo tale racconto il popolo ebraico, che si trovava in schiavitù nel paese d'Egitto, uscì verso la Palestina attraverso la penisola del Sinai sotto la guida di Mosè, inviato da Dio. Questa liberazione è ricordata nel rito del Pesach (=passaggio), la Pasqua ebraica.

L'unica fonte documentale, per altro indiretta, relativa all'evento dell'Esodo è il biblico Libro dell'Esodo. Secondo la tradizionale ipotesi documentale il testo è stato definitivamente redatto, al pari degli altri libri della Torah o Pentateuco, all'epoca del ritorno in Giudea dei deportati dell'esilio di Babilonia nel V secolo a.C., sulla base di fonti più antiche: la fonte yahwista (o jahvista, J) risale a circa il 1000 a.C., mentre quella elohista (E) è più recente, datata verso la fine dell'VIII secolo a.C. La cosiddetta fonte sacerdotale (P, Priestercodex) risale all'epoca della redazione definitiva, circa il V secolo a.C. Le varie fonti, parzialmente armonizzate nell'attuale Libro dell'Esodo, mostrano alcune significative discordanze (v. dopo). Dalle fonti storiche extra-bibliche non sono deducibili elementi che possano direttamente verificare o falsificare le informazioni contenute nel Libro dell'Esodo, seppure il Papiro di Ipuwer, rinvenuto nel 1909, descriva eventi simili a quelli narrati nell'Esodo. Altre fonti utili a delineare un quadro storico dell'evento dell'Esodo sono:
  • il dato secondo il quale il faraone Ramses II (XIII secolo a.C.) fece costruire la città di Pi-Ramses e ampliare Pitom, nominate nel Libro dell'Esodo;
  • la stele di Merenptah (fine XIII secolo a.C.), che testimonia la presenza nei dintorni della terra di Canaan di un popolo nomade di nome ysrỉr, comunemente interpretato da storici e biblisti come Israele;
  • il piedestallo di statua del museo di egittologia di Berlino (XV secolo a. C.), in cui comparirebbe il nome Israele
  • il papiro di Ipuwer, variamente datato tra il XIX e il XIII secolo a.C., che riferisce di cataclismi naturali e sociali simili alle piaghe narrate nel Libro dell'Esodo.
  • scavi archeologici hanno portato alla luce tracce di distruzione violenta di alcune città cananite databili approssimativamente tra il 1250 e il 1150 a.C., compatibili con i racconti delle conquiste di Giosuè narrate nell'omonimo libro biblico: Betel, Debir (Tell Beit Mirsim), Eglon (Tell el-Hesi), Hazor, Lachis, Meghiddo.
  • scavi archeologici hanno rilevato l'esistenza di circa 250 piccole comunità rurali non fortificate sorte nella regione montuosa della terra di Canaan attorno al 1200 a.C.
È necessario notare che, a fronte di queste testimonianze a favore della veridicità di alcuni elementi relativi all'Esodo biblico, non sono stati ancora trovati documenti riguardo alla presenza di popolazioni ebraiche in Egitto, e nessuna fonte egizia riporta un evento di liberazione o fuga di schiavi (probabilmente perché gli schiavi, intesi secondo l'accezione moderna, non esistevano in Egitto: erano lavoratori liberi salariati e con diritto di sciopero  tanto che alcuni conquistavano il rango di 'favorito del faraone'  per compensare l'eccezionale fedeltà mostrata).
La narrazione della Bibbia circa gli eventi relativi all'Esodo può essere così sintetizzata:
  • Giuseppe, diventato viceré d'Egitto, invita suo padre Giacobbe-Israele e i suoi fratelli a stabilirsi nella terra di Gosen, all'interno del dominio egiziano.
  • I discendenti di Giacobbe, i figli d'Israele, dimorano in Egitto e prosperano in pace per 400 anni, dove la cifra non ha valore storico-cronologico ma indica un generico lungo periodo, come avviene altrove anche per il numero 40.
  • Un faraone riduce in schiavitù gli Ebrei temendo per il loro numero, obbligandoli a costruire le città di Pitom e Ramses. Continuando a crescere di numero, ordina l'uccisione dei maschi.
  • Nasce un bambino ebreo, Mosè, e viene abbandonato dalla madre sul fiume Nilo per salvargli la vita. Viene trovato e adottato dalla figlia del faraone e cresciuto alla corte. Una volta cresciuto uccide un egiziano che colpiva un ebreo e fugge dall'Egitto verso Madian. Qui Dio gli parla dal roveto ardente ordinandogli di liberare gli Ebrei.
  • Mosè, accompagnato dal fratello Aronne, si reca più volte dal faraone (diverso da quello dell'oppressione), chiedendo la liberazione del popolo ebraico. Il faraone rifiuta più volte e Dio colpisce l'Egitto con le dieci piaghe.
  • Terminata l'ultima piaga, il faraone permette agli ebrei di lasciare l'Egitto. Mosè e i figli d'Israele partono e si accampano presso il Mare di Giunco (tradizionalmente tradotto con Mar Rosso). Il faraone però ci ripensa immediatamente e li insegue con tutto il suo esercito.
  • Dio tramite Mosè apre miracolosamente il mare, e il popolo ebraico lo attraversa passando sul fondo asciutto. Al termine del passaggio il mare si richiude uccidendo tutti i soldati egiziani.
  • Il popolo ebraico vaga nel deserto dove è sostenuto miracolosamente da Dio che fornisce occasionalmente acqua sgorgante dalla roccia, stormi di quaglie, e soprattutto la manna quotidiana.
  • Dopo 40 anni (cifra simbolica) dall'uscita dall'Egitto attraversano il fiume Giordano, entrando nella terra di Canaan

La datazione degli eventi relativi all'Esodo e la connessa identificazione dei faraoni coinvolti sono ipotetiche, in quanto il Libro dell'Esodo non fornisce riferimenti storici espliciti e precisi.
Il Libro dell'Esodo presenta due distinti faraoni, entrambi anonimi:
  • il primo ("che non aveva conosciuto Giuseppe") è responsabile della riduzione in schiavitù degli ebrei e dell'ordine dell'uccisione dei neonati maschi, la cui figlia trovò ed allevò Mosè. Viene solitamente indicato come "il faraone dell'oppressione";
  • il secondo, distinto dal primo è quello con cui si scontra Mosè adulto, che con il suo rifiuto di lasciar partire gli Ebrei attira sull'Egitto le dieci piaghe. Viene solitamente indicato come "il faraone dell'Esodo".


Complessivamente tra i Padri della Chiesa dei primi secoli dell'era cristiana, con l'eccezione di Eusebio di Cesarea, prevalse l'idea già presente in Erodoto e Giuseppe Flavio secondo la quale gli Ebrei erano identificati con gli Hyksos scacciati dall'Egitto dal faraone Ahmose (regno circa 1550 – 1525 a.C.). Attualmente questa ipotesi è sostenuta dai sostenitori delle teorie dell'Esodo antico.
La maggior parte degli studiosi ed esegeti moderni sono invece orientati a identificare nel faraone dell'oppressione Ramses II (circa 1279-1212 a.C.). Infatti le città menzionate nel Libro dell'Esodocostruite dagli Ebrei durante la schiavitù, Pitom e Ramses, sono verosimilmente da identificare con Pitom ("casa di Atum" in egiziano) e Pi-Ramses ("casa di Ramses" in egiziano). Entrambe le città, secondo le cronache egiziane, sono state edificate appunto dal faraone Ramses II utilizzando mano d'opera costretta ai lavori forzati. Assumendo come valido il dato biblico secondo il quale il faraone dell'oppressione va distinto dal faraone dell'Esodo, suo successore, ne deriva che il faraone antagonista di Mosè era Merenptah (circa 1213-1203 a.C.), figlio di Ramses. Una testimonianza storica relativa a quest'ultimo faraone è la cosiddetta stele di Merenptah, che riferisce dell'esistenza presso la terra di Canaan di un popolo nomade di nome ysrỉr, da molti studiosi identificato con Israele. Una possibile datazione può essere ricavata da 1Re6,1, nel quale è riferito che la costruzione del tempio di Salomone, iniziata nel quarto anno del suo regno (cioè attorno al 968 a.C.), avvenne 480 anni dopo l'uscita degli Israeliti dall'Egitto. Questo collocherebbe l'Esodo attorno al 1448 a.C., sotto il regno del faraone Thutmose III, avallando la teoria dell'Esodo antico. Tuttavia la cifra di 480 non va intesa come un attendibile dato storico, ma come un calcolo erudito e tardivo che si basa sul numero dei sacerdoti in carica da Aronne a Zadok moltiplicato per 40 anni, la durata tradizionale di una generazione.


Il motivo che spinse il popolo ebraico a uscire dall'Egitto fu la fuga dalla dura servitù imposta loro dal faraone. Il principale materiale da costruzione in Egitto era costituito dai mattoni grazie alla grande abbondanza di fango proventiente dai sedimenti (limo) del fiume Nilo. Fonti archeologiche confermano che esistevano effettivamente le mattonaie in Egitto, che il lavoro presso di esse era particolarmente duro, eseguito impastando il fango con la paglia, poi pigiandolo nei telai e infine cotto al sole. Normalmente il lavoro era eseguito da stranieri o schiavi ed era organizzato in squadre con responsabili e attendenti. Questo quadro mostra che quanto raccontato nel libro dell'Esodo a proposito della fabbricazione di mattoni da parte del popolo di Israele è compatibile con i dati archeologici, il che è un fattore a favore dell'origine storica del racconto dell' Esodo.
Secondo la cosiddetta "ipotesi degli Hyksos", l'uscita descritta dal Libro dell'Esodo non sarebbe una fuga dall'oppressione ma una scacciata degli Ebrei da parte degli Egiziani, che sarebbero coincidenti con gli Hyksos. Gli Hyksos erano un popolo semitico, come gli Ebrei, che aveva invaso l'Egitto attorno al 1700 a.C. instaurando la loro capitale ad Avaris, nel basso Egitto. Attorno al 1550-1525 a.C. Ahmose riuscì a conquistare la loro capitale e scacciò gli Hyksos dall'Egitto.
L'ipotesi degli Hyksos ha origini antiche: il primo che identificò gli Hyksos con gli Ebrei fu Erodoto, nel V secolo a.C., ripreso poi da Giuseppe Flavio e da molti Padri della Chiesa. John J. Bimson è il principale sostenitore contemporaneo di questa teoria, che non gode comunque di particolare diffusione tra biblisti e storici antichi: il racconto biblico descrive gli Ebrei come ridotti in schiavitù e non come classe dominante dell'Egitto. Una possibile coincidenza tra il racconto biblico e la teoria degli Hyksos vi può essere per il caso di Giuseppe, che secondo il racconto del Libro della Genesi divenne viceré d'Egitto e condusse a sé il suo clan, ma questo è un evento precedente e distinto dall'Esodo.

L’ESODO EBRAICO secondo ROGER SABBAH (Intervista di Adriano Forgione)
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Gli ebrei discenderebbero direttamente dagli egiziani. Una affermazione che stravolge completamente la visione ufficiale dell’Esodo biblico.

In seguito agli scavi condotti a Tell-El Amarna, l’antica Akhetaton, la città fatta costruire dal farone eretico Akhenaton, una parte sino ad allora sconosciuta della storia egiziana venna alla luce. Una storia che i sacerdoti di Amon cancellarono perché considerata un abominio, in quanto contrassegnata da un farone considerato un folle. Akhenaton trasformò il Paese d’Egitto in un regno monoteista. Le sue analogie con la figura di Mosé hanno portato Sigmund Freud, e altri ricercatori dopo di lui, ad identificarli come la medesima persona. “Se Mose fu egizio e se egli trasmise agli ebrei la propria religione, questa fu la religione di Akhenaton” scrisse in L’uomo Mosé e la religione Monoteista.  In effetti Freud identificò in questo pzriodo della storia egizia il problema scottante delle origini del monoteismo. Ciò vuol dire che tra Bibbia ed egittologia esiste un nesso stretto in grado di apportare nuove risposte. Oggi si considerano gli ebrei come i discendenti degli hapiru o degli shasu, comunque popolazioni seminomadi che vivevano ai margini della società egizia. Ma si tratta di una ipotesi senza conferma. In realtà il popolo ebraico così come viene descritto non è mai esistito o meglio, la sua origine si è perduta nei meandri della storia. Roger e Messod Sabbah, linguisti e cabalisti francesi di origine ebraica, hanno fornito però una risposta: gli ebrei sono i discendenti degli egizi, gli abitanti di Akhetaton che intorno al 1344 a.C. furono costretti ad abbandonare la loro capitale. Costituiti da sacerdoti e manovalanza tennero comunque ben distinte le due caste, che nella nuova terra andarono a costituire due  nuclei differenti: i Giudei a Canaan mentre gli ebrei, la grande massa, nei territori di frontiera. Una voltà a Canaan, i sacerdoti di Aton generarono un nuovo alfabeto, derivato da quello egizio-geroglifico dando vita alla scrittura ebraica. Queste ed altre incredibili tesi sono esposte ne I segreti dell’esodo, il loro saggio in uscita questo mese in Italia (per i tipi della Marco Tropea editore).  Abbiamo raggiunto Roger Sabbah per affrontare direttamente alcune tra le più scottanti rivelazioni dei suoi studi.

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Adriano Forgione:  Qual è l’importanza della Bibbia per l’egittologia?

Roger Sabbah: La Bibbia è autentica egittologia. Non sono il primo a fare un’affermazione del genere. Il profondo conoscitore e linguista Fabre d’Olivet e Jean François Champollion hanno seguito perfettamente questa via. Il padre dell’egittologia moderna aveva già dato l’allarme: “La conoscenza reale dell’antico Egitto ha rilievo anche sugli studi biblici e la critica sacra deve considerarne le numerose delucidazioni”. L’intuizione nacque osservando il popolo ebreo delle tradizioni millenarie, che si proclama erede di un popolo di Ebrei “in fuga dall’Egitto” e strettamente legato al suo Libro, la Torah (l’Antico Testamento). Ma anche alla sua scrittura, alla sua filosofia, ai suoi rituali come la circoncisione o il divieto di mangiare alcuni alimenti, i giorni di lavoro e il giorno di riposo del shabbat, etc. Questo popolo di supposti schiavi giunti “incidentalmente” dall’Egitto, esercitò un’influenza considerevole sull’Assiria, su Babilonia, sulla Persia (ai quali gli Ebrei hanno fornito leggi sulla regalità), sulla Grecia e sull’antica Roma, che non poteva davvero corrispondere a un popolo giunto dal deserto, incolto come forse erano gli Shasu o gli Hapiru, ma doveva essere invece una grande civiltà. E’ vero che la Torah ripercorre l’epopea degli Ebrei, pastori che sorvegliavano i loro greggi, i quali avrebbero ricevuto un giorno la Rivelazione divina e le Tavole della Legge. Eppure, molto spesso i numerosi commentari rabbinici contraddicono il testo. Dipingono Abramo come il re solare, al quale gli altri re avevano giurato fedeltà. Giuseppe o Mosè sono caratterizzati dai tratti dei “Gran Sacerdoti” o dei “Re”, unti e incoronati dalla grazia divina! Spesso descritti come “i personaggi più importanti della loro epoca”, ormai non hanno più nulla a che fare con l’immagine mitica dei nomadi erranti nel deserto. La Cabala, il libro dei segreti della Torah, va ben oltre, poiché descrive Mosè sul Trono celeste di Dio nei suoi palazzi e nei suoi templi.  Si tratta di dettagli che corrispondono ai misteri degli antichi egizi. Questi “Ebrei” possiedono uno statuto divino, dispongono di prerogative regali, richiamano stranamente i faraoni… Ma chi sono realmente? Contrariamente all’opinione dominante in voga presso gli egittologi, secondo la quale “non v’è filiazione”, esiste una griglia di lettura tra la Bibbia e l’antico Egitto. I primi Padri della Chiesa, come Clemente d’Alessandria, conoscono questa verità: “Per quanto riguarda gli elementi misterici, i simboli degli Egizi assomigliano a quelli degli Ebrei (Clemente d’Alessandria, Stromates, V.). Filone d’Alessandria e Artapanos, senza passare per illuminati, affermavano che Mosè, aiutato dall’esercito egizio, aveva progettato un colpo di stato contro il Faraone. Diodoro di Sicilia (I sec. a.C.) sosteneva che i Giudei fossero fuoriusciti dalle colonie egizie. Giordano Bruno (1548-1500) riteneva ugualmente che gli ebrei cacciati dall’Egitto e l’avvento del cristianesimo avevano suonato a morto la religione egizia. Sacrilego? Non del tutto, poiché il Talmud e soprattutto la Cabala, che sembrano essere la memoria segreta degli Ebrei, testimoniano che il giardino dell’Eden è l’Egitto. “Ora, non v’è miglior terra che quella d’Egitto, poiché è detto “Come un giardino eterno, come la terra d’Egitto” (Genesi XIII, 10) e non v’è in tutto l’Egitto terra più fertile di Tanis (l’antica Pi-Ramsès), dove vissero numerosi re (i re d’Israele), poiché è scritto: “ I suoi principi sono a Tanis (Isaia XXX, 4)”. Se la Bibbia/Torah ci racconta una storia affascinante e mistica, in grado di penetrare il cuore degli uomini appartenenti alle tre religioni monoteistiche, essa nasconde anche, in maniera criptata e simbolica, il più straordinario dei messaggi: quello della nostra eredità egizia, comune alle tre religioni monoteistiche, tutta la saggezza dei faraoni trasmessa a Mosè nella Torah, a Cristo nei Vangeli e al profeta Maometto nel Corano. Soltanto, bisogna voler rendersene conto, prenderne coscienza, accettarne l’evidenza.

A. F.:  Perché gli Ebrei avrebbero celato la loro origine egizia nella Bibbia?

R. S.: Immaginate di trovarvi in Egitto nel VI sec. a.C. La vittoria di Nabuccodonosor sugli eserciti egizi a Karkemish segna il principio di una lunga serie d’invasioni devastatrici su Gerusalemme secondo la Bibbia, ma su tutto l’Egitto secondo la storia. Il resoconto biblico riguardo a questo periodo con Gerusalemme, l’incendio, la distruzione del Tempio e l’esilio dei sacerdoti giudei, manca crudelmente di prove storiche. Ne testimoniano le ultime tesi e le opere storiche a riguardo. In compenso, questi eventi si sono effettivamente svolti in tutto l’Egitto durante il periodo assiro e babilonese. I templi egizi vengono saccheggiati, incendiati, il paese umiliato, devastato come non lo era mai stato. I nuovi faraoni si sono installati sul trono di Nabuccodonosor e i suoi successori Persi. L’esilio dei sacerdoti egizi “Yahud” (parola che significa “dignitario del Faraone”) costituisce a Babilonia un evento senza precedenti, un autentico colpo di grazia per l’Egitto. Al tempo di questo esilio, il popolo Yahud si vede costretto a consumare il suo lutto con l’Impero d’Egitto. Bisognava sottomettersi, per sopravvivere, di fronte all’intransigenza dei re conquistatori. Che cosa sarebbe accaduto al popolo giudeo esiliato a Babilonia se avesse osato proclamarsi erede d’Egitto dinnanzi a Nabuccodonosor, il re dei re che pretendeva, più che il Faraone stesso, di sedersi sul trono di Dio? C’è da fare un distinguo. Gli Yahud erano nobili e sacerdoti egizi e divennero I “Giudei” che giunsero a Canaan mentre gli ebrei rappresentavano la massa del popolo che si rifugiò nelle zone di confine. Nascosti sotto la loro identità d’Ebrei, i sacerdoti egizi Yahud, divenuti Giudei, cercando ardentemente di sopravvivere e di conservare le loro tradizioni ancestrali, assisterono impotenti al dolore più grande, quello di una sconfitta materiale, ma anche spirituale dei faraoni. Avviliti sul loro trono, avevano perduto la loro grandezza di un tempo passato. D’altronde, i sacerdoti sottomessi non beneficiarono più della protezione dei re d’Egitto, ciò che il profeta Geremia chiama nella Bibbia “il sostegno del fuscello”. E’ senza dubbio per questa ragione che, per la prima volta nella storia, il Faraone viene considerato nel Libro Sacro come colui il quale portò fortuna agli Ebrei all’epoca di Giuseppe, poi l’implacabile nemico di Mosè. Il Faraone è disprezzato e rispettato allo stesso tempo. Disprezzato perché l’Egitto per la prima volta rappresenta in superficie il simbolo del peccato, dell’idolatria e di tutto ciò che rappresentava la trasgressione verso Dio. Rispettato poiché ce se ne ricordava nella memoria collettiva, secondo la quale si era stati “ospiti” dei faraoni prima della fuga dall’Egitto, celebrata ogni anno alla festa di Pessah (pasqua giudea). Il paradosso voleva che fosse formalmente vietato agli Ebrei maledire l’Egitto e anche odiare l’egiziano: “Non dovete opprimere lo straniero, poiché voi conoscete l’anima dello straniero, poiché voi siete stati degli stranieri nel paese d’Egitto”. Inoltre, il popolo egizio, considerato come l’oppressore d’Israele castigato da Dio, al contrario nel libro di Ezechiele ci viene presentato come “l’oggetto della Redenzione divina”_.  Considerando le nostre reazioni a causa dei più recenti eventi bellici, riusciremmo seriamente a immaginare come nel VI sec. a.C. vi fosse una totale assenza di resistenza spirituale da parte del sacerdozio egizio/Yahud esiliato a Babilonia? Certamente no: anche se l’impero d’Egitto persisté per qualche secolo in seguito al regno di Nabuccodonosor, il rinascimento simbolico d’Israele a Canaan contraddistinse la volontà dei sacerdoti di procedere a un trasferimento, una trasposizione dei valori spirituali d‘Egitto su un dominio inviolabile, il “deserto degli Ebrei”, nel quale il mito segreto osirideo sarà sistematicamente mascherato.

A.F.: Mi ha detto, e lo scrive anche nel suo saggio, che l’analisi della Bibbia aramaica, la più antica, mostrerebbe che gli Ebrei erano i sacerdoti Yahud, adoratori dei faraone Ay. Come spiega questa relazione e qual era il ruolo di Champollion in tutto ciò?

R.S.: Già Freud situava l’esodo storico degli Ebrei dopo la morte di Akhenaton. Champollion portò alla luce un cartiglio sul quale era iscritto un nome insolito: Yahouda-Amalek, che traduce immediatamente il regno di Giuda, dove troviamo le due Yod del faraone Ay. Ora, queste due Yod egizie permettono di scrivere il nome di Dio, Yahvé/Adonay (….) nella Bibbia aramaica. Si tratta forse del retaggio del faraone Ay? All’epoca di Akhenaton, il solo Gran Sacerdote, generale degli eserciti, Padre Divino, responsabile di un esodo monoteista che porta le due Yod nel suo cartiglio, è Ay. Il Padre Divino che aveva partecipato alla costruzione della città solare, disponeva del sostegno del sacerdozio, molto importante all’epoca. In principio, Akhenaton aveva ottenuto il suo appoggio al fine di poter costruire la sua capitale. Ma presto Ay si rese conto che la nuova città solare era in realtà consacrata al culto della persona di Akhenaton attraverso l’adorazione di Aton. Ay è vissuto sotto il regno di Amenofi III, Akhenaton, Semenkhare e Tutankhamon. Durante la vita e dopo la morte di Akhenaton, sembra governare bene l’Egitto con pugno di ferro, in qualità di Padre Divino. Si sbarazza si Semenkhare e mette il giovane Tutankhamon (8-10 anni) sul trono. In seguito decide con i generali Horemheb e Ramses l’abbandono e l’esodo della popolazione della capitale eretica di Akhenaton. La città viene abbandonata, maledetta per l’eternità. Una crisi, i cui postumi gli egizi tenteranno di cancellare per sempre, ma che resterà nella memoria dei Gran Sacerdoti e codificata nella Bibbia.

A.F.: Gli Yahud, i Giudei, erano quindi dei nobili egizi. Se accettassimo questa distinzione, dove sarebbero finiti gli antichi Yahud?

R.S.: Al principio del libro dell’Esodo, Mosè, principe d’Egitto “ritorna dai suoi fratelli”. Vede un egiziano colpire un ebreo. Uccide l’egiziano. L’indomani vede due ebrei discutere. Tutti conoscono la scena del film I dieci comandamenti. La Bibbia ebraica utilizza la parola IBRI per designare l’ebreo o gli ebrei . Ma la Bibbia aramaica (il Targum) contraddice questa traduzione e, a partire da ciò, la situazione peggiora. Invece d’impiegare il termine Ibraé come fa per designare Abramo “l’Ebreo” o Giuseppe “l’Ebreo”, il Targum aramaico si serve di un’altra parola nel brano dedicato Mosè: Yahoudaé. In egiziano, Yahou-doua significa principe, dignitario del Faraone (colui che rende grazia a Dio). Ora, questa definizione corrisponde per due volte a quella della Bibbia. Ricordiamo che Mosè è principe d’Egitto, adottato dalla figlia del faraone. Yahoudaé designa anche i due fratelli ebrei che discutono l’indomani (Datan e Abiram). Ora, il Talmud e la Cabala ci confermano che questi due “Ebrei/Yahud” sono principi egizi, quelli che volevano far ritornare il popolo degli ebrei in Egitto. Ciò che ha turbato la versione classica fu tradurre che  “Mosè andò verso i suoi fratelli schiavi” e la parola schiavo identifica invece un sacerdote e non un sottomesso, se non alla divinità di cui il faraone era espressione. La tradizione segreta sale di grado con i personaggi della Torah: l’egiziano è un faraone, I Giudei-Yahud sono i suoi figli… E’ sicuramente questo il punto fondamentale, per il quale proclamo una nuova lettura della Bibbia, poiché storicamente non vi sono tracce di ebrei schiavi in Egitto. Nell’Esodo vi sono due popolazioni, gli Yahud, cioé la classe nobiliare dei sacerdoti monoteisti d’Egitto e il popolo di Amarna poi chiamato ebraico. Dunque, se i supposti Yahud-Giudei costituiscono la casta più importante d’Egitto, ciò spiega in gran parte l’incredibile percorso del popolo ebreo, nel corso della storia dell’umanità.

A.F.: Se tutto ciò è vero, chi vede in Gesù un sovrano giudeo d’eredità egizia ha ragione?

R.S.: Esattamente e aggiungerei anche che si tratta di un’immensa speranza di fraternità, ma allo stesso tempo di una potente risposta nei confronti dei nuovi integralismi, un rinnovamento della giudaicità e dell’egizianità del Cristo, di Abramo, di Mosè e di Giuseppe. Come Mosè, il Cristo è un pastore per l’umanità, un “Re degli Yahud” (Re dei Giudei) che ha ricevuto l’iniziazione segreta in tutta la saggezza egizia. Il Cristo e i dodici apostoli salgono sulla “barca”, attraversano il mare; come Mosè e le sue dodici tribù d’Israele che accompagnano l’Arca santa. Giuseppe viene tradito e venduto dai suoi fratelli, preso per morto e gettato in una “fossa nel deserto” trovata vuota, sopravvive a questa prova e diventa il braccio destro del re d’Egitto. Il Cristo viene rinnegato “tre volte” da Pietro, tradito e venduto da Giuda, crocifisso e posto in un sepolcro trovato vuoto, resuscitato in re del mondo… Sul piano cosmico, Giuseppe, Mosè e il Cristo, dodici fratelli, dodici tribù, dodici apostoli formano l’ipostasi cosmica del lungo percorso del sole e delle dodici costellazioni dello zodiaco. Ciò assomiglia molto a una traslazione degli arcani del mito di Osiride, capo delle dodici parti del cosmo, dio anch’egli, tradito dai suoi e assassinato da suo fratello Seth, racchiuso in un sarcofago e resuscitato per divenire il Padre, il re, giudice supremo del mondo dei morti. Come il Cristo, Osiride dà agli umani il permesso di “passare” sulla barca del Re. Se ci astraiamo dal loro aspetto storico, Giuseppe, Mosè, il Cristo, Osiride e i faraoni giocano tutti il ruolo di guardiani del mondo dell’aldilà. In qualche modo, i Messia “traghettatori” dell’umanità nel mondo futuro. Sto lavorando su una prossima opera, nella quale vado ben oltre, avvicinandomi alla croce della resurrezione del Cristo con  il segno della vita eterna Ankh e il segreto dell’ Aleph ebraica, la croce cabalistica e simbolo di Anokhi, “Io sono Dio” del primo comandamento biblico. A. F.:  Come ha definito il rapporto tra i geroglifici egizi e l’alfabeto giudeo? Un’identificazione del genere mette completamente in discussione l’intera Bibbia e identifica il popolo che fuggì dall’Egitto non come ebraico, ma composto da sacerdoti e sapienti egizi. R.S. Le lettere ebraiche esercitano un fascino allo sguardo e alla lettura. Si ha sempre questa strana impressione, quasi come se nascondessero una verità molto antica, una sorta di potere medianico. Gli Ebrei sono fuggiti dall’Egitto con “tutte le ricchezze”, il che significa, secondo Simplicius, con la saggezza e la conoscenza di Toth, il dio dalla testa d’ibis (“Daaty” che lo si accosta all’ebraico “Daat”, conoscenza). I simboli, e di conseguenza le lettere ebraiche, devono confermarcelo non soltanto attraverso la loro fonetica e la loro forma, ma anche attraverso il loro senso più segreto. Ecco un esempio concreto che riguarda “il bene che caccia il male”: Zohar, libro della Cabala, afferma che la lettera ebraica Teth ט cacci Kof ק, il serpente cattivo, oppure lo spirito del male legato all’anima (l’angelo della morte). Nel simbolismo egizio, Thot è l’uccello ibis della saggezza e della conoscenza che dà la caccia al serpente del male e dell’ignoranza, i cui geroglifici ci mostrano il parallelo con l’ebraico. L’immagine dell’ibis che caccia il serpente, il bene che caccia il male. Le lettere ebraiche provengono dalle più antiche pergamene del Mar Morto. Un tale accostamento ci consente di meglio interpretare l’effigie del Tempio di Seti I, sulla quale il dio Thot caccia “l’angelo della morte” per far rivivere l’anima del faraone. Proprio come Mosè brandisce un serpente su un bastone per combattere la morte e far rivivere gli Ebrei nel deserto. “Yahvé/Adonai disse a Mosè: fatti un serpente di bronzo e mettilo sopra un’asta. Chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà [Ra], resterà in vita!”  (Numeri, 21-8). Questo esempio, tra tanti altri, testimonia la ricchezza della scrittura ebraica, facilmente paragonabile ai geroglifici. In modo generale, ogni forma di scrittura antica si integra all’interno di una civiltà. Il Verbo, creato a immagine di Dio, è sempre proprietà del sacerdozio. Anche i concepitori di un tale sapere non potevano che essere sacerdoti. Chi erano? Degli schiavi del faraone? Lo sappiamo, la civiltà egizia non è mai stata schiavista. In compenso, ecco le risposte dei diversi corpus giudei, che ridefiniscono la schiavitù degli Ebrei in Egitto: 1.    Zohar (libro della Cabala): “Poiché i bambini d’Israele sono miei schiavi”. La parola ”schiavo”, in questo versetto designa i servizi del culto al Tempio (in effetti, la frase “servo di Dio” indica il suo sacerdote N.d.R;). 2.  Midrach : La tribù di Levi alla quale apparteneva Mosè non era mai stata schiava del Faraone. 3.   Rachi precisa e ridefinisce la nozione di schiavitù: “[Lo schiavo è] colui che sacrifica agli dèi. Per dire: ‘Come il sacrificio è un culto praticato secondo l’intenzione di Dio all’interno di un Tempio, vi aggiungo anche l’offerta dell’incenso o di libazioni che sono atti di culto praticati all’interno del Tempio’”. Queste affermazioni coincidono con la realtà storica, secondo la quale lo schiavo del faraone è il servitore del Tempio, dunque il sacerdote egizio. Tra servitore e schiavo, la sfumatura è essenziale!

A.F.: All’inizio del Suo saggio, Lei descrive una serie di analogie tra le scoperte della tomba di Tutankhamon e qualche brano  dell’Esodo. Può descrivercele?

R.S.: Quando Howard Carter scoprì la tomba e il sarcofago di Tutankhamon, numerosi segni mostrarono che era stato chiamato in causa dalla Bibbia. Per esempio, il grande velo di lino che costituiva la tenda delle quattro cappelle sparì misteriosamente, probabilmente perché evocava eccessivamente la tenda del tabernacolo della Bibbia. Gli egittologi, accecati dai tesori, hanno totalmente trascurato i messaggi biblici e cabalistici che rimandavano “come un boomerang” l’antico monumento funebre di Tutankhamon alla Bibbia. In particolare, i due esseri alati protettori delle porte del tabernacolo, e soprattutto i due angeli incisi sul coperchio del sarcofago d’oro, che proteggono il nome del re inscritto su due cartigli, sono gli stessi cherubini dell’Arca santa che proteggono le Tavole della Legge. Nella bibbia si afferma che “I cherubini avranno le due ali stese di sopra, proteggendo con le ali il coperchio saranno rivolti l’uno verso l’altro (Esodo, 25-20). L’iconografia egizia è la medesima. Nella Bibbia ebraica, la parola ‘Aron’ significa Arca, ma anche sarcofago. Ricordiamo che gli Ebrei sono sempre preceduti dall’Arca Santa, camminando fianco a fianco con il sarcofago di Giuseppe, anch’esso considerato un’Arca. Ora, l’interpretazione del Talmud è chiara: i due angeli dell’Arca santa “proteggono” il sarcofago di Giuseppe, come il nome di Dio, inscritto sulle due Tavole della legge di Mosè, che corrisponde ancora alle funzioni dei due angeli di Tutankhamon.

A.F.: Può parlarci della similitudine tra le Tavole della Legge e i nomi di Aton presenti sui cartigli?

R.S.: Osserviamo bene la forma dei cartigli di Aton e quella delle Tavole di Mosè. Ci fu un trasferimento degli uni sugli altri? Che cos’era realmente inciso sulle Tavole di Mosè? Soltanto la memoria antica della Cabala possiede la risposta di questo prodigioso enigma: in primo luogo afferma che le Tavole di Mosè non contenevano che un solo comandamento: il nome di Dio (il nome dell’unico).  L’Eterno disse a Mosè: “Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli”. (Esodo 24,12) Nella Cabala, che è la chiave di lettura più profonda della Bibbia, si dice che “la legge e’ il nome del santo, che sia benedetto”  Così, il nome di Dio è inciso su due Tavole, corrisponde ai cartigli di Aton, usati da Akhenaton e celati poi dai re d’Egitto.

A.F.: Lei afferma che i faraoni dell’Esodo erano due: Ay, colui il quale riportò il culto di Amon e che contrastò Semenkhare, e il secondo faraone, l’ultimo vero sovrano amarniano, che espresse le sue volontà in Esodo 12,31-32 e che Lei identifica come “il figlio di Akhenaton”.

R.S.: Che cosa ci consente di avanzare l’ipotesi secondo la quale il mito biblico riposi sull’omicidio rituale dei due e anche dei tre faraoni amarniani, Akhenaton, Semenkhare e Tutankhamon? Ancora una volta, la chiave di questo mistero ci giunge dalla Cabala che si basa sul seguente versetto (Genesi 12,15): La osservarono gli ufficiali del faraone [Sara, la sposa di Abramo] e ne fecero le lodi del faraone; così la donna fu presa e condotta nella casa del faraone. Il commentario ci ricorda l’omicidio dei tre faraoni nella Bibbia: “Il nome del faraone è ripetuto tre volte in questo versetto per indicarci che un faraone era stato colpito all’epoca di Sara, un altro all’epoca di Giuseppe e un terzo all’epoca di Mosè, dove questo lo colpì con l’aiuto della sua verga”.   Questi tre faraoni, definiti “bestemmiatori” nel Talmud, corrispondono senza alcun dubbio al ricordo dei tre faraoni amarniani. Nel contesto storico, dopo la morte di Akhenaton, Semenkhare è l’ultimo sovrano amarniano. Il secondo figlio di d’Akhenaton, Tutankh-Aton cambiò il suo nome in Tutankhamon, sotto la volontà del Gran Sacerdote Ay, il coreggente di Tutankhamon. La morte di Semenkhare ha certamente coinciso con la decisione di abbandonare la capitale monoteista, perché aveva fatto deviare la religione egizia verso l’intolleranza degli altri dèi. Nell’arco di tutto questo periodo, fino alla morte misteriosa di Tutankhamon, Ay resta l’autentico maestro d’Egitto. Al contrario, questo evento consentì ai due generali Horemheb e Ramses I di prendere il potere in seguito al decesso del faraone Ay. La maledizione dei faraoni amarniani persisté durante la dinastia di Ramses.

A.F.: Può chiarirci l’importanza della relazione tra il Salmo 104 della Bibbia e il Grande Inno ad Aton?

 R.S.:Il Salmo 104, identico in tutte le sue parti al Grande Inno ad Aton, ci trasmette un testo segreto, di 3.350 anni, mediante l’Antico Testamento. Studiando il Salmo 104, cercatori come Sigmund Freud hanno concluso che gli ebrei fossero fuggiti dall’Egitto con la religione monoteistica di Aton, altri che Mosè sarebbe Akhenaton stesso. Bisogna ricordare che il Grande Inno ad Aton è un plagio del Grande Inno di Amon che esisteva sotto Tutmosi III, “Tu sei l’Unico Amon, ect.”, appellativo rivolto a ogni dio d’Egitto che racchiudeva questa caratteristica di unicità. Infatti, la religione di Amon era una sorta di monoteismo plurale, una sorta di patto di unicità specifico in ogni tempio e in ogni città d’Egitto, con Amon-Ra come dio “celato” in cima alla piramide. Poniamoci allora la domanda: la Bibbia di Mosè ha scelto l’Inno di Aton o l’Inno di Amon? Prima di rinchiudersi nella sua capitale e prestare giuramento di non uscirne più, Akhenaton aveva infranto l’equilibrio di Amon di Tebe. Per la prima volta, proclamava nel suo inno “Tu sei l’Unico Aton, non ce ne sono altri”. E’ il principio di una campagna d’intolleranza senza pari, che travolgerà il divieto degli altri dèi e il fallimento del re eretico. In Deuteronomio X-17, le parole di Mosè contraddicono totalmente quelle di Akhenaton: “Poiché il Signore [Yahvé/Adonay] vostro Dio, è il Dio degli Dèi [Elohim]…”. Ciò che sottointende il dio degli dèi d’Egitto. Con una rivelazione tale, Mosè tradì la sua fede sincretica e si escluse lui stesso dalla religione di Akhenaton. Nella Cabala come nel Talmud, l’idolatria non è legata al culto degli idoli modellati dall’uomo (come abbiamo sempre creduto), ma precisamente nel pericolo di cadere nell’egoismo e il culto di se stesso, autentica trappola idolatra, nel quale era caduto Akhenaton. A ogni modo, il Salmo 104 è una straordinaria firma che tradisce l’origine egizia degli scribi della Bibbia. Inoltre, ci conferma, ancora una volta, l’identità solare di Yahvé/Adonay. Possiamo affermare, senza dubbio, che Yahvé, Adonay, Shadday, Tsebaoth, Acher, Amen, Elohim, etc., (Yahvé possiede 70 nomi, Aton uno soltanto) evoca l’antico sincretismo di Amon, il dio degli dèi dai molteplici nomi. Questo, Akhenaton non l’avrebbe mai potuto accettare.

Adriano Forgione: Quali sono, secondo Lei, le conseguenze della scoperta che il Dio degli Ebrei (o meglio, dei Giudei) e quello degli Egizi amarniani siano la stessa divinità?

Roger Sabbah: Le conseguenze possono avere una portata universale, poiché si riferiscono alla nostra coscienza collettiva. Si deve precisare che il Dio degli Ebrei (Adonai, Yahvé o Elohim) non è limitato al dio amarniano Aton o al faraone Ay. Ingloba l’insieme degli dèi egizi per quasi quattro millenni di civiltà. Nella Cabala, il nome Adonai proviene dalla radice Adone: “Adone, questo sole che rischiara il mondo”. Il disco solare Aton era conosciuto da oltre mille anni prima di Akhenaton, era una figura universale. Suggerire che Yahvé, Adonai, Elohim significhino “gli dèi egizi” è un’idea proveniente dalle Sacre Scritture, come dallo Zohar, il Libro dello Splendore: “L’idolâtria “stessa” è chiamata Elohim”. Un altro testo proveniente dallo Zohar ci consente di meglio renderci conto dell’identità egizia del dio della Bibbia. La sua portata è enorme: “Rabbi Abba cominciò a parlare così: “Io sono il Signore tuo Dio del paese d’Egitto”. La Scrittura non dice che “… ti ho trascinato in Egitto” ma “… il tuo Dio del paese d’Egitto”, poiché sin dal principio dell’esistenza d’Israele, questi non ha mai conosciuto la Gloria di Dio se non nel paese d’Egitto…”. Rabbi Eleazar spiega che non può esservi dissomiglianza tra il Dio d’Egitto e il Dio d’Israele: “Come Israele non vedeva Dio primitivamente se non attraverso un velo, poteva sbagliarsi quando, più tardi, vide Dio faccia a faccia nei pressi del Mar Rosso, supponendo vi fossero due dèi. E’ per questo motivo che la Scrittura aggiunge “Non conoscerai altro dio all’infuori di me”, “Io sono colui che ha tutto compiuto”. Si tratta dell’autentica rivelazione dell’identità segreta del dio della Bibbia/Torah: Elohim è il dio “molteplice” Amon Ra, il dio “geloso” delle sue opere, “nascosto” da un velo che gli antichi Egizi osavano appena guardare, vietandosi di pronunciarne il nome. In poche parole, Yahvé, Adonai, Elohim, Yod-Yod, il dio degli dèi, è il dio d’Egitto. Se, in vista delle generazioni future, prendiamo coscienza del fatto che abbiamo, noi Giudei, Cristiani e Musulmani, un’origine e una divinità comuni, che navighiamo sulla stessa arca con le stesse aspirazioni e sofferenze, allora potremo sperare d’infrangere le nostre divisioni psicologiche; causa di più di due millenni di conflitti, di odio e di guerre inutili, tutto ciò per appropriarsi di una “Verità” che, nell’assoluto, è sconosciuta e che non appartiene a nessuno.

A. F.: Lei considera vera l’affermazione del linguista Fabre d’Olivet, secondo la quale la lingua ebraica utilizzata dal Sepher di Mosè era un idioma segreto parlato nei templi d’Egitto?

R.S. All’epoca in cui Fabre d’Olivet pronunciò tale affermazione, Champollion non aveva ancora decodificato alcun geroglifico. Fabre d’Olivet aveva scoperto una forma di decodifica dell’ebraico attraverso lo studio della Cabala. Questa decodifica condusse a una lettura geroglifica. Fabre d’Olivet dedusse dunque l’esistenza di un idioma egizio, senza farne la dimostrazione diretta. Tuttavia, sembra che oggi la sua scrittura consonantica si legga alla maniera degli geroglifici e si scriva con geroglifici, il che dà ragione in gran parte a Fabre d’Olivet. Nel secolo scorso fu scoperto che la lingua scritta e parlata più vicina all’ebraico fosse presente sulle numerose tavolette di Amarna, ritrovate tra le rovine dell’antica Akhet-Aton, la capitale di Akhenaton, perché proveniva anch’essa da un insieme di lingue. Più precisamente, l’ebraico parlato sarebbe una compilazione di più lingue, quella egizia, somala, koushita, aramaica (caldaica), fenicia, samaritana, siriaca, araba. E’ sufficiente per affermare che si parlava ebraico nei templi egizi? Certamente no, si tratta senza dubbio di un mistero su cui far luce.

A.F.: Esiste una continuità tra il sapere e la tradizione egizia ed ebraica? Se è così, qual è il ruolo di Mosè in questa catena? Era davvero lui il trait d’union?

R.S.: La continuità religiosa tra le due tradizioni si esprime mediante l’eredità che costituisce la Torah, i Vangeli e perfino il Corano. Questa continuità si situa nel senso escatologico della fuoriuscita dall’Egitto. Se facciamo il punto sugli insegnamenti della Torah, del Midrash e della Cabala, in seguito alla partenza degli Ebrei, non una sola persona doveva restare in Egitto. La tradizione segreta ci racconta che al tempo della divisione delle acque del Mar Rosso, la terra dei faraoni fu vittima di un’inondazione totale. E’ scritto: “Nemmeno uno ne è rimasto”. Lo Zohar afferma che “Nemmeno uno fuggì”. Gli Egizi morti, annegati nel Mare di Canne, furono rigettati a riva e Dio accordò loro l’onore della sepoltura. Ciò è interessante, poiché nell’antichità egizia un annegato è considerato come un dio, essendo questi coinvolto nel processo delle resurrezione divina. Dal canto suo, Mosè promette ai bimbi d’Israele la liberazione dalla schiavitù egizia. Egli li conduce nel deserto arido del Sinai per quaranta anni. Dopo il passaggio nel Mare di Canne o Mar Rosso, gli Ebrei moriranno tutti nel deserto (soltanto i bambini che non hanno conosciuto l’Egitto sopravvivranno e vedranno la Terra Promessa). “Nessuno di voi potrà entrare nel paese nel quale ho giurato di farvi abitare, se non Caleb, figlio di Iefunne, e Giosuè, figlio di Nun. I vostri bambini, dei quali avete detto che sarebbero diventati una preda da guerra, quelli ve li farò entrare; essi conosceranno il paese che voi avete disprezzato” (Numeri, 14:30-31).  Per le diverse tradizioni giudaiche, cristiane e musulmane, gli egizi sono gli impuri, i malvagi e gli idolatri. Gli ebrei, i figli di Abramo, sono i buoni monoteisti. Ma in effetti sia gli ebrei, sia gli egizi hanno lasciato l’Egitto e sono tutti morti, gli uni annegati, gli altri periti nel deserto. Metaforicamente, si tratta di una morte spirituale di tutta l’umanità. Sia gli egizi, sia gli ebrei sono gli stessi individui. In conclusione, essere ebreo o egizio dipende dal nostro comportamento morale. In definitiva, è l’eredità della nozione di bene o di male a creare la linea di continuità tra l’antico Egitto, gli ebrei e la nostra civiltà giudea, cristiana o musulmana.  Che ruolo giocò Mosè in tutto questo? Come il Cristo, Mosè gioca un ruolo di traghettatore, è il trasmettitore di valori essenziali. Donando la saggezza egizia, le Tavole della Legge, un paese agli ebrei, Mosè fa d’autentico trait d’union tra l’Antico Egitto e la nostra civiltà giudaica, cristiana e musulmana. Facendo simbolicamente “passare” gli Ebrei o gli Egizi (che collego all’umanità) dall’altro lato del Mar Rosso, Mosè è il traghettatore che organizza, prepara la partenza “verticale” delle anime dell’umanità verso l’immenso deserto cosmico e tenebroso della Duat.


A.F.: Possiamo supporre un’identificazione tra Akhenaton e Mosè basandoci unicamente sulle loro tendenze monoteistiche?

R.S.: Ritengo che la fede di Mosè sia radicalmente opposta a quella di Akhenaton. Numerosi ricercatori hanno dedotto soluzioni scontate, paragonando Mosè ad Akhenaton. Tuttavia, dobbiamo osservare la sofisticatezza della Bibbia e distinguere il monoteismo molteplice di Mosè dal monoteismo esclusivo di Akhenaton. Il faraone aveva bandito e infranto i nomi plurali degli dèi Neteru e gli arieti di Amon. Esiliato nella sua capitale e adorando sé stesso mediante l’idolo solare Aton, Akhenaton proclama nel suo inno: “Tu sei l’Unico Aton, non ve ne sono altri”. Se Akhenaton ha rigettato gli altri dèi, l’ariete e il mito di Osiride, Mosè non lo fece mai. Diversi versetti della Bibbia mostrano come Mosè consacrasse l’ariete a Yahvé, colui che ci consente di accostare Yahvé ad Amon. Una delle chiavi di questo enigma si trova in due asserzioni. Quella di Jetro, il suocero di Mosè e di Mosè stesso. “Disse Jetro: “Benedetto sia il Signore, che vi ha liberati dalla mano degli egiziani e dalla mano del faraone: egli ha strappato questo popolo dalla mano dell’Egitto! Ora io so che il Signore è più grande di tutti gli dèi…”” (Esodo, 18:10-11) Questa professione di fede di Jetro, che supponiamo si converta al monoteismo, è totalmente opposta a quella di Akhenaton: Jetro riconosce Yahvé/Adonai come “il più grande di tutti gli Elohim”, il dio degli dèi. Se Mosè fosse stato un adepto di Akhenaton, avrebbe dovuto sentirsi offeso da una tale definizione. Tuttavia, in un versetto del Deutoronomio (10:17), Mosè conferma le parole di Jetro: “Perché il Signore (Yahvé/Adonai) Vostro Dio, è il Dio degli Dèi (Elohim)…”. Così, la concezione di Mosè e di Jetro/Ytro prende la forma di un pantheon monoteista a immagine di Amon, il dio degli dèi, ovvero il dio delle forze della natura (Neteru). Questa concezione si oppone fortemente a quella di Aton, il dio unico ed esclusivo di Akhenaton. La religione di Mosè e di Jetro è una conseguenza del monoteismo sincretico, radicalmente differente da un monoteismo esclusivo, dedicato all’adorazione di un faraone divinizzato a immagine di Dio.

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A.F.: Quale fu il ruolo di Akhet-Aton negli eventi futuri della cultura religiosa ebraica?

R.S.: Diverse città bibliche, Het, Babel e perfino Sodoma, potrebbero riportarci alla mente Akhet-Aton, che in geroglifici si scrive Het-Ytn. Quella che salta subito agli occhi è sicuramente la città di Het. Abramo è chiamato Adoni, “Il Mio Sole”, secondo la Cabala.  Contratta un sepolcro per lui e Sarah, la sua sposa defunta. Il Midrash afferma che il sepolcro di Abramo si trovava all’estremità del Tempio e che le sue porte si aprivano sul Giardino dell’Eden di Yahvé/Adonai. E’ sorprendente sapere che Akhenaton aveva lui stesso eretto la sua tomba all’estremità orientale del grande tempio della sua città solare, Akhet, che dava sul paradiso di Aton. Ricordiamo che Akhet-Aton è, secondo Cyril Aldred, la città consacrata al culto della nudità, una delle ragioni per le quali i faraoni, successori di Akhenaton, la maledirono sempre, come Sodoma nella Bibbia. Nel giudaismo, Akhet-Aton è caduta nell’oblio. Il culto consacrato alla “Gerusalemme dall’alto” allude forse alla capitale di Akhenaton, ma forse anche all’antica Tebe. Città del grande Tempio e feudo di Amon, il dio degli dèi, Tebe è chiamata “la città dalle cento porte”, come il quartiere più religioso di Gerusalemme, Méa-Chéarim (le cento porte). Infine, per gli egizi esiste una Tebe celeste, come la Gerusalemme celeste giudea.

A.F.: Su quali basi identifica Abramo con Akhenaton?

R.S.: Le analogie tra Abramo e Akhenaton sono numerose, tanto da poter porci la domanda: “Il personaggio di Abramo è stato costruito dal ricordo storico del faraone Akhenaton?”. Infatti, queste sono le chiavi che ci consentono di risalire al dio Osiride, dio all’origine delle nostre tre religioni monoteistiche. Insistiamo sul fatto che il re eretico Akhenaton aveva come nostro patriarca Abramo, che infranse gli idoli e lasciò la casa di suo padre, Amenhotep III, guidato dall’aspirazione divina verso una terra santa. Poi Akhenaton usurpò il nome di Aton e divulgò i segreti della religione egizia. Agli occhi dei Gran Sacerdoti di Amon, egli trasgredisce la legge e i comandamenti di Osiride, in particolare “il divieto di svelare il nome di Dio”. Akhenaton prende il posto di Dio, si fa chiamare “Spirito di Aton” o simbolicamente “Sono la vita eterna Aton”, come viene vietato dal nostro primo comandamento biblico. Akhenaton è Aton, o “Ra, il Padre della creazione”. Abramo porta anche il nome simbolico di Padre delle Nazioni, “Ab-Amon”, o padre della moltitudine, delle settanta nazioni che la Bibbia situerà in Egitto. Ma nella Cabala, ed è ciò che c’interessa maggiormente, Abramo porta il nome simbolico “Adone, questo sole che brilla nel mondo” ed è “l’Unico”: “Abramo era uno solo” (Ezechiele, 33:24), “Colui che vede Yahvé-Adonai”. Ora, questi termini fanno parte degli attributi e dei titoli di Akhenaton “Aton, l’Unico di Ra”; “Colui che vede il Grande Dio”. Vediamo che c’è ancora molto da imparare sull’idea originale di Abramo/Aton/Amon, cosa che ci fa risalire ben oltre Akhenaton, sino ad Osiride stesso.

A.F.: Secondo alcuni studiosi gli ebrei avevano un legame con gli Hyksos…

R.S.: Si è tentato di far risalire l’origine degli Ebrei agli Hyksos, a causa di un’enorme trascuratezza degli scritti egizi, seguita da un’inesatta interpretazione degli scritti di Flavio Giuseppe, che ci riporta agli scritti del sacerdote egizio Manetone. Gli egizi non hanno mai ridotto gli Hyksos in schiavitù. E’ il contrario. Dai pochi testi che ci sono pervenuti, sono gli egizi a essere invasi, sottomessi e schiavizzati da Apophis, il primo re Hyksos: “Il principe Apophis era ad Avaris e l’intero paese era oppresso dalle imposte e sottomesso alla sua legge… E questo re”. Apophis riconobbe Seth come il suo Signore e non volle servire alcun altro dio che fosse nel paese…” I re Hyksos sono stati cacciati dall’Egitto da Ahmosis. Al contrario, la simbologia di Ahmosis Akh-Mess significa “il salvatore creato dalla luna”, vicino a Ramses, Râ-Mess-S “il salvatore creato dal sole”. Questi due nomi evocano senza ambiguità Mosè, il Messia “salvato dalle acque”, secondo la Cabala “Figlio del sole Amram e della luna Yokebed”. Anche se i loro re erano stati cacciati dall’Egitto, gran parte del piccolo popolo Hyksos finì per fondersi nella popolazione egizia. Più in generale, a mio parere non v’è alcun paragone tra la ricchezza del simbolismo egizio della Bibbia e degli Ebrei e la povertà degli indizi archeologici lasciatici dagli Hyksos.

A.F.: Perché, a differenza della Bibbia, gli scritti egizi non documentano la presenza degli brei in Egitto prima del grande esodo?

R.S.: Anche qui, si tratta di un grave errore che avevano diffuso sapienti, esegeti o egittologi, ostinati nel limitarsi al senso letterale della Bibbia. Come affermò Fabre d’Olivet, “Le cose più semplici sono sempre quelle che i sapienti vedono meno. Cercano ciò che è distante affaticandosi infinitamente, che errore, trascurano la verità che è loro tanto vicina”. La lettura della saggezza egizia consente di affermare che duecentomila anni prima di Cristo e circa millecinquecento anni prima delle invasioni assire e babilonesi, la più commovente delle profezie fu quella annunciata dal saggio Neferty al faraone Amenemhat I, al quale predisse la morte dell’Egitto come la fine del mondo. “Affinché tu possa meditarvi, sto predicendo ciò che avverrà nel paese quando l’esercito degli asiatici si avvicinerà alle terre orientali con la rabbia nel cuore. Allora prenderanno i raccolti e ridurranno il popolo in schiavitù… Piangi, poiché il sole si è oscurato e il segno dell’uomo non è più. Vedi! Come sopravvivere, ora che il sole si è offuscato dalle nuvole. Questo è il presagio di una grande miseria. Coloro che sono ora davanti a te dicono: “Lui profetizza, ma ciò non avverrà mai”. Sappilo, il Nilo si prosciugherà e tutti lo attraverseranno a piedi sull’asciutto […] Il nemico asiatico che viene dall’oriente discenderà in Egitto e l’indigenza in cui gli uomini si troveranno farà in modo che non arresteranno gli invasori notturni. Gli uomini addormentati consentiranno d’investire fortezze e piazzeforti e la deportazione sarà loro ricompensa. Vegliate, occhi miei! Siate vigilante e accorti!”. Le tenebre vengono seguite da un esodo e dalla schiavitù degli egizi nel deserto, i quali attraverseranno il Nilo a piedi, sull’asciutto. Esattamente ciò che accadde agli Ebrei all’epoca delle dieci piaghe d’Egitto, quella delle tenebre e della morte dei primogeniti, il passaggio nel Mar Rosso, “nella notte a piedi, sull’asciutto”. La profezia di Neferty appare come un autentico presagio biblico.  La Bibbia ci ricorda la stessa storia: “Invece gli Israeliti avevano camminato sull’asciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra” (Esodo, 14:29) Un’altra tradizione si orienta in questo senso. Il Libro della Vacca del Cielo ripercorre la leggenda del giudizio di Dio. Scoprendo il complotto fomentato dagli umani contro di lui, il dio Ra caccia gli egizi nel deserto e invia loro la leonessa Sekhmet per massacrarli. Poi, rimpiangendo il suo gesto, decide di dare una nuova possibilità all’umanità attraverso Hathor. “Fecero cuocere la pasta che avevano portata dall’Egitto in forma di focacce azzime, perché non era lievitata: erano infatti stati cacciati dall’Egitto e non avevano potuto indugiare; neppure si erano procurati provviste per il viaggio” (Esodo, 12:39). Ritroviamo questa idea degli Ebrei/Egizi, cacciati dall’Egitto nel deserto per la volontà di Dio e del Faraone, il massacro dei Bambini d’Israele dai Leviti  in occasione della festa del vitello d’oro. Vediamo come gli scritti egizi, se non impiegano il termine “ebrei”, evocano l’esodo degli egizi nel deserto e questo ben prima della Bibbia.

A.F.: Non crede sia troppo ardita la supposizione secondo la quale El, il Supremo Dio, coincida con il faraone AY e YHWH con Amenofi III, il padre di Akhenaton, sulla base della divinizzazione di questi due faraoni? Non crede sia inesatto trasformare un Dio impersonale in un Dio personalizzato? Sembra che gli Ebrei non siano mai caduti in questa trappola…

R.S.: Non sono mai caduto in questa trappola. Nel corso della sua storia, il culto faraonico si è basato sull’adorazione del divino attraverso la persona del Faraone. Ma su più di tremila anni di civiltà egizia, i testi mostrano che il Faraone stesso sia un mortale, cosciente dei suoi propri limiti. Se si proclama Figlio di Dio, tutta la sua vita è consacrata ai rituali e alle preghiere. Egli indossa in qualche modo l’abito cosmico di Dio. Per questo motivo, il Faraone è un esempio di mistero, di adorazione, di devozione al sacro, di fedeltà a Dio. Egli è il rappresentante, il servitore e anche lo schiavo di un dio visibile soltanto mediante le sue manifestazioni. Non dimentichiamoci che nella tomba di Tutankhamon, tutti gli dèi sono ricoperti da un velo. L’appellativo di Iside è “Io sono tutto ciò che è stato, tutto ciò che è e tutto ciò che sarà, nessuno mi ha privato del mio velo”. Ciò che corrisponde al senso di Yahvé, il nome impronunciabile del dio “celato” dietro al roveto ardente, davanti a un Mosè prosternato. Di conseguenza, il dio degli Ebrei acquisisce la stessa dimensione misteriosa del dio egizio. Il confronto tra personaggi come Ay o Amenofis III, Horemheb o Ramses I, deriva dal fatto che gli scribi abbiano genialmente nascosto i loro appellativi nella Bibbia attraverso Abramo, Mosè o Aronne, per trasmettere l’insegnamento millenario di un dio sconosciuto e trascendente, unico e dalle molteplici manifestazioni. E’ da questo grande mistero del divino che la Bibbia, i vangeli e Corano hanno ereditato dall’antico Egitto.

A.F.: Non considera restrittivo limitare l’interpretazione allegorica degli eventi dell’Antico Testamento, compresa la Genesi, considerando come unico punto di riferimento l’Egitto pre-esodo e le vicissitudini di Akhet-Aton?

R.S.: E’ certo che l’Antico Testamento raggruppi  numerose figure di composizione e limitare la Genesi e la fuoriuscita dall’Egitto soltanto ad Akhet-Aton sarebbe un grave errore. Tuttavia, le rovine dell’antica città di Akhet-Aton ci forniscono numerose informazioni che costituiscono un punto di partenza per la ricerca comparativa e simbolica sull’insieme della civiltà faraonica. Per lungo tempo, abbiamo creduto che Akhenaton avesse creato una nuova religione, ma in realtà Akhenaton ha divulgato al popolo i segreti proibiti dell’iniziazione egizia, riservati ai soli iniziati. E’ solitamente nei periodi di disordine religioso o di anarchia che la storia ci invia dei messaggi segreti, che ci consentono di comprendere meglio il funzionamento del pensiero antico.  Il faraone Ay, i suoi sacerdoti e i suoi generali hanno deciso l’esodo della capitale e il ritorno di Amon, il dio “celato”. Chiaramente, essi vedevano nell’immagine di questa città un peccato supremo verso il “dio degli dèi, Amon”. La città era considerata come una sorta di Sodoma, archetipo di una deviazione della religione egizia verso il culto della personalità di Akhenaton e dei suoi figli. I re amarniani, oltraggiando il nome di Dio, hanno instaurato la nozione di ciò che per loro è idolatria. Dall’opinione radicalmente opposta, la Cabala precisa che l’idolatria, lungi dal limitarsi alle statue di pietra, designa il culto della personalità. La Scrittura dice: “E gli idoli d’Egitto tremeranno davanti al suo volto [di Dio]”. La Scrittura non parla di pietre che costituiscono idoli, ma di capi celesti che dirigono quaggiù tutte le azioni del popolo. Detto altrimenti, anche quelli che nella nostra epoca chiamiamo idolatri o politeisti sono i primi a combattere l’idolatria personale e il culto di sé. Senza dubbio, gli antichi egizi seppero risolvere i loro problemi di civilizzazione. Senza dubbio erano più evoluti rispetto a noi, questo è certo…

Fonti: (Web);(mikeplato.myblog.it)



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