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martedì 30 giugno 2015

L'ASCESA AL CIELO DI ALCUNI ESSERI UMANI PREDILETTI DAGLI DEI

L'Antico Testamento narra l'ascesa al cielo di numerosi esseri umani. Il primo è Enoch, un patriarca dell'era antidiluviana
prediletto da Dio, tanto da "camminare con il Signore". Egli era il settimo patriarca della linea di Adamo e il bisnonno di Noè, l'eroe del Diluvio. Il quinto capitolo del Libro della Genesi elenca la genealogia di tutti questi patriarchi precisando l'età in cui ciascuno di loro morì, tranne quella di Enoch, «che se ne era andato, perché il Signore l'aveva preso». Secondo l'interpretazione tradizionale, Dio aveva portato via Enoch perché questi ottenesse l'immortalità. Un altro mortale che ebbe il privilegio di salire al cielo è il profeta Elia, che fu sollevato da terra da un "turbine" di vento. C'è poi un terzo mortale, meno conosciuto, che, sempre secondo l'Antico Testamento, si recò alla dimora celeste e ne ricevette in dono grande saggezza. Si tratta di un re di Tiro,città fenicia sulla costa del Mediterraneo orientale. Nel capitolo 28 del Libro di Ezechiele si legge che il Signore ordinò al profeta di ricordare al re che, se egli era perfetto e saggio, era perché la Divinità gli aveva permesso di andare a visitare gli dèi:

Tu sei stato plasmato secondo un piano,
pieno di saggezza, perfetto in bellezza.
Tu sei stato nell'Eden, il giardino di Dio;
ogni pietra preziosa era il tuo bosco sacro...
Tu sei un cherubino consacrato, protetto;
e io ti ho posto sulla sacra montagna;
come se tu fossi un dio,
che si muove tra le Pietre Fiammeggianti.

Il Signore predisse quindi che il re di Tiro sarebbe comunque morto della morte "dèi non circoncisi" per opera di una mano straniera, anche se avesse gridato «Io sono un dio», e spiegò anche il perché: dopo aver avuto accesso alla dimora divina e aver acquisito ogni sapienza e ricchezza, il suo cuore "si era riempito di orgoglio", egli aveva mal utilizzato il dono della saggezza e aveva contaminato i templi.

Perché il tuo cuore si è insuperbito
e tu hai detto «Io sono un dio;
mi sono seduto nella Dimora della Divinità,
nel mezzo delle acque»;
Anche se sei un uomo, non un dio,
hai inorgoglito il tuo cuore come quello di una divinità.


Anche i testi sumerici parlano di diversi mortali che ebbero il privilegio di salire al cielo. Uno di essi fu Adapa, l'"uomo modello" creato da Ea. Questi «gli aveva dato la saggezza, ma non gli aveva dato la vita eterna». Con il passare degli anni, Ea decise di strappare Adapa al suo destino mortale fornendogli uno shem con il quale raggiungere la dimora celeste di Anu e ricevere il Pane della Vita e l'Acqua della Vita. Quando Adapa arrivò alla dimora celeste, Anu volle sapere chi gli aveva fornito lo shem per arrivare da lui. Tanto i testi mesopotamici quanto quelli biblici riguardanti questi rari casi di ascesa di un mortale alla dimora degli dèi contengono elementi importanti. Anche Adapa, come il re di  Tiro, era fatto di una "pasta" perfetta. Tutti avevano dovuto servirsi di uno shem - una "pietra fiammeggiante" - per raggiungere l'Eden, dopodiché alcuni erano ritornati sulla Terra, mentre altri, come l'eroe mesopotamico del Diluvio, era rimasto a godersi la compagnia degli dèi. Fu appunto per trovare questo "Noè" mesopotamico e ottenere da lui il segreto dell'Albero della Vita che il sumero Gilgamesh partì per il suo epico viaggio.
La vana ricerca dell'Albero della Vita da parte dell'uomo mortale costituisce l'argomento di uno dei più lunghi e interessanti testi epici lasciati alla cultura umana dalla civiltà sumerica. "L'epica di Gilgamesh", come l'hanno chiamata gli studiosi moderni, racconta la storia dell'omonimo re di Ur, nato da padre mortale e madre divina e perciò considerato "per due terzi dio e per un terzo uomo", una circostanza che lo portò a cercare in tutti i modi di sfuggire al destino mortale degli uomini. Essendo a conoscenza della tradizione dei padri, Gilgamesh sapeva che uno dei suoi antenati, Utnapishtim - l'eroe del Diluvio - era scampato alla morte ed era stato trasportato alla dimora celeste insieme alla sua sposa. Egli decise quindi di raggiungere quel luogo e di ottenere dal suo antenato il segreto della vita eterna. Ciò che lo spinse ad andare fu quello che gli parve un invito da parte di Anu. I versi sembrano descrivere l'avvistamento di
un razzo spento che ricade sulla Terra. Gilgamesh descrive la scena a sua madre, la dea NIN.SUN:

Madre mia,
durante la notte mi sentivo pieno di gioia
e vagavo tra i miei nobili.
Le stelle si riunivano nel Cielo.
L'oggetto di Anu scese verso di me.
Cercai di sollevarlo, ma era troppo pesante.
Cercai di muoverlo, ma non ci riuscii.
Il popolo di Uruk si raccolse attorno ad esso
e i nobili baciavano le sue gambe.
Quando vi posai la fronte, essi mi diedero appoggio.
E allora lo sollevai, lo portai a te.

Non è molto chiara, perché troppo mutilata, l'interpretazione che del fatto diede la madre di Gilgamesh. È evidente, però, che Gilgamesh si sentì incoraggiato a intraprendere la sua avventura dalla vista di questo oggetto cadente - "l'oggetto di Anu" - Nell'introduzione al racconto, l'antico narratore chiamava Gilgamesh "il saggio, colui che ha già sperimentato tutto":

Cose segrete egli ha visto,
ciò che è nascosto all'Uomo, egli lo conosce.
Portò persino notizie
di un tempo anteriore al Diluvio.
Egli intraprese il viaggio lontano
tra mille fatiche e difficoltà.
Poi ritornò, e incise tutta la sua impresa
su una colonna di pietra.

Il "viaggio lontano" di Gilgamesh era, naturalmente, quello verso la dimora degli dèi; lo accompagnava il suo amico Enkidu. I due erano diretti alla Terra di Tilmun, dove Gilgamesh avrebbe potuto innalzare uno shem per sé. Le traduzioni correnti usano il solito "nome" per rendere il sumerico mu o l'accadico shumu che compaiono nei testi antichi; noi, invece, useremo la parola shem, per chiarire meglio il vero significato del termine, ovvero "veicolo celeste".

Il sovrano Gilgamesh
verso la Terra di Tilmun rivolse la mente.
E disse al suo compagno Enkidu:
«O Enkidu...
vorrei entrare in quella Terra, innalzare il mio shem...
Nei luoghi dove vennero innalzati gli shem
io voglio innalzare il mio».

Non riuscendo a dissuaderlo, sia gli anziani di Uruk sia gli dèi che Gilgamesh consultò gli consigliarono di ottenere prima il consenso e l'assistenza di Utu/Shamash. «Se vuoi davvero entrare in quella Terra, informa Utu», gli dissero. «E Utu che si occupa di quella Terra», continuavano a ripetergli. Alla fine Gilgamesh si risolse a chiedere il permesso a Utu:

Lasciami entrare in quella Terra,
lasciami innalzare il mio shem.
Nei luoghi dove vengono innalzati gli shem
fa' che io possa innalzare il mio.
Portami al luogo dell'atterraggio a...
Poni su di me la tua protezione!

Purtroppo una lacuna nella tavoletta ci impedisce di capire quale fosse il "luogo dell'atterraggio". Dovunque fosse, comunque, alla fine Gilgamesh e il suo compagno vi si avvicinarono. Era una "zona vietata", protetta da imponenti guardiani. Stanchi e assonnati, i due amici decisero di fermarsi a riposare per la notte e di riprendere il viaggio il giorno dopo. Si erano appena addormentati quando qualcosa li scosse e li svegliò. «Mi hai svegliato tu?» chiese Gilgamesh al suo compagno. «Ma sono sveglio?», si domandò, poiché vedeva cose insolite, talmente straordinarie che non sapeva più se era desto o stava sognando. Disse allora a Enkidu:

Nel mio sogno, amico mio, la terra si rovesciò.
E mi trascinò in basso, imprigionandomi i piedi...
Tutto era avvolto da una luce violenta!
Poi comparve un uomo,
che era il più bello della terra.
La sua grazia...
Egli mi trasse fuori dal terreno caduto.
Mi diede acqua da bere; il mio cuore si acquietò.

Chi era dunque quest'uomo, "il più bello della terra", che tirò fuori Gilgamesh dal terreno franato, gli diede dell'acqua, "acquietò il suo cuore"? E che cos'era quella "luce violenta" che accompagnava quella strana frana? Incerto, turbato, Gilgamesh tornò ad addormentarsi, ma non per molto.

A metà del turno di guardia il suo sonno venne interrotto.
Egli si alzò e disse al suo amico:
«Amico mio, sei tu che mi hai chiamato?
Perché mi sono svegliato?
Mi hai forse toccato?
Perché sono così scosso?
È forse passato un dio qui vicino?
Perché il mio corpo è così intorpidito?».

Sentendosi misteriosamente svegliato, dunque, Gilgamesh si domandò chi mai l'avesse toccato: se non era stato l'amico, era forse l'opera di qualche dio passato lì vicino? Ancora una volta Gilgamesh si addormentò, e di nuovo, per la terza volta, si svegliò, e descrisse all'amico l'inquietante visione che aveva avuto.

Ciò che ho visto è stato davvero spaventoso.
I cieli stridevano, la terra tuonava;
la luce del giorno si spense e sopraggiunse l'oscurità.
Balenò un lampo, apparve una fiamma.
Le nubi si gonfiarono, piovve morte!
Poi la gran luce svanì; il fuoco si spense.
E tutto ciò che era caduto si era trasformato in cenere.

Non occorre una grande immaginazione per vedere in questi versi il resoconto del lancio di un razzo. Anzitutto il fortissimo rumore provocato dall'accensione dei motori («i cieli stridevano»), accompagnato dallo scuotimento della terra («la terra tuonava»). Nuvole di fumo e polvere avvolsero il luogo del lancio («la luce del giorno si spense e sopraggiunse l'oscurità»), prima del bagliore diffuso dai motori accesi («balenò un lampo»); quando poi il razzo cominciò a salire verso il cielo, «apparve una fiamma». La nube di polvere e di detriti «si gonfiò» e poi incominciò a ricadere, e «piovve
morte!». Il razzo era ormai alto nel cielo, e puntava sempre più su («la gran luce svanì; il fuoco si spense») fino a scomparire dalla vista; e i detriti che erano caduti «si erano trasformati in cenere». Spaventato da ciò che aveva visto, e tuttavia più deciso che mai a raggiungere la sua destinazione, Gilgamesh si rivolse ancora una volta a Shamash per ottenerne protezione e sostegno. Dopo aver sopraffatto un "guardiano mostruoso", egli raggiunse la montagna di Mashu, da dove si poteva vedere Shamash "salire alla volta del cielo". Il suo primo obiettivo - il "luogo dove vengono innalzati gli
shem" - era ormai a portata di mano, ma l'ingresso, che sembrava scavato nella montagna, era anch'esso custodito da feroci guardiani:

Essi incutono grande terrore,
hanno uno sguardo di morte.
Il loro fulgido cerchio di luce spazza le montagne.
Essi vegliano su Shamash
mentre questi sale e scende.

Un sigillo (figura 76) in cui si vedono Gilgamesh (il secondo da sinistra) e il suo compagno Enkidu (all'estrema destra) sembrerebbe rappresentare un dio che intercede presso uno dei due guardiani dall'aspetto di robot, proprio quei guardiani che potevano "spazzare" tutta la regione con cerchi di luce e raggi di morte.
La descrizione richiama alla mente il passo del Libro della Genesi in cui Dio pone "la spada roteante" all'entrata del Giardino dell'Eden, per impedirne l'accesso agli uomini.
Quando Gilgamesh spiegò la sua origine parzialmente divina, lo scopo del suo viaggio («Voglio domandare a Utnapishtim della vita e della morte») e il fatto che aveva l'autorizzazione di Utu/Shamash, le guardie gli permisero di proseguire. Gilgamesh riprese allora "la strada di Shamash", ma si ritrovò nella più fitta oscurità; "non vedendo niente né avanti né indietro", gridò per la paura. Dopo aver viaggiato per molti beru (un'unità di tempo o di distanza, o il cosiddetto "arco dei cieli") era ancora immerso nel buio, finché, «quando ebbe raggiunto dodici beru, era ormai tornata la luce». Il testo, lacunoso e alquanto confuso, continua poi con Gilgamesh che arriva in un magnifico giardino dove frutti e alberi erano scavati all'interno di pietre semi-preziose. È qui che abitava Utnapishtim. All'udire le domande di Gilgamesh, rispose in maniera deludente: l'uomo, disse Utnapishtim, non può sfuggire al suo destino mortale. Gli offrì però un modo di rimandare la sua morte, rivelandogli l'ubicazione della Pianta della Giovinezza, che si chiamava "L'uomo diventa giovane nella vecchiaia". Trionfante, Gilgamesh si procurò subito la pianta, ma, com'era destino, la perse scioccamente nel viaggio di ritorno, e così se ne tornò a Uruk a mani vuote. Mettendo da parte il valore letterario e filosofico del racconto, la storia di Gilgamesh ci interessa anzitutto per i suoi aspetti "aerospaziali". Lo shem che gli serviva per andare nella dimora degli dèi era senza dubbio una navicella spaziale, una di quelle che aveva visto partire quando si era fermato nel "luogo dell'atterraggio". I razzi, a quanto sembra, si trovavano all'interno di una montagna, e tutta la zona era "off limits", sorvegliata a vista. Nessuna rappresentazione artistica di ciò che Gilgamesh vide è ancora venuta alla luce, ma un dipinto trovato nella tomba del governatore egizio di una terra lontana mostra la testata di un razzo che fuoriesce dalla terra, in un luogo dove crescono palme da dattero. Il resto del razzo si trova chiaramente sottoterra, in una struttura artificiale fatta di segmenti tubolari e decorata con pelli di leopardo (figura 77).
Un po' come si fa oggi   quando si vuole illustrare la struttura    di un progetto,  gli  antichi  artisti ci hanno            lasciato            una rappresentazione     in    sezione della struttura artificiale. Il razzo, come   si   vede,   era   diviso  in diversi      scomparti.   In   quello inferiore      stanno   due  uomini circondati da tubi ricurvi. Al   di   sopra   di   loro   vi sono tre pannelli circolari. Se   confrontiamo  le  dimensioni  della testata del razzo - il cosiddetto ben-ben - con quelle dei due uomini che si trovano dentro il razzo e delle   persone   che  stanno  sul  terreno, è evidente che la testata  equivalente   al   sumerico  mu,  la "camera  celeste"  poteva tranquillamente     contenere     uno    o   due operatori o passeggeri. TIL.MUN si chiamava    la    terra verso cui si era diretto Gilgamesh, ovvero, letteralmente,   "la terra dei missili".   Era la    terra   dove  si innalzavano gli shem, una terra posta sotto l'autorità di Utu/Shamash e  dove  si  poteva  vedere  il dio  "ascendere  alla  volta  celeste". E anche se il corrispondente celeste di questo membro del    Pantheon dei Dodici era il Sole, noi riteniamo che il suo nome non significasse "Sole",      ma    che    fosse    un    epiteto   indicante le funzioni e le responsabilità del dio. Il suo nome sumerico,   Utu, significava "colui che entra risplendendo", mentre il derivato accadico, Shem-Esh, era più esplicito: Esh vuol dire "fuoco", e shem......beh, ormai sappiamo bene che    cosa    significava    originariamente!    Utu/Shamash era dunque      "quello    delle    fiammeggianti    navicelle a razzo".   Era, suggeriamo noi,         il comandante del porto spaziale degli dèi,il cui ruolo primario che   rivestiva riguardava tutto ciò che comprendeva i viaggi     alla   dimora celeste degli dei e  le funzioni  svolte dai suoi   subordinati.

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