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giovedì 4 giugno 2015

LA SUPREMAZIA DEGLI DEI


Un lungo e ben conservato racconto epico ittita, dal titolo Sovranità nel cielo, tratta:l'origine celeste degli dèi.Colui che narra tali eventi, avvenuti in epoca precedente all'avvento dei mortali, chiama anzitutto dodici "antichi e possenti dèi" perché ascoltino il suo racconto e ne testimonino la veridicità: Ascoltino gli dèi che sono in cielo, e quelli che stanno sulla scura terra! Ascoltino gli antichi e possenti dèi. Un primo dato è che dunque questi "antichi e possenti dèi",progenitori degli altri dèi, erano sia del cielo che della Terra; il racconto, quindi, passa a elencarli uno per uno e, dopo essersi assicurato la loro attenzione, il narratore comincia a raccontare di come il dio che era "re nel cielo" scese sulla "scura Terra": Un tempo, in giorni antichissimi, Alalu regnava nel cielo; lui, Alalu, sedeva sul trono. Il possente Anu, il primo tra gli dèi, stava davanti a lui, inchinato ai suoi piedi, gli porgeva la coppa per bere. Per nove periodi contati Alalu fu re nei cieli. Nel nono periodo, Anu ingaggiò una battaglia contro di lui. Alalu fu sconfitto e fuggì davanti ad Anu. E scese sulla scura Terra. Giù, sulla scura Terra egli discese; e sul trono sedette Anu. La vicenda attribuisce dunque l'arrivo sulla Terra di un "re del cielo" a un'usurpazione del trono: un dio di nome Alalu venne deposto a forza dal suo trono celeste e, in fuga per salvare la vita, "scese sulla scura Terra". Ma la storia non finisce qui. Il testo continua raccontando che Anu venne a sua volta deposto da un dio di nome Kumarbi (fratello di Anu, secondo alcune versioni). Non vi è dubbio che quest'opera epica, scritta un migliaio di anni prima che venissero composte le leggende greche, precorresse il racconto della deposizione di Urano da parte di Crono e di Crono da parte di Zeus. Persino la questione della castrazione di Crono per opera di Zeus si ritrova nel testo ittita, poiché è esattamente ciò che Kumarbi fece ad Anu: Per nove periodi contati Anu fu re nei cieli. Nel nono periodo, Anu dovette combattere con Kumarbi. Anu riuscì a sottrarsi alla presa di Kumarbi e fuggì. Fuggì Anu, salendo al cielo. Ma Kumarbi gli corse dietro, lo prese per i piedi e lo trascinò giù dal cielo. Quindi gli morse i lombi; e la "virilità" di Anu si unì con le viscere di Kumarbi e si fuse come bronzo. Secondo l'antico racconto, la battaglia non si chiuse con una vittoria totale. Sebbene evirato, Anu riuscì a raggiungere di nuovo la sua dimora celeste, lasciando a Kumarbi il dominio sulla Terra. Nel frattempo, la "virilità" di Anu produsse molte divinità nelle viscere di Kumarbi, che costui (come Crono nelle leggende greche) fu costretto a liberare. Una di queste divinità era Teshub, il principale dio ittita. Mancava tuttavia un'altra epica battaglia, prima che Teshub potesse governare in pace. Venuto a sapere che a Kummiya ("dimora celeste") era comparso un erede di Anu, Kumarbi elaborò un piano per «generare un rivale al dio delle tempeste». «Nella mano prese il suo bastone; ai piedi mise i calzari che sono veloci come il vento»; e partì dalla sua città di Ur-Kish per andare alla dimora della Signora della Grande Montagna.  Quando la raggiunse...Il suo desiderio si destò; Egli dormì con la Signora della Montagna; La sua virilità fluì in lei. Cinque volte egli la prese... Dieci volte egli la prese. Era solo un attacco di lussuria? In realtà abbiamo motivo di credere che la posta in gioco fosse ben altra. Si può supporre che le regole di successione degli dèi fossero tali per cui un figlio di Kumarbi e della Signora della Grande Montagna sarebbe stato considerato l'erede legittimo al trono celeste; e che Kumarbi abbia "preso" la dea cinque, dieci volte per essere davvero sicuro che essa concepisse un figlio, come infatti avvenne: essa partorì un figlio maschio, che Kumarbi simbolicamente chiamò Ulli-Kummi ("soppressore di Kummiya", la dimora di Teshub). Kumarbi prevedeva che la battaglia per la successione avrebbe comportato combattimenti nei cieli. Poiché il destino che aveva voluto per suo figlio era quello di uccidere gli abitanti di Kummiya, Kumarbi proclamò: Possa egli ascendere al cielo per ottenere la sovranità! E conquistare Kummiya, la bella città! Che attacchi il dio delle tempeste e lo faccia a pezzi, come fosse un mortale! E infine scagli giù dal cielo tutti gli dèi. È possibile che le battaglie che Teshub dovette combattere sulla Terra e nei cieli si siano svolte all'inizio dell'era del Toro, circa 4.000 anni fa, e che per questa ragione il vincitore sia stato associato al toro? Ed è possibile che questi avvenimenti siano in qualche modo connessi all'inizio, contemporaneo e improvviso, della civiltà sumerica? È un dato di fatto ormai assodato che il pantheon e le leggende sugli dèi ittiti affondino le loro radici in Sumer, nella sua civiltà e nei suoi dèi. La storia della sfida al trono divino da parte di Ulli-Kummi continua con altre battaglie eroiche, nessuna delle quali, però, decisiva. A un certo punto, l'incapacità di Teshub di sconfiggere l'avversario spinse sua moglie, Hebat, a tentare il suicidio. Alla fine, fu chiesto agli dèi di fare da mediatori nella disputa e a questo scopo venne convocata una riunione di tutti gli dèi. La presiedevano "un antico dio" di nome Enlil e un altro "antico dio" chiamato Ea, al quale fu chiesto di mostrare "le vecchie tavole con le parole del destino", cioè dei testi antichi che, almeno così sembrava, potevano aiutare a dirimere la controversia sulla successione divina. Ma purtroppo non fu così: i testi non servirono allo scopo, e allora Enlil consigliò un'altra battaglia con lo sfidante, ma questa volta con l'aiuto di un'arma molto antica. «Ascoltate, antichi dèi, voi che conoscete le parole antiche», disse Enlil ai suoi seguaci:
Aprite gli antichi magazzini
dei padri e degli antenati!
Portate la vecchia Lancia di rame
con la quale il Cielo fu separato dalla Terra,
affinché possano essere recisi i piedi di Ulli-kummi.
Chi erano questi "antichi dèi"? La risposta è più che evidente, dal momento che tutti - Anu, Antu, Enlil, Ea, Ishkur - hanno nomi sumerici. Persino il nome di Teshub, come pure quello di altri dèi "ittiti", veniva spesso scritto con grafia sumerica proprio per indicarne l'identità. Anche alcuni dei luoghi citati nel racconto appartenevano ad antichi siti sumerici. Cominciava a farsi strada tra gli studiosi l'idea che in effetti gli Ittiti adorassero un pantheon di origini sumeriche e che il teatro delle leggende sugli "antichi dèi" fosse proprio Sumer. Questa, tuttavia, era solo una parte di ciò che essi andavano scoprendo: non soltanto, per esempio, la lingua ittita risultò basata su diversi dialetti indoeuropei, ma si accertò che essa aveva anche subito notevoli influssi accadici, sia nella lingua parlata, sia, ancor più, nella forma scritta. Poiché l'accadico era una lingua, per così dire, internazionale nel II millennio a.C, non è poi così strano che possa aver in qualche modo influenzato l'idioma ittita.La vera sorpresa arrivò quando gli studiosi scoprirono che la lingua ittita utilizzava abbondantemente segni pittografici, sillabe e addirittura intere parole sumeriche! Via via divenne anzi sempre più chiaro che il sumerico era la lingua colta degli ittiti. La lingua sumerica, come afferma O.R. Gurney (The Ittites, «Gli Ittiti») «era approfonditamente studiata a Hattu- Shash (la capitale), dove vennero anche trovati veri e propri vocabolari sumerico-ittiti... Molte delle sillabe associate ai segni cuneiformi nel periodo ittita erano in realtà parole sumeriche il cui significato era stato dimenticato (dagli Ittiti)... Nei testi ittiti gli scribi sostituivano spesso parole ittite di uso comune con il corrispondente termine sumerico o babilonese».Ora, quando gli Ittiti giunsero a Babilonia dopo il 1600 d.C. i Sumeri erano da tempo scomparsi dal Medio Oriente. Come è possibile, allora, che la loro lingua, letteratura e religione abbia dominato un altro grande regno in un altro millennio e in un'altra parte dell'Asia? A fare da ponte, come hanno scoperto recentemente gli studiosi, fu un altro popolo, quelli degli Hurriti. Citati nell'Antico Testamento con il nome di Horiti ("popolo libero"), essi dominavano l'ampia regione posta tra il regno ittita in Anatolia e Sumer e Akkad in Mesopotamia. Verso nord, le loro terre corrispondevano alle antiche "terre dei cedri" che fornivano legno pregiato a paesi vicini e lontani, mentre a est arrivavano fino alle attuali zone petrolifere dell'Iraq; in una sola città, Nuzi, gli archeologi hanno trovato, oltre ai soliti edifici e manufatti, anche migliaia di documenti legali e sociali di grandissimo valore. Verso ovest gli Hurriti estendevano il loro potere e la loro influenza fino alla costa mediterranea e il loro territorio comprendeva grandi centri antichi del commercio, dell'industria e della cultura, come Carchemish e Alalakh.Il fulcro del loro dominio, però, i centri principali delle antiche arterie commerciali e i più importanti luoghi di culto si trovavano nel cuore di quella terra che stava "tra i due fiumi", il biblico Naharayim. La più antica capitale hurrita (che non è stata ancora scoperta) si trovava in qualche punto lungo il fiume Khabur. Il loro maggiore centro commerciale, posto sul fiume Balikh, era la biblica Haran, la città dove soggiornò la famiglia del patriarca Abramo durante il viaggio da Ur, nel sud della Mesopotamia, verso la Terra di Canaan. Nei documenti reali di Egitto e Mesopotamia il regno hurrita viene chiamato "Mitanni" e trattato sempre su un piede di parità, come un regno forte e potente, la cui influenza si estendeva ben oltre i suoi confini geografici. Gli Ittiti, invece, chiamavano questi loro vicini "Hurri", un nome che, secondo gli studiosi, poteva anche esser letto "Har" e che forse (vedi per esempio G. Contenau, La civilisation des Hittites et des Hurrites du Mitanni, «La civiltà degli Ittiti e degli Hurriti del Mitanni») conteneva più che una semplice assonanza con il termine "Ariani". Non vi è dubbio, infatti, che gli Hurriti avessero un'origine ariana o indoeuropea: le loro iscrizioni invocavano numerose divinità con i loro nomi vedici, "ariani"; i loro re avevano nomi indoeuropei, e anche la terminologia militare ed equestre derivava dall'indoeuropeo. B. Hrozny, che negli anni '20 si dedicò allo sforzo di decifrare le fonti ittite e hurrite, si spinse addirittura a chiamare gli Hurriti "i più antichi indù". Gli Hurriti esercitavano una vera influenza culturale e religiosa sugli Ittiti: si scoprì infatti che i testi mitologici ittiti provenivano da fonti hurrite e ciò valeva anche per i racconti epici su eroi preistorici di natura semidivina. Gli studiosi sono ormai certi che gli Ittiti abbiano acquisito la loro cosmologia, i loro "miti", gli dèi e perfino il pantheon da dodici elementi, proprio dagli Hurriti.Questo triplice legame tra origini ariane, culti ittiti e relative fonti hurrite è ben documentato da una preghiera ittita recitata da una donna che chiedeva a Hebat, sposa di , di salvare la vita del marito malato:
O dea del Disco Sorgente di Arynna,
mia Signora, sovrana delle terre degli Hatti,
Regina del Cielo e della Terra...
Nel paese degli Hatti, il tuo nome è
"Dea del Disco Sorgente di Arynna";
ma nella terra che tu hai creato,
nella Terra dei Cedri,
tu porti il nome di "Hebat".
Ciononostante, la cultura e la religione che gli Hurriti trasmisero non erano indoeuropee. Nemmeno la loro lingua lo era fino in fondo. Vi erano indubbiamente elementi accadici nella lingua, nella cultura e nelle tradizioni degli Hurriti. Il nome della loro capitale, Washugeni, era una variante del semitico resheni ("dove cominciano le acque"). Il fiume Tigri era chiamato Aranzakh, un termine che, a nostro avviso, deriva dalla parola accadica che significa "fiume dei puri cedri". Gli dèi Shamash e Tashmetum erano diventati per gli Hurriti Shimiki e Tashimmetish, e così via. Ma poiché la cultura e la religione degli Accadi non erano che un'evoluzione delle originarie tradizioni e credenze sumeriche, si può dire che quella che gli Hurriti in effetti assorbirono e trasmisero era la religione dei Sumeri. E ciò è comprovato anche dall'uso frequente di nomi di dèi, epiteti e segni di scrittura sumerici. È ormai chiaro che i loro racconti epici erano quelli dei Sumeri; le "dimore" degli antichi dèi erano città sumeriche; l'"antica lingua" era la lingua di Sumer. Persino l'arte hurrita riproduceva quella sumerica, nelle forme come nei temi e nei simboli. Ma quando e come gli Hurriti vennero, per così dire, "mutati" dal "gene" sumerico?Vi sono prove che attestano che gli Hurriti, che confinavano con i Sumeri e gli Accadi a nord nel n millennio a.C, si erano in realtà mescolati ai Sumeri nel millennio precedente. È un dato di fatto che, nel II millennio a.C, gli Hurriti erano presenti e attivi a Sumer, occupando posizioni importanti nel suo ultimo periodo di gloria, quello della terza dinastia di Ur. Essi inoltre dirigevano e lavoravano nell'industria dell'abbigliamento, per la quale Sumer, e soprattutto Ur, erano particolarmente rinomate nell'antichità. Con tutta probabilità i famosi mercanti di Ur erano in buona parte hurriti. Nel XIII secolo a.C, sotto la pressione di vaste ondate migratorie e di vere e proprie invasioni (compresa l'avanzata degli Israeliti dall'Egitto verso Canaan), gli Hurriti si ritirarono nella parte nord-orientale del loro regno, che chiamarono Urartu ("Ararat") e la cui capitale si trovava nei pressi del lago Van. Qui essi adoravano un pantheon dominato da Tesheba (Teshub), che raffiguravano come un dio possente, che portava un copricapo ornato di corna e si ergeva su un toro, il suo simbolo cultuale (figura 34). Chiamarono Bitanu ("casa di Anu") il loro principale santuario e si dedicarono a fare del loro tempio "la fortezza della valle di Anu". E Anu, come vedremo, era il padre degli dèi sumerici. Che ne è stato, invece, dell'altra strada per la quale le leggende e i culti divini arrivarono in Grecia, quella che, attraverso Creta e Cipro, ci riporta alle coste orientali del Mediterraneo? Le terre che oggi corrispondono a Israele, Libano e Siria meridionale - e che formavano la fascia sud-occidentale dell'antica Mezzaluna Fertile - erano abitate da popoli che possono essere identificati con il nome collettivo di Cananei.
 Anche in questo caso, tutto ciò che si sapeva di loro fino a tempi relativamente recenti appariva nei riferimenti (quasi sempre ostili) contenuti nell'Antico Testamento e in qualche rara iscrizione fenicia. Gli archeologi stavano appena cominciando a capire qualcosa dei Cananei quando si imbatterono in due importanti scoperte: a Luxor e a Saqqara emersero alcuni testi egizi, mentre, presso un importante centro canaanita, vennero alla luce altri importantissimi testi storici, letterari e religiosi. Il luogo di quest'ultimo ritrovamento, che oggi si chiama Ras Shamra e si trova sulla costa siriana, era l'antica città di Ugarit. La lingua delle iscrizioni di Ugarit, la lingua cananita, era quella che gli studiosi chiamano semitico occidentale, un ramo di quel gruppo di lingue che comprende anche l'antico accadico e l'ebraico moderno. In effetti, chi conosce bene l'ebraico può capire le iscrizioni cananite con relativa facilità, poiché la lingua, lo stile letterario e la terminologia richiamano l'Antico Testamento e la scrittura è la stessa dell'ebraico. Il pantheon che emerge dai testi canaaniti ha molte analogie con quello greco successivo. Anche qui, al vertice vi è una divinità suprema di nome El, termine che, oltre a indicare il nome personale del dio, significava anche genericamente "maestosa divinità". Autorità suprema in tutte le vicende, umane e divine, egli era chiamato il Buono, il Misericordioso, ma il titolo che lo contraddistingueva era Ab Adam ("padre dell'uomo"). Era considerato il "creatore di tutte le cose create, il solo che può concedere la sovranità". I testi canaaniti (considerati "miti" dalla maggior parte degli studiosi) rappresentavano El come un dio vecchio e saggio, che si teneva lontano dalle faccende quotidiane. La sua dimora si trovava lontano, alle "sorgenti dei due fiumi", il Tigri e l'Eufrate. Qui, seduto sul trono, egli riceveva chi andava a chiedergli consiglio ed esaminava i problemi e le dispute che gli altri dèi gli sottoponevano. Su una stele trovata in Palestina è raffigurata un'anziana divinità seduta sul trono, che prende una bevanda dalle mani di un dio più giovane. Il dio seduto indossa un copricapo adorno di corna - un segno distintivo delle divinità, come abbiamo visto, fin dai tempi preistorici - e tutta la scena è dominata dal simbolo della stella alata, un emblema onnipresente che ci abitueremo a incontrare sempre più spesso. Gli studiosi propendono a credere che la stele rappresenti El, la principale divinità canaanita (figura 35).
El, tuttavia, non era sempre rappresentato come un vecchio signore. Uno dei suoi appellativi era Tor ("Toro"), con allusione, secondo gli studiosi, al vigore sessuale del dio e al suo ruolo di padre degli dèi. In una poesia canaanita, intitolata Nascita degli dèi benigni, El si trova su una spiaggia (probabilmente nudo) e due donne lo guardano, affascinate dalle dimensioni del suo pene. Mentre un uccello si crogiolava al sole, El ebbe rapporti con le due donne, e da tali unioni nacquero i due dèi Shabar ("alba") e Shalem ("conclusione" o "crepuscolo"). Questi non furono gli unici suoi figli (ne ebbe, a quanto pare, sette), e nemmeno i principali. Il più importante tra i suoi figli era Baal - che, ancora una volta, oltre che il nome del dio era anche un termine generico che significava "signore". Come facevano i Greci nei loro racconti, anche i Cananei parlavano di una sfida messa in atto dal figlio contro l'autorità e la sovranità paterna. Come suo padre El, Baal era quello che gli studiosi chiamano un dio delle tempeste, un dio del tuono e del lampo. Uno dei suoi soprannomi era Hadad ("l'affilato"). Le sue armi erano l'ascia da combattimento e la lancia fiammeggiante. L'animale associato al suo culto era il toro, come nel caso di El, e, come lui, Baal era sempre raffigurato con un copricapo conico adorno di un paio di corna. Un altro nome del dio era Elyon ("supremo"), ovvero principe riconosciuto, erede legittimo. Ma per conseguire questo titolo egli aveva dovuto lottare prima con suo fratello Yam ("principe del mare"), poi con suo fratello Mot. Un lungo e commovente poema, ricostruito da numerosi frammenti di tavolette, comincia proprio con El che convoca il "Maestro Artigiano" alla sua dimora, "alle fonti delle acque, in mezzo alle sorgenti dei due fiumi": Attraverso i campi di El egli viene ed entra nella tenda del Padre degli Anni. Ai piedi di El egli si inchina, si piega, si prostra, rendendogli omaggio. Il Maestro Artigiano viene incaricato di costruire un palazzo sontuoso per Yam, come segno della sua ascesa al potere. Pieno di baldanza per quest'atto, Yam manda subito dei messaggeri all'assemblea degli dèi, chiedendo che Baal si sottometta a lui. Yam ordina ai suoi emissari di mostrarsi spavaldi e di fronte al loro atteggiamento l'assemblea degli dèi si sottomette al volere di Yam e persino El accetta questa nuova gerarchia tra i suoi figli: «Baal è il tuo schiavo, o Yam», dichiara.La supremazia di Yam, tuttavia ebbe vita breve. Equipaggiato con due "armi divine", Baal combatté con Yam e lo sconfisse, per poi essere a sua volta sfidato e vinto da Mot ("colui che colpisce"). Ma la loro sorella Anat non volle accettare la sconfitta definitiva di Baal: allora «prese Mot, il figlio di El, e con una lama lo colpì». La conseguenza dell'eliminazione di Mot fu, secondo la leggenda canaanita, la miracolosa risurrezione di Baal. Gli studiosi hanno cercato di fornire una spiegazione razionale della vicenda ricorrendo all'allegoria: il conflitto rappresenterebbe cioè l'annuale lotta che si svolge nelle regioni medio-orientali tra l'estate calda e asciutta che fa inaridire la vegetazione e l'avvento del piovoso autunno, che fa rivivere o "risuscitare" il mondo vegetale. Non vi è dubbio, però, che per i Cananei il racconto non avesse alcun intento allegorico e riportasse invece avvenimenti che si credevano realmente accaduti: la battaglia tra i figli della divinità principale, la falsa sconfitta di uno dei due, che era poi ricomparso ed era diventato l'erede ufficiale, con grande gioia di El: El, il benevolo, il misericordioso, gioisce. 
Posa i piedi sullo sgabello. Apre la bocca e ride; 
Leva la voce e grida:
«Mi siederò e prenderò fiato,
L'anima avrà finalmente pace nel mio petto;
Perché il potente Baal è vivo,
Il Principe della Terra vive ancora!».
Anat, secondo la tradizione canaanita, affiancò dunque suo fratello Baal, il Signore, nella sua lotta all'ultimo sangue con il malvagio Mot; ed è fin troppo evidente, a questo punto, il parallelismo tra questa tradizione e quella greca della dea Atena che sta dalla parte del dio supremo Zeus nella lotta mortale con Tifone. Atena, come abbiamo visto, era chiamata "la vergine perfetta", pur avendo avuto molte storie d'amore clandestine. Analogamente, le tradizioni canaanite (precedenti a quelle greche) utilizzavano l'appellativo "la vergine Anat", e, ciononostante, non si astenevano dal raccontare le sue svariate storie d'amore, specie con il suo stesso fratello Baal. Un testo, per esempio, descrive l'arrivo di Anat alla dimora di Baal: allontanate in fretta le sue mogli, Baal si gettò ai piedi della sorella; i due si guardarono negli occhi, e ognuno unse le "corna" dell'altro; poi Egli prende e stringe il ventre di lei... Ella afferra e stringe le sue "pietre"... E così la vergine Anat... concepì e partorì. Non stupisce, allora che Anat sia spesso raffigurata completamente nuda, per accentuare i suoi attributi sessuali, come in questo sigillo che mostra Baal, con l'elmetto in testa, che combatte contro un altro dio (figura 36).
Come la religione greca e i suoi diretti precursori, il pantheon canaanita comprendeva una dea madre, consorte ufficiale della divinità principale, che si chiamava Ashera e corrispondeva alla greca Era. Astarte (la biblica Ashtoreth) corrispondeva invece ad Afrodite ed era spesso considerata consorte di Athar; questi era associato a un luminoso pianeta, ed era probabilmente il corrispettivo di Ares, fratello di Afrodite. Vi erano poi altre divinità minori, maschili e femminili, di cui non è difficile individuare i corrispondenti astrali o cultuali greci. Oltre a queste divinità giovani, esistevano poi gli "antichi dèi", che se ne stavano lontani dalle traversie terrene, ma erano sempre disponibili quando altri dèi si trovavano in gravi difficoltà. Di queste divinità, chiaramente riconoscibili per l'atteggiamento imperioso e il solito copricapo ornato di corna, esistono varie riproduzioni, anche se alcune sono parzialmente danneggiate (figura 37).
Da parte loro, però, da dove i Cananei avevano attinto cultura e religione? L'Antico Testamento li considerava parte della famiglia camitica originaria delle calde terre dell'Africa, fratelli, quindi, degli Egizi. Oggetti e testimonianze scritte portate alla luce dagli archeologi confermano la stretta affinità tra i due popoli, come pure le molte analogie tra le divinità canaanite e quelle egizie. Il gran numero di dèi nazionali e locali, ciascuno dei quali aveva una moltitudine di nomi, epiteti, emblemi e animali sacri e svolgeva spesso ruoli diversi, fa pensare, di primo acchito, agli dèi dell'Egitto come a una folla di attori che si accalcano su uno strano palcoscenico. Ma se guardiamo più in profondità, vediamo che essi non erano sostanzialmente molto diversi da quelli delle altre terre del mondo antico. Gli Egizi credevano in dèi del Cielo e della Terra, in Grandi dèi nettamente distinti dalla moltitudine di dèi minori. G.A. Wainwright (The Sky Religion in Egypt, «La religione del cielo in Egitto») riassunse tutte le prove di cui disponeva dimostrando che la fede degli Egizi in dèi del Cielo che scendevano sulla Terra aveva radici "estremamente antiche". Alcuni degli appellativi di questi Grandi Dèi - Sommo Dio, Toro del Cielo, Signore/Signora della Montagna - suonano infatti alquanto familiari. Benché presso gli Egizi fosse in uso il sistema decimale, le questioni religiose erano regolate in base al sistema sumerico fondato sul numero sessanta, e ciò che riguardava il cielo era invece soggetto al numero divino dodici. I cieli erano divisi in tre parti, ciascuna delle quali comprendeva dodici corpi celesti. L'aldilà era diviso in dodici parti, e anche il giorno e la notte erano ognuna suddivisa in dodici ore. A tutte queste suddivisioni corrispondevano "squadre" di dèi, composte a loro volta da dodici dèi ciascuna. A capo del pantheon egizio vi era Ra ("creatore"), che presiedeva un'assemblea di dodici dèi. Era stato lui a compiere la prodigiosa opera della creazione in epoca primordiale, generando Geb ("Terra") e Nut ("Cielo") e poi facendo crescere sulla Terra le piante, gli animali striscianti e, infine, l'Uomo. Ra era un dio celeste invisibile che si manifestava solo periodicamente, e la sua manifestazione era Aten, il Disco Celeste, raffigurato come un globo alato (figura38).

L'apparizione e le attività di Ra sulla Terra erano, secondo la tradizione egizia, direttamente connesse alla sovranità sull'Egitto. In origine, infatti, a governare l'Egitto non sarebbero stati degli uomini, ma gli dèi; il primo, secondo la tradizione, sarebbe stato proprio Ra, che avrebbe in seguito diviso il regno, dando il Basso Egitto a suo figlio Osiride e l'Alto Egitto a suo figlio Seth. Ma Seth tramò per rovesciare Osiride e alla fine riuscì a ucciderlo. Iside, sorella e moglie di Osiride, recuperò il corpo mutilato del suo sposo e lo riportò alla vita. Osiride, allora, attraversò "i cancelli segreti" e raggiunse la dimora celeste di Ra; al suo posto sul trono d'Egitto salì suo figlio Horus, che era talvolta raffigurato come una divinità alata e munita di corna (figura 39).
Sebbene nei cieli Ra fosse il più potente tra gli dèi, sulla Terra era considerato il figlio del dio Ptah ("colui che sviluppa, che ha dato forma alle cose"). Secondo gli Egizi era stato Ptah a far emergere la terra d'Egitto dalle acque alluvionali, costruendo dighe alle sorgenti del Nilo. Ptah era arrivato in Egitto da qualche altro posto e aveva fondato non soltanto l'Egitto stesso, ma anche "la terra delle montagne e la lontana terra straniera". Anzi, per gli Egizi tutti i loro "antichi dèi" erano arrivati per mare da sud, e infatti sono state trovate molte incisioni rupestri preistoriche in cui si vedono questi antichi dèi chiaramente distinguibili per i copricapi ornati di corna che arrivano in Egitto a bordo di imbarcazioni.L'unica via marittima che da sud conduceva in Egitto era il Mar Rosso, che, significativamente, gli Egizi chiamavano Mare di Ur. Il segno geroglifico di Ur significava letteralmente "la lontana (terra) straniera a est", e non si può escludere che si riferisse alla Ur sumerica, che si trovava proprio in quella direzione. Il termine egizio per indicare "dio" o "entità divina" era NTR, che significava "colui che osserva", ed è molto importante notare che questo era anche l'esatto significato del nome Shumer: la terra di "coloro che osservano". Si credeva un tempo che la civiltà potesse aver avuto origine in Egitto; oggi tale convinzione è ormai tramontata, poiché vi sono molte prove che attestano che il modello di società e di civiltà egizio, che si affermò più di mezzo millennio dopo quello sumerico, attinse largamente da questo per molti aspetti culturali, architettonici e tecnologici, e anche per quanto riguarda l'arte dello scrivere. L'evidenza mostra che perfino gli dèi dell'Egitto erano in realtà originari di Sumer. Parenti di sangue e di cultura degli Egizi, i Cananei condividevano con essi anche gli dèi. Ma, poiché occupavano una terra che fin da tempi immemorabili faceva da ponte tra Asia e Africa, essi subirono anche forti influssi semitici o mesopotamici. Come gli Ittiti a nord, gli Hurriti a nord-est e gli Egizi a sud, i Cananei adoravano un pantheon che non avevano elaborato da sé, ma che avevano attinto da altri, come pure le concezioni cosmogoniche e le tradizioni leggendarie. A fare da tramite con la fonte sumerica furono in questo caso gli Amorriti. La terra degli Amorriti si trova tra la Mesopotamia e le regioni mediterranee dell'Asia occidentale. Il nome deriva dall'accadico amurru e dal sumerico martu ("occidentali"). Essi non venivano trattati come stranieri, bensì come un popolo amico che abitava nelle province occidentali di Sumer e Akkad. Persone che portavano nomi amorriti figuravano tra coloro che officiavano le cerimonie religiose a Sumer. Dopo la conquista di Ur da parte degli invasori Elamiti intorno al 2000 a.C, un Martu di nome Ishbi-Irra ripristinò la sovranità sumerica a Larsa e si dedicò alla missione di riconquistare Ur e restaurarvi il grande tempio dedicato al dio Sin. "Condottieri" amorriti istituirono la prima dinastia indipendente in Assiria verso il 1900 a.C, e lo stesso Hammurabi, che rese grande Babilonia circa un secolo dopo, era il sesto re della prima dinastia babilonese, che era anch'essa amorrita. Negli anni '30 gli archeologi portarono alla luce la capitale del regno degli Amorriti, conosciuta come Mari. In un'ansa dell'Eufrate, dove oggi il fiume è attraversato dal confine siriano, vennero trovati i resti di una grande città, i cui edifici erano stati ricostruiti più volte, tra il 3000 e il 2000 a.C, su fondamenta che risalivano a secoli precedenti. Tra i reperti più antichi figurano una piramide a gradini e templi dedicati alle divinità sumeriche Inanna, Ninhursag ed Enlil. Il palazzo reale di Mari occupava da solo quasi due ettari e comprendeva una sala del trono riccamente affrescata, altre trecento sale adibite a varie funzioni, stanze per gli scribi e (di grande importanza per gli storici) oltre ventimila tavolette in scrittura cuneiforme, che contenevano preziose informazioni sulla vita economica, commerciale, politica e sociale del tempo, sullo Stato e sulle questioni militari e, naturalmente, sulla religione. Una delle pitture murali che ornavano il palazzo reale di Mari raffigura l'investitura del re Zimri-Lim da parte della dea Inanna (che gli Amorriti chiamavano Ishtar) (figura 41).
Come per gli altri popoli, anche per gli Amorriti la divinità principale del pantheon fisicamente presente sulla Terra era una divinità legata al tempo atmosferico, e soprattutto alle tempeste, e aveva come simbolo un tridente luminoso. Il suo nome era Adad - l'equivalente del canaanita Baal ("signore") - ma nelle fonti lo si trova talvolta anche con l'appellativo Hadad. Nei testi canaaniti, Baal è spesso chiamato "Figlio di Dagon". Anche i testi di Mari parlano di un'antica divinità chiamata Dagan, il "Signore dell'Abbondanza", che, proprio come El, si presenta come un dio tenuto un po' in disparte: in uno dei testi, in particolare, egli si lamenta che nessuno più lo consulti sull'esito di una certa guerra. Tra gli altri membri del pantheon figurano il dio della Luna - che i Cananei chiamavano Yerah, gli Accadi Sin e i Sumeri Nannar -, il dio del Sole, chiamato comunemente Shamash, e altre divinità che, una volta identificate, confermano l'idea che Mari fosse una sorta di ponte, geografico e cronologico, che collegò le terre e i popoli del Mediterraneo orientale con le fonti mesopotamiche. Tra i reperti venuti alla luce a Mari, come in molti altri siti archeologici della terra dei Sumeri, figurano decine di statue raffiguranti gente comune: re, nobili, sacerdoti, cantanti. Tutti hanno invariabilmente le mani giunte in preghiera e lo sguardo fisso, rivolto ai loro dèi (figura 42).
Chi erano, allora questi dèi del Cielo e della Terra, divini ma anche umani, al cui vertice vi era sempre un pantheon o circolo ristretto di dodici divinità? Siamo entrati nei templi dei Greci e degli Ariani, di Ittiti e Hurriti, Cananei, Egizi e Amorriti. Abbiamo seguito itinerari che ci hanno portato ad attraversare mari e continenti, e diversi millenni di storia e di civiltà. E tutti i corridoi di tutti i templi ci hanno ricondotto a un'unica sorgente: Sumer.

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