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sabato 13 giugno 2015

IL DIO ENKI E LA SUA GELOSIA VERSO SUO FRATELLO ENLIL


Il terzo Grande Dio di Sumer era un altro figlio di Anu, e aveva due nomi: E.A. ed EN.KI. Come suo fratello Enlil, anch'egli era un Dio del Cielo e della Terra, cioè una divinità originaria dei cieli, che ad un certo punto era scesa sulla Terra. Il suo arrivo sulla Terra è associato, nei testi sumerici, a un'epoca in cui le acque del Golfo Persico si spingevano nell'entroterra molto più di oggi, trasformando tutta la parte meridionale della regione in una immensa palude. Ea (il cui nome significava letteralmente "casa-acqua", cioè "colui la cui casa è l'acqua") era un abile ingegnere e fu lui stesso a progettare e dirigere i lavori di costruzione di canali, dighe sui fiumi e prosciugamento degli acquitrini. Egli amava navigare per quei canali e nelle paludi: l'acqua, anzi, come indicava il suo stesso nome, era la sua casa. Per questo costruì la sua "grande casa" nella città che egli stesso aveva fondato ai margini delle paludi, una città non a caso chiamata HA.A.KI ("luogo dei pesci d'acqua"), ma conosciuta anche come E.EI.DU ("casa di chi va lontano"). Ea era il "Signore delle acque salmastre", i mari e gli oceani. Nei testi sumerici si parla a più riprese di un'epoca molto remota in cui i tre Grandi Dèi si erano divisi i regni. «I mari erano stati dati a Enki, il principe della Terra», che si trovava così ad avere "il dominio sull'Apsu" (il "Profondo"). In quanto Signore dei mari, Ea costruì navi in grado di arrivare fino a terre lontane, specie quelle da cui si potevano estrarre metalli preziosi e pietre semipreziose da portare a Sumer. I più antichi sigilli cilindrici dei Sumeri raffiguravano Ea sempre circondato da fiumi in piena, talvolta anche ricchi di pesci. In questi sigilli Ea era anche associato alla Luna (indicata dalla falce), forse per il fatto che la Luna influenzava le maree. Fu senza dubbio con riferimento a questa immagine astrale che a Ea venne attribuito l'epiteto NIN.IGI.KU ("signore dall'occhio brillante").
Secondo i testi sumerici, compresa una sorprendente autobiografia dello stesso Ea, egli era nato nei cieli ed era sceso in Terra prima che su di essa comparissero insediamenti abitati o forme di civiltà. «Quando mi avvicinai alla terra, vidi grandi inondazioni», disse, per poi passare a descrivere tutto ciò che fece per rendere quella terra abitabile. Riempì per prima cosa il fiume Tigri di «acque fresche, apportatrici di vita»; incaricò un dio di sovraintendere alla costruzione di canali, per rendere navigabili il Tigri e l'Eufrate; depurò le paludi, le riempì di pesci e ne fece la dimora di uccelli di ogni tipo, quindi vi fece crescere le canne, che si dimostrarono un ottimo materiale da costruzione. Passando dalle acque dei mari e dei fiumi alla terraferma, Ea si vantava di essere stato lui a «dirigere l'aratro e il giogo... aprire i sacri solchi nella terra... costruire le stalle e gli ovili». E il testo autocelebrativo (che gli studiosi hanno intitolato Enki e l'ordine del mondo) proseguiva attribuendo al dio stesso il merito di aver portato sulla Terra l'arte della fabbricazione dei mattoni, le tecniche di costruzione di abitazioni e città, di lavorazione dei metalli, ecc. Oltre a presentare il dio come il più grande benefattore dell'umanità, colui che aveva introdotto la civiltà, molti testi ne mettevano in luce anche il ruolo primario che egli svolgeva nelle riunioni degli dèi. I testi sumerici e accadici sul Diluvio universale, che devono aver costituito la fonte del racconto biblico, parlano di Ea come del dio che, contro la decisione presa dall'assemblea degli dèi, consentì a uno dei suoi seguaci più fidati (il "Noè" mesopotamico) di scampare al disastro. Non solo: i testi sumerici e accadici, che - come l'Antico Testamento - attribuivano la creazione dell'uomo a un atto deliberato e consapevole di un dio o degli dèi, investivano Ea di un ruolo chiave in questo contesto. Grazie alle sue approfondite conoscenze scientifiche, era stato proprio lui a mettere a punto il metodo e il procedimento di creazione dell'uomo. E, come "creatore", era stato lui a condurre Adapa -l'"uomo modello" da lui stesso creato - in cielo, al cospetto di Anu, sebbene quest'ultimo avesse deciso di non concedere al genere umano la "vita eterna". Ciò che viene spontaneo chiedersi, a questo punto, è se Ea stava dalla parte dell'uomo solo perché aveva contribuito alla sua creazione, oppure se aveva degli altri motivi, magari di carattere più personale. Se esaminiamo meglio le fonti, scopriamo che l'atteggiamento di sfida di Ea, nelle faccende dei mortali come in quelle degli dèi, mirava sempre per lo più a neutralizzare progetti o decisioni prese da Enlil. Le fonti sono piene di allusioni a questa bruciante gelosia di Ea nei confronti di Enlil. In effetti, l'altro nome di Ea (se non il suo nome principale) era EN.KI ("signore della Terra") e, nel parlare della divisione del mondo tra i tre dèi, i testi insinuano il dubbio che forse tutto fu lasciato all'arbitrio della sorte e che magari' solo per un semplice lancio di dadi Ea perdette il dominio della Terra a vantaggio di suo fratello Enlil.

Gli dèi si sono stretti le mani,
e tirando a sorte hanno fatto la divisione.
Anu allora salì al Cielo.
A Enlil fu dato il dominio sulla Terra.
I mari, chiusi come da un cappio,
li diedero a Enki, il Principe della Terra.

Certamente il risultato di questo sorteggio non deve essere piaciuto molto a Ea/Enki. Ma dentro di sé egli covava un risentimento ben più profondo, per la ragione che egli stesso ci spiega nella sua autobiografia: era lui, non Enlil, il primogenito, e perciò spettava a lui, e non a Enlil, il titolo di erede legittimo di Anu:

«Mio padre, il re dell'universo,
mi generò nell'universo…
Io sono il seme fecondo
generato dal Grande Toro Selvatico.
Io sono il figlio primogenito di Anu.
Io sono il Grande Fratello degli dèi...
Io sono colui che è nato
come figlio primogenito del divino Anu».

Poiché le leggi sociali e familiari che regolavano la vita degli uomini nell'antico Medio Oriente erano state date dagli dèi, è ragionevole presumere che esse non fossero che copie di quelle valide per gli dèi. Frammenti di testimonianze provenienti dai tribunali o da cronache familiari trovate in siti archeologici come Mari e Nuzi hanno confermato che i costumi e le leggi bibliche in uso presso i patriarchi ebraici erano le stesse che regolavano la vita dei re e dei nobili in tutto il Medio Oriente. Da questo punto di vista, perciò, i problemi di successione dei patriarchi ci interessano molto. Abramo, che non riusciva ad avere figli per l'apparente sterilità di sua moglie Sara, generò un primo figlio, Ismaele, con l'ancella di lei. Ismaele venne però escluso dalla successione non appena Sara stessa mise al mondo un figlio, Isacco. La moglie di Isacco, Rebecca, partorì due gemelli. Quello che virtualmente era il primogenito, Esaù, era un bambino rossiccio, peloso, che fin dall'inizio si comportò in modo rozzo e maleducato, a differenza del fratello Giacobbe, più raffinato e decisamente preferito dalla madre Rebecca. Quando Isacco, ormai vecchio e semicieco, manifestò l'intenzione di fare testamento, Rebecca riuscì con l'astuzia a far ricadere i diritti di successione su Giacobbe anziché su Esaù. Non meno travagliata fu la successione di Giacobbe. Benché egli avesse servito per vent'anni Labano per ottenere la mano di sua figlia Rachele, Labano lo costrinse a sposare prima la sua figlia maggiore Lia. Fu Lia a dare a Giacobbe il suo primo figlio (Ruben), dopodiché Giacobbe ebbe molti altri figli maschi e una femmina da lei e da altre due concubine. Eppure quando infine Rachele gli generò un figlio (Giuseppe), Giacobbe preferì lui a tutti gli altri fratelli. Dietro tutte queste leggi e usanze di successione non è difficile intravedere il conflitto tra Enlil ed Ea/Enki. Enlil, considerato da tutte le fonti il figlio di Anu e della sua consorte ufficiale Antu, era legalmente il primogenito. Ma il grido angosciato di Enki: «Io sono il seme fecondo... io sono il figlio primogenito di Anu», suona come l'affermazione di un fatto. Può essere, dunque, che Enki sia figlio di Anu e di un'altra dea che era solo una concubina? La vicenda di Isacco e Ismaele, o quella di Esaù e Giacobbe, potrebbero aver avuto un precedente nella "dimora celeste".Anche se sembra che Enki avesse accettato che i diritti di successione spettassero a Enlil, secondo alcuni studiosi la lotta di potere tra i due non si esaurì mai. N. Kramer intitolò uno dei suoi antichi testi Enki e il suo complesso di inferiorità. Come vedremo più avanti, nelle versioni originali sumeriche di parecchi eventi narrati nella Bibbia - l'episodio di Eva e del serpente nel giardino dell'Eden o il racconto del Diluvio - vi sarebbe l'eco di questa continua sfida di Enki agli editti del fratello. A un certo punto, pare che Enki si fosse convinto che non aveva più senso lottare per il trono divino; e allora rivolse i suoi sforzi alla generazione successiva: egli voleva che fosse un suo figlio, e non un figlio di Enlil, a salire sul trono dopo di lui. Per raggiungere questo scopo chiese, almeno inizialmente, l'aiuto di sua sorella NIN.HUR.SAG ("signora delle vette montuose"). Anch'essa era una figlia di Anu, ma evidentemente non di Antu, e qui interveniva un'altra regola di successione. In passato gli esegeti biblici si sono chiesti spesso perché tanto Abramo quanto Isacco dicessero esplicitamente che le loro rispettive mogli erano anche loro sorelle, sebbene la Bibbia proibisse di avere rapporti sessuali con una sorella. Ma quando a Mari e Nuzi vennero alla luce dei documenti legali, apparve chiaro che, se non era permesso sposare una sorella, si poteva invece sposare una sorellastra. Inoltre, considerando tutti i figli di tutte le mogli, il figlio nato da una sorellastra - avendo il 50% in più di "seme puro" rispetto al figlio di una moglie non imparentata - era considerato l'erede legittimo, che fosse o no il primogenito. Ciò, tra l'altro, portò a Mari e Nuzi alla pratica di adottare la moglie preferita quale "sorella", al fine di fare di suo figlio l'incontrastato erede legale.Era proprio da una sorellastra, Ninhursag, che Enki cercava di avere un figlio. Anch'essa era originaria "dei cieli" ed era scesa sulla Terra in tempi antichissimi. Parecchi testi affermano che quando gli dèi si erano divisi il dominio della Terra, a lei era stata data la Terra di Dilmun, "un luogo puro... una terra pura... un luogo davvero splendente". In un testo che gli studiosi hanno chiamato Enki e Ninhursag, un mito paradisiaco si parla di un viaggio di Enki a Dilmun con un intento matrimoniale. Ninhursag, ripete più volte il testo, "era sola", zitella, diremmo oggi. Anche se in seguito essa era raffigurata come una vecchia matrona, da giovane doveva essere molto attraente se, come ci dice candidamente il testo, quando Enki le si avvicinava, la sua vista «faceva sì che il suo pene innaffiasse le dighe». Enki, dunque, ordinò che tutti li lasciassero soli, quindi «versò il suo seme nel grembo di Ninhursag. Ella prese il seme dentro di sé, il seme di Enki», e poi, «dopo i nove mesi di gravidanza... partorì sulla riva del fiume». Ma diede alla luce una femmina. Non essendo riuscito ad avere un erede maschio, Enki decise di cercare di ottenerlo con la sua stessa figlia: «La abbracciò, la baciò e versò il suo seme dentro di lei». Ma anche lei partorì una femmina. Enki tentò allora anche con sua nipote, e la ingravidò; ma ancora una volta nacque una femmina. Decisa a fermare questi tentativi, Ninhursag lanciò a Enki una maledizione: egli mangiò alcune piante velenose e si ammalò mortalmente. Ma gli altri dèi costrinsero Ninhursag a ritirare la maledizione. Se questi eventi ebbero grandi ripercussioni sulle faccende divine, altri avvenimenti legati a Enki e Ninhursag influenzarono invece pesantemente il corso della storia umana: secondo i testi sumerici, infatti, l'Uomo fu addirittura creato da Ninhursag seguendo procedimenti e formule ideate da Enki.Essa era la "capo infermiera", preposta alle questioni mediche, e in questo ruolo veniva chiamata NIN.TT ("signora della vita").
Alcuni studiosi vedono in Adapa (l'"uomo modello" di Enki) il biblico Adama, Adamo. Anche il doppio significato del sumerico TI porta ad avanzare paralleli con la Bibbia. Ti, infatti, può significare tanto "vita" quanto "costola" e perciò il nome Ninti significa sia "signora della vita" sia "signora della costola". La biblica Eva - il cui nome significa "vita" - venne creata da una costola di Adamo: anche Eva, quindi, era in un certo senso sia "signora della vita" che "signora della costola". Come dispensatrice di vita per gli dèi e anche per l'uomo, Ninhursag veniva chiamata Dea Madre e soprannominata "Mammu" (parola che precorre chiaramente la radice da cui le moderne lingue occidentali hanno tratto il termine "mamma"). Il suo simbolo era un oggetto che taglia, una sorta di bisturi utilizzato nell'antichità dalle levatrici per recidere il cordone ombelicale dopo la nascita.
Enlil, fratello e rivale di Enki, ebbe invece la fortuna di avere un "erede legittimo" da sua sorella Ninhursag. Il nome del nuovo nato, il più giovane tra gli dèi della Terra che erano nati in cielo, era NIN.UR.TA ("signore che completa le fondamenta"). Egli era «l'eroico figlio di Enlil che avanzava con la rete e i raggi di luce» per combattere a fianco di suo padre; «il figlio vendicatore... che lanciava dardi di luce» (figura 49). La sua sposa BA.U era anch'essa un'infermiera o un medico e aveva il titolo di "signora che riporta alla vita i morti".
Nelle raffigurazioni antiche Ninurta tiene sempre in mano un'arma molto particolare, senza dubbio la stessa arma con la quale scagliava "dardi di luce". Nei testi egli è presentato come un provetto cacciatore, un dio guerriero noto per le sue grandi capacità militari. Il più eroico dei suoi combattimenti, però, non fu quello in difesa di suo padre, bensì quello per la sua salvezza: fu una battaglia senza esclusione di colpi, che aveva come posta in gioco niente meno che la supremazia sugli dèi della Terra. A sfidare il primato di Ninurta era una divinità maligna di nome zu ("saggio"), che si era illegalmente impossessato delle insegne e degli oggetti che erano appartenuti a Enlil come capo degli dèi. I testi che descrivono tali avvenimenti non sono completi e perciò la storia è leggibile solo dal punto in cui Zu arriva a EKur, il tempio di Enlil. Sembra che tutti lo conoscano, e lo tengano anzi in grande considerazione, tanto che Enlil lo invita a entrare con tutti gli onori. Ma il "malvagio Zu" avrebbe ripagato la fiducia con il tradimento, poiché ciò che aveva in mente era «rovesciare il dominio di Enlil, impadronirsi dei poteri divini». Per fare questo Zu doveva impossessarsi di alcuni oggetti, tra cui la magica Tavola del Destino. L'occasione gli si presentò quando Enlil si svestì e andò a fare la sua quotidiana nuotata in piscina, lasciando incustodite le sue insegne regali.

All'entrata del santuario
Zu attende l'inizio del giorno.
Mentre Enlil si lavava con acqua pura -
dopo essersi tolto la corona
e averla deposta sul trono -
Zu afferrò con le mani la Tavola del Destino,
portò via gli attributi di Enlil.

Mentre Zu volava con il suo MU (tradotto letteralmente con "nome", ma indicante una macchina che vola) verso un nascondiglio lontano, cominciarono a farsi sentire le conseguenze del suo misfatto:
Le Formule Divine rimasero come sospese; una strana immobilità si diffuse ovunque; e in un attimo fu silenzio... E scomparve lo splendore del santuario.«Il padre Enlil rimase senza parole». «Gli dèi di quella terra accorsero a uno a uno all'udire la notizia». 
La faccenda era talmente grave che ne venne informato persino Anu nella sua dimora celeste. Egli esaminò la situazione e concluse che bisognava assolutamente catturare Zu e riprendere le "formule". Rivolgendosi "agli dèi, suoi figli" chiese: «Chi di voi colpirà Zu? Il suo nome diverrà il più grande di tutti!» Furono interpellati numerosi dèi di rinomato valore, ma tutti obiettarono che, avendo preso la Tavola del Destino, Zu possedeva ora gli stessi poteri di Enlil e che dunque «chi si oppone a lui diviene come argilla». A questo punto, Ea ebbe la grande idea: perché non fare in modo che fosse Ninurta a raccogliere questa impari sfida? Agli dèi riuniti non potè certo sfuggire l'ingegnoso intento di Ea: chiaramente, le probabilità di successione da parte di suo figlio si sarebbero notevolmente accresciute se Zu fosse stato ucciso; ma anche in caso di morte di Ninurta, Ea ci avrebbe comunque guadagnato. Con grande sorpresa di tutti gli dèi, Ninhursag (che in questo testo viene chiamata NIN.MAH, "grande signora") acconsentì all'impresa. Rivolgendosi a suo figlio Ninurta, gli spiegò che Zu aveva rubato gli attributi di Enlil non soltanto a Enlil stesso, ma anche a lui. «Con grande dolore ti ho partorito», gridò, e ricordò di essere stata lei a «rendere certa per mio fratello e per Anu la sovranità del Cielo». Affinché le sue sofferenze non fossero dunque vane, incitò Ninurta ad andare e a combattere per la vittoria:

Lancia la tua offensiva... cattura il fuggitivo Zu...
Che la tua terribile offensiva si accanisca contro di lui.
Tagliagli la gola! Sconfiggilo per sempre!...
Scatenagli contro i tuoi sette venti maligni...
Che il Vortice tutto intero lo attacchi...
Va' contro a lui in tutto il tuo Fulgore...
e fa' che i tuoi venti portino le sue ali in un luogo lontano...
Così la sovranità tornerà a Ekur;
e le Formule Divine torneranno
al padre che ti ha generato.

Vi sono a questo punto varie versioni del racconto, tutte ugualmente emozionanti. Ninurta cominciò a scagliare "frecce" contro Zu, ma «le frecce non riuscivano ad avvicinarsi al corpo di Zu...finché egli teneva in mano la Tavola del Destino degli dèi». Tutte le armi che Ninurta lanciava si fermavano a metà del tragitto. Ea consigliò allora al figlio di aggiungere un tillum alle sue armi e di scagliarlo contro le punte delle "ali" di Zu. Ninurta seguì il consiglio e, gridando «Ala contro ala», scagliò il tillum contro le "ali" di Zu: questi cominciò a volteggiare nell'aria e poi cadde a terra. Il nemico era sconfitto e le Tavole del Destino ritornarono nelle mani di Enlil. Chi era Zu? Era forse, come sostengono alcuni studiosi, un "uccello mitologico"? È evidente che poteva volare. Ma nello stesso modo in cui oggi può farlo chiunque prenda un aereo, o qualunque astronauta che salga su una navicella spaziale. Anche Ninurta sapeva volare, forse anche meglio di Zu, ma certamente non era un uccello, come testimoniano le tante raffigurazioni che possediamo di lui e della sua consorte BA.U (chiamata anche GU.LA). Per volare egli si affidava a un grosso "uccello", che veniva custodito in un apposito recinto sacro (il GIR.SU) nella città di Lagash. Nemmeno Zu era un uccello. Sembra di capire che egli avesse a disposizione un "uccello" nel quale poteva volare senza essere visto. Ed è proprio dall'interno di questi "uccelli" che i due dèi si diedero battaglia nel cielo. Quanto all'arma che sconfisse definitivamente Zu, non vi sono più dubbi: chiamata TIL in sumerico e tillum in assiro, era scritta pittograficamente così e certamente significava ciò che til significa oggi in ebraico: "missile". Zu era dunque un dio, uno di quelli che avevano motivo di cercare di usurpare gli attributi di Enlil; un dio che Ninurta, come legittimo successore, aveva tutte le ragioni di combattere. Non poteva darsi che fosse MAR.DUK ("figlio del puro tumulo"), il primogenito di Enki e di sua moglie DAM.KI.NA, impaziente di ottenere con l'astuzia ciò che non poteva essere suo legalmente? Vi è motivo di credere che, non essendo riuscito ad avere da sua sorella un figlio che potesse aspirare legittimamente alla successione divina, Enki contasse su suo figlio Marduk. In effetti, quando, all'inizio del II millennio a.C, il Medio Oriente fu scosso da grandi rivolgimenti sociali e militari, Marduk venne elevato a Babilonia al rango di divinità nazionale di Sumer e Akkad e fu proclamato re degli dèi al posto di Enlil, mentre tutti gli altri dèi furono obbligati a giurargli fedeltà e a trasferirsi a Babilonia, dove sarebbe stato più facile controllarli.
Accanto a questo "colpo di mano" (avvenuto molto tempo dopo l'incidente con Zu), i Babilonesi cercarono di falsare gli antichi testi, riscrivendo e alterando i più importanti in modo da far apparire Marduk come Signore dei Cieli, Creatore, Benefattore, Eroe al posto di Anu o Enlil o Ninurta. Tra i testi alterati vi era la "Storia di Zu"; secondo la versione babilonese fu Marduk, non Ninurta, a combattere contro Zu, sanzionando la vittoria con il grido: Mahasti moh il Zu («Io ho schiacciato il cranio del dio Zu»), E ovvio, dunque, che Zu non poteva essere Marduk. Del resto, non avrebbe senso che Enki, "dio delle scienze", avesse consigliato a Ninurta le armi giuste per combattere contro il suo stesso figlio Marduk. Enki, a giudicare dal suo comportamento e da come istigava Ninurta a "tagliare la gola di Zu", si aspettava comunque un guadagno dalla battaglia, chiunque avesse vinto. L'unica conclusione logica è che anche Zu fosse in qualche modo un pretendente legale alla successione divina.

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