Cerca nel blog

domenica 7 giugno 2015

IL DIO "ANU" E LE SUE VISITE SULLA TERRA

I Sumeri credevano anzitutto in divinità "dei cieli", come Apsu, Tiamat, Anshar, Kinshar, che esistevano "prima che le cose fossero create" e che, per quanto sappiamo dalle fonti di cui disponiamo, non erano mai apparsi sulla Terra. Se guardiamo un po' più da vicino questi "dèi" che esistevano prima della creazione della Terra, ci accorgiamo che essi corrispondono ai corpi celesti che formano il nostro sistema solare, e, come vedremo, i cosiddetti miti sumerici relativi a queste entità celesti sono, in realtà, concetti cosmologici ben precisi riguardanti la creazione del nostro sistema solare. Vi erano poi divinità minori che stavano sulla Terra. Si trattava di semplici divinità locali, i cui centri di culto erano per lo più piccole città di provincia e che erano preposti al massimo a poche, limitate operazioni: per esempio la dea NIN.KASHI ("signora della birra") sovrintendeva alla preparazione di bevande. Intorno a questi dèi non si tramandavano racconti epici o eroici, essi non possedevano armi portentose né facevano tremare gli altri dèi a un loro cenno. Ricordano molto, in verità, la schiera di giovani dèi che marciava in coda alla processione raffigurata sulle rocce della città ittita di Yazilikaya. Tra un gruppo e l'altro vi erano gli Dèi del Cielo e della Terra, i cosiddetti "antichi dèi". Erano proprio gli "antichi dèi" dei racconti epici, quelli che, secondo quanto credevano i Sumeri, erano scesi dal cielo sulla Terra. Non si trattava di semplici divinità locali: erano dèi nazionali, o addirittura internazionali. Alcuni si trovavano sulla Terra fin da prima che vi comparisse l'uomo; anzi, si riteneva che l'esistenza stessa dell'uomo fosse il prodotto di un atto creativo deliberatamente perpetrato da queste divinità. Esse erano davvero potenti, capaci di imprese che andavano ben al di là dell'abilità e della comprensione umana; eppure questi dèi non solo avevano un aspetto umano, ma mangiavano e bevevano come gli uomini e provavano tutta la gamma di sentimenti umani, dall'amore all'odio, dalla fedeltà al tradimento. Anche se nel corso dei millenni i ruoli e le posizioni gerarchiche di certe divinità andarono modificandosi, alcune di esse non abbandonarono mai una posizione di preminenza che le rendeva oggetto di una venerazione internazionale. Se guardiamo con maggiore attenzione questo gruppo principale, vediamo che esso dà forma a una dinastia di dèi, una sorta di famiglia divina, strettamente legata ma anche aspramente divisa. Il capo di questa famiglia di Dèi del Cielo e della Terra si chiamava AN (o Anu, nei testi assiro-babilonesi). Egli era il grande padre degli dèi, il loro re; il suo dominio era l'immensa distesa dei cieli e il suo simbolo era una stella. Nella scrittura pittografica sumerica, la stella, oltre a indicare An, significava anche "cieli", "entità divina" o "dio" (derivato di An). Questi quattro significati del termine rimasero invariati attraverso i secoli, anche quando la forma di scrittura si trasformò da quella pittografica sumerica a quella cuneiforme accadica, fino a quella stilizzata babilonese e assira (figura 43).

A partire dalla più remota antichità e fino a quando la scrittura cuneiforme cadde in disuso - ovvero dal IV millennio a.C. fin quasi alla nascita di Cristo - questo simbolo precedette sempre il nome degli dèi, indicando che colui che veniva citato subito dopo non era un mortale, ma una divinità di origini celesti. La dimora di Anum, la sede della sua sovranità, era nei cieli. È qui che gli dèi del cielo e della terra venivano quando avevano bisogno di un consiglio o di chiedere un favore, ed è qui che si riunivano per dirimere le controversie che sorgevano tra loro o per prendere decisioni importanti. Numerosi testi descrivono il palazzo reale di Anu (i cui portali erano sorvegliati da un dio dell'Albero della Verità e da un dio dell’Albero della Vita), il suo trono, il modo in cui gli si rivolgevano gli altri dèi o come sedevano davanti a lui. I testi sumerici raccontavano anche di casi in cui non solo agli dèi, ma anche ad alcuni mortali era stato consentito di ascendere alla dimora di Anu, soprattutto con lo scopo di ottenere l'immortalità. Uno di questi casi riguardava Adapa ("modello di Uomo"). Egli era così perfetto e devoto al dio Ea, che lo aveva creato, che Ea fece in modo di mandarlo da Anu. Prima che egli partisse, Ea gli descrisse ciò che lo aspettava.

-Adapa,Stai per andare da Anu, il Capo supremo.
Prenderai la strada che porta al Cielo.
Quando sarai arrivato al Cielo e ti sarai avvicinato alla porta
di Anu, lì, in piedi presso la porta, troverai
"Colui che porta la vita" e "colui che fa crescere la verità".

Guidato dunque dal suo creatore, Adapa «salì al cielo... e si avvicinò alla porta di Anu». Ma quando gli fu offerta l'occasione di divenire immortale, Adapa rifiutò di mangiare il "pane della vita", convinto che Anu, adirato con lui, gli avesse offerto del cibo avvelenato. Venne quindi rimandato sulla Terra come sacerdote consacrato, ma sempre mortale. Un'eco di questa credenza sumerica secondo cui non solo gli dèi, ma anche certi mortali potevano salire alla dimora divina si ritrova nell'Antico Testamento, dove si parla dell'ascesa al cielo di Enoch e del profeta Elia. Anu viveva dunque in una dimora celeste, ma i testi sumerici parlano di casi in cui egli discese sulla Terra, sia in momenti di grande crisi, sia per visite cerimoniali (quando era accompagnato dalla sua consorte ANTU), sia (almeno una volta) per fare della pronipote IN.ANNA la sua sposa terrena. Poiché non risiedeva stabilmente sulla Terra, non si riteneva necessario attribuirgli in via esclusiva una città o un centro di culto, ma si costruì per lui una dimora, o "alta casa", a Uruk (la biblica Erech), dominio della dea Inanna. Tra le rovine di Uruk figura ancora oggi un enorme tumulo artificiale, in cui gli archeologi hanno trovato tracce di un tempio più volte ricostruito - il tempio di Anu, appunto; vi furono scoperti non meno di diciotto strati successivi, segno che si trattava di un sito sacro, che non poteva mai rimanere senza un tempio. Il tempio di Anu era chiamato E.ANNA ("casa di An") e, almeno in alcune delle sue fasi, doveva avere un aspetto davvero spettacolare. Secondo la tradizione, erano stati gli dèi stessi a costruirne alcune parti. «Il cornicione era come rame», «le sue grandi mura arrivavano a toccare le nuvole - un luogo davvero alto fino al cielo»; «era la casa dal fascino irresistibile, dall'incanto senza fine». E i testi precisano anche qual era la funzione di questo tempio: «la Casa per discendere dal cielo». Una tavoletta proveniente da un archivio di Uruk ci illustra con quale pompa e sfarzo veniva accolta questa specie di "visita di stato" di Anu e della sua sposa. Poiché il documento è alquanto danneggiato, conosciamo la cerimonia solo da un certo punto in poi, da quando, cioè, Anu e Antu erano già seduti nel cortile del tempio. Gli dèi, "esattamente nello stesso ordine di prima", formavano poi una processione, davanti e dietro colui che portava lo scettro. Il protocollo prescriveva quindi:

-Essi scenderanno nella Maestosa Corte
e si volgeranno verso il dio Anu.
Il Sacerdote della Purificazione solleverà lo scettro,
e colui che porta lo scettro entrerà e si siederà.
Gli dèi Papsukal, Nusku e Shala
si siederanno infine nella corte del dio Anu.

Le dee, intanto, "la divina progenie di Anu, le figlie divine di Uruk", portavano un secondo oggetto, di cui non è chiaro il nome e neanche la funzione, a E.NIR, "La casa del letto d'oro della dea Antu". Poi tornavano in processione alla corte, dove Antu era seduta. Mentre, secondo un rigido rituale, veniva preparato il pasto serale, un sacerdote spalmava una mistura di "buon olio" e vino sui cardini della porta del santuario in cui più tardi Anu e Antu si sarebbero ritirati per la notte: un atto di cortesia, a quanto sembra, per far sì che la porta non cigolasse mentre le due divinità dormivano. Mentre veniva servito il "pasto serale" - diverse bevande e antipasti - un sacerdote-astronomo saliva "all'ultimo piano della torre del tempio principale" per osservare il cielo. Doveva aspettare l'ascesa, in una determinata parte del cielo, del pianeta chiamato Grande Anu del Cielo, e quindi recitare due composizioni: A colui che diviene sempre più splendente, il pianeta celeste del Signore Anu e È sorta l'immagine del creatore. Avvistato il pianeta e recitate le poesie, Anu e Antu si lavavano le mani con l'acqua di una bacinella d'oro e cominciava a questo punto la prima parte del convito. Poi, anche i sette Grandi Dèi si lavavano le mani con l'acqua attinta da sette grandi recipienti d'oro e si dava inizio alla seconda parte della festa. Seguiva il "rito del lavaggio della bocca" e i sacerdoti intonavano l'inno Il pianeta di Anu è l'eroe del cielo. Si accendevano delle torce e infine dèi, sacerdoti, cantori e servitori si disponevano in processione e accompagnavano i due visitatori al santuario per la notte. Quattro tra le maggiori divinità restavano nel cortile e vegliavano fino allo spuntare del giorno; altri, invece, montavano la guardia presso altre porte. Tutta la città, intanto, si illuminava e festeggiava la presenza dei due visitatori divini. A un segnale proveniente dal tempio principale, i sacerdoti di tutti gli altri templi di Uruk dovevano "accendere fuochi con le torce" e altrettanto dovevano fare anche i sacerdoti delle altre città. Poi:

-Gli abitanti di tutta la regione
accenderanno fuochi nelle loro case,
e offriranno banchetti a tutti gli dèi...
Le guardie delle città accenderanno fuochi
nelle strade e nelle piazze.

Anche la partenza dei due Grandi Dèi era pianificata fin nei minimi dettagli:

-Il diciassettesimo giorno,
quaranta minuti dopo il sorgere del sole,
la porta si aprirà davanti agli dèi Anu e Antu,
ponendo fine al loro soggiorno.

La parte finale di questa tavoletta è andata perduta, ma un altro testo con tutta probabilità descrive la partenza degli dèi: la colazione mattutina, le formule di commiato, le strette di mano ("si afferrano le mani") con gli altri dèi. I Grandi Dèi venivano quindi condotti al luogo della partenza su portantine simili a un trono, portate a spalla da funzionari del tempio. Una raffigurazione assira, benché molto posteriore, di una processione di divinità ci dà forse un'idea di come Anu e Antu venivano portati in corteo a Uruk (figura 44). Mentre la processione passava per le cosiddette "strade degli dèi" venivano recitate formule speciali; all'approssimarsi del "molo sacro", poi, si cantavano salmi e inni, finché non si arrivava alla "nave di Anu". Cominciavano allora i riti di commiato e, accompagnandoli con ampi movimenti delle braccia, si recitavano e si cantavano altre formule. Infine, tutti i sacerdoti e i funzionari del tempio che accompagnavano il corteo, a cominciare dal sommo sacerdote, offrivano una speciale "preghiera per la partenza": «Grande Anu, che il Cielo e la Terra ti benedicano!», intonavano sette volte. In tal modo essi chiedevano la benedizione dei sette dèi celesti e invocavano gli dèi del Cielo e quelli della Terra. Alla fine, così salutavano Anu e Antu:

-Che gli Dèi del Profondo,
e quelli della Dimora Divina
vi benedicano!
Che vi benedicano ogni giorno -
ogni giorno di ogni mese di ogni anno!

Tra le migliaia e migliaia di raffigurazioni di antichi dèi che sono venute alla luce, nessuna sembra rappresentare Anu. E tuttavia egli sembra nascondersi dietro ogni statua e ogni ritratto di ogni re che sia mai esistito, dall'antichità a oggi. Perché Anu non era soltanto il "grande re", il re degli dèi, ma anche colui per grazia del quale altri venivano incoronati re. Secondo la tradizione sumerica, la sovranità "fluiva" da Anu, e infatti veniva indicata con il termine Anutu ("qualità propria di Anu"). Le insegne di Anu erano la tiara (il copricapo divino), lo scettro (simbolo di potere) e il bastone (emblema del pastore-guida ). Ai giorni nostri, il bastone del pastore ("pastorale") si trova più nelle mani dei vescovi che in quelle dei re, ma la corona e lo scettro sono tuttora attributi di tutti i re ancora presenti sulla Terra.

Nessun commento:

Posta un commento